Un “antieroico” Sherlock Holmes?

Autore di Maria Panetta

Sherlock Holmes è il notissimo investigatore protagonista di svariate pellicole cinematografiche e di alcune serie televisive di grande successo, tratte dai romanzi e dai racconti gialli (di “giallo deduttivo” si parla) di sir Arthur Conan Doyle, editi a partire dal 1887 (anno della pubblicazione di Uno studio in rosso). Essi hanno ispirato anche molti romanzi “apocrifi” (come quello da cui trae spunto “questo” Mr. Holmes, A slight trick of the mind di Mitch Cullin, uscito nel 2005), nonché popolari fumetti etc., per lo più incentrati sulla figura dell’infallibile risolutore di casi “irrisolvibili”.

In questo film lo si incontra nella fase finale della sua esistenza: il detective spregiudicato, rapidissimo e lucidissimo ha lasciato il posto a un anziano affaticato che, sebbene mantenga dignità, eleganza, il suo proverbiale spirito di osservazione e grande acume, inizia a dover fare i conti con una galoppante perdita di memoria e con un’ingombrante senilità.

Ritiratosi in campagna (la fotografia degli scorci paesaggistici sul verde inglese e sulle bianchissime Seven Sisters, le scogliere di gesso a picco sul Canale della Manica, aggiunge molto al film), Mr. Holmes (il titolo, non casuale, della pellicola allude all’umanità di Holmes, al suo essere un uomo come tutti gli altri) viene accudito da una severa, seppur ancora giovane, governante e da suo figlio Roger, un bambino che spicca per spirito di osservazione ed entra subito in sintonia con l’anziano detective per la curiosità e la voglia di conoscere il mondo e imparare. Il vecchio Holmes è prima infastidito dalle due presenze, che sente come invadenti ed estranee, ma ben presto scopre in Roger un ideale testimone cui trasmettere la passione per le api e la propria perizia nel maneggiare le arnie. Le api, contrapposte alle vespe (personificazione del Male), sono simbolicamente anche le custodi del miele e della pappa reale, ingrediente adoperato da Holmes per mantenersi in forma e difendere anche la propria lucidità: sono, quindi, delle alleate del detective, nella sua strenua lotta contro la vecchiaia incipiente e soprattutto contro la perdita della capacità di ricostruzione degli eventi passati.

Il mistero del caso irrisolto, recita il sottotitolo del film: vi si allude all’ultimo caso affidato a Sherlock Holmes, cui il detective non è riuscito a trovare soluzione, causa del suo allontanamento dalla città e della sua decisione di smettere di esercitare la propria attività d’investigazione. Il caso irrisolto rappresenta il fallimento di Holmes, apparentemente solo in qualità di detective: infatti, l’anziano signore non rammenta alcuni dei particolari decisivi per ripercorrere mentalmente tutta la storia e capire dove ha sbagliato. In realtà, col procedere della ricostruzione memoriale e del racconto della vicenda, si scoprirà che il vero fallimento di Holmes consiste in una sconfitta dell’uomo, e non del famoso investigatore.

Non è il lucido e arrogante Sherlock, creatura leggendaria di Conan Doyle, le cui gesta sono state fissate su carta dal fedele Watson, a soccombere, nell’ultimo caso da lui affrontato; è l’uomo, è Holmes, che, pur da infallibile osservatore e conoscitore dell’animo umano, si rende conto di aver commesso, per eccesso di boria intellettuale, un imperdonabile errore che è costato la vita a una donna disperata e in cerca di conforto. Dopo aver compreso tutto il dramma della vita infelice della moglie di un suo assistito, infatti, Sherlock non aveva saputo cogliere la possibilità che si presentava a entrambi, proprio in nome di questa affinità elettiva e di tale consonanza, di unire le loro solitudini in nome di una condivisione possibile grazie alla scoperta di una sensibilità comune.

La risposta deludente e borghese del detective (ovvero il “saggio” invito a tornare a casa dal marito opprimente e castrante) aveva, dunque, ferito la donna, l’unica che era riuscita a ingannarlo, facendogli credere, risolto il caso, di aver fatto tesoro dei suoi suggerimenti relativi alla soluzione alla sua condizione d’infelicità. La morte della signora gli pesa sulla coscienza anche perché coincide con la rivelazione a se stesso della solitudine di cui si è sostanziata tutta la sua vita: l’anziano ha percezione, per la prima volta, oltre che della frivolezza del mito del personaggio Sherlock (che, in verità, non ha mai amato), della vacuità della propria stessa esistenza di reale essere umano, che si accinge ad affrontare da solo la fase terminale della propria vita, senza un affetto accanto e senza nessuno a cui passare il testimone della propria conoscenza del mondo, della propria visione dell’esistenza.

Il freddo calcolo, l’astrattezza dell’intelligenza, la glacialità della razionalità lasciano il posto, in questo film, all’emergere dell’affettività di Holmes, alla sua scoperta dell’emotività e alla sensazione di voler riempire il vuoto della solitudine: questa è la grande lezione di questa pellicola dalla morale apparentemente antieroica.

La durezza spietata della Verità lascia il posto, nell’ultimo Holmes, alla dolcezza della Finzione a fin di bene: il racconto, infatti, ha prima il fine della ricostruzione puntuale degli eventi, nella memoria di Holmes, e sul finale, invece, acquisisce un valore consolatorio, nei riguardi di un uomo vissuto senza padre, da poco orfano anche della madre e alla ricerca di un colpevole per l’assenza prolungata del proprio genitore. Holmes fa ammenda della propria fatale negazione della ricerca di senso opposta alla donna suicida, decidendo di contribuire al felice scioglimento dei dubbi sulla figura paterna avanzati dal giapponese che lo ha attirato nel proprio paese con la scusa di aiutarlo a rinvenire una pianta dagli effetti portentosi per la memoria e per rallentare il procedere rapido della senilità. All’inganno dell’uomo risponde, dopo svariato tempo, con un altro inganno, ma stavolta “dolce”, decidendo di prendere il posto di Watson, sul suo scrittoio, per raccontare la storia d’invenzione della biografia ideale del padre del bambino alla ricerca di risposte sulla prolungata assenza del genitore. Da oggetto di narrazione, in questo film Holmes diviene scrittore, autore della storia di finzione che lo vede protagonista.

Il finale edulcorato ha il solo fine di rovesciare il mito del gelido e infallibile investigatore, trasformandolo in un personaggio quasi da commedia che, nella propria antieroica lotta quotidiana contro le difficoltà dell’esistenza, assurge a una statura titanica, raggiungendo il culmine della propria altezza proprio nel momento in cui cade in ginocchio, disperato e in lacrime, per il timore di perdere il bambino che ha scoperto di amare come fosse suo figlio.

La condivisione vince sul monadismo, l’affettività sul solipsismo, la verità dei sentimenti sulla finzione letteraria.

Un film che potrà dispiacere agli appassionati lettori di Conan Doyle, ma che, di certo, farà riflettere chi ha la volontà di andare oltre lo spunto letterario per leggere, tra le righe, il messaggio che il regista ha voluto lanciare indistintamente a tutti gli spettatori.