«Diacritica» a “Più libri più liberi”: la società multiculturale e le riviste italiane

Autore di Maria Panetta

Buonasera a tutti.

Innanzitutto, mi preme ringraziare il C.R.I.C. (Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura), cui «Diacritica» si pregia di appartenere, e in particolare Paolo Borioni, per il gradito invito a partecipare a questo interessante dibattito su un tema che, per fortuna e purtroppo, è attualissimo1.

Presenterò brevemente la rivista, per coloro che non dovessero conoscerla.

«Diacritica» è un bimestrale di filologia, critica letteraria e storia dell’editoria nato nel dicembre del 2014 da un’idea della sottoscritta e del quattrocentista Matteo Maria Quintiliani, che, però, per motivi di impegni famigliari, non ha più preso parte al progetto a partire dal terzo numero.

Si tratta di una rivista per ora esclusivamente telematica, indipendente e open access, che non riceve alcun tipo di sovvenzione: è una mia scelta, perché desidero che resti libera e indipendente.

Abbiamo un gruppo di revisori esterni, un Comitato Scientifico di professori universitari di varie sedi, di cui faccio parte in quanto abilitata come associato; poi, ci sono il Comitato Editoriale e la redazione; ci avvaliamo ovviamente della collaborazione di un valido webmaster, Daniele Buscioni, che cura le nostre pagine web.

Da quasi un anno il nostro editore è “Diacritica Edizioni di Anna Oppido”, un progetto che avevo in mente da molti anni e che finalmente nel 2018 si è realizzato: parliamo sempre di un editore indipendente.

Il nostro Direttore Responsabile è Domenico Panetta, che ha al proprio attivo più di cinquant’anni di lavoro come pubblicista e grande esperienza come docente di diritto, economia e scienze Sociali. Pienamente giustificato – ritengo – dai suoi 85 anni, mi ha pregato di porgerVi i suoi saluti dalla sua poltrona preferita.

«Diacritica» ha, finora, al proprio attivo 23 numeri e più di 300 contributi: usciamo ogni 25 di tutti i mesi pari. Pertanto, il 25 dicembre, a Natale, puntualmente alle ore 20 sarà online il nostro 24° fascicolo.

In quattro anni di attività, possiamo dire di aver superato i 130 collaboratori, tra i quali studiosi già affermati, di fama e di successo, ma anche giovani ricercatori o studenti universitari meritevoli, soprattutto per quanto concerne la rubrica delle “Recensioni”. Mi è capitato di far pubblicare a miei laureati della Magistrale sezioni di tesi particolarmente ben fatte di “Storia dell’editoria” e di accogliere anche contributi inviati dall’estero (in tal caso, il contributo viene edito nella lingua d’origine del proponente, ma richiediamo, oltre al consueto abstract in inglese, anche un abstract in italiano, perché i nostri lettori italiani non siano del tutto tagliati fuori dalla comprensione almeno dell’argomento cui è dedicato il saggio edito).

La diffusione dell’italiano all’estero resta uno dei nostri obiettivi impliciti, ma mi preme precisare che, sebbene «Diacritica» sia una rivista di taglio accademico, tra i suoi scopi c’è anche quello di difendere la lingua italiana anche all’interno del nostro territorio nazionale, a partire dall’insegnamento scolastico, che va sostenuto con forza specie in un periodo storico come quello attuale, nel quale le migrazioni conducono tanti stranieri ad approdare in Italia; a tale proposito, urge aprire una parentesi su un tema che mi sta molto a cuore.

Tempo fa, si ventilava la possibilità di smettere di insegnare le basi dell’italiano ai migranti: ritengo che questo sarebbe un errore gravissimo, per una serie di ragioni. Il tema di oggi – quello della multiculturalità – implica necessariamente altri temi, quali quelli dell’accoglienza, della solidarietà, della società multietnica, del rispetto per usi e costumi altrui. Come tutti sappiamo, la lingua non è importante solo come strumento di comunicazione, ma veicola valori, mentalità, abitudini, tradizioni: è prioritario che coloro che approdano in Italia apprendano le basi dell’italiano e, con esse, i nostri principi, i nostri stili di vita, e imparino a rispettarli. Conoscere la lingua del paese che ospita è utile per chi viene ospitato ed è utile anche per chi lo accoglie, perché permette di percepire lo “straniero” come meno distante, predispone all’ascolto, all’apertura nei riguardi dell’altro. Si tratta di un’importante occasione di contatto e di scambio, prima che i migranti prendano, magari, altre strade e conoscano altre realtà. L’Italia per moltissimi è la porta dell’Occidente, e, a tale proposito, ritengo che abbiamo una grande responsabilità anche nei riguardi delle altre nazioni europee: è nostro dovere veicolare, assieme a strumenti linguistici atti a far progredire la comunicazione, anche i valori su cui da secoli si fonda la nostra civiltà. Per poter identificare l’Altro da sé è, infatti, necessario avere un’identità chiara e trasmetterla chiaramente; contestualmente, ci si potrà aprire all’Altro e lo scambio sarà più profondo e fruttuoso, nel rispetto reciproco.

Pertanto, nel caso in cui davvero si prendessero provvedimenti per smettere di erogare corsi di lingua italiana ai migranti, ritengo che il mondo intellettuale dovrebbe opporsi in maniera forte e con voce unanime per difendere questo diritto/dovere loro e nostro. Per il momento, chi avesse necessità di disfarsi di libri che non può più tenere in casa potrebbe, ad esempio, inviarli ai tanti centri che si occupano di insegnare italiano agli stranieri: i libri non si buttano mai.

Chiusa questa parentesi e tornando a «Diacritica», perché la scelta dell’online?

La risposta a questa domanda è, in parte, collegata al tema di cui discutiamo stasera.

Chiaramente, la prima ragione è economica, perché l’online consente di contenere le spese: e, specie per una rivista sprovvista di contributi e che si può scaricare gratuitamente – che, dunque, non ha entrate, ma solamente uscite! -, è importante poter ridurre al massimo i costi.

Ma c’è una seconda ragione – che idealmente è la prima – che si trova espressa già nel nostro Programma:

La scelta della pubblicazione telematica risponde, di certo, a una necessità di contenimento delle spese iniziali, ma in primo luogo deriva dalla volontà di avvalersi delle risorse del digitale, sfruttando i molteplici vantaggi dell’applicazione dell’informatica alle discipline di ambito umanistico, al fine di un’ideale conciliazione tra tecnologia e studia humanitatis. La rete permette, inoltre, di raggiungere più velocemente un pubblico internazionale di specialisti interessati alla lingua e alla cultura italiane, semplificando gli scambi di opinioni e la circolazione delle idee, allo scopo di contribuire alla creazione di quella Comunità scientifica internazionale che è il sogno di ogni ricercatore.

Per ideare e metter su e continuare ad alimentare negli anni un progetto come questo è chiaro che bisogna essere, forse, un po’ folli e un po’ “idealisti”: il nostro sogno è quello di combattere l’idea che spesso è diffusa, specie nel mondo accademico, che certi studiosi siano i depositari assoluti della verità su determinati autori o specifici argomenti, e che sia quasi un atto di lesa maestà quello di osare avvicinarsi a quelle tematiche, invadendo il loro hortus conclusus. Ciò accade, purtroppo, ancora di più nell’Università della Valutazione, perché è chiaro che oggi specie gli studiosi strutturati possono avere maggiori remore a condividere le proprie scoperte o il proprio percorso di ricerca con colleghi di altri atenei o di altri ambienti, in quanto la loro “produttività” influisce, ormai, direttamente sulla quantità dei finanziamenti statali erogati al loro ateneo di appartenenza. Si potrebbe obiettare che questo problema è da qualche anno superato dall’infittirsi dei convegni internazionali, per esempio: se da un lato ciò è vero, e in ambito accademico c’è sempre più occasione di scambio e di confronto con colleghi stranieri, dall’altro bisogna considerare che perlopiù questi congressi hanno un taglio tematico, per cui ognuno si limita a portare il proprio contributo su uno specifico autore di cui si sta occupando e in relazione a quel particolare tema, o tutt’al più si condividono i risultati di una ricerca già in corso o già conclusa.

Va anche detto che – purtroppo – non sempre si ha a che fare con studiosi corretti, che leggono una pubblicazione online e la discutono apertamente, citandola senza appropriarsi indebitamente di idee altrui: mi pare, infatti, che il rischio del plagio sia più consistente, per quanto concerne tutto ciò che è scaricabile gratuitamente in rete.

Nonostante, però, i problemi che ho voluto sollevare, continuo a ritenere – arrivata, ormai, al quinto anno di pubblicazione di «Diacritica» – che una rivista, e in particolare una rivista online, possa essere un potente veicolo di contatto con altre realtà e con altre culture: prima ricordavo i nostri abstract in inglese, che hanno proprio la finalità di attrarre l’interesse di studiosi stranieri che non conoscono l’italiano e di incuriosirli in modo che, magari, abbiano voglia di studiare la nostra lingua per approfondire, oppure di ricorrere a una traduzione per poter leggere i contributi che escono su «Diacritica» e altri periodici.

Il motivo per cui Paolo Borioni ha voluto coinvolgermi in questo dibattito, però, credo sia soprattutto il fatto che la nostra rivista presenta anche una sezione dedicata a “Inediti e traduzione”, che si occupa di questioni teoriche di traduttologia, pubblica qualche opera o qualche brano mai uscito, ma offre anche la possibilità di leggere dei testi in lingua straniera corredati da traduzioni in italiano di esperti del settore. Ad esempio, fa parte del nostro Comitato Scientifico Matteo Lefèvre, ispanista dell’Università di Tor Vergata, che ha pubblicato vari testi di autori spagnoli o sudamericani tradotti a sua cura e ha anche indirizzato verso di noi alcuni valenti poeti o scrittori in lingua spagnola che ci hanno concesso parti delle loro opere: una per tutte, ricordo una bellissima raccolta della poetessa venezuelana Carmen Leonor Ferro intitolata Precarios/Precari, uscita sul numero del 25 agosto 2017, con una nota introduttiva di Davide Rondoni e le traduzioni di Flavia Zibellini.

Ma di multiculturalità si può parlare in tanti modi: ad esempio, posso citare anche l’ultimo numero uscito, dedicato a una città crocevia come Trieste e alla sua letteratura, che – notoriamente – è multilingue e presenta una gamma di anime diverse, al proprio interno, davvero sfaccettata. Al riguardo, consiglio di leggere almeno il saggio di Riccardo Cepach (http://diacritica.it/letture-critiche/anglo-franco-slavo-italo-svevo-il-mito-e-il-fatto-della-letteratura-triestina.html), altro membro del nostro Comitato scientifico, curatore dei Musei dedicati a Svevo e Joyce a Trieste, il cui cognome chiaramente tradisce origini non italiane.

Molti progetti sono in via di realizzazione anche assieme all’Accademia di Ungheria, diretta da István Puskás, che fa sempre parte del nostro Comitato ed è professore all’università di Debrecen.

La nostra casa editrice, inoltre, ha in animo d’inaugurare almeno una collana di testi in traduzione, oltre alle tre già attive: personalmente, sono molto interessata all’area balcanica, come ben sa l’amico Claudio Paravati di «Confronti», ma non ci poniamo limiti, dato che pubblichiamo per passione e solo ciò che ci convince.

Per quanto riguarda strettamente la Scandinavia, sulla quale si incentra il focus del nostro incontro, di certo Paolo Borioni e altri relatori sono più esperti di me, sebbene si tratti di territori che da sempre hanno attratto il mio immaginario: posso solo aggiungere che «Diacritica» ha ospitato vari saggi di Sebastiano Triulzi, firma nota di «Repubblica» e del «Venerdì» e membro del nostro Comitato Editoriale, che ha indagato a fondo, ad esempio, sul finlandese Arto Paasilinna (1942), scomparso il 15 ottobre scorso, e sullo scrittore e giornalista svedese Stieg Larsson (1954-2004). E che ora non è qui perché si trova a Como, al “Noir in Festival”, e proprio adesso (alle 17.30), sta intervistando l’apprezzato scrittore norvegese Jo Nesbø assieme a Carlo Lucarelli.

Detto questo, credo che la conclusione di questo mio intervento sia implicita, ma forse giova esplicitarla: ritengo che le riviste di cultura possano davvero offrire un contributo rilevante e insostituibile alla diffusione di una civiltà nuova, che accetti e promuova sempre di più lo scambio con il diverso, con l’Altro. Ormai, sarebbe una pura mistificazione della realtà continuare a pensare a una società chiusa e a comparti stagni: il multiculturalismo è, sì, il futuro, ma è già il presente, e da svariati anni.

Colgo l’occasione per ribadire la mia grande stima e il mio apprezzamento per il lavoro che, in tal senso, svolgono da tempo colleghi di riviste che si occupano di questioni sociali o politiche ad ampio raggio (per citarne una, «Confronti»). Ritengo, però, come ho cercato di suggerire, che, oltre alla saggistica, la letteratura cosiddetta “amena” resti un importantissimo veicolo di diffusione di idee e una feconda occasione di contatto con ambienti, usi, costumi, mentalità diversi dai nostri. La letteratura, dall’alba dei tempi, unisce: sappiamo che la capacità affabulatoria incanta, indipendentemente dalla nazionalità degli scrittori; così come sappiamo che la Poesia è un linguaggio, da sempre, universale e in grado di abbattere le barriere spazio-temporali, e non solo.

Penso che il mondo dell’editoria possa continuare ad apportare un efficace contributo alla costruzione di questa nuova società multiculturale, viva e pacificata: nel suo piccolo, “Diacritica Edizioni” continuerà a sostenere questa idea e questo progetto, con collane di traduzione mirate a fornire testi filologicamente accurati, tradotti da specialisti e adeguatamente commentati, e poi proseguendo con la pubblicazione della rivista e, magari, impegnandosi a potenziare le rubriche attente a ciò che fiorisce all’estero.

  1. Pubblichiamo parte dell’intervento al Workshop La società multiculturale e le riviste italiane. L’evento si è svolto sabato 8 dicembre alle ore 17 presso lo Spazio Rassegna CRIC – Livello Forum – P. 20. Tema: Multiculturalità in Italia e Scandinavia: una comparazione.

(fasc. 24, 25 dicembre 2018)