Intervista a Francesca Chiappa, fondatrice del marchio Hacca Edizioni

Autore di Alice Paoli

Il marchio Hacca, creato da Francesca Chiappa nel 2006 all’interno della Halley Edizioni, è divenuto indipendente nel 2008. Da allora, Francesca e i collaboratori della piccola casa editrice con sede a Matelica (MC) proseguono la produzione nell’ambito della narrativa contemporanea, italiana e straniera, con il recupero di opere del secolo scorso, nella collana «Novecento.0».

Francesca Chiappa ci ha gentilmente concesso l’intervista che segue[1].

Come è nata Hacca Edizioni?

Hacca Edizioni è nata, in realtà, all’interno di un’altra casa editrice: lavoravo presso la Halley Informatica, dove mi avevano chiesto di fondare un marchio di narrativa, e nel 2006 ho fondato Hacca Edizioni, appunto su progetto, o meglio su impulso da parte di un altro editore – di un’altra azienda poi, perché la Halley Editrice era parte dell’Halley Informatica (che fa software per enti locali). Partiti con libri per enti locali, manuali, vedendo poi che erano inseriti all’interno del mercato librario con un distributore, avrebbero voluto appunto allargare l’offerta anche con una sezione di narrativa.

Il primo impulso è stato quello di creare un marchio di narrativa di audiolibri; quindi, ho iniziato a fare ricerca su testi che potessero essere trasportati in lettura, ma poi abbiamo visto che il mercato era ancora immaturo per quel tipo di prodotto, e da lì ho iniziato a creare un catalogo di narrativa tradizionale.

Quando, poi, due anni più tardi il proprietario della casa editrice ha scelto di chiudere il progetto editoriale, e quindi anche il marchio, a quel punto ho deciso di prendere con me il marchio e di portarlo fuori; così, nel 2008 Hacca è diventata indipendente, fuori da Halley Informatica e fuori da Halley Editrice.

Ho iniziato allora a creare il mio progetto editoriale, fatto di ricerca di voci nuove, di esordienti, di ricerca appunto di quello che nuovi scrittori potevano raccontare, in un contesto in cui l’esordio non era ancora molto ben voluto dalle librerie, dalla stampa: stiamo parlando di dieci anni fa, prima di Giordano, prima della Solitudine dei numeri primi, è lì che l’esordio poi è diventato un materiale, un tipo di prodotto attenzionato da tutte le case editrici; prima l’esordio era visto come un’attività totalmente anticommerciale, perché nessuno vendeva un nome che non era conosciuto. Perciò, Hacca ha preso impulso da lì, da una sconfitta iniziale, cioè da un editore che non ci ha creduto più, una sconfitta presa e portata al massimo impegno, nella consapevolezza che avremmo potuto andare a occupare uno spazio che non era ancora mai stato occupato.

Una piccola casa editrice, lontano dai centri nevralgici dell’editoria, e in una regione come le Marche duramente colpita negli ultimi anni: come affrontate il mercato da qui?

Il mercato da qui in realtà si affronta allo stesso modo di un’altra casa editrice probabilmente, cioè io non vedo grandi differenze, anche perché poi noi ci affidiamo a un distributore nazionale, Messaggerie Libri, che ormai è “il” distributore, che possiede quasi il monopolio dell’offerta; il mercato tradizionale è gestito all’esterno.

Qui a Matelica, che è un paese dell’entroterra nella provincia di Macerata, abbiamo un magazzino che gestiamo noi direttamente e che forse ci permette, essendo appunto delocalizzato, di avere un maggiore controllo perché abbiamo degli affitti più bassi da pagare rispetto a un magazzino di Roma: ci sono delle case editrici di Milano o di Roma che hanno difficoltà a gestire un magazzino in proprio, perché mantenere un posto in città che al metro quadro ha dei prezzi esorbitanti comincia a essere complicato. Noi, in questo senso, siamo anche abbastanza fortunati perché appunto il magazzino lo gestiamo internamente.

Certo, se poi per mercato intendiamo la promozione che sta prima della vendita del libro, su quello siamo sicuramente svantaggiate, perché abbiamo bisogno di andare a conoscere le librerie direttamente. Librerie nelle Marche, nell’entroterra marchigiano, ce ne sono pochissime, e non rappresentano una percentuale di mercato considerevole, per cui ci dobbiamo costantemente spostare, andare nei centri di maggiore impulso per quanto riguarda il mercato librario, anche se si comincia a considerare la provincia come un mondo interessante per noi editori a livello di librerie. Le librerie storiche, ma non solo, che sono a Roma e a Milano continuano a fare un lavoro dominante e importante per quanto riguarda la promozione di un marchio, ma ci sono anche delle librerie delocalizzate e in provincia che fanno un lavoro altrettanto importante sulla promozione del marchio e dei titoli.

Poi, c’è la questione dell’ufficio stampa, che, essendo de localizzati, è un po’ più complicato: noi non parliamo costantemente con la stampa, con i giornalisti, se non attraverso un lavoro di telefonate, ma ci è impossibile incontrare la stampa dei giornali romani o dei giornali milanesi; ecco perché per noi è importante poi andare alle fiere, al Salone Internazionale del Libro di Torino, a Più Libri Più Liberi a Roma, perché lì in poche giornate riusciamo a incontrare tutti, a conoscerli se non li abbiamo già conosciuti, a raccontare il progetto, le novità. Sono occasioni indispensabili: se prima la Regione in qualche modo aiutava noi case editrici marchigiane ad avere uno stand creando dei bandi, delle sovvenzioni, al momento questo non avviene più.

Tu parlavi di difficoltà del territorio, immagino che ti riferissi al terremoto: in questo caso, per esempio, il Salone del Libro di Torino l’anno scorso ci ha permesso di partecipare senza pagare il costo dello spazio espositivo. Per cui ci sono state sicuramente delle difficoltà, se non fisiche comunque di gestione del lavoro editoriale in un contesto di grave disagio, però il Salone del libro è stato accorto nell’offrirci questa possibilità, soprattutto sapendo che per noi essere lì presenti rappresentava un aiuto in più.

Come vede il rapporto tra donne ed editoria?

Io sono abituata a non considerare il mondo attraverso il genere, quindi per me l’editoria è editoria, ed è composta sia da uomini sia da donne. Non vedo grandi differenze nell’accesso al lavoro editoriale per donne o per uomini, così come non vedo grandi differenze nei lavori svolti all’interno delle case editrici da uomini o da donne. Certo, l’editoria riflette quello che è in generale il Paese in questo momento, e quindi anche una sperequazione dal punto di vista dell’accesso al mondo del lavoro per una donna e, in più, sicuramente l’editoria richiede un maggiore impegno a trasferte, a dedicare il proprio tempo al lavoro. L’editoria da sempre, sappiamo, ha dei margini ridottissimi, e ha difficoltà a pagare i propri lavoratori: è normale magari che cerchi di dare più opportunità a quelle persone che hanno più disponibilità di tempo. Perciò, immagino che una donna, nel momento in cui decida di avere un figlio, abbia delle difficoltà in più ad accedere al mondo editoriale: immagino che accada, così come accade in quasi tutti gli altri lavori. Però, non vedo differenze nelle scelte editoriali da questo punto di vista, o almeno voglio pensare che non ci siano differenze da questo punto di vista: ci sono moltissime editor donne in tantissime case editrici. Credo, in sintesi, che non ci sia una differenza nel lavoro svolto; forse nell’accesso.

Qual è l’apporto femminile nel catalogo Hacca?

L’apporto femminile nel catalogo Hacca, seppure sia in percentuale minore rispetto all’apporto maschile, c’è ed è fondamentale: noi abbiamo due collane editoriali all’interno del catalogo, una dedicata alla narrativa contemporanea, l’altra dedicata invece al recupero del Novecento italiano, e in quest’ultima è evidente che le donne sono molte di meno rispetto agli autori uomini, ma per via di un accesso all’editoria e alla scrittura diverso nel Novecento rispetto alla narrativa contemporanea, dove le donne trovano sicuramente più spazio.

Nella collana «Novecento.0» abbiamo ripreso scritti di Gianna Manzini, un’autrice straordinaria, ma nel Novecento ci sono altre autrici straordinarie che vengono già pubblicate da case editrici più grandi, penso ad Adelphi con la Ortese per esempio. Sicuramente, le donne scrittrici importanti del Novecento sono state ripubblicate quasi tutte, perché forse ce ne sono di meno, e quindi è più facile che siano state tutte riprese.

Per la narrativa contemporanea, ci sono moltissime donne che mandano manoscritti, e moltissime donne che noi abbiamo pubblicato: Maura Chiulli, Cristina Alicata, Silvia Greco, abbiamo appena pubblicato Sara Gamberini, Dora Albanese, che racconta in un’età molto giovane, a 19 anni, la propria esperienza di madre, e poi Chicca Gagliardo.

Ci sono moltissime scrittrici donne che sono entrate a far parte del nostro catalogo, e continuano a scrivere, continuano a produrre opere, non sono scrittrici spot: delle volte, secondo me in maniera errata, si accusano le donne scrittrici di essere molto introspettive nella scrittura, quindi di raccontare solo le proprie vicende personali. Non è vero; ci sono delle autrici che hanno un immaginario incredibile, e che accedono a questo immaginario ogni volta che scrivono qualcosa, che non per forza si relaziona al proprio trascorso emotivo: sono scrittrici che guardano molto al di fuori di sé stesse.

Stando ai dati Aie di un rapporto sull’editoria al femminile, nel 2017 la presenza di donne che ricoprono ruoli direttivi nelle case editrici è del 22,3%: visto dall’interno, crede ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti delle donne che occupano posizioni di potere nell’ambiente editoriale?

Come dicevo prima, credo che sia una vicenda che interessa un po’ tutta la questione del potere in Italia, e l’accesso alle cariche dirigenziali: le donne, si sa, accedono con più difficoltà a certi tipi di carica. Però, il lavoro, quello che fa crescere una casa editrice, che sono i ruoli di ufficio stampa, redattore, grafico, è affidato a moltissime donne. La parte dirigenziale, e quindi per forza di cose i vertici delle grandi case editrici, è appannaggio maschile, ma semplicemente perché questa è l’Italia, questa è ancora la differenza tra uomini e donne nell’accesso a certe cariche.

E lei si è scontrata con qualche pregiudizio all’inizio di questa avventura editoriale?

No, non ne ho avvertiti, e penso che sarebbe stato impossibile avvertirne, soprattutto perché sono la titolare della casa editrice, per cui non vedo chi avrebbe potuto pormi degli ostacoli.

Negli ultimi anni si parla molto di uguaglianza di diritti e parità salariale, in ogni ambito lavorativo: nell’editoria, quanto si è fatto e quanto c’è ancora da fare su questo versante?

Nell’editoria diciamo che tutto quello che ha a che fare con l’ambito salariale, e con i contratti di lavoro, secondo me è ancora abbastanza nebuloso, c’è tutto un mondo sommerso di lavoratori a partita iva, lavoratori in nero. L’editoria riesce a creare un margine minimo rispetto a quello che è lo sforzo economico, e i lavoratori sono la parte che accusa per prima questa mancanza di margini.

La maggior parte dei lavoratori in questo momento nell’editoria è a partita iva, e dunque si guadagna quanto più si riesce a lavorare: se una donna ha l’incombenza familiare esclusivamente a proprio carico, il lavoro che riuscirà a produrre sarà inferiore a quello dell’uomo.

In questo particolare momento storico, di crisi generale per il nostro Paese, e di crisi del libro in particolare, qual è il segreto per conquistare i lettori, soprattutto per le piccole e medie case editrici?

Non lo so: magari avercelo! Io credo che una piccola casa editrice debba necessariamente essere molto onesta e molto coerente attraverso il proprio catalogo. Ho notato in questi dieci anni che, ogni volta che c’è stata una spinta verso il basso, per raggiungere fette di mercato più ampie, in realtà il mercato dei lettori si è richiuso e non è più uscito. Noi piccole e medie case editrici indipendenti stiamo a poco a poco conquistando quei lettori che si erano rinchiusi in casa, offrendo una qualità sempre maggiore, e una consapevolezza sempre maggiore del lavoro che si è fatto sul libro, sulla traduzione, sulla cura editoriale.

Una casa editrice può conquistare nuovi lettori cercando di curare al massimo le proprie edizioni e cercando di scoprire qualcosa di nuovo. Ogni fenomeno editoriale produce una coda dietro di sé: esce il caso editoriale degli esordi ed ecco che tutti iniziano a fare esordi; scoppia il caso della letteratura erotica, e tutti iniziano a fare letteratura erotica etc.

L’editore indipendente, piccolo, deve invece cercare di fare scoperta, di indirizzare un nuovo percorso editoriale agli altri: lo abbiamo visto ultimamente, penso a NN Editore o a SUR, che sono riusciti a portare dei libri in classifica partendo da una situazione minoritaria rispetto al mercato editoriale (NNE l’ha fatto con Kent Haruf e SUR con Whitehead, con La ferrovia sotterranea). Entrambi, partendo da una grande ricerca sulla letteratura contemporanea e quindi sulla traduzione, hanno saputo cogliere un sentimento dei lettori che non era ancora stato scoperto. Le esigenze dei lettori sono sempre nuove, e un editore piccolo e indipendente deve cercare di avvertirle, prima degli altri.

  1. L’intervista fa parte dell’Appendice alla Tesi di Laurea Magistrale in “Mediazione editoriale e cultura letteraria” dal titolo L’editoria è donna. Le figure femminili che hanno ricoperto ruoli direttivi nella storia dell’editoria italiana, dall’Unità a oggi, discussa nel mese di luglio del 2018 presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”: relatrice la Prof.ssa Maria Panetta e correlatore il Prof. Giulio Perrone.

(fasc. 26, 25 aprile 2019)