Intervista a Giovanni Rabito

Autore di Enzo Fragapane

Giovanni Rabito, poeta e scrittore, è il figlio più «picolo» di Vincenzo e Neduzza, dopo Salvatore e Gaetano.

Gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa sul privato di suo padre. Ma anche tutta la vicenda dell’autobiografia di Vincenzo Rabito: le ragioni per cui non fu pubblicata negli anni ’70 e il talento di scrittore e narratore di Vincenzo Rabito.

Giovanni ha portato con sé a Bologna la prima versione del dattiloscritto Fontanazza, per renderla più leggibile: è stato il primo editor del padre e la scrittura li accomuna.

Giovanni intravede le potenzialità di quella storia-racconto, in cui il padre è un uomo che desidera lasciare un ricordo ai figli, il protagonista della vita che racconta e un personaggio dai tratti epici, immerso nelle vicende della storia d’Italia del Novecento. Giovanni Rabito crede fortemente nella possibilità di una sua pubblicazione. Sono gli anni del Gruppo 63, della scrittura sperimentale: la scrittura di Vincenzo Rabito, scrittura da «anafabeta» (come egli stesso si definisce nelle sue «pacene»), fatta di iperboli, con quel punto e virgola a fare di ciascuna parola una sequenza paratattica ˗ come fossero le scene e le gesta lette nel Guerin Meschino distribuito ai soldati della Prima guerra mondiale ˗ e una capacità di raccontare unica, che a tratti diviene lirica, sembra perfetta.

Così, Giovanni Rabito prova con Mondadori e Rizzoli, mandando una rielaborazione: nulla da fare. Nel 2001, allora, si reca a Pieve Santo Stefano a consegnare la propria versione di Fontanazza. Vogliono il dattiloscritto originale di Vincenzo Rabito, su cui lavorerà Luca Ricci (da solo fino al 2003, in tandem con Evelina Santangelo dal 2003: cfr. le interviste edite sui primi numeri di «Diacritica»), fino alla pubblicazione di Terra matta, per Einaudi.

Giovanni Rabito, nel corso della conversazione che abbiamo avuto con lui, evidenzia il cambiamento dell’editoria italiana tra gli anni Settanta e il 2000: un’editoria più di «consumo» e meno selettiva, capace di assorbire il colpo di un eventuale flop.

Terra matta, invece, diverrà un caso editoriale.

Prima di dattiloscrivere Fontanazza, Vincenzo Rabito è stato un narratore orale. Amava raccontare storie. Ce ne parla?… E a voi figli ne raccontava, da bambini?

Un gran raccontatore orale, decisamente, da sempre! E non solo delle proprie avventure e disavventure, ma anche di quello che aveva letto. Io e i miei fratelli, per farti un esempio, fin da piccoli abbiamo conosciuto i personaggi del Conte di Montecristo, pur non avendo mai avuto il libro di Dumas in casa, perché mio padre, che lo aveva letto in Africa, ce lo raccontava continuamente. L’abate Faria o Cataurasso, come chiamava lui il sarto Caderousse, per me sono rimaste tra le figure archetipiche della narrativa universale!

Da grandi, a lei e ai suoi fratelli, raccontava storie personali, aneddoti esilaranti che non siano magari in Terra matta? Che tipo era? Quale elemento caratteriale era la sua peculiarità: ironia, sarcasmo, irruenza, vitalità, forza di volontà, tenerezza? Che rapporto aveva con la fede?

Da grandi si parlava naturalmente di cose da grandi, di cronaca familiare sopratutto, della scuola o del lavoro (quando è arrivato il lavoro) o di politica anche, perché era un attento lettore di giornali, e ascoltatore di giornali radio, telegiornali (lo chiamava: u comunicatu!) e programmi giornalistici d’attualità. Era bravissimo a fare battute, sempre con tranquillità, però, e sorriso sulla bocca; sarcasmo pochissimo, ironia moltissima. Direi che la sua virtù maggiore era la pazienza. Sapeva ascoltare ed era assai tollerante. Con noi figli, poi, è stato un padre liberalissimo: potevamo e abbiamo fatto quello che ci è parso e piaciuto. L’unico punto a cui teneva molto, e sul quale insisteva anche pesantemente, era la scuola: dovevamo studiare e andare all’università etc.

La fede non lo interessava per niente. Mia madre ogni tanto a messa ci andava, ma lui mai. Il “dopo la morte” lo vedeva come una cosa molto terra-terra: dove uno viene messo (ragion per cui per prima cosa da vecchio s’è comprato una tomba buona al cimitero del paese!) e cosa gli altri diranno di te una volta che non ci sei più (Vincenzo Rabito è stato un buon uomo, un buon padre di famiglia etc.). Era una specie di materialista agnostico, insomma, con qualche sfumatura di primitivismo magico, come per esempio l’attaccamento speciale per la Madonna di Gulfi, patrona di Chiaramonte. Ma questo attaccamento, proprio alla statua e alla santina della Madonna, noi chiaramontani, in un verso o nell’altro, lo abbiamo tutti! Forse, più campanilismo che primitivismo, chissà!

Poi arrivò la Lettera 22, comprata per lei che è appassionato di scrittura. Ma iniziò a usarla lui. Era un rito quotidiano quello della scrittura?

L’avevo comprata io con i miei risparmi, per battere a macchina le mie poesie. Quando, poi, andai a studiare a Messina, nel 1967, l’ha cominciata a usare lui e, quando mi sono trasferito a Bologna, nel 1968, l’ha ereditata definitivamente. Sì, quello della scrittura credo fosse un rito quotidiano, o quasi.

Vi siete resi conto di cosa stesse facendo? Ci racconta questo corpo a corpo con la scrittura?

Beh, certamente io lo sapevo, e lui sapeva che io sapevo. Ma, negli anni Settanta, ci andavo pochissimo a Ragusa e, quindi, ho dei ricordi vaghi del suo corpo a corpo con la macchina da scrivere. I miei fratelli, anche loro, erano sposati e, quando lo andavano a trovare, in loro presenza sono sicuro che tutto avrebbe fatto tranne che scrivere. Quindi, anche se hanno visto la stanza dove scriveva o l’enorme catasta di fogli e quaderni che si accumulavano, non ci hanno fatto caso, o magari hanno classificato il tutto come un innocuo passatempo. Mia madre, del resto, detestava quello che faceva o diceva mio padre; quindi, lo ignorava e, dopo la sua morte, ha pensato bene di buttare tutto il contenuto della stanza nell’immondizia, macchina da scrivere compresa. I dattiloscritti, se non li avessi presi con me, avrebbero fatto la stessa fine!

Suo padre ha raccontato la propria vita nelle 1027 «pacene» di Fontanazza. Poi lei ha portato i quaderni a Bologna. Erano gli anni ’70. Ci racconta la sua gioventù: l’Università, la scrittura, la politica? Com’era l’Italia di quegli anni? E, in mezzo a tutto questo, i tentativi di fare delle versioni italianizzate di Fontanazza

Ho fatto un anno di Giurisprudenza a Messina e, poi, mi sono trasferito a Bologna perché avevo pubblicato un libro di poesie con un amico che faceva l’editore lì. Certo, tutto m’interessava in quegli anni tranne che la Giurisprudenza. Mi sono messo a convivere con una donna molto più grande di me e insieme abbiamo fatto “cose da pazzi”, come si dice: tipo attraversare il Sahara con la macchina, per andare in Angola. Frequentavo molti ambienti letterari underground, legati in qualche modo alla Neo-Avanguardia e al Gruppo 63, pubblicavo poesie su riviste tipo «Technè» o «Marcatrè» e naturalmente facevo anche politica di tipo extraparlamentare: di sinistra, per intenderci.

Mi davo anche da fare per spingere Fontanazza, nel quale credevo. A Milano, lo feci vedere a qualche “intellettuale” immischiato nel business dell’editoria importante, tipo Mondadori o Rizzoli, ottenendo risposte sempre entusiaste sul contenuto del libro, sì, ma negative riguardo a una possibile collocazione. Poi, io e la mia donna abbiamo deciso di aprire un negozio d’antiquariato orientale a Bologna: andavamo su e giù dall’India, con la macchina, via Persia e Afghanistan (allora c’erano il Re, in Afghanistan, e l’hashish, che c’è ancora, e in Persia c’era lo Shà!), e quindi ci veniva facile reperire il materiale. L’università, a quel punto (1976), con gran disperazione di mio padre, era tramontata del tutto!

Secondo lei, perché negli anni ’70 le versioni di Fontanazza che fece non interessarono gli editori, mentre nel 2000 il lavoro di Luca Ricci ha suscitato l’interesse di Einaudi?

Non saprei dire esattamente. Probabilmente ci troviamo di fronte al classico caso del trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Una riflessione, comunque, la farei. Allora, sembrava ci fossero come due linee antitetiche nell’editoria italiana: una esclusivamente di prodotti di elevato livello culturale, e una di normale consumo. Einaudi, per dire, pubblicava libri solo per gli intellettuali (che erano tanti), mentre Mondadori o Rizzoli classici e gialli per la massa. Tutto sommato, però, la produzione di libri era assai inferiore ad adesso; di conseguenza, lo spazio per pubblicare era più ristretto e c’erano molte meno possibilità di collocazione per un libro difficile e complesso come quello di mio padre. Poi, è sopravvenuta una crescita abnorme, ma anche un livellamento generale, e tutta l’editoria è diventata di consumo. A parte quella universitaria, specialistica e altamente intellettuale, il resto anche adesso deve obbedire all’imperativo delle vendite assicurate. L’Einaudi che tutti conosciamo non è più l’Einaudi di Pavese o di Calvino: deve aver pensato (con la testa di Paola Gallo, capo dipartimento della narrativa italiana) a una specie di rischio calcolato. Terra Matta, dopotutto, come vincitore del Premio Pieve, tremila copie le vendeva di sicuro: quindi, un flop completo non sarebbe stato comunque. Inoltre, il testo era decisamente interessante, con la storia d’Italia etc.: perché non provare? E, alla fine, bisogna dire che tanto male non è andata, con circa quarantamila copie ufficialmente vendute!

Come ci si sente a essere stato il primo destinatario, assieme a Salvatore e Gaetano, di quel dattiloscritto? C’era un’affinità elettiva con suo padre? Solo la passione per la scrittura, o per via di aspetti del carattere?

Difficile rispondere a questa domanda. E bisognerebbe anche distinguere tra prima e dopo il “successo”… Per i miei fratelli è stato senz’altro uno shock più forte del mio quello di scoprire un padre scrittore di “successo” e sono stati costretti in qualche modo a rivederlo sotto un altro occhio… Senz’altro, io ho in comune con lui la passione dello scrivere: è indubbio. Ma mio padre aveva altre qualità che io non ho e che, invece, ha mio fratello Turi: la tenacia e l’amore per il lavoro, per esempio, o la capacità di portare i soldi a casa.

Suo padre nelle sue «pacene» la definisce «pazzo» e «stuorto»: aveva ragione?

Decisamente!

Il passaggio di testimone di quel dattiloscritto fu silenzioso. Fu lei a prenderlo con sé, di propria iniziativa? Suo padre non gli chiese mai che fine avessero fatto i suoi quaderni? Forse, sperava che lei diventasse veicolo per tramandare quella storia? Fino ad arrivare al pubblico?

Lo presi di mia iniziativa, ma mio padre lo sapeva e ne fu molto contento. Lo dice anche espressamente nel secondo memoriale. A quanto sostiene, gli avevo promesso che avrei riscritto la parte riguardante la Prima guerra, per pubblicarla in qualche modo. Questo lo rese molto felice, eppure negli anni seguenti non mi chiese mai che cosa ne era stato di quel progetto o dove erano andati a finire i suoi quaderni. Come saprai, aveva ricominciato a scrivere tutta la propria vita, dal principio, e questo evidentemente gli bastava!

Ci racconta la collaborazione, via mail dall’Australia, con Luca Ricci che ha lavorato su Fontanazza fino alla pubblicazione di Terra matta?

Luca è stato bravissimo, prima a trovare il finanziamento per poter lavorare sul dattiloscritto (ha impiegato un paio d’anni, diciamo dal 2001 al 2003) e, poi, a darsi da fare per riuscire a trovare l’editore giusto, e alla fine l’ha trovato.

In quei due anni abbiamo avuto contatti email quasi quotidiani. Mi mandava le frasi che non capiva, con i luoghi e le persone di Chiaramonte etc., e io cercavo di illuminarlo. Poi, Einaudi ha deciso di far fare l’editing ad Evelina Santangelo e sono passati altri tre anni. Il libro, come sai, è uscito nel 2007!

In questi dieci anni, Terra matta è stato libro, poi rappresentazione teatrale, ora docufilm. Ha messo in moto un circuito storico-etnografico con “Progetto Terra matta” e “L’Archivio degli Iblei”. Fontanazza è diventata una delle autobiografie-simbolo dell’Archivio diaristico nazionale a Pieve Santo Stefano. A suo avviso, qual è il segreto del successo di Terra matta? I fatti storici raccontati? Le molte vite vissute da Vincenzo Rabito? La narrazione-fiume in una lingua fatta di cuntu siciliano, dialetto, italianizzazioni?

Il discorso sarebbe lungo, perché se n’è parlato e si è scritto già molto sulle qualità di questo libro: tra poco addirittura uscirà un fascicolo della rivista accademica internazionale «JMIS» («Journal of Modern Italian Studies»), in inglese, tutto dedicato al fenomeno Vincenzo Rabito/Terra Matta. Quale il segreto? Un po’ di tutte queste cose direi: le indubbie qualità narrative dello scrittore; la lingua inusitata, ma efficacissima; il contenuto documentario che così bene ci fa conoscere una vita «molto maltratata e molto desprezzata», intrecciata per giunta con gli eventi più significativi della storia italiana del Novecento; la morale (o il messaggio, come si diceva una volta) che viene fuori da tutta la storia, dalla tenacia e capacità di sopravvivenza fino all’amore appassionato per la famiglia e per i figli… Ancora all’inizio è, comunque, l’iter per una valutazione critica più stringente e precisa dal punto di vista più specificamente letterario!

Cosa c’è di diverso, invece, nella seconda versione dattiloscritta da suo padre, negli anni in cui lei portò Fontanazza a Bologna?

Parecchie sono le differenze. In generale, si può dire che nella prima versione mio padre sia stato molto più spontaneo e istintivo. La sua intenzione era semplicemente quella di mettere per iscritto l’autobiografia di un uomo, cercando di capire il valore e il significato della sua esistenza. Insomma, voleva dire al mondo, o a noi figli sopratutto, chi era Vincenzo Rabito! Nella seconda versione, invece, si è già scoperto scrittore. Ama scrivere e raccontare, e quindi cerca a modo suo di “romanzare” un poco di più la propria vita, aggiungendo dettagli o modificando addirittura dei fatti: tutto allo scopo di intrattenere o divertire un eventuale lettore. «Quel bugiardo innocente», insomma, di cui si parla in Mimesis di Auerbach a proposito di Omero, «che mente per dar piacere e con la sua vita saporosa e colorita allieta il lettore e ne cattura la simpatia». Un vero scrittore, per concludere, che arricchisce l’esperienza con i ricami e le giravolte tipiche del romanzesco. Un romanzesco, in questo caso, del tutto picaresco e primitivo, “cantastoriesco” e teatrale, infarcito dei sentimenti di base del popolo siciliano, quali la gelosia, la vendetta, l’invidia, l’odio per il sopruso dei potenti, ma anche la generosità e la solidarietà, la “fratanza”, la “comparata”, l’abbraccio col compaesano.