“L’Italia che scrive” di A. F. Formiggini: storia di chi scrive e di chi legge (1918-1938)

Autore di Raffaella Anna Indaco

Nata dall’esigenza, avvertita da Formiggini stesso, di un serio e corretto mezzo di informazione bibliografica alla portata di tutti e non solo riservata agli addetti ai lavori, che in un mercato asfittico e segnato dalle vicende belliche potesse dirigere una domanda di cultura e di informazione, e guadagnare sempre nuovi “consumatori” usuali[1], «L’Italia che scrive» fu lo strumento attraverso il quale l’editore si espresse nel corso della propria vita sia dal punto di vista politico sia da quello culturale. Articolato in diverse rubriche, ognuna dedicata a un argomento differente, vide la partecipazione attiva di moltissimi intellettuali del periodo[2].

La cultura e l’editoria nei primi decenni del Novecento

Agli esordi del nuovo secolo si verificò un cambiamento complessivo nell’editoria e nella stampa italiane, anche se i grandi processi di trasformazione si determinarono tra gli anni Venti e Trenta; già in questa fase, comunque, cominciarono a porsi le premesse per l’evoluzione in senso industriale dell’editoria e la caratterizzazione del libro come oggetto di largo consumo. Erano favorevoli anche le condizioni di una forte espansione del mercato della stampa quotidiana e periodica, e si andò determinando un ampliamento del pubblico di lettori con un conseguente mutamento dei loro gusti, che nel campo della narrativa cominciavano a riguardare gli scrittori stranieri assieme a quelli italiani, determinando l’inizio del fenomeno dei bestseller[3].

Successivamente, anche il fascismo rivolse molta attenzione all’editoria poiché a essa venne riconosciuta una funzione educativa, finalizzata alla formazione del nuovo uomo italiano voluto da Mussolini. L’editoria, così, non era più estranea alla vita nazionale e aveva come obiettivo quello della produzione di libri per gli italiani dentro e fuori dal confine. Sorsero, inoltre, moltissimi istituti culturali che pubblicarono collane e riviste politiche e storiche di impronta fascista, come gli istituti diretti da Giovanni Gentile, che esercitò un’egemonia culturale durante il Ventennio, ricoprendo anche un ruolo più che attivo all’interno del mondo editoriale italiano. Fu, infatti, uno dei maggiori sostenitori del regime nella cerchia degli intellettuali italiani e intervenne anche nel progetto enciclopedico proposto da Formiggini.

Lo stato dell’informazione bibliografica in Italia era molto scadente, anche in rapporto agli altri Stati europei: esisteva solo il bollettino curato dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che però veniva pubblicato con una periodicità irregolare, così da essere di fatto inservibile per coloro che volevano essere aggiornati sulla recente produzione libraria italiana. Fuori dall’ufficialità, invece, veniva pubblicata una miriade di bollettini e di riviste bibliografiche curate da Enti privati o da organizzazioni culturali di vario livello e incidenza, ma con scarso risultato soprattutto dal punto di vista della diffusione[4].

Angelo Fortunato Formiggini fu un operatore culturale molto attento al mercato editoriale e la fondazione dell’«Italia che scrive» non fu casuale nel suo percorso: nella sua concezione editoriale, infatti, il settore della pubblicistica e quello della produzione di opere in volume si integravano vicendevolmente. L’idea era che l’editore non avrebbe svolto in pienezza il proprio lavoro di mediatore culturale se non avesse attivato canali adeguati di diffusione del libro, dato che la pubblicazione di opere qualitativamente valide per contenuto, forma e raffinatezza dell’edizione non avrebbe assicurato di per sé la diffusione delle stesse presso il pubblico. Una rivista propria avrebbe potuto promuovere l’informazione, l’intrattenimento e la riflessione critica[5]. L’esigenza di fondare un periodico di informazione bibliografica sembrerebbe risalire già al 1908, quando Formiggini presentò le prime edizioni nel corso delle feste Mutino-Bononiensi, ma in effetti la struttura organizzativa della casa editrice, con i primi spostamenti in varie città italiane, non avrebbe potuto sostenere la gestione amministrativa e progettuale di un periodico bibliografico come sarebbe stato poi «L’Italia che scrive».

La rivista

«L’Italia che scrive», con il sottotitolo «Rassegna per coloro che leggono. Supplemento mensile a tutti i periodici», poi solo per il 1935 «Rassegna per l’Italia che legge» e infine negli ultimi due anni «Rassegna per il mondo che legge»[6], rappresentò per Formiggini qualcosa di più di una rassegna o di un supplemento: fu il felice organo di battaglia e di propaganda libraria[7], come venne definita da Formiggini stesso. Più volte egli sottolineò con grande rigore non solo il ruolo culturale avuto dalla rivista, ma anche la sua forte e capillare diffusione, il numero elevato di abbonamenti, l’essere una delle poche, se non l’unica, iniziativa dell’epoca incisiva anche sul piano economico.

«L’Italia che scrive» fu essenzialmente la rivista del suo direttore non solo per la presenza di Formiggini nella cabina di regia ininterrottamente dal 1918 al 1938[8] − anno della sua morte −, ma anche perché la sua fu una direzione attiva, capace di organizzare una presenza culturale di intellettuali che cercavano di far sentire la propria voce seppur con modi e toni diversi. Proprio per questo legame così stretto, la storia di Formiggini si rispecchia nella rivista; anche nella forma, nella stessa presentazione editoriale e tipografica.

Dall’analisi delle opere creative e saggistiche affiora un mondo sommerso e la rivista aggiunge alla ricostruzione storica dati informativi sui testi e sugli autori a volte perduti nella memoria del secondo Novecento, sollecitando, nonostante tutto, recuperi diretti dei volumi menzionati e rivelando spesso impensati collegamenti tra discipline differenti, come la letteratura per l’infanzia e quella straniera, e reggendo il confronto con la riflessione proposta da altri periodici[9].

Formiggini nell’editoriale del primo numero scriveva:

«L’Italia che Scrive» agiterà le principali questioni inerenti alla vita del libro italiano in quanto esse sono essenziali alla vita spirituale della nazione, e tratterà dei problemi della cultura in quanto essi hanno una proiezione sulla vita del libro. Questo nuovo periodico si propone inoltre di creare una intesa fra quanti vivono per il libro e lo amano, cioè fra gli autori, gli editori, i librai, coloro che si dedicano alle arti grafiche e infine i consumatori del libro, cioè il pubblico di lettori. Si sente dire spesso che in Italia si legge poco: ciò è vero soltanto in parte; comunque «L’Italia che scrive» col mettere sotto gli occhi di coloro che leggono una bibliografia fresca, sistematica e vivace della produzione editoriale italiana, contribuirà certo a una maggiore diffusione del libro. […]. Ma la bibliografia potenziale ha pure, oltre che un grande fascino di curiosità, una notevole importanza per dare un quadro più completo della fisionomia spirituale di singoli autori»[10].

Il sottotitolo ben sottolineava l’intento di guardare alla cultura dal punto di vista della produzione, senza sottovalutare il punto di vista della fruibilità da parte del lettore. Allo stesso tempo tracciava un possibile percorso di trasversalità della proposta informativa, che poteva costituire un arricchimento a qualsiasi rivista. Il carattere di italianità del periodico e il desiderio di proporre un sapere accessibile si concretizzarono sul piano editoriale soprattutto a partire dalla rubrica che costituì la sua anima: Notizie bibliografiche.

Formiggini non volle creare una rivista “seriosa” e difficile da leggere e orientò comunque le proprie scelte editoriali in modo da favorire l’ampliamento del pubblico dei lettori, anche attraverso l’introduzione di rubriche agili e di gradevole lettura.

Non sempre sono facilmente identificabili gli specifici destinatari di un’iniziativa o di una collana formigginiana, poiché si assiste spesso al mescolamento di istanze colte e popolari, sia per quanto attiene ai contenuti sia per il linguaggio utilizzato. «L’Italia che scrive», ad esempio, è una rivista che affronta sicuramente temi di cultura “alta” con il contributo di intellettuali prestigiosi, ma è anche programmaticamente destinata a un pubblico il più ampio possibile e per questo alla riflessione colta affianca un tono ironico e diretto.

L’editore mostrò sempre molto interesse per le biblioteche e per le competenze tecniche e professionali dei bibliotecari, avendo ben chiaro il loro ruolo strategico per la diffusione del libro e la promozione della lettura. Tale interesse emerge chiaramente sulle pagine dell’«Italia che scrive», cui Formiggini chiamò a collaborare anche moltissimi bibliotecari come Domenico Fava, Giuseppe Fumagalli, Ettore Fabietti, Giannetto Avanzi, Olindo Guerrini, che nei loro contributi descrissero il mondo delle biblioteche e lo stato delle diverse discipline relative al libro. L’esordio, rituale che venne ripetuto dal direttore ogni anno, conteneva in sintesi i tre punti principali sui quali «L’Italia che scrive» sarebbe costantemente ritornata: il legame tra il libro e la vita spirituale della nazione e, quindi, la crescita dell’editoria vista come completamento necessario di un discorso più ampio e più vasto sullo stato della cultura italiana; la collaborazione, l’intesa – come scriveva Formiggini -, tra gli operatori, coloro che si dedicano alle arti grafiche, e i consumatori del libro; infine, il tentativo di colmare una lacuna reale, offrendo una rivista bibliografica ampia negli intenti e nei risultati, capace di stimolare nuove energie e di colmare il tempo perduto.

Il programma della rivista era stato presentato da Formiggini al Congresso del Libro un anno prima dell’uscita del primo numero ed era stato, poi, confermato nel bollettino editoriale del febbraio 1918.

Il Congresso del Libro si tenne a Milano dal 2 al 5 aprile 1917 e vide la partecipazione di personalità di spicco come Piero Barbera, Adolfo Orvieto, Andrea Galante. Si trattava di un’iniziativa proiettata verso il futuro e la ricostruzione culturale del Paese, la cui proposta consisteva nell’individuare un terreno di confronto tra intellettuali e mondo dell’editoria.

La vera forza del Congresso risiedeva nella ricerca di una congiunzione tra mondo scientifico ed editoriale per favorire interventi mirati e integrati in ogni settore di pertinenza del libro, allo scopo di sviluppare l’educazione secondo una logica estensiva. Editori, biblioteche, scuole furono interpretati come mediatori privilegiati per la costruzione di un nuovo tessuto nazionale unitario.

Il Congresso ebbe, inoltre, il merito di sottolineare l’esigenza di creare più stretti legami tra autori e lettori attraverso la mediazione editoriale[11]. Il cuore del discorso del Congresso del Libro partiva dal presupposto che in Italia si legge poco e che il pubblico italiano non legge, e riguardava, quindi, la necessità di promuovere una “coscienza nazionale del libro”, nella convinzione che questa concorresse in larga misura alla costruzione dell’identità nazionale italiana[12]. Galante, inoltre, sollecitava la pubblicità dei libri tramite la creazione di un’apposita rivista «spicciola e popolare, la quale metta al corrente chi voglia istruirsi in cose di libri»[13]. La mancanza di una capillare diffusione della lettura non sembrava al conferenziere dipendere da un disinteresse del pubblico, quanto semmai dalla scarsità di canali e di strumenti atti a informare e a coinvolgere potenziali lettori. Il relatore esprimeva, quindi, il bisogno di avere una rassegna «in cui si dicesse particolarmente quanto contiene il libro nuovo di buono»[14]. In questo contesto di riflessione si situò appunto la comunicazione di Angelo Fortunato Formiggini.

Non erano presenti a Formiggini, neanche quando trattò di repertori e argomenti bibliografici, i motivi storici della mancanza in Italia di importanti riviste bibliografiche. L’approfondito dibattito culturale espresso nel corso del Congresso può senz’altro essere visto anche come una fucina di idee per l’editore modenese, in grado poi di elaborarle in maniera libera e costruttiva all’interno dell’«Italia che scrive».

Infatti, diversi editori[15] tentarono, seppur con scarsi risultati, di realizzare una pubblicazione generale di tutto quanto si stampava in Italia, ma nessuna di queste iniziative può essere paragonabile a quanto realizzato da Formiggini a partire dal 1918.

Analizzando concretamente la rivista e la sua struttura, ci si rende conto che le Notizie bibliografiche furono il cuore delle rubriche e costituirono la “cronistoria del movimento spirituale” del quale i lettori dovevano essere spettatori attivi e partecipi. Le recensioni, inizialmente redatte dagli stessi autori, avevano una caratteristica più o meno volutamente informativo-promozionale. Successivamente esse furono affidate a collaboratori scelti con maggiore accuratezza, tant’è che nel primo numero dell’aprile del 1918 una premessa alla rubrica Notizie bibliografiche a cura della redazione precisava la diversa attribuzione dei vari contributi critici[16].
Già dal secondo numero della rivista, Formiggini decise di diversificare ulteriormente gli interventi «impugnando egli stesso la penna», scrivendo articoli e firmando con il simbolo «l’x».

Le Notizie bibliografiche[17] erano al loro interno suddivise in base ad argomenti che rimasero sostanzialmente identici nel tempo, a sostegno della preferenza di Formiggini per quei determinati temi; talvolta cambiarono nome, ma senza mutare mai contenuto e collaboratori.

Se si confrontano i collaboratori delle prime annate con quelli delle ultime due, si potrà individuare con una certa evidenza il cambiamento, e in questo bisogna rintracciare lo scadimento della rivista, un cedimento alle difficoltà della casa editrice e il venir meno dell’entusiasmo che aveva contraddistinto la personalità del suo direttore.

Alla rubrica Notizie bibliografiche Formiggini volle accostare altre rubriche temporanee, interventi limitati alla collaborazione di un intellettuale, articoli di più ampio respiro. Tra questi ultimi vanno sicuramente segnalati i Profili, inaugurati nel secondo numero della rivista da un articolo di Dino Provenzal su Renato Fucini e che si conclusero dopo 171 interventi.

«L’Italia che scrive» si prefiggeva, nel proprio programma, il compito di raccogliere e divulgare le notizie sulla produzione libraria nazionale; ma ebbe anche la necessità di coprire altri settori come la bibliografia, che attirava l’attenzione di bibliotecari e archivisti. Data la mancanza di riviste e strumenti appositi, Formiggini aveva ben compreso che nell’Italia unita si dovevano offrire strumenti più attenti alle raccolte di documenti indispensabili agli studiosi.

Bisogna sottolineare che «L’Italia che scrive» non fu solo l’emanazione di un progetto di un gruppo di intellettuali, ma ebbe dietro di sé la cura e gli interessi di un editore che più volte dichiarò come proprio questa rivista fosse, per lui, la creatura più cara.

La struttura della rivista

La rivista, solitamente, in prima pagina riportava il sommario dove venivano riportate le rubriche: i Profili di autori contemporanei e la Bibliografia; seguivano gli Istituti di cultura, descrizioni della vita e dell’attività di istituzioni culturali antiche e recenti; i Periodici, brevi schede di periodici attuali; Confidenze degli autori e Confidenze degli editori, e infine la Rubrica delle rubriche, che raccoglieva le notizie sul mondo editoriale e librario da ogni parte d’Italia.

Una delle parti più significative è costituita dalle Recensioni, schede informative sul libro, e dalle Recentissime, indicazioni bibliografiche divise per materia[18]; queste ultime furono affidate dapprima a Domenico Fava, direttore della Biblioteca Estense di Modena.

Negli anni precedenti all’intervento massiccio del regime sulla cultura e sugli intellettuali, la rivista visse i suoi anni più vivaci e assunse la struttura di un quadro organico del panorama culturale e dell’organizzazione intellettuale italiana. Come si può evincere dal titolo, «L’Italia che scrive» si colloca coscientemente all’interno di quell’atmosfera nazionalistica che aveva caratterizzato i primi decenni del secolo; la prospettiva di Formiggini fu, però, quella di arrivare a un’effettiva concorrenzialità del prodotto italiano sul mercato internazionale, ma per questo fu necessario un profondo mutamento dell’azienda editoriale e dello stesso commercio nazionale. Interlocutori privilegiati di Formiggini per questa battaglia furono editori e librai, a cui egli si rivolse costantemente per l’elaborazione di una linea d’intervento unitaria.
Come accennato, «L’Italia che scrive», il periodico dei periodici (per dirla con Formiggini), può costituire uno specchio della realtà dell’epoca sia dal punto di vista culturale sia da quello politico. Ad esempio, un aspetto tra i più caratterizzanti della rivista, dell’attività editoriale di Formiggini e della sua stessa esistenza fu costituito dal rapporto con Giovanni Gentile.

Il rapporto tra l’editore modenese e il fascismo fu sempre piuttosto difficile e controverso: egli fu un grande ammiratore di Mussolini, che inizialmente considerava l’uomo giusto, colui il quale poteva favorire la valorizzazione nel mondo dell’attività intellettuale italiana, ma dall’altra parte fu fortemente critico nei confronti di Giovanni Gentile.

«L’Italia che scrive» non fu un mensile che si occupò espressamente di politica; gli avvenimenti e gli sconvolgimenti che percorsero il Paese dal 1918 al 1938 apparvero, infatti, quasi defilati sulle pagine della rivista. Nessun collaboratore prese chiaramente la parola per affrontare il rapporto tra cultura e politica e, quindi, la rivista potrebbe dare l’idea di un periodico asettico ed estraneo ai problemi che affliggevano la contemporaneità e che si ripercuotevano sulla cultura e sulla società. In realtà, come per le altre rubriche, anche per Politica e problemi sociali bisogna far riferimento ai singoli recensori.

La decisione di mantenere il mensile tutto all’interno della linea culturale derivava dalla concezione di Formiggini secondo cui la politica veniva riassorbita in una visione della vita interessata soprattutto all’uomo e alla sua etica. Furono, quindi, le recensioni a parlare, e soprattutto i recensori che portarono i loro interessi nella rivista.

Alcune rubriche della rivista

Molti furono gli articoli apparsi su «L’Italia che scrive» dedicati alla storia delle case editrici, ma la rubrica Editori ed artieri del libro, nella quale venne pubblicato un contributo dedicato ai Barbera[19], non ebbe una continuità significativa né una collaborazione duratura. Gli interventi su questo argomento appaiono piuttosto casuali e talvolta affidati allo stesso Formiggini o in altri casi ad alcuni stretti collaboratori della rivista. Alcune notizie sulle pubblicazioni e sulle case editrici si possono evincere dalla rubrica Confidenze degli editori, ma l’attenzione dell’«Italia che scrive» per le case editrici si concretizzò soprattutto negli articoli dedicati alle nuove case editrici che avevano operato una rottura con l’editoria ottocentesca e risorgimentale, e a quegli editori che a partire dagli anni Venti rappresentarono l’espansione dell’editoria di massa.

Quando nel 1918 Formiggini decise di pubblicare il primo numero della rivista, si era trasferito già da alcuni anni a Roma, dove sembrava aver trovato le condizioni adatte per poter proseguire la propria attività, sebbene l’editoria non potesse disporre nella città di un humus fertile e stimolante nel quale fiorire; le esperienze a Modena e Genova non avevano, comunque, portato i risultati auspicati dall’editore e nella capitale la presenza della moglie romana – sua fedele collaboratrice –, la vicinanza delle accademie e degli istituti con i quali era in contatto gli avevano reso la permanenza più piacevole.

Nella nuova sede Formiggini trovò gli stimoli che aveva cercato vanamente a Genova, ma non risparmiò comunque critiche ai colleghi romani, a conferma della disomogeneità del panorama editoriale romano. Vi era, infatti, una scarsa tradizione tipografica, che l’editore sottolineò già nel 1920 nel numero del suo periodico in cui dedicava un articolo al convegno che sanciva la fine dell’Atli e la nascita dell’Aeli e in cui si consumava la rottura definitiva tra la rappresentanza di categoria dei tipografi e quella degli editori[20].

Sempre sull’argomento delle case editrici si registrano degli interventi piuttosto casuali: il più delle volte essi furono affidati allo stesso Formiggini, mentre in altri casi a collaboratori occasionali. Non è chiaro il motivo dello scarso successo della rubrica Editori ed artieri del libro, che sembrava adatta alla linea della rivista formigginiana. Tortorelli ha spiegato questo mancato successo con la presenza della rubrica Confidenze degli editori, che rese inutile un’altra rubrica che affrontava una tematica molto simile, poiché in quest’ultima era possibile trovare le ultime novità e le pubblicazioni recenti.

Sin dal suo primo anno di vita, la rivista inaugurò tra le altre la rubrica Discipline critico-religiose, titolo che sarebbe rimasto invariato, fatta eccezione per qualche numero dove figurò con il titolo Religione. La rubrica venne curata da Ernesto Buonaiuti e fu proprio grazie a lui che il periodico s’inserì all’interno del panorama di rinnovamento del dibattito teorico, metodologico e politico degli anni Venti. Il contributo di Buonaiuti non si fermò a una puntuale panoramica di recensioni, ma rimandò anche a delicate questioni che toccavano l’editore stesso e la concezione del rapporto religione-individuo, e religione e società civile.

La rubrica non si limitò ad affrontare le diverse concezioni di Formiggini e Buonaiuti sul problema religioso, ma ebbe anche un certo rilievo battagliero nei confronti dell’idealismo di Croce e Gentile.

Sebbene alcuni dibattiti, prese di posizione e articoli non trovassero sempre d’accordo Formiggini e gli altri collaboratori, nella rubrica si registrò sempre una partecipazione simile a quella che caratterizzava le altre. La rubrica Discipline critico-religiose, infatti, non si esaurì soltanto nei contributi del suo ideatore, ma accolse anche le posizioni di altri studiosi che seguirono altrettante strade autonome e originali.

Tra i collaboratori ricordiamo Adriano Tilgher, Luigi Salvatorelli, Paolo Emilio Pavolini, Cesare Botti, Giuseppe Tarozzi, Ettore Lo Gatto, Alberto Pincherle, Agostino Biamonti, Marcella Ravà, Raffaello Morghen. Emblematico fu anche il rapporto tra il direttore della rivista e il direttore della rubrica: dislocati su posizioni diverse, erano piena espressione della difficoltà dei tempi che si trovavano a vivere. Il focus della rubrica sarebbe stato quello di rimettere in movimento la nostra tradizione e la nostra produzione, tralasciando gli articoli di argomento biblico, storico-ecclesiastico e apologetico che erano, invece, il centro del periodico «La Civiltà cattolica» o dei mensili «Athenaeum» e «Rivista italiana di filologia».

Dal 1925 al 1938 si assisté a una diminuzione della presenza di Buonaiuti sulle colonne della rivista. Siamo nel periodo del consolidamento del fascismo. La politica della Chiesa verso la dittatura e la stipula del Concordato non rimasero escluse dalle pagine dell’«Italia che scrive», che ancora una volta dimostrò di non volersi piegare davanti al clima politico imperante, il che fu reso possibile grazie alla forza e alla volontà di resistenza da parte dei collaboratori che difendevano le loro idee e gli interventi sul periodico, anche se la rivista si ritrovò a subire uno stretto controllo dovuto anche all’inserimento di collaboratori più vicini alle posizioni del regime fascista.

La letteratura straniera

Se da un lato Formiggini non può essere considerato come uno di quegli editori che più parteciparono al rinnovamento e alla specializzazione della cultura italiana, e se gli autori e le traduzioni risentirono degli interessi personali dell’editore, un discorso diverso deve essere fatto per la rivista «L’Italia che scrive», le cui colonne ispirano numerose riflessioni.

La rubrica Letterature straniere in Italia, apparsa sin dal primo numero del periodico con una lunga presentazione non firmata, ma da attribuirsi con ogni probabilità allo stesso Formiggini, sembrava essere consapevole del periodo storico-politico coevo: si era, infatti, cominciato a tradurre molto, non sempre il meglio, e per questo tanti capolavori erano ignorati o restavano poco noti senza riuscire a oltrepassare i confini e a trovare una degna veste italiana.

Nelle prime annate dell’«Italia che scrive» fu riservata una certa attenzione alla letteratura straniera e così, quando nel 1920 apparve nella rubrica Confidenze degli autori il primo breve intervento di Ettore Lo Gatto ad illustrare il proprio lavoro di editore e traduttore, possiamo dire che la rivista aveva già iniziato a offrire alla cultura italiana quel panorama bibliografico ormai indispensabile sulle letterature straniere.

Bisognò arrivare al 1928 perché iniziasse a formarsi un interesse continuo e puntuale sulla letteratura americana che, poi, dagli anni Trenta diventò quasi esclusivo sulle pagine del periodico. Il 1928 è l’anno in cui Leonardo Kociemski iniziò a parlare di Jack London, la cui fortuna si evince anche considerando la sua presenza nei cataloghi e nei giornali delle case editrici socialiste, presentato come autore accusatore del sistema capitalistico, come libero scrittore fuori dai vincoli dell’accademia e, per la sua stessa vicenda biografica, vicino alle tribolazioni del popolo.

Nelle ultime due annate dell’«Italia che scrive» con Formiggini alla direzione, furono segnalati, infine, i volumi di autori del calibro di William Faulkner, Margaret Mitchell e John Steinbeck con le traduzioni di Cesare Pavese ed Elio Vittorini. Se la letteratura inglese e quella americana godevano di una presenza critica apprezzabile, risulta inspiegabile la scarsità di contributi critici relativi all’assai diffusa letteratura francese o a quella tedesca soprattutto negli anni Trenta, quando il nostro Paese si avvicinò politicamente alla Germania. Anzi, dal 1930 si registra un incremento della letteratura americana, depositaria anche di valori democratici estranei rispetto alla linea culturale proposta dal fascismo.

L’attaccamento del fondatore alla sua creatura fu tale che la sua direzione si esaurì soltanto con la sua tragica fine, nel 1938. Il lascito più prezioso di Formiggini è rappresentato dall’aver dato vita a un vero e proprio osservatorio sulla produzione editoriale del tempo, sorto proprio quando si avvertiva la necessità di riannodare i fili della cultura italiana con quella europea, riuscendo a mantenere vivi il dibattito e il contatto con gli intellettuali, molti dei quali emarginati dal regime. Nella rivista, infatti, poterono cimentarsi generazioni diverse di esperti di vari campi del sapere e un’attenta lettura dell’«Italia che scrive» può rivelare molti aspetti ancora non del tutto noti della cultura degli anni Venti e Trenta, specie in relazione allo sviluppo dell’editoria nazionale nel corso dei primi decenni del Novecento.

  1. Cfr. L. Balsamo, R. Cremante, Angelo Fortunato Formiggini: un editore del Novecento, Bologna, Il Mulino, 1981, pp. 391-424.
  2. Si presenta qui un estratto della tesi di Laurea Magistrale dal titolo «L’Italia che scrive» di A. F. Formiggini: storia di chi scrive e di chi legge, discussa presso la “Sapienza Università di Roma” nel gennaio del 2019: relatrice la Prof.ssa Maria Panetta e correlatore il Prof. Giovanni Solimine.
  3. Cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani, Bari, Laterza, 2007.
  4. Cfr. S. Fava, Percorsi critici di letteratura per l’infanzia tra le due guerre, Milano, Vita e Pensiero, 2004, p. 59.
  5. Cfr. M. I. Palazzolo, I tre occhi dell’editore: saggi di storia dell’editoria, Roma, Archivio Izzi, 1990, pp. 56-64.
  6. Cfr. G. Tortorelli, L’Italia che scrive, 1918-1938: l’editoria nell’esperienza di A. F. Formiggini, Milano, F. Angeli, 1996, p. 15.
  7. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo: storia della mia casa editrice, Modena, Riccardo F. Levi, 1977, p. 39.
  8. La direzione e l’amministrazione restarono nelle mani di Formiggini almeno fino al 1934, finché non venne chiamato a collaborare alla direzione Giuseppe Zucca per un anno.
  9. Cfr. S. Fava, Percorsi critici di letteratura per l’infanzia tra le due guerre, op. cit., pp. 12-13.
  10. A. F. Formiggini, Esordio, in «L’Italia che scrive», anno I, 1918, p. 3.
  11. Cfr. G. Tortorelli, L’Italia che scrive, 1918-1938: l’editoria nell’esperienza di A. F. Formiggini, op. cit., pp. 33-35.
  12. A. Galante, La diffusione del libro in Italia e la coltura nazionale, in “Società italiana per il progresso delle scienze e Associazione italiana per l’intesa intellettuale fra i paesi alleati e amici”, p. 49, riprodotta in L. Balsamo, R. Cremante, Angelo Fortunato Formiggini: un editore del Novecento, op. cit., pp. 224-26.
  13. Cfr. S. Fava, Percorsi critici di letteratura per l’infanzia tra le due guerre, op. cit., pp. 49-50.
  14. Ivi, p. 50.
  15. Come Francesco Pastore, Giacomo Stella, Giuseppe Pomba.
  16. Cfr. X, Premessa a Notizie bibliografiche, in «L’Italia che scrive», anno I, 1918, p. 7.
  17. Le principali suddivisioni furono: Letteratura contemporanea, Critica e storia letteraria, Letteratura straniera in Italia, Storia, Scienze sociali, Pedagogia, Discipline critico-religiose; a partire dal secondo numero si aggiunsero Geografia, Storia e critica d’arte, Attualità, Statistica, Matematica, Scienze giuridiche.
  18. Le materie comprendono: Agricoltura, Industria e commercio, Archeologia, Belle Arti, Bibliografia, Biografia Contemporanea, Carte geografiche, Filologia-Storia letteraria, Filosofia, Geografia-Etnografia, Giurisprudenza-Amministrazione, Guerra e Marina, Letteratura Classica, Letteratura contemporanea, Medicina-Igiene, Scienze Sociali, Scienze Fisiche e Matematiche, Scienze Naturali, Storia, Tecnologia.
  19. P. Barbera, Editori ed artieri del libro: la Ditta G. Barbera, in «L’Italia che scrive», anno I, 1918, p. 5.
  20. A. F. Formiggini, Il Convegno Nazionale degli Editori (L’Atli è finita: è nata l’Aeli), in «L’Italia che scrive», anno III, 1920, p. 102.

(fasc. 26, 25 aprile 2019)