Note su Croce e Gentile curatori delle collane filosofiche per Laterza

Autore di Silvia Valli

È noto che Benedetto Croce e Giovanni Gentile, dopo una lunga amicizia e un intenso sodalizio intellettuale, ruppero i rapporti soprattutto a causa del dissenso politico creatosi riguardo all’ascesa del regime fascista. Meno noto è, forse, il profondo dissenso filosofico, che i due mantennero sottotraccia per molti anni, ma che emerge chiaramente dall’analisi dei carteggi e dal percorso storico-letterario della loro formazione di studiosi.

Colpisce, allora, che due delle prove più significative della loro intesa pluridecennale siano proprio le collane filosofiche inaugurate per l’editore Laterza tra il 1906 e il 1912: «Classici della filosofia moderna» e «Filosofi antichi e medievali».

Lo studio di queste collane offre un interessante scorcio su Croce e Gentile editori, sulla loro capacità di coordinare gli autori, i traduttori e i collaboratori vari, oltre che sul rapporto con Giovanni Laterza, loro alleato nella lotta al decadimento culturale della nazione, ma spesso alle prese con i problemi concreti di un’azienda da portare avanti in periodi di crisi, guerra e difficoltà economiche[1].

I «Classici della filosofia moderna»

Fra tutte le collane curate da Croce e Gentile, quella dei «Classici della filosofia moderna» è il segno più tangibile, assieme alla rivista «La Critica», del progetto di riforma della cultura italiana sostenuto dai due intellettuali durante il loro sodalizio[2]. L’idea è di Gentile e risale al 1903, ma il primo volume verrà pubblicato solo nel 1907. Si tratta dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio di Hegel, che inaugura la collezione sia per motivi pratici – è il primo testo, dopo molte vicissitudini e sfortune, a essere pronto – sia (soprattutto) per ragioni di contenuto:

Nel libro di Hegel sono raccolti tutti i problemi proposti e le soluzioni tentate dai filosofi, dall’antichità ellenica, anzi orientale, fino ai principi del secolo XIX […]. Così gli altri volumi che seguiranno avranno già da questo primo assegnato il loro posto nella storia del pensiero[3].

Il programma della collana, come scrive Croce a Prezzolini in una lettera del 1905, è di pubblicare «25 o 30 volumi da Bruno ad Hegel ed Herbart, pubblicando di ciascuno le opere capitali, integre, e tradotte in italiano»[4]. La collana dev’essere a buon mercato, ma «decorosa», e il compenso dell’editore per i lavori di traduzione è fissato in duecento lire a volume[5].

Come accennato, la collana ha una genesi travagliata. Da una parte, Croce, che tiene molto alla buona riuscita del progetto, vuole controllare ogni dettaglio, suscitando il fastidio di Laterza, sempre orgoglioso circa il proprio spazio di autonomia nella gestione della casa; dall’altra, i ritardi nelle traduzioni e le difficoltà economiche dovute anche alle vicende di guerra spesso rallentano il lavoro[6].

Una delle più violente discussioni tra Giovanni Laterza e Benedetto Croce nel corso della loro amicizia e collaborazione riguarda proprio i «Classici della filosofia moderna». Nel 1906, alla vigilia dell’uscita della collana, Croce accusa ripetutamente Laterza di non occuparsene abbastanza, arrivando ad accenti di forte nervosismo di fronte ai ritardi dell’editore nel rispondere alle sue missive: «Caro Laterza, sono dolentissimo con voi. Io non ho molto tempo, e pure vi ho scritto una serie di lettere, alle quali voi non rispondete o rispondete sempre in modo insufficiente. Ciò mi dispiace»[7]. E ancora:

Io desidero che voi rispondiate prontamente alle mie lettere, quando io vi prego di rispondermi con prontezza. Sarà una mia nervosità, ma vi prego di compatirla come amico.

Quanto alla collez. filosofica, io dico questo, che si tratta di un lavoro importante che voi non potete fare negli intervalli, come se si trattasse di pubblicare qualche opuscolo; ma dovete appunto curarne l’organizzazione stabile e continuativa[8].

A queste lettere Laterza risponde sempre paziente, nonostante i toni accesi del suo interlocutore[9]. Non così quando Croce insiste su questioni prettamente tipografiche, come la scelta dei caratteri, della carta e del formato. Ecco una delle risposte di Laterza a Croce, dopo gli ennesimi rimproveri:

Anche ai frontespizi che ho mandato vi sono dei difetti che si debbono correggere, ma mi usi la cortesia, non ci badi, perché così Ella prende rabbia inutilmente, e poi, se vuol fare tutto da sé, dell’editore e del tipografo che ne resta? Ci lasci almeno cogliere gli allori di una buona edizione, senza rossore, o i colpi della critica con piena responsabilità, così saremo anche noi più contenti[10].

I «Classici della filosofia moderna» saranno al centro di un altro acceso scontro, quello del 1914 a proposito della pubblicazione del Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, perché Laterza manda il manoscritto in tipografia senza prima passarlo a Croce per un’ultima revisione:

Io sono seriamente inquieto con voi per il modo incorreggibilmente disordinato che voi tenete nelle faccende editoriali che mi riguardano.

Io dirigo la collezione dei Classici della filosofia, e i manoscritti debbono andare in tipografia solo col mio consenso e con le mie istruzioni. Voi, non so perché, e inopportunissimamente, avete fatto comporre, senza mia precedente intesa e senza mie istruzioni, duecento pagine di Schopenhauer; e sono sorti non pochi inconvenienti. […] da ora in poi, vi prego di ricordarvi che ci sono cose che non si debbono fare se non di accordo con me. Altrimenti, mi passa la voglia di dirigere quella collezione. Voi mi fate dei tiri come un ragazzo che tocca e rompe[11].

Questa lettera provoca una tremenda arrabbiatura in Laterza, che scrive a Nicolini, interessato alla vicenda in funzione di paciere: «ci tengo ad essere trattato come chi fa ogni sforzo per adempiere al suo dovere, tien fronte ad ogni sorta d’impegni e non ha bisogno di passare le notti insonni per rimproveri ingiustificati che lo fan credere financo inetto ad andare avanti»[12]. Faranno pace su questo punto, come su molti altri[13].

Nonostante le incomprensioni e le discussioni, dunque, la collana prosegue sulla strada pensata. Alla pubblicazione del primo volume seguono quelle della Critica del giudizio di Kant e dei Dialoghi metafisici di Bruno. Tra il 1907 e il 1916, prima di un periodo di sospensione dovuto alla guerra, escono venticinque testi. Nel 1925 esce La scienza della logica di Hegel con note e traduzione di Arturo Moni: è l’ultimo libro che nel frontespizio riporta insieme i nomi dei due curatori[14]. Oltre agli stessi Croce e Gentile, lavorano alla collana Giuseppe Vidossich, Michele Losacco, Giovanni Papini, Vincenzo Spampanato, Francesco Capra, Giuseppe Lombardo-Radice, Emilio Cecchi, Adriano Tilgher, Giuseppe Prezzolini, Guido De Ruggiero, Mario Vinciguerra, Francesco Messineo, Fausto Nicolini e Paolo Savj-Lopez[15].

Tra questi, uno dei collaboratori più validi è Adriano Tilgher, che per Laterza traduce due grandi classici della filosofia, pubblicati in varie edizioni e in varie collane dal 1910 al 1987. Si tratta della Dottrina della scienza di Fichte – uscita nel 1910 nei «Classici della filosofia moderna», poi nuovamente nella collana nel 1971, con un’edizione riveduta e corretta introdotta da Filippo Costa, e nel 1987 nella «Biblioteca universale Laterza» – e dei due volumi del Discorso sul metodo e delle Meditazioni filosofiche di Cartesio, usciti varie volte nei «Classici», nella «Piccola biblioteca filosofica» (1949 e 1960) e nell’«Universale Laterza» (1978 e 1986). Sebbene il catalogo presenti tutte queste ristampe delle sue traduzioni, il rapporto di Tilgher con Laterza finisce presto a causa dell’insofferenza di Croce nei suoi confronti. Il nome di Tilgher compare in una serie di raccomandazioni che Croce scrive a Giovanni Laterza sulla gestione apparentemente troppo lassa degli autori. Nel 1911 gli scrive di non affidarsi a Tilgher, «incapace di scrivere una lettera» e che «non mantiene i suoi impegni», e nel 1912:

Vi raccomando di non lasciare che il Tilgher corrisponda direttamente con la tipogr. Vecchi; ma di far che le bozze passino sempre per le vostre mani, e di stringarlo quando ritarda. Le ultime bozze, da lui licenziate, debbono poi venire a me pel si stampi. Vi prego di prendere nota di ciò, e di non far accadere pasticci.

Che egli si dispiaccia o no è cosa che non vi deve importare. Importa soltanto che faccia verso di voi il suo dovere. Siate fermo, perché bisogna farsi rispettare. E voi siete troppo buono verso i vostri autori. […] Bisogna educare la gente e non già diseducarla con l’indulgenza[16].

Lo stesso anno dirà che Tilgher gli «fa stomaco. Tenta di fare lo spiritoso, mentre manca ai suoi doveri. Vi prego di non dargli tregua, finché il vol. non sarà sbrigato; e poi, mandiamolo al diavolo»[17]. L’insofferenza dimostrata da Croce è sicuramente da imputarsi al modo di lavorare del traduttore, che evidentemente non gli piace, ma viene fortemente acuita dalla presa di posizione di Tilgher al fianco di Gentile nella polemica pubblica del 1913 su «La Voce», che decreterà, con rammarico di Laterza[18], la fine della collaborazione.

L’importanza della collana per la cultura italiana di quegli anni sta, oltre che nella cura e nella qualità delle traduzioni, nel fatto di aver pubblicato i testi originali dei filosofi invece che descrizioni o interpretazioni del loro pensiero. Il giudizio del mondo intellettuale contemporaneo è, infatti, molto positivo: da parte cattolica, gli universitari di «Studium» ne ammirano il metodo critico e Salvatore Minocchi sottolinea l’importanza di poter studiare direttamente sui testi, anche se gli autori sono «potenti avversari della Chiesa cattolica»[19].

Prezzolini progetta una propria collana, «Filosofi e mistici», come completamento di quella laterziana, alla quale partecipa come traduttore. Su «Leonardo» Papini è invece critico: lamenta l’assenza di alcuni filosofi, tra cui Locke e Schopenhauer, che a suo giudizio rende la collezione «teorica e personale»[20] e fa supporre una visione parziale e indirizzata della storia della filosofia.

La volontà di tracciare la storia della filosofia nella direzione del neoidealismo è, in effetti, piuttosto evidente, a partire dalla decisione di pubblicare come primo volume l’Enciclopedia, ed è confermata dai commenti di Croce alle uscite dei volumi sulla «Critica»[21]. Affermazioni come: «il Dio di Berkeley è il simbolo dell’inesistenza della materia e della realtà dello spirito»[22] e «dalla opposizione dell’Herbart all’idealismo […] scoppia fuori più vivida l’esigenza e la verità dell’idealismo stesso»[23] non lasciano spazio a fraintendimenti. Anche Gentile dimostra a più riprese di voler seguire questa linea e non a caso propone Leibniz nei «Classici» tra il 1909 e il 1912, dandone una lettura idealistica per contrastare quella logica che ne facevano Vailati e Vacca[24].

Dei volumi usciti nella collana, Gentile cura personalmente i primi due delle Opere italiane di Giordano Bruno (1907 e 1908), La Critica della ragion pura di Kant (1910) assieme a Giuseppe Lombardo-Radice, la Nuova protologia di Vincenzo Gioberti (1912) e l’Ethica ordine geometrico demonstrata di Spinoza (1915).

La scelta di dedicarsi a queste opere non stupisce alla luce della formazione intellettuale di Gentile, nutritosi in anni giovanili del pensiero di Jaja e Spaventa. L’idea di una forte influenza del Rinascimento italiano sul Risorgimento e sulla moderna filosofia idealistica tedesca, propria di Spaventa, è evidente nelle scelte di pubblicazione e non sarà mai rinnegata da Gentile, che, anzi, nello stesso periodo in cui si occupa delle Opere italiane di Bruno tiene numerose conferenze, oltre a scrivere saggi e recensioni che avallano tale posizione[25].

In questo percorso storico e filosofico Spinoza viene considerato da Gentile «una delle fonti più ricche di intuizioni per la filosofia della fine del XVIII secolo e del XIX secolo»[26] e un pensatore fondamentale nel passaggio da Bruno al Romanticismo e al Risorgimento[27].

Così, la cura delle edizioni dei «Classici» diventa una parte del percorso verso il sistema di pensiero unitario che Gentile sta sviluppando[28].

Nel Catalogo storico della Laterza, Croce appare come curatore solo dell’edizione dell’Enciclopedia di Hegel[29]. Tuttavia, la sua traduzione viene considerata una delle migliori, al punto che la storia delle traduzioni italiane di Hegel viene fatta partire proprio dall’Enciclopedia curata da Croce, ignorando i fallimentari precedenti di Antonio Turchiarulo (1848) e Antonio Novelli (1863)[30]. Lo stesso Croce doveva esserne consapevole, perché nel 1949, in polemica con le proposte di traduzione del giurista Emilio Betti, si riferisce alla propria come a una delle traduzioni migliori[31]. In effetti, in quegli anni Croce si sta dedicando al filosofo tedesco con grande impegno. Nel 1906 scrive Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, una sintesi delle sue riflessioni sul sistema speculativo di Hegel, che verrà col tempo arricchita da un’appendice contenente un contributo sul Concetto del divenire e l’hegelismo e quattro Noterelle di critica hegeliana.

La presenza di Croce si fa comunque sentire nella cura dell’intera collana, che egli promuove, commenta e segue da vicino, arrivando a tormentare, come abbiamo visto, Giovanni Laterza con richieste pressanti e manie di controllo. Tuttavia, Croce aveva sicuramente ragione a tenere molto alla buona riuscita della collana. Insieme alla «Biblioteca di cultura moderna», agli «Scrittori d’Italia» e ai «Filosofi antichi e medievali», essa costituirà il «quadrilatero»[32] Laterza e permetterà alla casa editrice di non soccombere alla grande crisi dell’editoria italiana negli anni della Prima guerra mondiale[33].

Se la direzione della collana negli anni di Croce è segnata dal filo rosso dell’idealismo per un preciso disegno culturale, con la ripresa dei «Classici», nel 1951, sotto la direzione di Eugenio Garin e la supervisione di Vito Laterza, la vicinanza all’Idealismo sembra più un tratto caratteristico di accostamento alla tradizione della casa editrice per compensare progetti innovativi come «I libri del tempo» piuttosto che il segno di una vera e propria dottrina. Come scrive Tullio de Mauro nella prefazione alle Note di lavoro di Vito Laterza, «si entrava e si entra» nel catalogo Laterza «perché si è partisans della cultura», non di partiti politici o fazioni ideologiche[34].

A riconferma della qualità e della ricercatezza delle pubblicazioni Laterza per la collana dei «Classici», il primo volume dopo la ripresa è Saggio sull’intelligenza umana di Locke, con una prefazione di Armando Carlini, uno dei massimi conoscitori in Italia del filosofo britannico, al quale negli anni Venti aveva dedicato un’opera in due volumi. Seguiranno classici dell’idealismo come gli Scritti di filosofia del diritto di Hegel e il Sistema dell’idealismo trascendentale di Schelling, ma anche opere di Hume, Pascal e Bayle[35]. Proprio l’impegno di voler pubblicare nel 1971 l’opera intera di Hume appare il segno evidente di un nuovo indirizzo, attento agli sviluppi dell’Empirismo e di tendenze diverse dall’Idealismo nella tradizione filosofica europea[36].

La linea editoriale della Laterza a partire dagli anni Cinquanta è quella di rinnovarsi, pur non rinnegando la tradizione. Così, a Eugenio Garin viene affidato il difficile compito di adattare questa indicazione ai «Classici», una sfida che lo storico della filosofia accetta a partire dal 1954.

Se l’empirismo e l’illuminismo rimasero per decenni ai margini della cultura filosofica italiana; se Kant fu l’autore delle tre Critiche, collocato al punto d’incontro e della necessaria sintesi fra razionalismo ed empirismo, e destinato, in un logico crescendo, a portare, attraverso Fichte e Schelling, allo Hegel dell’Enciclopedia; se questa fu la prospettiva storica del pensiero europeo, il cui frutto maturo doveva essere il nuovo idealismo; se tutto questo divenne un patrimonio comune di cultura, che costrinse in termini obbligati fin le polemiche degli avversari più acerbi e più lontani; forse il maggior contributo a questa visione recarono proprio quei ‘classici’ Laterza […] Proprio perché quelle letture educarono la cultura filosofica italiana, e la trasformarono, e contribuirono nella direzione migliore alla riforma dell’insegnamento della filosofia in ogni scuola, oggi si sente il bisogno di una nuova lettura. Oggi non diremmo più che Hume è un episodio della teoria empiristica delle ‘idee’ destinato solo ad offrirsi alla critica kantiana, o che Hobbes ha scritto un unico libro, e così via. Oggi ci importa di intendere un pensatore in sé, in tutta la complessità dell’opera sua, nel suo tempo, e di ritrovar la voce sua, quale davvero fu, quale si legò a un’età, a un mondo, e vi operò: solo così, nella sua schiettezza, par che ci possa dare nutrimento vitale – quanto più è vera in sé, quanto meno è confusa con noi, alterata dal nostro sentire[37].

La collana, che in totale conta sessantuno volumi, si conclude nel 1984 con un testo di continuità con la tradizione, la Filosofia dello spirito jenese di Hegel, come a voler chiudere senza strappi il cerchio aperto da Croce e Gentile più di settant’anni prima[38].

«Filosofi antichi e medievali» e altre collezioni

«Filosofi antichi e medievali» viene concepita da Gentile nel 1912 come completamento dei «Classici della filosofia moderna». Inizialmente vuole intitolarla «Filosofi greci e medievali», ma Croce suggerisce di sostituire “greci” con “antichi” e questo è il suo unico intervento su una collana che, per il resto, viene interamente diretta da Gentile, che Laterza retribuisce con centocinquanta lire per ogni volume pubblicato[39].

A differenza dei «Classici», che per volere di Croce e Gentile, come abbiamo visto, hanno un carattere fortemente guidato nella direzione dell’Idealismo, questa collezione segue l’indirizzo del rigore filologico e storico, senza accezioni filosofiche e ideologiche particolari[40]. Anzi, il criterio dell’oggettività scientifica viene imposto ai curatori con molta forza, come dimostra il fatto che nel 1916 Gentile costringe Manara Valgimigli a cambiare la propria introduzione alla Poetica di Aristotele perché troppo ricca di giudizi soggettivi[41].

L’idea di fondo è, comunque, la stessa della collana precedente: fornire a studiosi e amatori i testi originali latini e buone traduzioni di quelli greci per ravvivare il panorama intellettuale italiano e replicare il fermento culturale del Rinascimento, quando gli umanisti traducevano i testi dei filosofi antichi[42] in latino e in volgare, rendendoli disponibili a tutti. Alla base di entrambi i progetti c’è anche l’interesse di Gentile per le origini del pensiero moderno e l’identificazione forte che egli fa della filosofia con la storia della filosofia. Gentile tenterà, in effetti, per molti anni di scrivere un’opera sulla storia della filosofia in Italia a partire dal Medioevo, senza, però, mai riuscire a completarla[43].

«Filosofi antichi e medievali» prende l’avvio nel 1915 con la pubblicazione degli Opuscoli e testi filosofici di Tommaso d’Aquino a cura di Bruno Nardi[44] e si chiude nel 1978 con I dialoghi di Seneca a cura di Renato Laurenti[45]. Tra le due opere corrono più di sessant’anni e la pubblicazione di quarantadue testi originali.

Oltre a Nardi, Laurenti e Valgimigli, fino al 1939 compaiono come curatori dei volumi usciti nella collana Carlo Oreste Zuretti, Francesco Zambaldi, Vincenzo Costanzi, Cesare Giarratano, Ettore Bignone, Antonio Cassarà, Maria Timpanaro Cardini, Onorato Tescari, Nicola Festa, Carlo Diano, Vittorio Enzo Alfieri e Pilo Albertelli.

Tra i curatori più attivi c’è Armando Carlini, esperto traduttore di Aristotele, che collabora con Laterza fin dal 1912, quando traduce Il principio logico – L’essere, Il discorso, La scienza per la collana «Testi di filosofia per uso dei licei» di cui è direttore assieme a Renato Serra. E puntualmente anche Carlini, come Tilgher, è oggetto delle critiche di Croce: «Spero che darete una buona lezione al Carlini, facendogli pagare, ossia togliendogli dal compenso, tutto il lavoro in più che per sua negligenza e scorrettezza fa fare alla tipografia. E se non è capace per la direzione della raccoltina, mandatelo a quel paese»[46]. Dubbi sul valore di Carlini come direttore di un’intera collezione sono, però, espressi anche da Laterza:

Io La ringrazio sentitamente di ciò che mi suggerisce in riguardo al Prof. Carlini, ma ciò che m’impensierisce di più è che egli pare che non abbia le attitudini necessarie per fare il direttore; a parte il suo valore scientifico, a me sembra che egli sia lento, pien di dubbi e di riguardi al punto da farmi passare un po’ la volontà di continuare[47]!

La collana filosofica diretta da Carlini nasce da un’idea di Gentile e testimonia l’esigenza del professore, prima che del filosofo, di avere sotto mano «libri veramente filosofici» affinché gli studenti «non credano considerare consistere la filosofia in quelle scarne trattazioni, senz’anima e senza vita, messe loro innanzi nei libri di testo»[48].

Nel progetto di Gentile la collana completa a livello pedagogico il lavoro svolto per studiosi e amatori dalle due principali collane filosofiche, i «Classici della filosofia moderna» e i «Filosofi antichi e medievali»:

Dopo tredici anni sono lieto che il mio voto cominci a compiersi grazie al buon volere di due giovani valenti, colti di filosofia e di letteratura, Armando Carlini e Renato Serra, che han preso a pubblicare presso il nostro Laterza una collezione di Testi di filosofia per uso dei licei; di cui sono già venuti in luce questi due primi volumetti, uno dei quali contiene il Discorso di Cartesio e l’altro una serie di estratti intercalati all’esposizione di tutto il De anima di Aristotile. E s’annunzia imminente il terzo numero, consacrato alla Logica aristotelica, cui seguiranno estratti di altre opere di Aristotile e di altri dei maggiori filosofi: Bacone, Locke, Leibniz, Hume, Kant, ecc.; sicché tra pochi anni avremo quella biblioteca scolastica di filosofia, che si desiderava. E dalla quale se i nostri insegnanti vorranno riflettere sulla natura delicatissima del loro ufficio, non è dubbio che le nostre scuole potranno ricavare un vantaggio grandissimo. Tutt’è che gl’insegnanti si liberino da taluni, oso dire, pregiudizii, che sono pur troppo molto diffusi; a capo dei quali, o esponente dei quali, è quello che nel liceo e in ogni singola classe occorra pure assolvere un certo programma. […] Ora la filosofia è bensì sistema; ma sistema sempre aperto; torna sempre su sé stessa, ma non come circolo chiuso, bensì come parabola, montando sempre su sé stessa. Chi insacca alla meglio, o alla peggio, una certa quantità di problemi e di soluzioni dentro una rete di lezioni scritte od orali, e si gloria di depositare intera la sua rete dentro al cervello dei suoi scolari […], egli non avrà insegnato un’acca di filosofia, non avrà educato filosoficamente, anzi avrà barbaramente mortificato ogni inclinazione filosofica, o, per essere più esatti, ogni spiritualità degli scolari[49].

L’idea iniziale di Carlini, che Gentile poi rifiuta, è quella di creare un vero e proprio manuale con antologia, ma dal passo citato emerge chiaramente come Gentile abbia tutt’altre idee in merito. Inoltre, in fase di preparazione del progetto emerge immediatamente un problema di rilievo: in un manuale di filosofia, destinato ai licei, deve o non deve comparire una voce dedicata a Croce? Gentile è convinto che non sia il caso e scrive sia a Carlini sia a Croce, sostenendo con eloquenza la decisione di non fissare in un testo scolastico la dottrina crociana, «una dottrina di cui uno dei principali pregi è appunto quello di sentirsi insoddisfatta, irrequieta, sempre pronta all’autocritica e al progresso»[50]. Con la scelta di evitare il manuale con antologia verrà, poi, risolta diplomaticamente la questione.

Il progetto si aggiunge alla lista dei programmi editoriali di stampo gentiliano, tanto che Carlini scriverà di lui come dell’«angelo tutelare» della collana, che tuttavia dimostra fin da subito di non riportare il successo commerciale sperato. La tiratura dei volumi viene, infatti, progressivamente diminuita fino al 1920, quando si deciderà di togliere dal titolo «a uso dei licei» per tentare di comprendere un pubblico di lettori più ampio. Così modificato, il titolo della collana diventerà «Piccola biblioteca filosofica».

«Filosofi antichi e medievali» appare, invece, fin da subito come una collana vincente. A confermare la validità del percorso intrapreso, il mondo intellettuale contemporaneo risponde, infatti, positivamente, tanto che Gentile riceve numerose proposte di collaborazione da parte di studiosi e letterati senza doverle chiedere egli stesso[51].

Particolarmente interessato al progetto si dimostra il modo cattolico, che all’interno della collana coglie un percorso attento alle questioni religiose. In un numero della «Civiltà Cattolica» del 1917 esce un lungo e lusinghiero commento all’edizione dei Dialoghi di Platone tradotti da Francesco Zambaldi:

Ecco un bel manipolo di Dialoghi platonici, da quel valente letterato ch’è il prof. Zambaldi tradotti sul testo comune di C. F. Hermann, confrontato con quello dello Stallbaum e dello Schanz, e con le più autorevoli edizioni dei singoli dialoghi. Si può pertanto esser certi che il senso è stato ricercato secondo le migliori lezioni, per quanto restino sempre gli appigli alle discussioni dei filologi. Ma l’intento del traduttore e dell’editore, – che con questi volumi di filosofi antichi e medievali inizia una nuova collezione scientifica di alto valore e d’importanza se altra mai gravissima, per l’indirizzo che ora si vuol imprimere ai nostri studi – non era di impelagarsi nel maremagno della filologia critica, ma di offrire una prima e facile lettura, tanto a chi si propone di dedicarsi agli studi filosofici, quanto a chi desidera di conoscere Platone senza mire ulteriori. […] Merita quindi lode codesta nuova collezione laterziana, e ci auguriamo che si arricchisca dei più eletti tesori della filosofia antica e specialmente medievale che per noi e per la nostra cultura italica hanno più importanza sì per la formazione e correzione del pensiero moderno, sì per quella rinascita filosofica, veramente penetrata del miglior sugo della concezione greca con Aristotele e Platone. Essa con sant’Agostino, di cui aspettiamo qualche bel saggio, e con san Tommaso, già fatto conoscere in non pochi suoi brani, aveva raggiunto il massimo splendore e additato anche ai secoli venturi la vera via del raziocinio, fondato sulla scienza suggerita dalla osservazione della natura e attinta con la ragione; le due fonti di quel vero che fuori di Dio si spazia, e ne sono riflesso e imagine molti-forme e feconda[52].

Avrà molto successo anche la ripresa della collana sotto la direzione di Eugenio Garin a partire dagli anni Cinquanta. Francesco Adorno, che per Garin tra gli anni Sessanta e Settanta cura la traduzione di numerose opere, descrive così il senso ultimo della collezione, rimasto immutato dai tempi di Gentile:

ho collaborato con la casa Laterza per quello che ho potuto, nei limiti del mio mestiere di storico del pensiero antico; ma, sempre, ho tenuto presente il fine della ricerca: pensare nella storia ogni autore e ogni cultura, in un tentativo di destratificazione, per poi vedere come e perché fin dal primo momento ognuno è divenuto altro nella storia, […]; per capire anche noi, oggi, i nostri problemi, i nostri limiti, le nostre possibilità. Di qui l’importanza di fare leggere […] sia per l’uomo di cultura non specialistica, sia per la scuola, alcuni mostri del pensiero antico […]; tutto senza rigidi tagli, senza rozze periodizzazioni […][53].

E lo stesso Garin, parlando della vocazione dei Laterza alla ricerca del nuovo, senza il rifiuto del passato, commenta:

La guerra, la seconda guerra mondiale, spezzò in due la vita di quelli che hanno i miei anni. Alcuni di noi, alla Liberazione, pensarono che era necessario, in un rinnovamento che volevamo radicale, salvare pur sempre quanto di valido c’era nel nostro passato. […] Fu con un intendimento del genere che a me accadde, lungo gli anni Cinquanta, di lavorare – in qualche misura – per i Laterza, la cui opera fin dalle origini della casa editrice mi sembrava essere stata costantemente fedele a un ideale di cultura come libertà, non mai tradito, neppure negli anni più cupo del fascismo. […] Per questo mi sembra degno di ammirazione il fatto che lungo questi difficili decenni la casa editrice abbia saputo scoprire e realizzare il nuovo senza rinnegare il passato, rimanendo fedele alla sostanza della propria vocazione[54].

Alla direzione delle collane filosofiche, Garin sostituisce due collaboratori ormai anziani, il già citato Armando Carlini e Francesco Albergamo. Ma, se la sostituzione di Carlini avviene gradualmente e senza strappi, quella di Albergamo è, invece, caratterizzata da un’aspra polemica, condita da minacce legali, a causa del fallimento della collana di filosofia scientifica da lui proposta e per la quale usciranno solo quattro titoli, prima della chiusura definitiva nel 1952[55].

Rispetto ai due, Garin ha un più stretto rapporto con Vito Laterza, del quale è stato professore all’università, e una maggiore aderenza con la nuova linea editoriale che egli vuole adottare.

L’esigenza di scegliere una figura come quella di Garin per dare un indirizzo filosofico alla casa nasceva dalla consapevolezza che, a causa del peso dell’eredità di Croce e Gentile, proprio sulla filosofia si giocava più intensamente la partita del rinnovamento.

Al momento di scegliere con chi pubblicare le sue Cronache di filosofia italiana nel 1952, Garin dimostra di comprendere perfettamente il problema:

Io non penso che possa, anche così, ossia con molti cambiamenti di forma, esser pubblicato nella «Biblioteca di Cultura Moderna», e neppure dalla sua Casa. E ciò non perché l’apprezzamento del crocianesimo non vi sia in tutto positivo, come merita, ma perché sia talune osservazioni critiche, come pure la relazione del gentilianesimo e di moltissime istanze d’altro tipo, sono destinate a riuscire insopportabili al sen. Croce e ai suoi amici[56].

E a novembre dello stesso anno, dopo la morte di Croce, scrive nuovamente a Vito:

le confesso che mi ha colpito anche la morte di Croce, non inattesa anch’essa. Eppure fa impressione pensare che un uomo che si è imposto così insistentemente alla nostra vita non parlerà più. Non creda ch’io le voglia dire che ne sono stato affettivamente colpito; di tutti coloro che ho visto morire quest’anno, e a cui in qualche modo mi capitava di pensare spesso, è stato quello che umanamente mi ha lasciato più freddo con la sua scomparsa. Ma non le nego che mi ha fatto sentir più vivo il bisogno di un più lungo e più attento esame di coscienza. Ed ho spesso pensato a Lei, alle nuove e gravi responsabilità che non possono non derivarle da un avvenimento che, per essere in qualche modo scontato, non per questo è meno incisivo[57].

Con queste premesse Garin si appresta a dirigere le due collane filosofiche e, a partire dal 1955, anche la «Biblioteca di cultura moderna». Come per i «Classici», in cui Garin fa pubblicare Hume, Pascal e Bayle accanto a Hegel e Kant, nei «Filosofi antichi e medievali» a partire dagli anni Cinquanta compaiono scelte diverse da quelle tradizionali, come I Pitagorici (1954), I Presocratici (1969) e il volume di Testi gnostici cristiani (1970) curato da Manlio Simonetti[58].

Così compiuta quella ‘storia della filosofia’ progettata nel lontano 1905, il corpus laterziano dei filosofi, antichi e moderni, si verrà integrando, non solo col pubblicare le opere già inizialmente progettate […], non solo con l’aggiornare secondo lo stato degli studi i testi già editi, o col dare più fedele ed ampio il contributo dei ‘filosofi’ fin da principio indicato come maestri; ma, nella fedeltà a un metodo a cui attinse la nostra cultura più valida, rispondendo, senza indulgere a mode, alle esigenze nate proprio da una visione del filosofare scaturita dal risveglio idealistico che mezzo secolo fa «La Critica» iniziò in Italia[59].

I curatori, in questa ripresa gariniana della collana a partire dal 1952, sono: Attilio Zadro, che si occupa della riedizione dei Dialoghi di Platone tradotti da Cassarà; Antonio Maddalena, Alda Barbieri, Armando Plebe, Enrico Turolla, Marcello Gigante, Giuseppe Martano, Antonio Russo, Sofia Vanni Rovighi e Manlio Simonetti.

Nella delicata operazione di bilanciamento tra passato e innovazione che Garin intraprende per Laterza, un’attenzione particolare va dedicata anche alla «Biblioteca di cultura moderna», che in quegli anni subisce un profondo processo di ripensamento. Più delle altre due storiche collane, dirette da Garin con prudenza, questa esprime anche in ambito filosofico il desiderio di Vito Laterza di nuovi orizzonti, se si vuole più commerciali, nella misura in cui accompagnano i cambiamenti culturali di una società ormai divenuta di massa.

Quando Garin assume la direzione della collana nel 1955, formula il timore che, rispetto alle collane più innovative che Laterza sta lanciando in quegli anni, possa essere un’operazione di secondo piano. E, infatti, anche Luigi Russo si lamenta della poca attenzione dedicata agli «Scrittori d’Italia» rispetto ai «Libri del tempo»[60]. Ma l’iniziale incertezza viene superata proprio partendo dalla considerazione che il senso ultimo della ripresa della collana dev’essere quello di venire incontro alle nuove istanze culturali del paese e che, quindi, si debba partire da nuove prospettive di lavoro.

A questo scopo Vito Laterza chiede a Garin di avvicinarsi al mondo di alcuni giovani intellettuali milanesi e torinesi, incontrati nel 1956 a un convegno di filosofia: Giulio Preti, Pietro Rossi, Carlo Augusto Viano, Mario Dal Pra, Paolo Rossi, Ferruccio Rossi-Landi. L’idea è di riunire attorno al professore fiorentino un gruppo di valide menti, aperte alle novità in campo filosofico e capaci di portarle nelle collane, pur nel rispetto per la tradizione che la casa richiede e di cui Garin rimane il garante. Quella operata da Vito, in questo senso, è una vera e propria «rivoluzione copernicana»[61] per Laterza, non più guidata da una figura intellettuale preponderante, ma organizzata attorno a un gruppo di persone.

Nel 1959 Viano e Pietro Rossi propongono un «piano quinquennale» di pubblicazioni che prevede la stampa di saggi di psicologia, scienze sociali, antropologia culturale e filosofia. Nel progetto ci sono forti presenze americane e inglesi, di filosofia analitica e filosofia della scienza (il che porta Garin a preoccuparsi di una deriva “analitica” della collana), che la condurrebbero a identificarsi in maniera eccessiva con determinate correnti del pensiero filosofico contemporaneo, senza le dovute riserve[62]. In ogni caso sotto la sua guida la collana approda alla pubblicazione di testi dedicati all’epistemologia e alla storia della scienza, con un occhio di riguardo per l’ambiente empirista anglosassone[63]. Il primo segno di questo passaggio è la pubblicazione di Saggio su Berkley (1955) del filosofo e anglista Mario Manlio Rossi.

Per la verità, non è la prima volta che la «Biblioteca di cultura moderna» si apre al mondo della scienza. Già negli anni Trenta, quando si trovava ancora sotto la direzione di Croce, grazie all’influenza del consigliere per la filosofia straniera Guido de Ruggiero, sviluppò uno dei propri rami nella direzione degli studi scientifici contemporanei. Testi come L’universo intorno a noi (1931) di James Jeans e La natura del mondo fisico (1935) di Arthur Eddington non sembrerebbero rientrare nell’orbita del progetto culturale crociano, ma vennero accettati, se non proposti, da Croce, evidentemente sempre più aperto all’idea di un avvicinamento della cultura idealistica al pensiero scientifico del tempo[64].

Ciò non stona con quello che emerge dal Catalogo, e cioè che tra le collezioni Laterza seguite da Croce la «Biblioteca di cultura moderna» è, forse, quella che più di tutte ha subito l’influsso di altre istanze e di altri collaboratori e per la quale le decisioni di Croce sono state meno stringenti, almeno fino agli anni precedenti alla Prima guerra mondiale[65].

Come accennato, infatti, Croce romperà i rapporti sia con Tilgher sia con Rensi, oltre che con Giovanni Papini[66], che per i «Classici della filosofia moderna» nel 1909 aveva curato un’edizione di Principii della conoscenza umana e dialoghi tra Hylas e Filonous di Berkeley.

Prima della rottura Giuseppe Rensi, che Croce non aveva in simpatia almeno dal 1911[67], consiglia Laterza sulle pubblicazioni contemporanee straniere della collana per diversi anni. La collezione ospita alcuni testi proposti e tradotti da lui. In particolare, Rensi è promotore in Italia dei lavori del filosofo idealista americano Josiah Royce di cui Laterza pubblica Lo spirito della filosofia moderna. Saggio in forma di conferenze (1910), La filosofia della fedeltà (1911) e Il mondo e l’individuo in quattro volumi (1913-1916), tutti tradotti e curati da Rensi e tutti usciti per la «Biblioteca di cultura moderna». Estratti da la filosofia della fedeltà, sempre proposto da Rensi, uscirà nel 1927 nella «Piccola biblioteca filosofica».

Tornando alla direzione di Garin, nonostante i molti dubbi sulla riuscita dell’impresa – recuperare una collana di forte tradizione crociana e inserirla nel contesto culturale contemporaneo – quello che emerge dalle reazioni di alcuni intellettuali dell’epoca è che la sua presenza come guida dell’impianto filosofico Laterza venne molto apprezzata in ambiente editoriale. Numerose sono state le dichiarazioni di “invidia” da parte di alcuni collaboratori dell’Einaudi e dello stesso Giulio Einaudi, che avrebbe affermato: «E come volete che stia? Come editore non mi sono ancora rimesso dal colpo delle Cronache uscite presso Laterza!»[68].

Preziosa, nella comprensione del metodo e degli scopi perseguiti da Garin come direttore dell’impianto filosofico Laterza, è la testimonianza di Nicola Badaloni sulla propria collaborazione alla collana dei «Filosofi antichi e medievali»:

La recente pubblicazione, nella collana «I Filosofi» dell’Introduzione a Vico mi ha dato l’occasione di riprendere, con gusto e sempre più vivo interesse, i miei studi su questo filosofo in un profilo polemico che ha per me, però, il merito di dire cose nuove rispetto ai miei lavori precedenti sullo stesso autore e anche di abbozzarne una interpretazione niente affatto ripetitiva. Vico, in questi ultimi anni, è diventato filosofo alla moda, soprattutto nel mondo anglosassone e germanico, e io ho cercato di apprezzare ciò che di ragionevole mi sembrava essere derivato da questi nuovi indirizzi di studio, senza però subire passivamente e intrecciando una nuova discussione che mi sembrava divenuta necessaria.

La liberalità della casa editrice Laterza, che mi ha sempre permesso di scrivere tutto ciò che pensavo, fa parte di una tradizione che non è nata oggi e che, in passato, le ha procurato anche momenti difficili. A questa caratteristica, oltre che alla serietà delle sue collane, è affidato il suo futuro nella complessa società di oggi, che ha bisogno di non perdere i legami coi classici, di aggiornarsi e, contemporaneamente, di non cedere ai capricci della moda[69].

«I Classici della filosofia moderna» chiuderanno nel 1984, «Filosofi antichi e medievali» nel 1978, la «Piccola biblioteca filosofica Laterza» nel 1977. La «Biblioteca di cultura moderna», invece, continua a essere attiva e, al momento, l’ultimo volume pubblicato è un’Introduzione alla filosofia del linguaggio di Carlo Penco. La descrizione sul sito recita:

I filosofi si interrogano da sempre sulle funzioni del linguaggio, ma gli sviluppi recenti della logica e dell’informatica da una parte e della biologia e psicologia dall’altra hanno imposto nuove domande. Cosa intendono oggi per ‘linguaggio’ i logici e i linguisti? Fino a che punto il linguaggio può essere ridotto a oggetto di studio naturale? Quali aspetti del linguaggio non sono riducibili allo studio neurofisiologico? Cosa determina la nostra comprensione dei discorsi altrui? Come funziona la comunicazione linguistica? Questo volume è un’introduzione a tutti i settori della filosofia del linguaggio contemporanea, dalla semantica modellistica alla pragmatica, con riferimenti essenziali ad aspetti di logica, semiotica e linguistica.

È impossibile non riflettere sulla presenza di temi e istanze che la Casa editrice coltiva fin dai tempi di Croce e Gentile, e insieme sul loro superamento: dall’interesse per il panorama intellettuale e scientifico contemporaneo all’impegno a pubblicare opere di divulgazione utili all’ambiente scolastico e accademico. Sembra, così, confermata la responsabilità morale, prima ancora che intellettuale, di Laterza nel farsi «editore ideale»[70] nel compromesso, sempre difficile, tra cultura e mercato.

Silvia Valli

  1. Si pubblica un estratto della tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Croce e Gentile curatori delle collane filosofiche per Laterza, discussa nella sessione invernale dell’anno acc. 2017/2018 presso la “Sapienza Università di Roma”: relatrice la Prof.ssa Maria Panetta, correlatore il Prof. Francesco Berno.
  2. Cfr. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, Firenze, Giunti, 1995, pp. 131-32.
  3. B. Croce, Aneddoti di varia letteratura, vol. III, Napoli, Ricciardi, 1942, p. 270.
  4. B. Croce-G. Prezzolini, Carteggio 1904-1945, a cura di E. Giammattei, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1990, pp. 26-27.
  5. Ivi, p. 26.
  6. M. Panetta, Croce editore, Edizione Nazionale delle Opere di B. Croce, to. I, Napoli, Bibliopolis, 2006, p. 60.
  7. B. Croce-G. Laterza, Carteggio 1901-1910, vol. I, a cura di A. Pompilio, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 2004, p. 154.
  8. Ivi, p. 160.
  9. Ivi, pp. 155-56, 161.
  10. Ivi, p. 222.
  11. Lettera di B. Croce a G. Laterza, in B. Croce-G. Laterza, Carteggio 1901-1910, vol. I, op. cit., pp. LXXVI-LXXVII.
  12. Ivi, p. LXXVIII, Lettera di G. Laterza a F. Nicolini.
  13. Ivi, pp. LXXXVI-LXXXVIII.
  14. Ivi, p. XXVII.
  15. Cfr. Le edizioni Laterza, catalogo storico 1901-2000, a cura di R. Mauro, M. Menna, M. Sampaolo, Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. 18-57.
  16. Lettera di B. Croce a G. Laterza del 18 maggio 1912, in B. Croce-G. Laterza, Carteggio 1911-1920, a cura di A. Pompilio, vol. II, Bari, Laterza, 2005 pp. 153-54.
  17. Ivi, p. 182, Lettera di B. Croce a G. Laterza del 19 giugno 1912.
  18. D. Coli, Croce Laterza e la cultura europea, Bologna, Il Mulino, 1983, p. 111.
  19. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, op. cit., p. 134.
  20. G.F. [Papini], Collana dei filosofi moderni, in «Leonardo», V, 1907, p. 123.
  21. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, op. cit., p. 135.
  22. B. Croce, L’immaterialismo del Berkeley, in «La Critica», VII, 1909, p. 79.
  23. B. Croce, La filosofia di Herbart, in «La Critica», VI, 1908, p. 149.
  24. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, op. cit., p. 137.
  25. Ivi, pp. 136-45.
  26. G. Tognon, Il Leibniz di Giovanni Gentile. Un capitolo sulla storia e sulla fortuna di Leibniz in Italia, in Scritti in onore di Eugenio Garin, presentazione di C. Cesa, Pisa, Scuola Normale Superiore, 1987, p. 474.
  27. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, op. cit., p. 137.
  28. Ivi, pp. 136-45.
  29. Le edizioni Laterza, catalogo storico 1901-2000, op. cit., pp. 18-84.
  30. G. Marini, Premessa del traduttore alla prima edizione, in G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, a cura di G. Marini, Roma, Laterza, 2016, p. XX.
  31. Ibidem.
  32. D. Coli, Croce, Laterza e la cultura europea, op. cit., p. 35.
  33. Ibidem.
  34. V. Laterza, Quale editore, op. cit., p. IX.
  35. Le edizioni Laterza, catalogo storico 1901-2000, op. cit., pp. 836-38.
  36. Cfr. M. dal Pra, Tutto Hume, in Cent’anni Laterza 1885-1985. Testimonianze degli autori, Roma-Bari, Laterza, 1985, p. 94.
  37. E. Garin, I Classici della filosofia, in «Cultura moderna», XIII, 1954, p. 8.
  38. Le edizioni Laterza, catalogo storico 1901-2000, op. cit., pp. 836-38.
  39. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, op. cit., pp. 137-38.
  40. Ibidem.
  41. Ibidem.
  42. Ibidem.
  43. Ivi, pp. 139-40.
  44. Le edizioni Laterza, catalogo storico 1901-2000, op. cit., p. 54.
  45. Ivi, p. 867.
  46. B. Croce-G. Laterza, Carteggio 1911-1920, vol. II, a cura di A. Pompilio, op. cit., Lettera di B. Croce a G. Laterza del 18 maggio 1912.
  47. Ivi, p. 142, Lettera di G. Gentile a B. Croce del 24 aprile 1912.
  48. G. Gentile, Recensione a Testi di filosofia per uso dei licei: R. Cartesio, «Discorso sul metodo» trad. e comm. da Giuseppe Saitta; Aristotele, «Dell’animo», passi scelti e comm. da Vito Fazio Allmayer, in «La Critica», vol. X, 1912, pp. 362-63.
  49. Ibidem.
  50. Lettera di G. Gentile ad A. Carlini del 29 aprile 1909, in G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, op. cit., p. 185.
  51. Ivi, p. 138.
  52. «Civiltà Cattolica», vol. 3, anno 68°, 1917, p. 168.
  53. F. Adorno, Quando si discuteva di «storicismo», in Cent’anni Laterza 1885-1985. Testimonianze degli autori, op. cit., p. 3.
  54. E. Garin, Comunanza di lavoro e di interessi ideali, in Cent’anni Laterza 1885-1985. Testimonianze degli autori, op. cit., pp. 133-34.
  55. L. Masella, Laterza dopo Croce, op. cit., pp. 108-109.
  56. Ivi, pp. 109-10, Lettera di E. Garin a V. Laterza del 30 agosto 1952.
  57. Ivi, p. 110, Lettera di E. Garin a V. Laterza del 28 novembre 1952.
  58. Le edizioni Laterza, catalogo storico 1901-2000, op. cit., p. 867.
  59. E. Garin, I Classici della filosofia, in «Cultura moderna», XIII, 1954, p. 8.
  60. L. Masella, Laterza dopo Croce, op. cit., pp. 114-15.
  61. Le edizioni Laterza, catalogo storico 1901-2000, op. cit., p. XVI.
  62. L. Masella, Laterza dopo Croce, op. cit., pp. 124-25.
  63. Cfr. M. Panetta, Croce editore, op. cit., to. I, p. 57.
  64. Ivi, p. 56.
  65. Cfr. D. Coli, Croce Laterza e la cultura europea, op. cit., pp. 101-10.
  66. Cfr. B. Croce-G-Papini, Carteggio 1902-1914, a cura di M. Panetta, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012.
  67. Cfr. D. Coli, Croce Laterza e la cultura europea, op. cit., p. 102.
  68. Lettera di M. Garin a V. Laterza del 15 giugno 1955, in L. Masella, Laterza dopo Croce, Roma-Bari, Laterza, 2007, op. cit., p. 121.
  69. N. Badaloni, È da Croce che ho imparato, in Cent’anni Laterza 1885-1985. Testimonianze degli autori, op. cit., p. 25.
  70. P. Gobetti, L’editore ideale, a cura di F. Antonicelli, Milano, Scheiwiller, 1966.

(fasc. 25, 25 febbraio 2019)