Un testo quasi sconosciuto di Benedetto Croce. La prefazione a un libro di Maria José di Savoia, ultima regina d’Italia

Autore di Girolamo Cotroneo

Nel 1962, l’editrice Utet inaugurava una collana dal titolo «La vita sociale della nuova Italia» con una biografia di Benedetto Croce scritta da Fausto Nicolini, il quale soltanto due anni prima, nel 1960 quindi, aveva pubblicato a Napoli per L’Arte Tipografica L’«Editio ne varietur» delle opere di Benedetto Croce, il cui sottotitolo recitava: Saggio bibliografico con taluni riassunti e passi testuali. Tra questi ultimi Nicolini pubblicava la prefazione scritta da Croce nel maggio del 1952, pochi mesi prima della sua scomparsa, ma apparsa per la prima volta nel 1956, a un libro scritto dall’ultima regina d’Italia, Maria Josè di Savoia, dal titolo Amedeo VI e Amedeo VII di Savoia, noti come il Conte Verde e il Conte Rosso.

Nella ricordata biografia di Benedetto Croce, Nicolini parlava in un apposito capitolo dei rapporti tra il filosofo e Casa Savoia, verso la quale – in quanto artefice dell’unità d’Italia – mostrava una notevole reverenza; un sentimento che il 6 giugno del 1946, quando venne ufficializzato l’esito del referendum del 2 giugno, che aveva trasformato l’Italia in una repubblica, scrisse nel suo diario: «Io sono contento di aver sostenuto e votato la monarchia, e non vorrei avere l’inquietudine che dovrebbero provare coloro che, senza alcuna necessità e senza nessuna prevedibilità per l’Italia, vogliono il nuovo e finora intentato»: e aggiungeva, non senza una certa soddisfazione, che «Napoli ha dato una grande maggioranza per la monarchia».

Nonostante i suoi sentimenti, i rapporti con Casa Savoia, scrive Nicolini, sino al 1920 non sono andati «oltre qualche visita di dovere fatta in Napoli, insieme con gli altri senatori napoletani, ai duchi di Aosta e all’accettazione di qualche pranzo lassù, nella reggia di Capodimonte, ove gli Aosta dimoravano». Dal 1920 in poi, quei rapporti divennero più frequenti, in quanto Croce, ministro del Governo Giolitti, «doveva, insieme con gli altri ministri, recarsi al Quirinale per la celebre “firma reale”; una formalità», proseguiva Nicolini, «che Vittorio Emanuele III procurava di render meno monotona intercalandovi brani di conversazione, i quali, quando ultimo a recargli il decreto da firmare fosse il Croce, si convertivano in un più filato e meno breve dialogo, per lo più su aneddoti storici, di cui – buon conoscitore di storia, ma soltanto sotto l’aspetto aneddotico – quel re era quanto mai avido». Nicolini concludeva la sua narrazione ricordando la Regina Madre, Margherita di Savoia, alla quale, Giosuè Carducci – poeta molto amato da Croce – aveva dedicato una famosa poesia. E anche se forte fu la delusione di Croce quando la Regina mostrò una notevole simpatia per il fascismo e i suoi metodi di governo, tuttavia, «quando uscì di vita», ricorda Nicolini, Croce scrisse di non aver dimenticato mai «quel che ella fu in Italia dal 1878 al 1900, da tutti venerata, da tutti amata, la prima regina italiana della libera Italia, dell’Italia terra delle arti e della poesia».

Nonostante soltanto due anni prima Nicolini avesse riprodotto nell’Editio ne varietur il testo integrale della prefazione di Croce al libro di Maria Josè, nella successiva biografia, pur ricordando – lo aveva fatto anche nell’Editio – un incontro “privato” avvenuto nel 1931 tra il filosofo e l’allora principessa Maria José, non aveva fatto riferimento alcuno a questa prefazione. Quell’incontro, però, merita di venire ricordato; e vorrei farlo con le stesse parole di Croce.

Il 30 dicembre del 1931, Croce scriveva nel suo diario: «Recatomi di buon mattino a Pompei e tornato nel pomeriggio». Niente altro. Molti, ma molti anni dopo, precisamente nel febbraio del 1945, a questa pagina aggiungeva una lunga nota: «Non volli segnare», scriveva, «il nome della principessa di Piemonte, nel caso che queste carte mi fossero portate via dai fascisti. Ma a Pompei andai per un incontro, combinato dalla principessa per mezzo della sig.ra Jaccarino, sua amica, e del prof. Spinazzola; vi andai sconosciuto, accompagnando lo Spinazzola come suo aiutante nei rilievi e disegni che faceva colà, e perciò portando sottobraccio un rotolo di carte; il colloquio ebbe luogo in una casa deserta dell’amministrazione. La principessa», proseguiva Croce, «volle essere informata da me delle condizioni dell’Italia e delle disposizioni del popolo italiano: il che feci con molta larghezza e particolari. Cavò poi dalla borsetta una copia della traduzione francese della mia Storia d’Italia e mi disse che il padre gliela aveva data al partire di lei per l’Italia; e volle che io vi mettessi la mia dedica e firma. Poi, indirettamente, continuò con me le relazioni, finché non la rividi in Roma, nella primavera del 1943, insieme con la madre». Come ho detto, anche Fausto Nicolini parla di questo incontro; e, per segnalare il carattere amichevole del rapporto esistente tra il filosofo e la principessa, ricorda che quest’ultima «quasi per mostrare al Croce di non aver dimenticato quell’incontro, (…) gli fece, anni dopo, recapitare la fotografia del piccolo Vittorio Emanuele».

La prefazione del 1952 rientra in questo rapporto amichevole. E Maria Josè manifestava la sua gratitudine verso Croce scrivendo nella Nota introduttiva: «Il libro si apre con la prefazione di un Maestro scomparso, ed è con emozione e rispetto che offro al lettore uno degli ultimi scritti di Benedetto Croce». Purtroppo, intorno a questa prefazione non possiamo – come è invece possibile per molti altri dei suoi lavori – conoscere i pensieri “privati” di Croce, perché il suo diario, i celebri Taccuini di lavoro, si arresta al dicembre 1949, con una breve appendice che porta la data del 3 luglio 1950. Inoltre, Nicolini non poteva conoscerli, dal momento che la loro pubblicazione porta la data del 1987, diversi anni, quindi, dopo il 1965, l’anno della sua scomparsa. Quelle pagine – che sono qui di seguito riportate per intero –, certamente tra le ultime scritte da Croce, si prestano a diverse considerazioni.

Come si potrà vedere dal testo, Croce indugia soprattutto su alcune figure storiche e su alcune vicende di Casa Savoia, a partire da Emanuele Filiberto e Vittorio Amedeo II. Ci dice della corte sabauda, della sua politica, dei suoi rapporti con l’aristocrazia e il popolo; dice ancora di Vittorio Alfieri, nemico di tutti i tiranni, ma sostanzialmente benevolo verso i Savoia, e del quale ricorda alcuni versi in cui dichiarava di preferire un re «nato in trono», al governo della plebe, di chi «povero, oscuro e vil si nacque» e che «a tutti i dappiù (muove) aspra guerra». E ancora ricorda qualche canto popolare in stretto dialetto piemontese, e tante altre piccole e grandi cose, sempre legate ai Savoia e al Piemonte.

Ma non si incontra cenno alcuno al contenuto del libro di Maria José, nessun riferimento alle vicende che esso narra e all’espressa o sottintesa interpretazione che le accompagna. Solo all’inizio del suo discorso dice della sua commozione quando venne a sapere che Maria José scriveva la storia di Casa Savoia, nella quale era entrata molto tardi, venendo dalla famiglia reale di Sassonia-Coburgo, e nelle due righe finali le assicurava «il (suo) plauso e i (suoi) auguri» per la fortuna dell’opera da lei intrapresa.

Non ritengo particolarmente utile formulare ipotesi sulle ragioni che potrebbero aver indotto Croce a scrivere, più che una prefazione, un breve, ma denso saggio su alcune vicende di Casa Savoia. Ma queste pagine poco conosciute – ricordo qui che sono state segnalate e brevemente discusse da Maria Panetta nel secondo volume del suo Croce editore,  apparso a Napoli per Bibliopolis nel 2006 – hanno un’importanza che supera la loro genesi e il loro contenuto: esse confermano che, ancora verso la fine della sua esistenza, Croce nutriva un vivo affetto, sostenuto ovviamente da un giudizio storico rigoroso, nei confronti di Casa Savoia: affetto e giudizio che non mutarono neppure in “quell’autunno nero” del 1943, quando Vittorio Emanuele III condusse l’Italia verso una vergognosa rovina. In quell’occasione, precisamente il 13 ottobre di quell’anno, così aveva scritto su un giornale napoletano: «Forse anche nella nostra indignazione per l’accaduto c’era, almeno in alcuni di noi, il senso doloroso dell’offesa che si era recata da un re di Savoia a questa veneranda casa sovrana, la più antica di Europa, che noverava nove secoli di vita, ricchi di nobili e severe memorie, che, quando noi eravamo giovani, aveva ispirato l’altissimo canto di Giosuè Carducci».

Queste parole, credo più di molte altre scritte da Croce su questo argomento, rivelano i suoi profondi sentimenti: a Vittorio Emanuele III, più che il male che aveva fatto all’Italia, rimproverava quello che aveva fatto alla sua “veneranda casa”, coprendola di disonore; un disonore che però non fece nascere in Croce il pensiero di chiedere il suo bando dal paese, ma soltanto quello di sostituire il vecchio re con uno giovane e senza peccato. E certamente fu quell’immagine dei re che avevano fatto l’Italia, che, accettando la richiesta di una regina verso la quale aveva nutrito tanta simpatia, gli fece scrivere le pagine quasi sconosciute che qui di seguito vengono riprodotte.

La prefazione di Croce

Sono rimasto vivamente commosso quando ho appreso che Maria Josè, l’ultima regina d’Italia, volgendosi agli studi storici, scrive la storia della casa Savoia, nella quale essa entrò ben tardi, venendo dal suo Belgio, e in un momento assai pericoloso della vita dell’Europa, che aspettava una nuova guerra, ad assumere accanto alla gloria del nome, le responsabilità e i doveri di una situazione incerta. Nessuno ai giorni nostri aveva provveduto a questa storia, quantunque non mancassero provocazioni che avrebbero dovuto suscitare difese: provocazioni tra le quali ricordo un opuscolo pubblicato in America da un professore italiano che dava nel suo scritto un insigne saggio di rozzezza morale e di ignoranza storica. Mi si affollano, per così dire, nella memoria innumeri ricordi di fatti e di aneddoti, che valgono a rappresentare la singolare unione di sovrani e di popolo, propria della storia di casa Savoia. Ricordi sublimi, affettuosi, gai.

Emanuele Filiberto libera il Piemonte dall’invasione degli stranieri e lo rinnova nella costituzione politica, nell’amministrazione, negli studi, nei costumi, e anzitutto negli ordini della milizia e dell’esercito stanziale, nel quale si foggia la forma che attraverserà nei due secoli seguenti, svolgendosi e perfezionandosi, e darà la mano, infine, nell’Ottocento all’esercito dell’Italia tutta. Ma, nei primi tempi della sua riforma, il sovrano s’avvede che i contadini, ai quali aveva somministrato armi per l’istruzione militare, si servivano dei morioni e degli scudi per pignatte e padelle delle loro cucine; e deve provveder subito a rettificare quel troppo semplicistico uso.

La nobiltà piemontese attornia il duca Vittorio Amedeo II (era duca di Savoia ma non ancora re di Sardegna), che doveva recarsi in Portogallo a sposare la regina di quello Stato e rimanere per lungo tempo colà. Si trattava di un’intesa tra Madama Reale, madre di Vittorio Amedeo e la sorella di lei, regina del Portogallo: ma il Piemonte era agitatissimo per la paura di perdere il suo duca, e tanto fece, coadiuvato tacitamente dallo stesso Vittorio Amedeo, che bisognò deporre l’idea. Nel colloquio finale e persuasivo, una dei gentiluomini gli disse ridendo: – Perché mai Vostra Altezza cerca sudditi diversi da noi? Dove ne troverà di più minchioni? – Ma quel popolo si stringeva intorno al suo capo ogni volta che c’era pericolo, e durante l’assedio di Torino del 1706 un canto popolare piemontese diceva:

Fève curage, piemonteis, vu atir, piemonteis!
Battiruma li spagnoi e ist bugher di franceis!

Nei tempi di pace la corte sabauda attirava, con la sua disposizione politica, l’attenzione degli osservatori e l’intelligentissimo ambasciatore napoletano, il marchese Caracciolo, inviato nel 1756 a Torino dal Tanucci, scriveva: «Ẻ cosa stupenda che lo spirito della corte vivifichi e si dirami a tutte le estreme parti di tutte le classi di persone: mens agitat molem. Gli uomini delle altre nazioni sono così diversi di massime e di fisionomia, e qui paiono fatti alla medesima stampa». C’è una commedia, dovuta a un cortigiano di Madama Reale, il Tana, marchese d’Entraque, già maestro di casa della regina, il Cônt Piôlett, che rispecchia il sentire idillico di quel tempo, e che invano sinora ho cercato di rivendicare al patrimonio della letteratura nazionale. Il Caracciolo prendeva argomento dall’animo piemontese per contrastare il giudizio indulgente del suo superiore Tanucci intorno alla politica neutralistica di Venezia che, quando cadde e perse l’indipendenza e passò nel dominio di una nazione straniera, trovò scarsa pietà in Italia presso i politici. «Si pentiranno un giorno – aveva scritto il Caracciolo – i veneziani di avere svelto dal petto dei loro cittadini la virtù militare. Ẻ molto più commendevole il sistema dei piemontesi e più analogo alla gloria e al nome antico italiano».

Fu tra i sudditi piemontesi Vittorio Alfieri, il poeta dell’odio ai tiranni, dai quali non escludeva i re assoluti. Ma uno scrupolo di coscienza lo costrinse a fare un’eccezione per i suoi principî, dichiarando nella sua autobiografia: «Ancorché io non ami punto i re in genere, e meno i più arbitrari, devo pur dire ingenuamente che la razza di questi nostri principi è ottima sul totale, e massime paragonandola a quasi tutte le presenti d’Europa. Ed io mi sentivo nell’intimo del cuore piuttosto affetto per essi che non avversione stante che questo re come il di lui predecessore sono di ottime intenzioni, di buona e costumata ed esemplarissima indole, e fanno al paese più bene che male». E quando negli ultimi anni della sua vita, il suo re, Carlo Emanuele IV, era in esilio a Firenze, ed egli si recò a visitarlo, venne accolto con queste parole, che erano una critica garbata e quasi malinconicamente scherzosa: ˗ Caro Alfieri, vedete un tiranno! – Questo Carlo Emanuele che aveva sposato la sorella di Luigi XVI, la santa regina Clotilde, riuscì, senza proporselo, a domare il presuntuoso inviato a lui dalla Repubblica francese, il Ginguené, discorrendogli della moglie sua e domandando della famiglia dell’altro: sicché il Ginguené, quantunque tutto acceso di opinioni repubblicane, «si ritirò – scrive il Botta – dalla reale udienza assai commosso e intenerito a tanta bontà e semplicità e modestia del sovrano del Piemonte».

L’Alfieri (se mi si consente la breve digressione) non voleva sapere di re, ma ben distingueva la tirannia che esercita un re da quella che usurpa un uomo della plebe. Per questa parte la Rivoluzione francese gli aveva aperto gli occhi. In un suo didascalico e filosofico epigramma, descrive i due diversi animi:

Chi, nato in trono, non conobbe eguali,
spesso è il minor di tutti;
ma il peggior no, perché dai vizi brutti
lo esenta in parte il non aver rivali.
Ma chi, povero, oscuro e vil si nacque,
s’ei mai possanza afferra,
la lunga rabbia, che, repressa, tacque,
fa che a tutti i dappiù muova aspra guerra.
Allor la invidia e crudeltà plebea,
dei grandi l’arroganza
e dei re l’ignoranza,
immedesimate entro una pianta rea,
forman lo scettro orribile di ferro
d’un re, che in capo ha il pazzo, in cor lo sgherro.

La virtù dell’aristocrazia fedele al re e il suo aiuto nel governo dello Stato si possono vedere dalle lettere, pubblicate dal Masi, di Luigia di San Marzano, che aveva sposato un Alfieri, e di Carlotta Melania Duchi, sua nuora. La voce di una poetessa patriottica e monarchica si fa udire in questa società, quella della Diodata Saluzzo Roero, che diè l’allarme per il primo avanzare delle schiere francesi, e chiamò a raccolta, per la difesa della patria, i giovani tra i quali soleva vivere:

Dolci compagni dell’ore più liete
Prole di forti, fratelli, sorgete!
Gallica schiera sull’Alpi s’affaccia…

E così via, accompagnando nel corso della sua vita le vicende della casa reale in tutto il periodo napoleonico, fino alla riaffermata autorità della monarchia assoluta dopo i casi del 1821.

Fu allora grande il periodo del distacco tra la monarchia e il suo popolo cagionato dal comportamento di Carlo Alberto in quell’anno. Ma Carlo Alberto si riprese e tornò a capo non solo del Piemonte ma dell’Italia, e il suo carattere di politico romantico, di fervente cattolico, di avido di gloria, di insofferente del dominio austriaco in Italia, quel che si agitava in lui delle forze vive del tempo suo, lo ha detto agl’italiani l’ode Piemonte del Carducci, che valse a fare intendere umanamente quella figura di re.

La storia piemontese ebbe già una sua grande importanza per l’Italia nel Medioevo, nel quale quei principi sopra gli altri furono mediatori fra l’Italia e la restante Europa. La biblioteca del re possedeva una bella e ricca serie di codici medievali, in molta parte miniati, composta di poemi e romanzi cavallereschi, che Vittorio Emanuele II donò alla biblioteca dell’Università, dove si bruciarono nell’incendio del 1901. Io, come ministro dell’Istruzione, dovetti visitare e approvare l’opera assai sapiente del restauratore intorno a ciò che ne era avanzato, e la tristezza per le vivacissime miniature ridotte a poveri frammenti fu per me grande. Anche per l’epopea medievale della casa di Savoia noi siamo debitori al Carducci, che le ha dato forma in alcune sue odi memorande.

Mi sia consentito per ultimo di porgere il mio plauso e i miei augurî per la fortuna dell’opera intrapresa con tanto amore dalla regina Maria Josè di Savoia.