Ursula K. Le Guin: edizioni italiane fra Storia e Utopia

Autore di Sara Tamisari

Il sogno dell’Utopia leguiniana

Ursula Kroeber Le Guin, autrice statunitense di Berkeley (California), è nata nel 1929 e si è laureata in Storia della Letteratura francese e del Rinascimento italiano1.

I mondi e le società create da Le Guin sono il frutto delle sue esperienze familiari e personali. Suo padre, Alfred Kroeber, era un antropologo, mentre la madre, Theodora Kroeber, una psicologa e scrittrice. Le professionalità dei suoi genitori l’hanno portata a interessarsi alle diverse culture del mondo: per questo ha studiato Storia della Letteratura francese e del Rinascimento italiano. Le Guin è sempre stata interessata a ciò che la circondava; la costruzione dei suoi mondi dipendeva principalmente dalla voglia di creare qualcosa di nuovo che comprendesse anche le particolarità delle culture che conosceva molto bene.

Le Guin ha inoltre avuto modo di vivere gli anni della rivoluzione culturale; prima di tutto nel sud della California, poi anche a Parigi, dove ha conosciuto quello che poi sarebbe diventato suo marito, Charles A. Le Guin.

I suoi libri si possono suddividere in quattro filoni o cicli generali. I due più importanti sono il ciclo di Earthsea (sei opere) e il ciclo Hainish (sette opere); di minore rilievo sono il filone di Orsinia e i racconti dell’American West Coast.

Il ciclo di Earthsea va a collocarsi nel genere fantasy utopico: in esso il mondo è costituito da un unico grande arcipelago abitato da draghi, maghi e persone normali; Earthsea è un sistema in cui la magia funziona e s’incorpora perfettamente alla natura. L’equilibrio nel mondo di Earthsea è l’elemento più importante sul quale si basa la filosofia di vita dei suoi abitanti.

Il ciclo Hainish si oppone, invece, nettamente al ciclo fantasy, non solo in quanto genere fantascientifico, ma anche per la diversità strutturale che lo caratterizza: mentre in Earthsea troveremo sempre un personaggio principale, protagonista di tutti i romanzi, Ged, nel ciclo Hainish i protagonisti e i mondi cambiano continuamente, anche nel corso di un singolo libro. Le centinaia di pianeti del ciclo Hainish sono state conquistate molti anni prima dagli abitanti del pianeta Hain; l’avanzamento tecnologico dei pianeti del ciclo Hainish viene spiegato tramite concetti scientifici e pseudoscientifici (alcuni di questi elementi non presentano una spiegazione plausibile, come l’impermatuta del Mondo di Rocannon).

Orsinia è un paese immaginario situato nell’Europa Centrale, che può essere “posizionato” laddove si ambienta il ciclo Hainish, in quanto mette insieme fantascienza e pura fantasia. L’American West Coast, ambientato nel nord della California, in Oregon e a Washington, invece, è quel filone in cui Le Guin parla dell’America del futuro, mescolando fantasy e fantascienza.

Nel 2016, la Library of America ha annunciato di voler includere le opere di Ursula K. Le Guin nella propria collezione, in modo che possano divenire dei classici contemporanei.

Tematiche fondamentali

Gli scrittori che hanno influenzato lo stile di Le Guin sono molti: Asimov, Heinlein, Dick etc., e più di tutti Andersen e Tolkien. Essendo cresciuta con le favole di Andersen, Le Guin ha avuto la possibilità di sviluppare precocemente la propria fantasia: è sempre stata una scrittrice di narrativa fantastica.

È stata anche molto influenzata dalla filosofia taoista: infatti, Le Guin parla spesso del taoismo nei propri saggi e ad esso ha ispirato ogni singolo libro, sia di genere fantascientifico sia fantasy. L’influenza del taoismo è esplicita nella trilogia di Earthsea (in questo contesto non prenderemo in considerazione gli altri tre libri del ciclo di Earthsea, scritti negli anni ’90): Il mago, del 1968; Le Tombe di Atuan, del 1971 e La spiaggia più lontana, del 1972. Questi tre libri sono collegati dalle vicende di un unico personaggio, Ged: il lettore avrà modo di seguire per intero la sua vita, dall’infanzia alla vecchiaia, legando le sue avventure alla tematica del raggiungimento della maturità vissuta in prima persona nel primo libro. Nel secondo compare Tenar, una sacerdotessa “rinchiusa” in una società distopica governata dalle donne e condannata a vivere la propria esistenza al servizio degli Dei dell’ombra, e nel terzo Arren, il principe di Earthsea. Questi due personaggi saranno sempre accompagnati da Ged, che sarà per loro una guida e un essenziale punto di riferimento.

La filosofia taoista è sottesa alla trilogia tramite l’Equilibrium, fattore fondamentale sul quale si basa il mondo di Earthsea. L’equilibrio è quel delicato rapporto che esiste tra cose e persone dell’arcipelago: esse sono consapevoli che un mago qualsiasi potrebbe cambiarlo o sconvolgerlo per sempre e perciò, all’interno del mondo creato da Le Guin, ognuno coopera per cercare di mantenere l’equilibrio che quasi mai riesce a rimanere tale. Essendo la magia strettamente legata alla natura e all’uomo, essa può operare sia nel bene sia nel male; la magia di per sé è neutrale; pertanto, è colui che la “manovra” a deciderne la destinazione.

La tentazione proveniente dall’oscurità è presente in tutti e tre i libri, e tutti e tre i protagonisti saranno tentati: nel primo libro Ged, giovane mago di talento, vuole sfidare se stesso e superare i propri limiti evocando dal regno dell’oscurità quella che sarà la sua antagonista durante la storia, l’ombra. Nel secondo libro Tenar, la sacerdotessa destinata a servire gli Dei dell’ombra, si ritrova spesso nell’oscurità e circondata da poteri malvagi, ma inizialmente si sente a suo agio e protetta in quel circolo del male. Per finire, nel terzo racconto, Arren stesso viene tentato dal male, da colui che ha sconvolto l’equilibrio di Earthsea.

Durante l’intera trilogia il lettore assisterà a uno sbilanciamento dei protagonisti verso il lato oscuro dell’equilibrio, per poi comprendere, tramite il viaggio volto al raggiungimento della maturità, che l’equilibrio non deve essere inclinato da una parte, ma deve tornare a essere tale.

«To light a candle is to cast a shadow»2 (‘Accendere una candela significa generare un’ombra’): la metafora è estremamente esplicativa, necessaria per comprendere che le due estremità dell’equilibrio sono complementari e che l’una non può esistere senza l’altra. L’opposizione fra bene e male si trova come fondamento del pensiero taoista e, com’è noto, è rappresentata dall’antico simbolo dello yin e yang.

Nella fiaba, quindi, il male non appare come qualcosa di diametralmente opposto al bene, ma come qualcosa di inestricabilmente intrecciato con esso, come nel simbolo yang-yin. Nessuno dei due ha più valore dell’altro, né la ragione e la virtù umane possono separare l’uno dall’altro e scegliere tra di essi. L’eroe o l’eroina è chi vede quello che è conveniente fare, perché lui o lei vede l’intero, che vale sia più del bene che del male. In effetti, il loro eroismo è la sicurezza che hanno. Essi non agiscono seguendo regole; semplicemente, sanno in che direzione andare3.

In riferimento al concetto di ombra che combacia con il pensiero taoista, è bene introdurre un’altra tematica che contribuisce a rendere i personaggi di Le Guin estremamente coerenti con la propria psicologia. A influenzare, infatti, il pensiero leguiniano è stato anche Carl Gustav Jung, il quale ha contribuito, con le proprie opere, alla realizzazione psicologica e caratteriale di ogni singolo personaggio creato dalla scrittrice. Esplicativo è il saggio presente nella miscellanea Il linguaggio della Notte, unica raccolta di saggi a oggi tradotta in italiano: Il fanciullo e l’ombra. Per comprendere appieno il motivo per il quale Le Guin ha deciso di parlare del racconto di Andersen è opportuno citare l’inizio del saggio per intero:

C’era una volta, racconta Hans Christian Andersen, un giovane timido, cortese e istruito che veniva dal nord, che andò verso sud per visitare le terre calde, nelle quali il sole splende con ardore, e tutte le ombre sono nerissime.

Ora, sull’altro lato della strada su cui dà la finestra del giovane c’è una casa, in cui una volta egli scorge una bellissima fanciulla che sul balcone si prende cura di fiori bellissimi. Il giovane desidera intensamente parlarle, ma è troppo timido. Una notte, mentre una candela arde dietro di lui, e proietta la sua ombra sul balcone di fronte, egli dice “scherzosamente” alla sua ombra di tirar dritto ed entrare in quella casa. Essa lo fa. Entra nella casa dall’altro lato della strada e lo abbandona.

Naturalmente il giovane è leggermente meravigliato, ma non fa nulla al riguardo. Si fa crescere subito un’altra ombra e se ne ritorna a casa. E diventa più vecchio e più istruito, ma non ha fortuna. Parla della bontà e della bellezza, ma nessuno lo ascolta.

Poi, un giorno, quando è un uomo di mezza età, l’ombra ritorna da lui, molto magra e piuttosto scura, ma vestita con eleganza.

«Sei entrata nella casa di fronte?», l’uomo le chiede come prima cosa; e l’ombra risponde: «Oh, sì, naturalmente». Pretende di aver visto tutto, ma si sta soltanto vantando. L’uomo sa cosa chiedere. «Le stanze erano come il cielo stellato che si scorge dalla cima di una montagna?», chiede, e tutto ciò che l’ombra può rispondere è: «Oh, sì, c’era tutto». Non sa che cosa dire. Non è mai potuta andare più in là dell’anticamera, poiché in fondo, è solo un’ombra. «Sarei stata distrutta da quel fascio di luce, se fossi penetrata nella stanza in cui viveva la fanciulla», dice.

In ogni modo, è brava a fare estorsioni e arti del genere; è un tipo forte e privo di scrupoli, e ha il più completo dominio sull’uomo. Partono per un viaggio, l’ombra padrone e l’uomo servitore. Incontrano una principessa, che soffre «perché ci vede troppo chiaro». Ella vede che l’ombra non ha ombra, e diffida di ciò, ma questa spiega che in realtà la sua ombra è l’uomo a cui ha permesso di camminare per conto suo. Un accordo strano, ma logico; la principessa accetta la spiegazione. Quando infine lei e l’ombra decidono di sposarsi, l’uomo si ribella. Cerca di dire la verità alla principessa, ma l’ombra arriva per prima con le spiegazioni: «Quel poveretto è pazzo, crede di essere un uomo, e che io sia la sua ombra!». «Orribile», dice la principessa. Non rimane altro che una pietosa uccisione. E mentre l’ombra e la principessa si sposano, avviene l’esecuzione dell’uomo4.

La favola di Andersen risulta incredibilmente crudele, ma le metafore usate sono utili per comprendere le dinamiche psicologiche alle quali Le Guin vuole far giungere il lettore.

La casa dalla parte opposta della strada, spiega Le Guin, rappresenta la casa della Bellezza e la fanciulla non è altri che la musa della Poesia; l’uomo è inevitabilmente attratto da quel luogo e dalla ragazza, ma non ha il coraggio di mettersi in gioco. L’ombra, d’altro canto, entra nella casa, ma non può giungere a nulla senza l’uomo, perché impossibilitata a superare l’anticamera. Andersen fa capire che entrambi i soggetti non possono avere successo senza l’altro.

L’uomo si priva dell’ombra e di conseguenza, nonostante sia istruito, non riesce a padroneggiare l’arte proprio perché privo dell’istinto, della sua parte oscura, che gli permetterebbe di avere successo nella vita. Quando l’ombra torna dall’uomo, i due si ritrovano nuovamente riuniti, ma l’ombra ha avuto modo di crescere e di prendere il sopravvento su di lui. La principessa rappresenta la ragione pura e fredda e accetta la spiegazione dell’ombra perché l’uomo, ai suoi occhi, non è altro che un inetto: l’uomo diventa l’altro dell’ombra, ma non ha un ruolo specifico.

L’uomo e l’ombra rappresentano quindi lo yin-yang e Le Guin afferma che:

L’uomo è tutto ciò che è civilizzato, istruito, cortese, idealista, onesto. L’ombra è tutto ciò che viene eliminato nel processo che fa diventare adulti, onesti e civilizzati. L’ombra è l’egoismo frustrato dell’uomo, i desideri che non può ammettere, le parole di imprecazione che non ha pronunciato, gli assassinii che non ha commesso. L’ombra è il lato oscuro della sua anima, ciò che non si ammette, l’inammissibile5.

Il messaggio fondamentale che traspare nella favola di Andersen è che l’ombra è presente in ogni persona, è il lato oscuro, istintivo degli individui senza il quale gli esseri viventi non possono vivere. Senza l’ombra non è possibile entrare nella Casa della Poesia. L’uomo, dunque, sbaglia nel rinnegarla e nell’abbandonarla, perché così facendo si priva della propria vita, si priva dell’arte e, nonostante sia istruito e colto, non è in grado di sfruttare le proprie capacità per creare qualcosa di grande.

A questo proposito viene introdotto il pensiero di Jung, che Le Guin cerca di spiegare:

Jung riteneva che l’Io, quello che di solito chiamiamo sé, fosse solo una parte del Sé, la parte di esso di cui siamo consapevoli con la coscienza. (…) Il Sé è trascendente e molto più ampio dell’Io; non è un possesso privato, ma collettivo, ossia lo abbiamo in comune con tutti gli altri esseri umani, e forse con tutti gli esseri. (…) Se (l’Io) è debole, o se non gli si prospetta niente di meglio, ciò che fa è trovare identità con la “coscienza collettiva”. Questo è il termine con cui Jung indica una sorta di minimo comune denominatore di tutti i piccoli io sommati, la mente della massa, che è fatta di cose come culti, credi, mode, manie6.

Nell’introdurre la parte inconscia degli individui, Jung parla del concetto di Ombra: viene infatti descritto il modo secondo il quale ogni individuo dovrebbe riuscire a raggiungere quella parte del Sé che ha in comune con gli altri esseri viventi.

L’ombra, il fratello oscuro della mente cosciente, si trova sull’altra faccia della nostra psiche. È Caino, Calibano, il mostro di Frankenstein, Mr. Hyde. (…) L’ombra sta sulla soglia tra il conscio e l’inconscio, e noi la incontriamo nei sogni, nelle vesti di sorella, fratello, amico, bestia, mostro, nemico, guida. È tutto ciò che non vogliamo e non possiamo ammettere all’interno del nostro io cosciente, tutte le qualità e le inclinazioni dentro di noi che sono state represse, negate, o che non sono state utilizzate7.

L’ombra non rappresenta l’inconscio, bensì un’altra parte di noi stessi che ogni individuo razionale non può e non vuole ammettere di avere.

L’ombra si trova, dunque, sulla soglia tra il conscio e l’inconscio; pertanto, se una persona volesse raggiungere il lato inconscio del proprio io, dovrebbe per forza di cose scontrarsi con l’ombra: «Ognuno di noi è seguito da un’ombra, e meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa»8. Esiste solo un modo, quindi, per raggiungere l’inconscio: accettare l’ombra come parte di se stessi e fare in modo che essa ci accompagni in quella parte del nostro io, come guida e non come nemico, permettendoci di giungere nelle profondità dell’inconscio, dove è situata l’arte della creatività.

In questo contesto, come accennato prima, ritroviamo il primo libro della saga di Earthsea, Il Mago, dove il concetto di ombra viene sviscerato e reso concreto: pare ovvio che Le Guin si sia ispirata alla favola di Andersen.

In questo romanzo viene narrata la prima fase della vita del protagonista Ged, dall’infanzia all’adolescenza. Ged è un giovane mago dal talento innato che a un certo punto della propria istruzione magica cede alla spavalderia e all’orgoglio. Nel tentativo di dimostrare ai compagni quanto sia potente, apre uno squarcio nello spazio-tempo e senza volerlo evoca un essere mostruoso dal regno dei morti: l’Ombra. Il protagonista passerà molti anni a fuggire dalla propria ombra, portando con sé le cicatrici che quest’ultima gli ha procurato. Solo verso la fine della storia Ged si renderà conto che l’ombra non è altro che quella parte di se stesso che egli ha cercato per tutta la vita di rinnegare.

Nella saga di Earthsea la magia funziona tramite l’antico idioma, ovvero il linguaggio dei draghi; i maghi sono in grado di controllare oggetti e persone soltanto conoscendo il loro vero nome. Quando Ged finalmente comprende la natura del suo nemico, diventa egli stesso cacciatore.

Arriviamo quindi al climax della storia: la scena del riconoscimento dell’ombra. Ged la incontra per l’ultima volta. Si afferrano a vicenda e pronunciano lo stesso nome, «Ged». Così luce e oscurità si mescolano, si fondono, diventano parte l’una dell’altra; esse sono lo yin e lo yang, si completano e non sono più due esseri distinti, diventano uno solo. Ged si rende finalmente consapevole della parte oscura dentro se stesso, la accetta, la conosce e ritrova l’equilibrio:

A voce alta e nitida, squarciando il vecchio silenzio che gravava su quel luogo, Ged pronunciò il nome dell’Ombra, e in quello stesso istante, parlando con la sua bocca senza labbra e senza lingua, l’Ombra disse la stessa parola: – Ged – E le due voci erano un’unica voce9.

Il femminismo

Ho scoperto, in un certo senso con mio dispiacere, di essere una scrittrice estremamente morale. Mi trovo sempre impegnata nella difesa di un’idea o a fare prediche. Vorrei non essere tanto moralista, perché il mio interesse è estetico. Ciò che voglio è fare qualcosa di bello, come un vaso ben fatto o un buon pezzo musicale, e le idee e il moralismo continuano a interporsi. È in atto una precisa battaglia10.

Come accennato, Le Guin ha vissuto in uno dei periodi storici più importanti e significativi nella storia dell’America (e del mondo stesso), un periodo di rivoluzioni, di ricerca d’indipendenza e di battaglie combattute e non sempre vinte, non del tutto vinte. Si pensi ancora oggi al ruolo che secondo una parte della società la donna dovrebbe avere, quello di stare a casa a occuparsi dei figli; si pensi a quel lato della società che ancora oggi ritiene la donna che lavora un’anomalia, una madre snaturata.

Negli anni ’60 Le Guin comincia ad affrontare il tema del femminismo, in modo inconscio, con Il Pianeta dell’Esilio perché:

Il Pianeta dell’esilio è stato scritto tra il 1963 e il 1964, prima del risveglio del femminismo dal suo letargo trentennale. Il libro mostra il mio modo giovanile, “naturale”, ancora non desto, non giunto al livello della coscienza, di trattare i personaggi maschili e femminili. A quei tempi potevo dire con coscienza perfettamente pulita (…) che semplicemente per me non aveva alcuna importanza che i miei personaggi fossero di sesso maschile o femminile, purché fossero umani11.

In ogni caso, spiega Le Guin, dietro quest’opera si cela il suo pensiero riguardante i poteri dei due sessi. Nonostante nel libro il ruolo attivo sia conservato dal personaggio maschile, l’eroe che si batte coraggiosamente per giungere a uno scopo, Le Guin stessa afferma che il perno della storia e il personaggio senza il quale il racconto non avrebbe alcun senso è Rolery, la protagonista femminile. Le Guin afferma che il pensiero taoista ha raggiunto la sua scrittura prima di quello femminista; si ritrova quindi automaticamente influenzata dalle dinamiche dello Yin e dello Yang, filosofia presente in ogni singola opera dell’autrice.

L’elemento di cui la scrittrice parla in questo frangente è lo wu wei, «l’agire senza agire», ossia l’agire attraverso l’immobilità. È così che il personaggio femminile diventa indispensabile, perché, nonostante ella non scelga attivamente e resti per tutto il tempo del racconto in un ruolo apparentemente passivo, è ella in realtà che sceglie, sceglie senza scegliere. Le Guin afferma che:

Rolery, una donna giovane e inesperta, appartenente a una cultura rigidamente tradizionale, a supremazia maschile, non lotta, non prende l’iniziativa negli incontri sessuali, non diventa un membro dirigente della società, né assume alcun altro ruolo che nella sua e nostra cultura del 1964 verrebbe classificato come “maschile”. È, però, una ribelle, sia sul piano sociale che su quello sessuale. Sebbene il suo comportamento non sia aggressivo, il desiderio di libertà la porta a rompere completamente con il suo modello culturale: si trasforma interamente alleandosi con un io alieno. Sceglie l’Altro12.

La conseguenza della scelta passiva della protagonista sarà ciò che si trova alla fine del libro: scegliendo l’Altro, Rolery dà prova di forza, è una ribelle, e le sue azioni-non azioni si rivelano cruciali per il fine della storia, ovvero il mutamento completo e sostanziale della società e della cultura.

Le Guin non è mai stata un’estremista e ha sempre cercato il modo di giungere a un equilibrio; per quanto riguarda il femminismo, ella parla infatti di quelle femministe radicali che non rispecchiano in alcun modo il suo pensiero. Le Guin ricerca continuamente quell’equilibrio derivante dal pensiero taoista, nel quale crede profondamente. Considera l’ideologia femminista preziosa per il suo lavoro e per la sua vita, e in ogni sua opera non si troverà mai un personaggio stereotipato; dopo il risveglio del femminismo, il ruolo della donna subirà un cambiamento notevole, ma ciò non sarà dovuto soltanto all’ideologia femminista.

Le Guin non si è mai posta il problema del genere sessuale: per lei, non è mai stato importante che il protagonista della sua storia fosse un uomo oppure una donna, perché l’elemento essenziale era l’umanità del personaggio. Le Guin ha ammesso che il riservare il ruolo attivo ai personaggi maschili è stata una sua grave mancanza; si è giustificata affermando che era ancora inconsapevole e ingenua, che si lasciava trasportare dalla società degli anni ’60, ribellandosi inconsciamente senza agire, proprio come Rolery.

Arrivarono quindi gli anni di quel risveglio femminista, e verso il 1967 anche per Le Guin:

Verso la metà degli anni sessanta il movimento femminista ricominciava appena a muoversi dopo una stasi di cinquanta anni. Si preparava un maremoto. Lo sentivo, ma non sapevo che cosa fosse un maremoto; credevo fosse soltanto qualcosa che non andava in me. Mi ritenevo una femminista; non riuscivo a capire come si potesse essere una donna intelligente, e non essere femminista13.

Dopo il risveglio e l’acquisizione di quella consapevolezza necessaria per crescere e maturare come scrittrice, Le Guin ha scritto il suo romanzo più significativo: La Mano Sinistra delle Tenebre.

Cominciai ad avere il desiderio di definire e di capire il significato della sessualità e quello del genere, nella mia vita e nella nostra società. (…) Ma io non ero un teorico, un pensatore o un attivista politico, né un sociologo. Ero una scrittrice di narrativa. Il modo in cui feci la mia riflessione fu la scrittura di un romanzo. Quel romanzo, La mano sinistra delle tenebre, è la registrazione della mia coscienza, l’evolversi del mio pensiero14.

Quest’opera è forse la più complessa e difficile che Le Guin abbia mai scritto, e rappresenta il suo personale esperimento del pensiero, che l’ha portata a creare qualcosa a cui ancora nessun altro scrittore aveva pensato: nasce dalla sua necessità di scoprire come la specie umana si sarebbe evoluta senza le distinzioni di genere.

La società creata da Le Guin in La mano sinistra delle Tenebre vive su un pianeta di nome Gethen, denominato Inverno dagli Hainiti perché costantemente avvolto dal gelo e da temperature al limite della sopportazione umana. Gli abitanti del pianeta, i Getheniani, sono individui che vengono classificati sia come maschio sia come femmina: sono infatti androgini. Invece di possedere un apparato genitale continuato, i Getheniani sviluppano gli organi riproduttivi in un determinato periodo del mese, e questa fase viene chiamata Kemmer: a seconda delle necessità, l’individuo sviluppa organi maschili oppure femminili. In caso di fecondazione, l’individuo mantiene gli organi per tutto il periodo della gestazione e per altri otto mesi durante l’allattamento, e dopo tutti tornano a essere androgini. Quando i Getheniani non si trovano nella fase del Kemmer, sono inattivi e impotenti. Le Guin sfrutta la fisiologia del popolo da lei creato per arrivare ad alcune conclusioni del suo complesso esperimento:

A causa del condizionamento sociale che subiamo per tutta la vita, ci risulta difficile capire in modo chiaro che cosa veramente rende uomini e donne diversi, al di là della forma e della funzione puramente fisiologica. Esistono differenze reali nel carattere, nelle capacità, nel talento, nei processi psichici, ecc.?15.

Il risultato di questo esperimento è stato un caos totale e le sue conclusioni sono incerte; però, se qualcosa è stato ricavato, è stato significativo per il pensiero di Le Guin. Tra questi effetti, sono tre quelli che vengono esplicitati dalla scrittrice.

Primo: l’assenza di guerra. Su Gethen non ci sono state grandi migrazioni di popoli, nessuna grande guerra e nessun conflitto mondiale, nonostante i Getheniani sembrino essere aggressivi e competitivi. Ciò è potuto accadere perché le popolazioni di Gethen sono stabili nel numero e quindi non si spostano in massa. Nessuna delle società costituitesi sul pianeta vive attraverso l’aggressione o l’espansione e in circa tredicimila anni non sono andati a crearsi Stati nazionali, governati gerarchicamente, nati e sviluppatisi con la guerra.

Inoltre, la struttura delle classi sociali non è rigida come nella nostra realtà, ma più aperta, flessibile, perché non vi è mai stata una netta distinzione tra ricchi e poveri, non è mai esistita la schiavitù e non esistono proprietà. L’organizzazione economica si avvicina molto all’ideale del comunismo.

L’evoluzione dei Getheniani è stata un processo estremamente lento e ciclico: essi comprendono in sé sia i caratteri femminili sia quelli maschili dell’essere umano e di conseguenza godono dei pregi sia dell’uomo sia della donna. Per tredicimila anni il pianeta di Gethen ha vissuto in pianta stabile su quell’equilibrio che sul pianeta Hain non era mai stato trovato e non si era mai voluto trovare.

Per me il “principio femminile” è, o almeno è stato nella storia, fondamentalmente anarchico. Esso valorizza l’ordine senza la coercizione, il governo che nasce dall’abitudine e non dalla forza. È stato il principio maschile a imporre l’ordine, a costruire strutture di potere, a fare, imporre e infrangere le leggi. Su Gethen questi due princìpi sono in equilibrio: la tendenza a decentralizzare in opposizione a quella a centralizzare, il flessibile in opposizione al rigido, il circolare in opposizione al lineare. Ma l’equilibrio, che era inclinato verso il “femmineo”, sta cominciando a piegarsi verso l’altra parte16.

Il tempo in cui si svolge il racconto è un periodo di radicale cambiamento; infatti, una delle due nazioni principali del pianeta sta per diventare uno Stato Nazionale, raggiungendo così un capitalismo contornato di burocrazia e patriottismo. Anche questo è stato un processo estremamente lento, ma in un qualche modo l’equilibrio si sta inclinando da un’unica parte, quella maschile, propensa alla violenza e alla disperata ricerca del potere.

Secondo: l’assenza di sfruttamento. La natura dei Getheniani ha avuto effetti positivi anche sul pianeta dove vivono. Essi non hanno sfruttato malamente la terra e non l’hanno “violentata”. Il processo è stato lento e “paziente”, inclinato verso il femmineo. I Getheniani sono riusciti a raggiungere un tipo di tecnologia avanzata che permetta loro di non esserne schiacciati, ma di controllarla a proprio piacimento.

Su Gethen non esiste il mito del Progresso; per esempio, anche il loro calendario non si basa su un sistema di calcolo lineare, ma è ciclico.

In ciò mi sembra che stessi nuovamente cercando di arrivare a un equilibrio: la linearità motrice del “maschile”, la spinta in avanti verso il limite, la logicità che non ammette confini, e la circolarità del “femminile”, la valorizzazione della pazienza, della compiutezza, della praticità, della socievolezza17.

Terzo: l’assenza della sessualità come fatto sociale continuativo. Come detto prima, i Getheniani, quando non si trovano nella fase del Kemer (Somer), sono del tutto privi di impulsi sessuali. Gli ormoni vengono prodotti soltanto nella fase sopracitata, e di conseguenza nessun individuo su Gethen agisce tramite gli impulsi sessuali. Soltanto per quattro, cinque giorni al mese la persona viene completamente dominata dagli ormoni, ma nella cultura getheniana si sa che durante questa fase ogni individuo deve avere un partner perché non ne può fare a meno. Questa prassi viene infatti apertamente accettata e condivisa dalla società: «Quando un Getheniano deve fare l’amore, fa l’amore, e tutti si aspettano che lo faccia, e lo approvano»18.

Le dinamiche che sorgono da questa particolarità fisiologica degli abitanti di Gethen sono molto interessanti, perché un Getheniano non può stuprare né essere stuprato e non può sfruttare sessualmente un altro Getheniano. Ciò porta l’esperimento a un livello avanzato, al pensiero che, se tutti gli individui di una società fossero uguali, senza distinzioni di genere, molti problemi sorti con l’avanzare della storia non si sarebbero creati.

Una critica molto frequentemente viene mossa a Le Guin per questo romanzo, ovvero l’associazione automatica di Estraven (protagonista getheniano del libro) a un individuo di sesso maschile. È difficile infatti, per il lettore, riuscire a immaginare che un personaggio sia maschio e allo stesso tempo femmina, quando nel frattempo egli ricopre incarichi che vengono automaticamente associati al genere maschile come primo ministro, intrigante politico, fuggiasco, evaso, tiratore di slitta. Ciò è dovuto in parte anche alla lingua adoperata da Le Guin: l’inglese usa come pronome generico him, e la stessa cosa vale ovviamente per l’italiano; sono poche le lingue del mondo che usano una parola specifica per indicare un pronome che si riferisca sia al maschile sia al femminile (per esempio, il giapponese). Questi due fattori portano il lettore a pensare, praticamente sempre, a Estraven come a un personaggio maschile.

La responsabilità di questa associazione automatica non è da imputare al romanzo di Le Guin quanto a tutti quei fattori sociali che influenzano gli individui:

Se fossimo socialmente bisessuali, se gli uomini e le donne fossero totalmente e autenticamente uguali nei loro ruoli sociali, uguali sul piano legale e su quello economico, uguali nella libertà, nella responsabilità e nel rispetto della propria persona, allora la società sarebbe molto diversa. Quali potrebbero essere i nostri problemi, lo sa Dio; io so soltanto che ne avremmo. Ma probabilmente il problema principale non sarebbe quello che abbiamo adesso: il problema dello sfruttamento, sfruttamento della donna, dei deboli, della terra. La nostra sventura è l’alienazione, la separazione dello yang dallo yin. Invece di una ricerca di equilibrio e integrazione, c’è lotta per il predominio. Si sostengono le divisioni, si nega l’interdipendenza. Il dualismo di valori che ci distrugge, il dualismo di superiore/inferiore, possessore/posseduto (…) potrebbe cedere terreno a ciò che visto da qui, mi sembra una modalità molto più salutare, promettente e solida, di integrazione e integrità19.

Pacifismo e guerre

Le Guin affronta le tematiche dello sfruttamento del mondo, della schiavitù e del colonialismo in un altro libro del ciclo Hainish: Il mondo della foresta, titolo meno significativo di quello originale, The word for world is Forest.

Le Guin parla di questo libro in maniera affettuosa in tutti i propri saggi, forse anche perché esso racchiude alcune delle tematiche più significative per l’autrice, tra cui ambientalismo, pacifismo, taoismo, colonialismo, razzismo.

Le motivazioni per le quali il libro ha preso vita sono molteplici: parliamo infatti degli anni delle manifestazioni pacifiste contro la guerra in Vietnam. Quando si trovava in America, la scrittrice aveva modo di partecipare a tutte le manifestazioni che venivano organizzate e che ella stessa organizzava sia contro gli esperimenti nucleari sia contro la prosecuzione della guerra; ha raccontato, infatti, che lo spunto per questo libro le venne in quell’anno in cui non aveva modo di sfogare i propri ideali. Nato da frustrazione e indignazione, Il mondo della foresta si è rivelato poi essere una delle opere più importanti dell’autrice.

Nel 1968, anno di stesura del libro, Le Guin si trovava a Londra ed era quindi impossibilitata a praticare quell’attivismo al quale era abituata nel paese natale; tra l’altro, proprio il 1968 fu un anno amaro per coloro che si opponevano alla guerra. «Le menzogne e le ipocrisie raddoppiavano, e lo stesso succedeva ai morti»20:

Inoltre, stava diventando chiaro che l’etica che approvava la distruzione di foreste e campi di cereali e l’assassinio dei civili, nel nome della “pace”, non era che il corollario dell’etica che permette la spoliazione delle risorse naturali per il profitto privato o in nome del prodotto nazionale lordo, e l’assassinio delle creature della terra in nome degli “uomini”. La vittoria dell’etica dello sfruttamento sembrava, in ogni società, tanto inevitabile quanto disastrosa21.

Le Guin racconta di non aver mai scritto un’opera in maniera più sicura e disinvolta, ma senza ombra di dubbio è quella nella cui stesura ha provato meno piacere. Il libro racconta di tre personaggi principali: Davidson (il capitano hainita giunto su Athshe per accaparrare tutto il legno possibile), Selver (protagonista nativo del pianeta) e Lyubov (ricercatore).

La narrazione va a intrecciare le vite dei tre protagonisti e permette al lettore di comprendere il mondo tramite gli occhi dei personaggi.

Davidson, ufficiale terrestre, vede il pianeta come una fonte di guadagno, una semplice colonia dalla quale poter ricavare le materie prime (il legno di cui abbonda) da portare sul proprio pianeta; è il personaggio chiave per comprendere anche le tematiche del razzismo.

Lyubov è un ricercatore hainita che studia la cultura delle popolazioni native e ne è affascinato. Si batte per sconfiggere il razzismo dilagante tra gli invasori e gli abitanti nativi.

Selver è il protagonista athshiano, un piccolo uomo verde che vedrà, a causa della guerra, morire sua moglie e tanti amici.

Selver è l’eroe della storia, Devidson l’antagonista e Lyubov la guida.

L’esperimento che si cela dietro quest’opera coinvolge sia il linguaggio (è infatti significativo che per gli athshiani la stessa parola che significa ‘mondo’ voglia dire ‘foresta’) sia i comportamenti dei singoli personaggi: gli Atshiani riconoscono i coloni come terrestri, mentre la stessa cosa non si può dire per gli Hainiti. Essi considerano gli omini verdi come creature inferiori, come animali da sfruttare, senza tener conto della loro intelligenza e cultura sviluppatesi in migliaia di anni e rimaste su una linea pacifista grazie alla loro devozione nei confronti della natura. Gli Hainiti invece provengono da un pianeta a regime militare, che è stato sfruttato fino a esaurirne le risorse: è questo il motivo principale per il quale si trovano su Athshe.

Il capitano Davidson rappresenta la chiave per comprendere i riferimenti al razzismo inseriti in questo libro:

Alcuni uomini, specialmente i tipi asiatici e hindi, nascono veramente col tradimento nel sangue. Non tutti, ma alcuni sì. E certi altri nascono per salvare i loro simili.

Si tratta semplicemente del modo in cui sono fatti, come essere di discendenza eurafricana o come avere un bel fisico: non era una cosa ch’egli pretendesse di portare a proprio vanto22.

Durante il suo monologo mostra al lettore un personaggio che odia tutto ciò che è differente da lui, a partire dagli Athshiani fino ad arrivare agli uomini sotto il suo comando. Elemento fondamentale nella comprensione del personaggio è il vocabolario usato per descrivere se stesso e il mondo che lo circonda. Davidson ricorre molto spesso a metafore con animali e dissacra tutto ciò che si trova intorno a lui. Uno dei tanti nomignoli dispregiativi che il capitano adopera per i nativi del pianeta è creechies, non altro che un derivato di creatures, termine che serve per evitare di riconoscere loro lo status di esseri umani. Tutti coloro che non vanno a genio a Davidson vengono chiamati alien-lover, traitor, soybean-sucker e i connotativi che fieramente attribuisce, invece, a se stesso sono conquistador, savior e world-tamer.

Il linguaggio usato da Davidson aiuta il lettore a comprendere la convinzione di essere superiore di cui si nutre il capitano. Il termine conquistador ha un doppio significato: «It recalls either the heroic explorer or the villainous exploiter of new worlds»23. La chiusura mentale di Davidson e la sua rigidità sono le prove della sua “insanità” mentale.

Per Lyubov Le Guin usa un approccio differente: egli è un ricercatore, uno scienziato, e i due capitoli dedicati a lui sono differenti rispetto agli altri. Lyubov non rifiuta ciò che è diverso da lui, lo studia, cerca spiegazioni, utilizza il proprio pensiero critico per comprenderne la natura, l’evoluzione. Lyubov svolge il ruolo di guida, sia per Selver sia per il lettore, che grazie a lui ha la possibilità di comprendere le dinamiche del racconto sotto un punto di vista neutrale.

Lyubov, a differenza di Davidson, è estremamente riflessivo e analitico, e ciò gli impedisce di divenire insano come il capitano. Egli si ritrova precisamente nel mezzo, disprezzato dagli altri coloni perché diverso, perché alien-lover, e visto, dall’altro lato, come una minaccia da tutti quegli Athshiani che credono sia come gli altri della sua razza. Egli ricerca disperatamente una soluzione per riuscire a far convivere le due razze senza il bisogno di una guerra, ma gli Hainiti non sono del suo stesso parere.

La scelta di Le Guin di utilizzare un narratore onnisciente nei capitoli dedicati, invece, a Selver è consapevole. Il lettore non deve potersi immergere completamente nella narrazione, non deve avere la sensazione di conoscere Selver completamente perché egli è alieno, rappresenta l’Altro; piuttosto, il lettore deve avere la possibilità di comprendere la società athshiana. Il lettore deve capire che non vi è una vera differenza tra il «dream-time» e il «worldtime», perché gli Athshiani vivono in simbiosi con il loro inconscio, lo accettano e fanno in modo che esso li guidi nelle loro decisioni.

Il linguaggio usato nei capitoli dedicati a Selver riflette un altro aspetto del mondo rappresentato nell’opera: consiste in immagini, metafore che aiutano a comprendere l’integrazione fra gli Athshiani e l’ambiente.

I capitoli dedicati a Selver introducono l’ambientalismo, altro tema che sta molto a cuore a Le Guin:

Nessun cammino era netto, nessuna luce era ininterrotta nella foresta. Nel vento, nell’acqua, nella luce del giorno e in quella delle stelle sempre s’infilavano la foglia e il ramo, il tronco e la radice, il chiaroscuro, la complessità.

Brevi percorsi correvano sotto i rami, intorno ai tronchi, sulle radici: non procedevano diritti, bensì cadevano ad ogni ostacolo, tortuosi come nervi. (…) Le tinte della ruggine e del tramonto continuavano a cangiare sulle foglie pendenti dei salici ramati, e non avresti neppure potuto dire se le foglie dei salici fossero di un bruno tendente al rosso, o di un rosso tendente al verde, o verdi24.

La descrizione pone la foresta in primo piano e tutto il resto come sfondo. Importante, per Le Guin, è far capire al lettore che cosa tutti gli alberi descritti possano voler dire per gli abitanti di Athshe. La struttura sociopolitica degli Athshiani è decentralizzata, la popolazione si divide in piccoli villaggi e in clan: i piccoli uomini verdi riconoscono se stessi proprio tramite i clan. Significativo nel linguaggio leguiniano è l’uso delle metafore riguardanti la foresta per esprimere le condizioni mentali e sociopolitiche degli Athshiani. «When Selver tries to explain to other Athsheans what the Terrans are like – the people who are destroying the forest and who rape, castrate, and kill the Athsheans – he suggests that they have left their roots behind them»25.

Quindi, laddove il capitano Davidson ha creato un mondo composto solo da avversità e crudeltà, gli Athshiani mostrano tramite il loro linguaggio le loro relazioni di continuità, dualità senza alcun tipo di competizione.

Il sogno utopico

L’elemento che più di tutti ricorre nelle opere della scrittrice è, comunque, l’utopia: sono presenti diversi tipi di società utopica nei suoi libri, tutti caratterizzati da un ideale di fondo, l’anarchia.

Il titolo di uno dei libri più famosi dell’autrice, The Disposessed: An Ambiguous Utopia, è stato tradotto infelicemente in italiano come I reietti dell’altro pianeta o ancora Quelli di Anarres. La traduzione italiana, sotto il punto di vista della storia, non è del tutto errata, ma va a cancellare il messaggio che il titolo vuole trasmettere. An Ambiguous Utopia fa, infatti, intendere istantaneamente che l’opera in questione parla di Utopia, ma non solo; parla di un’ambigua Utopia che «sta sia di là che di qua»: «C’era un muro. (…) Come ogni altro muro era ambiguo, bifronte. Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendeva dal lato da cui lo si osservava»26.

L’immagine del muro rende perfettamente l’idea dell’ambiguità: il lettore è costretto a guardare da entrambe le parti. Gli anaressiani hanno costruito il muro intorno allo spazio-porto, di modo che l’unico contatto con gli urassiani fossero gli scambi commerciali. Il muro, in questo senso, rimanda all’immagine del muro di Berlino.

Molto importante è anche la struttura del romanzo, perché esso è volutamente ciclico. I capitoli si alternano: il primo racconta gli avvenimenti del presente, in cui il protagonista, Shevek, parte per Urras; il secondo narra del passato del protagonista sul suo pianeta natio, Anarres; il penultimo vede Shevek, nel passato, prendere la decisione di partire per Urras e l’ultimo capitolo segue il ritorno del protagonista sul proprio pianeta. Questa struttura ciclica, che prende in considerazione l’eterno ritorno nietzchiano, trae spunto dalla filosofia taoista. L’idea del cerchio sorge anche spontanea come riferimento alla storia che tende a ripetersi. Quindi, nei capitoli pari il lettore assisterà ai primi trentotto anni di vita del protagonista, mentre nei capitoli dispari al singolo anno che Shevek passa su Urras.

Shevek, inoltre, è un cittadino dell’utopia, nato e cresciuto in una società utopica che per cause di forza maggiore decide di andare su Urras (la fotocopia della terra, il pianeta capitalista per eccellenza). In questo contesto, quindi, non parliamo del classico viaggiatore che si ritrova all’interno di una società utopica come poteva essere il Marco Polo delle Città invisibili di Calvino, ma parliamo di un personaggio che è parte integrante dell’utopia, che sceglie di andar via e di essere un viaggiatore verso il capitalismo, verso il conformismo, per poi capire che deve ritornare, per forza di cose, all’utopia, perché sua culla, sua casa, sua dimora.

I reietti dell’altro pianeta si differenzia dagli altri romanzi di Le Guin per il suo più esplicito modo di far riferimento al mondo reale. Parliamo di due pianeti, l’uno luna dell’altro: quindi, nessuno dei due può fare a meno del suo “gemello”. Come già detto, Urras è la fotocopia della terra; il nome rimanda all’Urss, ma tecnicamente Urras dovrebbe essere la fotocopia degli Stati Uniti. Anarres, come suggerito dal nome, è un pianeta anarchico, con una storia piuttosto complessa.

«Utopia has been yang. In one way or another, from Plato on, utopia has been the big yang motorcycle trip. Bright, dry, clear, strong, firm, active, aggressive, lineal, progressive, creative, expanding, advancing, and controlling power. It is totalitarian and depends on reason “as the controlling power»27. Rifiutando quel modello, afferma Elizabeth Cummins, Le Guin offre «the yin utopia»: «it would be dark, wet, obscure, weak, yielding, passive, participatory, circular, cyclical, peaceful, narturant, retreating, contracting, and cold»28.

Nello sviluppare questa ambigua utopia o, come la definisce Elizabeth Cummins, «a non-traditional utopia», Le Guin non usa tecniche narrative e strutturali che si possono ritrovare in altri racconti dello stesso genere. Le Guin mostra una società utopica in pericolo perché Anarres è un paese per lo più deserto, dove è difficile sopravvivere; le sue risorse sono scarse, eppure la sua popolazione continua ad andare avanti grazie alla cooperazione, grazie alla filosofia anarchica che viene messa in pratica: nel 1975 Le Guin aveva scritto una breve storia riguardante Odo, fondatrice di Anarres, The day Before the Revolution, in cui si può rinvenire la spiegazione di questa filosofia anarchica:

L’odonianismo è anarchia. Non quella roba tipo bomba in tasca, che invece – con qualunque nome cerchi di darsi lustro – è terrorismo puro e semplice; non il libertarismo socio-darwinista dell’estrema destra; ma l’anarchia prefigurata dal taoismo delle origini ed esposta da Shelley e Kropotkin, da Goldman e Goodman. Il principale bersaglio dell’anarchia è lo stato autoritario, capitalista o socialista che sia; la sua principale componente morale-pratica è la collaborazione (solidarietà, aiuto reciproco). Di tutte le teoria politiche è la più idealistica e per me la più interessante29.

La parola “anarchia” indica il caos, l’assenza di ogni legge e di governo, ma la stessa parola indica anche una filosofia basata sulla responsabilità morale e che vede la cooperazione come chiave della sopravvivenza degli individui.

Sono gli individui stessi che, in assenza di un governo, si occupano degli affari della società, perché loro sono la società: «We don’t leave Anarres, because we are Anarres»30.

Analisi delle edizioni

Le case editrici italiane che si sono prese cura delle opere di Ursula K. Le Guin sono soprattutto l’Editrice Nord e la Mondadori. In secondo luogo sono uscite alcune pubblicazioni di Eleuthèra, Libra Editrice, Delta, Longanesi & Co e di recente anche di Gargoyle e Delos Books.

La fantascienza e la fantasy erano, negli anni ’70, due generi quasi sconosciuti in Italia. La prima casa editrice a portare la fantascienza in Italia fu, com’è noto agli specialisti, la Mondadori con la collana «Urania», considerata la più longeva del genere fantascientifico. Per quanto riguarda le opere di Le Guin, esse vennero pubblicate (solo due) all’interno di una delle figlie della fortunata collana a partire dal 1986. La prima casa editrice a pubblicare un libro di Ursula K. Le Guin fu, comunque, Libra Editrice, che nel 1971 si occupò di tradurre e immettere sul mercato la più famosa opera dell’autrice: La Mano sinistra delle Tenebre.

Negli anni successivi a prendersi cura della quasi totalità delle opere dell’autrice americana fu la casa editrice Nord che, a partire dal 1974, iniziò il proprio viaggio alla scoperta di Le Guin.

Edizioni: dentro il contesto storico

I libri che verranno presi in considerazione sono quattro: I reietti dell’altro pianeta, La mano sinistra delle tenebre, Il Pianeta dell’esilio e Il mondo della foresta. Queste opere sono di certo tra le più significative che Le Guin abbia scritto e contengono riferimenti a temi sociali molto importanti, che rimangono sempre attuali: ad esempio, le differenze di genere, la guerra, la corruzione, il razzismo e la xenofobia. Nonostante le diverse richieste inoltrate all’Editrice Nord, non abbiamo ricevuto risposte da parte della stessa: pertanto, le conclusioni della ricerca sono il frutto di personali considerazioni.

Nei Reietti dell’altro pianeta figurano due tipi di società, una capitalista e una anarchica: infatti, all’interno del libro sono molteplici i riferimenti sia agli Stati Uniti d’America sia all’Unione Sovietica. L’opera venne pubblicata per la prima volta in Italia dalla suddetta Editrice Nord nel 1976. La seconda ristampa sembra essere stata edita appositamente nel 1990 a causa di alcuni eventi estremamente importanti avvenuti durante quell’anno. La seconda ristampa del libro si colloca, infatti, fra la caduta del muro di Berlino (all’interno della storia il muro assume un significato importante) e lo sfaldamento dell’URSS. Dopo il distaccarsi della Germania e l’indipendenza ottenuta da Estonia, Lettonia e Lituania, sembrava ormai ovvio che l’Unione Sovietica non sarebbe rimasta in piedi ancora a lungo.

La terza ristampa dell’Editrice Nord è datata 1994, anno della nomina di Silvio Berlusconi a Presidente del Consiglio. Berlusconi può essere visto, infatti, all’interno dell’opera, come un abitante di Urras: un padrone capitalista dedito solo ed esclusivamente ai propri interessi.

Il secondo libro preso in considerazione è La Mano sinistra delle Tenebre, che narra di una società nella quale la differenza di genere non è mai esistita. A questo proposito bisogna tener presente che la prima edizione dell’opera uscì per i tipi di Libra Editrice nel 1971, periodo in cui in Italia si poteva ancora sentire il fermento del femminismo e, anzi, il movimento stava cominciando a risvegliarsi.

Non vi furono, però, altre edizioni dell’opera fino al 1984, quando l’Editrice Nord ne pubblicò una seconda ristampa. Da notare che in quella data cadeva il decimo anniversario dal referendum sul divorzio, una delle svolte più significative che le donne abbiano visto avverarsi in Italia. Un altro elemento di cui tener conto è che, in quello stesso anno, moriva Enrico Berlinguer: Estraven, protagonista del romanzo, ricorda sotto alcuni punti di vista il segretario del PCI. Egli è, infatti, un personaggio leale, astuto, aperto al dialogo e disposto a sacrificare se stesso per rendere concreto ciò in cui crede.

Il Pianeta dell’esilio uscì nel 1979, anno in cui Nilde Lotti venne eletta come Presidente della Camera dei Deputati: la prima donna a raggiungere tale posizione in Italia. L’opera, a oggi, è stata ristampata soltanto altre due volte: nel 1992 e nel 2016. L’edizione degli anni Novanta si colloca in un anno in cui, a Genova, venne celebrato il cinquecentenario della scoperta dell’America. Il riferimento sembra avere un senso dal momento in cui, all’interno dell’opera di Le Guin, ci sono due popolazioni che abitano il pianeta: una società natia del mondo e una società hainita, che molti anni prima aveva scoperto quel mondo e aveva mandato alcune centinaia di persone a colonizzarlo. Il Pianeta dell’opera può naturalmente essere associato all’America, vista come nuovo mondo, pieno di risorse e speranze.

Per concludere, Il Mondo della foresta venne pubblicato per la prima volta in Italia nel 1977, due anni dopo la conclusione della guerra del Vietnam. Come specificato in precedenza, l’opera venne scritta proprio come sfogo e come denuncia dei fatti deplorevoli che si stavano susseguendo in quegli anni, ma nel contesto italiano sembrerebbe non esserci alcun riferimento esplicito. In questo caso sembra lecito prendere in considerazione la terza ristampa, del 1992. Come per Il Pianeta dell’esilio, si possono individuare dei collegamenti tra l’anno di uscita di questa edizione e i festeggiamenti in onore del cinquecentesimo anniversario della scoperta dell’America. In tal caso, però, il riferimento all’America non sarebbe positivo: all’interno del libro, gli Hainiti, coloro che sono arrivati da un altro pianeta per colonizzare Athshe, sono dei signori della guerra che vogliono sfruttare e disboscare il pianeta e per farlo approfittano degli indigeni, originari del luogo, e li uccidono, ne stuprano le mogli e massacrano i figli senza alcuno scrupolo. Gli Hainiti, in questo contesto, potrebbero essere associati ai Conquistadores.

Molto spesso, comunque, i libri di Le Guin sono stati ristampati per il proprio prestigio e non hanno quindi alcun collegamento con il contesto storico italiano. Per esempio, Mondadori ristampò Il Mondo della Foresta all’interno del catalogo di «I premi Hugo» nel 1996, un periodo in cui la fantascienza sembrava star finalmente per uscire dal proprio guscio.

Conclusioni

Numerosi sono i temi rinvenibili nelle opere di Le Guin: a partire dal femminismo e dalla parità di genere, argomento che la scrittrice ha iniziato ad affrontare nella Mano sinistra delle Tenebre. L’espediente dell’utopia le ha consentito di realizzare delle opere all’interno delle quali la differenza di genere non rappresentasse più un problema per le donne (non solo nella Mano sinistra delle tenebre, in cui i personaggi sono androgini).

Un altro tema portante dell’autrice è il pacifismo affiancato all’ambientalismo: in Il Mondo della foresta non si tratta solo il tema della guerra (in riferimento alla guerra del Vietnam), ma si ricrea una società di uomini che non ha mai smesso di avere un intenso contatto con la natura. Gli Athshiani, infatti, sono in grado di comunicare con l’ambiente circostante e di percepire i pericoli che ne derivano; fanno in modo che le loro vite ruotino attorno alla natura che li circonda. Anche il linguaggio che adoperano si ricollega alla natura e all’importanza che essa riveste all’interno della vita delle persone; anche per questo motivo, il titolo originario dell’opera è molto più efficace rispetto alla sua traduzione italiana: The word for world is forest.

Il tema anarchico, associato all’utopia, offre invece una differente visione dell’anarchia stessa. Secondo l’ideale odoniano (spiegato nel racconto Il giorno prima della rivoluzione), l’anarchia non è quel pensiero secondo il quale debba esistere il caos, ma in I reietti dell’altro pianeta essa diventa una filosofia di vita. Filosofia attraverso la quale le persone sono portate a collaborare tra di loro per un fine che trascende quello del singolo individuo.

Il pensiero di Jung viene esplicitato in ogni singolo libro dell’autrice; ogni opera presenta, infatti, la citata dicotomia tra l’individuo e la propria ombra. Il Mago di Earthsea, il primo della famosa saga, vuole mostrare l’ombra a ogni lettore, renderla ancora più concreta, rendere vivo l’essere che si situa in quella terra di mezzo tra il lato conscio e quello inconscio della persona e mostrare come ogni individuo debba interagire con quella forza oscura dentro se stesso. L’equilibrio rimane la chiave delle opere di Le Guin, perché l’unico modo per far sì che l’ombra possa essere incorporata nella parte conscia dell’individuo è accettarla; accettare il proprio lato oscuro può condurre ciascuno a completare la propria personalità e a scoprire quei lati del proprio io che nemmeno sapeva esistessero.

Per quanto riguarda il contesto editoriale, si è potuto constatare che a dare importanza, per prime, alle opere dell’autrice sono state piccole case editrici, spesso indipendenti, che hanno visto nelle sue storie qualcosa in più rispetto a libri dello stesso genere.

Le ristampe effettuate nel corso di questi quarant’anni sono state molte, ma forse non abbastanza. Non c’è stato un vero impegno da parte delle case editrici che possiedono i diritti d’autore della scrittrice nel voler far conoscere le sue opere. Soltanto negli ultimi anni, Mondadori sembra stia rendendo giustizia a quei libri che sono stati ristampati soltanto una o due volte.

L’opera più conosciuta di Le Guin, in Italia, è La saga di Earthsea: ciò è probabilmente dovuto al target al quale punta la trilogia. L’editoria per ragazzi è, infatti, assai importante, e libri come Il Mago di Earthsea, Le tombe di Atuan e La spiaggia più lontana sono opere di formazione di una certa rilevanza.

Di certo, i temi trattati da Ursula K. Le Guin erano attuali negli anni Sessanta e lo sono ancora oggi: in primo luogo, il femminismo non è morto; si è assopito, ma si sta ancora combattendo per fare in modo che le differenze di genere non siano più un ostacolo nella società italiana. Il razzismo è divenuto, purtroppo, una realtà anche nell’Italia contemporanea a causa delle guerre e della povertà che spingono molte persone, che altrimenti non lascerebbero mai la propria patria, a emigrare verso l’Italia, considerata da molti di loro soltanto un luogo di passaggio.

Il pacifismo rimane un tema purtroppo attuale in ogni periodo storico e l’equilibrio è una tematica essenziale, in quanto ancora oggi si pende sempre di più da un lato della bilancia e quasi mai si tratta di quello della luce.

Infine, come Calvino ribadiva nelle Città invisibili, lo spirito dell’utopia può esserci utile a trovare dentro di noi quella città immaginaria e ideale che possa aiutarci a meglio comprendere la realtà che ci circonda; la riflessione e l’auto-consapevolezza sono elementi essenziali per migliorare se stessi e il proprio rapporto col mondo circostante.

  1. Questo saggio è un estratto della tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” (cattedra di Giornalismo culturale e Storia dell’editoria) dedicata all’autrice americana e discussa, nella sessione invernale dell’anno acc. 2015/2016, presso la “Sapienza Università di Roma”: relatrice la Prof.ssa Maria Panetta, correlatrice la Prof.ssa Vanessa Roghi.
  2. E. Cummins, Understanding Ursula K. Le Guin, Columbia, University of South Carolina Press, 1993, p. 38.
  3. U. K. Le Guin, Il fanciullo e l’ombra, in Ead., Il linguaggio della Notte, op. cit., p. 59.
  4. U. K. Le Guin, Il Fanciullo e l’ombra. Il linguaggio della notte, Roma, Editori Riuniti, 1986, pp. 52-53.
  5. Ivi, p. 53.
  6. Ivi, p. 55.
  7. Ivi, p. 56.
  8. C. G. Jung, The Psychology of C. G. Jung, New Haven, Yale University Press, 1962, p. 107.
  9. U. K. Le Guin, Il Mago di Earthsea, in La Saga di Terramare, Milano, Mondadori, 2013, pp. 224-25.
  10. W. McCormack e A. Mendel, An Interview with Ursula Le Guin: Creating realistic Utopias, per la quale cfr. U. K. Le Guin, Il Linguaggio della Notte, Roma, Editori Riuniti, 1986, p. 115.
  11. U. K. Le Guin, Introduzione a Il pianeta dell’esilio. Il linguaggio della notte, op. cit., p. 26.
  12. Ivi, p. 128.
  13. U. K. Le Guin, Il linguaggio della Notte. La necessità di genere, Roma, Editori Riuniti, 1986, p. 145.
  14. Ibidem.
  15. Ivi, p. 147.
  16. Ivi, p. 149.
  17. Ibidem.
  18. U. K. Le Guin, Il linguaggio della Notte. La necessità di genere, op. cit., p. 150.
  19. Ivi, pp. 152-53.
  20. U. K. Le Guin, Il linguaggio della Notte, Introduzione a Il Mondo della Foresta, Roma, Editori Riuniti, 1986, p. 137.
  21. Ibidem.
  22. U. K. Le Guin, Il mondo della foresta, Milano, Nord, 1999, p. 87.
  23. ‘Egli richiama sia l’eroico esploratore che il malvagio sfruttatore dei nuovi mondi': E. Cummins, Undestanding Ursula K. Le Guin, Columbia, University of South Carolina Press, 1993, p. 92.
  24. U. K. Le Guin, Il Mondo della foresta, Milano, Nord, 1999, p. 31.
  25. ‘Quando Selver prova a spiegare agli altri Athshiani come siano fatti i Terrestri – persone che stanno distruggendo la foresta, che stuprano, castrano e uccidono gli Athshiani – egli fa intendere che essi abbiano lasciato le loro radici dietro di sé’): E. Cummins, Understanding Ursula K. Le Guin, Columbia, University of South Carolina Press, 1993, p. 99.
  26. U. K. Le Guin, I Reietti dell’altro Pianeta, Bergamo, Euroclub, 1980, p. 1.
  27. L’utopia è stata Yang. In un modo o nell’altro, da Platone in poi, l’utopia è stata il motore di yang. Luminosa, asciutta, chiara, forte, ferma, attiva, aggressiva, lineare, progressiva, creativa, in espansione, in avanzamento e controllava il potere. È totalitaria e dipende proprio dal potere, dal controllo del potere': U. K. Le Guin, A Non-Euclidean View of California as a Cold Place to Be, Dancing at the Edge of the world, cit. in E. Cummins, Understanding Ursula K. Le Guin, op. cit., p. 105.
  28. La Yin utopia invece ‘sarebbe scura, bagnata, oscura, fragile, cedevole, passiva, partecipativa, circolare, ciclica, pacifica, ella nutre, ritratta, contratta ed è fredda': ibidem.
  29. U. K. Le Guin, La Vigilia della Rivoluzione, in I dodici punti cardinali, Milano, Nord, 2004, p. 273.
  30. ‘Non lasciamo Anarres perché noi siamo Anarres’.