Fernanda Pivano (1917-2009)

Autore di Chiara Pagoto

Giornalista, scrittrice e traduttrice di livello internazionale, artefice della diffusione della letteratura americana in Italia, Fernanda Pivano portò nel giornalismo una ventata di novità, un modo originale, concreto e più umano di accostarsi ai grandi scrittori americani del ‘900 e alle loro opere. Continua a leggere Fernanda Pivano (1917-2009)

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Giangiacomo Feltrinelli (1926-1972)

Autore di Angelica Basile

Introduzione

Sarebbe impossibile, nel caso di Feltrinelli molto più che in quello di altre figure di uomini di cultura, scindere la sua vita privata da quella pubblica. Le vicende che segnarono le varie tappe dell’esistenza di quest’uomo – a partire dall’infanzia fino alla tragica morte – ne determinarono il carattere, il temperamento e, dal momento della fondazione della casa editrice, anche la scelta in fatto di libri. Per questo si è deciso in questa sede di seguire l’iter della vita di Giangiacomo Feltrinelli, soffermandosi in particolare sui suoi rapporti con la politica a lui coeva, a partire da quelli con il Pci, di cui fu militante indisciplinato, in quanto animo ribelle, autonomo e spirito libero. Continua a leggere Giangiacomo Feltrinelli (1926-1972)

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Angelo Fortunato Formiggini (1878-1938)

Autore di Giulia Tanzillo

Editore modenese di origini ebraiche, vota la propria esistenza alla cultura e alla sua diffusione. Vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, è costretto a fare i conti con il fascismo non solo in qualità di ebreo ma anche di editore. Ottimista e fiducioso, il suo filantropismo e l’innato senso dello humour si rivelano suoi indispensabili alleati nel fronteggiare una fase storica molto delicata. Sceglie di suicidarsi platealmente, lanciandosi dalla Ghirlandina, torre della sua città, dopo la promulgazione delle leggi razziali, confidando che il proprio gesto possa farsi veicolo di un messaggio di libertà. Il destino avverso vuole che rimanga, invece, quasi del tutto dimenticato fino agli anni ’80, periodo in cui questa figura, importante e positiva, viene finalmente riscoperta e riabilitata.

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Arnoldo Mondadori (1889-1971)

Autore di Angelica Basile

Arnoldo: da Ostiglia alla vetta del successo

Arnoldo Mondadori nacque a Poggio Rusco il 2 novembre 1889 da Domenico Secondo, calzolaio, ed Ermenegilda Cugola, terzo di sei fratelli. La famiglia si trasferì nel 1897 ad Ostiglia – sempre nel mantovano – poiché Domenico aveva deciso di aprirvi un’osteria. Arnoldo, fin dalla giovanissima età, si cimentò nei lavori più disparati e diversi, dal venditore ambulante all’annunciatore delle didascalie dei film muti, fino ad approdare a quello di garzone tipografo, che sarebbe stato il preludio per la sua futura attività:

Si potrebbe addirittura dire che il futuro di Mondadori è già tutto qui: certamente ci sono qui le premesse di un forte desiderio d’emancipazione, che troverà nella tipografia e nell’editoria il suo campo e i suoi mezzi di realizzazione. L’aspirazione all’egemonia nel mercato editoriale e alla personale promozione culturale, in sostanza, avranno per Arnoldo avranno anche il significato comune di un riscatto dalle origini1.

La prima tappa del percorso che vide Mondadori rapportarsi alla politica fu tracciata in quegli anni: divenne ben presto militante socialista, in un momento in cui nella sua zona d’origine, il mantovano, era acceso lo scontro tra riformisti e sindacalisti rivoluzionari. E proprio a quest’ultima fazione aderì il giovane Arnoldo, il quale fin da subito si dimostrò attivo e desideroso di agire concretamente al fine di un’azione più radicale e polemica nei confronti della Direzione nazionale del partito. Proprio all’esperienza socialista s’incrociò quella del lavoro in tipografia: con l’obiettivo di stampare un foglio di propaganda e proselitismo insieme ad alcuni suoi compagni, ma non avendo i fondi necessari a disposizione, si offrì come garzone in una vecchia tipografia ostigliese. Grazie a questo espediente uscì ben presto «Luce», attivo tra il 1907 e il 1908. Il giornalino ottenne l’attenzione di un ricco anziano del luogo, il quale – stupito dalla tanta voglia di fare dimostrata da Arnoldo – decise di finanziare economicamente la prima piccola impresa mondadoriana: «La Sociale». Quest’ultima venne utilizzata sia come libreria sia come tipografia/cartoleria e il giovane di Ostiglia vi mise talmente tanto impegno e passione che decise di lasciare la militanza politica per sposare completamente il nuovo mestiere.

La prima commissione editoriale arrivò da un personaggio assai famoso ad Ostiglia: Tomaso Monicelli, drammaturgo, giornalista, socialista e sindacalista rivoluzionario prima, nazionalista ed antigiolittiano poi, futuro padre del celebre regista Mario, che tra il 1911 e il 1912 chiese ad Arnoldo la pubblicazione dei racconti Aia Madama, il primo volume edito con il marchio Mondadori2.

La casa editrice nacque in questo modo, dimostrando un’ottima qualità dei testi e delle illustrazioni fin dall’inizio, tanto che ottenne ben presto l’attenzione di molti, anche fuori dal limitato territorio di Ostiglia. Dopo che l’azienda cominciò a occuparsi anche della stampa di opere scolastiche, nel 1917 si ampliò con un nuovo stabilimento, andando poi a unirsi con un’altra importante ditta proprietaria di numerosi impianti nel veronese, la Franchini. Fu, dunque, creata la nuova società denominata «Stabilimenti Tipo-Lito-Editoriali A. Mondadori già “La Sociale” e Gaetano Franchini».

Furono, quelli, anni complessi, con il Paese in guerra, che si dimostrarono il primo vero campo di espansione dell’imprenditore Arnoldo. Infatti, l’esercitò cominciò a commissionargli edizioni scolastiche per gli istituti speciali destinati ai soldati; inoltre, Mondadori seppe approfittare anche della temporanea espansione del genere della narrativa, che nell’immediato dopoguerra sembrava essere una risposta e una rivalsa alle tragedie appena vissute. Nel 1919, infatti, fondò la «Casa editrice A. Mondadori» con sede sempre a Ostiglia e amministrazione a Roma. Il programma era quello di «partecipare alle correnti più vive del pensiero e della vita nazionale con un contributo editoriale informato a novità e arditezza»3.

Non v’era, dunque, l’intenzione di rivolgersi a un pubblico ben preciso o di occuparsi di un genere in particolare (a differenza di quanto fecero i grandi editori a cavallo tra ’800 e ’900 come Treves e Sonzogno). Al contrario, Arnoldo Mondadori voleva coprire il più ampio spettro di conoscenza possibile, prendendo come destinatario un lettore medio, a cui proporre libri di narrativa e di saggistica, italiani o stranieri, e poi ancora gialli e fumetti. Per questi motivi egli viene comunemente definito come il primo editore industriale del nostro Paese4.

Un altro fattore che contribuì in buona parte al successo mondadoriano fu l’intuizione dell’editore di trovarsi in un periodo di svolta verso una progressiva industrializzazione dell’editoria, nella quale era necessario un piano di alleanze e sostegni economici, per potersi dire competitivi sul mercato e per diversificare l’offerta. Fu in questo senso che il lungimirante Arnoldo cercò, infatti, l’appoggio del finanziere e industriale Senatore Borletti, il quale fu per un periodo anche presidente dell’azienda5.

Gli anni Venti furono quelli della svolta per il self-made man di Ostiglia: fu allora che egli si dedicò ad ottenere il monopolio nel campo dei libri di consumo, il cui punto di riferimento era stato fino ad allora Treves. Riuscì a sottrarre all’editore triestino moltissimi autori, primo fra tutti Gabriele d’Annunzio, seguito da Federigo Tozzi, Luigi Pirandello, Ada Negri, Marino Moretti e molti altri.

Passò nelle sue mani anche la gestione del quotidiano «Il Secolo», simbolo e portavoce della democrazia radicale lombarda e a lungo di proprietà di Sonzogno. Dopo aver attraversato crisi finanziarie e cambi di rotta, il quotidiano nel 1923 venne rilevato dal finanziere Cesare Goldman e, appunto, da Borletti che ne assunse la presidenza. Le vicende intorno al «Secolo» sono assai significative in quanto fu proprio questo quotidiano il primo punto di contatto tra Mondadori e il fascismo.

Mondadori e il regime

La nuova direzione del «Secolo» venne assunta su designazione di Mussolini in persona, mentre i collaboratori del quotidiano nel suo periodo di caratterizzazione democratica lasciarono “spontaneamente” la redazione. Il Programma del giornale, firmato da Borletti, dichiarava l’aperto fiancheggiamento al regime, per dissipare gli ultimi dubbi al riguardo. Il mutamento di direzione assunse, quindi, un carattere spiccatamente politico, e fu funzionale anche alla contrapposizione con «Il Corriere della Sera», diretto da Albertini, contro il quale vennero lanciate dal «Secolo» violente campagne denigratorie.

Arnoldo Mondadori non figurava in questo quadro solamente come collaboratore di Borletti, ma si era bensì dichiarato fedele alle intenzioni politiche del Duce. Nel febbraio del 1924 il direttorio del PNF (o Partito Nazionale Fascista), sezione di Verona, lo aveva iscritto in quanto cittadino di provata fede politica fascista. Già nei mesi che precedettero la marcia su Roma del ’22, l’editore si era personalmente incaricato di stampare i manifestini che incitavano i soldati a rifiutarsi di osteggiare l’avanzata dei militanti.

Nel giugno del 1923 vide la luce L’uomo nuovo, scritto da Antonio Beltramelli, con appendice di Marinetti, ed edito, appunto, da Mondadori. È considerato il capostipite del genere apologetico su Mussolini6, continuato dall’editore già nel 1926 con la pubblicazione della biografia del dittatore, di Margherita Sarfatti, con prefazione dello stesso Mussolini, apparsa con il titolo Dux prima nella collana «Politica e guerra» e poi in «Scie». Uscirono sotto questa collana, dopo il 1945, testi come i Diari di Ciano, La mia vita con Benito di Rachele Mussolini e ancora i ricordi di Badoglio e di Goebbels.

Assai interessanti le vicende intorno alla pubblicazione di un testo come Colloqui con Mussolini, scritto da Emil Ludwig e pubblicato nel 1927, dopo aver ovviamente ricevuto il lasciapassare del dittatore7: innanzitutto, l’editore vedeva nel volume la possibilità di portare a compimento quel processo – iniziato con L’uomo nuovo e Dux – che avrebbe dovuto associare la casa editrice al nome di Mussolini. In secondo luogo, Emil Ludwig era stato scelto in quanto si era dimostrato abile scrittore di biografie di uomini del passato (da Napoleone a Lincoln) ed era in cerca di una figura di dittatore da ritrarre. Dopo essersi occupato di Stalin, aveva concentrato la propria attenzione proprio su Benito Mussolini e Mondadori aveva intravisto la possibilità di un grande successo. Ma già dai primi incontri tra l’autore e il Duce a palazzo Venezia erano sorti problemi: il protagonista della biografia apportava continuamente modifiche al contenuto delle bozze. Eliminava intere frasi, ritrattava quanto detto, soprattutto nel caso in cui si fosse lasciato troppo andare a causa del tono confidenziale instauratosi con Ludwig. Quando si era trovato a parlare dell’origine del suo potere sulle masse, delle sue tecniche per accrescere il consenso, dei problemi di convergenza con il Vaticano, Mussolini era andato troppo oltre. Così l’entourage del dittatore si occupò personalmente di apportare alle nuove edizioni che via via venivano stampate numerosi cambiamenti, fino a quando Mussolini non decise di ritirare i Colloqui dal mercato nel 1938, a seguito della svolta delle leggi razziali, poiché lo scrittore, essendo ebreo tedesco, perseguitato dai nazisti, era fuggito dal proprio Paese8.

Nel 1926 ci fu un altro momento importante per il rapporto tra Mondadori e il Duce, quando fu siglato l’accordo per la pubblicazione degli Opera Omnia di d’Annunzio. Furono fondamentali le figure di Monicelli e di Borletti (legato al poeta Vate da un’amicizia iniziata con la condivisione dell’esperienza fiumana) e come risultato dell’accordo si ebbe la costituzione dell’Istituto nazionale per l’edizione di tutte le opere di d’Annunzio, patrocinato da Vittorio Emanuele III, con presidente onorario Benito Mussolini, presidente il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele, Borletti vicepresidente e Mondadori amministratore delegato. I primi volumi furono particolarmente apprezzati da d’Annunzio e costituirono anche un ottimo affare commerciale, destinato a concludersi solo nel 1936 con l’uscita del volume degli Indici.

Sempre a partire 1926, l’editore strinse rapporti sempre più stretti con il ministro Alessandro Casati, il quale gli affidò la stampa degli Annali della Pubblica Istruzione, che permise a Mondadori di divenire il primo editore italiano per la produzione di libri scolastici9. Tale posizione privilegiata venne confermata quando, nel 1928, fu creato un Provveditorato di Stato con il compito di realizzare opere di carattere culturale e scientifico in linea con le volontà del regime e, soprattutto, quando venne anche imposto il libro unico per le scuole elementari. E proprio Mondadori fu colui il quale riuscì a trarne un vantaggio maggiore, poiché la sua azienda ottenne il monopolio nazionale della stampa del libro di Stato.

Intanto, nel 1928, in redazione era arrivato Luigi Rusca, il quale sarebbe stato una figura assai importante per l’iter dell’azienda mondadoriana. Lo studioso di letterature classiche e contemporanee era già stato precedentemente nell’ambito editoriale, ricoprendo la carica di vice-segretario generale del Touring Club Italiano, dal quale fu licenziato dopo aver rifiutato di iscriversi al PNF. Quest’ultimo episodio non era ben visto da Arnoldo, e infatti Rusca fu assunto in casa editrice per volontà unica di Borletti, il quale gli affidò il compito di dare una scossa all’azienda, che viveva un periodo di flessione a livello economico. Rusca consigliò prontamente un taglio delle spese della Direzione generale e del personale, nonché un riesame dei conti dei singoli autori. Sotto la spinta di questo rinnovamento, nel 1929 nacquero varie collane divenute poi celebri come «Libri gialli» (che divenne a tal punto un modello di riferimento che il colore delle copertine è passato a indicare in pochi anni la letteratura poliziesca in generale), «Libri azzurri» (con romanzi italiani), «Libri neri» (con i romanzi di George Simenon), «Libri verdi» di impronta storica. Inoltre, tra il 1930 e il 1938, sempre grazie a Rusca videro la luce «Biblioteca Romantica», «Romanzi della Palma», «Medusa» e «Omnibus»10.

Ad ogni modo, è assai interessante notare come la presenza di Rusca in casa editrice avesse attratto la partecipazione di molti autori o personaggi di dichiarata fede antifascista, come i due ex-collaboratori di Gobetti, Arrigo Cajumi e Luigi Emery, o Giuseppe Marus, anch’egli antifascista, e ancora Barbara Allason, gobettiana, a cui vennero affidate numerose traduzioni, prima che fosse pubblicato un suo volume, Vita di Silvio Pellico , nel 1933. Lo stesso si poté dire per Luigi Salvatorelli che nel 1935 fu inserito tra gli autori della Storia d’Italia illustrata.

Tutto questo significò un cambio di rotta per una delle case editrici più vicine al regime e a Mussolini? Ovviamente no: Rusca poteva portare in azienda quanti collaboratori voleva, ma l’ultima parola spettava inevitabilmente al capo Arnoldo, il quale fu sempre ben attento a non stuzzicare troppo la pazienza del Duce. I volumi che uscivano con la sigla Mondadori non potevano essere neppure sospettati di dissociazione o di non allineamento11.

Forte della sua particolare condizione di gregario devoto [al regime: n. d. r.], o devotissimo, come amava definirsi e firmarsi, Mondadori si riteneva semmai autorizzato a rivendicare personalmente una sorta di naturale funzione di garante dei prodotti messi in circolazione, da considerare al di sopra di ogni sospetto per il solo fatto di uscire sotto le sue insegne12.

Gli anni Trenta videro in Italia un importante dinamismo editoriale, seppur con nette differenze tra Nord e Sud del Paese. La letteratura di consumo fu sicuramente quella che più ebbe successo nel periodo, anche perché andava incontro a un nuovo pubblico in espansione, formato da gruppi sociali emergenti; insegnanti, impiegati, professionisti, commercianti motivarono l’affermazione di tutti quei settori editoriali in cui la Mondadori eccelleva: in primo luogo, proprio i gialli, di cui abbiamo visto essere precursore l’editore Arnoldo, ma anche i fumetti e la fantascienza.

Nel periodo di regime la posizione degli editori italiani era di sostanziale allineamento, salvo rari casi, come quelli di Laterza, Guanda, Formiggini ed Einaudi. Con la costituzione del Ministero per la Stampa e la Propaganda nell’ottobre 1935, poi divenuto nel 1937 Ministero della Cultura Popolare, il controllo sulle pubblicazioni divenne più serrato.

Dopo aver tracciato questo quadro, possiamo collocare senza molti dubbi l’azienda Mondadori al fianco del regime, ma d’altra parte non possiamo ridurre la sua produzione editoriale nel ristretto ambito della propaganda fascista o in quello della ricerca del consenso al regime. L’appoggio del Duce e della sua cerchia, comunque, ci fu, anche sotto forma di facilitazioni finanziarie, come quando nel 1934 l’IRI concesse alla Mondadori un mutuo quindicinale di 4 milioni e mezzo al 6%.

Analizzando i 1.700 titoli pubblicati dalla Mondadori tra il 1933 e il 1940, si può notare come quelli direttamente collegati al fascismo fossero poco più di un centinaio. Questa cifra basta comunque a identificare la Casa come quella più vicina al regime, anche se toccò a Hoepli pubblicare gli Scritti e discorsi di Mussolini, certamente uno dei libri più importanti in tal senso. Molti testi erano riferiti alla guerra in Etiopia, come La marcia su Gondar di Achille Starace, segretario del PNF e luogotenente generale della Milizia.

D’altra parte, però, la presenza di numerosi collaboratori antifascisti, portati in casa editrice da Rusca, e il fatto che la maggior parte dei testi – soprattutto letterari – avessero uno stile e un contenuto antitetici alla retorica e alla chiusura provinciale promossa dal regime faceva di Mondadori una sigla comunque non schiava della dittatura13.
Un ultimo fatto va considerato di questo periodo: l’introduzione da parte dell’editore in Italia di molti autori europei e americani attraverso una collana che rivoluzionò il mondo del libro nazionale: «Medusa».

«Medusa»

Il progetto di una collana che portasse i grandi romanzi stranieri nel Bel Paese bolliva in pentola già nel 1931, ma le numerose collane sorte nei primi anni Trenta lo posero in secondo piano. L’occasione fu creata, comunque, nel 1933, quando il primo volume della collana fu dato alle stampe. Si trattava del libro Il grande amico di Alain-Fournier, venduto al prezzo di 9 lire. Nel progetto della «Medusa», Arnoldo mise tutta l’esperienza di editore acquisita negli anni e, in particolare, quella di poco precedente maturata per conto delle edizioni Albatross, per cui egli si era fatto editore di molti testi inglesi e americani in lingua originale. La collana in questione si chiamava «Albatross Modern Continental Library», fu inaugurata con un’edizione di Dubliners di Joyce e i volumi in essa contenuti non furono rivoluzionari tanto per il contenuto quanto per la veste grafica, considerata un vero e proprio modello per i paperbacks (o ‘libri tascabili’). Il progetto Albatross non ebbe gran fortuna e fu questo uno di quei casi in cui l’allievo supera il maestro: l’allievo in questione fu proprio «Medusa», che guardò alla collana anglosassone soprattutto per il formato, che rimase oblungo, seppur con dimensioni maggiori, riproducendo quasi alla lettera i caratteri dei nomi e dei titoli, nonché l’aspetto elegante e maneggevole. Mondadori portò, dunque, nella casa editrice l’esperienza della sua “gita fuori porta”, e fu una mossa assolutamente vincente14.

Dietro al nome della collana non si celano grandi significati: esso fu scelto quasi per caso e fu di conseguenza disegnato il simbolo del mostro con la testa in versione stilizzata e le ali che spuntavano dietro di essa, inserita nella copertina bianca e verde con il bordo nero. Il tutto sarebbe diventato iconograficamente un modello da imitare, per eleganza e qualità, nonché simbolo delle migliaia di titoli che nei decenni sarebbero usciti nella collana. Solo nei primi tre anni vennero stampati più di sessanta titoli, molti dei quali scritti da Premi Nobel e autori celebri.

«Medusa» rappresentò, dunque, una svolta verso la modernità e, inoltre, fu con la creazione di essa che l’editore riuscì ad aggirare il vincolo posto dal fascismo, che si proponeva la creazione di una letteratura autarchica fatta da soli autori nazionali. Mondadori, invece, con il proprio progetto culturale, portò gli italiani a conoscere molti importanti scrittori stranieri, che sarebbero rimasti altrimenti sconosciuti almeno fino al 1945. Mondadori aggirò l’ostacolo posto dal divieto fascista innanzitutto richiamando i meriti della Casa nella diffusione delle opere italiane e affermando il fatto che la cultura «oltre all’alimento interno», necessitasse, «per essere veramente vitale, di contatti esteriori»15. In secondo luogo, l’editore seppe abilmente girare a proprio favore le parole dello stesso Mussolini, il quale aveva dato come direttiva quella di non limitare gli scambi con gli altri paesi, laddove le opere in questione fossero di arricchimento per il patrimonio artistico e culturale italiano. Con una forzatura alquanto azzardata, Mondadori rivendicò con forza il progetto di «Medusa» di portare in traduzione i libri degli scrittori stranieri più degni di nota. L’operazione, secondo lui,

costituiva un’alta opera di italianità, contribuendo efficacemente a liberare il nostro paese dalla soggezione verso altre lingue europee attraverso le quali il pubblico era solito conoscere, sovente con grande ritardo e dubbi criteri di scelta, i libri pubblicati nel mondo16.

Nella realtà, com’è ovvio, l’editore intendeva difendersi preventivamente dalle accuse del regime, così da non rischiare d’incrinare in nessun modo i rapporti di privilegio che con esso aveva stretto. Concretamente l’operazione di «Medusa» andava nella direzione diametralmente opposta a quella di esaltazione nazionale. E questo non sfuggiva certamente agli intellettuali italiani: Pavese – ad esempio –, a guerra conclusa, dichiarò che quello della collana mondadoriana era stato un «primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisce coi fasci»17.

L’operazione della collana riuscì soprattutto per quanto riguardava titoli anglosassoni, mentre i testi francesi continuavano a essere letti principalmente in lingua originale da un pubblico colto e ristretto. Ma il fenomeno assai più importante legato alla «Medusa» fu che in essa trovarono spazio testi di autori tedeschi e austriaci, i quali, per motivi politici o perché ebrei, erano dovuti fuggire dal proprio paese. Allo stesso tempo, fu fondamentale per i giovani cresciuti sotto il fascismo ma che non si riconoscevano in esso scoprire la letteratura americana, la quale permetteva loro un ampliamento di orizzonti non indifferente. Herman Hesse, Thomas Mann, Arnold Zweig, David Garnett furono solo alcuni degli autori che resero celebre la collana, anche grazie a traduzioni di pregio, affidate a Eugenio Montale, Corrado Alvaro, Cesare Pavese, Elio Vittorini18. Molti di questi scrittori si trovarono per la prima volta nella veste di traduttori proprio lavorando per «Medusa», tanto che si è soliti affermare che Arnoldo Mondadori abbia inventato il mestiere del traduttore letterato.

Possiamo, inoltre, notare come molti di quegli scrittori fossero legati, in modo più o meno stretto, al PCI e come tale fatto non fosse propriamente prevedibile da un editore allineato ai dettami del fascismo, quale Mondadori si era più volte dichiarato.

Ad ogni modo, nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali e della circolare che imponeva il nulla osta preventivo del Ministero della Cultura popolare per gli autori stranieri, fu compilato anche un registro di tutti gli scrittori che non erano graditi al regime. Mondadori fu, in conseguenza di ciò, costretto a modificare di molto il proprio catalogo: una parte degli autori presente in esso era ebrea, e non c’erano più gli estremi affinché si potesse continuare a pubblicare. Venne, ad esempio, impedita l’uscita di Vita di Chateaubriand di Maurois, appunto perché l’autore era ebreo.

Si decise, allora, per un ritorno alla letteratura nazionale, con una particolare attenzione per gli autori nuovi, giovani, esordienti. Nel 1940, per iniziativa del figlio di Arnoldo – Alberto – e di Arturo Tofanelli, fu creata la collana «Lo Specchio», in cui comparvero per la prima volta i nomi di Bontempelli, Dessì, Manzini e, soprattutto, di Alberto Moravia, Salvatore Quasimodo e Giuseppe Ungaretti.

Va, infine, aggiunto che nel 1935 videro la luce anche «I Quaderni della Medusa» e che nell’immediato dopoguerra nacque la «Medusa degli italiani», che venne creata con l’obiettivo di portare dalla propria parte autori nuovi ed emergenti, e che restò in piedi fino al 1961.

Gli anni Quaranta e Cinquanta: la guerra, le riviste

Nel 1940, in piena guerra, l’Annuario dell’Associazione delle società italiane per azioni indicava che erano presenti sul territorio nazionale solo ventiquattro aziende editoriali, dopo l’epurazione ad opera fascista avviata nel 1938. Mondadori vi figurava al primo posto per capitale sociale e l’unica che sembrava in grado di poterle tenere testa era la UTET. Durante lo svolgimento del conflitto, l’editore si riconfermò abile interprete delle tendenze degli italiani: pubblicò numerosi volumi di stampo propagandistico, nonché una vasta raccolta di testi consolatori o di evasione, destinati ai combattenti italiani al fronte19.

«Tempo»

Arnoldo divenne, a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta, editore di «Topolino», con un’operazione commerciale (lo strappò alla Nerbini) che anticipò l’acquisto di molti altri periodici, come «Grazia», «Novellissima» e soprattutto «Tempo». Quest’ultimo arrivò in edicola alla fine del 1939, ponendosi come l’antagonista principale del rizzoliano «Oggi», e venne diretto dal primogenito di Arnoldo, Alberto, allora venticinquenne. Della redazione facevano parte nomi celebri come Ezio Levi, Mario Monicelli, Tullio Cimadori e molti altri. Alberto portò in «Tempo» i rudimenti di giornalismo che gli erano stati dati da Cesare Zavattini, quando si era unito alla redazione di «Settebello» nel 1937. Alberto «politicamente era un fascista “di sinistra”, entusiasta e sensibile alle seduzioni bottaiane»20 e per la formula da adottare guardava al modello statunitense di «Life»: si proponeva di creare una rivista di cultura, di arte e divulgazione, non indirizzata a un pubblico di élite, bensì a uno molto più ampio. Inoltre, sempre dal capostipite americano «Tempo» aveva ereditato l’attenzione per lo spazio riservato ai servizi fotografici e alle immagini in generale, portando – tra le altre cose – il colore in una rivista per la prima volta in Italia.

Fin da subito, «Tempo» si pose come un elemento di rottura rispetto alla tradizionale impostazione italiana e impose una svolta verso la modernità: per questo attirò l’attenzione dei tanti periodici concorrenti. Un episodio esemplare fu l’attacco lanciatogli da «Tevere», giornale dell’antisemita Telesio Interlandi, quando venne pubblicata la foto di due signori che tenevano in mano una copia di «Tempo» e una di «Life» e sotto veniva riportata la didascalia «Preferite i prodotti nazionali che non hanno nulla da invidiare ai più celebrati prodotti stranieri»21. Mondadori non fece attendere la propria risposta, forte anche dell’appoggio di Mussolini, sotto il cui vaglio era già passato il progetto di «Tempo».

Nel periodo del secondo conflitto mondiale, veniva ribadita da parte di Alberto Mondadori la volontà di far coincidere gli interessi culturali italiani e tedeschi, tanto che nel novembre 1940 egli si recò di persona a Berlino per incontrare il ministro hitleriano della propaganda Goebbels. Ciò coincise anche con la decisione di stampare in più versioni in lingua straniera «Tempo»: il primo Paese cui fu destinata l’operazione commerciale fu proprio la Germania e venne registrato un tale successo che tra il 1941 e il 1942 furono create le versioni in spagnolo, croato, greco, romeno, albanese, francese e ungherese22.

Dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, «Tempo» passò sotto la direzione di Arturo Tofanelli, il quale era sempre stato considerato – tra i componenti della redazione ˗ quello meno vicino al fascismo.

Mondadori editore dei periodici fascisti

Più palesemente schierati di «Tempo» furono altri periodici mondadoriani editi all’inizio degli anni Quaranta. Innanzitutto, Arnoldo si assicurò la pubblicazione, per conto del PNF e della GIL (o Gioventù Italiana del Littorio) del settimanale «Il Balilla» e dei quindicinali «Passo romano» e «Donna fascista».

Inoltre, nel 1940 vide la luce «Primato», quindicinale letterario e artistico voluto da Giuseppe Bottai, l’allora ministro dell’Educazione nazionale. La volontà dietro «Primato» era quella di un interventismo culturale, di radunare una serie di intellettuali che potessero reggere il confronto con quelli stranieri, in particolare europei. In concomitanza con ciò, venne creata la collana «Lo Specchio», nella quale trovò spazio il volume Il Tesoretto, una miscellanea antologica di brani di molti autori, la maggior parte dei quali collaboratori proprio di «Primato». Non era affatto una coincidenza, dal momento che una comunità di intenti univa l’editore al ministro: alimentare la diffusione di autori più o meno nuovi per la formazione di un’Italia fiera dei propri mezzi, tanto da non aver motivo alcuno di provare invidia per le opere straniere. Bottai guardava a «Primato» come allo strumento per far uscire il fascismo da una crisi che andava via via sempre più profilandosi all’orizzonte, avendo il periodico, secondo lui, le potenzialità per la creazione di una cultura nazionale23.

La fine della guerra e il confronto tra Arnoldo e Alberto

Nell’ottobre del 1942 iniziarono i bombardamenti inglesi su Milano; Arnoldo Mondadori prese la decisione di spostare gli uffici amministrativi a Verona e, dopo qualche tempo, ad Arona in provincia di Novara. Intanto, Rusca – dopo essere stato spiato e giudicato colpevole dalla polizia di regime – venne internato e, dopo la notizia dell’armistizio e la successiva assunzione di controllo del Nord del Paese da parte della Germania, il Comando tedesco requisì lo stabilimento di Arona per esigenze di propaganda. Allora, Giorgio e Alberto – figli di Arnoldo – ripararono in Svizzera e, poco dopo, l’editore stesso decise di raggiungerli.

Alla caduta mussoliniana, seguì un cambiamento di rotta in casa Mondadori, nella quale acquistarono maggior peso le idee filosocialiste di Alberto, che si erano già fatte valere per il solo avvio di un periodico come «Tempo» e per la caratterizzazione data alla collana «Lo Specchio». A tal proposito, è interessante citare una lettera da lui scritta al padre nel febbraio del 1945, in cui Alberto prevedeva la conquista del potere da parte delle sinistre, con le quali sarebbe stato giusto collaborare. Erano quelli gli anni in cui il figlio dell’editore si era iscritto al PSIUP e l’idea che aveva maturato era quella di far ripartire da lì la pulizia della Mondadori dall’ingombrante passato fascista. La proposta di Alberto trovò la netta opposizione del padre, che non voleva vedersi identificato con una parte politica in particolare. Arnoldo concluse affermando: «I miei metodi, in qualunque regime, sono i soli che possano dare la sicurezza di vittoria»24. Alle suggestioni politiche del figlio, che trovavano il loro naturale proseguimento nella divulgazione saggistica, l’editore rispose continuando a orientare la produzione della casa editrice soprattutto sulla narrativa, nazionale e straniera.

Nel giugno del 1944, Rusca aveva potuto far ritorno dal soggiorno obbligato con l’accusa di antifascismo e aveva preso la gestione della filiale romana della casa editrice. Sotto la sua direzione, la Mondadori capitolina istituì una politica editoriale sicuramente più aperta rispetto alla casa madre, che era rimasta sotto la Repubblica di Salò. Questi due elementi insieme ci permettono di tracciare un quadro della Casa del dopoguerra in cui agirono da più parti spinte verso un mutamento di rotta. Il tutto si concretizzò nelle scelte editoriali legate a due nuove collane: quella letteraria «Il Ponte», che fu inaugurata nel 1946 con Addio alle armi di Hemingway, e «Orientamenti», fondata nel 1944 da Rusca e che si proponeva la diffusione di testi politici e sociali che potessero indagare i vari svolgimenti del mondo contemporaneo.

Nel 1949, inoltre, un viaggio negli Stati Uniti di Giorgio Mondadori inaugurò il periodo di rinnovamento tecnico degli impianti che coincise anche con l’imposizione della linea di Arnoldo su quella del figlio. La spaccatura preannunciata tra padre e figlio avvenne concretamente nel 1958, quando Alberto fondò la casa editrice Il Saggiatore, tentando di «realizzare un’esperienza completamente autonoma, dopo la lunga storia di conflitto con il padre-presidente»25. Nella realtà, ciò non si verificò subito, poiché la nuova casa editrice dipese economicamente per moltissimo tempo dai prestiti elargiti da Mondadori. Tuttavia, fu interessante l’operazione commerciale di Alberto, il quale – costruendo un’attività propria – poteva finalmente esprimere l’idea di produzione libraria che da più di dieci anni tentava di imporre nella Casa madre.

Nella concezione del libro come mezzo di crescita culturale e soprattutto civile, nella quale non manca un’influenza marxista, Il Saggiatore riunì un folto gruppo di intellettuali specializzati nei più diversi settori: dal critico Giacomo Debenedetti – che dirigeva la collana «Le Silerchie» ˗ all’archeologo Ruggero Bianchi Bandinelli, dallo storico dell’arte Giulio Carlo Argan al musicologo Fedele D’Amico, al filosofo Remo Cantoni. Così le più varie discipline trovavano spazio e voce in un progetto editoriale che si proponeva anche di svecchiare la cultura italiana, puntando a un pubblico nuovo e moderno26.

Sul finire degli anni Quaranta, precisamente nel 1948, vide la luce la collana «Biblioteca Moderna Mondadori», nella quale venne collocata la monumentale opera di Winston Churchill sulla Seconda guerra mondiale. Nello stesso anno, Arnoldo conquistò definitivamente l’esclusiva di Hemingway. Negli anni Cinquanta si puntò moltissimo su questa collana, che concretamente fece da concorrente alla fortunatissima «BUR».

Gli anni Cinquanta di «Epoca» tra filoamericanismo e DC

Gli anni Cinquanta confermarono la Mondadori come uno dei due poli industriali del mondo editoriale italiano, assieme a Rizzoli. Si affacciarono importanti mutamenti all’orizzonte, con l’intensificarsi dei rapporti tra la casa editrice e gli Stati Uniti, dopo il viaggio inaugurale di Giorgio, cui si è accennato. La strada percorsa da Arnoldo fu quella dell’ottenimento dei crediti agevolati nell’ambito degli aiuti americani dell’epoca, ovvero all’interno del Piano Marshall. Fu durante i viaggi oltreoceano organizzati ad hoc che l’interesse dell’editore per gli USA crebbe vertiginosamente. Una delle sue fonti di orgoglio era proprio quella di aver contribuito a diffondere le opere di scrittori statunitensi come il già citato Hemingway. Inoltre, negli intermezzi americani, Arnoldo era solito incontrarsi con Walt Disney ed Henry Luce, proprietario di «Life», periodico modello per «Tempo». Oltre a sottolineare come grazie agli aiuti finanziari statunitensi l’azienda avesse potuto ampliarsi e migliorarsi (nel 1957 furono inaugurate le nuove officine grafiche a Verona), preme in questa sede far notare come le scelte mondadoriane in direzione degli USA avessero un preciso significato politico in epoca di Guerra fredda: basti solo pensare al diverso atteggiamento di Feltrinelli negli stessi anni verso l’Urss.

Ad ogni modo, i viaggi negli Stati Uniti furono utili anche a livello prettamente editoriale: la Casa milanese si impose negli anni Cinquanta per la produzione di periodici, continuando una tradizione iniziata in epoca fascista, ma che, proprio grazie all’influenza dei modelli USA, poté fare un salto di qualità. Tra tutti il più importante fu senza dubbio «Epoca», quello che maggiormente guardava al modello di «Life».

Il 14 ottobre 1950 usciva a Milano il primo numero del periodico, recando come sottotitolo «Settimanale politico di grande informazione» e con le pagine di apertura affidate a Cesare Zavattini, scrittore, giornalista, sceneggiatore e commediografo tra i più celebri del periodo. Numerose vicissitudini lo portarono a passare dall’essere un autore associato a Rizzoli a uno associato a Mondadori: nello specifico, aveva chiesto di essere iscritto al sindacato giornalisti e in cambio aveva ricevuto una lettera di licenziamento. Arnoldo non si lasciò sfuggire l’occasione e assunse prontamente “Za” per 30.000 lire l’anno. Quando Rizzoli si rese conto dell’errore commesso, gliene propose 100.000 annue, ma Zavattini rifiutò. Questo aneddoto fa capire molto della personalità dello scrittore27. Zavattini aveva da molto tempo proposto all’editore la pubblicazione di un giornale di attualità, che potesse sottoporre quesiti al popolo italiano su problemi vari. Il progetto non fu realizzato ma confluì in quello di una rubrica, chiamata Italia domanda, che fu il fiore all’occhiello di «Epoca». Le domande erano le più disparate: potevano riguardare il peso del cervello femminile o il motivo per cui l’operazione di appendicite lasciasse oramai segni quasi impercettibili. Za seguì i primi quattro numeri del periodico, per poi ˗ nel gennaio del 1941 – decidere di lasciare non solo la rubrica ma la Mondadori in generale. Le vicissitudini intorno a questa rottura sono assai significative: i motivi che portarono lo scrittore a chiudersi la porta alle spalle furono – infatti – puramente ideologici e vennero scatenati da un articolo comparso su «Epoca», giudicato filoamericano e firmato da Alberto Mondadori, direttore del giornale28.

L’articolo in questione fece affermare a Za che «Epoca» era «sotto la lapide degli americani»29. Che il rotocalco si fosse da sempre posto come centrista, anticomunista e filoatlantico era ben noto: l’editore voleva infatti mantenere intatti i rapporti con gli USA, pur restando distante dalle destre sia interne sia internazionali (Augusto Guerrieri, il quale curava il commento di politica estera, ad esempio, fu da sempre ostile a McCarthy)30. Tuttavia, per Za, l’articolo di Alberto Mondadori in cui egli affermava che i Soviet avevano preso il posto dei governi colonialisti dell’Ottocento era davvero troppo. Ricordiamo che stiamo parlando degli inizi degli anni Cinquanta, quando la concezione politica del figlio di Arnoldo non aveva ancora preso i contorni ben definiti che lo avrebbero poi portato a lasciare la casa editrice paterna per fondarne una propria. Ad ogni modo, dopo questo articolo Zavattini dichiarò «Io non sono comunista, ma è ancora più certo che non sono anticomunista» e si congedò31.

La vicenda fa comprendere come «Epoca» riflettesse in toto la posizione politica della Mondadori. Va, inoltre, precisato che il rotocalco fu una vera e propria rivoluzione nel genere, con la grafica ancora una volta curata da Munari ma profondamente rinnovata: il largo uso del colore, l’ampio spazio riservato alle fotografie, il tipo di carta (lucida) di altissima qualità dimostrarono i passi avanti fatti rispetto a «Tempo», il quale per primo aveva ricalcato il modello americano. Vennero rinnovati anche grafica e contenuti, tenendo conto delle nuove esperienze e suggestioni provenienti dalla lezione neorealista e da quella dei grandi fotografi americani (come Robert Capa) e francesi (Henri Cartier Bresson). I resoconti di viaggio occupavano ancora uno spazio importantissimo, in particolare quelli di Lamberti Sorrentino, atti alla creazione di un ritratto della miseria italiana, e quelli di Michel Gordey sull’URSS, quelli di John Phillips sulla Jugoslavia di Tito, e ancora quelli di Ronald Bachelor sulla Cina.

Ad ogni modo, nel 1953 Arnoldo decise di affidare la direzione del rotocalco a Oriana Fallaci, poiché il figlio Alberto si era dimostrato incapace di gestire il giornale, soprattutto a livello economico, dato che si parlava di un prodotto assai dispendioso a partire dai costi della carta. Vennero assunti Enzo Biagi come redattore capo, e come redattori Indro Montanelli, Guido Piovene, Giorgio Fattori, Nando Sampietro. Ma il vero “colpo” fu la pubblicazione a puntate del romanzo Premio Nobel Il vecchio e il mare di Hemingway nel 1952.

Per mantenere intatti i rapporti con gli ambienti dell’editoria americana, l’editore affidò a Natalia Danesi Murray il compito di fare da corrispondente a New York, segnalando tutti i servizi che avrebbero potuto essere di interesse per «Grazia» e – soprattutto – per «Epoca».

Il più diretto controllo di «Epoca» da parte di Arnoldo Mondadori significò non solo una riconferma della posizione della Casa rispetto agli equilibri della Guerra fredda, ma anche la possibilità di stabilire rapporti più stretti con alcuni esponenti della politica italiana. Fino al 1953, il rotocalco appoggiò la linea degasperiana praticamente su ogni fronte, a partire dalla nuova legge elettorale fino alla denuncia del pericolo comunista e – in egual misura – di quello che arrivava dalla destra. In questa direzione, andò – ad esempio – l’articolo dell’esordio mondadoriano di Indro Montanelli uscito su «Epoca» il 26 luglio 1953, il quale metteva in guardia da quelli che sarebbero potuti essere i reali effetti di una presa di potere da parte del PCI. «Epoca» continuò ad appoggiare la linea centrista e di governo anche dopo gli eventi che seguirono le consultazioni di quell’anno (il tentativo di un governo monocolore DC, il governo d’affari presieduto da Pella, la questione triestina dibattuta tra americani e inglesi con la reazione di Tito, le tensioni con la Jugoslavia)32. La solidarietà a De Gasperi non venne meno neanche quando egli non ottenne la fiducia parlamentare. Alla morte del leader DC, Mondadori mantenne la propria linea, sostenendo – sulle colonne di «Epoca» ˗ il governo Pella, poi quello Fanfani e Scelba. E sempre utilizzando il tramite del rotocalco – ormai forte di un enorme successo di pubblico – l’editore si fece caldo fautore del «Piano di sviluppo della scuola», avviato da Moro (allora ministro della Pubblica Istruzione) nel governo Fanfani del 1958. Fu una mossa studiata per riprendere il controllo di un genere editoriale che era stato uno dei punti di forza ai tempi della fondazione della casa editrice: quello scolastico.

Nel 1956, Mondadori pubblicò De Gasperi e il suo tempo di Giulio Andreotti, a conferma della posizione politica ormai chiara, espressa dalle scelte in fatto di libri da parte dell’editore. Alla fine degli anni Cinquanta risale anche l’accordo stipulato con Einaudi per la cessione di molte opere della Casa torinese, allora oberata dai debiti.

Gli anni Sessanta: la rivoluzione degli «Oscar», l’equilibrio centrista

Gli anni Sessanta registrarono importanti novità in casa Mondadori: venne sviluppata maggiormente la saggistica e, soprattutto, due importanti intellettuali arrivarono a dirigere le collane di punta. Elio Vittorini venne ingaggiato come lettore prima e come direttore della «Medusa» e, soprattutto, Vittorio Sereni ˗ con un’esperienza giornalistica maturata nella redazione di «Milano Sera» ˗ venne chiamato a ricoprire il ruolo di direttore letterario. Si ricordi che Sereni era stato molto vicino sia al PSI sia al PCI, anche perché era stato allievo di Antonio Banfi, senatore del Partito comunista. Niccolò Gallo fu il terzo intellettuale ingaggiato da Mondadori, che gli affidò la direzione dei «Narratori italiani» e della «Medusa degli italiani»: era un critico letterario, anch’egli legato al PCI. Che la connotazione politica di questi nuovi collaboratori mondadoriani significasse un cambio di rotta per la casa editrice? Ovviamente no: gli intellettuali furono scelti per le loro indubbie qualità, e l’apertura dell’editore a nuovi fronti della collaborazione era solo frutto di una presa di coscienza del mutamento dei tempi, della necessità di un inevitabile rinnovamento per continuare a essere competitivi. Un caso letterario del periodo fu senza dubbio l’Ulisse di Joyce, uscito nel 1960 grazie alla mediazione di Vittorini, che portò alle stampe anche autori come Ivo Andrić, Heinrich Böll e soprattutto Nabokov (che con la sua Lolita nel 1959 registrò un altro grande successo editoriale).

Ad ogni modo, Gallo si allontanò ben presto dalla Mondadori e Vittorini morì nel 1966: in seguito a ciò si andò precisando il quadro dei ruoli direttivi settoriali, sempre dipendenti da Sereni: Alcide Paolini per la narrativa italiana, Roberto Fertonani per quella straniera, Marco Forti per la poesia e Donato Barbone per la saggistica. Tre importanti iniziative vennero varate da Arnoldo Mondadori al di fuori della direzione di Sereni: nel 1962 il mensile «Panorama», nel 1963 L’Enciclopedia della Scienza e della Tecnica e soprattutto nel 1965 la grande operazione degli «Oscar»33.

Questi ultimi uscirono in edicola prima ogni settimana e, poi, ogni mese: il formato era quello dei pocket. L’avvento di tale formato determinò la spaccatura del mercato editoriale su un doppio binario: da una parte la saggistica e la letteratura sperimentale, il cui veicolo di vendita restava la libreria; dall’altra parte i volumi indirizzati a un pubblico eterogeneo, stampati a livello industriale, che trovavano nell’edicola il luogo prediletto di distribuzione. Solo negli anni Settanta, quando la collana fu ristrutturata, ci fu un generale rilancio del tascabile, questa volta nel circuito delle librerie34. Il primo volume uscito con gli «Oscar» fu Addio alle armi di Hemingway e la maggior parte dei titoli pubblicati sotto la celebre collana erano romanzi del Novecento letterario straniero: tra i primi cinquanta titoli, trentotto erano stati scritti da autori americani, francesi, tedeschi, russi (Sartre, Bernanos, Mauriac), mentre tra gli italiani si possono citare Buzzati, Verga, Fogazzaro, Vittorini, Pavese35.

Intanto, un cambio di direzione venne registrato all’interno di «Epoca»: durante il periodo in cui il ruolo di redattore capo era ricoperto da Biagi, il settimanale aveva avuto grande successo, puntando sull’attualità e accentuando la carica polemica. Tale impostazione cominciò a essere criticata nei primi anni Sessanta, soprattutto da Giorgio Mondadori, figlio di Arnoldo e fratello di Alberto. La rottura ci fu nel luglio 1960, in concomitanza con le infuocate giornate che portarono alla caduta del governo Tambroni. Non era un caso: nelle settimane precedenti su «Epoca» era stato denunciato il clima equivoco e pericoloso che si stava creando. Anche per questo Biagi fu allontanato: l’editore non poteva rischiare di turbare l’equilibrio politico con il referente di maggiore interesse, la DC, e con buona parte del proprio pubblico, quella più cauta e timorata. Biagi aveva anche scritto, all’indomani degli scontri a Genova per impedire il congresso del MSI, di come tali eventi potessero essere stati previsti, date le molte avvisaglie antecedenti che indicavano recrudescenze di squadrismo fascista. L’articolo con cui si congedò dal settimanale si intitolava Dieci poveri inutili morti con riferimento ai disordini dei mesi precedenti e veniva chiamata in causa proprio la DC, che secondo il giornalista aveva il dovere di prendere una posizione netta36.

Il posto di Biagi venne, dunque, preso da Nando Sampietro, già direttore di «Grazia» e «Storia illustrata». Un nuovo genere di attualità trovò posto, negli anni Sessanta, all’interno della collana «Scie», di cui si è parlato già in questa sede: il reportage giornalistico, che andò ad affiancare la memorialistica. Vennero pubblicati autori statunitensi che si occuparono di vicende di pubblico interesse come quella della morte di John F. Kennedy, o ancora di drammi collettivi come la guerra in Vietnam, la protesta dei neri americani, il silenzio dei governi di fronte allo sterminio degli ebrei37:

Anche se Casa Mondadori continua a essere protagonista in questa fase, il bilancio complessivo delle nuove iniziative appare inadeguato alle sue ambizioni, mentre in generale la sua politica d’autore risente dell’agguerrita concorrenza di altre Case, nel quadro di un progressivo invecchiamento del suo ricco parco-autori38.

Il nuovo assetto societario e la morte di Mondadori

Dal 1968 il ruolo di presidente venne ricoperto da Giorgio Mondadori, mentre quelli di vicepresidenti passarono ad Alberto e a Mario Formenton, marito della figlia dell’editore, Cristina. Tuttavia, ben presto Alberto si allontanò definitivamente dall’azienda paterna, non accettando il ruolo di subalternità che gli era stato conferito e, soprattutto, non riuscendo a superare i dissapori che da sempre lo dividevano da Arnoldo e, di conseguenza, da Giorgio, che era il diretto continuatore delle scelte paterne. Così, mentre Alberto tornava a occuparsi completamente del Saggiatore, la carica di vicepresidente restò appannaggio di Formenton, che era anche amministratore delegato. Di fatto, questo nuovo assetto societario comportò «la complessiva crisi di quell’equilibrio tra azienda e cultura, profitto e qualità, logiche commerciali e prospettive lungimiranti, che ha avuto il suo stratega e garante nel grande Arnoldo»39.

L’editore lasciava l’azienda nelle mani della famiglia, ma in qualità di presidente onorario continuò sempre a lavorare e a dare il proprio contributo, fino alla morte, sopraggiunta nel giugno 1971 all’età di 88 anni.

La morte di Arnoldo Mondadori fu anche la fine di uno degli «editori protagonisti»(secondo la nota definizione di Ferretti) più importanti per lo sviluppo stesso del settore. Essa precedette di poco la scomparsa di Valentino Bompiani, Angelo Rizzoli e, poi, di Giulio Einaudi e segnò anche il passaggio da una gestione ancora di tipo artigianale delle imprese editoriali a una industriale e manageriale.

A conferma di quanto appena detto, ci furono gli eventi che tra gli anni Settanta e Ottanta portarono la Mondadori a divenire proprietà di Silvio Berlusconi.

Arnoldo, l’innovatore

Tentando di lasciare da parte le ultime vicissitudini di un’azienda che oggi è a tutti gli effetti espressione dell’industrializzazione italiana, concludiamo sottolineando quanto un uomo come Arnoldo Mondadori abbia significato per il settore editoriale e non solo. A lui dobbiamo l’intuizione di voler allargare il pubblico del libro, che è divenuto sempre più vasto, meno differenziato, sempre più di massa.

È stato un self-made man che dalla provincia mantovana è arrivato “sul tetto del mondo”, creando una realtà in cui poterono convivere intellettuali di diversa provenienza e soprattutto con un’idea complessiva della cultura e dell’impegno politico assai eterogenea. Ciò assume un significato ancora più importante dal momento che il marchio Mondadori ha affiancato, durante il proprio iter, in un modo o nell’altro una parte politica: dal socialismo dell’inizio si è passati, infatti, all’appoggio al fascismo e poi all’essere vicini alla DC negli anni del centrismo40.

Breve bibliografia di riferimento:

C. PATUZZI, Mondadori, Napoli, Liguori, 1978;

G. TURI, Il fascismo e il consenso degli intellettuali, Bologna, Il Mulino, 1980;

Catalogo storico Arnoldo Mondadori Editore 1912-1983, a cura di P. Moggi Rebulla, M. Zerbini, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1985;

E. EISESTEIN, La rivoluzione inavvertita. La stampa come fattore di mutamento, trad. it. di d. Panzieri, Bologna, Il Mulino, 1986 (ed. orig. 1979);

Arnoldo Mondadori: abnegazione e costanza, Mostra itinerante, progetto e studio di E. Carboni, testi di V. Sereni, realizzazione di G. Colombo, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1987;

E. GARIN, Editori italiani fra Ottocento e Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1991;

E. DECLEVA, Arnoldo Mondadori, Torino, UTET, 1993;

M. SANTORO, Storia del libro italiano. Libro e società in Italia dal Quattrocento al Novecento, Milano, Editrice Bibliografica, 1994;

Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, a cura di G. Turi, Firenze, Giunti, 1997;

G. C. FERRETTI, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004;

N. TRANFAGLIA, A. VITTORIA, Storia degli editori italiani, Roma-Bari, Laterza, 2007;

L. LEONELLI, Quando Zavattini fece «Epoca», in «Il Sole 24 Ore», 19 settembre 2010;

Parola di scrittore. Letteratura e giornalismo nel Novecento, a cura di C. Serafini, Roma, Bulzoni, 2010.

  1. G. C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004, p. 10.
  2. Cfr. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, Torino, UTET, 1993, pp. 3-15.
  3. «Giornale della libreria, della tipografia e delle industrie affini», 7-15 marzo 1919, p. 85.
  4. Cfr. M. Panetta, Panorama storico-critico dell’editoria italiana del Novecento, in «Bibliomanie. Ricerca umanistica e orientamento bibliografico», n. 24, gennaio/marzo 2011 (http://www.bibliomanie.it/panorama_storico_critico_editoria_italiana_novecento_panetta.htm).
  5. Cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 38.
  6. Cfr. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., pp. 70-75.
  7. Cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani, op. cit., p. 306.
  8. Cfr. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., pp. 166-172.
  9. G. Pedullà, Gli anni del fascismo: imprenditoria privata e intervento statale, in Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, a cura di G. Turi, Milano, Giunti, 1997, pp. 341-382, cit. a p. 349.
  10. Cfr. A. Cadioli, G. Vigini, Storia dell’editoria italiana dall’Unità ad oggi, Milano, Editrice Bibliografica, 2004, p. 66.
  11. Cfr. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., pp. 139-141.
  12. Ivi, p. 142.
  13. Cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani, op. cit., p. 308.
  14. Cfr. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., pp. 186-188.
  15. Per la rivendicazione d’italianità cfr. la Nota dell’Editore, in Almanacco della «Medusa», Milano, Mondadori, 1934, pp. 9-11; si legge anche in E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., p. 188.
  16. Ibidem.
  17. C. Pavese, Ieri e oggi, in «l’Unità», 3 agosto 1947, rist. in Id., La letteratura ed altri saggi, Torino, Einaudi, 1971, p. 194.
  18. Cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani, op. cit., p. 316.
  19. Cfr. G. Pedullà, Gli anni del fascismo: imprenditoria privata e intervento statale, in Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, a cura di G. Turi, op. cit., p. 379.
  20. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., p. 240.
  21. A. Palinuro, Cose lette. Esterofagia, in «Il Tevere», 7-8 giugno 1939.
  22. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., pp. 256-259.
  23. Cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani, op. cit., p. 313.
  24. Cfr. Alberto al padre, 9 febbraio e 3 marzo 1945, e Arnoldo al figlio, 28 febbraio 1945, in Alberto Mondadori, Lettere di una vita 1922-1975, a cura di G. C. Ferretti, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori-Arnoldo Mondadori Editore, 1996, pp. 88-112; citato anche in G. Turi, Cultura e poteri nell’Italia repubblicana, in Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, op. cit., pp. 383-448, cit. a p. 383.
  25. G. C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., p. 97.
  26. Cfr. A. Cadioli, G. Vigini, Storia dell’editoria italiana dall’Unità ad oggi, op. cit., p. 107.
  27. Cfr. S. Cirillo, Cesare Zavattini: senza di lui non si muoveva paglia!, in Parola di scrittore. Letteratura e giornalismo nel Novecento, a cura di C. Serafini, Roma, Bulzoni, 2010, pp. 199-208, in particolare le pp. 203-204.
  28. Ivi, p. 206.
  29. L. Leonelli, Quando Zavattini fece «Epoca», in «Il Sole 24 Ore», 19 settembre 2010.
  30. Cfr. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., p. 404.
  31. L. Leonelli, Quando Zavattini fece «Epoca», art. cit.
  32. Cfr. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., pp. 419-420.
  33. Cfr. G. C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., p. 178.
  34. Cfr. M. Panetta, Panorama storico-critico dell’editoria italiana del Novecento, art. cit., pp. 7-8.
  35. Cfr. A. Cadioli, G. Vigini, Storia dell’editoria italiana dall’Unità ad oggi, op. cit., p. 115.
  36. Cfr. E. Decleva, Arnoldo Mondadori, op. cit., pp. 468-470.
  37. Cfr. G. Turi, Cultura e poteri nell’Italia repubblicana, in Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, op. cit., pp. 383-448, specie p. 435.
  38. G. C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., p. 181.
  39. Ivi, p. 250.
  40. Questo contributo è la rielaborazione di un capitolo della tesi di laurea magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo I grandi editori italiani del ’900 e la politica: i libri e le idee, da me discussa nel luglio del 2015 presso la “Sapienza Università di Roma” (cattedra di “Storia dell’editoria”, relatrice prof.ssa Maria Panetta, correlatore prof. Carlo Serafini).
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