Angelo Fortunato Formiggini (1878-1938)

Autore di Giulia Tanzillo

Editore modenese di origini ebraiche, vota la propria esistenza alla cultura e alla sua diffusione. Vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, è costretto a fare i conti con il fascismo non solo in qualità di ebreo ma anche di editore. Ottimista e fiducioso, il suo filantropismo e l’innato senso dello humour si rivelano suoi indispensabili alleati nel fronteggiare una fase storica molto delicata. Sceglie di suicidarsi platealmente, lanciandosi dalla Ghirlandina, torre della sua città, dopo la promulgazione delle leggi razziali, confidando che il proprio gesto possa farsi veicolo di un messaggio di libertà. Il destino avverso vuole che rimanga, invece, quasi del tutto dimenticato fino agli anni ’80, periodo in cui questa figura, importante e positiva, viene finalmente riscoperta e riabilitata.

Infanzia e giovinezza

Formiggini nasce, ultimo di cinque figli, a Collegara, frazione di Modena, da una famiglia di origini ebraiche. È il 21 giugno del 1878.

Il matrimonio tra i genitori, Pellegrino e Marianna Nacmani, celebrato nel 1853, rappresenta solo l’ultima delle numerose unioni tra queste due influenti famiglie ebree, che già da diverso tempo intrattengono rapporti di tipo commerciale, oltre che personale1. È dalle loro nozze che nascono, appunto, cinque figli (Sofia, Giulio, Emanuele, Giuseppe e Angelo Fortunato), ultima generazione di Formiggini.

La vita di Angelo Fortunato inizia, come egli stesso dichiara, con un «falso in atto pubblico»2; i genitori, infatti, lo registrano all’anagrafe specificando, come luogo di nascita, Modena anziché Collegara, borgo del modenese presso il quale sorge la villa di famiglia in cui viene realmente dato alla luce.

È il 1894, nel mezzo della sua serena infanzia, quando i genitori lo incaricano di vendere parte dei documenti (relativi agli ultimi duecento anni di attività commerciale della famiglia) conservati nel solaio della loro casa. Tra i vari registri rinviene un vecchio quaderno integro, dove decide di annotare le proprie memorie. Il quaderno si apre col racconto dell’eroico salvataggio, avvenuto sulle sponde del fiume Panaro, nei pressi del ponte di Sant’Ambrogio: il giovane Formiggini riesce a condurre a riva un bambino di nove anni che rischia di annegare e si guadagna così, per la prima volta, l’attenzione della stampa.

Non dovrà attendere a lungo prima di monopolizzare nuovamente l’interesse dei giornali: solo due anni dopo, trasferitosi con la famiglia a Bologna, si rende protagonista di un’impresa, forse meno gloriosa, ma senz’altro più significativa per comprendere la vera essenza dell’uomo che si accinge a diventare. Il temperamento creativo ed esuberante lascia già emergere quella che diventerà la sua prerogativa assoluta, l’umorismo. Formiggini frequenta l’ultimo anno presso il Liceo Galvani. Qui, già conosciuto per il suo carattere scherzoso, conquista notorietà grazie a un poemetto, da lui scritto, stampato e distribuito a studenti e insegnanti, dal titolo La divina farsa. Ovvero la descensione ad inferos di Formaggino da Modena. Si tratta di una parodia dantesca i cui protagonisti sono compagni e professori della sua scuola. Sarà proprio uno di loro, il professor Casati, a pretendere la convocazione di una riunione scolastica straordinaria per discutere dell’increscioso evento. Il verdetto, tutt’altro che unanime, è l’espulsione definitiva dell’insolente Formiggini dal Liceo Galvani.

I compagni di scuola, dotati di un maggiore senso dell’umorismo rispetto al docente, non accettano passivamente la severa sentenza del preside e formano un corteo di protesta che conta oltre duecento persone. Dopo aver sfilato nella zona universitaria, la festosa manifestazione si conclude, infine, in una fiaschetteria. Il caso, oltre a suscitare il disappunto dei bolognesi, attrae anche l’attenzione di numerose testate sino a raggiungere, tramite un comunicato, il ministro dell’Istruzione pubblica Gianturco. Formiggini e famiglia sono costretti a ripiegare a Modena, ma il debutto letterario è compiuto.

Gli studi, le tesi

Conclusi gli studi presso il Liceo Classico Muratori, si iscrive a Giurisprudenza. Le serate di svago le trascorre nei locali più in voga tra scrittori e letterati e a quest’epoca risalgono numerosi componimenti in dialetto modenese3 firmati «Formaggino da Modena», oltre che alcune collaborazioni con giornali satirici.

Nel 1899 fonda l’Accademia del fiasco che dirige per alcuni anni e dove raduna tutti coloro che hanno conseguito dei fallimenti nel corso della loro carriera artistica. Successivamente, entra a far parte della Corda Fratres, un’associazione studentesca radical-massonica il cui obiettivo è di riunire tutti gli uomini, e in particolare gli studenti di tutte le nazioni, sotto i comuni ideali di solidarietà e fratellanza4. Divenuto prima console e poi presidente, si batte, in particolare, per contrastare le tendenze di stampo nazionalista, approfondendo le proprie teorie sul movimento sionista. Molti anni dopo, nel ’38, riprenderà questi concetti e negherà ogni fondamento all’antisemitismo5. È in questo periodo che Formiggini stringe alcuni dei legami che lo accompagneranno per il resto della vita, primo fra tutti quello col critico e linguista Giulio Bertoni, fedele amico per sempre.

Nel 1901, giunto al termine degli studi, annuncia la propria laurea agli amici, tramite una cartolina listata a lutto:

Oggi, nell’ancor verde età di anni 23, Formaggino da Modena ha svolto, dopo lungo e penoso studio, la sua tesi dottorale. Egli ha così posto fine alla sua gaia vita di studente per passare nel numero dei più, munito di tutti i conforti che dà lo studio comparativo dei due codici di Manu Sivayambuva e di Mosè. Lo hanno assistito negli ultimi istanti l’intero Corpo Accademico della Facoltà Giuridica Modenese, nonché gran numero dei colleghi. Egli lascia larga eredità di pianto fra i goliardi, le sartine e le sigaraie che lo hanno inesorabilmente perduto6.

Il titolo della tesi è La donna nella Thorà in raffronto con il Manava-Dharma-Sastra: contributo storico giuridico ad un riavvicinamento tra la razza ariana e la semita. Anni dopo confesserà di aver affibbiato «un magnifico pesce d’aprile ai professori»7 che gli vale la lode, a conclusione del percorso universitario ma, soprattutto, al principio di una carriera sempre segnata da ironia e comicità.

Affezionato alla veste di studente, decide, l’anno successivo, di iscriversi a Lettere e Filosofia presso “La Sapienza”, a Roma. È qui, durante le lezioni sul materialismo storico, che conosce Emilia Santamaria. L’amore sboccia immediatamente e, il 19 settembre del 1906, i due suggellano la loro unione con le nozze. È un matrimonio felice, basato sulla condivisione, sul confronto e la sincerità; a dimostrazione di questo si contano anche numerosi titoli di Emilia nel catalogo della casa editrice Formiggini. Supportato dalla giovane compagna, il futuro editore fa sempre maggior chiarezza nei propri interessi:

Nel periodo della mia vita che dedicai agli studi, la sola cosa, forse, a cui volsi l’animo particolarmente attento fu il ridere, e mi parve che il fondo più veramente caratteristico dell’umanità (risus quoque vitast), e il più specifico elemento diagnostico del carattere degli individui (dimmi di che cosa ridi e ti dirò chi sei), fosse anche il tessuto connettivo più tenace e il più attivo propulsore della simpatia umana8.

Insieme a questa affermazione, a conferma del fatto che l’orientamento culturale di Formiggini è già maturo e determinato fin dalla giovinezza, rimane la curiosa testimonianza della tesi in Filosofia Morale, la seconda della sua carriera universitaria, discussa nel 1907, una volta tornati a Bologna. Prima di essere trasformato in lavoro, l’amore per il riso diventa tesi, studio su un interesse evidentemente sempre coltivato.

L’opera, suddivisa in dodici capitoli, affronta il tema sotto diversi aspetti: un’analisi della fisiologia del riso, una ricerca delle cause scatenanti, un confronto tra uomo e animale, l’osservazione del fenomeno in bambini e selvaggi, il confronto fra varie teorie di filosofi e studiosi e un abbozzo di sociologia del riso.

Nell’L’Umorismo, penultimo capitolo, Formiggini polemizza con chi abusa del termine e spiega poi

Per me l’umorismo è una «Gaia scienza» che è propria di pochi privilegiati. Da noi abbondano le persone così dette di spirito, ma sono molto scarsi gli umoristi. È una pianta che cresce meglio fra le nebbie del nord che sotto il nostro sole. (…) Si comprende che l’umorismo non può esser proprio che di uno stadio molto evoluto di civiltà. (…) l’umorismo dunque non è un genere letterario speciale, è un ambito mentale, è un aspetto del temperamento e del carattere che può tradursi in qualsiasi forma d’arte (…)9.

Le conclusioni della tesi confermano la posizione di Formiggini, già più volte espressa, secondo cui il riso è prerogativa esclusiva dell’uomo, elemento caratteristico in grado di distinguerlo e, in qualche modo, di elevarlo rispetto al resto degli esseri viventi.

L’aspetto più interessante della tesi formigginiana è la coerenza di un’opera così acerba con l’orientamento della vita intera dell’editore. Non si tratta di uno scritto fine a se stesso, ma di una filosofia di vita che prende forma in un testo articolato e ponderato. È come se Formiggini volesse porre le basi di un fondamento scientifico alle scelte della propria esistenza; l’impalcatura mentale filosofica che guiderà ogni decisione è eretta, e almeno parzialmente formata, già all’alba dei vent’anni: il riso, l’ironia, lo humour divengono l’obiettivo e il mezzo, lo scopo e il metodo di un’esistenza intera.

Gli esordi da editore

L’interesse di Formiggini per il tema dell’ironia trova nuove conferme nella prima pubblicazione della sua carriera da editore. Rifacendosi a La secchia rapita10, l’opera scritta dal concittadino Alessandro Tassoni nel 1622, e mosso dal suo implacabile sarcasmo, Formiggini organizza la Festa Mùtino-Bononiense nella zona di Fossalta, teatro, nel 1249, di una delle terribili battaglie tra Bologna e Modena, storiche nemiche. La cerimonia, ad alto contenuto canzonatorio, dovrebbe rappresentare una simbolica riconciliazione tra le due città: al termine di un lauto banchetto viene, infatti, metaforicamente restituita una secchia ai Bolognesi che ne erano stati privati durante uno dei molteplici scontri.

In questa festosa occasione, Formiggini non solo si rivela un eccellente organizzatore di eventi, ma anche, e soprattutto, un originale editore. È in questa circostanza che pubblica, per la prima volta, due volumi, inaugurando, così, la sua carriera: il primo, uscito con una settimana d’anticipo rispetto al ricevimento, è una raccolta di sonetti burleschi inediti di Tassoni e altri autori, dal titolo La Secchia; il secondo, uscito il giorno del ricevimento stesso, è la Miscellanea Tassoniana di studi storici e letterari,che vanta saggi su Tassoni, firmati da numerose personalità dell’epoca, tra cui l’amico Giulio Bertoni e Giovanni Pascoli, autore della prefazione. Fin da questi due primi volumi, sono evidenti la cura attenta e il gusto raffinato per l’aspetto estetico dei volumi e per le illustrazioni in essi contenute.

In riferimento a questa occasione, Formiggini annota «L’idea di fare l’editore, però, in quel periodo non l’avevo affatto chiara: fu il successo di quell’esperimento che mi fece decidere»11. Nell’autobiografia confessa: «E mi parve di non poter fare cosa alcuna al mondo più piacevole ed utile che stampare libri e buttai alle ortiche la tonaca professorale dopo averla indossata in un liceo privato a Bologna, per seguire la mia vocazione»12.

La prima impresa da editore è il Saggio di una bibliografia filosofica italiana firmato da Alessandro Levi e Bernardino Varisco, che Gentile definisce la prima manifestazione «di qualche cosa di concreto e utile agli studenti di filosofia»13.

Con la collaborazione della moglie Emilia, Formiggini inaugura, poi, la sua prima collana, la «Biblioteca di filosofia e pedagogia», che conterà negli anni ventisette volumi. La collezione è affiancata, inoltre, da trentuno «Opuscoli di filosofia e pedagogia».

È il 1909 quando la casa editrice Formiggini assume ˗ e la conserverà per undici anni ˗ la pubblicazione della «Rivista di filosofia», organo della Società filosofica italiana, a conferma del profondo interesse di Formiggini per la filosofia.

Gli esordi da editore sono brillanti e nel giro di due anni il catalogo conta già quasi quaranta titoli, tanto che, nel 1910, Angelo Marinelli scrive un libro, Un editore artista, in cui viene esaltato il lavoro di Formiggini che, a suo dire, a differenza dei contemporanei, va oltre l’aspetto commerciale, dedicandosi all’attività editoriale con sincera passione.

In effetti, Formiggini ama tanto e a tal punto il suo mestiere che, troppo proiettato verso i propri obbiettivi, preso a curare con minuzia ogni aspetto delle pubblicazioni, spesso non bada a spese. Non raramente è costretto a sacrificare il patrimonio familiare per compensare i mancati guadagni, quando non le vere e proprie perdite. Ma nulla riesce ad arrestarlo in quella che si configura come una vera e propria missione: sempre più collane, sempre più volumi in vesti sempre più accattivanti. La radicata convinzione che ognuno abbia il diritto di fruire di un buon libro (buono non solo nei contenuti ma anche bello, piacevole da toccare e da guardare) lo induce spesso a sacrificare il guadagno sull’altare della generosità; i prezzi popolari non sono sempre tollerabili per le tasche di una casa editrice così piccola: è, quindi, talvolta necessario ricorrere alle risorse personali, familiari.

Ma la determinazione dell’editore è ben più salda delle iniziali difficoltà. A un anno dalla nascita della casa editrice, viene lanciata «Profili». Si tratta della prima impresa editoriale di notevole rilevanza nella carriera di Formiggini. Si compone di «graziosi volumetti ben rilegati»14 in cui i più autorevoli studiosi analizzano le personalità principali in ambito letterario, artistico e culturale in genere. Senza limiti di tempo o di spazio, i maggiori esperti dell’epoca sono chiamati a compilare questi ritratti che dovranno rispondere a due soli imperativi: brevità e vivacità. Formiggini intende, infatti, rivolgersi a un pubblico colto, ma non a specialisti del settore. Vuole avvicinare i lettori al personaggio tramite opere leggere e di rapida lettura, che riproducano i tratti principali del protagonista, senza, però, analizzarne troppo approfonditamente la figura: «I «Profili» soddisferanno il più nobilmente possibile alla esigenza, caratteristica del nostro tempo, di voler molto apprendere col minimo sforzo»15. In ogni volume è inclusa «una sobria ed avveduta appendice bibliografica»16 che consente a chi legge, se interessato, di indagare in maniera più dettagliata l’argomento. Il prezzo è popolare, il successo garantito. Non solo studenti, ma un ampio pubblico, variamente composto, acquista, numeroso, i volumi di questa brillante collana. Quasi tutti i numeri vengono ristampati più volte: in tutto centoventinove, essi annoverano, tra i propri autori, molte importanti personalità del tempo, tra cui Bertoni, Bontempelli, Momigliano.

A questa collana segue «Poeti italiani del XX secolo». Esce nel 1910 ed è la prima dal trasferimento della casa editrice a Modena. L’intento è quello di promuovere autori emergenti affinché il pubblico possa conoscere e avvicinarsi «ai più nobili spiriti della poesia contemporanea»17 italiana.

Oltre a queste, più note e di successo, sono molteplici le collane pubblicate fin dai primi anni di attività. Appare, infatti, evidente come Formiggini tenda a privilegiare la pubblicazione di collezioni alle singole opere o autori. Si inizia, inoltre, a definire la vastità di interessi che l’editore lascia confluire nelle scelte editoriali.

I «Classici del ridere»: la centralità del tema del riso

Tra le varie collane, pilastro indiscusso della casa editrice, spiccano i «Classici del ridere», sicuramente l’impresa più riuscita di tutta la carriera di Formiggini e che per questo merita un approfondimento particolare. La promettente iniziativa prende avvio nel 1913, ma già molto prima occupa i pensieri dell’editore che dell’umorismo si è sempre interessato, subendone il fascino fin dalla prima giovinezza.

Formiggini medita, infatti, da lungo tempo di realizzare una collezione di grandi classici del ridere; mettere in pratica questo proposito non è, tuttavia, semplice come sperato. La prima difficoltà emerge già nella scelta del titolo che, naturalmente, deve riflettere al meglio la materia della collana. È indispensabile sceglierne uno che non lasci spazio a fraintendimenti: dopo un fitto scambio epistolare, durato anni, con tutte le sue conoscenze, la scelta di Formiggini ricade su «Classici del ridere». La preferenza è dovuta all’indeterminatezza dell’espressione, che consente di comprendere ogni sfumatura di riso e sorriso senza stabilire netti confini che costringano a una rigida selezione. Come ampiamente approfondito nella sua tesi, emerge più chiaramente, infatti, una concezione “totalitaria” del riso, che ne include ogni forma e sfumatura senza grandi distinzioni. L’editore sceglie il titolo perché «era il solo che consentisse la maggiore ampiezza di comprensione possibile» ed è questo ciò che maggiormente gli preme. Altri aspetti fondamentali sono la selezione dei collaboratori e la cura del rapporto con questi: tra i tanti, ricordiamo Rabizzani, Bodrero, Lipparini, Rossi, Nascimbeni, Palazzi, Bertoni, Guerrini, Momigliano.

Una volta stabilito a grandi linee il programma, non rimane che dare avvio all’impresa. Pronto a lanciare la collana, però, egli viene a sapere, con sorpresa e delusione, che Massimo Bontempelli, suo collaboratore più volte, progetta nello stesso periodo una collezione di «Capolavori del Riso». La scoperta porta scompiglio tra i due, che avviano un vivace scambio di opinioni in un fitto carteggio. Inizialmente sembrano trovare un reciproco accordo; successivamente la disputa si inasprisce per concludersi, infine, in un’amichevole riconciliazione.

Ogni volume dei «Classici» denuncia la cura per i dettagli e l’amore per la grafica che contraddistinguono l’editore il quale, in particolar modo in tal caso, avanza consapevolmente pretese artistiche oltre che letterarie. Gli illustratori più stimati sono chiamati a collaborare: l’arte xilografica, in particolare, trova in Formiggini un valente sostenitore, investito come si sente, seppur nel proprio piccolo, della responsabilità di promuovere un’editoria “bella”, oltre che “buona”. Egli manifesta la volontà di sperimentare, con l’uso di materiali nuovi o differenti rispetto al passato (come legni più resistenti), per modernizzare un’arte così antica e far sì che risponda a necessità moderne. Il rapporto tra editore e collaboratori risulta, però, più travagliato del previsto: le richieste di Formiggini spesso non vengono soddisfatte e l’indispensabile libertà espressiva non sempre viene concessa agli artisti. Al gruppo di xilografi Formiggini affianca degli illustratori, con particolare predilezione per Augusto Majani e Alfredo Baruffi, già messi alla prova in occasione delle celebrazioni tassoniane. Dall’unione di questi fattori ha origine un prodotto complessivamente ben riuscito, in grado di saziare occhi e mente, ma soprattutto di distendere le labbra in un ampio sorriso di gusto.

Le recensioni sono ottime (anche se spesso è rintracciabile la penna dell’editore stesso dietro alcuni “soffietti”) e portano il giovane Formiggini in trionfo come «benemerito e geniale», «colto» e «solerte»18 in un susseguirsi di lodi e apprezzamenti, effettivamente riflessi anche negli ottimi risultati di vendita.

Dopo le iniziali, e comprensibili, difficoltà di lancio riscontrate nel 1913, la collana incontra un progressivo consolidamento (includerà negli anni ben centocinque volumi) che viene interrotto solo col sopraggiungere della guerra. Durante il primo conflitto mondiale, in cui Formiggini è impegnato in prima persona, la collana, come il resto della casa editrice, viene, infatti, provvisoriamente trascurata. Dopo la guerra, l’editore riprenderà regolarmente il lavoro; la collezione, a cui Formiggini fin da subito si è profondamente affezionato, viene vista sotto una luce nuova: promotrice di ilarità, in un momento difficile come il dopoguerra, assume il compito di incoraggiare la ripresa nazionale. «Possano questi volumi rendere gli italiani più contenti di vivere e più consapevoli della gaia e fratellevole missione loro assegnata per la universale armonia della grande famiglia umana»19, scrive a proposito della collana. La guerra influisce fortemente anche sulle scelte tematiche; in un primo momento si preferiscono autori italiani, successivamente c’è un’apertura europea.

La collezione che sarà più urgente riprendere quando il ciclone sarà passato è appunto questa. L’Europa nuova che dovrà sorgere dalle rovine della vecchia Europa dovrà essere civile e fraterna; non vi potrà essere fraternità se vi sarà oppressione di un popolo sull’altro, ma nemmeno se non ci sarà comunione di cultura tra i popoli. E converrà soprattutto che i popoli si conoscano nei loro aspetti simpatici ed umani, cioè appunto nella loro peculiare gaiezza e nelle particolari colorazioni che presso ciascuno di essi assume l’amore alla vita: ridere è amore di vita20.

I primi anni Venti vedono una crescita della casa editrice ma soprattutto un consolidamento della collezione che si configura, definitivamente, come il più grande successo di Formiggini. Non a caso, dopo la sua uscita, diverse saranno le collane di altri editori ispirate ai «Classici del ridere», ma nessuno riuscirà con altrettanto successo nell’impresa: forse perché, come scherzosamente egli stesso fa notare, i «Classici del ridere» sono «la cosa editorialmente più seria»21 che abbia mai creato.

Nel frattempo, l’Italia si è “messa alle spalle” il primo conflitto mondiale. L’editore, come appena accennato, vi ha preso parte in prima persona: «Parto! Non posso dirvi nulla, nemmeno salutarvi né darvi la consegna. Fate quello che potete!»22, lascia scritto ai suoi collaboratori. «Avrei potuto fare più in fretta ma la sera prima, quando era stato affisso il proclama della mobilitazione, non ero uscito di casa. Come potevo sapere che era già scoppiata la guerra?»23. Gli è stata affidata la funzione di aiutante maggiore del 64° Battaglione.

Nemmeno in guerra Angelo Fortunato rinuncia a se stesso; cerca, per quanto possibile, di gestire da lontano l’amata casa editrice, regala quattordici casse di libri alle biblioteche di campo, mantiene alto l’umore al fronte con quella che rimarrà per sempre la sua unica, vera arma: l’ironia. Per divertire la truppa, decide infatti di distribuire qualche volume della collana «Classici del ridere», annunciando la notizia con un proclama:

Prima che io sfoderassi, come Guglielmo, la mia terribile spada, diedi alla luce molti bellissimi volumi di una mia collezione che spero di potere io stesso riprendere ma che, in ogni modo, qualcuno saprà continuare. Essa sarà l’edificio dell’umanità futura: più buona, più giusta, più allegra certo della truce umanità d’oggi. Vi esorto a leggere, quando i disagi del campo ve lo consentono, i miei Classici del ridere. Siate certi che vincerà il popolo più gaio, e voi siete il popolo più gaio del mondo!24.

È indicativo come, seppur celate dietro un velo di sarcasmo, Formiggini investa sempre grandi aspettative nei confronti del riso. È ai suoi classici del ridere, appunto, che affida il compito di rallegrare i soldati al fronte; è nei valori di cui la sua collezione si fa veicolo che egli vede «l’edificio dell’umanità futura»; è nella sua gaia Italia che ripone le speranze di vittoria.

Si profila, inoltre, una caratteristica nuova, che contraddistingue il pensiero formigginiano in maniera inequivocabile: l’inestinguibile fiducia nell’umanità. Spesso, nelle sue corrispondenze e nei suoi scritti, si intuisce, in maniera più o meno esplicita, questa concezione del mondo: «Questa mia fede di fraternità universale, alla quale si ispirò fin dagli inizi la mia attività editoriale, era già trionfante fin dalla prima giovinezza»25, ricorda, ad esempio, l’editore nella propria autobiografia.

Dopo meno di un anno al fronte, Formiggini è congedato una prima volta a causa di un «malanno inglorioso contratto in servizio»26; successivamente richiamato come scrivano presso l’Ufficio Disciplina Ufficiali, viene, poi, congedato definitivamente. La sua casa genovese non è sopravvissuta alla guerra, ma ˗ quel che più conta ˗ il libri sì. Fatte le armi, ma soprattutto i bagagli, torna a Roma nel 1916, per la felicità della moglie che vi è nata. La casa è bellissima, sul Campidoglio; quando si affaccia dalle finestre che danno sul Palatino, immagina Cicerone, dirimpettaio, nella sua dimora «non tanto grande, sed apta, con un po’ di travertino alla base, qualche mensola con le rose pendule, forse qualche tralcio di vite, e, (qui certo non sbaglio!) tanto di ficus ruminalis»27. E, allora, anche nella sua casa «che non è troppo grande, ma che è così sed apta mihi»28, fa mettere travertino, rose rampicanti etc.

Giunto nella capitale, l’editore sente il bisogno di erigere un monumento alla propria personale divinità: l’umorismo. Fonda, così, la «Casa del ridere»:

Considero il ridere come un fresco e lieto segno di vita che gli dèi hanno concesso agli uomini e mi pare che il ridere, in astratto, si personifichi in un dio a cui vale la pena di erigere un tempio nel quale raccogliere tutti i documenti e i monumenti della giocondità dei vari popoli del mondo, dei vari climi e delle varie ere storiche29.

Si tratta di una biblioteca umoristica che raccoglie libri comici, satirici ma anche giornali, stampe, caricature: tutto ciò che, insomma, possa suscitare ilarità. Formiggini chiama a collaborare i propri lettori, pregandoli di inviare tutto il materiale da loro posseduto, di qualsiasi natura: che si tratti di riviste, canzoni, barzellette o illustrazioni.

Affezionatissimo a questa sua creatura, che più di tutte lo rispecchia e soddisfa, Formiggini finisce col tradire il proposito iniziale di metterla a disposizione del vasto pubblico: geloso di ogni singolo volume, preferisce non condividere il tesoro, che protegge nelle mura della propria abitazione, dove gli dedica un’intera stanza, piena di scaffali in noce, su cui numerosi si succedono libri e carte sfuse. Nel 1938, alla sua morte, questo patrimonio verrà ereditato dalla Biblioteca Estense di Modena (come espressamente richiesto nel testamento). Il lascito è stimato intorno ai 2.280 volumi, 56 cassette di miscellanee e 140 periodici.

Il dialogo e la collaborazione con i lettori, emersi in questa occasione, sono, in verità, una costante del modus operandi dell’editore: egli coltiva il rapporto con i lettori come quello con gli amici o i parenti. Il pubblico può avanzare richieste, fare precisazioni e partecipare con veri e propri contributi. Formiggini risponde a tutti, sempre, senza eccezioni. Cerca di soddisfare le richieste e andare incontro alle esigenze dei lettori. È un dialogo continuo e ininterrotto. D’altro canto, alla casa editrice pervengono un’inaudita quantità di lettere ogni giorno, e Formiggini e i suoi collaboratori sono costretti a farne una selezione: alla corrispondenza più significativa l’editore risponde di pugno proprio e volentieri; tutti quei messaggi, spesso simili fra loro, in cui non sono presentate domande particolari che richiedano una replica unica vengono, invece, smistati in diverse categorie. Formiggini escogita, infatti, un brillante stratagemma per velocizzare le operazioni di risposta: a seconda della categoria in cui la missiva viene inserita, corrisponde una cartolina (di colore differente in base alla tipologia di contenuti) con una risposta prefabbricata: «in 10.000 giorni di attività editoriale ho scritto più di 300.000 lettere e quasi tutte di mio pugno. D’ora in poi vorrei tentar di cavarmela con questa “panacèa camaleontica” che va bene per tutti i casi perché cambia significato secondo il colore della carta su cui è stampata»30.

Il codice di colori è: verde per la speranza in un «sollecito riscontro»31, rosso per la gioia «di un caloroso ringraziamento»32, bianco per un pieno accordo, e giallo per il rammarico di «non poter aderire a una cortese proposta»33. Con questo originale espediente Formiggini risolve il problema e si conferma geniale almeno quanto ironico.

«L’Italia Che Scrive» e la Fondazione Leonardo: primi contatti col fascismo

È il 1° aprile del 1918 (ironia della sorte o forse no?) quando Formiggini fonda la rivista «L’Italia Che Scrive». La guerra è agli sgoccioli e, come sempre, l’editore volge il pensiero alla propria maggiore preoccupazione: i libri. Molto sensibile al riguardo, si rammarica di come la lettura sia stata trascurata dai suoi connazionali nell’ultimo periodo. La guerra, certo, non facilita chi vuole svagarsi con un buon libro. Anche la sua piccola casa editrice, dopo il successo dei primi anni di attività, col primo conflitto mondiale riduce drasticamente la produzione, che scende a una decina di libri l’anno.

Con «L’Italia Che Scrive», Formiggini intende riaccendere l’interesse degli italiani verso il libri. Si tratta, infatti, di una rassegna bibliografica mensile, in cui sono presentate e recensite tutte le pubblicazioni più recenti: «il mio felice organo di battaglia e di propaganda libraria»34. È concepita inizialmente come veicolo di diffusione della cultura italiana all’estero e come «ristoro spirituale agli Ufficiali combattenti»35, ma col trascorrere degli anni diventerà una delle pubblicazioni più fortunate della casa editrice. Il lancio della rivista conduce a immediato successo. A causa della guerra, i giornali hanno tolto sempre più spazio agli argomenti culturali, limitando le rassegne bibliografiche entro confini estremamente modesti. Formiggini, ancora una volta, controcorrente, decide di riabilitare questo utile servizio, facendo della rassegna bibliografica l’oggetto di una rivista intera. Il titolo, risultato della sua sempre vivace intelligenza, viene ingegnosamente abbreviato nella sigla «ICS», quando non direttamente nella lettera «X»: conciso e incisivo, è facile da memorizzare ed efficace nel messaggio.

Il periodico si compone di numerose rubriche. Tra le più originali ricordiamo i Profili, articoli dedicati ai più stimati autori del tempo, corredati da una bibliografia essenziale che includa le principali opere. C’è, poi, una rubrica dedicata alle case editrici italiane, sulla loro attività presente e passata, sulle loro iniziative migliori e le collezioni più interessanti. Un’altra informa dei più valenti scrittori italiani e del successo da loro riscosso all’estero: grazie al contributo di esperti, conoscitori della letteratura italiana e della letteratura di un paese straniero, si propone, in questi articoli, un’analisi della traduzione e uno studio degli influssi di una lingua sull’altra. Interessantissima e, a tratti, esilarante, la Miniera aneddotica è, invece, una raccolta di curiosità e storielle, possibilmente inedite: «Questa iniziativa avrà anche un’efficacia didattica, non solo perché gli aneddoti sono il chiaroscuro della storia, ma anche perché, se in Italia è diffuso il gusto degli aneddoti, non molti li sanno raccontare»36, spiega Formiggini, presentando il proprio progetto. Da ricordare anche le Recensioni, che accanto a opinioni serie e ponderate propongono pure «qualche giudizio un po’ sbarazzino»37. Divertenti altre trovate minori, come La primavera della ICS, in cui vengono proposte le foto d’infanzia degli autori contemporanei, le Sigle degli editori, per i collezionisti, e Confidenze degli autori, per i curiosi. Un’ultima iniziativa che senz’altro merita di essere citata è quella intitolata Idee senza editore, una rubrica in cui vengono proposti dei brevi estratti di libri, che autori esordienti intendono sottoporre all’attenzione delle case editrici nella speranza di essere pubblicati. Un servizio di oggettiva utilità sia per gli scrittori sia per i colleghi editori.

Come sempre, l’obiettivo di Formiggini è quello di offrire al pubblico un prodotto di cultura, che conservi però quel tono leggero e gaio che è specchio del suo carattere, arguto ma mite. Grazie a questa formula, frizzante e coinvolgente, l’attività dell’«Italia Che Scrive» prosegue con successo per un intero ventennio.

Strettamente connesso all’«Italia Che Scrive» è l’Istituto per la Propaganda della Cultura Italiana (in seguito rinominato Fondazione Leonardo per la Cultura Italiana). Sotto suggerimento di Gentile, allora ministro della Pubblica Istruzione del governo Mussolini, viene eretto a Ente Morale. Come si può facilmente intuire dal nome, esso si pone come obiettivo quello di promuovere la cultura italiana, sia in patria sia all’estero. Nasce nel ’21, quando l’editore riesce a ricavare un notevole guadagno dalla rivista e, prevedibilmente, invece di intascarlo, preferisce investirlo in un nuovo progetto.

Le iniziative promosse sono diverse e interessanti a cominciare dalle «Guide bibliografiche»,

una serie di profili bibliografici delle singole materie, ciascuno affidato a scrittore di non dubbia competenza e di sicura imparzialità. L’iniziativa, concepita in questa forma, costituirà qualche cosa di nuovo nella storia della nostra cultura […] In ogni volumetto, più o meno esteso a seconda della materia, ma con armonia di proporzione fra materia e materia, dovrebbe esserci una nota introduttiva, profilo, una sintesi, insomma, assai breve (da tradurre poi nelle edizioni per l’estero), in cui si dovrebbe accennare allo sviluppo raggiunto da una data disciplina negli ultimi decenni, e ai contribuiti originali portati dai nostri scrittori, nonché alle nostre più cospicue ricerche e scoperte dovute ai nostri scienziati38.

Un altro importante progetto, mai portato a termine, è quello di una Grande Enciclopedia Italica. Si prospetta, fin da subito, un’impresa di dimensioni spropositate per una piccola casa editrice privata: per questo motivo, l’idea è sottoposta a Gentile. Non solo Formiggini non ottiene il sostegno sperato, ma l’idea gli viene letteralmente scippata. Accusato di irregolarità ed estromesso dalla Fondazione dallo stesso Gentile (che da tempo si è ormai insinuato nelle scelte e nella gestione dell’Istituto), vedrà questa brillante idea prendere forma nel 1925: sotto la guida del ministro, l’Istituto Giovanni Treccani per la fondazione dell’Enciclopedia Italiana darà, infatti, avvio all’impresa che tutti conoscono.

Per la prima volta, Formiggini si trova faccia a faccia con le dispotiche prepotenze fasciste, a nemmeno un anno dalla marcia su Roma. Per comprendere l’episodio è importante far luce sulla posizione dell’editore rispetto al fascismo: egli aveva, in un primo momento, aderito, se non con entusiasmo, certamente con convinzione, al movimento. Come egli stesso spiega, «il fascismo, nelle sue prime manifestazioni, non negò affatto i diritti dell’uomo. Si annunciò come un ristabilimento energico dell’ordine sociale che era stato scosso. Nulla di strano che dei cittadini liberi vedessero questo movimento con simpatia»39. Al momento della sua estromissione dalla Fondazione Formiggini nutre ancora una profonda fiducia sia nel fascismo sia in Mussolini. Colto, dunque, alla sprovvista da un evento, per lui, del tutto inaspettato, non attribuisce l’atteggiamento arrogante al regime, ma lo interpreta come esclusiva prerogativa gentiliana. Il filosofo diventa il bersaglio di un’accanita satira da parte dell’editore, il quale lo identifica come unico responsabile dell’ingiusto sopruso subito. Lo scontro con Gentile rappresenta, tuttavia, il primo passo di un lungo cammino verso una più completa presa di coscienza. Prima di maturare con piena consapevolezza questa idea, Formiggini attraversa però una fase, non breve, in cui critica e disapprova alcune idee e alcuni provvedimenti del fascismo, ma non il fascismo stesso. E, in occasione della sua disputa col ministro Gentile, è a lui che attribuisce tutte le colpe, definendolo la Ficozza fisolofica del fascismo, titolo di quella che, forse, si rivela la sua opera, da autore, più brillante.

In cammino verso la Ghirlandina

Il Ventennio è un periodo di grandi difficoltà. Le iniziative di Formiggini sono sempre tante e varie; la sua carriera è un susseguirsi di collane, progetti, proposte. Rari i guadagni, continue le preoccupazioni. Uscito dal consiglio amministrativo della Leonardo, l’editore può tornare a dedicarsi alla propria passione; avvia molti progetti: fonda una biblioteca circolante, dà vita a nuove interessanti collane come le «Medaglie» (sottoposte a continui controlli e puntuale censura in quanto tracciano i profili delle maggiori personalità del tempo, Mussolini incluso) e le «Apologie», «raccolta di tredici volumi nei quali è esaltata, da credenti o da simpatizzanti, l’essenza delle varie religioni e delle varie correnti del pensiero filosofico»40. Nel ’28 pubblica il Chi è?, Dizionario degli italiani d’oggi, dizionario biografico di tutti gli italiani viventi, già molto diffuso negli altri paesi europei ma ancora inedito in Italia. Determinato e propositivo, tenta di portare a termine anche l’iniziativa cui è rimasto affezionato dai tempi della Leonardo: avvia la pubblicazione dell’Enciclopedia delle enciclopedie ma, prevedibilmente, essa si rivela un fallimento per una casa editrice di così ridotte dimensioni tanto che, alla fine, Formiggini comprende di non aver più le forze economiche per sostenerla da solo. Solleticato anche dall’idea che, alla sua morte, la casa editrice possa sopravvivergli41, decide di tramutarla in una società anonima. Come sempre, confida nel coinvolgimento di coloro che sottoscriveranno le azioni, sperando in un loro sostegno morale e in un sincero interessamento, ma è l’ennesima delusione annunciata.

Le sconfitte in ambito professionale e il precipitare della situazione politica scalfiscono l’innato ottimismo formigginiano, che si incrina irreversibilmente. L’editore, sempre più affranto, inizia a considerare l’opzione più estrema: quella del suicidio. A convincerlo definitivamente giungono le leggi razziali. Formiggini è incredulo di fronte ai risvolti che ha preso quello stesso movimento politico che, un tempo, egli stesso aveva apprezzato. Non riesce a comprendere come le assurdità razziste possano far leva su quel «popolo gaio» di cui fa orgogliosamente parte. Frutto di anni e anni di lavoro e dedizione, la casa editrice gli viene impietosamente rubata. Non gli rimane più nulla, fuorché gli affetti della moglie e del figlio.

Un elemento che, più volte, tornerà a mettere in evidenza è che, prima di ogni altra cosa, l’editore si sente italiano: non ebreo. È al popolo d’Italia che sente di appartenere da sempre e, quando decide di uccidersi, lo fa da italiano. Non è da ebreo che si sente ferito: è il suo Paese ad averlo tradito, la religione non ha nulla a che vedere con quanto accade.

Formiggini decide di andarsene: prima che qualcuno gli sottragga anche l’ultima cosa che gli rimane, la vita, preferisce essere egli stesso a privarsene. Si reca alla stazione, biglietto in tasca, percorre per l’ultima volta il tragitto Roma-Modena. Alle spalle si lascia una moglie e un figlio amatissimi e un contributo alla cultura italiana inestimabile. Arriva il giorno prima, dorme profondamente la notte e fa un’abbondante colazione al risveglio; è il 29 novembre 1938 quando sale per l’ultima volta sulla Ghirlandina. Per scendere, stavolta, sceglie la strada più breve: la finestra.

Al grido di «Italia! Italia! Italia»42 Formiggini, l’italiano, muore43.

Breve bibliografia di riferimento:

A. F. Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo e la marcia sulla Leonardo, Roma, A. F. Formiggini, 1923;

Id., La ficozza filosofica del fascismo, Roma, A. F. Formiggini, 1924;

Id., Venticinque anni dopo: 31 maggio, 1908-31 maggio 1933, Roma, A. F. Formiggini, 1933;

Id., Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, Vaciglio, Riccardo Franco Levi editore, 1977;

E. Mattioli, A. Serra, Annali delle edizioni Formiggini (1909-1938), Modena, S.T.E.M.-Mucchi, 1980;

L. Balsamo, A. F. Formiggini un editore del Novecento, a cura di L. Balsamo e R. Cremante, Bologna, Società editrice il Mulino, 1981;

A. F. Formiggini editore 1878-1938, Catalogo della mostra documentaria, Biblioteca Estense di Modena (7 febbraio-31 marzo 1980), a cura di L. Amorth, P. Di Pietro Lombardi, O. Goldoni, A. Lugli, E. Manzini, E. Mattioli, E. Milano, A. R. Venturi, Modena, Mucchi, 1981;

E. Milano, Angelo Fortunato Formíggini, Rimini, Luisè, 1987;

A. F. Formiggini, Filosofia del ridere. Note ed appunti, a cura di L. Guicciardi, Bologna, Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna, 1989;

G. Tortorelli, L’Italia che scrive 1918-1938: l’editoria nell’esperienza di A. F. Formiggini, Milano, Franco Angeli, 1996;

N. Manicardi, Formìggini. L’editore ebreo che si suicidò per restare italiano, Modena, Guaraldi, 2001;

A. Castronuovo, Libri da ridere, la vita, i libri, il suicidio di Angelo Fortunato Formiggini, Roma, Stampa Alternativa, 2005;

Id., Angelo Fortunato Formiggini, Firenze, L. S. Olschki, 2008;

Archivio della Casa editrice A. F. Formiggini (1901-1945): inventario, a cura di L. Cerasi, Modena, Centro studi e ricerche, 2012.

  1. Cfr. anche le notizie che si leggono al riguardo sul sito del SIUSA (Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche): http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi−in/pagina.pl?TipoPag=prodfamiglia&Chiave=53559&RicProgetto=reg-emr.
  2. A. F. Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo. Seconda edizione ritoccata e allargata con un paio di appendici e con fregi e disegni di diversi autori, Roma, Formiggini, 1924, p. 7.
  3. Presso la Biblioteca Estense di Modena sono conservate molte delle sue composizioni dialettali, stampate o manoscritte, descritte come Roba en vers ed Furmaijin de Mòdna cuminziando dal 1897.
  4. Tra i soci compaiono molti nomi illustri come quello di Giovanni Pascoli e Gabriele d’Annunzio.
  5. Cfr. A. F. Formiggini, Parole in libertà, a cura di M. Bai, Modena, Edizioni Artestampa, 2009, pp. 50-52.
  6. A. Castronuovo, Libri da ridere, la vita, i libri, il suicidio di Angelo Fortunato Formiggini, Roma, Stampa Alternativa, 2005, pp. 38-39.
  7. A. F. Formiggini, La ficozza filosofica del fascismo e a marcia sulla Leonardo. Libro edificante e sollazzevole, Modena, A. F. Formiggini, 1923, p. 116.
  8. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, Vaciglio, Riccardo Franco Levi editore, 1977, p. 17.
  9. A. F. Formiggini, Filosofia del ridere. Note ed appunti, a cura di L. Guicciardi, Bologna, Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna, 1989, pp. 154-155.
  10. Il poema eroicomico racconta, com’è noto, dell’antico livore tra Bologna e Modena, da sempre divise a causa di futili motivi. La storia narra che, dopo una battaglia, i Modenesi trafugarono da un pozzo una secchia di legno appartenente ai Bolognesi. A seguito della sua mancata restituzione scoppiò una guerra a cui assistettero, schierati, anche gli dei dell’Olimpo.
  11. N. Manicardi, Formìggini. L’editore ebreo che si suicidò per restare italiano, Modena, Guaraldi, 2001, p. 60.
  12. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, op. cit., p. 7.
  13. E. Milano, Angelo Fortunato Formíggini, Rimini, Luisè, 1987, op. cit., p. 38.
  14. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, op. cit., p. 10.
  15. Ibidem.
  16. Ibidem.
  17. Ivi, p. 13.
  18. L. Balsamo, A. F. Formiggini un editore del Novecento, a cura di L. Balsamo, R. Cremante, Bologna, Società editrice il Mulino, 1981, p. 260.
  19. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, op. cit., p. 18.
  20. Ivi, p. 29.
  21. Ivi, p. 16.
  22. Ivi, p. 30.
  23. N. Manicardi, Formìggini. L’editore ebreo che si suicidò per restare italiano, op. cit., p. 26.
  24. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, op. cit., p. 30.
  25. Ivi, p. 5.
  26. E. Milano, Angelo Fortunato Formíggini, op. cit., p. 58.
  27. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, op. cit., p. 54.
  28. Ibidem.
  29. Ivi, p. 130.
  30. A. Castronuovo, Libri da ridere, la vita, i libri, il suicidio di Angelo Fortunato Formiggini, op. cit., p. 61.
  31. Ibidem.
  32. Ibidem.
  33. Ibidem.
  34. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, op. cit., p. 39.
  35. L. Balsamo, Formiggini, un privato editore dilettante, in A. F. Formiggini un editore del Novecento, op. cit., p. 165.
  36. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, op. cit., p. 44.
  37. Ivi, p. 48.
  38. Ivi, p. 67.
  39. A. F. Formiggini, Parole in libertà, op. cit., p. 107.
  40. A. F. Formiggini, Trent’anni dopo. Storia della mia casa editrice, op. cit., p. 92.
  41. «Per assicurare ancora alla mia azienda un’andatura agile e coerente, una progressiva vitalità, le mie forze non bastavano più; d’altra parte, dopo circa un quarto di secolo d’inesausta attività mi sorrideva l’idea che, quando io fossi stanco e avessi chiuso il mio ciclo vitale, non fosse andato perduto quel che con amore avevo seminato e qualcuno si sentisse legato a perpetuare questa mia fatica con tanta devozione», scrive nella sua autobiografia, a p. 115.
  42. N. Manicardi, Formìggini. L’editore ebreo che si suicidò per restare italiano, op. cit., p. 160.
  43. Questo Profilo è un estratto della tesi di laurea magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Un bizzarro editore del XX secolo: Angelo Fortunato Formiggini, discussa nel mese di luglio 2015 presso la “Sapienza Università di Roma” (cattedra di “Storia dell’editoria”, relatrice prof.ssa Maria Panetta e correlatrice prof.ssa Mirella Serri).
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