Fernanda Pivano (1917-2009)

Autore di Chiara Pagoto

Giornalista, scrittrice e traduttrice di livello internazionale, artefice della diffusione della letteratura americana in Italia, Fernanda Pivano portò nel giornalismo una ventata di novità, un modo originale, concreto e più umano di accostarsi ai grandi scrittori americani del ‘900 e alle loro opere.

Classe 1917, il suo “sogno americano” iniziò grazie ai consigli di Cesare Pavese (1908-1950), suo professore di Lettere al liceo, che la introdusse alla conoscenza della letteratura americana, in seguito alla sua decisione, all’università, di chiedere una tesi di letteratura inglese, sebbene fosse ignara della differenza sostanziale tra la letteratura americana e quella inglese:

Per farmi capire la differenza fra la letteratura inglese e quella americana, Cesare Pavese mi diede da leggere quattro libri: L’antologia di Spoon River, Addio alle armi, L’autobiografia di Sherwood Anderson e Fili d’erba di Walt Whitman. Ci riuscì così bene che da allora, ed erano gli anni Trenta, non uscii più da quei modelli1.

Tradusse l’Antologia di Spoon river di Edgar Lee Masters (1868-1950) e, subito, il libro venne stampato e messo in circolazione; in un tempo altrettanto breve, venne sequestrato perché considerato antifascista.

Com’è noto, Pavese, che aveva scoperto la traduzione, pubblicava, assieme a Vittorini, testi che sembravano «cose esotiche, lontane dai nostri problemi, molto più di quanto lo sembrassero i romanzi ungheresi o quelli dell’espressionismo tedesco di cui ci era consentito nutrirci»2. In realtà, a quell’epoca, tutto ciò che non rientrava perfettamente nei canoni propagandistici e retorici dettati dal governo veniva considerato antifascista, così come essere antifascisti significava volgere lo sguardo lontano, oltreoceano, verso un’America che sembrava rappresentare la speranza, la libertà e la democrazia.

Pavese le insegnò a guardare il mondo attraverso le opere di Hemingway, Masters, Anderson e tanti altri autori che avevano adottato una visione e un sentire differenti da quelli contemporanei, autori che avevano qualcosa da raccontare, vedendo nei paesi anglosassoni l’esempio da seguire, una possibile alternativa, un modo di reagire alla dittatura, a quell’atteggiamento di inflessibile fermezza e intransigente autorità che si rifletté inevitabilmente nella cultura di quegli anni.

Nel 1943 fu la volta di Addio alle armi di Hemingway, tradotto ancora una volta per Einaudi e vietato dal regime fascista, poiché Mussolini riteneva che l’opera facesse riferimento alla disfatta di Caporetto, ignorando, in realtà, che l’autore si riferiva, invece, alla sconfitta dei greci a Smirne, durante la guerra greco-turca. In seguito, le SS trovarono il contratto di traduzione che riportava il nome della Pivano scritto erroneamente: non Fernanda ma Fernando e, così, arrestarono il fratello, pensando fosse stato lui a tradurre Addio alle armi.

Raggiunte le SS e dichiaratasi la traduttrice del libro, fu interrogata numerose volte perché confessasse le identità dei compagni partigiani con i quali era in contatto e il luogo in cui si era rifugiato Einaudi insieme con la sua famiglia.

Intanto, riecheggiavano le idee liberali di Vittorini, Monti, Pavese e tanti altri in quella lotta pacifica, in quella Torino che rappresentava il fulcro della cultura:

era la Torino dei balletti Russi, dei primi concerti, del gruppo dei cinque pittori, ma soprattutto la Torino di Giulio Einaudi, uno dei più grandi editori italiani e la vera e propria voce dell’antifascismo, attorno al quale si raccolsero tutti coloro che credendo nella democrazia, coltivavano il sogno di una società migliore3.

Il lavoro di traduzione e l’amicizia con Hemingway

Il lavoro di traduzione di Fernanda Pivano iniziò nel coinvolgimento totale dell’opera, travolta dal desiderio di scoperta, per passione, ignorando, peraltro, che quello del traduttore fosse un mestiere a tutti gli effetti.

Pavese le aveva insegnato a tradurre, ad accostarsi alla traduzione con grande fedeltà, a costo di creare una serie di ripetizioni all’interno del testo che avrebbero scatenato l’ira dei critici, di non usare sinonimi, di non apportare modifiche alla punteggiatura, di scrivere come avrebbe scritto l’autore, con il suo pensiero.

Fra i più difficili da tradurre vi era stato sicuramente Hemingway, proprio per la semplicità vera che la lingua italiana sembrava non poter esprimere, mentre gli americani avevano un altro modo di usare la lingua. Inoltre, come ella stessa dichiarò in diverse interviste, molti traduttori, nel tentativo di ricreare realtà e stili di uno scrittore, finiscono per allontanarsene soltanto, mentre lei si accostò sempre alla traduzione trasportata dall’amore per un testo, dalla passione per un’opera.

Finita la guerra, Hemingway volle conoscerla. Si incontrarono, per la prima volta, nell’autunno del 1948. Hemingway era un uomo angosciato e la cosa che più lo tormentava era proprio la vita. Era contrario alla violenza, alla guerra, ai partiti politici. Diceva di riporre più fiducia negli uomini più umili che nella classe dirigente.

Dei suoi libri non parlava mai, scriveva pagine intere e poi le buttava perché una sola parola fra le ultime righe non era in sintonia col resto del testo, ed era proprio quella parola, secondo lui, a contenere il ritmo dell’intera pagina. Le due righe finali di Addio alle armi le riscrisse 27 volte. E, poi, beveva tantissimo, nella speranza, forse, che l’alcool potesse guarire le sue angosce. O, almeno, fargliele momentaneamente dimenticare.

La Pivano ebbe una stima smisurata nei confronti di quello scrittore, elogiando sempre il suo essere stato una guida per tutti quei giovani abbandonati ai loro sogni e alle loro vite stesse, invocando il suo messaggio come qualcosa di non finito e che continua ad aver vita attraverso ogni ragazzo che avrà il suo stesso sentire.

Nel 1953, Hemingway ricevette il Premio Pulitzer per Il vecchio e il mare e, nel 1954, vinse il Premio Nobel per la letteratura. Il romanzo venne pubblicato per la prima volta nel ’52 su «Life», la nota rivista statunitense, e, nello stesso anno, con la casa editrice Charles Scribner’s Sons.

Tradotto dalla stessa Pivano, fu scritto in otto settimane ma pensato, praticamente, per sedici anni: «sapeva benissimo di aver creato una storia che riaffermava il rispetto per l’onore e il coraggio di uno sconfitto. Era una storia vera»4.

La Pivano tradusse per lui anche Morte nel pomeriggio (1947) e Di là dal fiume e tra gli alberi (1965).

Fitzgerald, il poeta della Lost Generation

Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) si inserisce in un contesto letterario precedente, nella realtà del dopoguerra degli anni Venti, e, assieme a Hemingway, viene considerato il poeta della Lost Generation. Il termine fu conosciuto grazie a Hemingway che lo adoperò nella sua opera Fiesta e stette a indicare quella “generazione perduta”, quei giovani la cui vita fu segnata e, a volte, spazzata via dalla guerra.

Fernanda Pivano non lo conobbe mai. Tradusse Tender in the Night (Tenera è la notte) nel 1949 per Einaudi e, in seguito, uscì la sua traduzione di The Great Gatsby. L’opera era già stata pubblicata nel 1936 per Mondadori con il titolo Gatsby il Magnifico.

Nel 1952 fu la volta di This Side of Paradise (Di qua dal Paradiso), tradotto da Fernanda, ancora una volta, per Mondadori. Il libro, originariamente, era intitolato L’egoista romantico ed era stato rifiutato dall’editore Scribner che lo pubblicò nel 1920, dopo che Fitzgerald lo riscrisse e, indeciso tra i titoli «L’educazione di un personaggio, L’egoista romantico e Di qua dal paradiso»5, glielo consegnò optando per quest’ultimo.

Il libro vendette più di ventimila copie. Autobiografico, come tutti i libri di Fitzgerald, sembra dipingere la realtà di un’intera generazione, della sua generazione, più che il solo disagio del personaggio che incarna inevitabilmente l’autore stesso. Il successo di quel libro trovò come sfondo gli anni del dopoguerra, il periodo in cui ogni cosa assumeva un significato differente e ogni azione, ogni fatto era un segno di protesta.

Il “sogno americano” continuava a prendere forma tra la speranza di un paese in cui regnasse l’uguaglianza e la pace e quella di un’America creata sull’idea di libertà e di una vita migliore.

Era il 1920. Gli anni successivi, fino al ’29, sarebbero passati alla storia come l’età del jazz. Quell’anno, in America, venne riconosciuto il diritto di voto alle donne.

Nel 1959 venne pubblicata la traduzione di The last Tycoon per Mondadori, curata da Fernanda Pivano e Bruno Oddera, con il titolo Gli ultimi fuochi. Il libro era stato pubblicato postumo nel 1941 dalla casa editrice Charles Scribner’s Sons.

Il 21 dicembre 1940, Fitzgerald morì in ospedale a seguito di un attacco di cuore.

Il viaggio in America

Il 1956 fu l’anno in cui Fernanda Pivano poté finalmente realizzare il sogno di partire per gli Stati Uniti. Ma quel sogno le rivelò anche l’altra faccia della medaglia: l’America non era esattamente come l’aveva immaginata, non rispecchiava l’immagine nata dall’idea e dall’esperienza antifascista di Pavese e Vittorini.

La sua delusione iniziale fu dovuta alla constatazione che fosse un paese in cui emergevano terribilmente il razzismo, il successo, la piccola borghesia e il denaro, un paese che correva dietro a quell’immagine di crescita, di ricchezza e di appagamento che sembrava voler mantenere a tutti i costi. Nonostante tutto, però, lei amava l’America, ne amava la libertà.

Gli anni successivi alla guerra videro una certa prosperità e una grande crescita dei consumi e dell’economia, anche se quella prosperità era comunque limitata a una sola parte della popolazione. Durante gli anni di Dwight David Eisenhower, noto col diminutivo di Ike, «il generale che ha condotto le armate alleate fin nel cuore della Germania nazista e deciso le sorti della guerra e che verrà candidato – ed eletto – alle presidenziali degli Stati Uniti nel 1952»6, gli afro-americani continuarono a subire discriminazioni sociali, e molti americani continuarono a vivere in condizioni di povertà, lontani dalle idee di eguaglianza e di libertà. Il 17 gennaio 1951, l’arrivo a Roma del generale Eisenhower diede vita a manifestazioni di protesta organizzate dal Pci, violentemente represse dalla polizia. Venne anche allestita una mostra in via Sicilia, in cui molti artisti d’avanguardia esposero le loro opere contro Eisenhower e contro l’America. La polizia ordinò la chiusura dell’esposizione.

Gli anni ’50 nella letteratura americana

Negli anni ’50, in Italia, si diffuse particolarmente il “mito americano”. Fernanda Pivano, che il “sogno americano” lo aveva vissuto e lo viveva a pieno, si rivolgeva ad autori che credessero possibile un mondo senza più guerre e una società senza distinzioni e differenze sociali. La sua attenzione nella ricerca letteraria ricadde proprio sugli scritti che rappresentavano una forma di resistenza: quelli anarchici, radicali e intransigenti.

Il suo modo di fare giornalismo e di essere una giornalista, una scrittrice, una traduttrice si basava preliminarmente sulla conoscenza degli autori. Non fu importante solo scoprire ciò che veniva scritto in quegli anni ma, appunto, entrare in rapporto con gli autori stessi, conoscere per capire. Il suo lavoro fu mosso, infatti, dalla passione e dall’amore per determinati scrittori, per determinate opere. Comprendere il Leitmotiv di un’opera significava conoscere il Leitmotiv della vita dell’artista.

Definì il proprio metodo socio-biografico appunto per indicare quell’approccio alla cui base si trova la conoscenza dello scrittore, della sua vita, delle sue opere e del contesto socio-culturale in cui nascono: il metodo era stato ereditato dal pragmatismo del romanziere, critico letterario e poeta Malcom Cowley (1898-1989). Il suo modo di tradurre, scrivere e fare giornalismo, infatti, la portò a entrare in contatto diretto con gli artisti che intervistava o dei quali traduceva le opere, fino a vedere quegli stessi rapporti evolvere e tramutarsi in simbiosi, in vere e proprie amicizie.

Il “sogno americano” portò in seno la rivoluzione immaginata, una rivoluzione ideale e idealizzata, prima ancora che concreta e reale; faceva riferimento a un’idea di America che avrebbe dovuto far risorgere le speranze che il fascismo aveva annientato: quell’America che Pavese aveva immaginato soffocante e opprimente ma, allo stesso tempo, fertile e non colpevole. Assieme a Vittorini, Pavese si trovò a doversi misurare con il contesto dell'”autarchia culturale”: entrambi furono portatori di una letteratura semiclandestina, traduttori di opere d’oltreoceano che ritraessero l’inquietudine di intere generazioni, in una temperie culturale e spirituale in cui ancora «l’antitotalitarismo era considerato qualunquismo, l’ansia di libertà era considerata individualismo, il neorealismo era considerato velleitario»7.

Kerouac, l’uomo più disperato che avesse mai incontrato

Jack Kerouac (1922-1969) era sempre stato un simbolo per la Pivano. Nei suoi confronti aveva sempre nutrito, infatti, dei sentimenti profondi di ammirazione, rispetto, di grande considerazione, una sorta di devozione indiscussa per le idee geniali dello scrittore: quelle idee utopiche di anarchia e libertà, passate alla storia come le fondamenta del movimento Beat e della sua generazione, quei sogni inquieti trasformatisi in capolavori che segnarono la letteratura americana.

Il desiderio di conoscere, le sue bizzarre esperienze, gli spostamenti da una città all’altra, il rifiuto a uniformarsi alla cultura del consumismo, lo stile di vita ribelle e underground collegano Kerouac alle radici del sapere e del patrimonio culturale americano. Fernanda Pivano lo definì come il vero genio dei Beats, l’uomo più disperato che avesse mai incontrato.

Il suo capolavoro On the road, scritto «su carta da posta aerea con le pagine incollate per formare un rotolo che evitasse di dover interrompere la rapidità della scrittura cambiando i fogli nella macchina da scrivere»8 e pubblicato nel 1957, rappresentò un capolavoro della letteratura americana degli ultimi cinquant’anni, il mito che ispirò e influenzò la generazione degli anni ’50 e ’60, celebrando e acclamando la forza vitale, la naturalezza nella vita, nella cultura e nell’arte, la libera rappresentazione dei pensieri, dove l’individuo emerge in primo piano con i propri affanni, emozioni, tormenti interiori.

Con Kerouac, i giovani si riscoprirono desiderosi di denudarsi, di riconoscere ed entrare davvero in contatto con le proprie idiosincrasie, con le smanie, le bramosie, di conoscere anche il lato più oscuro di se stessi, in una realtà che faceva in modo che esso restasse in ombra. Con lui iniziò l’era dell’autostop, dell’avventura, del vivere senza chiedersi mai cosa ne sarà del domani, del non progettare il futuro ma vivere la giornata, vivere il momento.

In realtà, Kerouac fece pochissimi chilometri in autostop e i suoi spostamenti avvennero con gli autobus: quello che sarebbe stato conosciuto, in seguito, come Cross Country, e il suo “autostop” furono più che altro una mentalità, un modo di vivere, un’occasione per conoscere nuova gente, per creare nuovi rapporti, per comunicare.

I personaggi di Kerouac e, prima ancora, egli stesso vissero una continua ricerca che si concretizzò materialmente nella scoperta di sé, nell’affrontare imprevisti tanto rischiosi quanto colmi di fascino e attrazione, nel nome di quel sogno americano da percorrere e ricercare “sulla strada”, appunto.

Fernanda ebbe dei rapporti soprattutto epistolari con Kerouac, lettere che ricordò sempre con emozione e grande commozione. Dichiarò che con lui c’era voluto davvero tanto coraggio. Si incontrarono quando lo scrittore venne in Italia, a Milano, perché Alberto Mondadori, che si era sempre mostrato contrario alla pubblicazione di On the road, decise di stamparlo sotto consiglio della Pivano che, parlando una sera con Arnoldo, gli aveva garantito che quel libro gli avrebbe fatto guadagnare parecchio. Furono vendute, infatti, milioni di copie e il romanzo venne tradotto in 25 lingue.

Il manoscritto, che Mondadori tanto esitò a pubblicare, dopo la morte di Kerouac venne venduto dalla casa d’aste Christie’s New York a Jim Irsay per 2,4 milioni di dollari, la cifra più alta pagata per un manoscritto letterario.

Gli amici Beat e la cultura underground

Durante i viaggi negli Stati Uniti, Fernanda Pivano ebbe modo di avvicinarsi particolarmente a quella che era la cultura americana del periodo, scoprendo che, in quel clima da guerra fredda e sotto Eisenhower, un gruppo di giovani era pronto a schierarsi contro il governo, ad alzare la voce contro ogni conformismo, a battersi contro tabù, convinzioni e pregiudizi: quel gruppo che venne, poi, conosciuto col nome di Beat Generation e di cui la Pivano fu una grande promotrice in Italia, permettendo al pubblico italiano di confrontarsi senza pregiudizi con quegli scrittori americani che venivano guardati con sospetto e criticati per le loro opere e, ancor di più, per i loro modi di vivere.

Con la Beat Generation nacque la cosiddetta “cultura underground”, ossia quella cultura di opposizione a tutto ciò che tende a negare la libertà in qualsiasi forma. Questo modo di reagire si concretizzò in una splendida forma d’arte; nello specifico, la musica e la poesia furono gli ambiti nei quali i sogni, i pensieri e gli ideali della generazione Beat esplosero, dando vita a capolavori musicali e letterari.

Come, qualche decennio prima, era accaduto per gli scrittori della Lost Generation, così gli anni ’50 diedero vita a una generazione di giovani tormentati ed emarginati, di giovani che vivevano per i loro ideali e lottavano per difenderli. Lo stesso successe con il movimento che si fece strada negli anni ’60, il movimento Hippie, i cui “figli dei fiori” ereditarono gli ideali e i valori dei Beat, plasmandoli assieme a quelli già abbracciati da loro: dal rifiuto dell’omologazione col resto del mondo a quello dei valori culturali borghesi, fino alla protesta, in nome dell’ideale della non-violenza, contro la guerra in Vietnam che affliggeva l’America in quegli anni, in uno scenario straordinario di colori e fiori con i quali decoravano i propri vestiti, e in una dimensione alternativa che sdoganava l’uso delle droghe, la rivoluzione sessuale, in genere la cosiddetta controcultura.

Nel gennaio del 1960, Fernanda Pivano suggerì a Sereni di pubblicare Howl di Allen Ginsberg, in una realtà caratterizzata dal potere e dalla burocrazia che non stanno dalla stessa parte di chi propone idee e versi nuovi, originali, differenti, colmi di passioni e di dolori, di strazi. Quella proposta si rivelò un fallimento.

Intanto, la Pivano curava la traduzione, a opera di Luciano Bianciardi – traduzione che risultò anonima per volere dello stesso –, di The Subterraneans (1958) di Kerouac, con la prefazione di Henry Miller.

In seguito, le venne chiesto, da William Burroughs, di tradurre il suo Naked Lunch (1959), traduzione che, alla fine, non le venne più affidata per sconosciute motivazioni.

Nel novembre del 1960 le venne chiesto di preparare un’antologia di poeti americani moderni e, nel ’62, trascorse un lungo periodo a Palo Alto, in California, per assistere il marito Ettore Sottsass, sposato nel 1949, architetto e fotografo.

Durante la permanenza di Sottsass in ospedale, alla Pivano venne l’idea di fargli stilare una specie di diario personale in ciclostile e di stamparlo nella tipografia di Robert Van Valkenburg per gli amici: esso venne presto trasformato in una rivista chiamata «Room East 128 Chronicle», dal nome della stanza in cui era ricoverato Sottsass.

Vennero stampati tre numeri. Il lavoro che ne uscì fu qualcosa di assolutamente originale. La particolare impaginazione del periodico inaugurò lo stile che sarebbe stato tipico, poi, delle fanzine, reso straordinario dai collage che precedevano la grafica pop, dai disegni fatti a mano e dai caratteri da macchina da scrivere; il materiale era estrapolato dai quotidiani, dalle medicine, anticipando lo stile underground che avrebbe caratterizzato i giornali degli anni Sessanta e Settanta.

L’East 128 Chronicle divenne una casa editrice e pubblicò le opere di poeti americani conosciuti in California, quegli autori che l’Italia guardava con sospetto e che accostava a una cultura anarchica e alle pubblicazioni partitiche, nonostante i loro ideali fossero, in realtà, ben distanti da ogni tipo di potere politico e da ogni forma di discriminazione e/o classismo sociale.

Il 2 marzo 1960, l’Italia vide l’arrivo di Gregory Corso (1930-2001), poeta statunitense, afflitto, anche lui, dal proprio nomadismo, da vari drammi e dai suoi stessi sogni, e quello fu, per la Pivano, un grande contatto con la generazione Beat, in quanto l’arrivo di Corso sconvolse le abitudini degli incontri con gli intellettuali borghesi e aprì la strada a una comunicazione al di là degli schemi, degli orari, della compostezza: una comunicazione che lasciasse spazio alle parole e agli sguardi, a un modo di fare che portava a una conoscenza e a un coinvolgimento differenti e, senza dubbio, più profondi.

Il 1961 fu l’anno in cui la Pivano incontrò Allen Ginsberg per la prima volta.

In seguito, si trovò a lavorare sull’antologia che sarebbe stata intitolata Poesia degli Ultimi americani, pubblicata per Feltrinelli nel 1964, e sulla raccolta, di Ginsberg, che avrebbe, invece, preso il nome di Jukebox all’Idrogeno, pubblicata nel 1965 per Mondadori. Poesia degli ultimi americani raccoglieva alcune delle più belle poesie di Ginsberg, Corso, Kerouac, Ferlinghetti e tanti altri. Quelle poesie costituirono un inno contro la guerra, un urlo non-violento contro i vertici che tendevano alla manipolazione delle menti attraverso la politica e i media.

Quei versi, colmi di passioni e sogni diffusi fra la generazione degli anni ’60, divennero simboli di protesta e utopie distrutte dalla società.

Ginsberg aiutò tantissimo la Pivano. Vi sono parecchie foto che raccontano e testimoniano il lavoro svolto in comune, e alcuni appunti e definizioni scritti da Ginsberg su un taccuino di appunti. Ginsberg non parlava mai di sé: i suoi discorsi vertevano sempre sulla poesia, sui poeti e sul ritmo poetico.

Nel luglio 1962 Fernanda conobbe a San Francisco Neal Cassady (1926-1968), con il quale nacque una bellissima amicizia, e, qualche mese dopo, incontrò Robert Creeley, direttore dell’«Evergreen Review».

Intanto, facevano da sfondo all’America degli anni ’60 il discorso di Martin Luther King intitolato I have a dream (28 agosto 1963) a Washington e la sua marcia per i diritti civili della popolazione afroamericana, davanti al monumento dedicato al presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln, il Lincoln Memorial, e divenuto poi un’icona della lotta per l’uguaglianza sociale e contro il razzismo; l’enciclica Pacem in terris (11 aprile 1963) del pontefice Giovanni XXIII sulla pace fra tutte le genti nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà; l’assassinio, a Dallas, di John Fitzgerald Kennedy (22 novembre 1963), trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, e quello, a Saigon, di Ngô Đình Diệm (2 novembre 1963), presidente della Repubblica del Vietnam del Sud; «e morivano (pare incredibile, di morte naturale) MacMillan, Adenauer e Papa Giovanni XXIII; mentre si firmava il Trattato antinucleare ma la Cina comunista si rifiutava alla firma, pronta a buttare la sua bomba l’anno dopo»9, anno in cui in Mississippi iniziava una campagna per la registrazione degli afroamericani nelle liste elettorali, guidata dallo Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC), dalla National Association for the Advancement of Colored People (NAACP), dalla Southern Christian Leadership Conference (SCLC) e dal Congress of Racial Equality (CORE), scontrandosi con le intimidazioni, gli arresti e gli omicidi delle forze dell’ordine, del governo e del White Citizens’ Councils. Venivano assassinati, nella Contea di Neshoba, Michael Schwerner, James Earl Chaney, Andrew Goodman, attivisti dell’African-American Civil Rights Movement; veniva fondata l’Organization of Afro-American Unity da Malcom X; Martin Luther King riceveva, a Oslo, il Premio Nobel per la pace. Nel 1965, infine, l’assassinio di Malcom X durante un discorso pubblico a Manhattan.

Le premesse del «disordine» stavano dentro a quel ciclo post-bellico di accumulazione e alle contraddizioni che esso aveva creato. (…) Quanto alla componente giovanile, il boom economico e demografico degli anni Cinquanta aveva spinto sulla scena una generazione numerosa e desiderosa di affermare una propria individualità e separatezza dal mondo degli adulti e dei loro valori – una generazione che poteva già contare su alcuni specifici punti di riferimento: non tanto la letteratura (perché gli autori beat formavano piuttosto circoli chiusi e uno scrittore come Salinger si rivolgeva a un esile strato giovanile), quanto soprattutto alla musica. (…) Gli anni Sessanta avrebbero portato all’estremo questa funzione di rottura generazionale e catalizzazione culturale della musica rock in tutte le sue sfaccettature (da Bob Dylan a Jimi Hendrix, dai Doors ai Grateful Dead, da Janis Joplin a Frank Zappa) e, insieme alle altre sollecitazioni, avrebbe costituito il motore centrale per gli sviluppi di quella che passò alla storia del periodo come «controcultura» o «cultura underground»10.

Mentre sullo sfondo degli anni Sessanta riecheggiavano il suicidio di Hemingway (1961), la morte di Faulkner (1962) e quella di Kerouac (1969) e l’America perdeva, quindi, coloro che avevano contribuito a scrivere la storia della letteratura americana, le opere di quegli anni e le loro forme narrative vollero sottolineare il loro essere in antitesi con quelle dominanti, evitando proprio le tradizionali e classiche convenzioni del romanzo.

Mentre l’uso della bomba atomica riempiva gli animi di angoscia e preoccupazione, e il simbolo della pace dilagava nelle marce contro la guerra, Bomb di Gregory Corso risuonava nelle strade d’America e nei reading letterari, redatta a forma di fungo atomico, concepita durante una manifestazione contro la bomba atomica in cui il poeta restò sconvolto, più che dalla bomba, dalla crudeltà degli uomini che cercano di distruggere qualcosa che loro stessi hanno creato.

Intanto, l’autore di Kaddish, il capolavoro del 1959, era pronto a lanciare il proprio Jukebox all’Idrogeno: correva l’anno 1966, a piazza Brescia e per le strade di Milano si leggevano le poesie dei poeti esoterici e Giuseppe Ungaretti presentava a Napoli la neo pubblicata opera di Ginsberg, mentre la Pivano si aggiudicava il Premio Campione d’Italia 1959 (Premio speciale) ed entrava in contatto con i giovani del momento, rispondendo alle loro domande inquiete, e Giangiacomo Feltrinelli proponeva una collana di libri per la pace, collana che, l’anno dopo, venne pubblicata col titolo «Collana Out».

Nel corso degli anni, la Pivano aveva ricevuto diversi premi che rendevano onore alla sua carriera e al suo lavoro: ricevette il Premio Soroptimist Club di Milano 1962 per la sua opera La balena bianca e altri Miti, pubblicata nel 1961 per Mondadori; e il Premio St. Vincent per il giornalismo 1964 per la sua opera America rossa e nera, pubblicata nel 1964 per Vallecchi.

Nel settembre1966 Kerouac arrivò in Italia, a Milano, invitato da Mondadori per lanciare il suo romanzo Big Sur. La Pivano, la sera, lo avrebbe intervistato. Quell’intervista fu uno strazio per entrambi: mentre Kerouac la teneva per mano per paura che andasse via, lei viveva il disagio di non riuscire a condurre le risposte dello scrittore, evidentemente ubriaco (nell’aura di disperazione e nostalgia che sempre lo avevano caratterizzato), su un filo che le legasse alle sue domande in maniera logica.

Qualche mese prima, Giangiacomo Feltrinelli le chiese di curare una collana di libri per la pace. L’editore nutriva e coltivava il suo sogno rivoluzionario, in uno scenario che vedeva un paese come l’Italia troppo lontano, in realtà, da quelle speranze di una società che non prendesse ordini e pensieri dall’establishment culturale e da quello politico, mentre i poeti proponevano la strada alternativa della ribellione pacifica attraverso la cultura, la letteratura, la rivoluzione, attraverso un nuovo modo di comunicare.

A ottobre dello stesso anno le chiese di curare la parte italiana di Don’t Count on me, una raccolta di interviste in differenti parti del mondo, col fine di dimostrare che i giovani erano pronti a smuovere le acque della società e le coscienze, erano pronti ad alzare la voce per cambiare le cose. Vennero intervistati lo scrittore e grande viaggiatore Vittorio Russo, Poppi Ranchetti, Maurizio Orioli, il poeta Gianni Milano e tantissimi altri. Ma i giovani non acconsentirono a parlare davanti a un registratore e questo mise la Pivano nella condizione di dover scrivere a mano intere interviste. Tutto il materiale raccolto alla fine rimase inutilizzato.

L’esperienza di «Pianeta Fresco»

Nel 1966 nasceva il primo negozio psichedelico a Haight Ashbury e «The Oracle of the City of San Francisco», più conosciuto come il «San Francisco Oracle», il giornale clandestino pubblicato tra il ’66 e il ’68, ispirava «Pianeta Fresco».

Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass divennero i punti di riferimento, in Italia, per quei ragazzi, quella generazione e i gruppi di protesta contro la guerra e a favore della non-violenza e del sogno di libertà.

I tre pilastri di quegli anni, Pivano, Sottsass e Ginsberg, raggiunsero l’apice del loro impegno fondando una rivista dal nome «Pianeta Fresco». Allen Ginsberg, «che fu nominato il “direttore irresponsabile”, mise a disposizione l’esperienza che aveva fatto incontrando tutti quei poeti che cercavano un modo di esprimersi in riviste che fossero il più possibile indipendenti da sponsorizzazioni»11; Fernanda Pivano venne nominata direttrice responsabile e si occupò della scelta della pubblicazione, prediligendo i poeti americani, suoi amici, che non riuscivano a farsi largo nel mondo dell’editoria e quei giovani con i quali aveva condiviso e condivideva il sogno Beat; Sottsass, infine, nominato direttore dei giardini, curò la parte grafica, quella più creativa, in cui esplosero «accesi contrasti di colori, accostamenti di fotografie e didascalie dolorosamente ironiche, immediatamente respinte dall’establishment, ed innovazioni tecniche, come quella di leggere le pagine partendo da entrambi i lati del fascicolo»12.

Rivista underground, nacque con lo scopo di difendere i diritti civili, di lanciare una nuova forma di comunicazione decondizionata, il sogno di un mondo, un pianeta “fresco”, appunto. Di «Pianeta Fresco» videro la luce solo tre numeri.

La Pivano e Sottsass svolsero un ruolo sicuramente decisivo nel permettere la diffusione della letteratura americana in Italia e nell’aver fatto conoscere quanto stava avvenendo nel continente americano, i sogni di una generazione e le sue paure, le proteste e le speranze che finalmente iniziavano a prendere forma in qualcosa di concreto, fosse stato un partito, una marcia, una manifestazione o una poesia, per provare a costruire un mondo e una società migliori.

«Pianeta Fresco» era, in realtà, molto differente dal «San Francisco Oracle»; da quest’ultimo venne ispirata la prima copertina, prendendo spunto proprio da quella originalità, da quella fantasia mai vista prima che si poneva in una posizione contrastante ogni forma di commercializzazione.

In «Pianeta Fresco», i movimenti d’avanguardia non venivano rinnegati totalmente e il materiale usato era sicuramente diverso rispetto a quello disponibile negli archivi, nelle biblioteche e nelle raccolte di libri per il «San Francisco Oracle» in California.

La rivista presentò delle particolarità assolutamente originali e, sia a livello grafico sia a livello contenutistico, fu creata fuori dagli schemi e contenne, fra i contrasti più disparati fra scrittura e colori e tra le direzioni in cui poter leggere la rivista, delle opere di eccellente rarità, prima fra tutte la poesia Con Chi Essere Gentile di Allen Ginsberg, per continuare con il Dialogo di Sausalito – pubblicato in due puntate – tra Ginsberg, Watts, Leary e Snyder, il Prajna Paramita Sutra – edito rispettivamente in inglese, italiano e giapponese.

Nell’ultima pagina del primo numero di «Pianeta Fresco» venne messa un’immagine del Botticelli inserita in un annuncio funebre per rendere omaggio alla memoria degli Hippies e commemorarne i funerali.

Intanto, Fernanda Pivano riportava, sulla «Gazzetta del Popolo», la notizia della Marcia della Pace Universale, svoltasi a Torino, organizzata da tantissimi giovani provenienti da ogni parte d’Italia e repressa dagli agenti di polizia, mentre, a Firenze, 130 attivisti del Gruppo Unitario di Azione Pacifista dipingevano di rosso i muri della città, nel corso di una manifestazione contro la guerra in Vietnam.

In Italia, la letteratura Beat si diffuse nella seconda metà degli anni ’60 fino ai primi anni ’70. I poeti e gli scrittori italiani vennero influenzati da quella che era stata la Beat Generation specie nei suoi ultimi anni, stravolgendo la loro poesia e contaminandola con la freak-generation del Nord America, in quegli atteggiamenti un po’ ribelli e anticonvenzionalisti, ma sempre non violenti.

Qualche anno dopo, Ettore Sottsass avrebbe chiesto la separazione alla Pivano, aprendole un periodo di grande difficoltà e tristezza, parallelamente a giorni in cui pesava sulle sue spalle il prezzo delle conseguenze dei suoi sogni Beat degli anni Sessanta, che la videro esclusa da una parte del mondo dei giornali e dell’editoria.

La Pivano iniziò, poi, quasi come reazione istintiva ma anche razionale, a lavorare tantissimo, riprendendo a pieno ritmo il suo lavoro e alimentando nuovamente le passioni che mai si erano spente, prima fra tutte quella per la letteratura.

Le venne assegnato il Premio Monselice per una Traduzione Letteraria nel 1973-1974 e il Premio Campione d’Italia nel 1977 per il suo lavoro Mostri degli anni Venti, pubblicato un anno prima per Il Formichiere e, in seguito, per Rizzoli, testo in cui vengono descritti l’esperienza e lo stile di Hemingway, la poesia di Masters, la bellezza e la scrittura di Parker, Fitzgerald e Faulkner.

Acquisendo un ruolo sempre più importante all’interno nel mondo culturale, si dedicò al rapporto fra musica e poesia, dando voce a quelli che erano i suoi pensieri in merito. Collaborò, infatti, con Fabrizio De Andrè (1940-1999), quando venne inciso l’album Non al Denaro non all’Amore né al Cielo del 1971, e seguì il Premio Nobel per la Letteratura 2016 Bob Dylan (1941), sottolineandone sempre la pura bellezza delle poesie-canzoni.

In quegli anni, erano esplosi i movimenti femministi in Italia e in America, più o meno parallelamente alla contestazione studentesca, mettendo in crisi i classici equilibri all’interno della società. Il femminismo italiano prese esempio da quello americano, ereditando i valori sui quali esso si fondava, in primis l’autocoscienza e la diversità, valorizzando quest’ultima, mirando all’eliminazione dei ruoli sessuali imposti e agendo su quei punti che avevano sempre provocato – e provocano ancora – e dato adito a discriminazioni e violazioni dei diritti della donna.

La Pivano si colloca in un contesto che la vide quasi sempre legata alla figura maschile, a partire da Sottsass fino ad arrivare a tutti i poeti/amici americani della Beat Generation, al suo grande didatta Abbagnano, a Pavese, Hemingway, tutti uomini che rivestirono un ruolo decisivo nella sua vita e nella sua carriera.

Fernanda Pivano considerò le femministe come delle donne dotate di grandissimo coraggio, per quanto però non esitasse a rimarcare la propria idea secondo la quale le donne avevano perso il rispetto che pretendevano e per cui lottavano proprio nel momento in cui avevano alzato così tanto la voce fino a farsi odiare.

In un’intervista a Laura Guida del 30 novembre 1997, a Milano, raccontò di quando, nella casa del Governo Vecchio a Roma, aveva incontrato un gruppo di femministe, capitanato da Emanuela Moroli, che non facevano altro che dibattere sugli uomini fra un’offesa e l’altra, definendoli mascalzoni e vigliacchi, fino a interrogarla sul suo pensiero al riguardo, vista la separazione da Sottsass voluta da quest’ultimo. Rispose loro, invece, quanto amasse gli uomini e quanto avesse amato suo marito. All’uscita, ogni donna aveva un uomo ad aspettarla. Tranne la Pivano. Lei era sola.

Nel 1986, Fernanda Pivano pubblicò il romanzo Dov’è più la virtù. Il libro apparve colmo di confusione, di disagio, privo di certezze. Risultò essere pervaso da una particolare tristezza, vedendo la sicurezza sessuale del matrimonio e quest’ultimo, in primis, messi in discussione, ma anche comunicando lo sconforto e l’avvilimento dovuto al prevalere degli uomini sulle donne, essendo ancora lontano il cambiamento tanto auspicato.

Prima di quest’ultima pubblicazione, le vennero assegnati il Premio Entronauti (1981), il Premio San Girolamo (1983), il Premio Aspromonte Calarco (1984), il Premio Taormina Castiglione (1984), il Premio Comisso (1985), il Premio Luciana Doria Savino (1985) e, infine, il Premio Scanno sezione narrativa (1986).

In seguito, la Pivano iniziò a collaborare con il «Corriere della Sera» nel 1978 e, due anni dopo, incontrò Charles Bukowski (1920-1994), che intervistò nella sua casa a San Pedro, in California.

Strinse rapporti con Bret Easton Ellis, Patti Smith, Paul Auster e, negli ultimi anni di vita, si avvicinò moltissimo alla musica dei cantautori italiani, che considerava i nuovi poeti, stringendo una fortissima e profonda amicizia con Fabrizio De Andrè.

Nel 2003 venne ideato il Premio Fernanda Pivano, come rappresentazione della diffusione della cultura e della letteratura americana del XX secolo. Il premio, assegnato inizialmente a persone di spicco della cultura e dello spettacolo italiano, venne, dal 2009, rivolto anche ad autori americani di rilievo.

Nel 2004 partì per New York per l’ultima volta, in occasione della riapertura del MoMA, il Museo di Arte Moderna.

In seguito, lavorò a due diari pubblicati nei Classici Bompiani: il primo, col titolo Diari (1917-1973), venne pubblicato nel 2008; il secondo, intitolato Diari (1974-2009), uscì postumo nel 2010.

Oltre ai premi già citati precedentemente, le vennero assegnati il Premio Ambrogino D’Oro (1988), il Premio Vita di Artista (1988), il Premio Campione (1989) per La mia Kasbah, il Premio Napoli (1989), il Premio Lignano (1989), il Premio Onorario Insigne dell’Accademia di Brera (1992), il Premio Mondello per tutta l’opera (1992), il Premio Regionale Ligure (1994), il Premio Circolo della Stampa di Torino (1993-1994), il Premio Fregene (1997), la Medaglia d’oro dell’Ordine dei Giornalisti per 50 anni di iscrizione all’albo (1997), la Cittadinanza onoraria di Genova (1997); venne nominata Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana (1997) e nel 1998 ricevette il Diploma di Benemerito della Cultura.

Nel 1997, donò tutti i suoi libri alla Fondazione Benetton Studi Ricerche, un patrimonio vastissimo contenente documenti e scritti suoi e dei maggiori scrittori americani, e manoscritti che testimoniano i rapporti con gli editori e le riviste underground americane. L’anno dopo, nel 1998, venne inaugurata la Biblioteca Riccardo e Fernanda Pivano, a Milano.

Morì il 18 agosto 2009, a Milano, e venne seppellita nel cimitero di Staglieno, a Genova, accanto alla madre. Il suo nome venne iscritto nel Famedio di Milano.

Riferimenti bibliografici

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F. Lussana, Il movimento femminista in Italia, Roma, Carocci, 2012;
M. Serri, Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), Milano, Longanesi, 2012;
Storia della letteratura americana, a cura di G. Fink, M. Maffi, F. Minganti, B. Tarozzi, Milano, Rizzoli, 2013;
E. Maltri, La Beat Generation in America e in Italia, Cosenza, Talos Edizioni, 2014;
Parola di scrittore. Altri studi su letteratura e giornalismo, a cura di C. Serafini, Roma, Bulzoni, 2014.

  1. F. Pivano, Fu vero amore, in «Corriere della Sera», 11/10/1992.
  2. F. Pivano, Pavese arriva con un pacco-sorpresa, in «Corriere della Sera», 23/11/1984.
  3. E. Tapparo, Fernanda Pivano e la letteratura americana, Civitavecchia, Prospettiva Editrice Sas, 2006, p. 21.
  4. F. Pivano, Cinquant’anni fa «Life» lanciò «Il vecchio e il mare» capolavoro di Hemingway, in «Corriere della Sera», 8/9/2002.
  5. F. Pivano, Mostri degli anni Venti (1976), Milano, La Tartaruga, 2002, p. 151.
  6. M. Serri, Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), Milano, Longanesi, 2012, p. 24.
  7. F. Pivano, L’America «proibita» che ci conquistò, in «Corriere della Sera», 18/5/1983.
  8. F. Pivano, Dopo Hemingway, Napoli, Pironti, 2000, p. 18.
  9. Ivi, p. 49.
  10. Storia della letteratura americana, a cura di G. Fink, M. Maffi, F. Minganti, B. Tarozzi, Milano, Rizzoli, 2013, pp. 482-84.
  11. E. Tapparo, Fernanda Pivano e la letteratura americana, op. cit., p. 33.
  12. Ibidem.
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