Giangiacomo Feltrinelli (1926-1972)

Autore di Angelica Basile

Introduzione

Sarebbe impossibile, nel caso di Feltrinelli molto più che in quello di altre figure di uomini di cultura, scindere la sua vita privata da quella pubblica. Le vicende che segnarono le varie tappe dell’esistenza di quest’uomo – a partire dall’infanzia fino alla tragica morte – ne determinarono il carattere, il temperamento e, dal momento della fondazione della casa editrice, anche la scelta in fatto di libri. Per questo si è deciso in questa sede di seguire l’iter della vita di Giangiacomo Feltrinelli, soffermandosi in particolare sui suoi rapporti con la politica a lui coeva, a partire da quelli con il Pci, di cui fu militante indisciplinato, in quanto animo ribelle, autonomo e spirito libero.

La famiglia, l’infanzia

Giangiacomo Feltrinelli nacque a Milano il 19 giugno 1926 in una famiglia ricca, originaria di Feltre, un comune di ventimila anime in provincia di Belluno. La storia imprenditoriale della famiglia iniziò nella seconda metà dell’Ottocento, negli anni della prima esplosione edilizia e ferroviaria, quando la falegnameria Feltrinelli s’impose sulle altre e nel 1857 si trasferì a Milano, cavalcando il boom industriale che interessò la città.

Gli affari andarono bene e, poi, sempre meglio, tanto che nel 1889 vide anche la luce la Banca Feltrinelli, che ben presto s’impose a livello nazionale per aver finanziato l’attività della prima società elettrica italiana, la Edison. In pochi anni, le attività della famiglia Feltrinelli si espansero a macchia d’olio, toccando praticamente ogni fronte dell’imprenditoria, tanto che, quando Giacomo (fratello di Carlo, il padre di Giangiacomo) morì nel 1913, sui giornali uscì la notizia che se ne era andato «l’uomo più ricco di Milano»1.

Carlo prese, allora, le redini e nel tempo divenne presidente e consigliere dell’amministrazione di molte società, in particolare della Edison (1930-1935) e del Credito Italiano (1928-1935), del quale la Banca Unione era il maggiore azionista. Durante il periodo del regime, inoltre, alcuni aneddoti lo riguardarono: si sa, ad esempio, che la polizia fascista chiese nel luglio del 1927 al prefetto di Milano informazioni su di lui, poiché c’era stata una soffiata che lo dipingeva colpevole di aver ironizzato su alcune scelte del governo Mussolini. Si diceva che avesse espresso i propri dubbi circa la manovra di rivalutazione della lira e questo bastava per fare di Carlo Feltrinelli un sospettato di dissenso2.

La crisi del ’29 determinò in Italia la smobilitazione di molte banche cosiddette miste (tra cui proprio il Credito Italiano, oltre alla Commerciale e al Banco di Roma), che vennero salvate dall’intervento statale. Il 7 novembre 1935 Alberto Beneduce, personaggio di spicco dell’IRI, ricevette dal governo il mandato per costringere Carlo a dimettersi dalla presidenza della banca: negli ultimi mesi erano state condotte numerose indagini riguardo a conti esteri, in particolare situati in Svizzera. E Feltrinelli fu uno dei bersagli più colpiti da queste indagini: aveva titoli elettrici, obbligazioni in Germania, Austria, Stati Uniti; buona parte del suo patrimonio era oltre i confini nazionali. Sebbene la verifica dei beni dichiarata da Carlo avesse dato esiti positivi, fu deciso dai piani alti di allontanarlo comunque. Durante la discussione con Beneduce ebbe un malore e morì a cinquantaquattro anni. Il regime fece circolare prontamente voci di un suicidio per gettare discredito sulla figura di Feltrinelli; non si seppe mai se fu un incidente, un omicidio o altro: le dinamiche restarono oscure3.

Questa la storia del padre di Giangiacomo, che lasciò a lui e a sua sorella Antonella le moltissime società che portavano il suo nome. L’ambiente in cui crebbe il futuro editore era, dunque, quello dell’alta borghesia che degli affari fece il suo stile di vita. Ma fu probabilmente un’altra figura a influire maggiormente sulle future scelte di Giangiacomo, soprattutto nell’ambito della militanza politica: la madre Giannalisa Gianzana, donna potente che, alla morte del marito, non si fece scrupoli per chiedere udienza al Duce, manifestandogli le proprie difficoltà, dato che sulle sue spalle ricadevano i numerosi oneri provenienti dalle imprese di famiglia. Si risposò cinque anni dopo con Luigi Barzini junior, antifascista, giornalista e politico italiano, che proprio nel giorno del matrimonio con Giannalisa fu arrestato con l’accusa di rivelazione di segreto milare. All’arresto seguì il confino e poi la diffida.

Il carattere di Giannalisa, già duro e autoritario, s’irrigidì proprio con la morte di Carlo, tanto che era solita punire e mortificare i propri figli. L’educazione ricevuta da Giangiacomo (e Antonella) fu dunque rigorosa e repressiva, e questo fece sì che la sua giovinezza fosse infelice e vissuta in solitudine, il che si tradusse in una grande inclinazione alla ribellione che, ad esempio, si manifestò negli anni dell’adolescenza con la ricerca di rapporti amichevoli con i numerosi componenti della servitù in casa Feltrinelli: il giardiniere, il figlio della balia, gli operai, l’insegnante privata di matematica formarono il background a partire dal quale il giovane Giangiacomo mosse i primi passi verso l’età adulta.

Negli anni della guerra, la famiglia lasciò Villa Feltrinelli di Gargnano, che sarebbe diventata, poi, la residenza del Duce, e si trasferì nella villa «La Cacciarella» dell’Argentario. Qui, a diciassette anni, Giangiacomo fuggì di casa per qualche giorno e accettò di tornare solo a patto di potersi trasferire nella dependance della servitù. Potremmo scorgere in questi primi atteggiamenti lo spirito che poi motivò le scelte del futuro partigiano e comunista4. A confermarlo fu lo stesso Giangiacomo, quando, in occasione della sua partecipazione ai corsi della scuola regionale del partito nel 1950, ebbe il compito di redigere una scheda autobiografica. Quest’ultima è una perla rara per la ricostruzione della personalità di Feltrinelli. Per quanto riguarda le motivazioni che lo portarono a legarsi al Pci, il ventiquattrenne Giangiacomo dichiarò:

Un primo elemento importante credo sia stato il seguente: nel ’36 mia madre acquistò un grande giardino al cui riadattamento lavorarono per alcuni anni operai, manovali e contadini. Io divenni ben presto amico di questi operai e manovali e così per la prima volta venni a conoscenza di un altro mondo che non era quello dorato in cui vivevo; dal racconto e dalla discussione imparai a conoscere le condizioni, la vita disagiata che gli operai erano costretti a fare, gli sforzi per mantenere la famiglia, l’insufficienza del loro salario, la costante minaccia della disoccupazione che gravava su ciascuno di loro. Ebbi così la percezione di due categorie sociali differenti e ben distinte. Più tardi, nel ’38-’39, nelle discussioni accanite sugli avvenimenti internazionali la guerra diventava una grave minaccia che si inseriva nella vita già dura che gli operai facevano. Capii che non erano gli studenti, i signori che a gran voce reclamavano il conflitto che sarebbero andati a combattere; che, anzi, chi commerciava aveva la possibilità di guadagnare da una guerra mentre i sacrifici venivano sopportati dagli operai5.

Fu negli ultimi mesi di guerra che Giangiacomo venne trasferito a Roma per studiare presso la scuola del convento di San Giovanni in Laterano e in quest’occasione fece un patto con la madre: se fosse riuscito a diplomarsi, si sarebbe arruolato per combattere i tedeschi. E così fece6.

Giangiacomo partigiano e militante del Pci

Nel novembre del 1944, il giovane Feltrinelli si arruolò nel Corpo di combattimento Legnano, aggregato alla V Armata Americana. Sembra che influì su questa scelta – oltre all’indole ribelle – anche un colloquio con Antonello Trombadori, militante antifascista, rinchiuso in Via Tasso e che per miracolo riuscì a salvarsi dall’eccidio delle Fosse Ardeatine. Nel marzo del 1945 Feltrinelli aderì al Partito comunista italiano, cui si dedicò anche dopo la fine della guerra, da militante diligente e disciplinato, che di giorno frequentava il Politecnico di Roma (cui si era iscritto dopo il congedo) e la sera le riunioni alla sezione. Nel 1946, in pieno clima referendario, la madre Giannalisa si propose come accesa sostenitrice della monarchia. Le divisioni ideologiche in famiglia, unite al sentore da parte di Giangiacomo di uno sfruttamento da parte del partito e dell’«Unità» delle sue conoscenze maturate per la posizione rivestita dalla famiglia d’origine, lo portarono a intravedere l’idea di un trasferimento a Milano. Qui incontrò e si invaghì di una giovane militante, Bianca Dalle Nogare (la quale dal Psiup era passata a sostenere il Pci), sposata civilmente nel 1947. La madre ostacolò fin dal primo momento questo rapporto e architettò piani diabolici per allontanare i due innamorati, come quando pagò quattro banditi affinché si travestissero da militari e facessero una finta perquisizione in casa di Giangiacomo, dove avrebbero trovato le poche armi da lui possedute. Le minacce dei fasulli uomini in divisa spinsero il giovane a fuggire a Lisbona per qualche mese7.

Gli anni di militanza nel Pci furono per Feltrinelli pieni di iniziative, incontri, notti passate ad attaccare manifesti; ma anche pervasi da un senso di caos, soprattutto a seguito dell’attentato a Togliatti. Quella di Feltrinelli fu «una milizia “di base” nella quale, forse per sciogliere la diversità sociale, profuse un impegno totalizzante»8. Inoltre, fin da subito, tra le file del partito avevano fatto capire a Giangiacomo che non c’era spazio per lui in ruoli da dirigente o con qualche possibilità di carriera9. Come ha affermato Ferretti, riguardo alle spinte che operarono sulle scelte di Giangiacomo in questa prima parte della sua vita,

concorrono dunque alla formazione di Feltrinelli un pragmatismo aziendale che gli viene dalle origini familiari e dalle pratiche personali, una militanza politica che è insieme lotta contro le ingiustizie e gusto della libertà e dell’avventura, e una progettualità strategica maturata con spirito indipendente attraverso l’intera esperienza nel Pci a Milano […]10.

In questo clima culturale di sinistra in cui l’attivista Feltrinelli continuava a crescere, molti fuorono gli incontri che segnarono il suo cammino, come quello – avvenuto nella sede del Pci a Milano ˗ con Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza.

La Biblioteca Feltrinelli, «Movimento operaio», la «Colip»

Un incontro altrettanto importante fu quello con Giuseppe Del Bo ˗ allievo di Antonio Banfi, ex sacerdote, conosciuto con il nome di battaglia di Sergio ˗ nel dicembre del 1948, quando fu proprio Del Bo a proporre a Feltrinelli il progetto di una documentazione di storia economica e politica dal Settecento11. In quello stesso anno, infatti, Giangiacomo aveva iniziato una copiosa raccolta di documenti sulla storia del movimento operaio e internazionale, sul marxismo, sul periodo rivoluzionario francese e sulla storia delle idee dall’Illuminismo alla contemporaneità.

Il 24 dicembre 1951 vide la luce l’Associazione biblioteca Giangiacomo Feltrinelli, la cui sede fu scelta in via Scarlatti 26, e fu tra il 1950 e il 1952 che la struttura fu pensata e portata a compimento. Per la costituzione di questo centro di aggregazione per giovani e studenti, Feltrinelli fu aiutato – oltre che da Del Bo ˗ anche da altri personaggi, inviati direttamente dalla federazione del Pci romano: il professore di liceo Franco Della Peruta, Gastone Bollino e Franco Ferri, il quale affiancò Giangiacomo nella direzione della Biblioteca fino al 1956. La scelta cadde su di lui per una questione di anzianità e, probabilmente, anche per le sollecitazioni ricevute dai vertici del Pci e, in particolare, dalla cerchia più prossima a Togliatti12. Come è facilmente intuibile da questi primi dati, per il partito l’iniziativa divenne di capitale importanza, anche se in un primo momento era stata guardata

con sospetto se non addirittura con superficialità e disinteresse dalla federazione comunista milanese che avrebbe preferito probabilmente vedere i soldi impiegati in maniera diversa […]. Si usciva dal deserto culturale del fascismo e si cercavano, finalmente, i collegamenti e le basi documentarie per riprendere un filone storico interrotto più di vent’anni prima. Il pesante clima politico, la guerra fredda, il ritorno di una cultura autoritaria e clericale che aveva rialzato la testa all’indomani del 18 aprile 1948 e che rischiava di relegare in secondo piano il significato stesso della Resistenza, contribuirono anch’essi a rendere determinato Feltrinelli nella sua iniziativa13.

Quelli del primo nucleo della biblioteca erano tutti giovani tra i venticinque e i trent’anni, erano tutti studiosi e avevano vissuto la Resistenza da spettatori piuttosto che da protagonisti. In loro, il desiderio di appropriarsi di quella parte di storia recente che aveva tanto segnato l’animo degli italiani era fortissimo.

Fin da subito, Feltrinelli impostò lo spirito della Biblioteca in un’ottica internazionale, facendo fruttare i moltissimi viaggi da lui compiuti in un’Europa da ricostruire: Germania, Francia, Spagna, Olanda solo alcuni dei Paesi visitati. Tra le varie iniziative ci fu anche il riassorbimento di «Movimento operaio», la rivista che era stata ideata da Gianni Bosio, pubblicata fino al 195614. Come sappiamo, la rivista vide la luce nel 1949 ad opera di questo intellettuale socialista che aveva nelle proprie intenzioni quella di “incrociare” la storia del marxismo in Italia con quella del movimento reale. Bosio fu escluso (e anche in malo modo) nel 1953 dalla gestione della rivista, dopo solo due anni dall’acquisizione da parte di Feltrinelli. Non fu facile raccogliere la documentazione relativa alla storia del movimento operaio e socialista, dal momento che molti studi erano stati fatti sparire in epoca fascista. Togliatti accolse calorosamente il progetto di Bosio, prima, e di Feltrinelli poi, anche perché in esso vedeva uno strumento atto a sottolineare quanto il partito comunista avesse ereditato e assimilato soprattutto dalla tradizione risorgimentale e – in misura minore – dal movimento operaio vero e proprio a partire dalla fine dell’Ottocento15.

Furono anni intensissimi, in cui i vertici del comunismo russo si accorsero dell’opera a cui il non ancora trentenne Giangiacomo stava dando vita. Tanto è vero che varie sollecitazioni provennero dai vertici Urss: esisterebbe persino una nota personale di Nikita Chruščëv scritta per sollecitare il contatto con Pietro Secchia, vicesegretario del Pci, così da poter verificare la disponibilità di Feltrinelli a fare da mediatore con l’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam. Giangiacomo si recò, dunque, di persona a Mosca nel 1954, accompagnato dalla moglie Bianca. Si barcamenò tra un colloquio e un altro, trattando la propria posizione e i possibili rapporti tra l’Istituto del marxismo-leninismo russo e la Biblioteca Feltrinelli di Milano16. Microfilm, libri, lettere, corrispondenze: furono questi e altri i materiali al centro delle trattative.

Un’altra importantissima iniziativa di cui fu protagonista Feltrinelli fu la rilevazione nel 1951 della «Colip», l’Universale Economica della Cooperativa del Libro Popolare che era nata cinque anni prima ad opera di Corrado De Vita, direttore di «Milano Sera», ed era diretta dall’intellettuale Luigi Diemoz. La «Colip», assieme alla «BUR», fu un’importante collana che portò avanti una comune idea di promozione della cultura a un prezzo ridotto. Infatti, essa era stata pensata per rispondere alla richiesta di un libro che fosse economico ma anche qualificato, che negli ambienti della sinistra si era fatta più forte parallelamente alla crescita del dibattito intorno alla cultura popolare e ai rapporti tra quest’ultima e la cultura dei ceti dirigenti. Tale discussione in quegli anni venne principalmente sviluppata sulle pagine di «Rinascita», «Società», «Vie nuove», il «Calendario del popolo»17.

La nascita della «Colip» fu sostenuta dal Pci e caldeggiata anche dal suo segretario: venne, infatti, distribuita dai canali di partito e di sindacato (Centri Diffusione Stampa) «per promuovere la conoscenza del movimento operaio, alimentare la cultura democratica, dar voce alle idee e ai fermenti politici e sociali emergenti in Italia e nel mondo, di aprirsi alla novità e alla sperimentazione in campo letterario e artistico»18.

La «Colip» proponeva tre serie (gialla, rossa, azzurra) di letteratura, storia e filosofia, scienza, e tra i soci fondatori poteva annoverare uomini del calibro di Salvatore Quasimodo, Pietro Calamandrei, Corrado Alvaro, Renato Guttuso e, appunto, Giangiacomo Feltrinelli. La carta di stampa veniva riciclata da quella utilizzata per «Milano Sera» e il simbolo dell’Universale Economica divenne fin da subito un canguro che all’interno del marsupio teneva tre tascabili. Il prezzo variava tra le cento e le centocinquanta lire, e ben presto ci si rese conto di quanto sarebbe stato difficile finanziare l’iniziativa con i soli introiti provenienti dalla vendita dei libri. Spesso era proprio Feltrinelli a versare denaro di tasca propria per tenere in piedi la collana; e, nel 1950 – anche per questi motivi – divenne consigliere d’amministrazione e poi consigliere delegato al fianco di Adolfo Occhetto. Giangiacomo, dal momento in cui passò ad avere un ruolo gestionale così importante, tentò di portare uno spirito imprenditoriale alla «Colip», ma, nonostante i molti sforzi, l’iniziativa non decollò e Feltrinelli si dimise nel 1954. Il 21 marzo 1956 la Cooperativa chiuse le pubblicazioni.

La nascita della casa editrice e i primi titoli

A causa del fallimento di questa iniziativa in cui aveva molto creduto (e investito) e dopo aver declinato l’invito del Pci a sostenere economicamente l’Einaudi allora in crisi, Feltrinelli decise di creare qualcosa di veramente suo: una casa editrice, che si ponesse come valori fondanti quelli dell’antifascismo e della libertà, uniti a un’impostazione di ricerca marxista – sebbene svincolata da una logica di servilismo al partito ˗ e a uno sguardo internazionale, a una curiosità su tutti i possibili influssi provenienti dall’estero. La «Giangiacomo Feltrinelli Editore» nacque a luglio del 1955, dopo che il fondatore aveva rilevato l’Universale Economica del Canguro; si scelse come sede quella di via Fatebenefratelli.

In occasione del primo catalogo storico, pubblicato nel 1965 a dieci anni dalla fondazione, l’editore curò la prefazione, spiegando quale fosse l’idea portante alla base della nascita della casa editrice:

Antifascismo per noi non fu e non è solamente critica degli aspetti esteriori del fenomeno nazifascista, dei suoi errori ed orrori ma la ricerca delle immagini e cause, recenti e lontane della crisi di un sistema che non si risolse con la caduta del fascismo stesso. Per questo, oltre ad approfondire l’analisi del passato ben oltre i limiti di una storiografia convenzionale, cercammo di suscitare e sviluppare la conoscenza del presente, delle strutture economico-politiche e delle idee che in questo nuovo contesto si sviluppavano alla ricerca di una soluzione a quei problemi che la caduta del fascismo aveva lasciato insoluti19.

Si delineò in questi primi mesi di attività imprenditoriale di Feltrinelli quello che sarebbe stato il suo atteggiamento nei confronti della politica a lui coeva in tutto l’arco della sua esistenza. Sebbene egli abbia sempre rivendicato valori sicuramente vicini agli ideali di sinistra, infatti, il ruolo di servo ligio ai doveri dettati dal partito non poteva che stargli stretto. Il temperamento ribelle, rivoluzionario, anticonformista, maturato già nelle mura della casa paterna, non poteva che tradursi in autonomia al livello delle scelte editoriali. Ad avvalorare questa tesi sono gli stessi titoli che l’editore scelse di pubblicare, spesso in aperta opposizione a ciò che “doveva essere fatto” e a ogni forma (esplicita o implicita) di imposizione.

Il flagello della svastica e l’Autobiografia di Nehru: i primi titoli

I primi due titoli sfornati dall’officina Feltrinelli furono Il flagello della svastica di Lord Russel e l’Autobiografia di Shri Jawaharlal «Pandit» Nehru. Già da questa prima scelta editoriale si possono scorgere i caratteri fondamentali della personalità di un editore che mise la propria idea al servizio del lettore. Sebbene fossero, infatti, due libri profondamente differenti, entrambi rappresentavano i due binari paralleli sui quali la casa editrice voleva muoversi: quello antifascista e quello internazionale.

Il flagello della svastica era uscito nel 1954 nel Regno Unito, destando non poco scalpore, se non altro per il fatto che per primo denunciava i crimini dei tedeschi durante il secondo conflitto mondiale.

Nehru era, invece, uno degli artefici dell’indipendenza indiana al fianco di Gandhi e dal 1947 era stato capo del Governo, Ministro degli Esteri e, soprattutto, promotore di una politica indipendente da entrambi i blocchi (quello sovietico e quello americano). Nel giorno in cui il libro fu presentato in Italia, Nerhu si trovava a Roma per una visita di Stato e ricevette in anteprima una copia del volume: fu una trovata commerciale astuta, che diede ulteriore rilievo alla manovra editoriale.

Giangiacomo si stava dimostrando capace sia nella fase di produzione sia in quella della distribuzione del libro, affidata fin dal 1952 all’Eda. Mancava solo il settore vendite, che fu coperto nel 1957 con l’apertura delle prime due librerie Feltrinelli (una a Pisa e una a Milano).

I due filoni inaugurati dalle prime due uscite furono confermati nel primo anno di attività della Feltrinelli, in cui comparvero titoli come Una spia del regime di Ernesto Rossi, Diario di Hiroshima di Hachiya Michihiko, Spagna clandestina di Juan Hermanos e L’America giorno per giorno di Simon de Beauvoir.

Riguardo a questi primi mesi di attività della casa editrice, risulta assai interessante un’intervista del 1962 rilasciata da Feltrinelli in cui egli parlò di come fosse stato oggettivamente avvantaggiato, rispetto agli altri editori, nell’intraprendere questo tipo di attività imprenditoriale per due motivi: da una parte perché in precedenza aveva avuto molte esperienze simili (a partire da «Movimento operaio» e dalla «Colip») e dall’altra, ancora più importante, poiché ebbe l’intuizione di fondare la casa editrice proprio in un momento di profondo mutamento per il Paese, che cominciò nel 1955-1956. Anche contando su quel vento di cambiamento, Giangiacomo impostò la linea della Feltrinelli Editore.

Sempre nella stessa intervista, Feltrinelli rispose anche sulla presunta origine filocomunista della propria attività. Egli si disse assolutamente convinto che, se anche non fosse stato comunista, avrebbe proposto gli stessi identici titoli. L’intervista è datata 1962 e Feltrinelli a quell’epoca era già uscito dal partito: pertanto, essa assume ancora più rilevanza come documento della personalità di questo controverso personaggio20.

Il primo strappo con il Pci

Il 1956 fu un anno cruciale in Italia, e in particolare per il comunismo e il Pci. Il XX Congresso del Pcus vide le rivelazioni di Chruščëv sui crimini inauditi commessi da Stalin. Cadde di colpo il mito di quest’uomo e anche quello del Paese del socialismo reale, dove era sembrato davvero possibile che il comunismo da ideale divenisse concreto strumento di eguaglianza sociale. Seguirono manifestazioni in tutto il mondo, tra cui i moti in Polonia, a Postdam e in Ungheria. Il resto è storia: la repressione dell’Armata Rossa diluita in due interventi tra il 23 ottobre e il 3 novembre provocò indignazione ovunque, soprattutto tra gli intellettuali. In Italia, sebbene Togliatti tentasse di contenere gli effetti di così tanti eventi di grande portata, moltissimi tra gli uomini di spicco della cultura e della politica nazionale presero le distanze dal Pci.

Fin dai primi momenti della sua attività editoriale, Feltrinelli aveva manifestato fastidio e poca sopportazione dei “consigli” provenienti dai vertici del Pci. Il suo temperamento ribelle lo portava inevitabilmente a scontrarsi con un partito che gli chiedeva una gestione più burocratica e meno libertina della casa editrice. Perciò, i fatti del ’56 andarono solo a sovrapporsi a un substrato già formatosi in precedenza. In una lettera a Giancarlo Pajetta (partigiano, politico, direttore dell’«Unità»), il trentenne Giangiacomo scriveva

A me viene un poco da sorridere quando penso […] quanto siamo inguaiati noialtri [i militanti del Pci, n.d.r.], quanto debole e rinchiusa nel Partito la nostra azione politica e l’attività dei nostri quadri medi. Quando penso alla difficoltà del fronte sindacale dove anche se grossi passi avanti sono stati fatti, pur tuttavia molto ci rimane da fare, sia sul piano organizzativo […] come sul piano delle agitazioni21.

Ad ogni modo, i rapporti con Togliatti non peggiorarono e anzi fu proprio al segretario del partito che Feltrinelli per primo raccontò il progetto di fondare un Istituto che portasse il suo nome.

Il dottor Zivago e la rottura con il Pci

Lo strappo con il partito c’era stato, ma Feltrinelli decise di rinnovare la tessera anche per il 1957, pur tra mille dubbi. Gli ultimi mesi dell’anno videro l’uscita del libro che forse più di ogni altro andò oltre la semplice definizione di “caso letterario”, perché divenne «una questione politica di risonanza mondiale»22. Il contesto in cui questa bomba fu lanciata era quello di un crescente interesse per la letteratura sovietica, quella cosiddetta “del disgelo”. Era un periodo in cui ogni editore che volesse contare qualcosa doveva avere al proprio fianco uno slavista qualificato. Per Feltrinelli questo era Pietro Zveteremich, il quale gli segnalò un testo che era stato cominciato nell’immediato dopoguerra e che sembrava stesse per essere completato dal suo autore. La lunga gestazione comportò anche vari cambi di titolo: all’inizio doveva, infatti, chiamarsi Quadri di vita di mezzo secolo.

Pasternak era assai conosciuto in patria come poeta di spicco. Sebbene agli autori sovietici fosse assolutamente vietato siglare contratti con editori stranieri, l’autore decise di donare una copia a questa casa italiana che tanto si era interessata a lui. Il volume fu gelosamente custodito (sarebbe meglio dire nascosto) da Sergio D’Angelo (referente di Feltrinelli a Mosca), il quale consegnò personalmente il manoscritto all’editore in una stazione metropolitana di Berlino. E questo fu il primo caso documentato in cui un libro riuscì a passare clandestinamente le frontiere dell’Unione Sovietica.

Va, inoltre, precisato che al tempo gli autori russi, dopo la prima pubblicazione di un loro lavoro in Unione Sovietica, perdevano la protezione del copyright. Feltrinelli lo sapeva e si affrettò ad accaparrarsi per primo in Occidente una copia del Dottor Zivago, per avere, poi, il copyright per l’opera.

Com’è noto, il romanzo racconta la storia ˗ ambientata all’inizio del Novecento ˗ del dottor Zivago, un medico moscovita profondamente segnato dagli eventi della propria infanzia, grande appassionato di scrittura (celebri le meravigliose poesie presenti alla fine del romanzo). Sullo sfondo, sono narrate le importanti evoluzioni di quegli anni in Russia: la rivoluzione del 1905, la rivoluzione d’Ottobre, la lotta sanguinosa fra i bianchi e i bolscevichi, l’affermazione del potere sovietico, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, in occasione della quale Zivago è chiamato a prestare servizio medico al fronte. Dopo il periodo di separazione forzata dalla moglie Tonja, torna a Mosca, ed è proprio qui che prende coscienza di quanto la guerra abbia stravolto le condizioni di vita delle persone.

Zivago comincia una relazione con Lara, infermiera arruolatasi dopo che il marito, Antipov, aveva lasciato la città per la rivoluzione. Il matrimonio con Tonja entra ovviamente in crisi e poco dopo Zivago viene rapito dai partigiani rossi, che lo costringono a sposare la causa della Rivoluzione e, quando, infine, il protagonista tornerà a Mosca, niente sarà come prima: si troverà solo, con la sempre amata scrittura come unica compagna. E, se anche riuscirà a sposarsi ancora, niente potrà porre rimedio alle tante ferite riportate. Morirà, solo, a causa di un infarto.

Quali problematiche erano, dunque, collegate alla pubblicazione del romanzo? In primo luogo, non si voleva urtare la suscettibilità dei vertici in Unione Sovietica, il che più stava a cuore al Pci, che non voleva problemi con i “colleghi” russi. Questi ultimi avevano più volte ribadito che l’opera di Pasternak era impubblicabile, poiché ritenuta antisovietica nella misura in cui affermava che, a seguito della Rivoluzione d’Ottobre, al popolo russo erano spettate solo sofferenze fisiche e mentali, nonché vessazioni e intimidazioni. «Niente di più falso», gridavano ai piedi degli Urali23.

In secondo luogo, c’era la questione dell’incolumità dell’autore, che rischiava molto, moltissimo. E lo dimostrano i suoi carteggi con Feltrinelli, raccolti dal figlio di quest’ultimo, Carlo, assieme al figlio di Pasternak, Evgenij. In una lettera, datata 30 giugno 1956, l’autore scriveva a Feltrinelli: «Le idee non nascono per venire nascoste o soffocate sul nascere, ma per essere comunicate agli altri»24. Pasternak sapeva quanto rischiava, lo sapeva probabilmente fin dal primo momento in cui il libro aveva cominciato a prendere forma nella sua testa. Ed è ormai comprovato che le pressioni dei vertici del Pcus erano all’ordine del giorno.

Già sul finire del 1956, le autorità sovietiche sapevano della copia del romanzo di Pasternak che era giunta in Italia: tra le ipotesi più fondate c’è quella che fosse stata proprio la compagna dell’autore, Olga Ivinskaja, a parlare. Fu probabilmente minacciata e la donna temeva per la propria incolumità e per quella del marito e si trovò (forse) costretta a dire quel poco che sapeva. La Iviskaja aveva già avuto numerose vicissitudini che l’avevano collegata all’ala del dissenso verso i diktatdel partito: era stata arrestata dalla polizia segreta (poiché aveva assistito alle prime letture del romanzo, fatte di fronte a una ristrettissima cerchia di amici della coppia), poi condannata a cinque anni di campo e liberata solo alla morte di Stalin.

Quando i vertici sovietici seppero della copia in Italia, si rivolsero direttamente al Pci, invitandolo a incitare caldamente Feltrinelli a una pronta restituzione del volume. Ma il militante di partito non esisteva più: al suo posto c’era un self made man che avrebbe appoggiato le linee di un partito fintantoché esse non avessero creato problemi all’andamento del suo progetto culturale. Velio Spano, Pietro Secchia, Paolo Robotti fecero qualunque cosa per convincere Feltrinelli a non pubblicare Il dottor Zivago, ma Giangiacomo era fermamente deciso ad andare avanti. Prima della pubblicazione vera e propria, ci fu anche un viaggio di Zveteremich (che ovviamente curò la traduzione del volume) in terra sovietica: si incontrò di sfuggita con Pasternak e, in occasione di un incontro con l’Unione degli scrittori, gli fu anche chiesto di bloccare la pubblicazione del volume. Questo conferma il fatto che si era ormai diffuso in Russia molto più sospetto verso Pasternak che verso le autorità sovietiche che volevano in tutti i modi limitare l’uscita del libro. In Russia, appunto, ma – fatto ancora più preoccupante – tra la cerchia di intellettuali di cui Pasternak faceva parte.

In Italia, intanto, le autorità del Pci continuavano a pressare Feltrinelli, e i suoi collaboratori cominciarono a chiedersi se alla fine egli avrebbe ceduto per tornare sui propri passi, ma Giangiacomo andò avanti e l’unica concessione che fu disposto ad ammettere riguardò il fatto che avrebbe pubblicato la traduzione italiana in concomitanza con l’uscita in patria.

Intanto, proprio in Russia qualcosa sfuggì al controllo di Chruščëv e dei dirigenti del Pcus: vennero pubblicati alcuni brani del romanzo su un trimestrale polacco, peraltro allineato con il governo. Il tutto fece scalpore e dimostrò il fatto che Pasternak era più noto di quanto si volesse far credere e che la “bomba Zivago” era pronta a esplodere. Questo significò una stretta ancora più forte da parte dei vertici dell’Unione Sovietica, che scoraggiò ancor di più l’autore, cui venne fatta esplicita richiesta di desistere dalla pubblicazione del libro. Lo dimostra una lettera datata 21 agosto 1957 e spedita da Pasternak a Feltrinelli, in cui invitava l’editore italiano a rendergli il manoscritto del romanzo che «non può in nessun modo essere considerato un’opera compiuta»25. Erano evidenti, dietro lo stato d’animo dell’autore, le forti sollecitazioni provenienti dal Pcus, e Giangiacomo, che lo aveva intuito, si affrettò a rispondere a Pasternak che non era affatto d’accordo circa l’incompiutezza del libro e che, quindi, sarebbe andato avanti nella pubblicazione; concludeva che un giorno l’autore lo avrebbe ringraziato per la sua caparbietà.

Il 22 settembre 1957 uscì Il dottor Zivago in libreria, con una tiratura di seimila copie, che andarono esaurite in pochi giorni. Le polemiche nei corridoi delle varie federazioni del Pci non tardarono ad arrivare e la pubblicazione del volume significò la rottura definitiva di un rapporto che non era, comunque, mai stato idilliaco.

Il 10 dicembre 1958 Pasternak avrebbe dovuto ritirare il premio Nobel per la letteratura, il che aumentò – se possibile – le polemiche verso l’autore in patria. L’Unione degli scrittori si riunì per chiedere al governo che Pasternak fosse privato della cittadinanza, per cui lo scrittore fu costretto all’umiliazione di pregare Chruščëv di non espellerlo attraverso una lettera che fu prontamente pubblicata sulla «Pravda» il primo novembre 195826. Pasternak non ritirò mai il premio, ostacolato dalle autorità sovietiche che, per scoraggiarlo, rapirono la sua compagna.

I rapporti tra l’editore e l’autore del Dottor Zivago continuarono – sotto forma di una corrispondenza affettuosa e serrata ˗ fino alla morte di Pasternak, e anche oltre. Olga e la figlia Irina vennero condannate nel 1960 a numerosi anni nei campi di lavoro e Feltrinelli fece di tutto per aiutarle.

La nuova fase della Feltrinelli indipendente

Gli anni Cinquanta segnarono importanti novità anche nella vita privata di Feltrinelli, il quale divorziò da Bianca per poi risposarsi con Alessandra, detta Nanni, De Stefani, figlia di un noto commediografo, che al momento dell’incontro con Giangiacomo era militante del Pci. Furono gli anni in cui, soprattutto a seguito delle scelte editoriali (dal Dottor Zivago in poi), «si viene delineando […] una originale figura di imprenditore-militante, capace sia di organizzare la ricerca e la produzione sia di fare politica, non senza le ambiguità del miliardario-comunista e del padrone-compagno»27.

Ciò venne confermato dal fatto che nel 1958, anno dello strappo col Pci, Feltrinelli pubblicò gli Scritti politici di Imre Nagy, primo ministro ungherese nel ’56 ai tempi dell’insurrezione, da sempre fautore di una politica indipendentista rispetto ai dettami del partito, che per questo fu condannato a morte e giustiziato. Con tale scelta Feltrinelli ribadiva la propria posizione ormai netta di distacco dal Pci.

Il 1958 fu anche l’anno dell’uscita del secondo grande “colpo editoriale” portato a casa da Feltrinelli: Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Fu Elena Croce – scrittrice e traduttrice napoletana, figlia del filosofo abruzzese – a segnalare il manoscritto a Giorgio Bassani, da poco assunto da Feltrinelli per curare una collana di autori contemporanei. Anche all’uscita di questo romanzo seguirono numerose polemiche, sempre incentrate sulla collocazione politica che doveva essere data alle scelte editoriali di Giangiacomo: Il gattopardo era di destra o di sinistra28? Di certo, fu un successo clamoroso (divenne il primo bestseller in Italia, con 100.000 copie vendute), che valse al libro il premio Strega nel 1959.

Nel 1958 Feltrinelli aveva anche incontrato la tedesca Inge Schönthal, sua futura moglie.

Gli intricati anni Sessanta: il Gruppo ’63

Gli anni Sessanta per Feltrinelli si aprirono con uno spiccato interesse per le sorti dei Paesi africani in lotta per l’indipendenza. Moltissimi viaggi dimostrano questo coinvolgimento dell’uomo e dell’editore: Marocco, Guinea, Nigeria, Ghana (dove addirittura partecipò all’assemblea di Accra sul disarmo nucleare). Già nel ’56 aveva pubblicato Algeria fuorilegge dei coniugi francesi Jeanson, il cui valore risiedeva soprattutto nell’essere la testimonianza più profonda della nascita della militanza anticolonialista nel vecchio continente.

Inoltre, Feltrinelli divenne il punto di riferimento degli intellettuali riuniti sotto il nome di Gruppo ’63. Tutto iniziò, com’è noto, quando Nanni Balestrini chiamò a raccolta un folto gruppo di intellettuali all’interno di un famoso convegno svoltosi a Solunto, nel settembre 1963, per affrontare il tema della letteratura in Italia. In Sicilia, per l’occasione, arrivarono decine di scrittori e studiosi, tra cui Umberto Eco, Enrico Filippini, Luigi Gozzi, Massimo Ferretti, Elio Pagliarani, Alberto Arbasino, Giorgio Celli etc. I lavori del convegno furono raccolti in un libro che venne pubblicato da Feltrinelli all’interno della collana «Materiali», appositamente creata per raccogliere tutti i contribuiti di quello che da quel momento sarebbe divenuto il Gruppo ’6329.

Movimento di neoavanguardia, composto da giovani scrittori e critici che volevano rompere con i modelli letterari tradizionali, sperimentando nuove forme di espressione, il Gruppo ’63 era legato dalle idee comuni che si richiamavano al marxismo e alla teoria strutturalista. Le opere che vennero date alla luce da Arbasino o Pagliarani erano contraddistinte da un’assoluta libertà al livello di forma e di contenuto. Le principali critiche erano rivolte agli autori che all’epoca erano già stati consacrati al grande pubblico, come i vari Bassani e Cassola, che venivano accusati di raccontare un’Italia vecchia e agricola, che non esisteva più. Per questo motivo venivano apostrofati con la definizione di “Liala del ’63”, con riferimento alla celebre scrittrice di romanzi rosa.

Non fu assolutamente un caso che proprio Feltrinelli divenisse il riferimento editoriale per il Gruppo ’63: Giangiacomo – grazie alla mediazione di Filippini e di Inge – si era interessato già negli anni Cinquanta alla letteratura tedesca e in particolare al Gruppo ’47 (il noto movimento culturale sorto nell’immediato dopoguerra a Monaco di Baviera per mantenere viva la cultura tedesca in un periodo così complesso come quello della ricostruzione postbellica). Aveva pubblicato, ad esempio, Gatto e topo e Il tamburo di latta di Günter Grass, ed era da tutti conosciuto come un editore eclettico e anticonformista: potrebbe sembrare un paradosso che proprio Feltrinelli pubblicasse molti volumi di Bassani e poi quelli del Gruppo ’63, che in Bassani aveva individuato uno dei bersagli polemici principali, ma queste scelte editoriali si spiegano, appunto, con il progressivo avvicinamento di Feltrinelli al gusto letterario sperimentalista e alla linea editoriale neoavanguardista che Bassani rifiutava, fattore che portò alla rottura finale tra i due, sebbene il rapporto fosse iniziato all’insegna della stima reciproca e dell’amicizia.

Tra i moltissimi testi del movimento di neoavanguardia ricordiamo La controra di Alberto Arbasino, Le poesie di Carlo Porta, Capriccio italiano di Edoardo Sanguineti, Notizie degli scavi di Franco Lucentini30.

La passione per l’America Latina: Cuba, Castro, la Bolivia

Il primo viaggio compiuto da Feltrinelli a Cuba è datato 1959: l’isola era stata da poco liberata e stava crescendo vertiginosamente il prestigio del suo leader, Fidel Castro, e del rivoluzionario Ernesto «Che» Guevara. Il secondo viaggio avvenne nel 1964 e in tale frangente ebbe luogo il primo incontro di persona tra Feltrinelli e Castro, punto d’inizio di una lunga amicizia.

In breve tempo, il «Líder máximo» si decise a donare le proprie memorie, raccolte tra il 1953 e il 1959, proprio all’editore italiano. Feltrinelli affidò allo stesso Castro il compito di raggruppare, secondo l’ordine che preferiva, i propri appunti, affiancato da Valerio Riva, cofondatore della «Giangiacomo Feltrinelli Editore» e fedele amico. Anche questa scelta segnò l’ennesima frattura con il partito per Feltrinelli: infatti, Pajetta, Alicata e gli altri diffidavano assolutamente di Castro31. L’editore tornò ancora varie volte in terra cubana: nel 1967, prima di volare in Bolivia, andò a portare i saluti all’amico Fidel, il quale sembrava non abbastanza interessato a completare il libro di memorie, che infatti non vide mai la luce. In realtà, Feltrinelli aveva fatto stampare in Spagna dieci copie del manoscritto, ma solo a titolo dimostrativo poiché il lavoro non era concluso; il libro veniva, ormai, considerato un ottimo pretesto per parlare di politica32.

In quegli stessi anni, in Italia, i servizi segreti arricchivano di giorno in giorno il fascicolo sull’editore: venne inquadrato

prima come finanziatore del gruppo Falce e Martello e poi dell’Unione dei marxisti-leninisti di Brandirali (che tra i suoi seguaci avrà Antonio Polito, Renato Mannheimer, Linda Lanzillotta, Barbara Pollastrini, Antonio Pennacchi, Michele Santoro, Nicola Latorre e molti altri) […] Approdato all’Avana in reverente pellegrinaggio come a una scuola di vita e di rivoluzione, scopre che in quella lontana parte del globo leggono gli articoli de «La sinistra», rivista diretta da Lucio Colletti, pubblicata da Giulio Savelli dall’ottobre 196633.

La rivista in questione aveva visto la luce dopo l’XI Congresso del Pci e si era spesso occupata di Cuba e di Castro. Fidel aveva manifestato il proprio interesse e il proprio appoggio alla trattazione della questione cubana da parte della «Sinistra» e per questo Feltrinelli aveva deciso di finanziare la rivista.

L’altra faccia della passione dell’editore per l’America Latina è rappresentata dalla Bolivia, dove sbarcò per la prima volta nel 1967. Qui prese contatto con Humberto Vàzquez Viana, per avere notizie su suo fratello Jorge (detto “El Loro”), che faceva parte della guerriglia ed era stato catturato dalle autorità locali per poi essere scaraventato fuori da un elicottero in volo sulla foresta.

Feltrinelli in terra boliviana era venuto a conoscenza di molte prove che sembra attestassero la presenza della Cia, che rispondeva agli ordini del governo americano circa l’introduzione nel Paese di controrivoluzionari cubani. Questi ultimi avevano il compito di provocare disordini, per poi darne la colpa alla banda del «Che». Le suddette prove erano arrivate a Feltrinelli dal colonnello Carlos Vargas Velarde, che qualche mese dopo l’incontro con l’editore fu trovato morto34.

Feltrinelli fu arrestato per ordine diretto dei servizi segreti americani. Venne fermato dal colonnello Roberto Quintanilla, capo dei servizi d’informazione, il quale, poco tempo dopo, presenziò all’amputazione delle mani del «Che». Ma gli interrogatori non diedero risultato alcuno e l’editore rimpatriò prontamente, mentre in Italia l’opinione pubblica si era divisa tra chi gli comunicava la propria solidarietà e chi lo contestava aspramente.

L’ultimo viaggio di Feltrinelli in America Latina è datato 1968, quando visitò nuovamente Cuba. In tale frangente ricevette da Castro l’opera di Che Guevara Diario in Bolivia. Nello stesso viaggio, l’editore ricevette in anteprima Guerrillero Heroico, la foto più nota del «Che», scattata da Alberto Korda il 5 marzo 1960.

La spedizione in Sardegna

Negli ultimi mesi del 1968 in Italia si parlava molto di Feltrinelli negli ambienti di sinistra. Secondo i rapporti della polizia politica, la posizione del Pci nei confronti delle scelte attivistiche dell’editore era di totale disappunto. Il partito sembrava fosse sempre più infastidito anche dai numerosi incontri che Feltrinelli organizzava a Roma per parlare della situazione in America Latina. Una di queste sue conferenze fu organizzata anche a Cagliari alla fine del 1967: fu fischiato dal pubblico, ma l’editore restò in Sardegna ancora per qualche giorno.

Cominciava, quindi, una delle ultime avventure di Feltrinelli attivista politico rivoluzionario. Erano gli anni dell’indipendentismo isolano, di paesi come Orgosolo in lotta su ogni fronte, di briganti in fuga. I viaggi dell’editore in Sardegna furono sempre più frequenti tra il 1967 e il 1969. Moltissimi furono gli incontri che segnarono questi anni, tra cui quello con il bandito Graziano Mesina, che nell’ambiente separatista era un personaggio praticamente leggendario, chiamato il “re del Supramonte”. Era evaso ben quattro volte di prigione, dove era finito con l’accusa di omicidio e sequestro di persona, trovando spesso riparo presso braccianti o membri delle organizzazioni indipendentiste. Durante gli interrogatori della polizia, ammise di aver conosciuto Feltrinelli, il quale avrebbe tentato di ingaggiarlo «in una possibile lotta armata finalizzata ad obiettivi di resistenza a possibili svolte politiche autoritarie pilotate da interessi americani in Italia»35.

Proprio per il contatto con uno dei banditi più ricercati in terra sarda, l’editore venne posto sotto il controllo vigile delle autorità. Il tentativo di Feltrinelli di affidare le truppe ribelli a Graziano Mesina e di rendere la Sardegna «la Cuba del Mediterraneo» fallì, ma le vicissitudini che misero Giangiacomo sotto la lente d’ingrandimento della polizia non erano affatto concluse.

Il 1969: la clandestinità

Il 1969 fu per Feltrinelli un anno cruciale: riuscì a mettersi in contatto con alcuni esponenti della sinistra extraparlamentare, attraverso la mediazione di «Gibì» Lazagna, genovese, ex partigiano, il quale segnalò l’interesse dell’editore al gruppo «XXII Ottobre», di cui facevano parte Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Giuseppe Porcu etc. Contemporaneamente, Feltrinelli conosceva anche il leader di Potere Operaio, Franco Piperno, portavoce di una protesta che si era scontrata con la politica del Pci nei mesi dei fermenti universitari. Era il ’68, si urlava in piazza, si voleva cambiare il mondo.

L’editore conobbe anche Adriano Sofri, capo di Lotta Continua, e poi ancora Renato Curcio e Alberto Franceschini, futuri fondatori delle Brigate Rosse36. Insomma, divenne presto chiaro che l’obiettivo di Feltrinelli era finanziare vari gruppi di estrema sinistra, anche nella convinzione di un imminente colpo di stato neofascista. Tale convinzione andava a braccetto con la sua riflessione circa i reali colpevoli delle stragi e le bombe di quei mesi: dietro non vi erano gli anarchici (i vari Pinelli e Valpreda), ma lo Stato e la destra estrema.

A luglio del 1969 le Edizioni della libreria pubblicarono un testo di quattordici pagine, scritto proprio da Giangiacomo, che si intitolava Estate 1969 e il cui sottotitolo recitava La minaccia incombente di una svolta radicale e autoritaria a destra, di un colpo di stato all’italiana. Lo schema prospettato dal volume era a metà tra un golpe alla francese e la soluzione greca di soppressione della democrazia. Feltrinelli suggeriva, dunque, un pronto intervento politico e, se necessario, militare37.

Il 12 dicembre 1969 è una data che tutti gli Italiani ricordano, impressa per sempre nella memoria di un Paese che si apprestava a vivere un decennio di fuoco, con il terrorismo (nero e rosso) che versava fiumi di sangue per le strade. Quel giorno, Giangiacomo Feltrinelli era in vacanza in montagna e sentì alla radio la notizia dello scoppio della bomba in Piazza Fontana. Tornò in fretta e furia a Milano, ma venne presto a sapere che il suo nome risuonava già nei corridoi dei commissariati. Così fuggì, si diede alla clandestinità, poco prima che le autorità irrompessero in casa sua con un mandato di perquisizione.

I collegamenti tra lui e la strage non vennero mai comprovati, ma era in effetti il bersaglio ideale nel dopo Piazza Fontana, soprattutto «per invischiare il Pci nelle elezioni stile Quarantotto sotto-il-ricatto-degli-attentati che voleva Saragat. Grazie a Feltrinelli, che è nato alla sezione Duomo, frequenta Castro, finanzia Potere Operaio, non finanzia ma ha amici anarchici, si potrà dimostrare che il Pci fomenta la “teppa rossa”»38.

La fondazione dei GAP e la morte

Nella primavera del 1970, l’editore – che aveva nel frattempo preso il nome di battaglia di «Osvaldo» ˗ fondò i GAP (Gruppi d’Azione Partigiana), un’organizzazione clandestina, paramilitare, d’ispirazione marxista, che si rifaceva alla logica dell’azione partigiana per combattere l’attacco della destra estrema. I GAP furono attivi tra il 1970 e il 1972 tra Milano, Torino e Genova, con azioni di sabotaggio che dovevano andare a colpire quello che era il settore con più morti e omicidi bianchi: la fabbrica.

L’obiettivo delle proteste era il solito Pci, che nella persona del proprio segretario aveva ingannato tutti, promettendo una rivoluzione che non si sarebbe mai verificata. Il compagno Osvaldo non faceva come tutti i capi in battaglia, che mandano avanti i soldati e si prendono la gloria. Feltrinelli partecipava attivamente a tutte le azioni: portava le taniche di benzina, l’esplosivo, il nastro adesivo. Si copriva il volto, scavalcava muri. Nel frattempo, anche se a distanza, continuava a curare le scelte editoriali della sua amata Casa e, di tanto in tanto, riusciva anche a comparire a sorpresa: come quando, in occasione della presentazione del libro-intervista a Salvator Allende La vita cilena, scritto da Regis Debray, a Milano apparve all’improvviso e quasi nessuno lo riconobbe, senza baffi. Neppure l’amico di vecchia data Alberto Moravia, con cui passò gli ultimi istanti39.

Il 14 marzo 1972 Giangiacomo Feltrinelli fu trovato morto, dilaniato da un’esplosione, sotto un traliccio dell’alta tensione a Segrate, vicino Milano. Non si seppe mai cosa accadde davvero quella notte: le principali ipotesi ruotarono intorno all’omicidio o all’incidente. La prima tesi fu sostenuta in un manifesto diffuso poco dopo che recitava «Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato», firmato – tra gli altri – da Eugenio Scalfari. Forti della stessa convinzione, i membri delle BR condussero un’inchiesta propria. Venne ipotizzato il coinvolgimento di CIA, KGB, servizi segreti italiani.

La tesi dell’incidente venne, invece, avvalorata dalle testimonianze di alcuni ex membri dei GAP, al processo che fu intentato contro di loro nel 1979. In tale frangente, molti ribadirono che il loro compagno Osvaldo non era stato vittima di nessun attentato, ma che era morto combattendo da rivoluzionario.

Ciò che ormai si sa per certo è che quella notte Feltrinelli si era recato a Segrate assieme a due compagni, i cui soprannomi erano C. F. e Gunter, per un’azione di sabotaggio. Se la sua morte sia stata un incidente o se qualcuno, intercettando le intenzioni di Osvaldo, lo abbia legato al traliccio per poi farlo esplodere probabilmente non si saprà mai.

Conclusioni. Feltrinelli il rivoluzionario

In modo plateale se ne andava, quella notte, uno dei protagonisti più controversi della scena politica italiana degli anni Cinquanta e Sessanta. Non solo: se ne andava un uomo che – in barba alla propria provenienza familiare – aveva deciso di seguire un ideale impossibile da collocare e incasellare in una categoria precostituita.

Antifascismo, libertà: questi i capisaldi del suo attivismo politico, che non riuscirono, comunque, a incontrarsi sulla strada con il partito che dell’antifascismo aveva fatto il proprio segno distintivo, il Pci. Come si è visto in queste pagine, il rapporto tra Feltrinelli e la politica non fu mai lineare e non sarebbe potuto essere altrimenti per un uomo dal temperamento forte, indipendente, rivoluzionario come lui. Per alcuni fu un eroe, un Che Guevara nostrano; per altri, un semplice fanatico, un comunista per finta, in fondo solo un miliardario che dalla vita aveva avuto tutto e che non si accontentava mai. Comunque lo si voglia definire, a lui dobbiamo capolavori della letteratura che forse non avremmo conosciuto mai, dal Gattopardo al Dottor Zivago. E fu uno degli ultimi editori protagonisti, assieme a Einaudi, Mondadori, Bompiani e pochi altri. Editori che alla loro attività di ricercatori inesausti di libri che potessero cambiare il mondo hanno dedicato la propria esistenza.

Breve bibliografia di riferimento:
E. EISESTEIN, La rivoluzione inavvertita. La stampa come fattore di mutamento, Bologna, Il Mulino, 1986;
E. GARIN, Editori italiani fra Ottocento e Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1991;
M. SANTORO, Storia del libro italiano. Libro e società in Italia dal Quattrocento al Novecento, Milano, Editrice Bibliografica, 1994;
Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, a cura di G. Turi, Firenze, Giunti, 1997;
C. FELTRINELLI, Senior Service, Milano, Feltrinelli, 1999;
A. GRANDI, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Milano, Baldini & Castoldi, 2000;
G. C. FERRETTI, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004;
N. TRANFAGLIA, A. VITTORIA, Storia degli editori italiani, Roma-Bari, Laterza, 2007;
M. SERRI, Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), Milano, Longanesi, 2012.

  1. C. Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 13.
  2. Ivi, p. 25.
  3. Ivi, pp. 30-31.
  4. Cfr. G. C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004, specie a p. 202.
  5. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., pp. 53-54.
  6. Ivi, p. 37.
  7. Ivi, p. 40.
  8. Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/giangiacomo-feltrinelli_%28Dizionario-Biografico%29/.
  9. Cfr. A. Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Milano, Baldini & Castoldi, 2000, p. 150.
  10. G. C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., p. 202.
  11. A. Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, op. cit., p. 152.
  12. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., p. 70.
  13. A. Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, op. cit., p. 154.
  14. Cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 456.
  15. Cfr. A. Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, op. cit., p. 157.
  16. Cfr. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., pp. 76-77.
  17. G. Turi, Cultura e poteri nell’Italia repubblicana, Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, a cura di G. Turi, Milano, Giunti, 1997, pp. 383-448, cit. a p. 416.
  18. G. C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., p. 89.
  19. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., p. 97.
  20. Intervista di Sandro Viola, in «L’Espresso», 9 dicembre 1962; cfr. A. Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, op. cit., p. 181.
  21. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., p. 101.
  22. A. Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, op. cit., p. 198.
  23. Cfr. A. Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, op. cit., pp. 198 e sgg.
  24. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., p. 122.
  25. Ivi, p. 133.
  26. Cfr. A. Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, op. cit., p. 211.
  27. G. C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, op. cit., p. 203.
  28. Cfr. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., pp. 167-168.
  29. Cfr. A. Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, op. cit., pp. 263-264.
  30. Ivi, p. 265.
  31. Ivi, pp. 290-295.
  32. Cfr. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., p. 297.
  33. M. Serri, Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), Milano, Longanesi, 2012, pp. 156-157.
  34. Cfr. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., pp. 309-310.
  35. A. Grandi,Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, op. cit., p. 354.
  36. Ivi, pp. 390-393.
  37. Cfr. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., pp. 349-350.
  38. Ivi, p. 354.
  39. Cfr. C. Feltrinelli, Senior Service, op. cit., p.398.
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