Oriana Fallaci (1929-2006)

Autore di Sara Bernardini

Giornalista e scrittrice dalla penna arguta e vivace, ha saputo raccontare la storia, quella della sua vita così come quella dei personaggi noti incontrati durante il suo intenso cammino professionale – partendo dalle star hollywoodiane per finire con i “potenti della Terra” –, con il piglio sicuro di chi sa il fatto suo e ha sempre un’opinione. Oriana Fallaci, infatti, non si limitava mai a riportare un semplice resoconto, grazie alla sua straordinaria abilità nel diventare lei stessa, lei che in fondo era “soltanto” l’autrice ‒ o meglio lo «scrittore»1 ‒, protagonista di qualunque cosa scrivesse. Riportando sempre la propria opinione grazie all’immancabile Lettera 222, la giornalista Oriana Fallaci ha violato uno dei più importanti “comandamenti” della professione: l’obiettività.

La formazione

Io sono cresciuta nella guerra. Tutto ciò che sono, tutto ciò che ho capito politicamente, lo sono e l’ho capito durante la Resistenza. Essa è caduta su di me come la Pentecoste sulla testa degli apostoli3.

La vita è stata, senz’altro, la scuola che più di ogni altra ha contribuito alla sua formazione. Come donna, ma soprattutto come «scrittore». Una vita, quella della Fallaci, che l’ha vista interpretare il ruolo di brillante protagonista fin dalla prima adolescenza quando, grazie alla sua sagacia, venne impiegata come staffetta durante la Seconda guerra mondiale. In sella alla propria bicicletta Oriana portava manifesti, giornali, messaggi e qualche volta anche armi, consapevole che ogni pedalata era un passo verso la liberazione dell’Italia dal regime mussoliniano. In quel periodo Oriana, avendo collaborato attivamente col nucleo cittadino di Giustizia e Libertà, legato al Partito d’Azione, ebbe modo di maturare criticamente una consapevolezza politica grazie alla vitale esperienza a contatto con i partigiani4.

Nacque a Firenze il 29 giugno 1929 da genitori entrambi fiorentini, l’intagliatore Edoardo Fallaci e la sarta Tosca Cantini, i quali, pur essendo di modesta estrazione sociale, le trasmisero, fin dal nome5, la passione per la letteratura. C’era, infatti, in casa Fallaci un’intera stanza adibita a biblioteca, ribattezzata per l’appunto la “stanza dei libri”, in cui Oriana, immersa tra le pagine piene di avventura di Jack London, maturò il desiderio di fare lo «scrittore»:

Io più che il giornalista ho sempre pensato di fare lo scrittore. Quando ero bambina, a cinque o sei anni, non concepivo nemmeno per me un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Io mi sono sempre sentita scrittore, ho sempre saputo d’essere uno scrittore, e quell’impulso è sempre stato avversato in me dal problema dei soldi, da un discorso che sentivo fare a casa: «Eh! Scrittore, scrittore! Lo sai quanti libri deve vendere uno scrittore per guadagnarsi da vivere? E lo sai quanto tempo ci vuole a uno scrittore per esser conosciuto e arrivare a vendere un libro?6.

Tutti, dunque, in casa le ripetevano che fare lo scrittore era una cosa da ricchi poiché non ci si guadagnava da vivere pubblicando libri. Così Oriana, non essendo ricca, pensò di cominciare facendo la giornalista, dimostrando in tal modo di essere, oltre che protagonista, anche un’abile regista della propria vita, essendo riuscita a condurla esattamente nella direzione da lei voluta.

Regista brillante, proprio come il suo amico Federico Fellini, che la Fallaci intervistò nel 1963, dopo l’uscita di Otto e mezzo, film di cui Fellini è regista e, secondo Oriana, anche indiscusso protagonista:

Il protagonista del film ha quarantatré anni, è un regista, ed è Federico Fellini. Anche se lei lo ha chiamato Guido Anselmi (…) Tanto lo sappiamo tutti, ormai, che il suo film è autobiografico: sfacciatamente, indiscutibilmente autobiografico. Perfino il cappello di Guido Anselmi è identico al suo. Perfino il modo di buttarsi il cappotto sulle spalle, di camminare, di sorridere7.

Inizialmente il giornalismo fu per Oriana soltanto un modo per guadagnare, un mezzo per realizzare il suo sogno di diventare «scrittore». Ciò non le impedì, comunque, di scrivere né tantomeno di leggere tutto quello che trovava in casa, facendosi ben presto una notevole cultura letteraria, anche se da autodidatta e disordinata.

Sua madre Tosca la spronava nello studio e nella lettura, alimentata da un desiderio di rivincita personale, dal momento che lei non poté farlo. Oriana diventò così un’ottima allieva, brillante e intelligente e con voti sempre molto alti. Frequentò il liceo classico Galileo Galilei di Firenze, dove si diplomò con ottimi voti. Dopo il liceo decise di iscriversi all’università e di frequentare la facoltà di medicina che, come sosteneva suo zio Bruno, dava una vera conoscenza dell’uomo: per fare lo scrittore non bisognava fare studi da letterato.

Oltre ai genitori, l’uomo che, in effetti, ebbe un ruolo fondamentale nella formazione intellettuale di Oriana fu Bruno Fallaci, fratello maggiore del padre. Ben lontano dal mondo dei suoi genitori, Bruno era un intellettuale e giornalista di successo, responsabile della pagina culturale del quotidiano fiorentino «La Nazione», poi direttore di «Epoca». Nell’elencare le regole del giornalismo, come prima cosa raccomandava a Oriana di non annoiare il lettore8. Lo zio Bruno era sposato con la scrittrice Gianna Manzini, la quale, dopo la separazione dal marito nel 1933, si trasferì a Roma. Di lei restò solo la calligrafia con le grandi vocali rotonde che Oriana si sforzava di imitare. Nacque, così, la sua inconfondibile firma.

Gli articoli

Io al giornalismo, devo tutto. Ero una bambina povera: al giornalismo devo il fatto di non essere una donna povera. Ero una donna piena di curiosità, desiderosa di vedere il mondo: e questo l’ho fatto, grazie al giornalismo. Ero cresciuta in una società dove le donne sono oppresse, maltrattate: e al giornalismo devo il fatto di aver potuto vivere come un uomo9.

Per pagarsi gli studi, la Fallaci iniziò a lavorare per il quotidiano di Firenze «Il Mattino dell’Italia centrale», con cui continuò a collaborare anche dopo aver abbandonato l’università. Giovanissima, già mostrava un talento eccezionale nel rendere descrizioni che assomigliavano a immagini cinematografiche piene di intensità, rivelando fin da subito le sue doti di grande narratrice. Per riuscire in un lavoro dominato da uomini doveva dimostrare di essere la più brava e lo faceva riscrivendo decine di volte ogni articolo, studiando ogni argomento prima di parlarne, leggendo i grandi scrittori per imparare da loro l’eleganza dello stile. Oriana fece così della professione giornalistica, per lo più costellata di nomi maschili, la propria professione.

Nell’aprile del 1951 scrisse un articolo su una vicenda accaduta a Fiesole. Poiché il prete rifiutava il funerale religioso a un comunista cattolico, i suoi compagni di partito rubarono i paramenti e i ceri in chiesa e gli fecero il funerale a modo loro. Oriana intitolò l’articolo Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini e lo spedì ad Arrigo Benedetti, direttore dell’«Europeo», il settimanale più prestigioso dell’epoca, poiché sapeva che l’articolo non poteva essere pubblicato su un giornale democristiano quale «Il Mattino». D’altra parte, non si aspettava nemmeno di vederlo pubblicato sul settimanale che, al contrario, esibì in prima pagina un’Oriana Fallaci a caratteri cubitali.

Dopo che era stata licenziata dal direttore del «Mattino», lo zio Bruno Fallaci la chiamò a lavorare per «Epoca», di cui era diventato direttore, facendole scrivere articoli di poco conto, dal momento che non voleva essere accusato di nepotismo, fino alle elezioni del sindaco di Firenze del 1951. Oriana aveva solo ventidue anni, ma scriveva già di politica come nessuno aveva fatto prima. Quando, dopo meno di un anno, Bruno Fallaci venne rimosso dalla carica di direttore, Oriana fu licenziata con lui10 e decise, dietro suggerimento di Benedetti, di trasferirsi a Roma, dove, proprio nei primi anni Cinquanta, stava iniziando la stagione del grande cinema italiano. La capitale era, dunque, il luogo perfetto in cui reperire notizie di cinema e di mondanità per conto dell’«Europeo», notizie per cui Oriana non nutriva alcun interesse, dato che voleva scrivere di politica: pur essendo giovane, pur essendo solo una collaboratrice e, soprattutto, pur essendo una donna.

Grazie alla sua notevole intraprendenza, nel 1954 riuscì a compiere un viaggio stampa che inaugurava la linea aerea Roma-Teheran. Senza perdere tempo, Oriana si fece ricevere dall’imperatrice Soraya, la quale accettò di incontrarla a patto che non le rivolgesse domande di politica. Oriana, pur rispettando le condizioni poste, scrisse un articolo in cui riuscì non solo a parlare, seppure in modo sottile, di politica dalla prima fino all’ultima riga – l’articolo si apriva con il colpo di Stato militare che qualche mese prima aveva cercato di far cadere lo scià –, ma anche a mettere interamente a nudo l’imperatrice, avendone descritto perfino i silenzi e avendo fatto dire loro più di quanto non avessero detto le parole stesse.

La capacità di Oriana nello svelare i personaggi era già tutta in quel primo articolo internazionale. La sua interpretazione era al centro dell’intervista e portava l’interlocutore dove lei decideva di farlo andare. Nel suo modo inconfondibile di costruire le interviste, Oriana non si limitava semplicemente a riportare un susseguirsi di domande e risposte, costruendo invece una storia vera e propria, con un inizio e una fine. Molto spesso, infatti, compensava la scarsità degli elementi raccolti con la sua vena narrativa, che la portava a costruire, così, piccoli racconti, dei quali diventava ella stessa protagonista. Un talento che dimostrò straordinariamente in occasione del viaggio stampa a Los Angeles nel 1955, quando quella che doveva essere un’intervista a Marilyn Monroe si trasformò in un articolo sulla caccia della giovane giornalista italiana all’inafferrabile diva del cinema americano.

Da questo primo viaggio in America nacque l’idea di un reportage pubblicato sull’«Europeo» nell’autunno del 1957 e intitolato Hollywood vista dal buco della serratura11, i cui articoli vennero raccolti in un libro edito nel 1958 da Longanesi col titolo I sette peccati di Hollywood12, con prefazione del regista Orson Welles, che ammirava la giovane giornalista italiana per aver messo a nudo le star americane con talento e acuta sfrontatezza.

Grazie al successo di vendite, il nome di Oriana cominciò a essere noto al pubblico italiano, raggiungendo ben presto fama nazionale e non solo. In pochi anni la Fallaci diventò l’unico giornalista italiano conosciuto e letto in tutto il mondo.

Il suo sogno di scrivere e pubblicare libri si realizzò ancora una volta nel 1960, quando il direttore dell’«Europeo» le propose di fare un viaggio alla scoperta della condizione delle donne nei vari Paesi del mondo. Prima tappa del viaggio era la Turchia, dove Oriana incontrò le donne liberate dalla rivoluzione laica di Atatürk13, donne che le sembrarono molto più emancipate delle sue connazionali: «Donne mussulmane che non portano il velo e sono quindi libere, rispettate e infelici come lo siamo in Occidente, vale a dire sapendo di esserlo: che è sempre un vantaggio»14.

In Pakistan avvenne il primo contatto traumatico con l’Islam: «La prima impressione che una donna occidentale riceve giungendo in Paesi rigorosamente mussulmani è, come in Pakistan, quella d’essere l’unica donna sopravvissuta a un diluvio universale dove siano affogate tutte le donne del mondo»15.

A Karachi, dopo aver assistito per caso a un corteo matrimoniale che portava in processione una donna nascosta sotto chili di tessuto rosso come fosse stato un pacco, nacquero le prime perplessità di Oriana sull’Islam, su come questa religione trattava le donne:

Questa fascia di terra dove non esistono zitelle, né matrimoni d’amore, e la matematica diventa opinione, comprende ben seicento milioni di persone la metà delle quali, a occhio e croce, son donne che vivono dietro la nebbia fitta di un velo e più che un velo è un lenzuolo il quale le copre dalla testa ai piedi come un sudario: per nasconderle agli sguardi di chiunque non sia il marito, un bimbo o uno schiavo senza vigore. Questo lenzuolo, che si chiami purdah16 o burkah17 o pushi o kulle18 o djellabah19, ha due buchi all’altezza degli occhi oppure un fitto graticcio alto due centimetri e largo sei: attraverso quei buchi o quel graticcio esse guardano il cielo e la gente come attraverso le sbarre di una prigione. Questa prigione si estende dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano percorrendo il Marocco, l’Algeria, la Nigeria, la Libia, l’Egitto, la Siria, il Libano, l’Iraq, l’Iran, la Giordania, l’Arabia Saudita, l’Afghanistan, il Pakistan, l’Indonesia: il regno sterminato dell’Islam20.

Il suo viaggio alla scoperta della condizione femminile era appena iniziato, ma lei aveva già trovato la condizione, a suo giudizio, peggiore al mondo, quella delle donne dell’Islam: «Sono dunque le donne più infelici del mondo, queste donne col velo, e il paradosso è che spesso non sanno di esserlo perché non sanno ciò che esiste al di là del lenzuolo che le imprigiona»21. Da questo reportage nacque il libro intitolato Il sesso inutile22, che da una parte segnò il passaggio dai temi mondani a quelli più impegnati, dall’altra la trasformò in una celebrità internazionale. Il libro venne tradotto in undici lingue e il nome di Oriana uscì dai confini dell’Italia.

I libri

Già quando ero bambina avevo voglia di scrivere libri. Non di essere scrittrice, di scrivere dei libri, perché amo i libri, la carta dei libri23.

Nel 1962 uscì il romanzo Penelope alla guerra24, che l’autrice stessa definì come un libro femminista, essendo un’opera in cui la protagonista Giovanna, detta Giò, rifiuta il ruolo domestico che la società, impermeabile alle nuove esigenze femminili, si ostina ancora ad attribuire alla donna. Giò è, invece, l’emblema della donna libera che rinuncia finanche alla propria verginità, pur di potersi liberare dai tabù e raggiungere, oltre al diritto di lavorare come un uomo, anche l’uguaglianza sessuale.

Nel 1963 pubblicò Gli antipatici25, un libro che raccoglie alcune sue interviste a personaggi del jet set26 famosi per il loro cattivo carattere. Oriana lo considerò un modo per congedarsi dal mondo delle celebrità: i suoi articoli sull’«Europeo», infatti, non parlavano più di cinema e mondanità, bensì di premi Nobel e premi Strega, come la scrittrice Natalia Ginzburg27.

Due anni dopo pubblicò Se il sole muore28, di nuovo un libro autobiografico, come tutti i libri della Fallaci, del resto. Pur essendo un reportage in cui la giornalista intervista gli astronauti statunitensi impegnati nella preparazione della missione spaziale, è costruito come un dialogo a distanza con il padre. Edoardo Fallaci era un uomo all’antica, che non aveva mai voluto neanche prendere un aereo, e proprio per questo Oriana gli dedicò il volume: «A mio padre che non vuole andar sulla Luna perché sulla Luna non ci sono fiori né pesci né uccelli»29.

Nel 1970 uscì un secondo libro sulla corsa allo spazio intitolato Quel giorno sulla Luna30. Tra il primo e il secondo volume sullo spazio, sulla Terra successe qualcosa: gli Stati Uniti combattevano a fianco del Vietnam del Sud nella guerra contro il Vietnam del Nord. Nacque, così, Oriana Fallaci reporter di guerra.

I reportage dal fronte

Fare fotografie mi dà qualcosa da fare in battaglia e mi aiuta a non essere troppo spaventata31.

A Saigon, nel novembre del 1967, conobbe François Pelou32, direttore dell’Agence France-Presse33 locale, grazie all’aiuto del quale Oriana presentò la domanda al comando americano per andare al fronte e venne mandata al campo militare di Dak To, una pista di atterraggio su una collina isolata. Zaino in spalla, elmetto in testa, di giorno si teneva occupata facendo domande ai soldati e prendendo appunti, mentre di notte la assaliva il terrore provocato dai colpi del fuoco nemico. Rimase al campo tre giorni, i più lunghi della sua vita.

Una volta che fu ritornata a Saigon, François le insegnò quanto aveva imparato in anni di esperienza sul campo, diventando la sua guida professionale e morale. Con i suoi contatti la aiutò a ottenere interviste che da sola non sarebbe riuscita a fare – come quella a due prigionieri vietcong – e a vivere delle esperienze da cui nacquero reportage eccezionali.

L’anno seguente François fu mandato a dirigere la sede della France-Presse in Brasile, mentre la Fallaci tornò molte volte in Vietnam come inviata di guerra dell’«Europeo». Usò i propri quaderni pieni di appunti per scrivere articoli e un libro intitolato Niente e così sia34, pubblicato nel 1969 e tradotto con successo anche all’estero. Anche questo libro è costruito come un dialogo, un dialogo con François che Oriana non si stancava mai di ascoltare mentre raccontava le sue storie, quello che aveva vissuto e ciò che aveva imparato. Oriana, a sua volta, imparò molto da lui: ad esempio, a vedere la guerra e a vedere l’eroismo – la sua ossessione fin dai tempi della Resistenza –, senza rinunciare a indagare l’elemento umano, e facendolo con grande acume e sensibilità.

Le interviste

Quale altro mestiere ti permette di scrivere la storia nell’attimo del suo divenire?35

Il 1969 fu la volta del Vietnam del Nord, dove, nonostante il rigido programma messo a punto dal regime, la Fallaci riuscì a intervistare il generale Giáp. Come d’abitudine, si preparò all’intervista leggendo articoli e una sua biografia, riuscendo ancora una volta a cogliere l’elemento umano dell’intervistato, sebbene il generale avesse rifiutato il registratore36. Dopo l’intervista, i funzionari del regime le consegnarono il testo, l’unico, che era autorizzata a pubblicare, testo che naturalmente Oriana pubblicò accanto al proprio articolo.

Dopo essere uscita sull’«Europeo», l’intervista venne ripresa anche dai principali quotidiani europei e americani, suscitando molto scalpore: Oriana non solo era riuscita a incontrare una sorta di leggenda vivente che raramente concedeva interviste, ma soprattutto era riuscita a fargli dire cose che non aveva mai detto. Fu il suo primo scoop politico.

Le interviste della Fallaci ebbero una risonanza tale che vennero studiate perfino nelle scuole di giornalismo americane. Il suo modo personale di parlare di politica divenne il “metodo Fallaci”, una tecnica affinata in anni di esperienza a Hollywood, che diede vita alle cosiddette “Fallaci interviews”, le interviste ai leader politici per eccellenza.

L’incontro che le diede la fama mondiale fu quello con Henry Kissinger37, che intervistò il 4 novembre 1972 nel suo studio alla Casa Bianca, grazie alla sua risposta su come spiegasse la sua popolarità:

Ma sì, glielo dirò. Tanto che me ne importa? Il punto principale nasce dal fatto che io abbia sempre agito da solo. Agli americani ciò piace immensamente. Agli americani piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo, il cowboy che entra tutto solo nella città, nel villaggio, col suo cavallo e basta38.

Nacque uno scandalo tale che, l’articolo, dopo essere stato pubblicato sull’«Europeo», apparve anche su tutti i grandi giornali americani, con grande imbarazzo di Kissinger che provò a smentire, subito contraddetto dalla Fallaci che minacciò di diffondere la registrazione del loro incontro.

Oriana si guadagnò, così, il titolo di intervistatrice politica più temuta al mondo. Si preparava sempre con grande minuzia agli incontri, leggendo tutto quanto esistesse sulla persona che doveva intervistare. Le sue interviste duravano molto tempo, dalle quattro alle sei ore, durante le quali poneva domande dirette e impertinenti e si faceva ripetere le risposte per essere sicura di aver capito. Impiegava molto tempo anche nella stesura dell’articolo: prima trascriveva le registrazioni, poi procedeva al montaggio del testo come se si fosse trattato di una pièce teatrale. Le sue interviste erano vere e proprie narrazioni – quindi anche di diverse pagine – in cui Oriana non metteva solo le proprie opinioni, ma perfino i suoi sentimenti. La Fallaci, infatti, non credeva nel giornalismo obiettivo, anzi rivendicava fermamente il diritto di interpretare i fatti sulla base delle sue idee e delle sue impressioni. In ogni intervista emergevano le sue opinioni politiche, i suoi sentimenti nei confronti degli intervistati – che perlopiù non le piacevano perché non le piaceva il potere –, i suoi pensieri che condivideva sia con i suoi interlocutori sia con i lettori. Faceva domande che variavano tra questioni pubbliche e vita privata, senza dimenticarsi mai di sé stessa.

Tutti i più importanti personaggi politici di quegli anni passarono davanti al suo registratore. A tutti pose le sue domande difficili, senza preoccuparsi delle conseguenze. D’altra parte, Oriana considerava così il suo lavoro di giornalista: «I giornalisti non si limitano a riportare eventi. Creano eventi. O almeno li provocano. Quando intervisto un leader politico e gli pongo certe domande, ottengo certe risposte e provoco un evento intorno a cui vi saranno discussioni. E a causa del quale, forse, vi saranno conseguenze politiche»39. Non a caso nel 1972 provocò un incidente diplomatico tra India e Pakistan per aver riportato nel suo articolo le opinioni che Indira Gandhi e Ali Bhutto, i primi ministri dei due Paesi, avevano l’una dell’altro. Indira, poiché Bhutto disse di considerarla una donna mediocre con un’intelligenza mediocre, annullò il proprio viaggio ufficiale in Pakistan, incontro che venne poi confermato solo dopo molto lavoro delle due cancellerie.

Tra la fine del 1973 e il 1974 realizzò per «L’Europeo» una serie di interviste ai leader politici italiani, su richiesta del direttore che voleva vedere il “metodo Fallaci”, oramai famoso in tutto il mondo, applicato al nostro Paese. Iniziò la serie intervistando l’allora presidente della Camera, Sandro Pertini.

L’uomo non ha bisogno di presentazioni. Si sa tutto su Sandro Pertini, presidente della Camera. Si conosce il suo bel passato di antifascista condannato all’ergastolo e a morte, il suo bel presente di socialista privo di fanatismi e di dogmi, il suo coraggio, la sua onestà, la sua dignità, la sua lingua lunga. Nessun segreto da svelare su questo gran signore che della libertà ha fatto la sua religione, della disubbidienza il suo sistema di vita, del buon gusto la sua legge. Nessuna scoperta da annunciare su questo gran vecchio dilaniato dalle dolcezze e dai furori, collerico, impertinente, elegante di dentro e di fuori, con quelle giacche sempre impeccabili, quei pantaloni sempre stirati, quel corpo minuto, fragile, che nemmeno le legnate degli squadristi riuscirono a frantumare. È noto che ama la moglie, i quadri d’autore, le poesie, la musica, il teatro, la cultura, che è un uomo di cultura e uno dei pochissimi politici di cui possiamo andar fieri in Italia. È anche un uomo che ha tanto da dire, senza esser sollecitato. Infatti non si intervista Sandro Pertini. Si ascolta Sandro Pertini. Nelle sei ore che trascorsi con lui, sarò riuscita sì e no a piazzare quattro o cinque domande e due o tre osservazioni. Eppure furono sei ore di incanto40.

Alekos e Alitaki41

Il simbolo del coraggio, della dignità, dell’amore per la libertà42.

Il 23 agosto 1973 incontrò Alessandro Panagulis43, dopo essersi ‒ come sempre ‒ preparata con cura all’intervista. Prima di allora, infatti, Oriana non si era mai occupata del suo caso: il 13 agosto 1968, quando Panagulis fece esplodere una bomba per uccidere Papadopoulos44, capo della giunta dei colonnelli, lei era impegnata in Vietnam, mentre, quando fu condannato prima a morte e poi al carcere duro, era convalescente dopo il ferimento a Città del Messico45.

Panagulis rappresentava per Oriana l’incarnazione del suo paradigma di uomo, della figura che era sempre stata al centro del suo immaginario, quella dell’eroe. In lui la Fallaci vedeva il simbolo dell’eroe solitario in lotta contro il potere. Non a caso, infatti, intitolò Un uomo46 il romanzo scritto per celebrare Panagulis.

Alessandro Panagulis, Alekos come lo chiamavano parenti e amici, incarnava tutto ciò in cui Oriana credeva: il coraggio fisico e morale ‒ subì per cinque anni spaventose torture senza mai confessare nulla ‒, la lotta contro il potere per la libertà. Quando Oriana arrivò nella sua abitazione, piena di amici e parenti in visita, quell’uomo le andò incontro per abbracciarla:

Successe qualche cosa tra di noi quando entrai in questa stanza, e vidi quest’omino che mi veniva incontro sorridendo e a mani tese. Non era il bel ragazzo che incontraste quando lo portai in Italia, che aveva ripreso a nutrirsi di sole, di ossigeno, di buon cibo. Non era nemmeno pallido: era cinereo con sfumature verdognole e occhiaie violacee sotto gli occhi infossati. Non fu certo un’attrazione fisica quella che provai. È che in lui riconobbi davvero tante creature da me conosciute per il mondo, creature che avevano donato la loro vita a un ideale e che, per quell’ideale, avevano conosciuto torture bestiali, galera, spesso la morte47.

L’intervista andò avanti per ore; Oriana poneva le domande, Alekos rispondeva con voce pacata tenendo la pipa tra i denti e mordendola nei momenti più drammatici dell’intervista. Dopo il fallito attentato a Papadopoulos, Alekos venne arrestato e torturato per più di due mesi dalla polizia militare perché denunciasse i suoi compagni. Quando la sua storia cominciò a suscitare interesse, i militari, anziché condannarlo a morte e farne un eroe, decisero di commutare la condanna in ergastolo e venne trasferito in una minuscola cella costruita appositamente per lui, un buco di cemento in mezzo al cortile del carcere di Boiati, dove rimase per cinque anni. Il 19 agosto del 1973 venne scarcerato grazie a un’amnistia generale e pochi giorni dopo incontrò quella giornalista così famosa, sui cui articoli Alekos aveva studiato l’italiano.

È con quell’uomo che Oriana andò a convivere per la prima volta, affrontando continui litigi perché il loro bisogno di indipendenza mal si conciliava con la vita in comune, complicata anche dal fatto che Alekos era un uomo tormentato, traumatizzato da quello che aveva subìto. In lui c’erano molte personalità scisse, come riconobbe egli stesso in una poesia scritta in carcere: «Quante vite ho partorito nel pensiero / per tentare di vincere la mia solitudine»48. Oriana amava molto le sue poesie, tanto da aiutarlo a ricostruire quelle scritte in carcere e quelle imparate a memoria quando non c’era carta per scriverle. Ne venne fuori un libro intitolato Vi scrivo da un carcere in Grecia49, con prefazione di Pier Paolo Pasolini50.

Per più di un anno Oriana non tornò a New York perché Alekos non ottenne il visto per gli Stati Uniti e decisero così, per l’incolumità di Panagulis, di trasferirsi a Firenze, dove rimasero fino all’agosto del 1974, quando, crollata la dittatura dei colonnelli, Panagulis decise di rientrare ad Atene e di candidarsi al Parlamento.

Ad Atene, nell’appartamento-ufficio dove Alekos andò ad abitare dopo essere stato eletto deputato, Oriana corresse le bozze di Lettera a un bambino mai nato51, un romanzo scritto di getto nel 1966, subito dopo aver perso il secondo bambino52.

Molto probabilmente il padre era un americano, sposato e con una promettente carriera, forse uno degli astronauti della Nasa. Oriana decise di affrontare la gravidanza da sola, ma, con grande dolore, perse il bambino al quinto mese di gravidanza, nel dicembre del 1965, a causa del ritmo frenetico del suo lavoro.

Il romanzo restò chiuso nel cassetto per quasi dieci anni. Nel 1974 il direttore dell’«Europeo» le chiese di preparare un inserto sull’aborto, ma Oriana rimase chiusa in casa per quattro mesi e tornò con il romanzo terminato, epurato dai dettagli troppo personali.

Dialogo di una madre con il figlio non ancora nato, il romanzo è carico di sentimenti contrastanti. La donna – senza nome, senza età, senza nazionalità, affinché tutte le donne del mondo possano identificarsi in lei – non è sicura di volere un figlio e non è nemmeno sicura che questo figlio voglia nascere. Durante un viaggio di lavoro avverte i primi dolori. Ha perso il bambino. Per lui le ultime parole: «Tu sei morto. Ora forse muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore»53. Questo però non era il finale che Oriana aveva in mente. È stato Alekos a lottare per quel “forse” che lasciasse qualche speranza. Oriana non aveva mai avuto dubbi sul fatto che la donna morisse. Negli anni Novanta, infatti, eliminò quel “forse”, togliendo alla frase ogni ambiguità.

Alekos venne ucciso in un incidente automobilistico nella notte tra il venerdì 30 aprile e il sabato 1° maggio del 1976. Il lunedì successivo avrebbe dovuto portare in Parlamento le carte segrete della polizia militare greca che avrebbero provato l’esistenza di un legame tra il ministro della Difesa e il regime dei colonnelli.

Nel gennaio del 1977 Oriana perse anche sua madre Tosca. Se la morte di Alekos arrivò improvvisa, quando i pericoli legati alla dittatura sembravano ormai lontani, quella della madre era, invece, attesa da lungo tempo. Oriana si ritirò a Casole per starle vicino e si dedicò al libro sulla prigionia che Alekos aveva accettato di scrivere, su consiglio di Oriana, progetto che però aveva abbandonato prima di ripartire per la Grecia.

Il romanzo Un uomo, risultato di un duro lavoro durato tre anni, si apre con il funerale di Alekos per poi passare al racconto dell’attentato fallito e dell’arresto. Descrive le torture e la prigionia54, per poi passare alla loro storia d’amore e chiudere con la drammatica scena finale della morte di Alekos. Pubblicato nel luglio del 1979, il libro ebbe un enorme successo in Italia e all’estero. Secondo Oriana Un uomo era al tempo stesso un’elegia, un romanzo verità e una fiaba su un eroe solitario in lotta contro il potere.

Le Fallaci interviews

Io ho sempre fatto politica: scrivendo, agendo, vivendo55.

Dopo tre anni di isolamento a Casole, Oriana riprese a viaggiare e a intervistare personaggi di spicco dello scenario politico del tempo, pubblicando le interviste anche sui grandi giornali americani come il «Washington Post» e il «New York Times» oltre che sul «Corriere della Sera».

La sua tecnica giornalistica non dava respiro agli interlocutori, intenta com’era a scavare al di là del ruolo che ciascuno di essi ricopriva: non a caso Oriana registrava gli incontri per indagare meglio la psicologia dell’intervistato.

Di fronte ai potenti si dichiarava esplicitamente di parte: «Il mio giornalismo è passionale perché la mia mente è passionale, perché le mie idee e le mie credenze sono passionali»56.

Grazie alla sua celebrità ottenne di incontrare Khomeini in Iran. Non era facile per un giornalista occidentale, per di più donna, intervistare il leader della Rivoluzione islamica che aveva rovesciato lo scià, tra l’altro intervistato da Oriana già nel 1973.

L’incontro passò alla storia perché Oriana si tolse provocatoriamente il chador, sfidando Khomeini il quale, infastidito dalle domande sulla condizione femminile in Iran, le rispose: «Se la veste islamica non le piace non è obbligata a portarla. Il chador è per le donne giovani e perbene»57.

Khomeini, che non accettò di trovarsi in presenza di una donna con il capo scoperto, abbandonò la stanza:

Se sei donna infatti è peccato mostrare il collo e i capelli perché (chi lo avrebbe mai detto?) il collo e i capelli sono gli attributi femminili da cui un uomo si sente maggiormente adescato. Per coprire quelle vergogne è doveroso portare un foulard a mo’ di soggolo monacale, però meglio il chador cioè il funereo lenzuolo che nasconde l’intero corpo58.

L’intervista, tradotta in tutto il mondo, mostrò che Oriana non aveva perso la grinta di un tempo: faceva domande polemiche, cercava lo scontro, anche se l’imam non raccoglieva le provocazioni e «risponde distaccato e benevolo, centellinando una voce così bassa da suonare un sussurro»59.

Nello stesso 1979 la Fallaci intervistò anche Gheddafi:

Giunsi a Tripoli domenica 18 novembre, proveniente da Nuova York via Roma, dopo aver richiesto e fissato l’intervista attraverso il rappresentante della Libia all’ONU. La data dell’incontro non era stabilita sebbene mi fosse stato fatto capire che probabilmente avrei visto Gheddafi a metà settimana, verso mercoledì o giovedì. In nessuno di quei due giorni l’incontro avvenne perché, mi spiegò il suo segretario personale, Ibraim Ngiad, il colonnello era oppresso da “moltissimi impegni”. Anzitutto, la visita del ministro degli esteri e del rappresentante dell’ufficio politico dello Yemen del Sud (lo Yemen comunista), poi la visita del presidente dello Yemen del Nord, infine una serie di incontri e di comizi con le associazioni degli studenti libici, coi congressi popolari, con gruppi di miliziani e di soldati. Informazione questa alla quale non detti molto peso e di cui colgo soltanto ora l’importanza: l’attacco all’ambasciata americana di Tripoli è partito infatti dagli studenti e ad esso hanno partecipato anche numerosi miliziani in uniforme e soldati. Nelle prime ore del pomeriggio di venerdì 23 novembre venni informata che l’incontro con Gheddafi sarebbe avvenuto verso le diciotto, e infatti alle diciassette venni prelevata al mio albergo insieme al fotografo del Corriere Giuseppe Colombo. Alle diciassette e mezzo, dopo essere stata accuratamente perquisita, ero nell’ufficio di Gheddafi che però si presentò soltanto alle ventuno e quindici dicendo che aveva dovuto ricevere nuovamente per alcune ore il presidente dello Yemen del Nord. L’intervista, registrata su nastro da me e da lui, durò fino a mezzanotte meno venti quando fissai un secondo incontro per l’indomani. L’indomani pomeriggio, sabato 24 novembre, venni prelevata come il giorno prima e condotta nella tenda che Gheddafi tiene all’interno del campo militare in cui abita. Stavolta l’intervista incominciò verso le diciotto e durò fin verso le venti e quindici. Il filosovietismo e l’antiamericanismo di Gheddafi si espressero in questo secondo incontro con raddoppiata virulenza estendendosi all’Occidente (…). Non chiesi a Gheddafi (la domanda mi è stata rivolta dall’agenzia Reuter) se anche in Libia l’ambasciata americana e le ambasciate occidentali rischiavano attacchi come quelli avvenuti in Iran, in Pakistan, in India, in Turchia, nel Bangladesh. Non glielo chiesi perché mi parve ingenuo sollecitare una risposta cui nessun capo politico con un po’ di cervello avrebbe reagito in termini affermativi (…). Però, ecco il punto interessante, prima di congedarsi il suo segretario mi chiese quando avrei pubblicato l’intervista. Ed io risposi: “Domenica 2 dicembre sul «Corriere della Sera», subito dopo sul «New York Times» e sugli altri quotidiani e settimanali che pubblicano le mie interviste negli Stati Uniti, in Europa, nell’America Latina e in Asia”. Se Gheddafi voleva materializzare con un esempio tutto ciò che mi aveva detto e magari far questo contemporaneamente alla pubblicazione dell’intervista, il tempo necessario ad organizzare la cosa non gli è mancato60.

Oriana scrisse l’articolo il giorno seguente alla pubblicazione dell’intervista a Gheddafi, stesso giorno dell’attentato all’ambasciata americana a Tripoli:

Neanche due ore dopo l’incendio dell’ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli un diplomatico americano mi ha telefonato chiedendo se ritenevo che esistesse un rapporto tra l’episodio e l’intervista (appena pubblicata dal «Corriere della Sera») che avevo ottenuto da Gheddafi. Intervista con la quale egli professava un aperto filosovietismo e si scagliava con inaspettata violenza contro gli Stati Uniti (…). Subito dopo la chiamata del diplomatico americano, numerosi giornalisti stranieri mi hanno telefonato ponendomi lo stesso quesito e, da Washington, la France Presse ha trasmesso un dispaccio nel quale si diceva che le autorità americane non avevano ancora stabilito se esistesse un legame fra l’attacco avvenuto domenica mattina alla loro ambasciata di Tripoli e la quasi contemporanea pubblicazione della mia intervista a Gheddafi61.

In quel periodo era soprattutto il Medio Oriente ad attirare l’attenzione di Oriana, specie per gli avvenimenti che vi avevano luogo. Nel giugno del 1982 Israele invase il Libano per costringere le forze armate palestinesi a ritirarsi dal Paese. Oriana decise di recarsi a Beirut e lì di intervistare il generale Ariel Sharon62, comandante dell’esercito israeliano. Oriana, che come sempre si era ben documentata, cercò di fargli ammettere che la cacciata dei palestinesi dal Libano fosse stata in realtà una vittoria di Pirro, in quanto aveva attirato la solidarietà internazionale nei loro confronti, e che anche gli ebrei – al pari dei palestinesi di Arafat – avevano fatto esplodere bombe quando si batterono contro gli arabi e gli inglesi per fondare Israele:

Ariel Sharon: (…) Noi non eravamo terroristi, eravamo dei “Freedom Fighters”, combattenti per la libertà. Noi ci battevamo contro l’occupazione inglese.

Oriana Fallaci: Anche gli uomini di Arafat si definiscono “Freedom Fighters”, combattenti per la libertà, e sostengono di battersi contro l’occupazione israeliana63.

Il 6 giugno 1982 Israele lanciò l’operazione “Pace in Galilea” con l’invasione del sud del Libano finalizzata a distruggere l’Olp64, responsabile dei continui bombardamenti sul nord di Israele e dell’attentato terroristico che il 3 giugno ferì gravemente l’ambasciatore israeliano in Gran Bretagna. Per oltre due mesi le truppe israeliane cinsero d’assedio Beirut, dove si erano asserragliati l’Olp e i guerriglieri palestinesi, mentre i due terzi della popolazione civile palestinese fuggì verso il nord. Il 3 settembre i palestinesi si arresero, abbandonarono il Libano e trasferirono il quartier generale dell’Olp e dei gruppi armati in Tunisia.

Il Libano continuò tuttavia a essere dilaniato dalla guerra civile e il 14 settembre Bashir Gemayel65, il leader dei cristiani maroniti che si erano schierati a fianco dell’esercito israeliano, rimase ucciso. I civili palestinesi rimasti nei campi profughi attorno a Beirut si trovarono del tutto indifesi: tra il 16 e il 17 settembre 1982 le milizie falangiste cristiano-maronite, per vendicare il loro leader, entrarono nei campi di Sabra e Shatila66 e compirono una strage. Poiché l’esercito israeliano aveva mantenuto il controllo di quella zona, nel febbraio del 1983 Sharon venne giudicato indirettamente responsabile della strage giacché non aveva agito efficacemente per impedirla.

Quando l’Onu creò una forza multinazionale di pace per il Libano, Oriana andò a Beirut a visitare il contingente italiano. Nell’ottobre del 1983 restò sconvolta nell’apprendere che due camion carichi di esplosivo guidati da kamikaze islamici avevano distrutto le caserme dei contingenti americano e francese, uccidendo più di trecento soldati. Tornò a Beirut per raccogliere le testimonianze dei militari italiani che temevano che la stessa cosa succedesse anche a loro.

Tra i soldati del comando, Oriana si legò in modo particolare al giovane sergente Paolo Nespoli, che aveva l’ordine di scortare quella famosa giornalista e di assicurarsi che non le accadesse nulla. Oriana si sorprese a scoprire di condividere molte cose con questo ragazzo che, avendo all’incirca la metà dei suoi anni, avrebbe potuto essere suo figlio.

Nel febbraio del 1984 la situazione era molto più complicata e da Roma arrivò l’ordine di evacuare la zona. I militari italiani vennero caricati sui camion e scortati al porto per essere imbarcati sulle navi. Gli ultimi a evacuare furono i soldati del comando con i quali si trovava anche Oriana. Durante i quattro giorni del viaggio di ritorno, Paolo le confidò che avrebbe voluto tanto diventare astronauta e Oriana promise di aiutarlo.

Nei mesi successivi si videro molte volte ed entrambi scoprirono di nutrire sentimenti profondi l’una per l’altro. Nell’aprile del 1985 Paolo si stabilì nella casa di Oriana a New York e frequentò la facoltà di Ingegneria aerospaziale al Politecnico della New York University, mentre Oriana si dedicò a un nuovo libro che l’avrebbe tenuta impegnata per quasi dieci anni: Insciallah67, un romanzo di ottocento pagine che mette in luce tutte le complessità e le contraddizioni della guerra, ma soprattutto dell’esistenza.

Costruito sull’arco di tre mesi, dall’attentato ai contingenti francese e americano fino al ritiro delle truppe dell’Onu, e basato sulla suspense di un possibile terzo camion destinato al contingente italiano, il romanzo si apre con uno scenario di morte. Sullo sfondo della città di Beirut devastata e assediata da decine di cani affamati, i soldati italiani attendono che la situazione si plachi nella speranza che le loro vite non vengano stroncate da un improvviso attacco kamikaze. Ogni soldato ha la propria storia, il proprio dialetto, il proprio attaccamento alla vita, la propria umanità, che di fronte alla guerra e alla morte rivela la sua profonda fragilità. Protagonista del romanzo è il sergente Angelo, uno studente di matematica ossessionato dalla formula di Boltzmann68, una formula scientifica che tenta di spiegare in termini matematici l’entropia, cioè il caos. Ma, se è vero che l’universo è caos, dolore e morte, Angelo si chiede se esista anche una formula della vita. Così, decide di andare alla ricerca della vita e del suo significato proprio là dove regnano morte e distruzione: nelle macerie, nell’inferno di una città come Beirut, dove la guerra uccide gli uomini e con essi i loro sogni, i loro amori, le loro speranze.

Per molti versi Insciallah è un romanzo profetico che mostra il Libano come il laboratorio di un terrorismo che mescola politica e religione, la religione musulmana che si trasforma in arma politica. Oriana aveva già capito che l’Islam radicale sarebbe uscito dallo scacchiere mediorientale per affrontare l’Occidente in una guerra molto più ampia.

Come sempre, dedicò alla scrittura di questo romanzo tutto il proprio tempo, coinvolgendo nelle ricerche anche Paolo. Interruppe il lavoro di scrittura solo prima del Natale del 1987, per assistere suo padre cui era stato diagnosticato un tumore.

La relazione con Paolo durò cinque anni, tra discussioni e scontri furiosi, fino al 1990, anno in cui Insciallah venne pubblicato in Italia. Dopo la laurea Paolo trovò prima lavoro in Italia, presso un laboratorio di ricerca e sviluppo aerospaziale, poi in Germania, presso l’Agenzia spaziale europea. Quando, nel 1991, Paolo partì per la Germania, Oriana gli comunicò che non lo voleva più né vedere né sentire, promessa cui avrebbe tenuto fede anche quasi dieci anni dopo, quando Paolo riuscì a coronare il suo sogno e a diventare astronauta.

Gli ultimi anni

Io non ho mai capito la morte. Non ho mai capito chi dice la morte è normale, la morte è logica, tutto finisce quindi anch’io finirò. Io ho sempre pensato che la morte è ingiusta, la morte è illogica, e non dovremmo morire dal momento che si nasce69.

Sentiva che il tempo le stava sfuggendo, che il cerchio della vita la stava stringendo. Quando, nell’inverno del 1991, notò come un nocciolo duro in uno dei seni, sapeva già di cosa si trattava. I suoi genitori erano morti di tumore. Sua sorella Neera era morta di tumore. Oriana era sicura che fosse arrivato il suo turno: ciononostante, non smise di lavorare alle traduzioni in francese e in inglese di Insciallah. Solo un anno dopo, quando Insciallah uscì negli Stati Uniti, decise di tornare in Italia per farsi visitare. Venne operata d’urgenza per tumore al seno.

Quando tornò a New York, decise di dedicarsi al romanzo familiare cui pensava da sempre. Raccontare la sua storia e quella della sua famiglia le sembrava un buon modo di rimandare la morte, o quantomeno di far sì che lei non morisse del tutto. Avere dei figli sarebbe stato un ottimo modo per non andarsene definitivamente. Avrebbe continuato a vivere attraverso loro: «Perché uno muore due volte quando muore senza lasciar figli»70.

Per lei un figlio era soprattutto un simbolo, un’affermazione di volontà. Era la vita, cioè la forma suprema di resistenza a quello scandalo cui Oriana non si adattò mai: la morte. Ma la vita, o forse il destino, oppure il caso avevano deciso diversamente per lei. Per Oriana i suoi figli erano i libri che scriveva: «Non dimenticherò mai l’emozione che mi prese quando ebbi il mio primo libro in mano. Era come se avessi dato vita a un figlio»71.

La vigilia della catastrofe (l’11 settembre 2001) pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo che chiamo il-mio-bambino. Un romanzo molto corposo e molto impegnativo che in questi anni non ho mai abbandonato, che al massimo ho lasciato dormire qualche mese per curarmi in ospedale o per condurre negli archivi e nelle biblioteche le ricerche su cui è costruito. Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta72.

Tra il 1991 e il 1992 cominciò la sua guerra contro il cancro che la uccise nel 2006. Nel frattempo, forse proprio a causa dell’“Alieno” e del tempo che «s’era fatto corto» e «sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra»73, decise di intraprendere il cammino lungo e tortuoso che da sempre sognava: scrivere una grande saga sulla sua famiglia che, a partire dal XVII o XVIII secolo, arrivasse fino alla sua infanzia, attraversando tutti i passaggi che le avevano permesso di venire al mondo. Perché, affinché lei nascesse, doveva esser nata sua madre; e, affinché a sua volta la madre nascesse, le combinazioni avevano portato all’incontro e al matrimonio dei suoi nonni; e così via, scavando verso un passato sempre più lontano e del quale era sempre più difficile reperire informazioni, date, atmosfere e contesti storici.

Il romanzo, che uscì postumo con il titolo Un cappello pieno di ciliege74, è un lungo accomiatarsi dal passato. Un passato che Oriana cercò di ricostruire attraverso le sue memorie e le voci di chi ormai non c’era più.

Infine, due voci. La voce di mio padre e la voce di mia madre che narravano le storie dei rispettivi antenati. Divertita ed ironica quella di lui, sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia. Ed entrambe talmente remote nella memoria che la loro consistenza appariva più tenue d’una ragnatela. A evocarle di continuo, però, e a connetterle col rimpianto della cassapanca o coi pochi oggetti salvati, la ragnatela si irrobustì. Si infittì, si fece un solido tessuto, e le storie crebbero con tanto vigore che a un certo punto mi divenne impossibile stabilire se appartenessero ancora alle due voci oppure se si fossero trasformate in un frutto della mia fantasia75.

Secondo le prime intenzioni della Fallaci, il romanzo si sarebbe dovuto aprire con la vicenda di Ildebranda, un’antenata bruciata come eretica nel Seicento perché sorpresa a mangiare carne durante la Quaresima. I suoi ricordi di bambina erano, infatti, legati a un oggetto misterioso sopravvissuto al tempo: la cassapanca di Ildebranda, con i piedi a zampa di leone e le maniglie di ferro. Da bambina Oriana era affascinata dal curiosare tra i cimeli di famiglia contenuti all’interno della cassapanca: un abbecedario e un abaco, un trattato di medicina francese, un liuto senza corde, una pipa d’argilla, un passaporto catalano, una moneta antica, l’ultima lettera di un soldato napoleonico morto di freddo in Russia. La cassapanca aveva custodito frammenti di vita di ben cinque generazioni, fin quando non fu distrutta durante un bombardamento in una notte del 1944.

Perdute quelle tracce del suo passato, Oriana decise di saltare direttamente al secolo successivo:

Nel 1773, quando Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena era granduca di Toscana e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia, corsi il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere76.

Oriana era sempre dalla parte della vita. Anche sul tema dell’aborto aveva una posizione molto chiara:

Supponiamo che quando ero un embrione di pochi millimetri, mi avessero detto: «Senti, Oriana, se tu nasci, nasci un bambino affamato che muore a sei anni in un forno di Mauthausen. Vuoi nascere lo stesso?». Io gli avrei risposto: «Sì. Almeno quei sei anni lì vivo, mi tolgo la curiosità di vedere il sole, il verde, l’azzurro, di annusare la vita»77.

Ricostruendo il passato dei propri antenati, Oriana cercava anche di capire sé stessa: «Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io»78.

Puntigliosa come al solito, voleva ricostruire ogni dettaglio delle epoche attraversate dai suoi avi. Accumulò interi scatoloni di ricerche su ogni genere di argomento, dalle notizie storiche ai proverbi contadini sul tempo: «Sono uno scrittore79 lento, prolisso, e incontentabile. E questo libro è il più difficile che abbia mai scritto, proprio perché legato agli eventi storici e alle ricerche precise. Non consente, cioè, disinvolture ed errori»80.

Dopo la morte di entrambi i genitori cominciò a rientrare in Italia con meno frequenza rispetto al passato. Il viaggio da New York a Casole era lunghissimo; inoltre, i rapporti con la sorella Paola erano spesso tesi, mentre la sorella adottiva Elisabetta aveva interrotto ogni contatto. Oriana preferiva, quindi, passare il proprio tempo a New York a lavorare al suo romanzo familiare, cui era molto legata non solo perché sapeva che molto probabilmente sarebbe stato il suo ultimo libro – infatti, temeva addirittura di morire ancor prima che lo terminasse –, ma anche perché, attraverso le sue pagine, Oriana era partita alla ricerca disperata della propria famiglia.

Oriana era, sì, una donna straordinariamente moderna, spesso in anticipo sui tempi, ma era anche una donna che viveva di passato. Quel libro era insieme ricostruzione e invenzione di tutti gli eventi che l’avevano preceduta, di tutti i passaggi del tempo che avevano contribuito alla sua nascita.

Interruppe il lavoro sul romanzo familiare solo per recarsi in Italia a registrare Lettera a un bambino mai nato. Era il 1993 e in Italia si producevano i primi audiolibri. Ossessionata dalla musicalità delle parole che scriveva, leggeva sempre ad alta voce per assicurarsi che il suo stile fosse ogni volta scorrevole e armonioso.

Tornata a New York, si immerse nuovamente nel proprio isolamento, dedicandosi esclusivamente alla scrittura del libro. Durante il lavoro, al centro dei suoi pensieri, come del romanzo, c’erano i genitori, Edoardo e Tosca, ormai perduti per sempre.

Riesumavo in ugual modo i suoni e le immagini dei miei genitori, da anni sepolti sotto un’aiola profumata di rose. Li incontravo ovunque. Non da vecchi cioè quando li consideravo più figli che genitori, sicché a sollevare mio padre per posarlo su una poltrona e a sentirlo così lieve e rimpicciolito e indifeso, a guardarne la testolina tenera e calva che si appoggiava fiduciosamente al mio collo, mi pareva di tenere in braccio il mio bambino ottuagenario. Da giovani. Quando eran loro a sollevarmi e a tenermi in braccio. Forti, belli, spavaldi81.

Di entrambi i genitori raccontò gli antenati, lasciandosi ammaliare da personaggi realmente esistiti che stimolavano la sua fantasia:

La realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inventabile poi all’inventato (…). E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi ridargli la vita che essi avevano dato a me82.

Secondo il progetto, il libro si sarebbe dovuto concludere con le bombe che colpirono casa Fallaci, durante la Seconda guerra mondiale, ma Oriana morì prima e il romanzo si interrompe al 1889, l’anno delle nozze dei nonni Antonio Fallaci e Giacoma.

Proprio per l’imponenza del progetto, negli anni Novanta Oriana si ritirò dalla scena pubblica, poiché non sopportava l’idea di perdere tempo, essendo convinta che il tumore sarebbe tornato. L’unica compagnia che ammetteva era quella dei libri: libri d’epoca che riempivano tutte le stanze di entrambe le case di Oriana. In casa Fallaci non esistevano stanze senza libri. In camera da letto occupavano l’intera parete di fronte al letto, così poteva vederli sia quando si addormentava sia quando si svegliava, come faceva da bambina.

Solo nel 1991 tornò per l’ultima volta al fronte, per vedere la guerra al tempo delle comunicazioni di massa, quando il comando americano – diversamente dalle sue esperienze passate – controllava ogni movimento dei giornalisti accreditati83.

Nel 1992 annunciò in un’intervista al «Washington Post» di avere il tumore. Un anno dopo ne parlava davanti alle telecamere della televisione italiana, accendendo una sigaretta dopo l’altra. Da quando le era stato diagnosticato il tumore, aveva ancora meno ragioni per smettere di fumare e, comunque, Oriana aveva motivo di credere che, se il tumore fosse passato ai polmoni, non sarebbe stato certo colpa delle sigarette bensì della nuvola nera che aveva respirato in Kuwait con l’Esercito americano, provocata dagli iracheni che, in ritirata, bruciavano i pozzi di petrolio84.

Al contrario, si preoccupava molto per la diffusione della malattia agli occhi, in quanto le comprometteva la vista e le impediva di lavorare. Se da una parte non nascondeva di avere il cancro, dall’altra rifiutava l’idea di dover fare dei controlli e di dover essere sotto un regime terapeutico. Non accettava cure invasive perché non voleva né effetti collaterali né tantomeno essere legata agli ospedali. Tuttavia, combatteva contro il tumore:

Il rapporto con il cancro è un rapporto di guerra, è un rapporto tra due nemici che mirano a distruggersi, come alla guerra. Lui vuole ammazzare me e io voglio ammazzare lui. Dico lui perché sono incapace di parlarne come di una cosa o un’entità astratta, per me lui è una creatura viva, un animale di un altro pianeta, un alieno che ha invaso il mio corpo per distruggerlo85.

A proposito di guerra, la Fallaci ebbe anche modo di dichiarare che:

Malgrado gli orrori che ho visto in guerra sono sconvolta. E infuriata come una bestia. La città è un cimitero. Al posto dei rumori infernali di New York, c’è un silenzio di ghiaccio. O meglio di cimitero. Tutto è fermo. I ponti, i tunnel, gli uffici. Solo gli ospedali sono aperti. E gli obitori86.

Era l’11 settembre 2001. Le Twin Towers del World Trade Center di New York erano state colpite da due aerei dirottati. Il terrorismo aveva raggiunto gli Stati Uniti. Al-Qaida87 aveva colpito l’America in un attacco senza precedenti, abbattendo i grattacieli simbolo di New York, mentre un terzo aereo cadde su un’ala del Pentagono e un quarto, dirottato verso la sede del Congresso, precipitò in un bosco perché i passeggeri si erano ribellati.

Oriana era a pochi isolati di distanza.

Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la sensazione d’un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù! Buttati giù». L’ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. Bè, l’audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un atto di terrorismo mirato? Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull’obiettivo, si getta sull’obiettivo. Sicché ho capito. Ho capito anche perché nello stesso momento l’audio è tornato e ha trasmesso un coro di urla selvagge. Ripetute, selvagge. «God! Oh, God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio! Dio, Dio, Dioooooooo!» E l’aereo s’è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro. Erano le 9 e un quarto, ora. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio88.

Dopo un silenzio di dieci anni, durante i quali aveva abbandonato l’attualità per la storia, Oriana tornò sulla scena internazionale con un articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» il 29 settembre 2001. La rabbia e l’orgoglio condensa insieme passionalità e razionalità: la Fallaci ammira il patriottismo degli americani, mentre condanna la vigliaccheria dell’Europa di fronte alla minaccia dell’Islam radicale. Un inserto di quattro pagine che le conferì il titolo di paladina dell’Occidente contro le minacce non solo terroristiche ma anche culturali di un islamismo incalzante.

Oriana Fallaci, con questo straordinario scritto, rompe un silenzio di un decennio. Lunghissimo. La nostra più celebre scrittrice (lei dice scrittore e non pronuncia più la parola giornalista), vive buona parte dell’anno a Manhattan. Non risponde al telefono, apre la porta di rado, esce assai di meno. Non dà mai interviste. Tutti ci hanno provato, nessuno c’è riuscito. Isolata. Ma la storia e il destino hanno voluto che il centro della moderna apocalisse si aprisse, come una voragine dantesca, poco distante dalla sua bella e letteraria abitazione. L’onda d’urto di quella mattina dell’11 settembre ha sconvolto anche la quiete eremitica ed ermetica di Oriana. Apre la porta, gesto inconsueto del quale sembra meravigliarsi… Lo sguardo è dolce e insieme feroce. Oriana lavora da anni a un’opera molto importante e attesa in tutto il mondo, fra pile di documenti, in un disordine solo apparente, con fervore guerresco. Le avevo chiesto di scrivere quello che aveva visto, provato, sentito dopo quel martedì e Oriana ha raccolto su alcuni fogli emozioni, pensieri. «Su ogni esperienza lascio brandelli d’anima», aveva scritto qualche anno fa. È ancora vero, verissimo. Pensieri forti. Dirompenti. Su cui ragionare e riflettere. Sull’America, sull’Italia, sul mondo islamico. Sulla Patria (sorprendente quel che dice sulla Patria). Invettive e tesi che nel medesimo tempo sgorgano dal cervello e dal cuore, o meglio dal cervello attraverso il cuore. «Qualcuno queste cose doveva dirle. Le ho dette. Ora lasciatemi in pace. La porta è chiusa di nuovo. E non voglio riaprirla», sbotta. I suoi soliti artigli. Farà discutere. Eccome89.

Con questo articolo Oriana pensava di aver detto tutto e di potersi nuovamente dedicare al suo romanzo familiare. Era malata e non poteva permettersi di perdere tempo. Ma alle sue parole seguirono polemiche e dibattiti.

Tiziano Terzani le rispose con una lettera intitolata Il sultano e San Francesco, pubblicata l’8 ottobre del 2001 sul «Corriere della Sera». Terzani rimproverò alla Fallaci di aver semplificato in maniera esagerata quello che era successo e di aver dato una «brillante lezione di intolleranza»; egli invitava, invece, alla tolleranza e alla comprensione di un mondo che stava cambiando:

nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione. (…) Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. (…) O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen questa. (…) Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove –, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. (…) A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. (…) I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell’innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. (…) Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali90.

A dicembre, Oriana ripubblicò il suo articolo in un libro che uscì con lo stesso titolo e che raccoglieva anche le parti che erano state tagliate per la pubblicazione sul quotidiano. Ne venne fuori un “piccolo libro”, come lo definì la stessa autrice, capace però di superare il milione di copie vendute solo in Italia, e di suscitare infinite polemiche tra due schieramenti opposti: tra coloro che condividevano la tesi della Fallaci dell’inconciliabilità tra cultura occidentale e cultura orientale, e coloro che invece la accusavano di istigazione alla xenofobia.

A prescindere dalle opinioni contrastanti, la Fallaci ebbe comunque il merito di affrontare la spinosa tematica del fondamentalismo religioso e di prestare attenzione alla questione dell’immigrazione che, da argomento tabù, divenne tema scottante anche nei dibattiti internazionali.

Trascinata dalla polemica, scrisse altri due libri, entrambi pubblicati nel 2004, che, assieme a La rabbia e l’orgoglio91, costituiscono una trilogia: La forza della ragione92 e Oriana Fallaci intervista sé stessa. L’Apocalisse93. La polemica impegnò tutto il suo tempo: studiò la storia secolare delle relazioni tra Islam ed Europa con la stessa cura maniacale con cui, pochi mesi prima, studiava i documenti rinvenuti per la ricostruzione della sua saga familiare. Ascoltò tutte le interviste televisive ai leader islamici, seguì le polemiche suscitate in Italia dalle richieste delle comunità islamiche locali.

La trilogia riprende argomenti già affrontati. Le critiche della Fallaci all’Islam non nascono, infatti, l’undici settembre: nel 1960 aveva già denunciato il trattamento che questa religione riservava alle donne; nel 1971 aveva raccontato come i guerriglieri islamici in Bangladesh uccidessero i prigionieri in uno stadio davanti a migliaia di fedeli che gridavano «Allah Akbar» e poi calpestavano i cadaveri in fila indiana. Tutte testimonianze di come politica, fanatismo religioso e analfabetismo possano, insieme, diventare una miscela esplosiva.

Nella trilogia Oriana racconta anche tutti quegli episodi dei quali era stata protagonista o testimone e che non aveva mai menzionato negli articoli. A Qom, dove era andata per intervistare Khomeini, fu costretta a firmare un contratto di matrimonio provvisorio con il suo autista, perché sorpresa da sola con lui in una stanza. Ricorda i guerriglieri palestinesi che, durante un attacco, non la vollero con loro, in quanto donna, nel rifugio antiaereo, costringendola a stare da sola in una baracca. Dà libero sfogo alla sua personale polemica sulla presenza degli immigrati ambulanti nel centro storico di Firenze. La sua città natale, culla della civiltà europea, trasformata in un bazar.

Nonostante fosse ormai molto indebolita dalla malattia, scriveva articoli, lettere aperte, interventi pubblici nei quali difendeva le proprie idee e il diritto di esprimerle.

Terminato il lavoro sulle traduzioni94 della trilogia, riprese il romanzo familiare. I problemi agli occhi causati dalle metastasi le impedivano di vedere bene i tasti della macchina da scrivere. Il fatto di sapere di avere a disposizione poco tempo la rendeva incredibilmente frenetica: nel suo ultimo anno di vita esisteva solo il romanzo. Non si concedeva distrazioni.

Tra i pochi che avevano accesso alla sua linea telefonica diretta c’era l’arcivescovo Rino Fisichella, all’epoca rettore della Pontificia università lateranense. Oriana lo contattò nel giugno del 2005, dopo aver letto un articolo in cui Fisichella aveva preso le sue difese. A rigor di logica, qualunque tipo di rapporto tra i due sarebbe dovuto essere quantomeno improbabile, vista la lontananza delle loro idee, soprattutto in materia di fede95. Diversamente da quanto si potrebbe supporre, invece, tra loro iniziò una fitta corrispondenza che portò a un’amicizia molto profonda. Con il suo aiuto, il 27 agosto del 2005 Oriana riuscì a incontrare Papa Benedetto XVI, per il quale nutriva grande stima. Oriana apprezzava la sua intelligenza, ma soprattutto il fatto di aver preso posizione contro i preti pedofili degli Stati Uniti. La notizia del loro incontro trapelò solo tre giorni dopo, riempiendo le pagine di tutti i giornali italiani, mentre nulla si seppe del colloquio.

Negli ultimi mesi di vita la Fallaci lasciò disposizioni precise per la pubblicazione postuma dei propri libri: insistette che il titolo Un cappello pieno di ciliege fosse scritto senza la “i” perché sua madre lo scriveva così, alla toscana, sui barattoli di marmellata fatta in casa. Fece testamento a favore del nipote Edoardo, figlio di sua sorella Paola, e donò i suoi libri antichi all’Università lateranense.

Diede disposizioni nel dettaglio anche per il funerale e la sepoltura, che volle accanto ai genitori. Voleva morire a Firenze, dove tornò il 4 settembre 2006, in una stanza da cui poteva vedere la cupola del Brunelleschi e il campanile di Giotto.

Oriana Fallaci morì nella notte tra il 14 e il 15 settembre del 2006, nella clinica Santa Chiara di Firenze. Le campane della cattedrale di Santa Maria del Fiore, il Duomo di Firenze, la salutavano nello stesso modo in cui le avevano dato il benvenuto settantasette anni prima96.

  1. Oriana Fallaci si è sempre rifiutata di declinare il termine al femminile. Così scrive Maria Giovanna Maglie in una lettera datata 25 settembre 2006: «Te ne sei andata. Nella corsa alle dichiarazioni si sono rivelati naturalmente tutti estimatori, anche se critici, pronti a separare di te il grano dal loglio. (…) Ho sentito, invece, un grande silenzio di voci femminili che contano, di donne del governo e dell’opposizione… È giusto così, una che voleva essere chiamata scrittore, e non scrittrice, non c’entra proprio niente con il Paese delle ministre e delle sindache», in M. G. Maglie, Oriana. Incontri e passioni di una grande italiana, Milano, Mondadori, 2006, p. 4.
  2. Per tutta la sua vita ha riempito il silenzio intorno a sé con il rumore dei tasti della macchina da scrivere, il cui ticchettio la aiutava anche nella concentrazione. Era come se le parole che scriveva prendessero effettivamente vita, non solo sul foglio di carta, ma riempiendo anche l’aria. Durante tutta la sua carriera usò sempre lo stesso modello di macchina – che doveva rigorosamente avere l’incavo nei tasti –, anche dopo l’avvento dei computer. Amava la fisicità che le trasmetteva la macchina da scrivere: il foglio di carta, il rumore dei tasti, i calli sulle dita.
  3. C. De Stefano, Oriana. Una donna, Milano, Rizzoli, 2013, pp. 17-18.
  4. Non a caso la Fallaci diceva di sé stessa: «Tutto ciò che sono, tutto ciò che ho capito politicamente, lo sono e l’ho capito durante la Resistenza. Essa è caduta su di me come la Pentecoste sulla testa degli apostoli», in C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., pp. 17-18.
  5. I genitori la chiamarono, infatti, come la duchessa di Guermantes di Proust.
  6. Archivio privato Oriana Fallaci.
  7. O. Fallaci, Intervista a Federico Fellini, in «L’Europeo», febbraio 1963.
  8. O. Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, Milano, Rizzoli, 2001, p. 43.
  9. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 52.
  10. «Avevo commesso un crimine imperdonabile: essere nipote di mio zio. Io e lo zio Bruno non siamo mai stati oggetto di tenerezze nel giornalismo italiano. Per via della nostra abitudine di dire pane al pane, vino al vino, e cretino al cretino, suppongo», in C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 48.
  11. Reportage sui personaggi di spicco dello spettacolo americano, dei quali riuscì a restituire un quadro molto preciso grazie alla capacità di cogliere i tratti più nascosti e reconditi di un mondo che, sebbene fosse continuamente sotto ai riflettori, tuttavia appariva sempre circondato da un alone di mistero.
  12. Inchiesta sul lato più oscuro del mondo dello spettacolo e dei suoi protagonisti. La giovanissima Oriana indagò tra i segreti dello star system americano, penetrando a suo modo l’inespugnabile microcosmo hollywoodiano.
  13. Com’è noto, Mustafa Kemal (1880-1938), generale formatosi in varie accademie militari, aveva combattuto nelle forze ottomane in Libia contro gli italiani e nei Balcani contro serbi, bulgari e greci. La fama di grande comandante militare se la conquistò con la battaglia di Gallipoli nel 1915 che, secondo le potenze dell’Intesa, avrebbe dovuto infliggere all’Impero ottomano un duro colpo, grazie al quale impadronirsi della penisola a sud di Istanbul, per poi mettere definitivamente fuori gioco la Sublime Porta, marciando sulla capitale. Ma la battaglia si trasformò in una guerra di trincea, e alla fine gli ottomani respinsero gli invasori e Mustafa Kemal diventò un eroe nazionale. Nel 1922 scacciò le truppe greche che avevano occupato l’Anatolia e, sull’onda della vittoria, adottò il soprannome di Atatürk (‘padre dei turchi’) e guidò il processo di creazione della Repubblica turca. A differenza dei modernisti islamici, che cercarono un compromesso tra Islam e idee occidentali, Mustafa Kemal fece della Turchia uno Stato laico nel quale le convinzioni religiose personali erano ammesse, ma la religione non doveva entrare nella sfera pubblica.
  14. O. Fallaci, Il sesso inutile, Milano, Rizzoli, 1961, p. 9.
  15. Ivi, p. 23.
  16. Tenda che ripara le donne indiane dalla vista di estranei.
  17. Capo di abbigliamento femminile usato perlopiù in Afghanistan e in Pakistan. Lo stesso termine può indicare sia il velo che copre solo la testa sia l’abito intero che copre testa e corpo. Entrambi mostrano una retina all’altezza degli occhi che permette alle donne che lo indossano di vedere senza scoprirli.
  18. Istituzione tipica della Nigeria settentrionale.
  19. Ampia veste, in lana o cotone, che copre tutto il corpo e la testa, tipica degli arabi dell’Africa settentrionale.
  20. O. Fallaci, Il sesso inutile, op. cit., p. 22.
  21. Ivi, p. 28.
  22. Pubblicato nel 1961 da Rizzoli, è un libro-inchiesta risultato di un reportage che racconta il mondo femminile da Karachi a New York, passando per India, Indonesia, Hong Kong e Giappone, per giungere alla cupa conclusione che la donna, in decine di paesi del mondo, non è altro che un complemento dell’uomo, anzi addirittura un oggetto senza dignità, senza diritti e soprattutto senza pretese.
  23. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 73.
  24. Pubblicato nel 1962 da Rizzoli e tradotto in undici lingue, Penelope alla guerra descrive con coraggio un amore anticonvenzionale e cosmopolita. È la storia di una donna che, arrivata a New York, non esita a sfidare le ingiustizie di una società maschilista, affrontando tematiche – come l’omosessualità, l’aborto e l’integrazione razziale – attuali ancora oggi. Storia in un certo senso autobiografica dell’emancipazione economica e sessuale di una giovane donna italiana che ha per scenario New York, Penelope alla guerra è, insieme a Il sesso inutile, un libro di stampo femminista, ma di un femminismo ante litteram. Già il titolo suggerisce la chiave in cui va letto il romanzo: Penelope è, infatti, l’emblema della donna libera che non si rassegna al ruolo domestico di chi tesse la tela in attesa del ritorno di Ulisse, ma si mette in viaggio per trovare le proprie reali identità e indipendenza.
  25. Pubblicato da Rizzoli nel 1963 e tradotto in sei lingue, è un’inchiesta irriverente che raccoglie diciotto interviste scelte da Oriana tra quelle pubblicate sull’«Europeo» a partire dal 1954. Ingrid Bergman, Don Jaime de Mora y Aragón, Nilde Iotti, Federico Fellini, Arletty, Baby Pignatari, Catherine Spaak, Gianni Rivera, Afdera Fonda Franchetti, Antonio Ordoñez, Cayetana d’Alba, Salvatore Quasimodo, Jeanne Moreau, Alfred Hitchcock, Anna Magnani, Porfirio Rubirosa, Natalia Ginzburg e Giancarlo Menotti sono le star che rientrano in questa raccolta, dove ogni intervista è introdotta da un ritratto costruito sulla base del giudizio personale della Fallaci.
  26. Termine giornalistico coniato negli anni Cinquanta per indicare l’alta società internazionale ironicamente contraddistinta dall’abitudine di viaggiare in jet.
  27. Vinse il premio Strega con Lessico famigliare, romanzo autobiografico pubblicato da Einaudi nel 1963. Racconta la storia della famiglia Levi, ebraica e antifascista, nella Torino tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, attraverso il ricordo di frasi, modi di dire, espressioni gergali.
  28. Pubblicato da Rizzoli e tradotto in undici lingue, è un libro in cui Oriana Fallaci, ponendosi domande esistenziali, segue giorno per giorno un gruppo di astronauti alle prese con la più grande avventura del secolo: la conquista della Luna.
  29. O. Fallaci, Se il sole muore, Milano, Rizzoli, 1965.
  30. Pubblicato da Rizzoli, racconta nel dettaglio il lungo periodo trascorso alla Nasa con astronauti e scienziati attraverso una raccolta dei reportage pubblicati sull’«Europeo» prima, durante e dopo l’allunaggio. La Fallaci ricostruisce quegli anni di cambiamenti così rivoluzionari e repentini, sviscerando ulteriormente i dilemmi morali e psicologici già affrontati in Se il Sole muoreQuel giorno sulla Luna è un resoconto minuzioso delle missioni nello spazio e un ritratto disincantato degli astronauti, personaggi diventati ormai mitici nell’immaginario collettivo, mentre Oriana ne condivide le angosce, le speranze e le delusioni. Non eroi, quindi, bensì uomini normalissimi che, però, vivono in prima linea la più grande avventura dell’uomo.
  31. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 147.
  32. Veterano del giornalismo internazionale, ha conosciuto il Vietnam fin dai tempi del colonialismo francese. Negli anni Cinquanta ha seguito la Guerra di Corea e ha diretto gli uffici dell’Agence France-Presse di Hong Kong.
  33. L’Agence France-Presse (sigla AFP), agenzia di stampa francese, è nata a Parigi nel 1944, all’indomani della liberazione dall’occupazione nazista per iniziativa di alcuni giornalisti membri della Resistenza.
  34. Pubblicato da Rizzoli e tradotto in undici Paesi, è un romanzo sospeso tra cronaca e autobiografia in cui la Fallaci testimonia il suo primo anno al fronte condannando la guerra, nella speranza di capire il vero significato della vita e della morte. Oltre al resoconto dei fatti, propone un’analisi dell’animo umano, unendo il suo punto di vista alla pluralità di esperienze che i soldati degli opposti schieramenti le riferiscono nel corso di semplici chiacchierate o attraverso documenti preziosissimi, come lo straziante diario di un vietcong.
  35. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 171.
  36. Tranne quando l’intervistato si opponeva, come in questo caso, la Fallaci usava sempre il registratore poiché le permetteva sia di concentrarsi sul comportamento di chi aveva di fronte sia di avere una prova di quello che era stato detto.
  37. Heinz Kissinger nacque in Baviera nel 1923 da una famiglia ebrea che nel 1938 lasciò la Germania per sfuggire alle persecuzioni naziste. Dopo una brillante carriera accademica presso la prestigiosa Università di Harvard, ricevette il primo incarico politico nel 1969, quando Nixon lo nominò Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Portatore di una moderna Realpolitik che mirava alla distensione nei rapporti tra Usa e Urss e ristabiliva rapporti diplomatici con la Cina comunista, nominato Segretario di Stato americano nel 1973, fu l’artefice della politica estera di Nixon nell’anno della Guerra del Vietnam e del colpo di Stato in Cile.
  38. O. Fallaci, Kissinger rivela. Perché non abbiamo ancora firmato l’accordo sul Vietnam, in «L’Europeo», 16/11/1972.
  39. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 190.
  40. O. Fallaci, Incontro con Pertini, in «L’Europeo», 27/12/1973.
  41. Alitaki, parola greca, significa ‘monello’. Soprannome che Alessandro Panagulis diede a Oriana che, pur avendo dieci anni più di lui, sembrava una ragazzina al confronto.
  42. O. Fallaci, Intervista con la storia, Milano, Rizzoli, 1974, p. 810.
  43. Alessandro Panagulis (1939-1976) fu un intellettuale rivoluzionario in lotta, anche armata, contro la dittatura dei colonnelli. In seguito al fallito attentato contro il dittatore Papadopoulos nel 1968, venne torturato e tenuto prigioniero fino al 1973. Divenne deputato al parlamento greco per il partito liberaldemocratico Unione di Centro nel 1974, ma morì due anni dopo in un misterioso incidente stradale, mentre stava indagando sui rapporti segreti intrattenuti da alcuni membri del nuovo governo democratico con i militari del regime.
  44. Georgios Papadopoulos (1919-1999), colonnello, capeggiò la dittatura militare in Grecia dal 1967 al 1974. Dopo il ripristino della democrazia, nel 1975 Papadopoulos fu processato e condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo. Rimase in prigione fino alla morte, avvenuta per infarto nell’ospedale di Atene dove da tre anni veniva sottoposto a terapia per una sindrome degenerativa del tessuto muscolare.
  45. Gli anni Sessanta e Settanta furono anni di fermento: gli studenti americani protestavano contro la Guerra del Vietnam, quelli messicani manifestavano contro le Olimpiadi organizzate nel loro Paese con grande dispendio di denaro. Il 2 ottobre 1968 la Fallaci era a Città del Messico per seguire la protesta per «L’Europeo». Studenti e operai manifestavano contro il governo; l’esercito circondò piazza delle Tre Culture e iniziò a sparare. Oriana venne ferita da una raffica di schegge. Priva di sensi, venne portata in una morgue assieme ai manifestanti, alcuni dei quali erano feriti mentre altri erano già morti. Si salvò grazie a un’infermiera che telefonò di nascosto alla sua ambasciata. Un’ambulanza la portò in ospedale dove venne operata per estrarre le schegge che l’avevano colpita: due nella schiena e una dietro il ginocchio. Dopo l’intervento, Oriana dettò al registratore il suo articolo per il giornale.
  46. Pubblicato da Rizzoli nel 1979 e tradotto in diciannove lingue, è un romanzo appassionato che racconta la vera storia di Alekos Panagulis, eroe della Resistenza greca nella lotta ai Colonnelli e compagno per anni della vita di Oriana.
  47. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 199.
  48. A. Panagulis, Altri seguiranno: poesie e documenti dal carcere di Boyati, Palermo, Flaccovio, 1972.
  49. Pubblicato da Rizzoli nel 1974, è una raccolta di poesie scritte durante gli anni della prigionia.
  50. Quando Pasolini venne ucciso nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975, Oriana era a Roma e decise di occuparsi dell’omicidio per conto dell’«Europeo». Scrisse un articolo in cui, notoriamente, contestava la versione ufficiale dell’omicidio secondo la quale Pasolini sarebbe stato ucciso da un ragazzo di vita, Giuseppe Pelosi, mentre secondo quanto affermava il testimone segreto scovato dalla Fallaci c’erano almeno altri due uomini. Il ragazzo poi fu lasciato solo sul posto perché, essendo minorenne, non avrebbe rischiato molti anni di carcere e in più sarebbe apparso più che altro lui vittima di un uomo che aveva il triplo dei suoi anni. Oriana venne condannata per reticenza, poiché si rifiutò di rivelare il nome del suo informatore, facendo appello a un articolo dello statuto dell’Ordine dei giornalisti che permette a un cronista di proteggere le proprie fonti. Com’è noto, anni dopo Pelosi avrebbe ammesso che quella notte non era solo.
  51. Pubblicato da Rizzoli nel 1975 – mentre l’Italia si divideva sulla legge sull’aborto, approvata tre anni dopo – e tradotto in più di venti lingue, è un tragico monologo di una donna al figlio che porta in grembo. La lettera affronta senza remore il tema scottante dell’aborto, spingendosi alla ricerca del senso della vita e ponendosi l’amaro interrogativo se sia giusto imporre la vita, anche se esistere implica sofferenza. Oriana scandalizzò sia i progressisti, con la sua idea che un bambino fosse qualcosa di vivo fin dal primo grumo di cellule, sia i conservatori, con la sua idea che fosse la donna l’unica persona a poter decidere della propria gravidanza. Difendeva la vita, quindi, ma era anche a favore di una legge che legalizzasse l’aborto.
  52. La Fallaci, infatti, aveva già subìto un aborto spontaneo nel maggio del 1958, dopo aver avuto una relazione con Alfredo Pieroni, corrispondente a Londra della «Settimana Incom illustrata» che Oriana aveva conosciuto dopo il suo soggiorno a Hollywood mentre stava preparando l’uscita del suo primo libro.
  53. O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Milano, Rizzoli, 1975, p. 73.
  54. Per descrivere la prigionia, la Fallaci pensò che il modo più opportuno fosse quello di provare in prima persona cosa significasse essere rinchiusi in una cella delle dimensioni di quella costruita appositamente per Alekos nel carcere di Boiati. Oriana si recò, quindi, a visitare la cella e chiese di potervi essere chiusa dentro, resistendo per soli venti minuti in quel cubo di cemento tre metri per due, con una minuscola feritoia per far entrare la luce, che Oriana definì piccolo come una tomba.
  55. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 174.
  56. Oriana Fallaci. Intervista con la storia. Immagini e parole di una vita, a cura di A. Cannavò, A. Nicosia ed E. Perazzi, Milano, Rizzoli, 2007, op. cit., p. 48.
  57. O. Fallaci, L’urlo di Khomeini: «L’Islam è tutto, la democrazia no», in «Corriere della Sera», 26/9/1979.
  58. Ibidem.
  59. Ibidem.
  60. O. Fallaci, Così il colonnello ha spiegato il suo legame con l’ayatollah, in «Corriere della Sera», 3/12/1979.
  61. Ibidem.
  62. Ariel Sharon (1928-2014) è stato un politico e militare israeliano. Generale dell’esercito, è diventato Primo ministro di Israele nel 2001 per poi essere destituito dall’incarico nel 2006, dopo essere andato in coma in seguito a un’emorragia cerebrale. Nell’incontro con Oriana Fallaci affermò che: «La forza dell’OLP consisteva nell’essere un centro internazionale del terrorismo, e tale centro poteva esistere soltanto disponendo d’un paese dentro cui installare uno Stato nello Stato. Questo paese era il Libano. Dal Libano partivano per agire in ogni parte del mondo, in Libano avevano il loro quartier generale militare e politico. Ma ora che si sparpagliano in otto paesi lontani l’uno dall’altro, dall’Algeria allo Yemen, dall’Iraq al Sudan, non hanno nessuna speranza di rifare quel che facevano. Nessuna. Ci accingiamo a vedere una situazione del tutto nuova in Medio Oriente, qualcosa che ci consentirà di arrivare a una coesistenza pacifica coi palestinesi», in O. Fallaci, Oriana Fallaci intervista il generale Sharon, in «L’Europeo», 6/9/1982.
  63. Ibidem.
  64. L’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) nacque nel 1964 per impulso di Nasser, secondo Presidente della Repubblica d’Egitto, come espressione politico-militare della resistenza palestinese. L’Olp acquistò, con gli anni ’70, il ruolo di rappresentante politico della nazione palestinese anche in sede internazionale, ruolo accentuatosi dopo la proclamazione dello Stato di Palestina nel 1988, l’avvio dei negoziati arabo-israeliani nel 1991 e il riconoscimento reciproco tra Olp e Israele nel 1993. Nella seconda metà degli anni ’90, con l’istituzione dell’Autorità nazionale palestinese, l’Olp andò perdendo il ruolo di rappresentante politico del popolo e della nazione palestinesi.
  65. Bashir Gemayel (1947-1982) fu il comandante militare delle Falangi Libanesi, formazione politico-militare nazionalista nata nel 1936 per combattere l’occupazione coloniale francese. Inizialmente multiconfessionali, le Falangi Libanesi divennero la milizia della comunità cristiano-maronita durante la guerra civile libanese del 1975-1990, sotto il comando della famiglia Gemayel. Quando nel 1982 Israele invase il Paese, le Falangi Libanesi si schierarono con gli israeliani in funzione anti-islamica e anti-palestinese. Il 23 agosto 1982 Bashir Gemayel fu eletto Presidente della Repubblica del Libano e il 14 settembre, nove giorni prima dell’investitura ufficiale, cadde vittima di un attentato, insieme ad altri 26 dirigenti falangisti, perdendo la vita nell’esplosione del quartier generale della Falange nel quartiere cristiano di Ashrafiyyeh, nella parte orientale di Beirut. All’indomani dell’attentato che uccise il loro leader, per di più alla vigilia della sua ascesa alla presidenza, le Falangi Libanesi si resero protagoniste, col placet israeliano, del massacro ai campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, che in seguito l’Onu definì come atto di genocidio.
  66. Sabra e Shatila erano i campi-profughi palestinesi nei pressi di Beirut, in cui fecero incursione le truppe cristiane falangiste, uccidendo un numero imprecisato di abitanti, con l’assenso tacito dell’esercito israeliano che stazionava fuori dai campi. In seguito a questo episodio, che suscitò l’indignazione internazionale, il ministro della Difesa Ariel Sharon dovette dimettersi.
  67. Pubblicato da Rizzoli nel 1990 e tradotto in ventidue lingue, questo romanzo monumentale segna il ritorno sulla scena internazionale della Fallaci a undici anni dall’uscita di Un uomo. Sotto la trama di un reportage che racconta il conflitto in Libano si cela un terribile interrogativo: che le dinamiche dell’odio, della guerra e degli attacchi terroristici siano dominate esclusivamente dal caso?
  68. Ludwig Boltzmann (1844-1906) è il fisico austriaco il cui nome è legato soprattutto alla definizione di entropia come misura del disordine nel moto delle molecole. Stabilì le basi statistiche della termodinamica e analizzò i motivi per cui i fenomeni naturali sono irreversibili, malgrado la perfetta reversibilità delle leggi meccaniche elementari a livello microscopico.
  69. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 293. Ibidem: «L’amo con passione, la Vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la Vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali. Anche se si tratta d’un regalo molto complicato, molto faticoso. A volte, doloroso. E con la stessa passione odio la Morte. La odio più d’una persona da odiare, e verso chi ne ha il culto provo un profondo disprezzo. Anche per questo ce l’ho tanto coi nostri nemici. Coi tagliatori di teste, coi kamikaze, coi loro estimatori. Il fatto è che pur conoscendola bene, la Morte io non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della Vita e che senza lo spreco che chiamo Morte non ci sarebbe la Vita», in O. Fallaci, Oriana Fallaci intervista sé stessa. L’Apocalisse, Milano, Rizzoli, 2004, p. 121.
  70. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 214.
  71. Ivi, p. 73.
  72. O. Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, Milano, Rizzoli, 2001, p. 16.
  73. O. Fallaci, Un cappello pieno di ciliege, Milano, Rizzoli, 2008, p. 7.
  74. Pubblicato da Rizzoli nel 2008, è una grande saga sulla storia della propria famiglia cui Oriana lavorò per circa quindici anni. Dopo la pubblicazione di Insciallah nel 1990, romanzo che aveva seguito di undici anni il successo planetario di Un uomo, la Fallaci si era ritirata a vita privata nella sua casa di New York.
  75. O. Fallaci, Un cappello pieno di ciliege, op. cit., p. 9.
  76. Ivi, p. 19.
  77. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 220.
  78. O. Fallaci, Un cappello pieno di ciliege, op. cit., p. 7.
  79. Vedi supra, nota 1, p. 1.
  80. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 255.
  81. O. Fallaci, Un cappello pieno di ciliege, op. cit., p. 8.
  82. Ivi, p. 11.
  83. La guerra del Golfo è stato il primo conflitto in diretta, ma anche paradossalmente quello che più di ogni altro ha limitato gli spazi di manovra dell’inviato di guerra. Alla vigilia dell’operazione Desert Storm, il Presidente degli Stati Uniti riuscì a bloccare ogni reportage non autorizzato dal fronte. La rete televisiva statunitense Cnn, l’unica rimasta a Baghdad, divenne la fonte principale da cui attingere notizie e immagini durante il conflitto, rendendo superflue, e quindi antieconomiche, le corrispondenze sul campo.
  84. Il 2 agosto 1990 le truppe del dittatore iracheno Saddam Hussein invasero il confinante emirato del Kuwait, ricchissimo di petrolio. L’8 agosto il rais dichiarò l’annessione del Kuwait come diciannovesima provincia, suscitando la condanna dell’Onu. Tra le cause della Prima guerra del Golfo si può individuare il conflitto con l’Iran di Khomeini, dal 1980 al 1988, da cui l’Iraq uscì politicamente vittorioso (anche grazie al supporto degli Usa), ma distrutto al livello economico. I motivi dell’ostilità di Saddam nei confronti del vicino Kuwait stavano nel fatto che il piccolo paese del Golfo era creditore nei confronti di Baghdad per i cospicui aiuti prestati durante il conflitto contro l’Iran, debiti che Saddam aveva cercato di eludere facendo appello alla “fratellanza araba”. Il Kuwait rifiutò, inoltre, di interrompere la sovrapproduzione di greggio che teneva basso il prezzo al barile, danneggiando ulteriormente le finanze di Baghdad. La grave crisi economica e ragioni di consenso interno spinsero Saddam Hussein a preparare l’occupazione del Kuwait per il controllo dei giacimenti petroliferi e del Golfo Persico. Inoltre, il rais voleva anche proporsi come leader del mondo arabo, confidando nell’appoggio delle potenze occidentali che lo avevano finanziato nella guerra contro l’Iran. Dopo l’invasione irachena, il Consiglio di sicurezza dell’Onu autorizzò l’uso della forza contro l’Iraq. Per gli Stati Uniti, a capo della coalizione di pace, la partecipazione al conflitto si configurò come un significativo banco di prova per proporsi, dalla fine del bipolarismo, come Stato garante degli equilibri internazionali del pianeta. Gli Stati Uniti, inoltre, erano fortemente interessati al controllo dell’area mediorientale per la dipendenza dalle importazioni di greggio. Il 17 gennaio del 1991 ebbe inizio l’attacco delle forze multinazionali che per quaranta giorni bombardarono dal cielo e dal mare Iraq e Kuwait in una devastante “guerra tecnologica” teletrasmessa in ogni angolo del globo. La coalizione dell’Onu guidata dagli Usa era immensa: ben trentasette Paesi. Solo l’Olp, sperando in un ricompattamento del mondo islamico ai danni dello Stato israeliano, appoggiò l’Iraq, che lanciò trentanove missili Scud contro Israele. Il 24 febbraio 1991 il presidente americano Bush diede inizio all’attacco da terra, noto come Desert Storm, che portò alla liberazione del Kuwait in soli tre giorni e all’occupazione di ingenti porzioni del territorio iracheno; il 28 febbraio 1991 l’Iraq si arrese. La guerra sembrava aver risolto le tensioni maggiori di quell’area: l’Iraq ne uscì ridimensionato e il petrolio tornò a prezzi accessibili. Tuttavia, la brutalità e la potenza dell’intervento americano, anche se autorizzato dall’Onu, lasciarono profonde ferite nel mondo islamico.
  85. C. De Stefano, Oriana. Una donna, op. cit., p. 276.
  86. Ivi, p. 280.
  87. Organizzazione terroristica di stampo jihadista fondata da Osama Bin Laden nel 1988.
  88. O. Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, in «Corriere della Sera», 29/9/2001.
  89. F. De Bortoli, Introduzione a O. Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, in «Corriere della Sera», 29/9/2001.
  90. T. Terzani, Il sultano e San Francesco, in «Corriere della Sera», 8/10/2001.
  91. Pubblicato da Rizzoli nel 2001 e tradotto in sedici lingue. Un attacco senza sconti al fondamentalismo islamico che segna il ritorno feroce della Fallaci sulla scena internazionale.
  92. Pubblicato da Rizzoli nel 2004 e tradotto in undici lingue, affronta il dibattito sul terrorismo islamico. Qui, però, la necessità di ritrovare l’orgoglio di reagire – appello presente in La rabbia e l’orgoglio – lascia il posto alla ragione, necessaria alla sopravvivenza della cultura occidentale.
  93. Uscito in edicola nel 2004 con il «Corriere della Sera» con il titolo Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci e pubblicato dopo pochi mesi da Rizzoli con il titolo Oriana Fallaci intervista sé stessa. L’Apocalisse, è l’ultimo libro pubblicato in vita dalla Fallaci. Tradotto in quattro paesi, il libro ebbe un grande successo di pubblico soprattutto per le confessioni personali di Oriana sulla politica italiana e sul terrorismo islamico che minacciava l’Occidente.
  94. «Non mi fido mai dei traduttori, tra me e loro v’è un’ostilità sanguinosa, e nelle lingue che conosco preferisco tradurmi da sola», in O. Fallaci, Oriana Fallaci intervista sé stessa. L’Apocalisse, op. cit., p. 24. La Fallaci considerava le traduzioni un tradimento perché un’altra lingua perdeva necessariamente il ritmo del suo italiano. Tuttavia, pretendeva che il suo linguaggio fosse riprodotto tale e quale: a partire dalla punteggiatura fino ad arrivare alla divisione delle sillabe nell’andare a capo, tutto doveva coincidere con il suo scritto originale, a prescindere dalle incongruenze che sarebbero potute venir fuori nella lingua in cui il libro veniva tradotto. Anche in Italia seguiva la pubblicazione dei suoi libri in ogni dettaglio, dal carattere tipografico alle copertine, fino ai capoversi.
  95. Oriana perse la fede da bambina. Quando sua madre la mandò a fare un ritiro in convento, come preparazione alla prima comunione, si convinse che Dio non esisteva. In convento, infatti, vide una monaca che mangiava la cioccolata e la banana che le aveva dato sua madre prima di salutarla e che le suore le avevano fatto lasciare sull’altare come dono a Gesù. Da quel momento Oriana si definì atea. «Io sono un’atea cristiana. Non credo in ciò che indichiamo col termine Dio. L’ho già scritto nella mia prima «Sfera Armillare». Dal giorno in cui m’accorsi di non crederci, (cosa che avvenne assai presto cioè quando da ragazzina incominciai a logorarmi sull’atroce dilemma ma-Dio-c’è-o-non-c’è), penso che Dio sia stato creato dagli uomini e non viceversa. Penso che gli uomini lo abbiano inventato per solitudine, impotenza, disperazione. Cioè per dare una risposta al mistero dell’esistenza, per attenuare le irresolubili domande che la vita ci butta in faccia… Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo», in O. Fallaci, La forza della ragione, op. cit., p. 199.
  96. Questo Profilo è un estratto della tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Oriana Fallaci e la sua verità sull’Islam. Lo stereotipo occidentale dell’imposizione del velo alle donne islamiche, discussa nella sessione invernale dell’anno accademico 2015/2016 presso la “Sapienza Università di Roma”: relatrice la prof.ssa Maria Panetta e correlatore il prof. Gaetano Lettieri.
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