Una vita avvolta nelle parole: un breve profilo di Elsa Morante

Autore di Ebru Sarikaya

Elsa Morante nasce a Roma il 18 agosto 1912, anche se in alcune opere e (rarissime) autobiografie l’anno della nascita risulta ora 1915 ora 1916 o 1918. La motivazione sottesa a tale incongruenza si può cogliere nelle parole della Morante in una bozza autografa risalente al 1959-1960:

Il primo favore che devo chiedere ai miei biografi (e nella presente occasione, dunque, a me stessa) è di non citare la mia data di nascita. Non perché io preferisca, per me, un’età, invece di un’altra; ma perché, invece, a me piacerebbe di essere senza età1.

La madre della scrittrice, ebrea, Irma Poggibonsi, è una maestra elementare e il padre anagrafico, Augusto Morante, da cui ella ha preso il cognome, è istitutore al riformatorio per minorenni di Porta Portese a Roma. Il padre naturale di Elsa, invece, Francesco Lo Monaco, morto suicida intorno al 19432, è un amico di famiglia che ha accettato di generare i figli di Augusto su richiesta di quest’ultimo.

Di cinque fratelli, Elsa è la secondogenita, dopo il fratello Mario che è morto poco dopo la nascita. La famiglia Morante vive in modeste condizioni economiche e, a partire dal 1922, si trasferisce dal quartiere di Testaccio3 a quello piccolo-borghese di Monteverde Nuovo. Elsa non frequenta le elementari ma studia privatamente e, pertanto, cresce autodidatta. All’età di sei anni comincia a trascorrere il proprio tempo nella villa della madrina, donna Maria Guerrieri Gonzaga, dove fa esperienza della vita nobile e ricca, e stringe amicizia con i “patrizi”4. Questa duplicità diviene un segno decisivo, uguale a un’impronta di nascita, che Elsa porterà avanti per tutta la vita e che inciderà sulla sua personalità nonché sul suo futuro: da una parte le origini modeste, caratterizzate da una vita umile e poco abbiente, dall’altra la nobiltà e la ricchezza offertele dalla sua madrina. Un altro tipo di duplicità si riscontra anche nelle figure genitoriali: la presenza di due padri e, in un certo senso, anche di due madri.

Elsa è una bambina graziosa, intelligente e piena di immaginazione; compone poesie e storie, ed è questa la peculiarità che la distingue dai suoi coetanei già in tenera età. Oltretutto, ella è consapevole della propria capacità e questa consapevolezza si osserva chiaramente nella copertina che realizza su un quaderno scolastico per un suo racconto:

copertina disegnata dalla Morante

Figura 1 – Immagine della copertina di un quaderno scolastico disegnata dalla Morante durante l’infanzia5.

Le sue precoci doti intellettuali non sfuggono all’attenzione della madre Irma, che diventa la prima sostenitrice del percorso che condurrà Elsa alla carriera letteraria: porta lei i suoi scritti alla redazione di «Diritti della scuola», alla ricerca di una valutazione per essi. Scritti che verranno successivamente pubblicati prima sul «Corriere dei piccoli» e sul «Cartoccino dei piccoli» e, in seguito, sulla stessa rivista «Diritti della scuola».

Nel 1930, dopo il liceo classico, Elsa lascia la famiglia e va a vivere da sola mantenendosi grazie alle lezioni private d’italiano e di latino, a compilazioni di tesi e a collaborazioni con diversi giornali e riviste. In questo periodo s’iscrive anche all’Università, alla Facoltà di Lettere, ma presto interrompe gli studi per motivi economici.

Se il primo passo che ha permesso a Elsa di dare avvio alla sua carriera letteraria è stato sostenuto dalla madre, il secondo, quello più decisivo, si realizza grazie a Giacomo Debenedetti. A circa vent’anni Elsa conosce il critico, il quale apprezza molto i suoi racconti e li fa pubblicare sulla rivista «Meridiano di Roma». A partire da questo momento il suo nome compare con sempre maggior frequenza su giornali e riviste dove usa, a volte, anche degli pseudonimi tra i quali il più frequente è Antonio Carrera.

Elsa, ormai una donna, mentre lascia indietro l’infanzia con l’avanzar del tempo, dall’altra parte ne rievoca con nostalgia sempre di più l’innocenza e la semplicità. Ella non ha un carattere estroverso e con il tempo desidera sempre di più allontanarsi dalle persone e dalla mondanità, pur soffrendo di dolorosa solitudine. Ricorda Elena De Angeli, redattrice dell’Einaudi ai tempi della Storia: «Elsa temeva e detestava la solitudine, ma non amava “la gente”»6. Tuttavia, l’impegno letterario le rende difficile questo desiderio di isolamento; perciò, viene spesso giudicata o addirittura fraintesa per l’atteggiamento che tiene con la società. Invece, si sente completamente a suo agio (e in piena armonia), soprattutto amata, in compagnia di certe presenze che le danno attenzioni mai ricevute prima: quelle degli animali, soprattutto dei gatti, che non la lasceranno mai da sola durante tutta la sua vita.

Tra il 1935 e il 1936 esce a puntate, sui «Diritti della scuola», il suo primo romanzo, Qualcuno ha bussato alla porta. Soprattutto gli anni che vanno dal 1935 al 1940 sono quelli in cui si consolida la formazione culturale di Elsa, sia per il fatto che diventano sempre più fitte le sue attività di pubblicista, che la portano a vivere a stretto contatto con i cambiamenti sociali e culturali del suo tempo, sia per le conoscenze e le amicizie intrecciate con nomi importanti come, prima di tutti, Debenedetti e poi Dario Bellezza, Pier Paolo Pasolini, Goffredo Fofi, Umberto Saba, Natalia Ginzburg, che conducono Elsa a far parte dell’ambiente culturale e letterario del periodo. Proprio in questi circoli, nel 1936, Elsa conosce Alberto Moravia e inizia con lui una lunga relazione che sarà soggetta a diversi momenti di crisi e «per la quale, a torto o a ragione, soffrirà profondamente, a causa del suo personale senso di inferiorità, nonché di un vero o presunto egoismo del partner»7.

Elsa tiene un diario dal gennaio fino al luglio del 1938, Diario 1938, ma intitolato originariamente Lettere ad Antonio8 e con scritto a margine «Libro dei sogni». I suoi aneddoti in Lettere ad Antonio:

(…) possono considerarsi importanti antecedenti del suo mondo letterario, un diario nel quale riporta episodi della propria esperienza onirica dando adito ad un processo memoriale duplice: il ricordo del sogno nella sua specie manifesta, il ricordo del passato che ha avuto relazioni più o meno determinanti col sogno, nell’un caso come nell’altro la tensione evocatrice della scrittrice collegando alla riesumata componente fantastica del sogno un’autocoscienza narrativa e critica di resoconto9.

In questo diario si trovano tanti accenni alla relazione con Moravia e al senso di inferiorità che la pervade:

A. è infatti uno snob, e io vorrei soddisfare con la mia persona il suo snobismo, avendo per esempio, un’alta posizione sociale o essendo illustre. Niente di tutto questo è, e ieri quella visita alla Mostra con la coscienza di non essere una persona importante là dentro, e lui che parlava con la Contessa, e io ubriaca con brutti guanti alle mani, e poi non mi presentarono agli Accademici (…) è una lunga lista di umiliazioni. Credevo di averle vinte col solito pensiero che io valgo tanto, che so di essere… Un errore10.

E ancora, in un momento complicato della loro relazione, in una lettera di Elsa del 1938 a Luisa Fantini si legge:

(…) forse è meglio per tutti e due rinunziare – credo che in questo momento di solitudine ne troverò la forza, per lui poi che è ricco, famoso, ecc. la cosa sarà più facile. Come vedi, è un’altra città a cui do l’addio. Infatti, io penso che la nostra vita sia come un viaggio per tante città e ognuna ci piace per qualche cosa (…). Bisogna però a un certo punto aver la forza di dire addio a queste città e proseguire il viaggio senza troppi rimpianti. L’anima è come uno specchio e ha bisogno di immagini nuove, non del velato rimpianto delle altre (…). Si può viaggiare moltissimo rimanendo sempre fermi nello stesso posto, purché non ci si (scusa l’espressione) infognı nei sentimenti e nelle cose, quando si vede che non possono cambiare. S’intende che io voglio ad A. un bene tanto enorme che non so cosa entra in me. Solo, cercherò di trasformarlo perché così è impossibile11.

La relazione tra i due, nonostante la continua altalena di amore e odio, si trasforma in matrimonio il 14 aprile 1941. Lo stesso anno esce la sua prima raccolta di racconti, Il gioco segreto, «la quale rivela, accanto a un chiaro influsso kafkiano, una forte attenzione alle più segrete e impalpabili emozioni femminili»12, e un anno dopo Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina, una fiaba che Elsa ha cominciato a scrivere a tredici anni.

Inoltre, è importante sottolineare che nel carteggio complessivo di Elsa Morante, rielaborato dal nipote Daniele Morante, emergono con chiarezza la sua fragilità emotiva, la sua sincerità nonché una sconsolata infelicità insinuata nella sua anima,

della quale si rammenta la testimonianza di Elena De Angeli:

Parlava, e cancellava parlando la propria infelicità attuale e remota – credo infatti sia stata sempre infelice, con brevi e forse dolorosi momenti di esaltazione e di illusione – facendo di sé un personaggio che, sdoppiandosi, manovrava, per mezzo degli stessi fili con cui governava il suo grande teatro immaginario13.

Questo stato d’animo, che non smette di perseguitare Elsa, traspare anche da alcune confidenze riservate a persone a lei vicine, come dimostra un’altra lettera scritta a Luisa Fantini nel 1936: «Se c’è qualcuno che capisce la tortura degli incubi e delle fissazioni anche senza motivo – son proprio io che ne soffro tutta la mia vita»14.

Negli anni a seguire la sua nostalgia verso l’infanzia sfocia man mano in una paura quasi ossessiva della vecchiaia che si ravvisa sia nelle lettere scritte agli amici sia nelle annotazioni personali. Già all’età di ventisei anni, nel diario intitolato Lettere ad Antonio, si legge: «La mia bellezza che ancora sembra adolescente come afferrare tutto in tempo? Mi fa paura la vecchiaia la morte»15.

Nel 1941 esce un libro di Katherine Mansfield con la traduzione di Elsa, Il libro degli appunti. Tra gli anni 1941-1943 Elsa passa la maggior parte del tempo ad Anacapri, inizialmente assieme a Moravia ma poi anche da sola. Invece, nel settembre del 1943, la coppia abbandona Roma a causa dell’intensificarsi della persecuzione antisemita e dell’accusa rivolta a Moravia di attività antifascista e si rifugia a Sant’Agata di Fondi16, dove rimane fino alla liberazione di Roma (5 giugno 1944). Un quaderno di scuola intitolato Narciso. Versi, poesie e altre cose molte delle quali rifiutate, che contiene progetti di lavoro, testi abbozzati e poesie, risale a questo periodo.

Dopo il rientro a Roma, Elsa si vede rifiutare alcuni racconti di guerra e decide di rinunciare a ogni collaborazione con riviste e periodici. In questa rinuncia è significativo anche il matrimonio con Moravia, il quale le dà la sicurezza economica che prima non aveva. In seguito a questa distanza da ogni tipo di collaborazione, Elsa riesce a dedicarsi completamente a elaborazioni lunghe da lei tanto desiderate, ognuna delle quali frutto di un’intensa fase di gestazione. Così, nel 1943, inizia la stesura – interrotta durante la fuga – del suo primo romanzo che fungerà da esordio della sua carriera letteraria con il titolo Vita di mia nonna, che poi diventa Menzogna e Sortilegio17. Questo romanzo, pubblicato nel 1948, fa vincere a Elsa il Premio Viareggio ex aequo con il libro I fratelli Cuccoli di Aldo Palazzeschi. Inoltre, esso ottiene un inaspettato ma memorabile giudizio da György Lukács, che lo definisce «il più grande romanzo italiano moderno»18.

A partire da questo stesso anno Elsa viaggia in diversi paesi, tra i quali inizialmente Francia e Inghilterra. Un anno dopo inizia una relazione con il regista Luchino Visconti che durerà fino al 1953. Nel 1950 accetta la proposta della RAI di collaborare alla rubrica settimanale di critica cinematografica «Cronache del cinema». Nello stesso anno intraprende la stesura di un romanzo d’amore intitolato Nerina, che non verrà mai stampato. Un anno dopo viaggia in Grecia. Nel 1952 comincia a «scrivere un diario molto saltuariamente per qualche mese. Da esso si ricava l’abituale senso di solitudine e di esclusione dell’autrice, e in particolare la sua sofferenza per l’amore travagliato nei confronti del regista Luchino Visconti, cui la lega un complesso rapporto»19.

Nel 1957 esce il romanzo L’isola di Arturo, con il quale Elsa vince il Premio Strega. Visita nello stesso anno l’Unione Sovietica e la Cina. Subito dopo, nel 1958, esce la raccolta di poesie Alibi. Tra il 1959 e il 1961 inizia a scrivere un romanzo intitolato Senza i conforti della religione, la cui stesura verrà, poi, abbandonata. Nel 1959, su «Nuovi Argomenti» scrive un breve saggio sul romanzo in risposta a nove quesiti posti dalla rivista. In questo periodo Elsa compie dei viaggi in Brasile, in India e negli Stati Uniti e conosce in quest’ultimo il giovane pittore Bill Morrow, il suo ultimo grande amore. La morte inaspettata di Morrow, nel 1962, causa a Elsa una lunga crisi psicologica, che la allontana per un periodo dalla scrittura. Nello stesso anno ella si separa da Moravia per sempre, anche se i due non divorzieranno mai, e visita la Spagna, specialmente l’Andalusia.

Nel 1963 esce la raccolta di racconti Lo scialle andaluso. Due anni dopo tiene una conferenza a Torino Pro o contro la bomba atomica il cui testo – che ha le caratteristiche di un'”autobiografia professionale”20 -, assieme al saggio Sul romanzo, verrà stampato nel 1987 in Pro o contro la bomba atomica e altri scritti.

L’anno 1968, con le sue implicazioni socio-culturali, cambia la visione di Elsa su tanti aspetti della vita, facendola diventare più sensibile a ciò che succede intorno a lei:

(…) fu allora, nel 1968, che il gioco segreto si ruppe. Per tante ragioni diverse, pubbliche e personali, la Morante incontrò il mondo, si mescolò al mondo. Scese nelle strade, si adattò a un nuovo ruolo, prestò ascolto a un richiamo sociale e politico che a quel tempo era una ragione di vita per tutti e si lasciò possedere da un demone da cui fino allora non era mai stata tentata. Si ripensò, si riepilogò, s’immaginò come un vate, un maestro, un sachem; come la prêtresse di un culto incompreso e di una religione misconosciuta, chiamata a predicare e a custodire l’integrità della realtà in un mondo degradato e sempre più irreale21.

La realtà di cui parla Garboli e cui faceva riferimento la scrittrice, nella vita così come nella produzione letteraria, non è una sorta di riproduzione fotografica né documentaria ma è una realtà particolare, reinventata e filtrata dall’interpretazione dell’uomo (nell’universo) e dalla visione poetica del romanziere. Analizzata da vicino, la realtà morantiana sembra comporsi di due elementi indispensabili: l’invenzione, che richiede l’ausilio assoluto dell’immaginazione, e la realtà oggettiva. La fusione di queste due componenti – le quali indicano da una parte soggettività e dall’altra oggettività – riconduce alla visione del mondo e del reale da lei tanto agognata. Da ciò risulta evidente anche l’assunto secondo cui, per lei, l’unico modo possibile per raccontare la realtà è attraverso la forza dell’immaginazione. La realtà, considerata in tal modo, equivale alla bellezza e all’integrazione, mentre il suo contrario indica la bruttezza, l’alienazione e la disintegrazione, cioè la morte. Sono proprio questi gli elementi, che la Morante ha chiamato il “drago”22, contro cui il romanziere (l’artista in generale) deve lottare prima per la sua intrinseca natura, poi perché è il suo compito primario.

Riguardo al nucleo principale della scrittura morantiana, è possibile affermare che la sua produzione letteraria altro non è che un continuo indagare il «difficile rapporto fra le ragioni umane e le ragioni misteriose della realtà»23 e ciò costituisce il motivo principale per cui risulta sempre attuale quello che ella riferisce nelle opere, ancora di più quando esse sono impregnate di storie ed eventi collocati nel passato. A questo proposito, in Gianni Venturi si legge:

Qual è dunque il proponimento saggistico della Morante che rivela il suo «sistema del mondo e delle relazioni umane»? Penso sia un’adesione appassionata, fedele e totale al vero, celato nella realtà, anche la più favolosa. È il vero che si rispecchia nel narrare ed è nel romanzo che la Morante saggia le possibilità di una restituzione totale della realtà, come una sfida. Nel romanzo, nelle possibilità del romanzo, si misura la qualità del vero per mezzo del reale (…) ma il vero è anche la finzione che dilata ad epos la cronaca24.

La componente saggistica della sua narrativa è diventata più intensa quando la sua espressione, che fino alla metà degli anni Sessanta era caratterizzata dal connubio fiabesco tra la realtà, la memoria e l’immaginazione, è andata incontro a una nuova consapevolezza verso la fine dello stesso decennio. Ne è una conferma la conferenza intitolata Pro o contro la bomba atomica: la Morante sia per motivi personali – da una parte la morte del giovane pittore Bill Morrow, dall’altra la percezione invadente di perdere la grazia, e la fragilità fisica – sia per motivi sociali e pubblici ˗ «il sentimento di appartenere a un mondo degradato e falsificato dove ogni creatura è dannata, per sopravvivere, a farsi strumento di tutto il potere di cui dispone (a farsi, per vivere, carnefice)»25 ˗ ha iniziato a sentir calare su di sé l’ombra della «pesanteur»26, della ‘pesantezza’. In seguito, la sua narrativa, come del resto anche la sua identità, ha imboccato una strada nuova, nonostante conservasse dentro di sé le caratteristiche fondamentali dell’impronta morantiana. Tale strada era contrassegnata dal riconoscere malauguratamente la potenza del sopraddetto drago e la sua imminente vittoria, dall’intenzione di denudare il mondo e di mostrare tutte le sue falsità e meschinità.

In questo clima di conflitto ma anche di grande ispirazione, nel ’68 esce Il mondo salvato dai ragazzini e vince il premio di Brancati. Un anno dopo la Morante viaggia ad Amsterdam e scrive un saggio introduttivo sul Beato Angelico intitolato Il beato propagandista del Paradiso.

Il suo terzo romanzo, La Storia, che la collocherà definitivamente fra i più importanti scrittori del Novecento, viene pubblicato nel 1974 direttamente in edizione popolare ed economica, su richiesta della scrittrice, affinché il romanzo venga letto da tutti, e soprattutto da chi viene marginalizzato dalla storia stessa. Subito dopo Elsa inizia a scrivere un nuovo romanzo intitolato Supermanun’autobiografia, che viene presto abbandonato.

Nel 1982 esce il suo ultimo romanzo, Aracoeli, la cui stesura la impegna per cinque anni e con cui vince il Prix Médicis étranger nel 1984. Aracoeli rappresenta la sintesi perfetta del conflitto morantiano, durato per anni, tra sé e il mondo nonché tra sé e sé. Dopo questo romanzo, nonostante l’intenzione di scrivere ancora, cui accenna in alcune occasioni, Elsa non torna più a scrivere. S’impadronisce, infatti, del suo animo la sua paura più profonda: quella della vecchiaia psico-fisica. Come ricorda Cesare Garboli:

Il sopraggiungere della vecchiaia, nella vita di Elsa, non è stato quel fenomeno fisiologico che ci colpisce tutti quanti ma lascia i nostri organismi, di solito, per quanto logorati e acciaccati, più o meno simili a se stessi. Il sopraggiungere della vecchiaia, per Elsa, è stato l’esplosione di un uragano, tanto più terribile quanto più i passi della tempesta erano silenziosi; quest’uragano sconvolse il corpo di Elsa, lo alterò, lo trasformò, lo spodestò, facendolo occupare a una persona nella quale Elsa non riconobbe mai se stessa. Soprattutto, una persona che Elsa non amava. Con grande coraggio, e anche grande astuzia, Elsa cercò ogni mezzo per stabilire, col nuovo essere, delle regole di convivenza; e non ci riuscì solo per una sorta di maledizione e di maleficio27.

Nel 1983 Elsa tenta il suicidio e, successivamente, in ospedale le viene diagnosticata l’idrocefalia, che causerà la sua lunga permanenza in una clinica a Roma. Ancora Garboli:

In clinica, in questi anni, Elsa Morante ha vissuto come se fosse un’altra persona, irriconoscibile per chi l’avesse frequentata anche solo un po’ intimamente, nel passato: sparite le collere, le dolcezze, le risate, cessato, soprattutto, il combattimento, cessata la sua eterna discussione col mondo28.

Il 25 novembre 1985 Elsa Morante, com’è noto, si è spenta nella stessa clinica in seguito a un infarto, ma il suo sortilegio narrativo tuttora continua.

  1. Cronologia, in Elsa Morante. Opere, a cura di C. Cecchi e C. Garboli, I, p. XX. La scrittrice non dava importanza alla successione biografica e cronologica degli eventi della propria vita, poneva invece l’accento in particolare sul riflesso sentimentale di essi. Tale riflesso è da rintracciare nella sua produzione letteraria, specie nei romanzi.
  2. Le informazioni riguardanti Francesco Lo Monaco sono state ricavate da un’analisi effettuata sui manoscritti della scrittrice da parte di Giuliana Zagra; per ulteriori informazioni si veda G. Zagra, Il segreto gioco della scrittura. Elementi autobiografici e fonti letterarie nel manoscritto di Menzogna e sortilegio, in Le fonti in Elsa Morante, a cura di E. Palandri e H. Serkowska, Venezia, Edizioni Ca’ Foscari–Digital Publishing, 2015, p. 73.
  3. «Il fatto di essere vissuta a contatto con quell’ambiente può fornire una prima, provvisoria spiegazione dell’amore spiccato della Morante per tutto ciò che è popolare, e quindi autentico, non guastato dalla mentalità artefatta della società borghese o piccolo borghese» (C. Sgorlon, La vita, in Invito alla lettura di Elsa Morante, Milano, Mursia, 1972, p. 17). Difatti, tutta la sua vita privata e letteraria è contraddistinta da un particolare interesse verso quelli che la società odierna considera gli umili, ma soprattutto da un profondo disprezzo verso la classe dominante e la sua arroganza.
  4. È significativo un racconto della Morante in cui, preso spunto dal soggiorno presso la madrina, mette in evidenza la differenza sociale tra i due poli opposti della società; si veda E. Morante, Patrizi e plebei, in «Oggi», 19 agosto 1939.
  5. La Figura 1 è stata tratta dalla URL seguente: http://www.culturaitalia.it/opencms/it/contenuti/focus/_La_stanza_di_Elsa___tra_libri_e_quadri_rivive_lo_studio_della_Morante.html?language=it  (ultima consultazione: 19/9/2018).
  6. E. De Angeli, La lavagna di Elsa, in Festa per Elsa, a cura di G. Fofi e A. Sofri, Palermo, Sellerio, 2011, p. 35
  7. G. Bernabò, L’autrice e il suo tempo, in Come leggere «La Storia» di Elsa Morante, Milano, Mursia, 1991, p. 8.
  8. Antonio è il nome con cui si riferisce Elsa Morante al suo fratello maggiore morto subito dopo la nascita (si veda E. Morante, Nostro fratello Antonio, in «Oggi», 2 dicembre 1939). Tuttavia, ricordando il fatto che ella firmava a volte con lo pseudonimo di Antonio Carrera, questo nome rappresenta anche un alter ego della Morante. Questi due elementi rivelano l’intimità insita nel Diario 1938, intitolato appositamente Lettere ad Antonio.
  9. R. Salsano, Elsa Morante tra memoria e immaginazione, in «Rivista di Studi Italiani», XXIII, 2, 2005 (ma 2008), p. 77.
  10. E. Morante, Lettere ad Antonio (Diario 1938), in Elsa Morante. Opere, II, op. cit., p. 1581.
  11. L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, a cura di D. Morante con la collaborazione di G. Zagra, Torino, Einaudi, 2012, p. 56.
  12. G. Bernabò, L’autrice e il suo tempo, in Come leggere «La Storia» di Elsa Morante, op. cit., p. 12.
  13. E. De Angeli, La lavagna di Elsa, in Festa per Elsa, op. cit., p. 36.
  14. L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, a cura di D. Morante, op. cit., p. 49.
  15. E. Morante, Lettere ad Antonio (Diario 1938), in Elsa Morante. Opere, II, op. cit., p. 1605.
  16. Elsa trae da tale soggiorno un profondo amore per il Sud d’Italia, che farà da sfondo a quasi tutta la sua opera narrativa.
  17. Elsa Morante considera che la sua carriera letteraria sia iniziata a partire da questo romanzo, senza contare né i suoi scritti precedentemente pubblicati su vari giornali e riviste né il suo vero primo romanzo uscito a puntate, Qualcuno ha bussato alla porta, come ricorda Garboli: «Elsa Morante ha sempre ritenuto che la propria carriera letteraria sia cominciata con Menzogna e Sortilegio. Lei faceva nascere se stessa a partire da questo romanzo» (l’intervista di R. Carbone a C. Garboli, Terza pagina, 1988, si legge alla URL: http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-b0ce6b14-3791-4793-8c07-f4d8a7b0043c.html, ultima consultazione 19/9/2018). Ancora Garboli spiega il motivo di autoesclusione della Morante: «La Morante è stata uno scrittore precoce, ma di originalità tardiva. Precoci e irresistibili i primi passi, il bisogno di raccontare le favole e storie; ma tardiva la rivelazione di sé a se stessa, la conquista della personalità e dello stile. Non è certo un caso che la stessa Morante, lei per prima, abbia silenziosamente cancellato e come sommerso le tracce di quella cospicua produzione a metà tra il feuilleton, il servizio giornalistico, il racconto d’appendice, la favoletta per ragazzi, che precede la stesura del primo dei suoi romanzi» (C. Garboli, Premessa, in Il gioco segreto. Nove immagini di Elsa Morante, Milano, Adelphi, 1995, p. 21).
  18. G. Lukács, intervista rilasciata a Jas Gawronski, in «Giorno», 27 agosto 1961. Per ulteriori informazioni si veda Il giudizio di Lukács su Elsa Morante, in Le Stanze di Elsa: dentro la scrittura di Elsa Morante, Biblioteca nazionale centrale di Roma, 27 aprile-3 giugno 2006, a cura di G. Zagra e S. Buttò, Roma, Colombo, 2006, p. 67.
  19. G. Bernabò, L’autrice e il suo tempo, in Come leggere «La Storia» di Elsa Morante, op. cit., p. 17.
  20. Prefazione, in Elsa Morante. Opere, I, op. cit., p. XIV.
  21. C. Garboli, Al lettore,in Il gioco segreto. Nove immagini di Elsa Morante, op. cit., pp. 15-16.
  22. Per ulteriori informazioni sulla lotta con il “drago” della Morante cfr. G. Fofi, “Per esempio Elsa Morante. La lotta col drago” – ciclo “Storie alla radio” – 1997 in MEMORADIO del 24/11/2015: http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-5f9773f2-953e-41af-8596-78c1f49fc9de.html (ultima consultazione 20/09/2018).
  23. E. Morante, Sul romanzo, in Pro o contro la bomba atomica e altri scritti,in Elsa Morante. Opere, II, op. cit., p. LXX (tratto da «Italia Domani», 15 marzo 1958).
  24. G. Venturi, Elsa Morante, Firenze, La Nuova Italia, 1977, p. 30.
  25. C. Garboli, Prefazione, in Elsa Morante. Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, Milano, Adelphi, 1987, p. XV.
  26. «Un pomeriggio di tanti anni fa, non ricordo più per quale piega presa dalla conversazione (eravamo soli, seduti a un caffè) Elsa Morante sospirò: Vuoi sapere qual è il mio vero difetto? Proprio quello a cui nessuno pensa. Ma io so benissimo qual è… È la pesanteur» (ivi, p. XI).
  27. C. Garboli, Gli ultimi anni di Elsa Morante, in Festa per Elsa, op. cit., pp. 44-45.
  28. Ivi, p. 43.

(fasc. 24, 25 dicembre 2018)

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