Fra la traduzione dell’etica e quella della fedeltà: prospettive di ricerca

Autore di Giampaolo Vincenzi

La letteratura che riguarda la teoria della traduzione è costruita su similitudini, metafore ed esemplificazioni con le quali si illustrano i concetti astratti che scaturiscono dall’operazione pratica, all’interno del campo del sapere che si chiama traduttologia. Quelle figure hanno dato forma a un metalinguaggio che i traduttori, i teorici della letteratura, i poeti, hanno usato per comunicare le riflessioni con cui si accompagna la procedura della traduzione di testi.

In tempi recenti una serie di nuove o rinnovate immagini metaforiche sono emerse sia in scritti dedicati alla teoria e pratica della traduzione sia, in una fioritura che pare altrettanto indicativa dell’importanza assunta dal fenomeno, nel lavoro di scrittori contemporanei. (…) A questo primo sdoppiamento, tra traduzione e traduttore, se ne aggiungono poi altri: quello tra l’atto del tradurre ed il suo risultato (spesso entrambi indicati come «traduzione», ma non equivalenti), e tra la traduzione come pratica e come topos letterario (di nuovo, due nozioni tra loro strettamente legate, ma non identiche). Quello che abbiamo davanti è dunque una serie di sdoppiamenti multipli – laddove il doppio, lo specchio segnano ovviamente già un ingresso nel linguaggio metaforico1.

Se la metafora più abusata del traduttore quale traditore ha oramai perduto l’originaria carica polemica, se quella delle bellezze necessariamente infedeli non è più utilizzabile in un contesto culturale tanto raffinato da produrre traduzioni esteticamente godibili e morigeratissime, vi è comunque la necessità, anche per soli scopi didattici e di chiarezza nella delimitazione del campo di indagine, di arricchire le descrizioni con immagini più comprensibili2. Sono spesso i traduttori i più originali e usati inventori, capaci di semplificare le esperienze individuali sotto forma di paragone figurato utile a disegnare i pareri soggettivi ma anche passibile di essere sovrainterpretato. Anche chi occupa solo parte del proprio tempo nel compito materiale della traduzione, dedicandone la maggior parte all’analisi del pensiero, cioè dell’atto critico, riflessivo ed ermeneutico che corre parallelo a quello considerato un faticoso lavoro notturno, all’ombra dell’autore, dell’opera e della lingua originaria che svolgiamo quando trasformiamo un testo da una lingua a un’altra, ha necessità di congegnare esempi e fabbricare metafore in modo tale da tradurre sia la traduzione sia l’opera di riflessione su di essa, la traduttologia.

L’atto pratico e quello riflessivo rappresentano le due gambe su cui si muove la definizione di traduzione nella storia umana, ma è indubbio che su quello, anche economicamente, produttivo si sono dirette le attenzioni degli interessi critici ed accademici, i chiarimenti dei significati e le responsabilità nel quadro dei valori estetici, etici ed economici; tali attenzioni disegnano la traduttologia come un organismo claudicante che deambula su una gamba atleticamente specializzata, allenata e coadiuvata da precise tecnologie informatiche, e su di un’altra debole, languida e nodosa che rappresenta le contorte riflessioni di chi si inoltra nei contesti e nei paratesti, negli intricati sottoboschi dei sottotesti e tra la dispersione dei paratesti.

La traduzione è il fare esperienza di opere, di lingue, di passaggi mentre si riflette sul sapere particolare del tradurre; per citare Berman, la traduttologia è «la riflessione della traduzione su se stessa a partire dalla sua natura di esperienza»3.

Le grandi traduzioni europee del Romanticismo, gli autori delle quali sono ancora considerati le autorità del concetto moderno (Schleiermacher, Schlegel, Goethe, Hölderlin, solo per citarne alcuni), nascono da un terreno irrigato a pensiero filosofico e dimostrano che «esiste fra le filosofie e la traduzione una prossimità d’essenza»4.

La riflessione sulla traduzione ristretta o interlinguistica concerne forzatamente quanto accade nei dintorni culturali dell’atto di traduzione e deve necessariamente dare conto «non soltanto (de)l “passaggio” interlingue di un testo, ma – attorno a questo primo “passaggio” – (di) tutta un’altra serie di “passaggi” che riguardano l’atto di scrivere e, più segretamente ancora, l’atto di vivere e di morire»5. La traduttologia, per usare le parole con cui Berman concludeva la prefazione all’importante seminario del 1984, «non insegna la traduzione, ma sviluppa in maniera trasmissibile (concettuale) l’esperienza che la traduzione è nella sua essenza plurale. (…) A questo titolo, essa non riguarda i soli traduttori, ma tutti coloro che sono presi nello spazio della traduzione. Vale a dire tutti noi, in quanto, dalla traduzione, nessuno è libero»6.

L’operazione di contestualizzare questa disciplina mantenendone un’equidistanza dalle fasi, dalle operazioni e dalla manualistica riguardante la traduzione interlinguistica, le attività di comunicare e insegnare la traduttologia in maniera semplice ed efficace senza rischiare di annodarsi in riflessioni troppo astratte, portano come conseguenza primaria il marcato utilizzo di spazi lessicali e concettuali misti, altamente specialistici e afferenti a discipline distanti, e dunque una certa confusione definitoria; come conseguenza secondaria si assiste all’equivoco secondo cui la riflessione diventa teoria, dunque si abbandona il lavoro sulla disciplina in quanto, lo si è già detto, è impossibile una traduzione senza riflessione ma è possibilissima, ed anzi continuamente operante, la traduzione senza teoria.

L’idea da cui trae spunto la proposta presente in questo articolo rappresenta il tentativo di comunicare la traduttologia, la riflessione sulla traduzione, posizionandola in uno spazio interstiziale senza che tale discorso si trasformi in un altro languido e inutile arto della traduzione medesima.

Le difficoltà di comunicare il lavoro e gli ambiti della traduttologia si pongono nel momento stesso in cui si affrontano i grandi temi della traduzione, come ad esempio quello della fedeltà e conseguentemente quello dell’etica perché, se quasi naturalmente capiamo cosa comporti il concetto di fedeltà nella trasformazione linguistica – cioè l’essere rispettoso della volontà dell’autore, del testo e della lingua-fonte tramite il testo tradotto ˗, non è altrettanto chiaro chi o cosa determini quelle volontà originarie e in base a cosa l’interpretazione del traduttore debba tradire o attendere la volontà della fonte; come godere dell’apertura di un’opera d’arte chiudendone l’ambiguità? ˗ ove per ambiguità si intende la suggestione stimolante del testo di cui parla Umberto Eco:

Qualsiasi opera d’arte (…) esige una risposta libera ed inventiva, se non altro perché non può venire realmente compresa se l’interprete non la reinventa in un atto di congenialità con l’autore stesso. (…) ora (…) una tale consapevolezza è presente innanzitutto nell’artista il quale, anziché subire la “apertura” come dato di fatto inevitabile, la elegge a programma produttivo, ed anzi offre l’opera in modo da promuovere la massima apertura possibile7.

Un qualsiasi fruitore che pretenda etica nell’atto artistico si dimostra infedele verso l’autore, la lingua e il testo originari in quanto si appropria della volontà dell’autore primario, deforma i valori culturali originari espressi nella lingua-fonte, chiude, invece di aprire, l’ambiguità del testo.

Per tradurre a scopo didattico quanto si sta forse ribadendo in modo ridondante al lettore esperto, capita spesso di raccontare un’esperienza personale accaduta qualche anno addietro: davanti a un fast food un gatto attraversava la strada inseguendo un topo; l’osservatore avrebbe potuto giustamente pensare che il felino etichettasse il roditore allo stesso modo con cui l’umano indica un edificio in cui si mangiano hamburger; per l’umano, tuttavia, è veloce l’atto di mangiare mentre, per il gatto, veloce è l’alimento stesso. Tali contorti pensieri erano seguiti da un senso di disagio dovuto al fatto che con quella strana immaginazione si era preteso che il gatto ragionasse come un umano, imponendo in tal modo all’animale la struttura cerebrale, emotiva e comunicativa degli esseri umani.

Attraverso tale esempio è, forse, meglio comunicabile l’accadimento dell’infedeltà nel contesto della traduzione interlinguistica, quando non si ha scelta e bisogna per forza optare e tradire attraverso l’uso dell’aggettivo fast, o l’inglese o ˗ ammesso che esista ˗ il gattese; ma con lo stesso aneddoto si spiega anche l’accadimento dell’infedeltà traduttologica secondo cui, imponendo a un altro la mia interpretazione, non sono etico in quanto pongo un limite alla sua illimitata, perché ignota, interpretazione.

A questo continuo movimento di personaggi bisogna aggiungere quanto teorizzato da Friedmar Apel in Sprachbewegung8, e cioè che la pratica di traduzione non è un’operazione che si svolge tra due punti fermi, l’originale storicizzato, quasi bloccato nel tempo in cui si è formato, e il testo finito nell’attualità che è la traduzione. Per Apel, piuttosto

le complessità del procedimento poetico della traduzione letteraria superano ampiamente i metodi espositivi della moderna linguistica. (…) la traduzione non funziona mai in modo sincronico, mentre la lingua originale come pure quella d’arrivo si trasformano in ogni istante. A ciò si aggiunge la considerazione che il significato di un’affermazione o di un testo che si produce di volta in volta non può mai essere conosciuto nella sua dinamica, ma dev’essere compreso, e, com’è noto, questa comprensione è a sua volta dinamica di per sé. (…) È superfluo aggiungere che anche la comprensione interpretante del soggetto conoscitore, dello scienziato, è vincolato alla condizione storica. È dunque necessario comprendere il testo poetico come riflesso di una costellazione storica, per poi intendere in questo senso anche la sua traduzione e altresì la comprensione – ugualmente formulabile solo sul piano linguistico – di colui che attraverso la traduzione viene rinviato all’originale, la finitezza del loro legame – perché di questo tratta infatti la teoria della traduzione. (…) la teoria della traduzione e la sua applicazione nell’ambito della interpretazione e della critica, devono fondarsi su una riflessione circa il problema della traduzione, che concepisca la traduzione come processi sospesi, come un contesto problematico dinamico collegato direttamente alle opere. (…) la traduzione di un testo poetico (come pure la relativa critica) non è un compito che si possa risolvere una volta per tutte, bensì una problematica che si rinnova di continuo sul piano storico, con un orizzonte aperto9.

Gli strumenti per analizzare strutture in continuo divenire, anche nelle proprie relazioni interne, sono troppo spesso quelli usati per analizzare realtà opposte e dicotomiche; con tali strumenti non è possibile fissare strutture dinamiche e popolate da interpreti, lingue, luoghi di passaggio. Due punti dinamici e in relazione reciproca non possono essere seguiti e individuati oggettivamente nelle loro funzioni precipue: «L’importante è colpire/ alle spalle./ Così si forma un cerchio/ dove l’inseguito insegue/ il suo inseguitore./ Dove non si può più dire/ (figure concomitanti/ fra loro, e equidistanti)/ chi sia il perseguitato/ e chi sia il persecutore»10.

L’infedeltà, allora, necessariamente si trasforma in strumento risolutore, bloccando il turbinio traduttivo nel tempo e nello spazio, per poter analizzare in modalità sinottica tutti gli elementi.

In pratica il traduttore, seppur negoziando e chiarendo le equivalenze dinamiche che usa, deve essere infedele o al target o alla source; la somma e il valore di quelle infedeltà, che poi sono le scelte del traduttore, saranno la causa dell’esito del testo tradotto.

Il disordine che governa la struttura a cui ci si è appena sopra riferiti si rispecchia in quella che sempre Berman definiva l’obiezione pregiudiziale secondo cui il valore stesso tramite il quale un testo si autoafferma pare essere proprio la sua intraducibilità:

Che la poesia sia intraducibile, significa due cose: essa non può essere tradotta, a causa del rapporto infinito che si istituisce fra il “suono” e il “senso”, e essa non deve esserlo, poiché la sua intraducibilità (come la sua intangibilità) costituisce la sua verità e il suo valore. Dire di una poesia che è intraducibile, equivale in fondo a dire che è una “vera” poesia. (…) Tradurre è sospetto, poiché significa infischiarsi di un valore essenziale del testo. (…) la traduzione non può che essere tradimento, anche se questo tradimento è necessario per l’esistenza degli scambi e della comunicazione11.

Tale intraducibilità è a sua volta anfibia in quanto, se nella critica della traduzione poetica rappresenta un valore letterario, nella pratica questo valore viene continuamente tradito; tradurre è utile per la comunicazione, ma scorretto in ordine al piano valoriale su cui si basa la considerazione estetica ed etica di un’opera d’arte.

La linea che contorna la figura e racchiude le funzioni di un traduttore, contemporaneamente rispettoso del testo e despota nell’utilizzo del testo stesso, deriva da una deformazione prospettica che pretende di attribuire tridimensionalità a un piano monodimensionale in cui i tre protagonisti (source, target e traduttore) si muovono nella direzione del tempo: il primo nel passato, il secondo nel presente, il terzo continuamente tra presente e passato e viceversa.

Due punti di riferimento, due lingue o due culture, insomma, non bastano a comporre il quadro complesso del processo traduttivo; è necessario il terzo protagonista, colui che interpreta e rimanda il gioco delle significazioni agli altri protagonisti. L’interprete, già immaginato dai Romantici, opera nel mezzo della traduzione imponendo ai testi e alle culture che si confrontano o una direzione, una motivazione, o anche una finalità pratica:

Se vogliono comprendere, i suoi (del traduttore) lettori devono cogliere lo spirito della lingua, che era familiare allo scrittore, devono essere in grado di intuirne il particolare modo di pensare e di sentire; e per la realizzazione di queste due esigenze egli non ha da offrire nient’altro che la loro propria lingua, che con la straniera non concorda in nessun punto, e se stesso, vale a dire il modo con cui ha più o meno correttamente compreso il proprio autore, facendolo oggetto di ammirazione e approvazione ora maggiori ora minori12.

La teoria semiotica che rappresenta meglio la conformazione strutturale di cui si parla e che, pur mantenendo invariati i protagonisti del processo traduttivo, aiuta a sviluppare in senso bidimensionale la struttura stessa di tale processo, è quella di Peirce, secondo cui la triade semiotica schematizza il segno quale relazione tra Representamen, Interpretante e Oggetto. I movimenti della triade, la semiosi illimitata, si svolgono contemporaneamente tra il piano delle ascisse e quello delle ordinate, formando un triangolo che rappresenta altresì funzionalmente il processo traduttivo in teoria:

Quando leggiamo, ogni parola evoca in noi una serie di associazioni, con una rapidità tale che spesso non ce ne rendiamo conto. Questo processo traduce i segni letti in interpretant o, se si preferisce, in translatant, e si tratta di una traduzione intersemiotica dal verbale al mentale. In questo modo progredisce e si evolve il pensiero umano, mediante una serie di traduzioni. Finché tale evoluzione avviene all’interno di un individuo, le traduzioni hanno segni interpretanti sia come prototesto che come metatesto, e sono quindi traduzioni intralinguistiche (intendendo per «linguaggio», nel caso specifico, il linguaggio mentale dell’individuo in questione, il suo “codice macchina”, per usare una metafora informatica). Quando l’evoluzione del pensiero passa da un individuo all’altro, è necessario che gli interpretanti vengano tradotti in parole (e in questo modo comunicati all’esterno dell’individuo) e che poi i singoli riceventi li ritraducano in segni interpretanti. Avviene una doppia traduzione intersemiotica. (…) Ognuna di queste traduzioni del pensiero è più alta, e non è dunque una traduzione per così dire “fedele”, ma un arricchimento del segno precedente. Un segno è un corpo, la cui interpretazione è l’anima. Ogni segno deve avere un interpretante, altrimenti non è segno13.

La semiosi illimitata, anche secondo Bruno Osimo testé citato, è la dinamica più conforme all’atto traduttivo continuo, provvisorio e migliorabile così come il processo semiotico; durante l’adattamento alle percezioni, alle correlazioni, alle inferenze e alle interpretazioni non è possibile fissare una qualità che rappresenti un valore ed è altrettanto impossibile esservi fedele.

La triade peirciana, come già detto, sviluppa bidimensionalmente la struttura su cui insistono i personaggi della traduzione: il traduttore non si muove più e solo nello spazio storico limitato dal passato e dal presente, ma assume una dinamica ascendente e discendente; ciò comporta che gli attori rimangono sullo spesso piano, soddisfacendo il criterio etico della pariteticità linguistica e culturale, ma contemporaneamente hanno a disposizione un altro piano verticale dalla cui prospettiva il traduttore considera il proprio progetto, le scelte e, in definitiva, pianifica la traduzione.

In tale abbozzo di struttura, forzatamente semplificato, i più avranno intravisto l’indizio a partire dal quale Walter Benjamin prova la parentela metastorica e verticale delle lingue, la reine Sprache o pura lingua dell’ormai classico Die Aufgabe des Übersetzers (Il compito del traduttore); infatti:

In che cosa si può cercare l’affinità di due lingue – a prescindere da una parentela storica? (…) ogni affinità metastorica delle lingue consiste in ciò che ciascuna di esse, presa come un tutto, è intesa una sola e medesima cosa, che tuttavia non è accessibile a nessuna di esse singolarmente, ma solo alla totalità delle loro intenzioni reciprocamente complementari: la pura lingua14.

Si pone qui in evidenza il fatto che, tramite la parentela o discendenza metastorica dalle lingue, Benjamin introduce una coordinata di profondità allo schema bidimensionale a cui poco sopra si accennava e progetta uno spazio tridimensionale dentro, o attraverso cui, il traducente si muove ad assolvere la propria funzione particolare; nello stesso tempo il filosofo tedesco supera l’antagonismo tra la libertà e la fedeltà del traduttore, negando utilità a quest’ultima: come si può essere fedeli a una Uhr-lingua, pura e metafisica? Scrive Benjamin:

Se libertà e fedeltà della traduzione sono state considerate da sempre come tendenze divergenti, anche questa più profonda interpretazione dell’una non sembra tale da riconciliarle, ma, anzi, da negare all’altra ogni diritto. (…) In questa pura lingua che la libertà riceve la sua ragion d’essere. Essa piuttosto si esercita, in nome della pura lingua, su e nei confronti della propria. Redimere nella propria quella pura lingua che è racchiusa in un’altra; o, prigioniera dell’opera, liberarla nella traduzione – è questo il compito del traduttore15.

Un compito che prescinde dalla fedeltà a un valore etico, dunque fisico e pragmatico, ma che al contrario piegasi a riconoscere la sacralità della reine Sprache nella, e attraverso, la lingua tradotta.

Come tradurre, semplificandolo, questo discorso? E quali nodi problematici evidenzia la semplificazione in un contesto in cui la teoria della traduzione debba essere comunicata e spiegata in contemporanea? Il lettore più avveduto si sarà reso conto del continuo ricorso alla metafora, all’espediente esemplificativo e al rapporto paradigmatico necessario a costruire un metalinguaggio della traduzione, in queste pagine.

Avviene, tuttavia e per pura casualità, di poter utilizzare anche un’opera artistica che possa rappresentare, sinotticamente e in modo esauriente, quanto sopra discusso; una tra le funzioni dell’arte, d’altronde, è anche quella di essere didattica e fruibile come testo rappresentativo di un’idea teorica ed estetica quale quella sottesa ai discorsi sulla traduzione.

l'Annunciazione di Lorenzo LottoL’Annunciazione di Lorenzo Lotto16 (cfr. Figura 1) sembra descrivere, a parere di chi scrive, il rapporto funzionale che si instaura all’interno del sistema tridimensionale di Benjamin, laddove la “triangolazione” esaudisce i rapporti orizzontali e verticali della traduzione e vi aggiunge profondità grazie all’azione del traduttore.

Il triangolo equilatero che lega i personaggi della tela recanatese esemplifica le relazioni dello schema di Benjamin, si diceva: la reine Sprache, metafisica ed astratta, a-storica e superiore, è simboleggiata dal vertice in cui è rappresentata la divinità, il Signore altrettanto metafisico e a-storico rispetto al vertice basso a cui si dirige, verso cui si direziona obliquamente quasi tuffandosi. Quel vertice è chi accoglie il messaggio nella lingua d’arrivo, terreno e timoroso, ma aperto alla novella – e alla novità; la Vergine, nel discorso sulla traduzione, metaforizza il lettore finale della traduzione stessa, la cultura che riceve il messaggio espresso in un’altra lingua terrena. Il messaggero, perpendicolare verticalmente alla pura lingua, e orizzontalmente alla lingua d’arrivo, partecipa egualmente del mondo inferiore e di quello superiore, li fa comunicare attraverso una lingua terrena diversa da quella d’arrivo.

Nell’interpretazione metaforica proposta, dunque, l’angelo e la Vergine stanno ai vertici del segmento orizzontale nel triangolo traduttivo: sono, cioè, le lingue naturali; l’angelo e il Signore costituiscono il segmento verticale rappresentante la diretta discendenza delle lingue naturali da quella pura. Si fa notare, inoltre, come il dipinto illustri perfettamente anche il rapporto storico, diacronico, tra le lingue in gioco nella traduzione, grazie a un gioco prospettico che pone in terzo piano l’origine della lingua pura, in secondo piano la rappresentazione della lingua naturale di partenza e in primo piano, cioè nel presente, la lingua naturale d’arrivo, il cui vertice ultimo, rappresentato da una Vergine umile e quotidiana, è significativamente proteso verso l’osservatore.

In questo gioco di rapporti dipinti dal Lotto è rappresentata anche la funzione del traduttore, personaggio che si muove tra le lingue naturali e dona profondità al triangolo bidimensionale costruito dalle lingue: è metaforizzato dal gatto che si muove impaurito, col pelo arruffato e la schiena arcuata, sulla linea che collega le due lingue naturali ma che nella prospettiva, e quindi in diacronia, le precede; il traduttore, sembra dirci quell’esemplificazione, viene prima delle lingue naturali ma le collega, è colui che unisce nel tempo e nello spazio la mia cultura espressa ed espressione della mia lingua, quella dell’osservatore, con la cultura e la lingua del mio dirimpettaio naturale, l’Altro che mi parla e con cui comunico.

Se il gatto si muovesse su queste due coordinate orizzontali, però, rimarrebbe ingabbiato nel quadro bidimensionale della vecchia concezione della traduttologia; a ben vedere, quel felino partecipa anche alla dimensione verticale di cui fanno parte la lingua pura e il messaggero, poiché mantiene le zampe posteriori sul piano terreno e materiale delle lingue naturali, ne è il conoscitore e il fruitore, mentre plasticamente stacca dal pavimento quelle anteriori, riconoscendosi, metaforicamente, parte del divenire nel rapporto direttamente sequenziale tra Uhr-lingua e lingue naturali. Il traduttore semplificato da questa rappresentazione, dunque, partecipa della natura pre- o a-storica delle lingue nello stesso tempo in cui lavora, ponendo in relazione e facendo dialogare lingue naturali.

Commentare questa tela potrebbe essere un esercizio ermeneutico grazie a cui illustrare i concetti di etica del traduttore, il quale deve assumere la consapevolezza di partecipare a tutte le dimensioni delle culture che vengono in contatto, facendole dialogare, e di fedeltà, assumendosi il compito di relazionare continuamente, nella pratica orizzontale e nella teoria verticale, due realtà, lingue, civiltà che hanno necessità di incontrarsi. Proprio a questo proposito, quello che riguarda il necessario incontro tra due culture mediate dalla funzione del traduttore, sia permesso raccontare un accadimento che almeno figurativamente richiama quanto poc’anzi riferito.

Gli ultimi anni del Ventesimo e questi primi del Ventunesimo secolo sono stati, e sono, un lasso di tempo storico in cui le civiltà si incontrano e, data la velocità degli spostamenti migratori, spesso si scontrano tra di loro; le cause e le conseguenze di tali drammatici impatti e dislocazioni sono evidenti e obbligano comunque tutti a ricevere, dialogare, domandarsi, conoscere e tradurre. Nel luglio del 2002 le avvisaglie di quelle migrazioni dall’Africa verso l’Europa si concretizzarono attraverso un incidente diplomatico tra il Marocco, lo Stato che tocca l’Europa attraverso lo Stretto di Gibilterra, e la Spagna: l’esercito marocchino, per varie ragioni che non si possono qui elencare ma che concernevano anche lo stanziamento in corridoi adatti al transito verso territori europei, occupò tramite dodici militari l’isolotto disabitato di Perejil, territorio di sovranità ambigua ma spagnolo, a nord di Ceuta.

Sebbene piazzasse navi e velivoli militari, la reazione del governo spagnolo, guidato dall’allora Primo Ministro José María Aznar con Ministro della difesa Federico Trillo, fu principalmente diplomatica e seguì la linea del dialogo imposta dalla Nato e dall’Unione Europea, tanto che il blitz dell’esercito spagnolo sull’isolotto fu quasi, per quanto se ne sappia, pacifico. I nove giorni che videro il dipanarsi della “crisi del Perejil”, dall’undici di luglio del 2002 al venti dello stesso mese, furono costellate di dialoghi e incontri tra governi e ambasciatori dell’uno e dell’altro Stato e continente, tanto che credo si possa affermare che la spinta diplomatica e il ricorso al dialogo – la funzione etica dei traduttori – abbiano permesso tale soluzione.

Aznar e TrilloDurante uno dei più drammatici incontri tra il Premier e il ministro della difesa spagnola, fu scattata una foto17 (cfr. Figura 2) che apparve poi in prima pagina su «La Vanguardia», il 13 luglio 2002.

In questa istantanea i politici, che all’occhio di un teorico della traduzione rappresenterebbero il mondo europeo e occidentale, sono posizionati al vertice di un triangolo immaginario ove la cultura di cui noi facciamo parte si scontrava, tramite il dialogo diplomatico, con la cultura e la lingua che a quel vertice si opponeva, e cioè quella nordafricana, la quale da parte sua iniziava a cercare sfoghi migratori verso l’Europa. Sulla stessa linea, a far dialogare entità culturali e linguistiche opposte, appare la metafora e la figura del traduttore, un gatto che assume quasi la stessa postura operosa del felino nella tela di Lorenzo Lotto.

  1. L. Polezzi, Vittime o traditori? Vecchie e nuove metafore del tradurre e del traduttore, in «Semicerchio. Rivista di poesia comparata»: http://semicerchio.bytenet.it/articolo.asp?id=429 (ultima consultazione: 18/8/2016).
  2. Si rimanda ai classici T. Hermans, Images of Translation: Metaphor and Imagery in the Renaissance Discourse on Translation, in The Manipulation of Literature: Studies in Literary Translation, a cura di T. Hermans, Londra e Sydney, Croom Helm, 1985, pp. 103-35; S. Bassnett, Engendering Anew: Translation and Cultural Politics, in The Knowledges of the Translator: From Literary Interpretation to Machine Classification, a cura di M. Coulthard e P. A. Odber de Baubeta, Lampeter, Edwin Mellen, 1996, pp. 53-66, citati anche in L. Polezzi, Vittime o traditori?, op. cit.
  3. A. Berman, La traduzione e la lettera, o l’albergo della lontananza, Macerata, Quodlibet, 2003, p. 16.
  4. Ivi, p. 17.
  5. Ibidem.
  6. Ivi, p. 20.
  7. U. Eco, Opera aperta, Milano, Bompiani, 2004, p. 36.
  8. F. Apel, Il movimento del linguaggio. Una ricerca sul problema del tradurre, a cura di E. Mattioli e R. Novello, Milano, Marcos y Marcos, 1997. Nella Prefazione al saggio, Emilio Mattioli chiaramente riassume che «in relazione alla traduzione è necessario volgere lo sguardo alla dialettica del proprio e dell’estraneo, perché in questo senso il testo è il risultato di un processo all’interno del quale, con la concezione del significato estraneo e della lingua estranea, anche il proprio viene necessariamente in una luce nuova. (…) Il concetto di movimento del linguaggio definisce esattamente quella dialettica di vecchio e di nuovo, quel rapporto tra opera e storia che si modifica in ogni opera, in ogni traduzione, e che proprio la traduzione mette continuamente in opera. (…) ogni traduzione è un compito indefinito, infinito»: pp. 12, 14.
  9. Ivi, pp. 27-28.
  10. G. Caproni, Geometria, in Id., Poesie 1932-1986, Milano, Garzanti, 1991, p. 502.
  11. A. Berman, La traduzione e la lettera, op. cit., p. 36.
  12. F. Schleiermacher, Sui diversi modi del tradurre, in La teoria della traduzione nella storia, a cura di S. Nergaard, Milano, Bompiani, 2002, p. 151.
  13. B. Osimo, Corso di traduzione: http://courses.logos.it/IT/1_30.html (ultima consultazione: 20/9/2016).
  14. W. Benjamin, Il compito del traduttore, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di S. Solmi con un saggio di F. Desideri, Torino, Einaudi, 2006, p. 45.
  15. Ivi, pp. 49-50.
  16. L. Lotto, Annunciazione, olio su tela, 1534 ca, Museo di Villa Colloredo Mels, Recanati (MC).
  17. «La Vanguardia», 13/7/2002, p. 1.