Juan Ramón Masoliver, un mediatore culturale tra Spagna e Italia

Autore di Alina Navas - Chiara Sinatra

Masoliver: “Profili” e “ombre”

Grazie ai contributi di svariati studiosi che ne stanno riconsiderando il ruolo, a vent’anni dalla sua scomparsa si torna a parlare di Juan Ramón Masoliver. A causa del suo inquadramento nel primo Franchismo, per lungo tempo il suo nome è stato dimenticato in Spagna, mentre la sua produzione non è mai stata veramente studiata in Italia. Allo stesso modo, la sua permanenza in questo paese è stata raccontata più in chiave etnocentrica che in quella di mediazione culturale. Con questo lavoro desideriamo riportare alla luce una figura controversa che, seppure con le sue ombre, indubbiamente agì da mediatore tra i due paesi e le due culture. Un ruolo, questo, che Masoliver portò avanti ben oltre gli anni delle dittature e che, grazie alla sua attività di corrispondente per importanti testate spagnole, lo vide impegnato costantemente nella selezione e diffusione di autori e opere di entrambi i paesi, mentre come traduttore si dedicava alla ricerca dell’interpretazione profonda della cultura italiana.

Il nostro studio parte da un’indagine che si compone di varie testimonianze messe a confronto con Perfil de sombras, una raccolta dei suoi articoli e saggi riuniti in forma autobiografica nel 1994.

Negli anni della sua formazione, Juan Ramón Masoliver Martínez de Oria (Zaragoza 1910-Barcellona 1997) maturò un certo interesse per l’Italia grazie ai contatti con l’avanguardia catalana e noucentista. In questo senso, lo studio di Sonia Hernández, La formación de un humanista1 – attualmente unica monografia dedicata a questo personaggio – ha evidenziato il ruolo dell’Ateneo barcellonese, il luogo in cui i giovani intellettuali avevano accesso a riviste moderne e internazionali, così come quello delle tertulias del Café Colón o del Café Lyon, dove si riunivano Sebastià Gasch, Vicente Foix, Lluis Montanyà, Salvador Dalí, Guillermo Díaz-Plaja e Max Aub. Il gruppo era in contatto con il circolo futurista catalano da cui filtravano le novità culturali dall’Europa e, del resto, per la vicinanza con la Francia e grazie al suo tessuto socioeconomico, la Catalogna fu il centro nevralgico della ricezione delle avanguardie in Spagna. In particolare, la celebre conferenza di André Bretón del 1922 spostò l’attenzione dei circoli sul Surrealismo, attenuando l’impatto prodotto dal Futurismo; tuttavia, l’influenza italiana continuò a essere molto presente tra gli intellettuali catalani, tra i quali spiccava la figura di Eugeni D’Ors (Xènius) con il suo Noucentisme. Il tardivo e periferico influsso delle avanguardie lasciò traccia nella prima rivista diretta da Masoliver, «Hélix» (febbraio 1929-maggio 1931). Pubblicata in catalano, aveva un pubblico ridotto, ma fu lo stesso un canale importante per l’introduzione del Surrealismo in Spagna. Con i suoi dieci numeri e le sue collaborazioni, la rivista collegò il mondo universitario con quello degli intellettuali, collocandosi sul piano delle avanguardie internazionali. Vi presero parte Guillermo De Torre, Joan Mirò, Ramón Gómez de la Serna, César Arconada e Benjamín Jarnés, oltre a Díaz-Plaja, Dalí e il direttore italianofilo e filofascista di «La Gaceta Literaria» Ernesto Giménez Caballero, «puerto de todas las vanguardias»2. Per diversi aspetti, come le allusioni alla gioventù e alle macchine (si pensi allo stesso titolo «Hélix»), la rivista rimandava al movimento di Marinetti mentre, per altri tratti, si confondeva con un Futurismo ormai filtrato anche dal Fascismo. Di fatto, come nella coeva «Gaceta Literaria» (Madrid 1927-1932), in «Hélix» uscivano articoli che guardavano con simpatia a questa dottrina, tanto che il numero 5 del 1929 fu censurato a causa della presenza di un testo di Giménez Caballero dal titolo Unas líneas autobiográficas. L’avvicinamento di Masoliver al fascismo avvenne non solo grazie ai contatti con Giménez Caballero, ma anche a quelli con Vicente Foix (Fòcius), altro personaggio che sosteneva l’avanguardia anche in politica. Così, il numero 7 di «Hélix» venne dedicato a questo poeta catalano comparandolo, tra l’altro, con un altro intellettuale italianofilo nonché futuro fascista: il già citato Xènius. Masoliver faceva riferimento al Furofascismo catalán di Foix, una combinazione tra Futurismo e Fascismo che, tra l’altro, portò Foix a sostenere la campagna in Abissinia. Tra l’autunno del 1930 e il 1931 Masoliver si spostò a Parigi, curando da lì la pubblicazione del numero 10 di «Hélix» che uscì con il titolo di «Butlletí de l’agrupament escolar de l’acadèmia laboratori de Ciències Mèdiques» con contributi di Gasch, Miró, Foix, Dalí e del futurista catalano Sebastià Sánchez-Juan. Il periodo parigino segnò, comunque, il momento della sua desintoxicación dall’avanguardia: s’immatricolò all’Institut des Hautes Études Internationales della Sorbona per studiare legge, anche se per qualche tempo continuò in realtà le sue frequentazioni nei caffè de La Coupole, Cyrano, Bourse e a casa dei Dalí, entrando in contatto con Buñuel, Cunard, Aragon, Breton e con Joyce. Quest’ultimo, amante dell’Italia, lo spinse a viaggiare mettendolo in contatto con Ezra Pound, anche se fu in occasione di un viaggio a Barcellona che Jordi Rubió propose a Masoliver di occupare il posto di lettore di spagnolo all’Università di Genova.

Melodia italiana

Alla fine del 1931, Masoliver conobbe Eugen Haas, lettore di tedesco del suo stesso ateneo, con cui condivideva gli interessi culturali e che era fascista. Entrambi entrarono in contatto con Gino Saviotti, il quale li avrebbe invitati a collaborare agli ultimi numeri del supplemento culturale dell’«Indice» (1930-1931), che si chiuse con un «Almanacco Critico delle Lettere Italiane», curato dallo stesso Saviotti e da Ezra Pound e che comprendeva testi di Carlo Emilio Gadda, Benedetto Croce, Francesco Bruno e Cesare Zavattini. Masoliver si occupò della poesia spagnola per la sezione Le letterature straniere e i loro reflessi in Italia, che chiudeva il volume. Nella sua introduzione rimarcava come in Italia non si conoscessero autori ispanici ad eccezione di San Juan de la Cruz e Garcilaso de la Vega e, per la prima volta, proponeva le sue traduzioni di Juan Ramón Jiménez e di alcuni poeti della Generación del 27 come Rafael Alberti, Luis Cernuda e Manuel Altolaguirre.

Contemporaneamente, Pound aveva creato un circolo di intellettuali a Rapallo, dove risiedeva dal 1924. Stava lavorando ai suoi Cantos – opera scritta in diverse lingue che lo ossessionò per tutta la vita – e collaborava con riviste e giornali italiani e stranieri; faceva conferenze, s’interessava di musica antica e in più sosteneva il Fascismo e soprattutto Mussolini, arrivando a realizzare il soggetto del film di propaganda fascista Le Fiamme nere3. Tuttavia, a Rapallo non c’era solo Pound: nello stesso periodo soggiornarono lì intellettuali e artisti internazionali come Gerhart Hauptmann, W. B. Yeats, Emil Ludwig, Jacob Wassermann, Oskar Kokoschka, Gerhart Münch, Max Beerbohm, Sem Benelli, Salvator Gotta, Thomas Mann, o Franz Werfel4. Saviotti e Pound coordinarono un altro supplemento letterario, quello del quotidiano locale «Il Mare» (1932-1933). Vi collaborarono Francesco Cerio, Emanuel Gazzo, Edmondo Dodsworth, mentre Haas, Masoliver e il poeta americano Basil Bunting approfondivano i temi internazionali occupandosi degli artisti stranieri che soggiornavano in Liguria, ma anche di Carducci e Cavalcanti. Nel secondo numero del 15 ottobre 1932 Masoliver pubblicò diversi contributi in italiano: Osservazioni al redattore di ‘The European Caravan‘,A toute épreuve, Un vero grande libro sulla Spagna. In essi si può apprezzare il suo eclettismo, giacché mischiava giudizi sui poeti spagnoli classici e nuovi con considerazioni politiche antirepubblicane. Ad esempio, recensendo il nuovo libro di Giménez Caballero, Genio de España (1932), Masoliver esaltava la Spagna cattolica dal passato imperiale e allo stesso tempo si mostrava critico nei confronti del Futurismo a proposito del romanzo di Benedetta Marinetti Viaggio di Gararà. Altrove, firmandosi con le iniziali J. R. M., criticava l’attribuzione di incarichi di governo alle donne da parte della II Repubblica, parlava dei Gesuiti (gennaio 1933) e della cultura spagnola (Indice della nuova lirica spagnola) o lamentava il trattamento riservato a D’Ors da una parte degli intellettuali (febbraio 1933).

Del soggiorno italiano arrivavano notizie in Spagna grazie alle sue corrispondenze. Masoliver pubblicava anche su «Mirador» (Barcellona, 1929-1937) dagli anni di «Hélix». Era una rivista che si occupava di tecnologia, di nuove forme di consumo e di comunicazione, pur non trascurando l’impegno politico. Qui Masoliver si occupò ancora di cultura, scrivendo ben ventuno articoli su Rapallo, ma riferiva anche delle diatribe di Podrecca, Moravia, Gentile e Croce con l’editore Hoepli, mostrava il suo interesse per Verga, Tozzi, Puccini, Pirandello, Borgese, Aniante e Svevo. Metteva a confronto le due nazioni collocando la spagnola in secondo piano e ammirando l’interventismo fascista in cultura e in economia, il che spiegava, secondo lui, anche l’ottimo momento che viveva il cinema italiano.

Masoliver lasciò il golfo del Tigullio quando divenne redattore della «Vanguardia» ed è il motivo per il quale arrivò a Roma nel 19345. Le sue collaborazioni furono in linea con quelle già osservate per «Mirador», un incarico decisivo per la sua carriera, che si completò con corrispondenze per «El Nervión» e per «El Sol», unendosi così allo stuolo di giornalisti e scrittori che mandavano cronache dall’Italia.

Sebbene Masoliver potesse essere già definito fascista prima del suo arrivo in Italia, qui certamente radicalizzò le proprie convinzioni politiche ed estetiche. Gli articoli del suo Correo italiano iniziato il 21 novembre 1933 per «La Vanguardia» furono ben settantuno. Hernández li ha suddivisi tematicamente in articoli di politica, società, cultura, economia e religione6. I primi furono la maggior parte: trentacinque s’incentravano sui riti fascisti e sull’occupazione dell’Abissinia, giustificata, come sosteneva Eugenio Montes, dalla presunta inferiorità della cultura autoctona. Di taglio ancora più politico furono i contributi inviati come redattore-corrispondente per «El Sol» (dal 1935), e molti finirono in prima pagina. Infatti, tra allusioni a temi cari al Pound degli anni Trenta, sottolineava la quantità e l’eroismo degli studenti che partivano per l’Abissinia, paragonandoli ai patrioti del Risorgimento italiano e, in ambito ispanico, al quattrocentesco Doncel di Sigüenza, descrivendoli non solo come volontari ma come emigranti in cerca di fortuna. Le corrispondenze si fecero più rare con il passare dei mesi, fino ad arrivare agli albori dell’insurrezione nazionalista. Masoliver andò via e cedette il proprio studio al numero 33 di via Margutta a un altro corrispondente: César González Ruano7. Proprio da Rapallo, «como hijo de una familia severamente católica»8 partì per combattere al fianco del bando nacional e concludendo l’esperienza dell’effimero “Club Tigullio”9.

Durante la guerra partecipò attivamente alla propaganda di Franco nel gruppo dei “catalani di Burgos”10. In quel periodo continuò il carteggio con Pound, in cui l’americano si mostrava interessato alla guerra e in cui in più di un’occasione gli chiese di pubblicare i suoi Cantos11.

Come corrispondente sarebbe ritornato in Italia in piena posguerra, dopo il conflitto che aveva dissanguato il suo paese. Di nuovo a Roma, non ritrovò subito Pound sebbene, come racconta lui stesso, «vivíamos el uno cerca del otro, yo en el Hotel Boston, en la vía Lombardía, y él en el Hotel Italia, en la vía Barberini»12.

Di questo periodo sappiamo che lavorò attivamente per la rivista italo-spagnola bilingue «Legioni e Falangi»/«Legiones y Falanges» (1940-1943), un prodotto estremamente in linea con i suoi interessi e diretto da Agustín de Foxá, allora a capo della Falange in Italia. Masoliver firmò molti articoli e la rubrica di attualità nelle due lingue “Trenta giorni a Roma / Treinta días en Madrid”, a volte anche come Flecha negra, R o JRM. Si tratta di un anonimato imposto, caratteristico delle pubblicazioni dell’ultimo fascismo e del primo franchismo, per cui gli intellettuali e gli artisti dovevano “umiliarsi”, sottomettersi alla loro funzione e praticare la propria arte come tecnici al servizio del bene collettivo, la Patria.

Non si è ancora scritto sul suo ritorno in Spagna, ma il 1941 dal punto di vista storico fu molto significativo per le fila della Falange, con l’esclusione di Dionisio Ridruejo e dei suoi dal potere. A margine di questo avvenimento, che sembra collegato alle epurazioni avvenute nella Falange, Masoliver avrebbe detto che «en 1941 le echaron de allí»13, mentre lo stesso Ridruejo in quel periodo si incontrò con lui in più occasioni in Catalogna14. Questo dissenso fu evidente non appena arrivarono le prime sconfitte in guerra dell’Italia fascista. Nel 1948 Dionisio Ridruejo, diventato un corrispondente ai limiti della dissidenza, lo ricorda nella capitale e, di fatto, presto uscirà la sua personale Guía de Roma e itinerarios de Italia (1950)15.

Masoliver, mediatore di un destino

A partire dagli studi condotti da chi scrive sul ruolo della traduzione come “specchio identitario” nei regimi dittatoriali avutisi in Spagna e in Italia nel secolo scorso16 e proseguiti, attraverso diversi contributi, con l’analisi delle prassi traduttive orientate all’emersione degli aspetti marcatamente ideologici dei testi in base al loro destinatario17, si è approdati a un’indagine puntuale delle capacità di mediazione culturale degli individui coinvolti nei diversi progetti editoriali, della loro qualità di trasporre il testo in un contesto ideologicamente predeterminato in cui il Fascismo italiano si amalgamava con il primo Falangismo.

Proprio alla luce di questa prospettiva, studiare oggi il contributo di Masoliver come mediatore si conferma illuminante per comprendere quali siano i meccanismi attraverso cui la traduzione diventa dispositivo del potere. Partendo dalla sua traiettoria esistenziale, ricostruita in parte qui da Alina Navas, desidero presentare i primi risultati di un approccio interdisciplinare storico-letterario e traduttologico che fanno di questa figura di intellettuale, ancora troppo poco indagata, il prototipo del mediatore che, sia pur per questioni ideologiche, con la sua attività di traduttore riesce a instaurare una connessione profonda tra le due culture, fino a interiorizzarle e a divenire un soggetto “biculturale”. Grazie a un’attenta ricognizione delle pagine culturali e politiche delle riviste con cui Masoliver collaborò nel periodo del Fascismo e dei testi letterari da lui tradotti negli anni e considerati nella loro dimensione bilingue, le linee di ricerca che si sono aperte sono molteplici e intendono svelare l’importanza e la “visibilità” del traduttore, esplorarne la lingua e la capacità di mettere in relazione più culture, diventando, a volte, portavoce del regime.

Una prima idea di mediazione, di carattere più generale, se vogliamo, si lega all’idea di “destino nacional” che Franco voleva promuovere nell’opinione pubblica e che si perseguiva anche attraverso una concezione ideologica della traduzione, collegando questa attività direttamente con i regimi stessi e con il controllo che essi avevano sull’industria culturale. Il ragionamento parte dall’anonimato delle traduzioni che permettono la doppia edizione di riviste come «Legioni e Falangi», in una logica di spersonalizzazione che riguarda anche i processi di edizione. Nonostante l’importanza come fonte storica che ebbe questa iniziativa editoriale nei rapporti culturali tra le due dittature, o forse proprio per il peso e la carica ideologica dei suoi contenuti, molti contributi rimangono senza firma18. Tuttavia, alla luce dell’approccio interdisciplinare intrapreso, che tiene in considerazione sia la formazione sia le tappe dell’esperienza di Masoliver in Italia e la sua conoscenza degli aspetti più profondi della cultura e della pluralità dialettale di questo paese, è possibile dimostrare che proprio la sua figura è alla base della redazione e della traduzione di molti contributi anonimi in cui, tra l’altro, non manca mai una riflessione di tipo meta-traduttivo.

In seconda battuta, un atteggiamento diverso rispetto a quello dell’anonimato imposto, ma che sempre ha a che vedere con l’identità, è emerso grazie al lavoro di catalogazione del corpus di «Legioni e Falangi» in nostro possesso. Oltre ai testi a firma di Juan Ramón Masoliver, ce ne sono diversi di tale J. Martínez de Oria, di argomento strettamente politico e sempre redatti nelle due lingue19. A partire dalla ricostruzione dei suoi spostamenti e dalla sua attività come esponente di spicco della Delegación de Prensa y Propaganda e in primis grazie ai riferimenti intertestuali che abbiamo ricostruito nei contributi analizzati, è stato possibile ricondurre questi testi a Masoliver, che qui si firma con l’iniziale e il cognome della madre: J. Martínez de Oria. Non è la prima volta che l’autore opera uno sdoppiamento della propria identità, ed è interessante notare che lo fa sempre in funzione del suo “biculturalismo”. Scrive Hernández che negli anni giovanili di sperimentazione surrealista «firmaba en «Ginesta», «Hélix» y «Mirador» como Joan Ramon Masoliver, mientras que en castellano firmaba los que escribiría para «La Vanguardia»20. Più avanti nel tempo siglerà ancora come Joan Ramon Masoliver solo la Presentaciò della raccolta James Joyce en els seus millors escrits (Arimany 1982). Il saggista e critico dà prova di essere un profondo conoscitore della variante colta del catalano, e alle testimonianze che si riferiscono agli anni giovanili di Masoliver21 possiamo aggiungere la sua versione in castigliano di numerosi libri di poesia di autori catalani. Sono ormai gli anni in cui l’eco di ogni tipo di influenza ideologica è lontana e Masoliver nel tempo pubblica in edizione bilingue e sempre per case editrici di Barcellona una selezione di Ausiàs March (Antologia poètica e Canto espiritual precedido de Tercer canto de muerte)22; i libri Bien lo sabéis y es profecía e Treinta poemas del già citato Vicente Foix23; Primera historia de Esther di Salvador Espriu24; Nabí di Josep Carner25, insieme a José Augustín Goytisolo, del quale a sua volta tradurrà nel 1993 la Novìssima oda a Barcelona26.

Tuttavia, è ragionevole credere che l’abbandono del catalano adottato nelle pubblicazioni degli esordi in favore del castigliano e addirittura dell’italiano potrebbe essere avvenuto nell’ottica della politica linguistica adottata dal regime, per via della tendenza della Spagna franchista a rifiutare le lingue periferiche a favore dell’imposizione della lingua centrale. È il momento in cui Masoliver consolida la propria posizione in seno al Movimento a capo della Delegación de Prensa y Propaganda. Allo stesso modo si può pensare, dunque, che per le medesime “ragioni di stato” legate alle svariate attività di propaganda da lui svolte anche sul suolo italiano come personaggio vicino all’ambasciata di Spagna, il catalano sia sostituito non dall’italiano inteso come lingua standard, ma proprio dalla “lingua di Mussolini”, un linguaggio ideologicamente orientato e intriso di riferimenti culturali cari al fascismo. Infatti, ancora lui nel 1957 curerà per la casa editrice Destino la traduzione, il prologo e le note del III volume del Contromemoriale di Bruno Spampanato, dandogli il titolo emblematico El último Mussolini.

Nell’ambito di un biculturalismo acquisito27, che ben risponde a quella concezione identitaria italo-spagnola che si basa anche sulla traduzione dei classici come manifestazione tangibile delle relazioni culturali tra i due paesi e delle loro radici profonde e lontane nel tempo, si colloca altresì la sua attività di studioso e traduttore dell’opera poetica di Cecco Angiolieri, Giacomo da Lentini, Guittone D’Arezzo e poi di Dante, Petrarca e Michelangelo. Masoliver ripensava la corte di Alfonso il Magnanimo a Napoli come luogo ideale della convivenza delle letterature castigliana, catalana e italiana e si riferisce costantemente all’Umanesimo italiano come a un «movimento rinnovatore», con una terminologia per nulla casuale che rievoca radici culturali ed etniche comuni ai due regimi28. Tuttavia, una «edición casi crítica de uno de los padres de la lengua literaria italiana»29 come Guido Cavalcanti vedrà la luce solo nel 1974, seppure intrisa di riferimenti e ricordi del proprio periodo genovese, come emerge dalla dedicatoria nelle due lingue: «Alla cara memoria di Eugen Haas e Achille Pellizzari. A R.S.M. en pago de una vieja deuda intelectual»30.

Il fascino delle nostre lettere, però, non sembra esaurirsi in quegli anni e riaffiora dagli anni ’60 con l’attività di traduttore e curatore di una serie di opere di narrativa, la cui scelta appare interessante e, allo stesso tempo, velata di nostalgia per il periodo romano: introduce la versione spagnola di Passo d’addio di Giovanni Arpino31 e traduce parzialmente La cognizione del dolore di Gadda32; così come è nota la sua predilezione per L’Iguana di Anna Maria Ortese33 e per I cieli della sera di Michele Prisco34. Tra le traduzioni di Masoliver più volte ripubblicate negli anni ritroviamo anche due capisaldi della letteratura italiana del dopoguerra come Il Pasticciaccio di Gadda35 e Marcovaldo di Calvino36. La sua attività di mediatore del resto ben si coniuga con la vivacità culturale della capitale catalana e della sua mai scomparsa «afición al libro»37, come tra l’altro testimonia ancora una volta la varietà di case editrici che vi operano e con cui Masoliver collabora.

Lontano dalla concezione del plurilinguismo della Spagna attuale – che in chiave politica secondo Jordi Gracia ci offre la «lógica plural que ha dictado la nueva democracia»38 – Masoliver nei primi anni del regime di Franco nega il bilinguismo castigliano-catalano e approda a un biculturalismo castigliano-italiano tutto di natura ideologica. Se, dunque, in linea con una visione di fondo dell’epoca franchista resta salda la concezione di una prassi traduttiva anonima e il più possibile aderente al testo di partenza, l’identità di Masoliver come mediatore e attore culturale irrompe nei testi per imprimere un marchio ideologico alla traduzione come processo.

Tuttavia, dall’analisi della sua produzione abbiamo osservato una certa circolarità nella traiettoria di questo humanista. Negli ultimi anni della sua esistenza, il rinnovato interesse per la traduzione e lo studio della poesia italiana del Dolce Stil Novo sembra coniugarsi, finalmente, con il magistero del suo mentore Ezra Pound39; allo stesso modo, il ritorno al bilinguismo con il catalano coincide anch’esso con il ritorno alla poesia, ma come un legame mai realmente reciso, segno di uno spirito autenticamente identitario e tuttavia capace di fondersi in diverse culture. È in questa prospettiva che la figura di Juan Ramón Masoliver come mediatore acquista un senso oggi, per il suo costante interesse verso ogni possibile «amable lector»40*.

*Si specificano qui di seguito le responsabilità di redazione dei singoli paragrafi: “Profili” e “ombre” di Masoliver e Melodia italiana: Alina Navas; Masoliver, mediatore di un destino: Chiara Sinatra.

  1. S. Hernández, La formación de un humanista. Juan Ramón Masoliver (1910-1936), Trabajo de investigación, Universitat Autònoma de Barcelona, 2010 (http://www.recercat.cat/handle/2072/97235).
  2. J. R. Masoliver, Perfil de sombras, Barcelona, Destino, 1994, p. 34.
  3. Cfr. A. Rinaldi, “Le fiamme nere”: cine para celebrar la sublevación fascista, in AA.VV., La Historia, lost in translation?, Actas del XIII Congreso de Asociación de Historia Contemporánea, coord. da D. González Madrid, M. Ortiz Heras, J. Sisinio Pérez Garzón, Ediciones de la Universidad de Castilla-la Mancha 2017, pp. 3267-77.
  4. G. Bacigalupo, Ieri a Rapallo, Pasian di Prato, Campanotto Editore, 2002, p. 11.
  5. C. Geli, Joan Ramon Masoliver: L’enyor d’aquell periodisme, in Aa. Vv., Periodistes sota censura. De la fi de la Guerra Civil a la Llei de Premsa, Barcelona, Collegi de Periodistes de Catalunya/Diputació de Barcelona, 1999, p. 28.
  6. S. Hernández, La formación de un humanista, op. cit., p. 154.
  7. C. González Ruano, Memorias. Mi medio siglo se confiesa a medias, Sevilla, Renacimiento, 2004.
  8. S. Hernández, La formación de un humanista, op. cit., p. 6.
  9. E. Haas, En memòria del poeta dels “temps daurats de Rapallo”, in «Quaderns de Vallençana», 2, 2004, pp. 123-27.
  10. J. Gracia, La vida rescatada de Dionisio Ridruejo, Barcelona, Anagrama, 2008.
  11. Masoliver insieme a Pujol aveva fondato una casa editrice, Yunque (1939-1940), che, nonostante le affinità con il regime, avrebbe avuto vita breve a causa della censura. Il primo libro per la collezione «Poesía en la mano» fu una sua traduzione delle Rime di Dante e l’ultimo la sua antologia poetica castigliana Las Trescientas (1941), in cui fu incluso García Lorca.
  12. S. Hernández, La formación de un humanista, op. cit., p. 142.
  13. ‘Nel 1941 lo cacciarono da lì’.
  14. Cfr. A. Sánchez Rodríguez, Juan Ramón Masoliver, el último vanguardista, in «Insula: Revista de letras y ciencias humanas», nn. 595-596, 1996, p. 16.
  15. J. R. Masoliver, Guía de Roma e itinerarios de Italia, Barcelona, Ariel, 1950.
  16. C. Sinatra, La traduzione come specchio identitario in “Legioni e Falangi”/ “Legiones y Falanges, in Stampa e Regimi. Studi su Legioni e Falangi/ Legiones y Falanges, una Rivista d’Italia e di Spagna, a cura di C. Sinatra, Bern, Peter Lang, 2015.
  17. C. Sinatra, Procedimenti traduttivi e processi identitari, in Classicità e compromiso nella traduzione tra Italia e mondo iberico, n. monografico di «Diacritica» a cura di G. Dionisi, G. Fiordaliso e M. Lefèvre, a. II, fasc. 6 (12), 25 dicembre 2016, pp. 45-57 (http://diacritica.it/traduzione-e-inediti/procedimenti-traduttivi-e-processi-identitari.html).
  18. A. Navas, Gráfica y totalitarismo. El caso de la revista Legiones y Falanges, in Stampa e Regimi. Studi su Legioni e Falangi/ Legiones y Falanges, una Rivista d’Italia e di Spagna, op. cit., p. 56.
  19. J. Martínez de oria, Política nueva de la Falange, in «Legiones y Falanges. Revista mensual de Italia y de España», 4, I, 1941, pp. 15-16.
  20. S. Hernández, La formación de un humanista, op. cit., p. 43.
  21. Ibidem.
  22. A. March, Antologia poètica, Barcelona, Libros de la Frontera, 1976; A. March, Canto espiritual precedido de Tercer canto de muerte, Barcelona, Edicions del Mall, 1985.
  23. J. V. Foix, Bien lo sabéis y es profecía, Barcelona, Marca Hispánica, 1986; Id., Treinta poemas, Barcelona, Edicions del Mall, 1986.
  24. S. Espriu, Primera historia de Esther, Barcelona, Marca Hispánica, 1986.
  25. J. Carner, Nabí, Barcelona, Edicions del Mall, 1986.
  26. A. Goytisolo, Novìssima oda a Barcelona, Barcelona, Lumen, 1993.
  27. Cfr. L. Salmon, Bilinguismo e traduzione, Franco Angeli, Milano, 2008.
  28. J. R. Masoliver, Invito a tradurre, in «Legioni e Falangi. Rivista d’Italia e di Spagna», 5, I, 1941, pp. 35-37.
  29. G. Cavalcanti, Rimas, ed. bilingüe de J. R. Masoliver, Seix Barral, Barcelona, 1976, p. XIV.
  30. Ivi, p. X.
  31. G. Arpino, La hora del adiós, Barcelona, Ediciones B, 1986.
  32. C. E. Gadda, El aprendizaje del dolor, Barcelona, Seix Barral, 1965.
  33. A. M. Ortese, Iguana, Barcelona, Destino, 1969.
  34. M. Prisco, Los cielos del atardecer, Barcelona, Noguer, 1971.
  35. C. E. Gadda, El zafarrancho aquel di Via Merulana, Barcelona, Planeta, 1965.
  36. I. Calvino, Marcovaldo o sea las estaciones en la ciudad, Barcelona, Destino, 1970.
  37. Cfr. B. Ripoll Sintes, La revista Destino (1939-1980) y la reconstrucción de la cultura burguesa en la España de Franco, en «Amnis. Revue de civilisation contemporaine Europes/Amériques», 4, 2015 (https://amnis.revues.org/2558).
  38. J. Gracia (ed.), Los nuevos nombres, 1975-2000, in F. Rico, Historia y crítica de la literatura española, vol. 9/1, Barcelona, Crítica, 2000, p. 8.
  39. «Dice Ezra Pound en su chispeante How to read (…) que en la Florencia del tránsito del Dugento al Trecento se establecieron valores y escribieron cosas que jamás había tocado literatura anterior alguna…»: G. Cavalcanti, Rimas, ed. bilingüe de J. R. Masoliver, op. cit., p. XLIX.
  40. Ibidem.