Tradurre la saggistica: le parole di Claudio Guillén

Autore di Giovanna Fiordaliso

Una riflessione di natura traduttiva, o traduttologica, sulla saggistica implica un percorso complesso per varie ragioni, che cercheremo di presentare in questa occasione, senza alcuna pretesa di esaustività, ma soffermandoci su un caso concreto, punto di partenza per sollevare problematicità che ci permetteranno, da un lato, di osservare il testo – sia nella lingua di partenza, sia in quella di arrivo – sotto una nuova luce, dall’altro di arricchire le proposte metodologiche sulla traduzione stessa.

A tale proposito, oggetto di questo lavoro sarà il volume Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, pubblicato da Claudio Guillén nel 2001, e la relativa traduzione italiana1.

Figlio del celebre poeta Jorge Guillén, esponente della generazione del ’27, Claudio Guillén (1924-2007) è stato un importante accademico e critico letterario: specialista in letteratura comparata, dal 1978 al 1985 è stato docente presso l’Università di Harvard, dove aveva conseguito il dottorato di ricerca nel 1953; nel 1985 è stato nominato professore straordinario di letteratura comparata presso l’Università Autonoma di Barcellona. Il suo è perciò un nome caro agli studiosi di letteratura che, nei suoi numerosi lavori, hanno trovato possibilità critiche ed ermeneutiche illuminanti2.

La natura comparatistica della sua produzione ha imposto perciò l’urgenza di rendere fruibile la sua opera a un pubblico il più ampio possibile: in questo modo, la critica letteraria può arricchirsi di strumenti utili non solo a leggere e a comprendere i testi letterari, ma anche a cogliere quei contesti culturali che superano i confini strettamente spagnoli. In secondo luogo, attribuendo alla traduzione un ruolo rilevante sul piano dell’interazione fra tradizioni letterarie e culturali diverse, i saggi di Guillén mostrano quanto sia importante l’operazione di attraversamento interculturale e interdisciplinare, possibile grazie a una complessa e articolata riflessione sull’idea di letteratura mondiale e universale, di interesse quindi diversificato3.

Entre el saber y el conocer è un testo interessante per focalizzare tutto questo, a causa della sua identità sfaccettata, e per intendere la traduzione da un punto di vista non strettamente e non specificatamente linguistico: l’approccio scelto sarà piuttosto quello del critico letterario, che deve cimentarsi in un’attività di mediazione culturale incentrata su un testo dalla complessa genesi, pensato per un destinatario specifico ma, allo stesso tempo, desideroso di incontrare e dialogare con un pubblico esteso, visto che il sapere e il conoscere non sono prerogative elitarie, nell’elaborazione critica di Guillén.

Con una tale prospettiva, tradurre le pagine di questo saggio e fermarsi a riflettere su di esse rappresenta un momento significativo per inquadrare la traduzione in senso ampio, ovvero non nel senso stretto di trasferimento di un messaggio verbale da una lingua all’altra, ma come attività semiotica, interpretativa e, soprattutto, come intensa e complessa operazione che condensa una ricca problematica ermeneutica, determinata dal forte legame fra il concetto di “traduzione” e quello di “ospitalità”. Un concetto, quest’ultimo, fondamentale nelle pagine di Guillén, e che si avvicina molto a quel “comprendere significa tradurre”, sintetizzato da Steiner in Dopo Babele e ripreso da Ricoeur in Tradurre l’intraducibile, ma non solo4: se il testo è un inestricabile nodo o groviglio di relazioni, è necessario entrarvi il più possibile avendo presente questa complessità e questa stratificazione, che la lingua di arrivo deve naturalmente mantenere.

Andando oltre l’approccio esclusivamente linguistico, i richiami e i riferimenti alla teoria e alla metodologia della traduzione possono quindi rivelarsi utili per discutere non tanto dei problemi che riguardano il caso specifico del metodo del tradurre, o per proporre una riflessione su cosa significhi, o cosa implichi, tradurre la saggistica: le peculiarità del testo dipendono in questo caso più che mai dalla sua natura, che pone un doppio problema in quanto non si tratta di pagine di letteratura – e quindi di una traduzione letteraria – ma di pagine che sono una riflessione critica sulla letteratura. Un linguaggio settoriale a tutti gli effetti, con una spiccata caratterizzazione a livello sintattico e lessicale, a cui si unisce un’importante componente di natura metacritica e metaletteraria; un linguaggio che richiede una solida competenza e una forte specializzazione sia nella lingua di partenza sia in quella di arrivo, e per la quale tuttavia non esistono indicazioni nei vari studi teorici o metodologici specifici.

Cimentarsi in una traduzione di questo tipo implica perciò più che mai un percorso di ricerca, frutto della volontà di individuare una modalità espressiva che rispecchi il più possibile quella dell’originale, tenendo in considerazione uno specifico compito, quello del traduttore, che ha davanti a sé un’opera dalla complessa personalità, con caratteristiche e contenuti spiccatamente professionali – aggettivo che Guillén stesso utilizza nel Prologo che apre Entre el saber y el conocer –, trasmessi con una modalità espressiva che rende questo testo un vero e proprio laboratorio di sperimentazione interculturale.

È su questi ultimi aspetti che merita soffermarsi, mettendo l’accento sul contenuto del saggio, di marcato interesse critico, punto di partenza necessario affinché la traduzione possa restituire il senso del testo stesso, che è complesso, articolato, stratificato.

1. Sapere e conoscere: le prerogative del critico

Eterogeneo, misto, sospeso tra la critica letteraria e la riflessione metacritica, Entre el saber y el conocer è uno degli ultimi saggi di Claudio Guillén in cui, come egli stesso afferma nel Prologo, raccoglie le conferenze pronunciate all’Università di Valladolid nei primi mesi del 2000. Si tratta di quattro lezioni pensate per gli studenti universitari, pubblico privilegiato a cui il maestro si rivolgeva in quell’occasione, e per il quale scrive anche in queste pagine. Sono quattro capitoli molto diversi tra loro: nel primo, Guillén si ritaglia uno spazio autobiografico per rendere omaggio ai maestri che ha avuto la fortuna di conoscere nel corso della sua vita; sul comparativismo – inteso sia come attività critica sia come disciplina accademica – riflette invece nel secondo e nel quarto capitolo, che hanno più spiccatamente il carattere del pensiero metaletterario e metacritico, con un approccio se vogliamo più tecnico e specialistico; il terzo ci offre la lettura dell’Epistola di Garcilaso de la Vega a Boscán.

Se dunque il destinatario e le circostanze avevano determinato il tono e lo stile utilizzati nel momento in cui le conferenze venivano svolte, Guillén sceglie di mantenere qualcosa di simile anche in questa occasione, in quattro capitoli che propongono una riflessione diversificata e articolata su più livelli, ma in cui il filo conduttore è il comparativismo, una sorta di Leitmotiv che dà omogeneità a quel che è apparentemente eterogeneo.

Nel Prologo, il maestro giustifica la natura del saggio e allo stesso tempo ironizza su se stesso:

Reúno en este librillo las conferencias pronunciadas en la Universidad de Valladolid durante los primeros meses del año pasado: el 24 y el 25 de febrero, el 16 de marzo y el 7 de abril del 2000. Viene siendo costumbre que cada año mediante la denominada “cátedra Jorge Guillén” la ciudad y la universidad acojan de tal suerte a un hombre de letras o artista destacado, no sin recordar, salvando las distancias, la tradición de las “Charles Eliot Norton Lectures” de Harvard. Los primeros invitados fueron dos escritores admirables, Mario Benedetti y Mario Vargas Llosa. Cuál no será mi sorpresa cuando se decidió que el siguiente fuera yo, que no merezco tal distinción y ni siquiera me llamo Mario. Al parecer los responsables fueron unos alumnosque indicaron su interés por oírme y conocerme5.

Raccolgo in questo libriccino le conferenze pronunciate all’Università di Valladolid nei primi mesi dell’anno passato: il 24 e il 25 febbraio, il 16 marzo e il 7 aprile del 2000. È ormai consuetudine che ogni anno, grazie alla cattedra “Jorge Guillén”, la città e l’Università ospitino uno studioso o un artista di spicco, sull’esempio, fatte le dovute differenze, della tradizione della “Charles Eliot Norton Lectures” di Harvard. I primi a essere invitati sono stati due scrittori straordinari: Mario Benedetti e Mario Vargas Llosa. Che sorpresa sapere che il prossimo sarei stato io, che non merito tale privilegio e neanche mi chiamo Mario. A quanto pare, ne sono responsabili alcuni alunni che hanno manifestato il desiderio di ascoltarmi e di conoscermi6.

Un breve passo in cui sono sintetizzati gli aspetti che costituiscono la carta d’identità del testo: il tono e il destinatario; il contesto; il lessico, quello cioè specialistico della critica letteraria ma anche dell’attività accademica, con una serie di parole-chiave che si ripetono lungo le quattro conferenze (talante; admiración; oficio; ejemplaridad, solo per fare alcuni esempi); i richiami e i riferimenti a testi altrui, sempre presenti in citazioni, esplicite e implicite7.

Prendiamo in considerazione innanzitutto il ruolo e l’importanza del destinatario: esplicitamente Guillén si rivolge agli studenti universitari, ma il destinatario implicito, virtuale, sono, o meglio, siamo tutti coloro che insegniamo e che ci occupiamo di critica letteraria, di teoria e storia della letteratura, di letterature comparate. Specialisti, quindi; ma prima di tutto lettori; lettori e interpreti.

E, se il compito del traduttore è, tra gli altri, quello di rendere possibile l’avvicinamento tra l’autore e il suo lettore, in questo caso la traduzione svolge in maniera duplice, direi anche esponenziale, la sua funzione ancillare; è più che mai una traduzione “a servizio di” e diventa un modo con cui toccare con mano quella che Ricoeur definisce “ospitalità linguistica”, prossima ad altre forme di ospitalità che le sono vicine, quali le confessioni o le religioni, dotate di un proprio lessico, di una propria grammatica, retorica, stilistica, in cui il contesto è fondamentale8.

Se è il contesto a determinare il senso di una parola, di una frase, finanche di un testo, allora dobbiamo tenere presente che la traduzione deve fare i conti con i contesti evidenti ma anche – e soprattutto – con quelli nascosti, denotativi e connotativi, specifici di un ambito, o di una classe, di un gruppo o, come nel nostro caso, di una professionalità già di per sé di difficile definizione, o inquadramento.

È quanto il maestro afferma nei primi paragrafi del terzo capitolo: oltre alle parole, ci sono silenzi eloquenti, frutto della complicità e della sintonia, del tempo condiviso e sperimentato insieme. Il saggio si apre perciò a riflessioni sulla natura comunicativa delle relazioni umane:

Efectivamente, cuanto más tiempo hayan condiviso dos personas, más serán las cosas que no tendrán que decirse, más los recuerdos que no hará falta mencionar, más las situaciones familiares que se darán por conocidas y entendidas. Las palabras no dichas, virtuales, innecesarias, se cruzan de tal modo en cualquier instante con las que se pronuncian9.

In effetti, più è il tempo che due persone avranno condiviso, più saranno le cose che non dovranno dirsi, i ricordi che non sarà necessario menzionare, le situazioni familiari date per conosciute e comprese. Le parole non dette, virtuali, non necessarie, si incrociano così in qualsiasi momento con quelle che vengono pronunciate10.

La confidenza e la fiducia vengono messe in gioco in queste pagine, commentando la relazione tra Garcilaso e Boscán, due amici, il cui legame diventa paradigma di quello tra il critico e il suo lettore:

Asimismo las situaciones históricas que fundamentan la obra artística, que el lector de entrada comparte con el autor, hacen posible que la comunicación se sitúe en cierto punto entre dos extremos: la redundancia y la inhibición. (…) Entre la palabra, en suma, y aquellos silencios y aquellas semiexpresiones que desconcertaban al personaje de Sartre. (…) El lector y el comentarista se ven obligados a sobrentender lo que no se dice11.

Allo stesso modo, le situazioni storiche su cui si basa un’opera artistica, che il lettore condivide con l’autore, fanno sì che la comunicazione si collochi in un punto preciso situato tra due estremi: la ridondanza e l’inibizione. (…) Tra la parola, insomma, e quei silenzi e quelle parziali espressioni che sconcertavano il personaggio di Sartre. (…) Il lettore e il critico sono obbligati a presupporre il non detto12.

Alla luce di tutto ciò, occorre dunque avere piena consapevolezza del tipo di relazione che il testo implica o presuppone, in questa complessa articolazione: abbiamo infatti, da un lato, sotto i riflettori, l’opera commentata, frutto della penna di un autore che si rivolgeva al lettore a lui contemporaneo potendo dare per scontate tutta una serie di informazioni e di coordinate condivise e comprese senza bisogno di esplicitazione; dall’altro, il testo nel quale Guillén commenta, di cui egli stesso è autore, intenzionato a cercare con il suo pubblico una relazione a metà “tra l’amicizia e l’amore” – titolo scelto per il terzo capitolo –.

Il saggio di Guillén è, se andiamo a vedere, caratterizzato perciò da una modalità di scrittura su e per la letteratura, per studenti e studiosi; ma anche sulla critica letteraria per il critico, lo storico, il teorico della letteratura – tre sfaccettature che sono ben presenti al comparatista e che concorrono a definire e delineare il suo compito. È bene tenere presente questa complessa articolazione e questo gioco di scatole cinesi, che sono uno degli aspetti fondamentali del libro, uno dei tratti su cui si costruisce la sua identità, al di là del tono, dello stile o del registro scelto, conseguenza delle circostanze con cui queste pagine sono state prima esposte, e poi scritte.

2. Il critico e le circostanze della scrittura

In queste quattro conferenze, il percorso è progressivo, costruito procedendo per cerchi concentrici: nel primo capitolo, dal titolo Lecturas y maestros y otras admiraciones, Guillén parla di sé, ed è forse questa l’unica occasione in cui si racconta, ritagliandosi uno spazio autobiografico che non è però fine a se stesso, né è pensato per autocelebrarsi. La finalità è quella di parlare della propria vocazione e del proprio mestiere, che hanno origine dalla passione per la lettura: per farlo ha bisogno di rendere omaggio ai maestri che ha avuto la fortuna di conoscere nel corso della propria vita e con cui ha studiato e lavorato.

Questo è il primo passo: la gratitudine nei confronti dei maestri perché, ci dice:

No creo que mi vocación de lector hubiera podido afirmarse sin el ejemplo de esa figura a quien, en fin de cuenta, le debemos todo: el maestro. Y perdóneseme la redundancia, porque el ejemplo y el maestro se confunden. (…) Y eso que la figura del maestro – espero que lo sepáis – asume aspectos muy diferentes, sin reducirse a quienes ejercen la docencia. (…) El maestro es hoy por hoy quien impulsa bien a las claras el mecanismo de ejemplaridad que ha sido fundamental en nuestra civilización, lo mismo occidental que oriental13.

Non credo che la mia vocazione di lettore avrebbe potuto affermarsi senza l’esempio di quella figura a cui, a conti fatti, dobbiamo tutto: il maestro. E mi si perdoni la ridondanza, poiché l’esempio e il maestro si confondono. (…) E la figura del maestro – spero lo sappiate – assume aspetti molto diversi: non si riduce a chi esercita la docenza. (…) Il maestro è, oggi come oggi, colui che porta alla luce il meccanismo di esemplarità, fondamentale nella nostra civilizzazione, sia occidentale sia orientale14.

Guillén apre così le porte della propria memoria, proponendoci ricordi, esperienze personali, il racconto dedicato a “letture, maestri e altre sorprese” – titolo del primo capitolo – per unire a tutto questo la riflessione metaletteraria e metacritica, che prende spunto e si fonda su una passione: quella per la lettura.

Guillén parla di sé in quanto lettore appassionato, consapevole della propria vocazione letteraria. Si delineano così, davanti ai nostri occhi, le figure di Amado Alonso; Harry Levin e Renato Poggioli, le due inspirational figures che brillantemente diressero il Dipartimento di Letteratura comparata di Harvard; Joaquín Casalduero; Américo Castro; Pedro Salinas, con un riferimento naturalmente anche alla figura del padre Jorge. Di tutti loro, Guillén realizza un ritratto affettuoso e sincero, alternando descrizione e narrazione, adottando per il ritratto che sta dipingendo una struttura episodica: è grazie a tutti loro se il giovane Claudio ha potuto conoscere e toccare con mano quella «prodigiosa illuminazione»15 – una delle parole-chiave del saggio, letto nel suo insieme – di cui può diventare protagonista il destinatario dell’opera d’arte, ovvero l’atteggiamento con il quale ci si mette di fronte all’opera – sia essa un quadro, una poesia o la pagina di un romanzo – per guardare, scoprire, sentire e capire. Il mistero che ogni forma d’arte concretizza e racchiude in sé è lì, davanti ai nostri occhi, ci dice Guillén, e per scoprirlo occorre la guida generosa, premurosa e attenta che solo il maestro può offrirci, indicandoci, in modo assolutamente gratuito e disinteressato, la posizione con cui porsi dinnanzi all’opera d’arte. Il sapere, requisito importante ma non più unico e indispensabile per fruire della creazione artistica, si unisce perciò necessariamente a un conoscere, che gli è solidale, come Guillén afferma in questo primo capitolo, ma anche nel secondo: la complessità del reale, e con essa quella dell’espressione artistica, può essere affrontata e interiorizzata dal soggetto, che fa sua la pluralità in essa contenuta.

Molto diverso, ma strettamente legato al primo, è il terzo capitolo, cuore e centro del libro, che offre un commento dell’Epistola di Garcilaso de la Vega a Boscán: un nuovo gioco di specchi, o di scatole cinesi, se vogliamo, perché Guillén-critico si mostra en su oficio parlando di un grande scrittore, Garcilaso appunto, che, nell’epistola oggetto del capitolo, ha assunto a sua volta le vesti del critico.

Vediamo in che modo si articola questa complessa relazione. Il componimento, su cui lo stesso Guillén si era già espresso16, viene riletto nuovamente per metterne in rilievo gli aspetti tematici e formali, descrivendone la struttura e sottolineando le caratteristiche dello stile, scelto sapientemente e consapevolmente da Garcilaso. Guillén articola il proprio commento smontando un pezzetto alla volta il testo per arrivare a evidenziarne le qualità fondamentali, ovvero innanzitutto una perfetta corrispondenza tra il contenuto, dalla spiccata unità, e la trama formale.

Nell’epistola, Garcilaso propone una riflessione sull’amicizia attraverso il racconto di un viaggio, che diventa il tema della lettera scritta da un amico a un altro amico. Ma non solo. Sappiamo bene che a Garcilaso è spettato il merito di aver portato avanti con determinazione la sperimentazione avviata dal suo amico Boscán e di aver imposto un nuovo modello poetico ai suoi continuatori e imitatori, prendendo le mosse dal Petrarchismo. La lettura che Guillén propone dell’Epistola gli permette di affermare il duplice rapporto esistente tra il poeta stesso e il Petrarchismo: il significato del componimento risiede nella dichiarazione di un vero e proprio programma di poetica, che consiste nella rottura con l’antica tradizione spagnola a favore del modello italiano. Questo tuttavia non basta: l’adeguamento al nuovo modello poetico deve spingersi fino a riconoscere la nascita di una nuova lingua poetica, nella quale il conseguimento di un compiuto Petrarchismo apre il passo al recupero delle fonti classiche.

Modello petrarchesco e modelli classici danno la possibilità di sperimentare nuove soluzioni che mostrano quanto Garcilaso fosse interessato a conciliare le forme metriche esistenti con i generi poetici neoclassici. Uno sforzo, ci ricorda Guillén nelle pagine di un altro saggio, che il poeta toledano condivide con altri poeti europei, protagonisti di una congiuntura europea, «unidos todos por un común amor a la poesía italiana»17. Garcilaso si esprime dunque non soltanto in quanto continuatore del Petrarchismo, che supera e ricrea, ma soprattutto in quanto critico, interessato a manifestare le proprie idee sul Petrarchismo stesso, sui modelli classici e sulle forme letterarie che si concretizzano in una nuova modalità linguistica e letteraria.

L’Epistola presenta la perfezione del disegno strutturale, in cui distinguiamo diversi momenti coesi grazie all’autentico e profondo rapporto con le fonti classiche: riprendendo il modello oraziano, e in virtù dell’amicizia con Boscán, destinatario dei versi scritti dal poeta, nell’Epistola Garcilaso può scegliere di esprimersi attraverso uno stile e un linguaggio che sono in questa occasione semplici, leggeri, chiari (vv. 5-6). Questo perché l’amicizia, ovvero l’intimità, la confidenza, la sintonia tra i due, permettono di mettere in scena i silenzi, le parole non dette, assenti eppure presenti perché conosciute e riconosciute da entrambi, come abbiamo avuto modo di osservare.

In questa forma di comunicazione personale, esclusiva, che si basa su una relazione particolare tra mittente e destinatario del discorso, il lettore potrà discernere quanto viene espresso, se riuscirà a collocare la lode all’amicizia nel contesto adeguato. Questo è il presupposto su cui Guillén porta avanti la propria analisi dell’Epistola: l’amicizia è una forma d’amore, è addirittura superiore all’amore, come ci dimostrano altri autorevoli esempi, che vengono in questo modo messi in relazione con l’esperienza di Garcilaso. Guillén cita a questo proposito l’amicizia tra Albanio e Salicio, nell’Egloga II di Garcilaso; quella tra Montaigne e La Boétie, Anselmo e Lotario nel Curioso fuori luogo, novella intercalata presente nella prima parte del Don Quijote.

Riflettendo sul valore dell’amicizia e sui suoi caratteri, l’Epistola è dunque, secondo il critico, un ampio spazio virtuale, inconcluso e aperto, in cui l’uno si confonde con il molteplice18, l’universale diventa prossimo e vicino. Tocchiamo con mano quindi, attraverso esempi concreti costituiti dai molteplici testi che Guillén cita in queste pagine, la natura sfaccettata della letteratura e degli studi a essa dedicati.

L’Epistola però, in virtù della sua particolare natura comunicativa, è anche un genere che ha in sé un denso spessore retorico poiché «cuanto más se adentre el autor de cartas en la literariedad, más se preocupará y desvelará por lo que está haciendo. Se preguntará acerca de la calidad y función de sus esfuerzos. Se inquietará por la conveniencia de la materia tratada, en la tradición ciceroniana, y del estilo elegido para ella»19. Il componimento si presta necessariamente a riflettere sulla natura della scrittura epistolare, sui suoi stessi caratteri, conseguenza del rapporto d’amicizia che lega emittente e destinatario: l’autore può manifestare in essa una coscienza teorica con cui può e deve selezionare la materia idonea e lo stile appropriato.

Se dunque, nella prima conferenza, Guillén aveva proposto la propria riflessione sul comparativismo in chiave autobiografica, nella terza, attraverso l’esame di un testo in particolare, ci permette di conoscere il critico letterario – nella duplice veste di Garcilaso e di Guillén – alle prese con il suo mestiere, come un pittore, dice lo stesso Guillén, che nel suo atélier si autorappresenta. Non c’è però alcun atteggiamento autocelebrativo o compiaciuto nelle pagine, prima lette, poi scritte: ancora nel Prologo, il maestro aveva dichiarato che «nunca me ha parecido bien educado el egocentrismo del comentarista»20 / «non mi è mai sembrato troppo rispettoso l’egocentrismo del critico»21.

Il mestiere del critico viene semmai esemplificato attraverso la lettura del componimento, mettendo in evidenza un atteggiamento, un modo di fare e di essere, un talante, per usare un termine ripetuto più volte in queste pagine, che, mosso da un criterio empirico, ha alla base una profonda umiltà. Il maestro stesso afferma di aver affrontato la lettura dell’Epistola a Boscán in diverse occasioni: pur essendo un testo che conosce a fondo, però, gli interrogativi sono ancora tanti, legati alla consapevolezza che debba essere letto da svariati punti di vista, in rapporto a una forma di comunicazione che è «un empeño plural e inconcluso»22 / «un impegno molteplice, e non concluso»23.

Concludiamo questa riflessione con un cenno al secondo e al quarto capitolo, che possono essere messi in relazione l’uno con l’altro in quanto più spiccatamente metacritici.

Il comparativismo, che sta a cuore a Guillén, è oggetto di un’attenzione che potremmo definire affettiva: tratteggiandone brevemente la storia, dalle sue origini ai giorni nostri, capiamo quanto sia in bilico tra la teoria e la critica; quanto sia stato, in passato, vincolato a un metodo o a una metodologia, e quanto sia invece oggi vicino ai presupposti della teoria letteraria. Spinto dal desiderio di difendere e di promuovere il comparativismo, continuamente indebolito e minacciato, Guillén riflette sulla natura della letteratura stessa, «el gran cruce de caminos»24 / «il grande incrocio di strade»25, sull’approccio che ogni critico dovrebbe avere nei confronti dell’opera letteraria, ma anche e soprattutto sui rapporti con gli altri studiosi, con cui è necessario instaurare un dialogo aperto e disponibile.

La dialogicità che Guillén propone in queste conferenze si concretizza perciò a più livelli: all’interno dell’opera letteraria, tra emittente e destinatario, autore e lettore, ma anche tra le parole scelte dallo scrittore, che non sono mai solo ed esclusivamente le sue, poiché sono state usate, prima di lui, in altri luoghi letterari; tra l’opera stessa e altre opere che condividono lo stesso contesto, ovvero le stesse circostanze storiche; infine, tra approcci critici diversi, che devono necessariamente mettersi in dialogo tra loro per non rischiare di essere sterili e fini a se stessi.

Un aspetto su cui Guillén torna più volte in queste pagine è la necessità di coniugare critica, storia e teoria, come insegna Wellek: si tratta di tre sentieri, tre percorsi che non possono camminare parallelamente senza mai incontrarsi, ma che devono necessariamente dialogare tra loro, arrivando in alcuni casi a coincidere. Ognuna delle tre, afferma Guillén, senza le altre, è una prova di insufficienza: la critica letteraria è un’attività delicata, che può a mala pena conoscere il proprio oggetto, dal momento che, da sola, ignora tutto ciò che confluisce nell’opera, e su cui essa si basa; la storia letteraria, senza critica, si smarrisce, si impoverisce e perde di vista la forma e l’esperienza artistica. La sola teoria letteraria è congetturale e rischia di diventare fine a se stessa, costruendo meravigliosi edifici in cui però nessuno vorrebbe mai abitare.

Critica, storia e teoria devono procedere, dunque, di pari passo: solo in questo modo, la mondialità della letteratura può unirsi all’universalità del fenomeno poetico, che non deve mai essere analizzato come esempio isolato, alla luce di un atomismo delle singole opere o dei singoli autori: è così che il critico riuscirà ad affrontare la complessità dell’opera letteraria con rigore intellettuale e con acume, muovendosi attraverso le molteplici dimore, armonicamente diversificate in storia, critica e teoria, con cui la letteratura può essere letta, senza dimenticare mai che essa stessa si offre come «un hermoso y arduo proyecto de conocimiento»26 / «un arduo e affascinante progetto di conoscenza»27.

Se dunque, come abbiamo detto, comprendere significa tradurre, e la traduzione della saggistica, in particolare questa di Guillén, implica come requisito essenziale un’apertura di sguardi e di prospettive culturali, allo stesso tempo non possiamo prescindere da quel desiderio di tradurre che permette un allargamento dell’orizzonte della propria lingua e della propria cultura. Un lavoro più che mai intellettuale, frutto di quella volontà internazionalista e cosmopolita che supera i confini linguistici e nazionali per provare ad attuare quell’ospitalità linguistica, riprendendo nuovamente il concetto da Ricoeur, in cui «il piacere di abitare la lingua dell’altro è compensato dal piacere di ricevere presso di sé, nella propria dimora di accoglienza, la parola dello straniero»28.

Crediamo che queste parole sintetizzino il senso autentico e profondo del sapere e del conoscere proprio delle varie dimore della critica letteraria, di cui Guillén ci parla nelle pagine dei propri saggi, e in particolare in queste.

  1. C. Guillén, Sapere e conoscere. Dimore della critica letteraria, a cura di G. Fiordaliso, Roma, Aracne, 2016 (ed. orig.: Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, Madrid, Fundación Guillén, 2001). Tutte le citazioni faranno riferimento a queste edizioni.
  2. Per un elenco dei saggi con i quali C. Guillén ha raccolto e ordinato la sua produzione critica, cfr. G. Fiordaliso, Introduzione, in C. Guillén, Sapere e conoscere, op. cit., p. 14.
  3. Oltre al saggio che è oggetto di questo lavoro, sono di prossima uscita in traduzione italiana altre due opere di Guillén: per il 2017 è prevista la pubblicazione de El sol de los desterrados, un piccolo saggio del 1995, poi incluso in Múltiples moradas (1998), in cui la visione dell’esilio viene sviscerata come esperienza universale, umana e intellettuale, che si ripete in varie epoche e in ambiti culturali diversi. Si tratta di un tema che mette in relazione la classicità con la modernità: da Ovidio a Juan Ramón Jiménez, l’esilio è diventato, o è sempre stato, fonte di ispirazione per la creazione artistica e letteraria, come topos e come condizione, ferita e possibilità. Seguirà poi la traduzione di El primer siglo de oro. Estudios sobre géneros y modelos: saggio articolato, complesso, nel quale Guillén raccoglie articoli pubblicati in diversi tempi e luoghi e che diventano qui una silva de varia lección. Garcilaso, Lazarillo de Tormes, el Abencerraje, fray Luis de León, Mateo Alemán, Cervantes, la picaresca come genere, Quevedo: autori e testi che vanno a delineare le caratteristiche di quello che Guillén indica come «il primo dei Secoli d’oro».
  4. Cfr. G. Steiner, Dopo Babele: aspetti del linguaggio e della traduzione, Milano, Garzanti, 2004; P. Ricouer, Tradurre l’intraducibile. Sulla traduzione, Roma, Urbaniana University Press, 2008.
  5. C. Guillén, Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, op. cit., p. 11.
  6. C. Guillén, Sapere e conoscere. Dimore della critica letteraria, op. cit., p. 17.
  7. Tutte le citazioni sono documentate nella traduzione con note a piè di pagina in cui si indica l’originale e l’eventuale traduzione italiana, se esistente. Dei testi citati è sempre stata fornita la traduzione affiancandola all’originale.
  8. Cfr. P. Ricoeur, Tradurre l’intraducibile, op. cit.
  9. C. Guillén, Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, op. cit., p. 72.
  10. C. Guillén, Sapere e conoscere. Dimore della critica letteraria, op. cit., p. 62.
  11. C. Guillén, Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, op. cit., p. 72.
  12. C. Guillén, Sapere e conoscere. Dimore della critica letteraria, op. cit., p. 62.
  13. C. Guillén, Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, op. cit., p. 19.
  14. C. Guillén, Sapere e conoscere. Dimore della critica letteraria, op. cit., p. 22.
  15. Ivi, p. 24.
  16. Cfr. C. Guillén, Sátira y poética en Garcilaso, in Id., El primer Siglo de Oro. Estudios sobre géneros y modelos, Barcelona, Crítica, 1988, pp. 15-48; C. Guillén, La escritura feliz: literatura y epistolaridad, in Múltiples moradas. Ensayo de Literatura comparada, Barcelona, Tusquets, 1998, pp. 177-233.
  17. C. Guillén, Sátira y poética en Garcilaso, op. cit., p. 25.
  18. Cfr. C. Guillén, L’uno e il molteplice. Introduzione alla letteratura comparata, a cura di A. Gargano, Bologna, Il Mulino, 1992 (ed. orig.: Entre lo uno y lo diverso, Barcelona, Tusquets, 1985). Considerato un classico della letteratura comparata, questo saggio, celebre tra i comparatisti grazie alla traduzione italiana, è l’occasione per definire quella che deve essere la disposizione d’animo del comparatista: la coscienza delle tensioni esistenti tra il locale e l’universale, tra l’uno e il molteplice, tra il particolare e il generale. La letteratura comparata non consiste, afferma Guillén in queste pagine, nel mettere a confronto le diverse letterature nazionali, ma nel riconoscere una nuova morfologia letteraria che le ricomprende e che da esse, al tempo stesso, trae origine.
  19. C. Guillén, La escritura feliz, op. cit., p. 198.
  20. C. Guillén, Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, op. cit., p. 12.
  21. C. Guillén, Sapere e conoscere. Dimore della critica letteraria, op. cit., p. 17.
  22. C. Guillén, Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, op. cit., p. 73.
  23. C. Guillén, Sapere e conoscere. Dimore della critica letteraria, op. cit., p. 62.
  24. C. Guillén, Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, op. cit., p. 40.
  25. C. Guillén, Sapere e conoscere. Dimore della critica letteraria, op. cit., p. 37.
  26. C. Guillén, Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, op. cit., p. 123.
  27. C. Guillén, Sapere e conoscere. Dimore della critica letteraria, op. cit., p. 100.
  28. P. Ricoeur, Tradurre l’intraducibile, op. cit., p. 57.