Recensione di Alessandra Carnovale, “Come vento sul monte”

Autore di Maria Panetta

Alessandra Carnovale (Roma 1969) ha frequentato il liceo classico, ma ha una solida formazione anche scientifica, avendo studiato scienze biologiche. Conosce l’inglese, il tedesco; oltre a quello antico, conosce anche il greco moderno. Come ha dichiarato, il suo “primo amore” letterario è stata la Cassandra di Christa Wolf.

Dal 2000 si occupa di ceramica e negli ultimi tre anni ha curato un laboratorio estivo di ceramica per bambini. Dal 2010 si dedica, invece, alla poesia. Partecipa a vari reading, cura la rubrica “InSistenze” per la rivista letteraria «Diwali»; è co-responsabile del laboratorio “Martedì(di)Versi” per il Circolo Bel Ami.

Grazie alla sua produzione poetica, nel 2016 si è classificata prima al Premio indetto dall’Associazione La Guglia e nel corso di quest’anno ha vinto il Premio “Parole magiche” della casa editrice flower-ed: Come vento sul monte, la raccolta premiata, è la sua prima pubblicazione.

Esordire con un Omaggio shakespeariano, come lirica proemiale, è sicuramente ambizioso. Ma anche coraggioso.

Proseguire con Omero (nella lirica Odissea) significa voler stabilire immediatamente un collegamento forte con le più grandi voci della poesia di tutti i tempi. Il rimando è talmente sfrontato e audace che un lettore non può che esserne incuriosito.

Eppure, le prime due liriche di questa raccolta non sono le uniche a riallacciarsi fortemente alla nostra tradizione poetica occidentale: infatti, forse a torto, leggendo la terza poesia, intitolata Anna, confesso di non aver potuto fare a meno di riandare con la memoria alla tragica vicenda di Piramo e Tisbe, i due fanciulli babilonesi che abitano in case contigue e che, nonostante l’avversità al loro amore dei loro congiunti, comunicano attraverso una crepa nel muro che separa le loro abitazioni. Com’è noto, la loro vicenda è celebrata da Ovidio nelle Metamorfosi (libro IV, vv. 55-66) e con il colore del loro sangue versato il mito giustifica quello rosso delle bacche di gelso, dato che il loro primo e ultimo appuntamento fatale avviene sotto un albero di gelso, appunto. Eppure, l’autrice non fa cenno a Piramo e Tisbe nei versi dedicati ad Anna, ma rappresenta suggestivamente la sua schizofrenia tramite l’immagine simbolica di una donna che «ha eretto un muro / fra sé e sé» e che fa comunicare le proprie due metà tramite bigliettini trasmessi attraverso un «minuscolo foro».

Non sarà un caso che questa lirica è posizionata come terza nella raccolta: a mio avviso, infatti, contiene in nuce una serie di motivi che poi ricorrono nella silloge. Ad esempio, quello della maschera pirandelliana della cortese formalità che nasconde, invece, un’interiorità tragicamente sofferente, ma che non ha neanche più la forza di chiedere «aiuto» all’esterno. Il suo «volto immoto, come di gesso» ricorda la fissità della statua che non ha nulla di materico; e forse la fragilità del materiale scelto, il gesso, allude anche alla pericolosa precarietà dell’equilibrio di Anna, che dimostra un’«indifferenza senza scampo» nei confronti del proprio stesso «destino».

La lirica che segue, intitolata Roma, 7 gennaio 2017, in realtà rovescia il paradigma, perché, associati all’idea del calore, letteralmente del «tepore», sono il «silenzio», il «riposo», le «letture» e il «raccoglimento»; e, dunque, in questo caso l’introspezione è fonte di ristoro, mentre l’esterno è freddo, gelido e ostile.

La raccolta è divisa in tre parti, ognuna dotata di titolo: le tre sezioni seguono alle prime quattro liriche introduttive e restituiscono una personalità poetica piuttosto coerente in cui l’emotività del ricordo autobiografico viene sempre filtrata attraverso la razionalità, producendo una distanza ironica dalle cose.

Nella Prima parte, la poesia d’esordio, Partenze, approfondisce un tema portante della silloge: quello della comunicazione interrotta, della mancanza di ascolto, della vera e propria incomunicabilità, specie in relazione al rapporto di coppia.

L’amore è tema dominante dei versi di Alessandra Carnovale: viene declinato in sedici modi diversi, nei titoli di altrettante liriche: Amore esotico I e II, Amore precario, Amore girovago (L’artigiano), Amore passato, Amore clandestino, Amore ottativo, Amore incombusto, Amore depresso, Amore cinico, Amore slavo, Amore Narciso, Amore breve, Amore affamato, Amore sgraziato (L’avventuriero) e, infine, Amore 3.0.

In questo caleidoscopio di forme è difficile, in realtà, rintracciare accenti positivi legati al rapporto amoroso: più spesso, l’amore è fatto di cinismo, indifferenza, difficoltà di comunicare profondamente. È consumato in poco tempo, velocemente, magari di nascosto: «Semina una scia / di languore» (Amore esotico); lascia solo l’«afrore / di un rapporto extraconiugale» (Amore clandestino).

Amore precario mi ha ricordato una scena dell’Insostenibile leggerezza dell’essere in cui Tomáš raggiunge in albergo la sua amante, Sabina, che indossa la propria inconfondibile bombetta sulla porta di una camera a Zurigo: l’amore adulterino è angoscia, ma, alla conclusione della relazione, la protagonista della lirica si sente «appassire / così privata / di quella cadenza stentata». Kundera, in effetti, potrebbe essere un buon punto di riferimento ideale per leggere e comprendere al meglio i versi della Carnovale dedicati all’amore e al sesso.

Gli incontri fugaci sembrano, sul momento, colmare un «languore» (Amore esotico), ma lasciano, alla fine, «un vuoto / ancora maggiore» (Amore esotico II) «in chi vive / in un deserto / povero di avventure» (ivi).

Bersaglio polemico di alcune poesie, il collezionista di incontri rubati, di «nuove (…) trasgressioni» (Amore girovago) dal «gusto incolore» (ivi). Mi è sembrato di cogliere, tra le varie suggestioni, anche un riferimento a una nota canzone di Britti nel «tenta di lavare via / l’odore / dell’ultimo incontro carnale», in Amore girovago (L’artigiano).

Amore ottativo, invece, rappresenta bene la contraddittoria consapevolezza di chi sa che la relazione che sta conducendo è “sbagliata”, cioè che si sta rapportando a qualcuno che non sarà mai come lo vuole, ma, allo stesso tempo ˗ «Eppure ti voglio» ˗, persevera nella situazione altalenante di ricerca e fuga, come se fosse in perenne «astinenza pulsante / dalla tua droga». L’amore come droga, dunque, che torna anche nella poesia La droga, la lirica in cui emerge maggiormente il bagaglio di cultura scientifica di Alessandra Carnovale, alleggerita, forse, nella chiusa, assieme a una velata allusione al linguaggio specialistico dei medici, persino dal riferimento sornione a una nota e provocatoria canzone di Zucchero Fornaciari: «una sana e robusta / infatuazione!».

Gli amori tratteggiati con rapide pennellate dall’autrice si stagliano sullo sfondo di asettici interni spartani, in cui magari campeggia solo un «letto disordinato», in atmosfere che ricordano certi torbidi passaggi degli Indifferenti di Moravia, nei quali gli incontri sessuali sono fatti quasi solo di «automatismi / rattrappiti» (Amore incombusto). Talora, infatti, egualmente teatrale appare l’impianto di queste liriche, che rappresentano rapidamente poche scene isolate, come sequenze di velocissimi fotogrammi di una pellicola cinematografica che qualcuno ha selezionato e tagliato, con sicurezza, con le forbici della Memoria montaliana.

Mi è sembrato, infatti, di cogliere un’allusione cinematografica molto pertinente nel «sudore / generato / dalle conseguenze dell’amore» che si legge in Quello che inferno non è, lirica chiaramente ispirata allo struggente Calvino delle Città invisibili:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Il dolore del ricordo suggella questa lirica: la Memoria può essere «inferno», infatti, nelle «ore / solitarie, a ricordare».

Si può sentire la mancanza anche di un amore che era iniziato come un «bel gioco» (Amore depresso), che tenesse lontane, «almeno per qualche istante, / breve, / il rosario di rabbie / quotidiane, la fila indiana / di giornate meschine, / le “normali” attività / piccine, aberrazioni usuali / che governano l’esistenza» (ivi), versi nei quali la sequenza di inarcature (o enjambement) è utile a sottolineare proprio la monotonia di una vita che scorre uguale, giorno dopo giorno, interrotta solo da intervalli di lacerti di una storia che si sa preventivamente senza «sbocco / né futuro» (ivi).

In Amore cinico torna il tema dell’incomunicabilità: nell’allusione alle «parole / da non dire / per non turbare le atmosfere». C’è come un codice non esplicitato fra gli amanti fugaci: il tempo brevissimo dedicato all’amore non può e non deve essere turbato da allusioni al negativo; non si può essere autentici, sinceri fino in fondo. Non ci si può mostrare «reali, senza veli»: bisogna ostentare cinismo, far finta di non capire, di non notare i «sotterfugi», fingere che sia tutto sereno.

La negazione della cruda realtà viene ribadita anche nella lirica successiva, Non, che, come una sorta di litania consolatoria, di monito della poetessa a se stessa, suggerisce apparentemente di vivere la vita con leggerezza («Non vale la pena / starci male»), lasciando intendere, tra le righe, la sofferenza di chi è costretto a recitare la parte di ciò che non è, a mostrare una freddezza che non gli (o non le) appartiene: pena la possibilità di sopravvivere.

Funzione consolatoria, ed eternante (come enunciato nella solenne poesia programmatica d’esordio), ha, forse, solo l’Arte, che è – foscolianamente e leopardianamente – «illusione» in Con te (Omaggio a Catullo). Illusione che viene, però, duramente smentita dall’evidenza del reale.

La figura di Narciso torna anche nella lirica successiva, Amore Narciso, che rappresenta (come Amore sgraziato) un amante «opportunista», ossessionato dalla paura di invecchiare, dal timore del decadimento fisico, che non partecipa emotivamente all’atto d’amore, realizzato in uno «slancio contraffatto» che gela la sua amante, quasi atterrita dall’«indifferenza nel sentire / tenerezza o compassione, / anestesia dello stupore, / paralisi / del nostro lato emozionale». La diagnosi è chiara: causa di questo atteggiamento distaccato è «la paura / di lasciarci sopraffare» in una società come la nostra in cui – sembra suggerire la Carnovale – tutto, anche i sentimenti, è oggetto di consumo, di turn over, di ricambio rapido e indolore, in una sequenza di relazioni in prova, di affetti a tempo, destinati tutti ugualmente a finire anche prima della scadenza.

Ma l’amarezza che emerge da certi versi è legata alla consapevolezza che si può avere «nostalgia», in preda a una sorta di sindrome dell’abbandono, anche di un rapporto in cui al sesso, Dopo l’accoppiamento (questo, il titolo della lirica), seguono, per citare Roland Barthes, solo Frammenti di un discorso amoroso, pronunciati «per educazione», tra persone civili.

Amore 3.0 e Lettere pongono ironicamente e più specificamente il problema della comunicazione virtuale, che spesso si traduce in un perpetuo contatto che non implica, però, profonda comprensione e che non ripara dal senso di solitudine dilagante.

La Seconda Parte della raccolta è dichiaratamente dedicata all’Arte e ne ribadisce la funzione consolatoria e di unica possibilità di dis-trazione dall’oppressione del vivere quotidiano dei giorni d’oggi, tra i ritmi ossessivi di lavoro, gli obblighi asfissianti, la devastazione dell’ecosistema, la difficoltà di mantenere insieme tutti gli «spezzoni» (Con te) di vita, tutte le infinite sfaccettature che compongono l’identità polimorfa di ognuno.

Molto suggestiva, in questa sezione, la lirica Vita da poeti, un autoritratto al plurale di una categoria che sembra non sentirsi a casa in un mondo «che non ammette spazio / per i versi», considerati davvero “coserelle” (nugae, alla Catullo), “cosucce di poco conto”, al confronto di tutte le altre occupazioni pratiche più importanti, come «portare l’auto dal carrozziere», suggerisce l’autrice con sarcasmo. Il tempo dei poeti sono le «ore sottratte al sonno», nelle quali ogni artista ritrova la propria essenza e nelle quali ribadisce, nella scrittura, come in una litania, la propria malinconia di non poter dedicare all’Arte che minimi ritagli di tempo in una vita piena di attività “superflue” e improduttive ai fini del nutrimento spirituale.

Ho apprezzato la Terza parte della raccolta, dedicata alle Donne (ritratti). Un castello tutto per sé è un chiaro omaggio a una grande penna femminile, quella di Virginia Woolf, punto di riferimento per la poesia del XX secolo e per la lotta per la parità di diritti tra i due sessi: «la libertà non ha prezzo, / la libertà creativa», è uno dei grandi insegnamenti della scrittrice londinese alle donne e agli artisti.

Bella addormentata e Fiabe contrappongono il tempo sospeso della fiaba, che mistifica la realtà cruda dei fatti, a quello frenetico della vita vera, che sembra essere una folle rincorsa dietro a inafferrabili chimere.

Suggestivi, inoltre, gli omaggi a due figure femminili dell’antichità: la lettura originale delle scelte di Medea come dettate dal desiderio di «sottrarmi al posto / assegnato», di «sfuggire / a un destino / preordinato» (dunque, una scelta di libertà, di ribadito libero arbitrio, pur nel compiere il Male); e, poi, il ricordo di Ipazia, la filosofa e astronoma e donna di scienza alessandrina uccisa brutalmente – suggerisce l’autrice – perché colpevole di avere una concezione democratica della diffusione della conoscenza, e, quindi, rea di aver tentato di divulgare le proprie scoperte e i risultati dei propri studi.

Infine, da ricordare la lirica conclusiva dell’antologia, Sul corpo delle donne, attualissima nella denuncia della violenza perpetrata ancora oggi sull’universo femminile, che con toni anche crudi difende appassionatamente il diritto di ogni donna di decidere autonomamente per se stessa e per la propria «carne»1.

  1. Si propone, opportunamente riadattata per la pubblicazione, parte del testo della prima presentazione al pubblico della raccolta poetica Come vento sul monte (Roma, 17 dicembre 2017, libreria L’Altracittà).
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