Ho meditato, dopo averlo già letto in precedenza, il libro di Marco Colletti mentre mi trovavo in casa in campagna, durante giorni primaverili specialmente piovosi e contraddistinti da una nebbia che ostacolava la vista del cielo. Le stelle, che tanta parte hanno nelle poesie di quest’opera, non si concedevano dunque alla mia vista. Non potevo vedere il cielo stellato: potevo solamente immaginarlo. Ma vi è qualche differenza? Non è, forse, la visione prodotta dall’anima e dall’immaginazione degna almeno quanto quella offerta ai sensi? Ἓν καὶ Πᾶν, il motto hölderliniano informa, d’altronde, la poetica di Colletti: nell’Uno-Tutto, “tutto è connesso”. Nella trama della natura l’uomo sente in sé l’universo.
Esiste in quest’opera una dialettica tra microcosmo e macrocosmo, tra l’Universo delle stelle e dei pianeti e l’Universo dell’essere umano, e i due dialogano ininterrottamente. Tuttavia, non è contemplata la contingenza, sicché la realtà profonda non è mai quella visibile, tanto che La stella che brilla nel mare è quasi un protreptikos, un invito a guardare più in profondità e a cogliere l’elemento spirituale dell’universo. In quest’ottica, che solo per semplificazione e per scopi esplicativi si può dire “mistica”, la poesia non può denominare esattamente l’oggetto del proprio poetare, ma diventa piuttosto una forma mentis, una modalità di abitare il mondo. Per questa ragione, questo è un libro difficile, che esige un dialogo attivo da parte del lettore, ma non per questo è oscuro o indecifrabile: è lontano anni-luce da certa poesia di ricerca; cioè, la convinzione dell’autore che “la materia non esiste” (titolo del suo libro poetico d’esordio) non si traduce in un codice linguistico-stilistico astratto che rifiuti la comunicabilità e dia risalto al significante piuttosto che al significato. Al contrario, lo spessore della sua filosofia si concreta in un pensiero poetante lungo tutte le poesie del libro, il quale presenta un’architettura di granitica coerenza. L’intero edificio è, dunque, una visione che si offre al lettore ma che non offre soluzioni definitive, lasciando sempre spazio al non detto, sicché si può allora dire che la “visione dell’immaginazione” sia più vera di quella dei sensi. Ed è proprio nel “non detto” che risiede il nucleo più necessario, e proprio per questo più nascosto, del libro: l’essere umano, solo nell’universo ma anche parte dell’universo, si commuove.
Marco Colletti, italianista per formazione, oltre a essere poeta, è artista digitale. La sua esperienza di artista visivo certamente informa la sua opera letteraria, nella misura in cui le sue poesie hanno una forte componente visionaria, appunto, e si presentano come immagini da osservare e quasi contemplare lentamente.
La stella che brilla nel mare, che fa parte della collana «Le Gemme», diretta da Cinzia Marulli, segue la sua prima silloge, La materia non esiste (La Vita Felice 2024). Già solo il titolo suggerisce l’idea hölderiniana del trascendere la realtà concreta, e tradisce un invito a esplorare le relazioni nascoste tra le cose. Coerentemente, la stella del titolo della seconda raccolta è nel cielo, ma anche «sotto la coperta delle onde» (p. 5): è allo stesso tempo lontana e vicina, a suggerire l’illusorietà dei confini tra le cose. Il verso citato è il secondo della prima poesia della silloge, La stella che brilla nel mare, poesia eponima, dunque, che si apre con una metafora, figura retorica fondamentale nell’intera opera: è soprattutto attraverso la metafora che Colletti introduce nel suo universo poetico e suggerisce le idee senza nominarle esattamente.
La silloge, però, si apre con una curiosa Introduzione, firmata da Vostro Scardanelli (p. 3). Prendendo in prestito il nome adottato da Hölderlin durante i 36 anni di vita che trascorse isolato nella sua “torre”, Colletti assume, da un lato, un punto di vista privilegiato, ovvero eccentrico rispetto al mondo intero, dall’altro si dichiara consapevole del fatto che «La follia più grave è sempre stata la presunta normalità, cioè la presunzione di possedere un’identità».
Dalla «torre di se stesso» in cui ogni essere umano vive, allora, Colletti-Scardanelli, Colletti-poeta e – qui è la chiave – Colletti-uomo può osservare l’universo, consapevole del fatto che, anche se gli uomini sono rinchiusi nelle proprie torri e sono soli, essi fanno parte del Tutto. L’universo stesso, quindi, viene visto come un mistero da esplorare con i mezzi della poesia e della scienza, che diventano ambiti che si compenetrano. Con una mossa originale, Colletti non tratta la scienza con l’atteggiamento di chi guardi ironicamente alle “magnifiche sorti e progressive”. Al contrario, scrive che «Non c’è nulla di più poetico della scienza, / nel mistero delle sue gelide formule» (p. 12). La freddezza delle formule scientifiche, cioè, non distrugge il mistero dell’universo. Così, si spiegano gli inserti prosastici che, in calce ad alcune poesie, dettagliano – come in un poema didascalico di tipo lucreziano – le caratteristiche di alcuni corpi celesti menzionati, come ad esempio: «Venere è l’oggetto spaziale più luminoso della notte per noi terrestri, dopo la Luna […]» (p. 17).
L’analiticità di queste descrizioni non offre certezze consolatorie agli interrogativi esistenziali, che sono del genere di quelli del Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, ed a tratti vicini a quelli del Pascoli più cosmico. Tra i momenti di massima tensione della silloge, infatti, ci sono proprio quelli in cui i versi coincidono con apostrofi e interrogazioni: «Si ricorderà il mondo di ogni uomo / che l’ha popolato e che l’ha esplorato? / O la Natura ci disconosce, più noi la conosciamo?» (p. 12). Nell’indifferenza della natura l’uomo scopre la propria solitudine e la propria fragilità nell’universo, ed è qui l’elemento commovente del libro. Elemento, peraltro, che lo riallaccia a una tradizione fondamentalmente umanistica e che attribuisce pur sempre valore all’arte, come espressione della spiritualità dell’uomo, come metodo di comprendere l’interiorità e come fonte di armonia.
Dal punto di vista stilistico, infatti, i testi non cercano la disarmonia. Per quanto Colletti non utilizzi forme metriche della tradizione, i testi non cercano effetti anti-lirici e anti-musicali. Costruendo un sapiente sistema di metafore, allitterazioni, sinestesie, la raccolta si configura come una sinfonia dell’universo, e i concetti sono presentati fluidamente e ripresi a distanza in varie poesie. Si veda, per esempio, il verso «E in questo silenzio vasto e siderale» (p. 14). Il concetto del “silenzio”, accompagnato dall’endiadi «vasto e siderale», è ripreso nella poesia l’Orfanotrofio dei pianeti: «È questo lo spettacolo del silenzio / che diverte Dio» (p. 14), in cui esso è sottolineato dall’enjambement. Già solo approfondendo il campo semantico del silenzio, si scopre in Colletti una sensibilità tutta umanistica e dentro alla tradizione alta della letteratura italiana, aggiornata stilisticamente non con la verve distruttrice di chi crede che quella tradizione non serva più, bensì con la maturità di chi l’ha assimilata e crede che esistano interrogativi esistenziali eterni, ma anche che il punto di vista rispetto ad essi possa mutare. Nella poesia La vita delle rocce, l’autore si chiede «Chi l’ha detto che le rocce non hanno / vita?» (p. 6). Il silenzio delle rocce, come quello delle stelle, non significa che esse non soffrano e non partecipino del Tutto. Questo, oltre a segnalare uno specifico tratto della postura filosofica di Colletti, che si distanzia da una linea maestra del pensiero occidentale che sfocia nel pessimismo e nichilismo cioraniani (non vi è, per l’autore, una specificità della materia non umana, perché anch’essa è segnata dalle sofferenze), determina la possibilità dell’ascolto di quelle rocce stesse. Attraverso un complesso sistema di prosopopee, sinestesie e metafore, l’autore invita a vedere «la sinfonia di un sole vestito di terra» e a comprendere che anche la nostra Terra è una stella che «si è coperta di rocce» e che, quasi francescanamente, «ci ha amato per farci amare» (p. 6).
Sempre per indagare il campo semantico del silenzio, l’indifferenza del cosmo si concretizza nell’immagine delle «mute / costellazioni» (p. 7). Il topos, particolarmente frequentato nella nostra letteratura, è rielaborato in maniera originale dall’autore perché i corpi celesti stessi sono personificati in quello che egli stesso definisce uno «psicodramma dell’universo». Le reminiscenze letterarie garantiscono l’ancoraggio alla tradizione stessa e, dunque, la garanzia che la poesia resta – con la scienza – un mezzo per interrogare il Mistero. Così, oltre agli ovvi influssi del Leopardi che interroga la natura, quelle costellazioni mute rimandano a Dante (cfr. If 1, 61: «mi ripigneva là dove ’l sol tace»; e If 5, 28: «Io venni in loco d’ogni luce muto») e al Pascoli, in ispecie quello dei Nuovi poemetti (cfr. La vertigine: «veder d’attimo in attimo più chiare / le costellazioni, il firmamento / crescere sotto il mio precipitare!»). Se nel mondo dantesco la luce è ovviamente associata all’amore di Dio e alla conoscenza spirituale, le visioni cosmiche pascoliane riflettono una sostanziale precarietà dell’esistenza.
Questa condizione di precarietà dell’uomo nell’universo è onnipresente nella silloge di Colletti, assieme alla consapevolezza dell’esistenza del dolore nel mondo e della sensazione dell’incombere della fine, che assume a tratti le caratteristiche di un longing per il vuoto o per il non esistere. Ma la fine «Di questo mondo che sta per morire» (p. 26) non è una fine, perché non si sa cosa ci sia oltre l’ultima soglia. Si tratta di quell’ultima soglia che Marco Colletti ha il coraggio di interrogare, invitando il lettore a seguirlo in un percorso che richiede molta fiducia, perché non si entra facilmente nel suo universo poetico, come in nessun universo d’altronde. Ma, una volta entratovi, il lettore sarà ampiamente ricompensato. In limine et in extremis, perché gli opposti coincidono in questo libro, l’Apocalisse è una formula matematica che dà il titolo a una poesia e che è stata elaborata da un gruppo di studi che «ha calcolato […] il tempo intercorrente da oggi alla fine dell’Universo» (p. 27).
Soli, eppure parte del Tutto, noi esseri umani, privi di certezze, leggiamo l’ultimo verso di questo libro: «Saremo tutti altrove, ma non qui».
(fasc. 60, 25 maggio 2026)