Indagini sonore per il commissario Ricciardi. La canzone napoletana nei romanzi di De Giovanni

Author di Nunzia De Falco

Abstract: Nella scrittura di Maurizio De Giovanni, il patrimonio acustico napoletano concorre alla ricostruzione narrativa degli anni ’30, epoca in cui è ambientata la serie letteraria dedicata al commissario Ricciardi. L’udito è costantemente sollecitato da una ricca trama di elementi sonori, che danno vita a una partitura letteraria capace di restituire la specificità di una città mitologicamente legata alla musica, fatta di contrappunti, incastri e stratificazioni melodiche in concorso per costituire un ricco orizzonte fonico. Nelle orecchie di Ricciardi, Napoli si configura come una grande bocca che dà voce non solo ai vivi ma anche ai morti, a causa di una facoltà paranormale che lo costringe ad ascoltare l’eco dell’ultimo pensiero delle vittime di morte violenta. All’interno di questo densissimo universo sonoro, in tre romanzi della serie, la canzone – Palomma ’e notte in Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi; Voce ’e notte! in Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi e Rundinella in Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi – è nucleo ispiratore della storia raccontata, entità modulabile e migrante capace di permeare anche il tono narrativo, in piena sintonia con l’umore dei personaggi. Nella trilogia noir originata per melogenesi, la matrice canora attiva anche una significativa riflessione didattica: attraverso il ruolo di un vecchio maestro di musica, che guida un giovane apprendista (e con lui il lettore) in un percorso di crescita umano e professionale, la canzone napoletana diventa strumento di iniziazione alla performance e alla vita. Con tale connessione, De Giovanni intreccia l’esecuzione all’indagine, raccordando il verso cantato alla parola scritta e la storia originaria del brano con la sua rimediazione narrativa nel romanzo.

Abstract: In the writing of Maurizio De Giovanni, the Neapolitan acoustic heritage contributes to the narrative reconstruction of the 1930s, the period in which the literary series dedicated to Commissioner Ricciardi is set. The hearing is constantly stimulated by a rich web of sound elements, which give life to a literary score capable of conveying the specificity of a city mythologically linked to music, composed of counterpoints, interlocks, and melodic layers competing to create a rich sonic horizon. In Ricciardi’s ears, Naples appears as a large mouth that gives voice not only to the living but also to the dead, due to a paranormal ability that forces him to listen to the echo of the last thoughts of victims of violent death. Within this very dense sound universe, in three novels of the series, the song – Palomma ’e notte in Anime di vetro. Falene for Commissioner Ricciardi; Voce ’e notte! in Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi and Rundinella in Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi – is the inspiring core of the story told, a modular and migrating entity capable of permeating even the narrative tone, in full harmony with the characters’ mood. In the noir trilogy originated for melogenesis, the musical matrix also activates a significant didactic reflection: through the role of an old music teacher, who guides a young apprentice (and with him the reader) on a path of human and professional growth, the Neapolitan song becomes a tool for initiation into performance and life. With this connection, De Giovanni intertwines performance with investigation, linking the sung verse to the written word and the original story of the song to its narrative remediation in the novel.

Metamorfosi letterarie di sonorità partenopee

“Una canzone è una storia presa dalla vita, non si inventa a tavolino per metterla in un romanzo. Può anche non finire e narrare di un unico istante, di un bacio o di uno sguardo, di un rimpianto o di una speranza”.

“E perché diventa una canzone?”, aveva domandato il ragazzo un pomeriggio, mentre fuori pioveva e pioveva, e non si vedeva niente, se non l’acqua che batteva furiosa alla finestra.

“Perché”, aveva risposto il vecchio: “sono attimi importanti che per l’autore, per la sua vita contano più di ogni altra cosa. Hanno un peso insopportabile e sebbene durino un soffio, feriscono e lasciano un segno. La canzone è la storia di una cicatrice.”[1]

La città in cui il commissario Ricciardi indaga prolifera di sonorità lussureggiante che ne connota l’atmosfera. Attraverso la ricezione che passa per le orecchie, Maurizio De Giovanni non solo restituisce il versatile spettro acustico della canora Napoli[2], ma lo sintonizza anche con l’umore narrativo delle storie che racconta, in un dialogo interno tra sensi e situazioni che potenziano l’assimilazione emotiva dei fatti. Nel porgere l’orecchio alla parola scritta, la letteratura si costituisce come materia sonante, amplificando la percezione sensoriale del romanzo attraverso la caratterizzazione delle voci dei personaggi, specchi fonici di stati d’animo e delle vibrazioni che costellano eventi e situazioni[3]. A potenziare e, probabilmente, influenzare l’attenzione uditiva prestata ai romanzi ha contribuito anche la fruizione personale di questi libri, vissuta attraverso l’ascolto in modalità audiolibro, capace di restituire una precisa ambientazione acustica orientata dal timbro e dalla plasticità vocale dell’attore Paolo Cresta[4].

De Giovanni appare un attento ascoltatore della sua città e, nell’eredità acustica che raccoglie tra i vicoli di Napoli, con scrupolo e precisione, ricostruisce il tessuto sonoro dell’epoca in cui ambienta la serie dedicata a Ricciardi, ossia gli anni ’30. Il senso dell’udito viene particolarmente coccolato da una ricca filiera di effusioni ed effetti, dando vita a una partitura letteraria che connota la specificità di una città mitologicamente legata alla musica, fatta di contrappunti, incastri e stratificazioni sonore in concorso per costituire un ricco orizzonte fonico.

In questo range acustico lo scrittore infila numerose canzoni, napoletane e non, che entrano a far parte della diegesi come soggetti in grado di suggerire pensieri, situazioni e connotare avvenimenti. Di tale proliferante mondo popular che canta tra i vivi e i morti incontrati da Ricciardi, in tre romanzi della serie le canzoni vengono prese in prestito per costituire il nucleo ispiratore della storia raccontata, quali entità modulabili e migranti capaci di permeare le vicende in piena sintonia con l’umore dei personaggi, fino a influenzare anche il tono narrativo:

  • in Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi, rivive il monito a non scottarsi la mano per inseguire una farfallina impresso in Palomma ’e notte (testo di Salvatore Di Giacomo, musica di Francesco Buongiovanni)[5];
  • in Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, tutta la trama si intreccia con Voce ’e notte! (testo di Edoardo Nicolardi, musica di Ernesto De Curtis), una “controserenata” rivolta a una finestra chiusa[6];
  • in Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, il tradimento amaro cantato in Rundinella (testo di Rocco Galdieri, musica di Gaetano Spagnolo) fa svelare una storia di vendetta e rancore[7].

È lo stesso De Giovanni a raccontare la genesi di questi libri, successivi alla pubblicazione di In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi, che termina con l’esecuzione di Passione (versi di Libero Bovio, musica di Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente): «Quando […] dovevo trovare un filo conduttore dei libri successivi, io decisi di utilizzare […] tre canzoni classiche che avessero ognuna un sentimento, che ognuna raccontasse un sentimento e che questo sentimento servisse da colonna vertebrale del romanzo»[8].

Fa da raccordo a questa trilogia una serie di lezioni di musica tenute da un vecchio maestro di mandolino a un giovane e talentuoso apprendista, già noto performer, che ha come oggetto d’apprendimento l’approfondimento ragionato della canzone napoletana di volta in volta protagonista del racconto. L’incontro didattico procede a latere rispetto all’intreccio principale e viene disteso tra prologo, due interludi ed epilogo, senza apparente diretta relazione e – capiremo soltanto alla fine dei tre romanzi – in un tempo altro rispetto alle vicende su cui Ricciardi indaga.

L’interpretazione della canzone come strumento d’indagine

Attraverso lo studio dei rapporti cantati, il maestro aiuta a comprendere le relazioni umane fino a renderle voce e suono, elementi che De Giovanni prende in prestito per formulare una stratificata e reiterata tela di parentele emotive, di cui la canzone è sonora testimone culturale. In ogni racconto viene approfondito il brano che della vicenda delittuosa e di tutte le sue implicazioni emotive è nucleo ispiratore. La connessione relazionale fornisce la materia per costituire non soltanto il plot narrativo, ma l’intero sound del romanzo, costituendosi come elemento atmosferico caratterizzante capace di aprire un orizzonte di senso anche per il fruitore del romanzo, condotto a cogliere le fratture della psiche (omicida) a partire da una canzone.

Dall’intima stanza del maestro, il brano scivola sulle labbra dei personaggi incontrati da Luigi Alfredo Ricciardi e tra i vicoli di Napoli, per insinuarsi nelle sue orecchie come indizio a distanza, oppure come spia parallela che conduce il lettore nella stessa direzione del Commissario. Quest’onda melodica influenza la risoluzione dei casi, fornendo chiarimenti che arrivano dalla suggestione sonora di frammenti canticchiati qua e là, talvolta sospinti dal vento che si fa vettore di suono, altre volte ereditati in sintonia con la canzone, pronta a ricordare il suo protagonismo e la capacità diegetica di disseminare tracce. Nelle orecchie del Commissario la città si connota come una grande bocca che dà voce ai vivi, ma anche ai morti, a causa del “fatto” che lo angoscia, una maledizione ereditata dalla madre, che lo porta a convivere con una facoltà ultrasensoriale: «I morti, traslucidi e sbiaditi nella pioggia o nel sole, che sussurra[va]no la propria terribile canzone per un pubblico di un solo spettatore»[9]. Le vittime di delitti violenti gli si manifestano come presenze sonore, consegnandogli l’eco del loro ultimo pensiero ed esponendolo a una prossimità inquietante con la morte. La frase estrema che i fantasmi ripetono si cristallizza nell’istante che precede la loro fine, destinata a ripetersi ostinatamente finché in terra non si ristabilisce la verità che li ha resi cadaveri.

L’indagine per il Commissario traccia anche un percorso personale, un corpo a corpo con voci che chiedono ascolto e giustizia, chiavi inattese per penetrare in esistenze spezzate e per rintracciare, nelle pieghe del quotidiano, i segni rimasti invisibili e inudibili agli altri. Questa singolare sensibilità lo condanna a un’inquietudine permanente. L’ascolto forzato delle parole dei morti confina Ricciardi in una zona liminare, sospesa tra razionalità investigativa e assedio emotivo, in preda a un purgatorio terreno e col sospetto inquietante di rasentare la follia. Eppure, proprio tale esposizione al dolore affina in lui una capacità rara: percepire le vibrazioni più sottili dell’animo umano. I residui fonici consegnati dalle vittime si depositano nell’orecchio come frammenti in cerca di ordine, materiali sonori che reclamano una forma e che talvolta rischiano di confondere anziché orientare. Il trauma, tradotto in voce, spinge a risolvere tensioni etiche, potenziando l’attenzione all’udito che De Giovanni rende materia narrativa, inducendo Ricciardi a interrogarsi sul senso di questa percezione e sulla responsabilità che essa comporta.

Su tale dettagliatissimo scenario acustico De Giovanni infila fluidamente i brani scelti, trattandoli come elementi caratterizzanti capaci di attraversare i romanzi con un preciso intento diegetico, in cui si coniugano più anime del paradigma transmediale musico-letterario declinato da Werner Wolf, che spazia dalla tematizzazione all’evocazione, fino a tracciare una sinestesia operante in maniera sinergica in cui anche il sound della parola scritta si accorda con l’empatia acustica della canzone[10]. Nei vari romanzi i brani scelti assumono funzioni diversificate spesso coesistenti, in quanto:

  • connotano situazioni e scenari,
  • lasciano emergere criticità,
  • determinano l’atmosfera del romanzo,
  • influenzano l’intonazione narrativa,
  • provocano emozioni anche nel lettore,
  • vengono usati come elementi comunicativi,
  • inducono il fruitore del libro a percorrere un processo personale parallelo a quello condotto nell’indagine,
  • tratteggiano uno scenario acustico che mette in primo piano elementi nevralgici del racconto,
  • si comportano come assilli sonori migranti, capaci di ispirare a distanza,
  • si raccordano a doppio filo con i protagonisti.

La varietà di questi utilizzi si può riscontrare anche negli altri romanzi della serie, come in Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi[11], in cui il brano di E. A. Mario, divenuto cavallo di battaglia di Anna Fougez[12], viene eseguito per amplificare lo pseudonimo dato a una giovane prostituta uccisa; oppure nel romanzo In fondo al tuo cuore, dove l’esecuzione di Passione, che la cantante lirica Livia Lucani dedica allo stesso Ricciardi, suggerisce un indizio che aiuta i fruitori del romanzo a comprendere movente e assassino dell’omicidio su cui il Commissario sta indagando. L’oro e le perle offerte alla Madonna della neve, per allontanare gli effetti dolenti di un amore concluso (Aggio fatto ’nu voto a’ Madonna d’a neve / si me passa ’sta freva, oro e perle lle do)[13], collegano il sentimento affranto dell’io lirico del brano con l’azione dell’omicida, che si firma in un ex voto offerto alla Madonna del Carmine: un incastro talmente necessario per tenere intrecciati alla canzone tutti i fili drammaturgici del romanzo, che lo scrittore decide di anticiparne consapevolmente la collocazione dal 1934 al 1932, anno di ambientazione di questo e altri episodi della serie di Ricciardi.

La canzone napoletana all’origine di tre romanzi della serie di Ricciardi

In aggiunta a tali aspetti, che caratterizzano lo stile narrativo di De Giovanni nel ciclo dedicato al commissario Ricciardi, come già accennato, nei tre romanzi qui discussi la canzone è cellula primigenia da cui germoglia il racconto. Ad accomunarli è sia l’origine per melogenesi sia la necessità di una profonda riflessione didattica, capace di condurre un giovane apprendista a una crescita professionale, attraverso una vera iniziazione alla canzone napoletana. Ne è artefice il maestro, fonte vivente di conoscenza musicale, capace di risorgere dall’artrite che gli deforma le mani e dall’ipovedenza concessa dalle cataratte – raccontata come un superpotere che, attraverso la riduzione di un senso, riesce a potenziare gli altri, addirittura consentendogli di regolare la tensione del mandolino a memoria – nel momento in cui, con lo strumento in braccio, esegue i versi di Di Giacomo, Nicolardi e Galtieri, e le note di Buongiovanni, De Curtis e Spagnolo.

I passaggi tecnicamente fluidi e l’intensità espressiva costituiscono la parte esemplificativa che affianca la trasmissione orale, tramite la quale il vecchio musicista rivela i segreti più preziosi della professione, dosandoli sapientemente. Il giovane allievo – talentuoso, ma inesperto e attento alla bellezza formale dell’esecuzione – all’inizio del suo percorso didattico non è in grado di trasmettere il pathos contenuto nel brano: «Non ci sta un solo modo di suonare, ce ne stanno tanti. Tu sei bravo con la chitarra, con la voce… e non sbagli toni e tieni pure una bella estensione. È un buon presupposto!», gli dirà il maestro; e ancora: «suoni solo con le mani, […] canti ma non racconti»[14]. Per riuscire a diventare vettori di senso bisogna comprendere, essere ricettori della storia che le canzoni raccontano, coglierne i sentimenti coinvolti e plasmare, di conseguenza, il suono performante, attraverso un’interpretazione che sappia restituire il senso profondo della parola grazie agli artifici della musica.

Il rapporto didattico e la caccia all’assassino hanno, quindi, in comune il desiderio di scandagliare nella profondità dei sentimenti, nella proiezione delle pulsioni, nella corruzione dell’anima, nella consistenza delle emozioni, per afferrare l’autenticità dell’essenza umana. Comprendere la canzone napoletana, «origine popular dell’italianità musicale»[15], si traduce in saperla interpretare, così come cogliere le dinamiche relazionali può svelare il movente di una mano omicida. Eseguire e indagare connettono la parola cantata alla parola scritta, la storia primigenia del brano a quella ereditata nel romanzo.

In Anime di vetro la delicata consistenza della falena cantata in Palomma ’e notte, la farfallina notturna che vola intorno al lume e rischia di far scottare la mano di chi la scansa, diventa metafora di una storia d’amore tra un uomo sposato e una ragazza adolescente e dei rischi conseguenti al desiderio di libertà della giovane. Tutto prende avvio dalla richiesta della contessa Bianca di Roccaspina, che si rivolge a Ricciardi affinché riapra un caso già archiviato: l’omicidio dell’avvocato Ludovico Piro, per il quale è stato arrestato il marito della donna, il conte Romualdo Palmieri di Roccaspina. La confessione è stata immediata, la condanna rapida e la verità – almeno ufficialmente – accertata. Eppure, Bianca, nonostante un matrimonio logorato e ormai privo di intimità, è certa dell’innocenza del marito e chiede al Commissario di verificare ciò che nessuno ha più interesse a rimettere in discussione.

Ricciardi accetta e la sua ispirazione a distanza sarà proprio la sonorità leggiadra della palomma, fragile e pericolosa. Ciò che accade alla falena e a chi la insegue si estende a una riflessione sulle crepe invisibili che attraversano le esistenze, sullo sfondo di una Napoli segnata dal Fascismo in cui volteggiano anime esposte, vulnerabili come vetro, capaci di lasciar filtrare luce e calore, ma incapaci di trattenerli senza incrinarsi [16].

 

Tiene mente sta palomma – comme ggira, comm’ avota,

comme torna n’ata vota – sta ceroggena a ttentà!

Palummè, chisto è nu lume – nun è rosa o è giesummino,

e tu a fforza ccà vvicino – te vuo’ mettere a vulà!…

Vattenne ’a lloco!

Vattenne, pazzarella!

Va, Palummella – e torna,

e torna a st’aria

accusì ffresca e bbella !..

O bbì ca io pure

mm’ abbaglio chiano chiano,

e ca mm’ abbruscio ’a mano?

pe te ne vulè caccià? …

 

Guarda questa falena – come gira, come svolazza,
come torna un’altra volta – a tentare questa candela!
Farfallina, questo è un lume – non è rosa o gelsomino,
e tu per forza qua vicino – ti vuoi mettere a volare!

Vattene da là!
Vattene, pazza!

Va’, farfallina – E torna,

E torna a quest’aria

così fresca e bella…!
Lo vedi che anch’io
mi abbaglio piano piano,

e che mi brucio la mano

per volerti cacciare via?[17]

Dopo l’esecuzione della prima sezione della canzone, il maestro si sofferma sulla genesi del brano e su come debba essere tradotta in musica:

Il vecchio termina il ritornello con un accordo strano: il ragazzo un accordo così non lo ha mai visto né sentito, eppure lo ritengono un virtuoso, ha avuto maestri importanti e ha un’inclinazione naturale. È là per imparare qualcos’altro, non certo la tecnica, ma un accordo così non lo ha mai sentito fare da nessuno. Il suono che viene fuori dallo strumento è interlocutorio, preclusivo, ma anche doloroso, pieno di malinconica consapevolezza, un accordo di dolore e pietà, un suono di nostalgia del futuro.

Resta a bocca aperta. “Maestro ma… quell’accordo che avete fatto… che accordo è? come avete…?”. E piega le dita della mano in un tentativo di imitazione nell’aria. Il vecchio fissa lo sguardo nel vuoto, inseguendo il raggio di luce che entra dalla finestra e dal mare. Fa una smorfia di fastidio: “Non conta. Non conta niente! È solo rumore, se non segui la storia! L’hai sentita la storia? Quello che ha detto nella prima strofa, come ha preparato il ritornello?” […] “Lui, ricordati, sta rispondendo alla lettera della donna. Lei gli ha detto che l’ama, che lo vuole. L’uomo le sta spiegando che non possono stare insieme. Le ha fatto vedere questa farfallina che entra dalla finestra, che si mette a svolazzare vicino alla fiamma. Ma perché gliel’ha fatta vedere, che vuole dire?” [18].

Secondo una consolidata aneddotica, che riempie di curiosità e riferimenti autobiografici la narrazione delle più note canzoni napoletane, la versificazione di questo brano è stata ispirata dalla relazione tra Salvatore Di Giacomo e la giovane Elisa Avigliano, inizialmente rifiutata per evitare il rischio di bruciature amorose, ma anche di risentimenti da parte della società benpensante dell’epoca. Si è discusso già in diversi contributi della presunta veridicità di tale origine nel processo poietico[19], ma in questa sede è più interessante testimoniare quanto la creatività di De Giovanni restituisca non soltanto un repertorio, ma anche una tradizione storico-divulgativa che per anni ha amato arricchire il racconto della canzone napoletana con suggestivi rimandi a fatti (presuntamente) realmente accaduti. Solo in tempi relativamente recenti, infatti, lo studio della canzone napoletana è divenuto più scrupoloso nella verifica delle fonti e nella comprensione dei fenomeni musicali, consentendo di inquadrarli in precisi contesti socio-culturali e in dinamiche verificate, senza cadere nella seduzione del luogo comune, come spesso è accaduto nella ricostruzione storica dei repertori che oscillano tra popular e popolare in un passato meno prossimo[20]. Il raccordo tra la storia musicata nella canzone e l’attribuzione di una traccia autobiografica o testimoniale ha contribuito ad alimentarne il mito e a potenziarne la possibilità espressiva, in concorso con fatti ed eventi a cui era legata comunque da affinità tematica[21].

Accade lo stesso nel secondo romanzo di questa trilogia, Serenata senza nome, in cui, assieme alla vicenda di Vincenzo/Vinnie e Cettina, viene raccontata anche la storia d’amore tra Nicolardi, autore della canzone, e Anna Rossi, sposata contro il suo volere a un ricco mercante, che non molto tempo dopo la scrittura ed esecuzione di Voce ’e notte! diventerà vedova e potrà sposare Edoardo[22].

Nel romanzo, il giovane Vincenzo affida il proprio destino a un periglioso viaggio di fortuna verso l’America, sospinto dall’urgenza di sottrarsi alla miseria e di conquistare un posto nel mondo. Gli anni oltreoceano sono segnati da una tensione continua all’ascesa: l’emancipazione prende forma nel combattimento, misurata dalle regole del ring. Colpo dopo colpo, Vinnie costruisce la propria leggenda fino a diventare un pugile celebrato, simbolo di affermazione e di forza funzionale alla retorica del regime fascista.

La fama non attenua la solitudine, né colma il vuoto lasciato da un amore giovanile interrotto: quello per Cettina, ormai sposata a un facoltoso commerciante. Durante una crisi profonda, Vinnie torna a Napoli e compie il gesto d’amore più esposto: affida al balcone dell’amata l’esecuzione di Voce ’e notte!, una serenata scritta per una donna maritata («Si sta voce te sceta ’int’ ’a nuttata, / mentre t’astrigne ’o sposo tuio vicino»)[23], per confermare la persistenza del suo sentimento e col nascosto desiderio di recuperare ciò che la vita gli aveva sottratto.

È qui che si intreccia anche l’eco della vicenda del poeta Nicolardi, di cui De Giovanni riattiva la memoria sonora e simbolica, trasformandone l’eredità in materia narrativa. A più di un secolo di distanza, il romanzo e la canzone si richiamano visceralmente, intrecciando gesto poetico e costruzione romanzesca in un medesimo paesaggio acustico, dove la notte, la voce e l’attesa diventano elementi identitari e segni strutturanti dell’ambientazione.

Non è semplice riscontrare fonti antiche che confermino l’ispirazione autobiografica del brano, più ricorrenti dagli anni ’50 in poi[24], ma l’intreccio tra la storia probabilmente reale e quella fantasiosa a essa ispirata diventa un’amplificazione letteraria costruita sull’intelaiatura sonora della serenata[25]. Questa narrazione ricca di curiosità poetico-cronastiche o pseudobiografiche[26], che De Giovanni eredita piacevolmente e infila nei romanzi con grande passione e abilità, si sovrascrive alla canzone, di cui diventa corredo espressivo, capace di enfatizzarne il successo. Tale procedimento funziona molto bene sia nella letteratura sia nella divulgazione “spassosa” dei repertori[27]. Bisogna, quindi, operare una distinzione tra l’efficacia funzionale di una trattazione aneddotica nel recupero medializzato della canzone napoletana – gestito con suggestione poetica nell’intento di elaborare un prodotto artistico che non comporta la necessità del vero, ma l’ispirazione del verosimile – e la sua ricognizione storico-musicologica.

Con Rondini d’inverno si approda al termine di questa trilogia tematica ispirata dalla canzone napoletana. La storia su cui Ricciardi è chiamato a indagare fa culminare le conseguenze di un doppio tradimento con un omicidio in scena. Durante una rappresentazione di canzone sceneggiata[28], Michelangelo Gelmi spara alla moglie Fedora Marra, replicando un canovaccio che ogni sera chiude la scena. Tra i colpi a salve, però, si nasconde un proiettile vero e l’attrice muore sotto gli occhi attoniti del pubblico.

Il caso sembra quasi già risolto, ma Gelmi si proclama innocente e Ricciardi avverte una dissonanza, amplificata dalla canzone Rundinella – eseguita in scena per rappresentare il tradimento coniugale («Tutte ll’amice mieje sanno ca tuorne, / ca si’ partuta e no ca mm’hê lassato. / So’ già tre giuorne. / Nisciuno ’nfin’ a mo’ s’è ’mmagginato / ca tu, crisciuta ’ncopp’ ’o core mio, / mm’hê ditto addio»)[29] – in concorso con Scètate (testo di Ferdinando Russo, musica di Mario Pasquale Costa). Il verso «è nu ricamo sta mandulinata», contenuto nel brano, aiuta Ricciardi a comprendere il senso di una lettera di Fedora Marra, mai spedita al suo amante, nella quale si legge: «Amore mio, anche stanotte indosserò il tuo ricamo prima di addormentarmi. E nel mio cuore sarà l’ultima cosa che ascolterò»[30].

Dietro la macchina teatrale, tra rivalità, passioni e fragilità celate dalle luci del palcoscenico, si apre una tela di relazioni che mette in discussione la versione più immediata dei fatti. Fra tutti, appare un personaggio chiave, indirettamente motore del delitto, di cui si riconosce l’abilità esecutiva: Aurelio Pittella, capace di “ricamare” le melodie con talento e intensità espressiva e di «tirare fuori le parole dallo strumento»[31]. In lui si riconosce il vecchio maestro, figura ponte dei tre racconti ispirati dalla canzone, ansioso di raccontare la vicenda traumatica di vendetta e teatro che aveva vissuto da giovane.

Allora tutti i fili di questa trilogia si riannodano in un corpo unico, che approda al crimine la cui risoluzione gira intorno alla riflessione sull’abilità performativa del musicista, capace di elaborare «una fioritura di carezze soavi e di sentimenti dolcissimi, al tremolo sospiroso d’un mandolino»[32]. Questo aiuta a cogliere, con maggior vigore, la tormentosa necessità del maestro di trasferire a un epigono la sua eredità ed esprime, nel contempo, anche il desiderio di De Giovanni di propagare la fruizione della canzone napoletana “classica” e di alimentarne l’interesse presso le nuove generazioni[33].

La rimediazione sonora della canzone nel romanzo

I brani protagonisti e coprotagonisti dei racconti non solo permeano concettualmente la trama, imparentando le relazioni umane cantate e narrate, ma ne tratteggiano anche la sonorità, che infonde l’intensità espressiva contenuta nella canzone al melos umorale di fatti e personaggi[34].

In Anime di vetro, alcuni versi di Palomma ’e notte confluiscono anche nelle fratture emotive del sentimento che lega Luigi Alfredo ad Enrica – nato e alimentato nell’intimo colloquio tra le finestre di due palazzi confinanti –, ma che il Commissario ricusa, rintanandosi in un recinto di solitudine, per evitare di coinvolgere la donna amata nel proprio tormento interiore, stimolato dalla visione e dall’ascolto dei fantasmi che a lui confidano l’eredità di un ultimo pensiero.

Attraverso il buio e senza vederla, gli occhi andarono a cercare la finestra del palazzo di fronte, […] dove una ragazza alta con gli occhiali e un meraviglioso sorriso, che sbocciava inaspettato, si sedeva a ricamare con la mano mancina. Era rimasto a guardare quei lenti, metodici gesti per mesi e mesi, stagione dopo stagione, attraverso la pioggia che batteva sui vetri e nelle cocenti sere d’estate. Il movimento della mano, l’inclinazione del capo, il bagliore della lampada sulle lenti di lei lo avevano ammaliato. Sicuro di non essere visto, al riparo dell’oscurità si era innamorato della vita, che sapeva di non poter avere ed era andato identificando, con quella ragazza serena e dolcissima, la speranza assurda della propria felicità.

Il germe di quel sogno aveva messo lentamente radici… chissà! Magari un giorno avrebbe avuto la forza di condividere la sua terribile condizione di malato mentale, o forse l’amore, il doversi prendere cura di qualcuno avrebbe messo la sordina all’urlo dei morti che incontrava a ogni angolo di strada e il deserto in cui si costringeva a vivere non sarebbe più stato una condanna definitiva. […] Ora la notte era arrivata a quell’attimo di assoluta sospensione che precede la luce. Era il momento in cui Ricciardi, sveglio e tormentato, sapeva di doversi confrontare senza difese con la propria solitudine, il momento in cui doveva essere sincero con sé stesso. Dalla finestra arrivò la canzone lontana, resa più chiara dal vento che ne trascinava il suono. Distinse qualche parola: era la voce di un uomo, in dialetto, ma comprensibile[35].

Il pericolo di scottarsi la mano per scacciare la falena catturata dalla luce diventa un monito dolente anche per Ricciardi, rilanciato da una voce anonima nella consonanza di un sentire condiviso che aleggia nelle vie della città. La canzone ritornerà ancora, evocata da un’altra bocca, per allacciarsi allo scenario criminoso su cui il Commissario sta indagando. De Giovanni, allora, stratifica la narrazione, mescolando la conversazione tra Ricciardi e la contessa Bianca di Roccaspina, all’eco di un definitivo confronto fra la donna e il marito. In questa polifonia di voci dialoganti, distribuite su più piani temporali e sonori, la canzone agisce come marcatore sonoro, basale ma interagente, spia narrante che disvela nella cantata farfallina notturna la crudeltà di una mano omicida, suggellata dalla malinconia di un’esecuzione profonda e accorata: «Il ragazzo col mandolino emise un ultimo, struggente accordo. Un uomo si alzò e gli porse del denaro, mentre la sua compagna si asciugava gli occhi con un fazzoletto. Dai tavolini partì un breve, struggente applauso»[36].

La stessa valenza narrativa della canzone, capace di dilatarsi nell’intera stesura del racconto, viene confermata in Serenata senza nome, in cui la dedica che Vinnie rivolge a Cettina si frattura in uno sfogo afono nell’intimo percepire di Ricciardi, nel momento in cui decide di allontanare Enrica:

Questa tela di sentimenti, che accoglie le storie dei vari personaggi nel segno di una radice comune, trova [anche in Voce ’e notte!] una cifra espressiva che ne sottende il segno sonoro e l’impronta caratteristica. Lo stesso canto che si espande sotto a una finestra per sugellare un addio viene commutato in un’implosione silente nel cuore di Ricciardi, nella condivisa intesa di una traccia emotiva in cui il suono può dileguare la sua essenza percettibile, per diventare vibrazione umorale. Questa migrazione della canzone, da performance dentro al romanzo a sonorità dell’anima, diventa più fluida e acquisibile dal lettore anche grazie allo scavo compiuto dal vecchio maestro, i cui suggerimenti, in un processo didattico-maieutico, consentono di entrare nelle relazioni umane attraverso lo studio dei rapporti cantati, con una doppia diegesi che funziona come una matrioska in cui la cellula primigenia è la canzone[37].

In Rondini d’inverno, il brano Scètate – prima ancora di suggerire la chiave di interpretazione per comprendere l’intimità fra Fedora Marra e il giovane Pittella, connotata dalla condivisione musicale del palcoscenico – si insinua nelle orecchie dell’attrice come un’esortazione a ridestarsi da una vita sentimentale statica e ripetitiva («Ma staie durmenno, nun te si’ scetata, / sta ffenestella io nun veco arapì, / è nu ricamo sta mandulinata! / Scétate bella mia, nun chiù durmì!»)[38]. L’invito contenuto nella serenata, che delega al risveglio dell’amata l’azione consenziente espressa simbolicamente dall’apertura della finestra[39], si traduce nell’origine del movente e nella risoluzione dell’omicidio e risuona, mesta, fra le vie di Napoli:

Forse per il Natale appena trascorso, o per il Capodanno imminente, i vicoli apparivano privi di vita. Il brigadiere si immalinconì davanti a quelle strade abbandonate, deserte, private di desideri e passioni in cui la solitudine regnava incontrastata. A un tratto, da qualche parte, un uomo cominciò a cantare. Forse un muratore che iniziava il lavoro, forse un innamorato che portava l’ultima serenata della notte o la prima del giorno […]. Il motivo era ben modulato da un timbro tenorile e Maione, sorridendo, tornò padrone della sua città[40].

Come migrano le rondini – metafora di tutte le fughe transitorie e permanenti contenute in questo romanzo – così fa la canzone, che si sposta dall’anonimo esecutore alla voce tenorile del “femminiello” Bambinella, per spalmarsi nell’aria nebbiosa e fissarsi nella testa del brigadiere, rigurgito triste a commento di una confidenza amara. Il motivo, assillo melodico canticchiato da Maione in presenza del commissario Ricciardi, continua a passare di voce in voce e diventa un suggerimento canoro utile a decifrare il caso.

Analogamente, Rundinella si sposta dal palcoscenico – dove presta il contenuto musicale a una performance-sceneggiata di tradimento e gelosia, che culmina nell’uccisione in scena di Fedora Marra, punteggiata da un «ritmico, cupo contrappunto»[41] – per trasformarsi in una ninna nanna, dolce ma amara, che la prostituta Lina canta in sonno al suo bambino, in seguito colpevole della morte della madre, nell’affinità di un tradimento affettivo responsabile di due omicidi:

Nel sogno, Lina fu invasa da una strana sonnolenza […] si mise a cullare piano il bambino, che si agitava inquieto, poi intonò una ninna nanna a mezza voce: una canzone che parlava di rondini e di ritorni a primavera.

Prima di accorgersene con la ragione, il medico presagì con l’anima che Lina era sul punto di andarsene. Lo comprese nonostante dalla sua gola provenisse un mugolio che assomigliava a una canzone. Sul viso non aveva un’espressione di dolore, ma di nostalgia, come quando si ricorda un momento tenero e remoto. In preda all’ansia, si frugò nelle tasche alla ricerca di qualcosa per sostenere il battito che si affievoliva come quello di un uccello morente. Trovò delle gocce e le versò nella bocca aperta, mischiandole a quella melodia appena accennata, che era l’inconsapevole addio di Lina al mondo[42].

Conclusioni. Una matrice narrativo-sonora

In questo rigoglioso scenario acustico, nel quale «la voce ha il ruolo di rappresentare l’essenza sensibile ed ultrasensibile delle persone e della città»[43], De Giovanni – profondamente innamorato della canzone napoletana classica[44] – costruisce storie, amplificando la materia ispiratrice contenuta nei brani, che richiedono capacità di comprensione e sensibilità esecutiva. Attraverso l’interpretazione si conduce anche una ricerca emotiva che s’interroga sulle pulsioni che l’hanno generata, in un miscuglio tra fantasia narratrice e desiderio di ripercorrerne le origini poietico-musicali. Non si tratta, quindi, di un mero elemento decorativo che arricchisce con un contenuto canoro un romanzo, ma di un raccordo intimo che, a partire dall’idea ispiratrice contenuta nel brano, estende la struttura versificatoria della canzone in un composto disteso, che da quella materia musico-poetica assorbe sia l’intreccio sia il clima sonoro, «facendo del tracciato narrativo un terreno di composizione o, in senso più preciso, di musicalizzazione»[45].

Per cogliere le tensioni generate dai moti dell’anima che armano mani omicide, serve entrare nelle storie contenute in queste canzoni, che migrano tra le voci della città per affinità simpatica e arrivano al Commissario da finestre aperte o cantanti girovaghi, come motivetti cantati da amici o da sconosciuti per strada. Allora, l’azione distratta del sentire, che connota una città in cui la musica è una costante impronta sonora[46], deve costituirsi come atto volitivo d’ascolto e quella dell’eseguire non può privarsi di un profondo interpretare, alla ricerca delle sonore esternazioni delle emozioni messe in musica e versi.

L’esperienza sapienziale del maestro, essenziale per attraversare la profondità poetico-musicale dei brani, viene trasmessa in maniera oracolare, pronunciata con l’assertività di un’ispirazione liturgica, dai connotati mitici – la descrizione parzialmente ornitologica delle sue mani rimanda sia al mitologema sirenico della città cantante sia alla capacità musicale attribuita agli uccelli[47] –, e va decodificata e adattata al singolo caso. Questa conoscenza profondamente interiorizzata e vissuta si trasforma in suono, che trasferisce ai brani, anche ai più noti, un’identità precisa capace di donare alle canzoni un’inedita autenticità che evidenzi le storie che contengono: «Nessuno sa più quello che significa suonare veramente uno strumento»[48] e chi esegue deve, prima di tutto, comprendere.

Le lezioni si strutturano, quindi, come un processo maieutico di indagine sulle relazioni cantate, con la stessa capacità di cogliere le umane fragilità che caratterizza l’attenta analisi compiuta, a distanza, dal Commissario. Grazie alla sensibilità percettiva di Ricciardi, radicata in un immaginario napoletano in cui il confine tra vivi e morti è fluidamente permeabile, la dimensione sonora assume un valore decisivo e la scrittura trasfigura il paesaggio uditivo della città in architettura romanzesca.

Eseguire musica si costituisce come un’operazione etica che si pone l’obiettivo di cogliere la profondità di ogni cellula ritmica, in cui il rispetto per le storie raccontate si deve tradurre in performance, consentendo anche un processo di iniziazione alla canzone napoletana.

 

Bibliografia

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Sitografia (ultima consultazione: 01/03/2026)

  1. Per indicare le collocazioni delle citazioni tratte da audiolibri, si inserisce sia il riferimento espresso a voce dal lettore sia quello indicato dalla piattaforma Audible. Le citazioni tratte da audiolibri vengono riprodotte sulla base dell’ascolto, inclusa la punteggiatura che potrebbe, quindi, non corrispondere alle edizioni stampate. M. De Giovanni, Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, audiolibro letto da Paolo Cresta, Roma, Emons, 2022, Primo interludio, cap. 23.
  2. Il connotato canoro-musicale attribuito a Napoli è millenario e ricorrente, alimentato dalle sue origini mitiche e da una diffusione di eventi musicali nella città, anche a cielo aperto, grazie all’attività esecutiva di una popolazione spesso registrata nell’atto di modulare la voce in canto, in mezzo alla quale si muovono centinaia di artisti girovaghi come i posteggiatori. Tra le innumerevoli attestazioni bibliografiche che descrivono questo scenario, si decide di citarne una che sintetizza le variegate dinamiche e attività musicali di un territorio continuamente testimoniato nell’atto di performare: «La sua grande anima canora […] si esprime nelle melodie delle sue mille canzoni. […] Ognuno accompagna quei canti, ognuno ripete quei ritornelli. Tutta la città immensa è una sola immensa musica, un solo immenso coro fatto di mille melodie che si fondono in un’unica immensa melodia che è l’eterna melodia sognante e appassionata, celebre nel mondo intero, della canzone napoletana». A seguire, nell’articolo vengono menzionate anche due delle canzoni protagoniste dei romanzi qui presi in esame (Palomma ’e notte e Voce ’e notte!): L. D’Ambra, La canzone di Napoli. I suoi poeti e i suoi musicisti, in «La lettura», IX, 10, 1909, pp. 861-64.
  3. Sulle relazioni tra musica e letteratura, vd. S. P. Scher, Essays on Literature and Music (1967-2004), a cura di W. Bernhart e W. Wolf, Amsterdam, Rodopi, 2004. Si rimanda anche al recente volume di Pontillo, che ha come focus esplorativo la popular music: C. Pontillo, Non solo canzonette. La popular music nella narrativa contemporanea, Roma, Carocci, 2025.
  4. Le storie del ciclo letterario di cui è protagonista il commissario Ricciardi, oltre che essere convertite in modalità audiolibro (per Emons), sono state trasformate in una serie di successo trasmessa da Rai1 e disponibile su RaiPlay, (regia di Gianpaolo Tescari e Alessandro D’Alatri, interpreti principali: Lino Guanciale, Antonio Milo, Enrico Ianniello, Serena Iansiti, Maria Vera Ratti, Mario Pirrello, Peppe Servillo, Fabrizia Sacchi, Nunzia Schiano etc.) visionabile a questo link <https://www.raiplay.it/programmi/ilcommissarioricciardi> (ultima consultazione: 25/02/2026) e in fumetto (con sceneggiatura di Sergio Brancato e disegno di Alessandro Nespolino per Sergio Bonelli Editore). La rimediazione delle opere letterarie «significa, dal punto di vista dell’ascolto, che questa materia narrativa, questa scrittura sonora, raggiunge un numero di orecchie molto elevato e che si articola in un discorso drammaturgico specifico, mirato alla realizzazione di piani emotivi particolari, in cui il suono, la musica, filmicamente proprio, interviene secondo strategie di valore aggiunto esplicite»: R. Favaro, Musiche da leggere. Romanzi da ascoltare. Pagine sonore dalla narrativa italiana del ’900, Milano-Lucca, Casa Ricordi-LIM, 2010, p. 362.
  5. M. De Giovanni, Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi, Torino, Einaudi, 2015.
  6. M. De Giovanni, Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, Torino, Einaudi, 2016. La definizione della canzone come “controserenata” viene approfondita nel contributo della sottoscritta, attualmente in corso di stampa: N. De Falco, Ricciardi tra le voci e Voce ’e notte!. La serenata che si fa racconto nel romanzo di Maurizio De Giovanni, in Bridging Traditions. A Transnational Musical Journey through Echoes of Heritage and Contemporary Soundscapes, Lucca, Lim, in uscita nel 2026.
  7. M. De Giovanni, Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, Torino, Einaudi, 2017. A seguire, nel corpo del testo, i titoli dei romanzi già menzionati verranno citati nella versione ridotta.
  8. L’ispirazione canora dei volumi viene raccontata dettagliatamente durante la presentazione, presso BCT Biblioteche Civiche Torinesi, del volume Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, promosso da Biblioteche civiche Torinesi, Cascina Roccafranca e Casa nel Parco, Circoscrizione 2 e Libreria Gulliver, visionabile al link <https://www.youtube.com/watch?v=KBeqH1NzJrw> (ultima consultazione: 24/02/2026).
  9. M. De Giovanni, Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi, audiolibro letto da Paolo Cresta, Roma, Emons, 2021, 18°, cap. 19.
  10. W. Wolf, Formen intermedialer Bezüge zwischen Musik und Literatur – und welche Erkenntnisse sie für Literatur und Literaturunterricht ermöglichen, in Musik und literarisches Lernen, a cura di Johannes Odendahl, Innsbruck, Innsbruck University Press, 2019, pp. 35-56.
  11. M. De Giovanni, Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi, Torino, Einaudi, 2012.
  12. Notizie biografiche su Anna Fougez sono in: A. Fougez, Il mondo parla ed io passo, a cura di D. Sellitti, Taranto, Edit@, 2016 e in L. Pantaleo, Anna Fougez. Il mondo parla io resto. Il volto, la linea, il fascino, le canzoni, la magia del “mito” più popolare del varietà fra le due guerre, Taranto, Scorpione, 1986.
  13. Verso tratto dalla canzone Passione: «Ho offerto un voto alla Madonna della neve, se mi passa questa febbre [d’amore] le dono oro e perle» (traduzione a cura di chi scrive).
  14. M. De Giovanni, Anime di vetro…, audiolibro cit., prologo, cap. 1.
  15. J. Tomatis, Storia culturale della canzone italiana, Milano, Il Saggiatore, 2021, p. 29.
  16. Per un approfondimento sull’ambientazione storica che fa da sfondo alle indagini del commissario Ricciardi, collocate in un delicato equilibrio con il regime fascista, cfr. B. Pezzotti, “I Am Just a Policeman”: The Case of Carlo Lucarelli’s and Maurizio De Giovanni’s Historical Crime Novels Set during Fascism, in «Quaderni d’italianistica», XXXVII, 1, 2016, pp. 89-106.
  17. M. De Giovanni, Anime di vetro…, audiolibro cit., prologo, cap. 1.
  18. Ivi, primo inteludio, cap. 24.
  19. Sull’ispirazione digiacomiana al testo di La pavegia di Vittoria Aganoor Pompilj, poesia in dialetto veneto, cfr. N. Ruggiero, Papillonnages. Pagliara traduttore e poeta «per musica», in «Napoli nobilissima. Rivista di arti, filologia e storia», LXXIII, 1-2, 2016, pp. 31-41; G. Centonze, Vittoria Aganoor a Castellammare di Stabia, Castellammare di Stabia, Bibliotheca Stabiana Altera, 2011 e F. Schlitzer, Salvatore di Giacomo, ricerche e note bibliografiche, ed. postuma a cura di G. Doria e C. Ricottini, Firenze, Sansoni, 1966. Sul rapporto fra Salvatore Di Giacomo ed Elisa Avigliano, cfr. G. Artieri, Il tormentoso idillio di Elisa e Salvatore di Giacomo, in «Nuova Antologia», XCVII, 1943, 1962, pp. 331-46.
  20. Sulla relazione tra elementi popolari e autorialità nella canzone “classica” napoletana e nell’area mediterranea, cfr. F. Fabbri, Popular Music and the Mediterranean: Reflecting Upon Concepts, in The Idea of the Mediterranean, a cura di M. B. Mignone, New York, Stony Book, 2017, pp. 200-11 e R. Di Mauro, Canzone napoletana e musica di tradizione orale: dalla canzone artigiana alla canzone urbana d’autore, in «Musica/Realtà», XCIII, 3, 2010, pp. 133-51. Per lavori di ricostruzione scrupolosa sui repertori della canzone napoletana, cfr. P. Scialò, Storia della canzone napoletana. 1824-1931, vol. I, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2017; La canzone napoletana. Tra memoria e innovazione, a cura di A. Pesce, M. Stazio, s.l., Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo (ISSM), 2008; M. Stazio, Osolemio. La canzone napoletana – 1880/1914, Roma, Bulzoni, 1991.
  21. Sul carattere aneddotico che vivacizza la narrazione della canzone napoletana, vd. G. Vacca, Vedi Napoli e poi ascolta: la letteratura sulla canzone napoletana, in La canzone napoletana. Le musiche e i loro contesti. Atti del convegno di Napoli (2010), a cura di E. Careri e A. Pesce, Lucca, LIM, 2011, pp. 97-106.
  22. Su questo romanzo ci si sofferma più brevemente, poiché è attualmente in fase di pubblicazione un contributo della sottoscritta interamente dedicato alla sua caratterizzazione sonoro-musicale, che comprende anche un approfondimento sulle peculiarità della canzone di Nicolardi e De Curtis: N. De Falco, Ricciardi tra le voci e Voce ’e notte!. La serenata che si fa racconto nel romanzo di Maurizio De Giovanni, in Bridging Traditions. A Transnational Musical Journey through Echoes of Heritage and Contemporary Soundscapes, Lucca, Lim, in uscita nel 2026.
  23. «Se questa voce ti sveglia durante la notte, / mentre ti stringe lo sposo che ti è accanto» (traduzione a cura di chi scrive).
  24. La genesi della canzone viene raccontata come autobiografica nei noti volumi di E. Malato, La poesia dialettale napoletana. Ottocento e Novecento, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1960 e V. Paliotti, Storia della canzone napoletana, Milano, Ricordi, 1958. Per una ricostruzione di come le fonti restituiscano la presunta autobiografia della canzone, cfr. N. De Falco, Ricciardi tra le voci e Voce ’e notte!…, op. cit.
  25. Sulla serenata nella canzone napoletana, cfr. N. De Falco, La donna alla finestra nella canzone napoletana: incursione nella serenata per una prospettiva di genere tra XIX e XX secolo, in Atti del I Convegno Nazionale ANDA-Associazione Docenti AFAM, Modena (2023), a cura di R. Albano, G. Albini, F. De Rosa, P. Staffiero, P. Sullo, coordinamento scientifico editoriale di A. Caroccia, s.l., ANDA, 2024, pp. 150-65, fruibile on line all’URL <https://www.anda-afam.it/wp-content/uploads/2024/11/ANDA_Atti_2023.pdf> (ultima consultazione 27/02/2026).
  26. Questo aspetto è stato discusso dalla sottoscritta, lo scorso aprile, presso la Princeton University, durante il Convegno internazionale AATI 2025 Annual Conference, nel panel Raccontarsi in musica: l’autobiografia nella canzone italiana (sessione Cultural, Cinema and Media Studies).
  27. Si cita, ad esempio, L. De Crescenzo, Ti voglio bene assai, Milano, Mondadori, 2016.
  28. Sul genere, vd. P. Scialò, Sceneggiata. Rappresentazioni di un genere popolare, Napoli, Guida, 2002.
  29. «Tutti gli amici miei sanno che torni, / che sei partita e non che mi hai lasciato. / Sono già tre giorni. / Nessuno fino a ora si è immaginato / che tu, cresciuta sul mio cuore, / mi hai detto addio»: M. De Giovanni, Rondini d’inverno…, audiolibro cit., prologo, cap. 2.
  30. Ivi, 14°, cap. 16.
  31. Ivi, Il colpo, cap. 45.
  32. Nella citazione si riferisce un commento rivolto proprio alla canzone Scetate; vd. B. Zampano, Salvatore Di Giacomo e Napoli canora, in «Aspetti letterari. Rassegna di lettere, scienze ed arti», XII, 2, 1934, pp. 97-113: 105.
  33. Sulla struttura delle canzoni napoletane e sul periodo “classico”, vd. M. Privitera, «Ogne canzona tene ’o riturnello». Riflessioni su come sono fatte le canzoni napoletane, in La canzone napoletana.., op. cit., pp. 9-33 e Studi sulla canzone napoletana classica, a cura di E. Careri e P. Scialò, Lucca, LIM, 2008.
  34. Sui processi di intermedialità trasformazionale, cfr. J. Schröter, Discourses and Models of Intermediality, in «CLCWeb: Comparative Literature and Culture», XIII, 3, 2011.
  35. M. De Giovanni, Anime di vetro…, audiolibro cit., 1°, cap. 2.
  36. M. De Giovanni, Anime di vetro…, audiolibro cit., 30°, cap. 32.
  37. Mi permetto di citare N. De Falco, Ricciardi tra le voci e Voce ’e notte!…, op. cit.
  38. «Ma stai dormendo, non ti sei svegliata, / non vedo la finestrella aprirsi, / è un ricamo sta mandulinata! / Svegliati, bella mia, non dormire più!». Traduzione a cura della sottoscritta.
  39. Sui riferimenti simbolici della serenata nella canzone napoletana, in cui l’apertura delle lastre si configura come «anticamera gestuale dell’incontro sessuale, che nella fisiologia del corpo femminile in termini di apertura e chiusura viene intesa», N. De Falco, La donna alla finestra nella canzone napoletana…, op. cit., p. 157.
  40. M. De Giovanni, Rondini d’inverno…, audiolibro cit., 21°, cap. 24.
  41. Ivi, 1°, cap. 3.
  42. Ivi, 38°, cap. 43.
  43. N. De Falco, Ricciardi tra le voci e Voce ’e notte!…, op. cit.
  44. Lo scrittore è attivo anche in spettacoli itineranti dedicati alla canzone napoletana da lui ideati, quali: Passione, Canzoni per il commissario Ricciardi, Il commissario Ricciardi in musica e parole. Da Passione a Caminito…
  45. R. Favaro, Musiche da leggere. Romanzi da ascoltare…, op. cit., p. 15.
  46. Sugli elementi di decodifica del paesaggio sonoro, cfr. R. Murray Schafer, Il paesaggio sonoro: il nostro ambiente acustico e l’accordatura del mondo, a cura di G. Cestino, trad. it. N. Ala, Milano-Lucca, Casa Ricordi-LIM, 2022.
  47. Le caratteristiche ornitologiche del maestro, che in De Giovanni si ritrovano con una certa affinità anche nella narratrice presente nel romanzo Una sirena a settembre (Torino, Einaudi, 2021), richiamano il mitologema sirenico della città cantante, le cui sembianze originarie sono parzialmente uccellesche e, per estensione, le specificità canore simbolicamente rappresentate dagli uccelli: cfr. E. Moro, La santa e la sirena: l’origine di Napoli tra storia, mito e leggende, Napoli, Intra Moenia, 2024 e Id., La città della sirena. Variazioni sul mito di fondazione di Napoli, in I luoghi della Sirena. Vedute di Napoli dal XV al XIX secolo, a cura di P. L. de Castris, Napoli, Elio de Rosa editore, 2018, pp. 13-21. Per i riferimenti simbolici rappresentati dagli uccelli, vd. M. Bettini, Voci. Antropologia sonora del mondo antico, Roma, Carocci, 2018.
  48. M. De Giovanni, Anime di vetro…, audiolibro cit., prologo, cap. 1.

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

L’Anello di Wagner in Tolkien. Distanze e analogie

Author di Giulia Pellegrino

Abstract: Questo contributo verte sul confronto fra la tetralogia dell’Anello di Richard Wagner e un’altra opera, di genere letterario, che presenta le medesime tematiche: il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien. Pur articolandosi in contesti, sviluppi e mondi differenti, entrambe le opere presentano analogie sostanziali, motivo per cui, nonostante gli sforzi di Tolkien tesi a negare la parentela con l’opera wagneriana, questo lavoro, attraverso suggestioni e rimembranze, mira a evidenziare una linea di trama inequivocabilmente simile così come un peculiare utilizzo delle fonti.

Abstract: This contribution will focus on the comparison of Richard Wagner’s Ring tetralogy with another work, of a literary genre, that presents the same themes: J. R. R. Tolkien’s Lord of the Rings. Although articulated in different contexts, developments and worlds, both works present substantial similarities, which is why, despite Tolkien’s efforts to deny the kinship with Wagner’s work, this work through suggestions and reminiscences aims to highlight an unequivocally similar plot line and a peculiar use of sources.

 

Una creatura abitante delle tenebre trova un tesoro nascosto nelle acque cristalline di un fiume, entrando in contatto con una forza misteriosa. Un tesoro splendente che, con la sua luce, rivela la duplice natura dell’uomo. Come ogni luce, essa genera ombre dietro di sé, rivelando il dominio dell’abisso, là dove si trova ciò che si cela alla vista, la sete di potere e il crepuscolo a cui conduce. Luci e ombre caratterizzano gli scenari dell’opera oggetto di questa analisi: la tetralogia dell’Anello di Richard Wagner narra, infatti, attraverso vicende divine, creature mitologiche e scenari soprannaturali, la psiche umana.

Questo contributo, tuttavia, non vuole essere un’analisi dell’opera di Wagner, ma verterà su un confronto con un’altra opera, di genere letterario, che presenta le medesime tematiche: il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien. Pur articolandosi in contesti, sviluppi e mondi differenti, entrambe le opere presentano analogie sostanziali, motivo per cui, nonostante gli sforzi di Tolkien tesi a negare la parentela con l’opera wagneriana, questo lavoro, attraverso suggestioni e rimembranze, mira a evidenziare una linea di trama inequivocabilmente simile così come un peculiare utilizzo delle fonti.

Il legame tra letteratura e musica, basato su meccanismi di transcodificazione e riscrittura, trova nell’opera wagneriana terreno fertile per un’indagine sulla «natura irriducibilmente semiotica della musica»[1]. Nel rispetto della specificità dei rispettivi codici e linguaggi, un’analisi comparata di letteratura e musica consente di cogliere lo spirito del tempo che attraverso i prodotti culturali si sviluppa in una fitta rete intermediale e intersemiotica.

Gli studi sul teatro musicale e il suo legame con la letteratura hanno occupato un ruolo di rilievo nella riflessione teorica di Francesco Orlando, con riferimento particolare all’indagine sugli aspetti evocativi e sui processi di costruzione di forme dell’immaginario: volti a esprimere, e al contempo a reprimere, assecondando la natura «incorreggibilmente conservatrice e sovversiva nello stesso tempo»[2] che caratterizza la grande letteratura. Il dramma musicale si configura come teatro in cui si inscenano contrasti insanabili; non semplificabile come sintesi fra linguaggi, diviene «irrisolta dialettica tra parole e musica»[3]. Wagner, in particolare, come evidenzia Massimo Fusillo in Estetica della letteratura, elimina le forme chiuse dell’opera italiana per mimare il «flusso dell’esistenza attraverso la melodia infinita»[4].

In riferimento al teatro wagneriano e, più in generale, al funzionamento dell’opera d’arte, Orlando rileva come il concetto di «formazione di compromesso», già esplorato in Per una teoria freudiana della letteratura (1973) in riferimento alle manifestazioni letterarie, rifletta la natura ambigua e polivalente dei simboli e delle narrazioni inscenate, che genera contenuti latenti e possibili “letture freudiane”.

L’unione di gesto, musica e parola, imprescindibile per la totalità stessa dell’opera, ne completa il carattere tragico e comporta lo sviluppo di azioni e fatti narrati; non come semplice amplificazione semantica, bensì come rivelazione degli stati interiori dei personaggi, assurgendo a particolare espediente narrativo[5]. Ciò che affiora dall’avvicendarsi di musica e parola in giochi di riferimenti e rimembranze comporta l’emersione di significati latenti:

Il tentativo di Mime di insegnare a Sigfrido la paura, la sua goffa descrizione dei brividi e dei contorcimenti della paura, è sottolineato dal motivo oscuramente deformante e da quello – anch’esso una deformazione dai colori alterati – di Brunnhilde dormiente. E così, nella descrizione della paura fatta dal nano risuona anche il motivo dell’elemento che nel mondo dell’Anello è il simbolo più alto della paura […] il fuoco. […] Nulla è più wagneriano di questa mescolanza di mitica primitività e di psicologia, meglio ancora, di moderna psicanalisi[6].

Mito, opera e letteratura

Cuore pulsante della magmatica opera mitopoietica wagneriana è il referente sociale sotteso alla grande narrazione finzionale da esso plasmata, ovvero la trasformazione del mondo in seguito allo sviluppo del capitalismo e della tecnica; trasfigurato nelle infernali fucine di Nibelheim e in seguito, con Tolkien, nelle demoniache officine di Isengard. Entrambi gli autori, attenti osservatori della realtà e della natura dell’uomo, indagano attraverso la lente della fiaba e del mito. Svincolandosi dalla transitorietà del presente, che Tolkien in Albero e foglia definisce «evasione dal carcere»[7], le fiabe reincantano il presente rivelando aspetti universali e atemporali, laddove «le radici profonde non gelano»[8].

Elémire Zolla sostenne che «per Tolkien religione e fiaba sono state sciaguratamente scisse e sempre vanno tentando di riabbracciarsi e rifondersi in uno»[9]. L’associazione tra fiaba e vicenda evangelica quale veicolo di valori cristiani è fortemente radicata in Tolkien: a tal proposito lo scrittore parla di “fiaba suprema” (in cui vi è una commistione tra storia e leggenda), e ciò traspare nel dilemma etico dell’eterna scelta fra il bene e il male che permea la moderna epopea cavalleresca del Signore degli Anelli.

Inoltre, in Uscite dal mondo, Zolla descrive la permanenza dell’Anello nell’opera di Wagner e Tolkien, quale fonte di potere e rovina: oggetto la cui luce brilla «con intatta forza, nell’Oro del Reno e nel Signore degli Anelli, e un’intramontabile ricchezza sapienziale ne emana, che lo contempli il guerriero fasciato dal giaco di anelli intrecciati o il frequentatore di Bayreuth in marsina o il ragazzetto americano assorto sulle pagine di Tolkien»[10]. In tal senso la narrazione mitico-religiosa, riprendendo la sua funzione originaria, asseconda gli aspetti legati alla sua natura astorica come strumento di costruzioni culturali e identitarie che, mediante una serialità di ricorrenze testuali, ripropongono archetipi che strutturano nel tessuto normativo sociale forme di inconscio collettivo.

Entrambi gli autori scelgono l’Anello come rappresentazione del Male, simulacro della passione dell’uomo per l’oro e il potere; e le conseguenze della discordia generata dalla brama di possesso dell’amuleto sono rappresentate dalla spirale di rovina a cui essa conduce.

In Wagner la riscrittura del mito non celebra la grandezza degli dèi norreni, ma la loro caduta. Narra le vicende che conducono al crepuscolo; racconta il desiderio di potere in antitesi al libero arbitrio e alle leggi del cuore metaforizzato dalla stessa profezia che le figlie del Reno pronunciano al Nibelungo, rivelatrice di questo contrasto: solo colui che rinuncerà all’amore e ai suoi diletti potrà forgiare un anello che consegnerebbe nelle sue mani il potere del mondo intero. L’influenza esercitata da Wagner sulle arti attigue è stata senza precedenti; egli «gettò il suo più potente incantesimo sugli artisti del silenzio, romanzieri, poeti e pittori che invidiavano le tempeste collettive d’emozione che il Meister era in grado di scatenare con il suono»[11].

È semplice desumere quali siano realmente le motivazioni che alimentarono il rifiuto di Tolkien ad associare la propria opera al ciclo del Ring[12]. Tolkien iniziò a scrivere Il Signore degli Anelli tra il primo e il secondo conflitto mondiale, periodo nel quale Wagner, erroneamente interpretato dai nazisti, venne volgarizzato a stendardo del culto germanico da Hitler, che ne fece il suo compositore prediletto.

Thomas Mann in Dolore e grandezza di Richard Wagner osserva:

È infatti impossibile parlare oggi di Wagner senza elevar protesta verso tale abuso […] Il popolo, la spada, il mito e tutti gli altri ingredienti eroici del mondo nordico sono su certe spregevoli bocche furti al vocabolario dell’idioma artistico wagneriano. L’autore dell’Anello con la sua arte ebbra di passato e di futuro non si staccò dall’età della cultura borghese per barattarla con uno stato totalitario, che assassina lo spirito. Lo spirito tedesco era per lui tutto – lo stato tedesco nulla[13].

L’alta valenza simbolica che caratterizza il più celebre espediente della tecnica compositiva wagneriana, il Leitmotiv, funge da strumento mnemonico attraverso la ripetizione di cellule motiviche in associazione a personaggi, situazioni e stati emotivi; la lezione è raccolta da Mann, che si ispira apertamente al Leitmotiv come criterio compositivo dei suoi romanzi, che egli stesso amava definire opere musicali.

L’interesse di Mann nei confronti della produzione wagneriana è inoltre attestato dalla riscrittura della vicenda di Siegmund e Sieglinde nel racconto Sangue welsungo (1906). Difatti, Marguerite Yourcenar descrive la fitta rete di richiami e rappresentazioni simboliche che caratterizza lo stile di Thomas Mann, evidenziando la componente onirica e il costante richiamo all’elemento mitologico: «Il meticoloso realismo di Mann, quel realismo maniacale che caratterizza così spesso la visione tedesca, serve da acqua madre alle strutture cristalline dell’allegoria; serve anche da letto alla colata quasi sotterranea del mito e del sogno»[14].

Il motivo per cui Tolkien non gradiva i paragoni con il maestro tedesco è legato alle particolari circostanze del contesto storico e alla ricezione dell’opera della controversa figura del compositore. Come sottolinea Carl Dahlhaus, un’esatta estetica della ricezione dovrebbe basarsi sulla consapevolezza che il passato può palesarsi nel presente in una molteplicità di forme e modalità differenti; ciò comporta che l’opera d’arte, nel momento in cui si fa presente e testimone di un’epoca ormai scomparsa, si sottrae alla dimensione temporale originaria per restituire al fruitore una «tinta del passato»[15]. Il musicologo tedesco evidenzia come la comprensione e interpretazione di un’opera musicale muti continuamente nella ricezione degli interpreti e degli ascoltatori, e di conseguenza del mutato clima storico-culturale.

Tale derivazione non toglie alcun merito o originalità all’opera tolkieniana, in quanto l’autore, pur partendo da elementi di matrice wagneriana, si pone in maniera esplicitamente antiwagneriana, proponendo la sua produzione narrativa come una sorta di correttivo per lo snaturamento della “materia del Nord” compiuta dalla Germania nazista. Hitler, di fatto, travisando Wagner, compromette irrimediabilmente la ricezione della sua opera, fraintendendone i principi. Clive Staples Lewis, spirito affine a Tolkien, così ha commentato l’abuso del mito norreno in Germania: «Non riesco a immaginare nulla di più volgare dell’applicazione di quel grandioso ciclo antico alla prosaica mostruosità della guerra moderna»[16].

Per Carl Dahlhaus l’importanza della comprensione del passato è necessaria per guardare al «presente storicamente»[17]. In tal senso, una “lettura” consapevole del dramma wagneriano implica l’adozione di una prospettiva gadameriana, in cui «l’opera d’arte non è senz’altro isolabile dalla “contingenza” delle condizioni di approccio entro le quali ci appare; quando un tale isolamento si realizza, il risultato è un’astrazione che limita e impoverisce l’autentico essere dell’opera. L’opera stessa appartiene al mondo nel quale si presenta»[18].

Gli dèi di Wagner cercano l’Anello del Nibelungo rubato da Alberich, se ne appropriano, macchiandosi della maledizione, legata all’amuleto, che li condurrà alla distruzione della rocca del Valhalla e all’abbandono del mondo nelle mani degli uomini. Similmente, gli elfi di Tolkien creano gli Anelli del potere con l’aiuto di Sauron. In seguito, apprendono che il potere da essi generato è corrotto. Impotenti, attendono la fine, abbandonando il mondo degli uomini.

L’Anello del Nibelungo

L’Anello del Nibelungo è frutto di una gestazione lunga quasi trent’anni (1848-1876) nella quale l’autore riscrive il mito germanico, elaborando una messa in musica che, attraverso la leggenda, si affranca dalla storia per investigare le passioni e i desideri degli uomini che determineranno lo svolgimento degli eventi nel corso dell’intera tetralogia. La caduta degli dèi si fa metafora dei tempi tormentati in cui l’autore scrive, la crisi del ’48 e l’incertezza di una società che non ha più riferimenti; da qui deriva il finale con gli uomini che assistono attoniti all’incendio del Vahlalla.

Il pensiero filosofico di Wagner in questa fase è elaborato dopo aver subito essenzialmente due importanti influenze: Feuerbach e Schopenhauer. Dal pensiero di Feuerbach Wagner ricava le tematiche della ricerca della felicità e una meditazione sulla finitezza. Nell’Essenza del cristianesimo Feuerbach affermava, infatti, che è dal finito che deriva l’infinito, cosa che in termini religiosi implica che Dio è una creazione dell’uomo, proiezione dei suoi più alti ideali e non viceversa. Feuerbach, infatti, legge l’intera storia delle religioni non come teologia, ma come antropologia. La religione distingue l’uomo dagli animali, in quanto dotato di coscienza. L’uomo non ha solo coscienza di sé, ma della specie a cui appartiene, sapendo di essere individuo, ma, sapendo anche di essere parte del genere umano, ha anche consapevolezza della propria infinità.

In Spiritualismo e materialismo trova pieno sviluppo la tematica dell’etica della felicità. Per Feuerbach l’uomo è unità di spirito e corpo, e non esiste alcun bisogno metafisico che preceda la ricerca concreta della felicità. Sotto questo aspetto Feuerbach polemizza contro l’esito buddhistico del pensiero di Schopenhauer, ritenendo che Schopenhauer non miri a nulla tranne che all’autoannientamento. Wagner si ispirerà a questi concetti quando scriverà i libretti del Ring, e dedicherà a Feuerbach il saggio L’opera d’arte dell’avvenire.

Negli ultimi scritti di Feuerbach troviamo una rivendicazione dell’uomo nella sua unità contro ogni forma di dualismo, in polemica antidealistica. Un esempio su cui si sofferma con insistenza è il tema dell’amore, in termini esplicitamente sessuali, riprova dell’indissolubilità tra spirito e corpo. È così che il bacio di Siegfried e Brunhilde va letto come un bacio che distrugge l’egoismo dell’individualità per divenire unità suprema, fa crollare il Vahlalla e sopraggiungere l’era degli uomini, avvento di una società libera dagli dèi. Wagner in una sua lettera afferma che «L’essere umano è uomo e donna ed è con l’unione di uomo e donna che l’essere umano esiste realmente, è solo attraverso l’amore che l’uomo, così come la donna divengono […] essere umano»[19], confermando in questo modo la grande influenza che Feuerbach ebbe su di lui. Nonostante ciò, Mann ha affermato che

L’incontro con la filosofia di Schopenhauer è l’evento culminante della vita di Wagner. Nessuna esperienza intellettuale precedente, non quella ad esempio di Feuerbach, lo eguaglia per importanza personale e storica, giacché essa significò conforto supremo, profonda conferma di sé, redenzione spirituale per colui che veniva legittimamente “toccato”, e senza dubbio essa sola aprì alla sua musica il coraggioso varco liberatore[20].

Quanto alla filosofia di Schopenhauer, si può dire che la lettura di Wagner del Mondo come volontà e rappresentazione nel 1854 sia un momento cruciale per lo sviluppo del pensiero artistico e filosofico del compositore. Schopenhauer definisce la musica come mezzo privilegiato per conoscere l’essenza stessa del mondo, come forma d’arte più pura e contemplativa, espressione della Volontà in sé. La musica non è soggetta alle categorie dell’intelletto, che forniscono una visione illusoria della realtà, impedendo di coglierne la vera essenza, chiamata “Volontà”. Questa è una forza originaria e la sua manifestazione essenziale è il voler-vivere, dal quale istinto derivano la sofferenza e la lacerazione dell’unità primigenia, che produce una molteplicità illusoria. A tale concetto è possibile guardare nell’incipit dell’opera, quando Wagner presenta la pacifica unità primordiale dalla quale si genera la molteplicità delle forme che danno vita al ciclo del Ring. Tuttavia, per Schopenhauer l’arte costituisce una via di fuga dal dolore momentanea, perché per lui la via di fuga effettiva è da ricercarsi nel campo dell’etica; solo l’ascesi può condurre alla soluzione definitiva attraverso la rassegnazione e la negazione della Volontà.

Pur essendo profondamente influenzato e colpito dal pensiero di Schopenhauer, Wagner non abbandona la propria fiducia nell’avvenire ed è qui che il suo pensiero si discosta da quello del filosofo. Laddove Schopenhauer come reazione al dolore dell’esistenza sceglie la rinuncia, Wagner al contrario sceglie la spinta a far sì che il mondo rinasca, si rinnovi. Ci sono sentimenti positivi quali la pietà e la compassione che mettono gli uomini in comunione, permettendo loro di cogliere l’unità in un mondo fatto di dolore, e di ritrovare la speranza.

Il sacrificio dell’eroe e la redenzione, concetti cari a entrambi, conducono in Schopenhauer all’accettazione della realtà e alla negazione della volontà di vivere, mentre in Wagner a una volontà di rinascita. È per questa ragione che nel Crepuscolo degli dèi si vede il Vahlalla bruciare e vi è l’annuncio dell’avvento di un nuovo mondo fondato sull’amore che vince la morte.

Wagner fu un estimatore della tragedia greca, in particolare del teatro eschileo. La tematica della pietà dell’eroe per gli uomini è, infatti, concetto molto presente sia nel Prometeo incatenato sia nel dramma wagneriano, e così Brunhilde, provando pietà per Sigmund e Sieglinde, trasgredisce al volere del padre, attirando su di sé la punizione di Wotan. Un ulteriore rimando alla tradizione ellenica è la divisione del Ring in quattro parti, che emula la struttura quadripartita delle antiche tetralogie tragiche. Come evidenzia Renzo Cresti, le giornate sono tra loro collegate tramite la costruzione di «un sistema segnaletico allegorico, che in Eschilo erano le immagini e in Wagner nei Grundmotive»[21].

I maggiori scritti wagneriani sono stati realizzati a ridosso della composizione delle maggiori opere drammatiche. Lo dimostra la stesura del Ring, avvenuta fra il 1853 e il 1874, arco temporale nel quale Wagner aveva elaborato i suoi saggi più celebri e influenti: L’arte e la rivoluzione, L’opera d’arte dell’avvenire, Opera e dramma, Beethoven. In questi lavori, nucleo tematico fondamentale è l’unità drammatica insita nella tragedia greca e il rapporto che ne consegue tra poesia e musica. Wagner guarda alla tragedia greca con nostalgia, in particolare ad Eschilo, considerandola la più alta forma d’arte immaginabile, laddove il mito greco racconta l’essenza del suo popolo.

In Opera e dramma afferma: «Il soggetto di questo dramma era il mito e solo tramite la natura di questo possiamo comprendere la suprema espressione dell’arte greca […] La tragedia greca è la messa in opera artistica del contenuto e dello spirito del mito greco» e il popolo si ritrova perché è «espressione della facoltà poetica del popolo»[22]. Dalla fine del periodo ellenico fino all’arrivo di Wagner, l’unità originaria è andata perduta e con essa lo spirito della tragedia greca e il mito, sostituiti da una nuova religione, il cristianesimo.

Wagner postula due tipi di cristianesimo: il primo tipo fa riferimento alla figura di Cristo e al suo messaggio originario; il secondo, invece, ha alterato i principi originari, proiettando l’uomo in una prospettiva ultraterrena che nega la vita terrena e ne disprezza il valore. Secondo Wagner, ciò ha portato all’epoca moderna, povera di valori e insensibile all’arte e alla bellezza. Al cristianesimo spetta un posto importante nel pensiero wagneriano per il concetto di redenzione, inteso come l’amore che da solo può riscattare l’essere umano, nel momento in cui esso è disposto al sacrificio. Infatti, nel Ring, il Valhalla brucia con il fuoco redentore del sacrificio di Brunhilde, che, grazie all’incendio purificatore, lascia spazio a un nuovo avvenire sulle fondamenta dell’amore come unica forza che può sconfiggere l’antico ordine delle cose.

Nell’opera La nascita della tragedia dallo spirito della musica, Nietzsche vede in Wagner colui che ha saputo riconciliare nel suo dramma i principi cardine della tragedia greca, l’apollineo e il dionisiaco. Lo considera il responsabile di una prossima rinascita della grecità, con lo spirito della musica come linfa vitale del mito e della tragedia.

La tragedia greca costituisce per Wagner un punto di partenza fondamentale per le sue definizioni di “dramma musicale” e di “opera d’arte totale”, proposte in opposizione alla tradizionale opera in musica, secondo lui chiara espressione del consumismo e della doppiezza morale dell’epoca in cui vive.

Nell’Opera d’arte dell’avvenire, Wagner esplicita l’idea che l’artista dell’avvenire deve essere, allo stesso tempo, poeta e musicista in grado di trasmettere i valori fondativi della civiltà, e redentore in grado di salvare l’umanità dall’impoverimento dell’anima. In Wagner, infatti, il poeta riprende il ruolo che rivestiva nel mondo greco: colui che si occupa di trasmettere ai cittadini e ai posteri i valori del proprio popolo. Wagner sostituisce al coro tragico l’orchestra sinfonica che, con la medesima funzione, commenta la scena con una “melodia ininterrotta”, che amplifica motivi e colori del mito con i Leitmotive. Nell’Anello del Nibelungo, la musica sembra prorompere dalle profondità preistoriche del mito, affrancandosi da un mondo lacerato da diseguaglianze sociali, apparenze, e da un’arte che da manifestazione dell’animo umano diviene un lusso superficiale, che intrattiene le élite sociali in una contemporaneità nella quale l’autore non si identifica.

Questo rivolgersi al passato manifesta un distacco dal mondo borghese e dalla sua cultura corrotta, dalla falsa spiritualità, dal dominio dell’oro, per sperare di poter far ritorno al concetto di popolo come forza etnica (Wagner per questa accezione usa il termine Volk).

La considerazione che la cultura borghese attribuiva all’arte è stata per lui un criterio determinante per giudicarne i valori. La borghesia aveva trasformato l’arte in mezzo di piacere e l’aveva privata di quella che doveva essere la sua funzione primaria: la consacrazione della bellezza. Di qui, il suo giudizio sull’indegnità delle condizioni politiche e sociali che quella cultura aveva prodotto, e la necessità, quindi, di un rivolgimento rivoluzionario. Wagner, dunque, diventa rivoluzionario perché, come artista, si augurava condizioni più felici per l’arte, per il suo dramma musicale con carattere mitico popolare. In questo senso, l’Anello del Nibelungo è, in fondo, un’opera contro la cultura borghese che aveva il monopolio dell’arte: Wagner con quest’opera, nella quale antichità primordiale e avvenire si mescolano, volge lo sguardo a un mondo che in realtà non esiste, un mondo senza differenze di classe. Si rivolge a un mondo umano affratellato, libero dall’illusione della potenza e dalla passione per l’oro, un mondo i cui fondamenti sono la giustizia e l’amore. Mann affermava che «il mito è per Wagner il linguaggio del popolo ancora poeticamente creatore ed è per questo che egli lo ama e vi si abbandona: il mito per lui significa semplicità, purezza, insomma ciò che egli chiama l’“unicamente umano”»[23].

Per risalire alla forma primordiale del mito Wagner compone una cosmogonia musicale, traendo ispirazione dalle antiche saghe teutoniche e nordiche, in particolare dal Nibelungenlied (anonimo carme epico del XIII secolo composto nella Germania meridionale) e dai cicli scandinavi della Völsunga saga e dall’Edda: poesia e musica del principio e della fine del mondo.

Il suo Siegfried è una figura senza tempo. Non condizionato da alcuna realtà storica, è l’eroe innocente e senza paura che adempie il proprio destino con la morte, facendo sì che le vecchie potenze dominatrici cadano; redime il mondo dalla loro supremazia. La morte di Siegfried è il punto di partenza della composizione dell’opera, dal quale l’autore procede a ritroso, rendendosi conto della necessità di un antefatto.

Procedendo nella stesura dei quattro libretti della tetralogia, Wagner lega la vicenda della morte di Siegfried agli antichi miti nordici, elevando gli eventi scenici al rango di dramma cosmico. All’epoca la Germania era politicamente frammentata e necessitava di un sostrato mitologico collettivo identitario. In questa prospettiva, il richiamo di Wagner al Volk non è da intendersi né come concezione marxiana di classe né come rivendicazione razziale, ma come un patrimonio comune di valori e tradizioni, alla stregua della concezione del mito nel mondo antico.

Ricezione tolkieniana dell’Anello

Negli anni in cui Tolkien scriveva il Signore degli Anelli, Hitler aveva innalzato la figura del compositore tedesco a stendardo del culto della “razza” germanica, strumentalizzandola a favore della folle ideologia nazista in un «caso estremo di distorsione recettiva»[24]. Wagner fu una figura controversa sia per le implicazioni antisemite[25] sia per il suo messaggio anticlericale e rivoluzionario, laddove il Ring di fatto si conclude con un mondo senza Dio.

Le fonti comuni a cui attinsero i due autori per la creazione dei rispettivi “anelli” sono principalmente l’Edda (Edda poetica ed Edda in prosa, comunemente nota come Edda di Snorri), la Völsunga saga e il Nibelungenlied.

In un momento storico che attribuiva grande importanza alla valenza identitaria dell’opera d’arte, la libera reinterpretazione wagneriana del Nibelungenlied e del suo complesso universo narrativo si rivelò, in termini di successo presso il pubblico tedesco, una scelta fortunata; la riscoperta del poema altomedievale nel tardo Settecento, elevato allo statuto di pietra miliare della letteratura nazionale tedesca, contribuì alla percezione dell’epopea wagneriana come deposito simbolico del «patrimonio arcaico collettivo»[26] nonché mito di fondazione nazionale.

A tal proposito l’operazione compiuta da Wagner non è ascrivibile a una semplice riscrittura delle fonti, ma creazione di un «mito autonomo»[27]. Dalle Lettere di Tolkien, che offrono uno spaccato del suo pensiero e del suo temperamento, si evince che fosse una persona di animo tollerante; chiaramente distante da qualunque legame con Hitler e il nazismo, e dallo snaturamento della sua amata “materia del Nord”. Da rigoroso studioso e grande estimatore del mito norreno, già in giovane età Tolkien si avvicinò al libretto del Ring, ma non apprezzò il modo in cui Wagner riscrisse il mito per adattarlo a particolari esigenze espressive connesse alla sua rivoluzionaria concezione del Gesamtkunstwerk.

Tuttavia, varie testimonianze (tra le quali quella della stessa figlia di Tolkien, Priscilla, e del fratello del suo amico e collega C. S. Lewis, appassionato wagneriano) confermano non solo che Tolkien conosceva bene l’Anello di Wagner, ma che si recò a una rappresentazione dell’intera tetralogia a Covent Garden[28]. Fu, infatti, con l’intento di fornire una versione più fedele alle fonti del mito norreno della vicenda di Sigurd l’uccisore di draghi, «un tentativo di unificare le ballate dei Volsunghi dell’Edda antica»[29], che Tolkien scrisse La leggenda di Sigurd e Gudrùn.

Secondo il figlio di Tolkien, Christopher, che curò le edizioni delle sue opere inedite, La leggenda di Sigurd e Gudrùn è da collocarsi tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, non più tardi del 1935. Nella prefazione, in riferimento a Wagner sottolinea:

Può stupire che in nessuna parte di questo libro si faccia riferimento alle opere di Richard Wagner generalmente note come Der Ring des Nibelungen: L’Anello del Nibelungo, La tetralogia, Il ciclo dell’Anello o anche solo l’Anello (Der Ring). Le fonti principali del compositore tedesco furono i Lai dell’Edda poetica e la saga dei Volsunghi […] Il modo in cui Wagner utilizzò la forma norrena della leggenda non fu affatto una “interpretazione” dell’antica letteratura: piuttosto, esso rappresentò un nuovo impulso di cambiamento, che raccolse gli elementi dell’antico mito nordico e instaurò nuovi rapporti tra loro, adattando, cambiando e inventando su vasta scala, come gli dettavano il suo gusto personale e le sue intenzioni creative. Di conseguenza i libretti del Ring anche se costruiti sulle antiche fondamenta devono essere visti non tanto come una prosecuzione o uno sviluppo di una leggenda eroica sopravvissuta fino al tempo del loro autore, quanto piuttosto come un’opera d’arte nuova e autonoma […][30].

L’universo narrativo della Terra di Mezzo di Tolkien, indipendentemente dalle posizioni polemiche assunte nei confronti del compositore tedesco, dimostra una fitta rete di influenze non risolvibile nella costatazione dell’utilizzo del medesimo ciclo mitologico.

Entrambe le opere riscrivono i modi dell’epopea cavalleresca secondo i rispettivi codici. Franco Moretti, a tal proposito, definisce L’anello del nibelungo un’opera dalla «struttura bifronte»[31], tra arcaico e avanzato simultaneamente: guarda al passato attraverso il mito e all’avvenire tramite l’innovativo sistema complesso di moltiplicazione prismatica dei Leitmotive. L’utilizzo dei modi dell’epica risponde all’istanza di reincanto del mondo e di ricerca di una nuova dimensione sacrale. A tal proposito Moretti, che annovera il Ring tra le “opere mondo”, sostiene: «l’opera mondo respinge il tranquillo agnosticismo del romanzo: si ribella al lento declino del sacro, e cerca di restaurare la trascendenza perduta. E presta così orecchio, per forza di cose, alle seduzioni dei falsi profeti. Massimo fra questi fu appunto Richard Wagner, che con genialità priva di scrupoli mescolò il pagano e il cristiano, piegandoli entrambi ad una totalità dal facile effetto»[32].

I modi della forma epica avvicinano il viaggio dei rispettivi eroi al topos del viaggio ultramondano e al concetto di monomito di Joseph Campbell, quale modello narrativo universale, che attraverso i simboli del mito ripercorre le tappe del viaggio di un eroe, che, affrontando sfide e peripezie, intraprende un percorso di formazione attraverso i recessi della propria psiche, approdando a una nuova consapevolezza della propria individualità. Al centro dell’Eroe dai mille volti (1949), il mito del viaggio dell’eroe assume la valenza di processo di individuazione di matrice junghiana. In tal senso, come rileva Filippo Losito, «ogni opera di narrazione mette in scena il possibile arco di trasformazione di uno o più personaggi attraverso un sistema dinamico di eventi che, ruotando intorno a una curva di fortuna, offre la possibilità ai personaggi di trasformarsi o, per usare un termine vicino alla psicologia analitica, “individuarsi”»[33] .

Come evidenziato da Elémire Zolla, Tolkien ‒ tra i maggiori studiosi di letteratura anglosassone e medievale della sua epoca ‒ trasgredì ai criteri di distacco professionale imperanti nell’ambiente accademico relativamente allo studio delle letterature antiche: compose una propria epopea seguendo le regole del genere cavalleresco, suscitando forti reazioni. La sua esperienza di filologo a Oxford contribuì alla familiarità di Tolkien con il genere epico, in cui fece confluire elementi di retaggio celtico e cristiano, folklore popolare europeo e, nello specifico, il topos del viaggio nell’aldilà nel Signore degli Anelli[34]. Il propagarsi di elementi mitico-magici, in Wagner così come in Tolkien, costituisce «una spia accesa sul tentativo di cercare in figure e avvenimenti immaginifici l’essenza della realtà»[35].

La presenza del drago custode di un tesoro ricorre in entrambe le opere: nel Ring con il gigante Fafnir mutato in drago; in Tolkien, nello Hobbit ‒ che precede la narrazione del Signore degli Anelli ‒ con il drago Smaug. Gli incestuosi Figli di Hurin tolkieniani (la cui corrispondenza wagneriana è da rintracciare in Siegmund e Sieglinde) sono ripresi dalla leggenda di Kullervo del Kalevala finnico e dai gemelli Veslunghi della Volsungasaga[36] (riscritti, oltre che da Wagner, nel già citato racconto giovanile di Thomas Mann Sangue welsungo).

Nell’Edda l’anello di Andvari rende ricchi e una “verga” conferisce potere; nel racconto medievale La Dama della fontana, oltre a una foresta magica di retaggio celtico, è presente un anello che rende invisibili; ma le specifiche caratteristiche delineate da Tolkien risultano di influenza wagneriana, laddove anche lo stesso motivo dell’invisibilità trova corrispondenza nel Tarnehelm, ancora una volta nel Ring.

Del resto, l’idea di un “Anello del potere soggiogatore” è interamente di Wagner[37]: non vi sono altre fonti a cui possa aver attinto per questa particolare accezione del talismano maledetto; allo stesso modo, la restituzione dell’Anello al proprio luogo d’origine nel finale lega indissolubilmente i “due anelli”. A tal proposito Alex Ross evidenzia come lo stesso titolo del romanzo abbia discendenza wagneriana, laddove la maledizione pronunciata da Alberich, significativamente, recita: «signore dell’anello e schiavo dell’anello»[38]. Non vi è ragione di negare che possa aver attinto anche a Wagner per la stesura del Signore degli Anelli, a prescindere dalle posizioni polemiche assunte per l’interpretazione politico-ideologica che subì l’opera wagneriana negli anni della stesura del romanzo, la cui possibile associazione alla propria opera ovviamente spaventava Tolkien.

Fra le tematiche da segnalare di maggior rilievo in termini di corrispondenza tra le storie e i personaggi narrati da Tolkien e Wagner, Tom Shippey ha individuato i motivi della spada spezzata (Notung-Narsil), dell’anello soggiogatore, del fuoco purificatore finale e l’episodio dell’indovinello[39]. La vicenda si ricollega al Mime wagneriano, che intraprende una sfida di indovinelli con Wotan; così come nello Hobbit avviene tra Gollum e Bilbo. Gollum intrattiene un legame di stretta somiglianza con i due viscidi e malvagi abitatori delle profondità: Alberich-Mime. Lo stesso luogo di provenienza dei fratelli Nibelunghi, Nibelheim, nelle sue caratteristiche ricorda le tenebrose Miniere di Moria e, per fragore incessante e bruttura, è assimilabile anche ai domini di Mordor e Isengard. Allo stesso modo Reneè Vink[40] riporta la medesima corrispondenza, evidenziando la somiglianza caratteriale che lega i due subdoli personaggi e il loro istinto traditore.

L’episodio dell’uccisione di Mime da parte di Siegfried è ripreso da Tolkien in maniera intenzionalmente antitetica nei Figli di Hurin, laddove l’eroe risparmia il miserabile, evidenziando la mancanza di pietà di Siegfried e ponendolo in cattiva luce[41]. Questo aspetto sottolinea l’importanza che riveste il tema della pietà per Tolkien, caratterizzando il pacifico e leale Frodo, protagonista della storia e personaggio dalla connotazione fortemente cristiana, su cui incombe la figura speculare di Gollum, come spettro ammonitore della caduta. Quest’ultimo, precedente possessore dell’Anello, sedotto dalla fascinazione del potere del talismano, si è lasciato consumare fino a subire una regressione animalesca che fa di lui una creatura allucinata, scissa tra psicosi e ferinità.

La spada spezzata da riforgiare è, poi, il motivo portante che accomuna gli eroi Siegfried e Aragorn, quale simbolo di regalità infranta e riconquistata. Entrambi sono orfani, e perdono il padre in battaglia; pur con antefatti differenti, le controparti femminili dei due eroi, Brunhilde e Arwen, rinunciano all’immortalità. Infine, i due eroi, grazie al loro coraggio, affrontano le forze dell’oscurità e sono legati alla figura di Odino-Gandalf.

Il personaggio di Gandalf possiede una particolare corrispondenza con il dio Wotan, tanto forte da essere definito dallo stesso Tolkien “vagabondo odinico”. Tale figura riassume in sé caratteristiche proprie dei detentori del sacro, come santi e sciamani: ha dominio della sfera spirituale, conosce le rune e viaggia continuamente. Le infinite peregrinazioni dei due li conducono persino nell’Aldilà: Gandalf si cala negli abissi di Moria lottando con il demone delle profondità, il Balrog e Odino discende nella tenebra del regno di Hel per conoscere il destino del figlio Baldr nel Baldr Draumar; ancora, questi sono fortemente connessi alla natura e agli animali (si pensi al legame con le aquile o ai destrieri dalle doti sovrannaturali). Inoltre, possiedono virtù guerriere: Gandalf è, infatti, guida militare e spirituale per lo stesso Aragorn, erede celato al trono di Gondor. Quest’ultima caratteristica, assieme alla somiglianza nell’aspetto, accomuna Gandalf non solo a Odino, ma anche a un celebre personaggio del ciclo arturiano, Merlino, mentore spirituale di re Artù.

Tuttavia, l’aspetto orbo di Odino costituisce una divergenza significativa, che lo accomuna, invece, a Sauron, la cui manifestazione visibile è l’occhio che incombe dalla terra di Mordor. Altri punti di somiglianza tra Odino e Sauron sono la capacità di mutare nell’aspetto e l’inclinazione alla guerra e alla violenza: entrambe le caratteristiche sono estranee a Gandalf.

Il caso di Odino-Gandalf-Sauron è un esempio di come, a dispetto delle tante somiglianze, i due autori abbiano elaborato soluzioni tra loro anche molto divergenti, producendo una complessa commistione di elementi.

Gandalf non cerca il potere e, infatti, rifiuta l’anello; la brama di potere di Odino e la sua natura monoculare lo avvicinano al personaggio di Sauron, la cui sola manifestazione è il mostruoso occhio fiammeggiante che scruta, rapace, la Terra di Mezzo.

L’Anello maledetto conduce all’assassinio due coppie di consanguinei. Si macchiano di questa colpa, rispettivamente, i cugini Smeagol e Deagol in Tolkien, e Fafner e Fasolt in Wagner, per il possesso dell’Anello. E l’assassino, che subisce una bestiale trasformazione, si rintana per secoli in una caverna, nascondendo il talismano: Smeagol diviene Gollum e Fafner diventa un drago.

Alla fine, il male legato al talismano viene domato restituendolo al luogo di origine, che in Wagner è il fiume Reno e in Tolkien il Monte Fato, nel quale precipita il suo ultimo malvagio cercatore (Hagen-Gollum). Il cataclisma che ne segue sigla nel fuoco l’epilogo di entrambe le storie.

Il cataclisma finale di Tolkien ha valore di “eucatastrofe” in una visione essenzialmente cristiana del Male, sconfitto, e delle forze del Bene che trionfano; in Wagner, assume un’accezione tragica dalla portata di dramma cosmico. A perire, infatti, sono le forze del Bene, ormai corrotto, nell’incendio finale del Valhalla, mentre Alberich, creatore dell’Anello maledetto, sopravvive al disastro. Il finale wagneriano rielabora in chiave allegorica il motivo del Ragnarök, evento apocalittico che causa la caduta degli dèi; trasfigura in forma mitica una distopia sociale innescata da una «conflagrazione rivoluzionaria»[42].

La visione cristiana di Tolkien pone, dunque, una distinzione basata su una più netta definizione etica dei personaggi del romanzo; in Wagner, tale connotazione risulta ambigua, in quanto il confine tra eroe e malvagio è poroso ed evanescente.

Conclusioni

Wagner, nel bene e nel male, fu uno dei giganti intellettuali della cultura del suo tempo, «nume tutelare del secolo borghese che raggiunse il massimo splendore intorno al 1900 per poi precipitare verso la catastrofe»[43]; come tanti altri che si interessavano alla musica e al mito, anche Tolkien ne venne influenzato in maniera più o meno consapevole.

Dopo aver preso in esame la rielaborazione del mito compiuta da entrambi, si conclude che l’uso comune di alcune fonti (utilizzate con metodologie e concezioni molto diverse) non basta a spiegare la corrispondenza di tutti i fattori di somiglianza. Entrambi gli autori, a dispetto della loro così diversa natura, nella strenua lotta contro l’ombra tenebrosa del potere assoluto, dell’oppressione e della barbarie, oppongono all’Oscurità luminose figure del mito pronte a battersi nell’eterna lotta tra il Bene e il Male, tra ideali e potere. Significativamente, dalla tetralogia wagneriana scaturiscono un’ininterrotta catena interpretativa e reti di senso, quali testimonianze del suo poderoso e multiforme influsso sulla cultura contemporanea.

L’influenza di Wagner, lungi dal poter essere interpretata come emulazione, rientra fra le numerose componenti che confluiscono nella sterminata opera narrativa di Tolkien, la cui sapienza di filologo gli garantì un immenso bagaglio di influenze multiculturali, che egli mise al servizio della propria attività mitopoietica, producendo opere che riflettono l’eco e il fascino di eroi e di epoche arcane e remote.

 

 

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  1. L. Zoppelli, Introduzione a F. Orlando, Su Wagner e altri scritti di teatro musicale, Pisa, Pacini, 2020, p. 13.
  2. F. Orlando, Lettura freudiana della «Phèdre», Torino, Einaudi, 1971, p. 28.
  3. E. Abignente, La letteratura e le altre arti, in Letterature comparate, a cura di F. De Cristofaro, Roma, Carocci, 2023, p. 178.
  4. M. Fusillo, Estetica della letteratura, Bologna, il Mulino, 2009, p. 133.
  5. Cfr. L. Zoppelli, L’opera come racconto, Venezia, Marsilio, 1994.
  6. T. Mann, Richard Wagner e l’Anello del Nibelungo, in Id., Dolore e grandezza di Richard Wagner, Fiesole, Discanto, 1979, p. 82.
  7. J. R. R. Tolkien, Albero e foglia, trad. di F. Saba Sardi, Milano, Bompiani, 2000, pp. 75-77.
  8. J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, a cura di Q. Principe, Milano, Bompiani, 2011, p. 203.
  9. E. Zolla, Introduzione a J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, a cura di Q. Principe, ed. cit., p. 6.
  10. E. Zolla, Uscite dal mondo, Milano, Adelphi, 1992, p. 392.
  11. A. Ross, Wagnerismi. Arte e politica all’ombra della musica, Milano-Firenze, Bompiani, 2022, p. 10.
  12. Il collegamento risulta essere palese, tuttavia Tolkien si diede molta pena di negarlo, dichiarando in maniera secca che gli Anelli sono entrambi “tondi” e lì si fermano le similitudini tra la sua opera e quella di Wagner.
  13. T. Mann, Richard Wagner e l’Anello del Nibelungo cit., pp. 84-85.
  14. M. Yourcenar, Con beneficio d’inventario, Firenze, Bompiani, 2023, p. 204.
  15. C. Dahlhaus, Storia del testo e storia della ricezione, in C. Dahlhaus, «In altri termini». Saggi sulla musica, Roma, Ricordi, 2009.
  16. A. Ross, Wagnerismi. Arte e politica all’ombra della musica, op. cit., p. 884.
  17. C. Dahlhaus, «In altri termini». Saggi sulla musica, op. cit., p. 61.
  18. H. G. Gadamer, Verità e metodo [1960], in Musiche nella storia, a cura di A. Chegai, F. Piperno, A. Rostagno, E. Senici, Roma, Carocci, 2021, p. 13.
  19. G. Di Giacomo, Richard Wagner. Una guida filosofica, Roma, Carocci, 2021, p. 19.
  20. T. Mann, Dolore e grandezza di Richard Wagner, op. cit., p. 30.
  21. R. Cresti, Richard Wagner. La poetica del puro umano, Lucca, LIM, 2016, p. 469.
  22. G. Di Giacomo, Richard Wagner. Una guida filosofica, op. cit., p. 27.
  23. T. Mann, Dolore e grandezza di Richard Wagner, op. cit., p. 69.
  24. L. Zoppelli, Richard Wagner: L’anello del nibelungo. Il dramma, la musica, le idee, Roma, Carocci, 2025, p. 13.
  25. Dovute soprattutto alla pubblicazione del suo pamphlet Il Giudaismo nella musica.
  26. L. Zoppelli, Richard Wagner: L’anello del nibelungo. Il dramma, la musica, le idee, op. cit., p. 65.
  27. D. Bertagnolli, I Nibelunghi. La leggenda, il mito, Milano, Meltemi, 2020, p. 168.
  28. Cfr. R. Vink, Wagner and Tolkien: Mythmakers, Zurigo-Jena, Walking Tree, 2012, pp. 12-13.
  29. J. R. R. Tolkien, Lettere (1914/1973), Milano, Bompiani, 2001, Lettera n. 295.
  30. C. R. Tolkien, Prefazione, in Id., La Leggenda di Sigurd e Gudrun, Milano, Bompiani, 2009.
  31. F. Moretti, Opere mondo. Saggio sulla forma epica dal Faust a Cent’anni di solitudine, Torino, Einaudi, 2022, p. 109.
  32. Ivi, p. 102.
  33. F. Losito, Il viaggio dell’Io. Strutture narrative e individuazione del sé, Milano-Udine, Mimesis, 2024, p. 39.
  34. Il medesimo schema ricorre in Sir Galwain and the Green Knight, Pearl e Sir Orfeo, di cui Tolkien curò l’edizione critica.
  35. R. Cresti, Richard Wagner. La poetica del puro umano, op. cit., p. 490.
  36. J. R. R. Tolkien, I Figli di Hurin, Milano, Bompiani, 2009; Id., La Leggenda di Sigurd e Gudrun, Milano, Bompiani, 2009.
  37. A. Ross, Wagnerismi. Arte e politica all’ombra della musica, op. cit., p. 883.
  38. Ibidem.
  39. R. Vink, Wagner and Tolkien: Mythmakers, op. cit., pp. 50-51.
  40. Ivi, p. 51.
  41. Ibidem: R. Vink riporta la riflessione di T. Shippey.
  42. L. Zoppelli, Richard Wagner: L’anello del nibelungo. Il dramma, la musica, le idee, op. cit., p. 66.
  43. A. Ross, Wagnerismi. Arte e politica all’ombra della musica, op. cit., p. 20.

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

L’“industria” di Giletta di Nerbona, tra perseveranza e ostinazione (“Decameron” III 9)

Author di Agnese Amaduri

Abstract: Il saggio analizza la novella di Giletta di Nerbona alla luce del concetto di “industria”, inteso nella sua accezione morale di matrice aristotelica e tomistica, mettendone in evidenza la stretta connessione con la virtù della perseveranza, qualità distintiva della protagonista. Muovendo dalla ricezione boccacciana dell’Etica Nicomachea e dal commento di Tommaso d’Aquino, lo studio mostra come l’industria, facoltà razionale orientata al conseguimento di un fine, possa declinarsi in senso tanto positivo quanto negativo, secondo un paradigma etico in cui si inquadra anche la distinzione tra perseveranza e ostinazione. Attraverso un’analisi della costruzione narrativa e del profilo psicologico dei personaggi, la novella viene letta come spazio di confronto fra due diverse declinazioni della fermezza: quella virtuosa e dinamica di Giletta, capace di adattarsi alle circostanze e di perseguire razionalmente un fine personale e sociale, e quella sterile e distruttiva di Beltramo, segnata da rigidità e chiusura alla ragione.

Abstract: The article analyses Giletta di Nerbona’s novella in light of the concept of industry, understood in its moral sense of Aristotelian and Thomistic origin, and highlights its close connection with the virtue of perseverance, a distinctive quality of the protagonist. Starting from Boccaccio’s reception of Nicomachean Ethics and Thomas Aquinas’ commentary, the study shows how industry, a rational faculty oriented towards the achievement of an end, can be interpreted both positively and negatively, according to an ethical paradigm that also includes the distinction between perseverance and obstinacy. Through an analysis of the narrative construction and psychological profile of the characters, the novella is read as a space for comparison between two different forms of steadfastness: the virtuous and dynamic one of Giletta, capable of adapting to circumstances and rationally pursuing a personal and social goal, and the sterile and destructive one of Beltramo, marked by rigidity and closed-mindedness.

La novella di Giletta di Nerbona conclude, di fatto, la Terza giornata del Decameron dedicata al tema dell’industria[1]. La regina Neifile, qui anche in veste di narratrice, aveva presentato l’argomento oggetto del novellare della giornata da lei presieduta in stretta correlazione a quello della Seconda, poiché aveva affermato di voler restringere il vasto campo della Fortuna, trattando solo di un caso particolare, ovvero «di chi alcuna cosa molto disiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse», aggiungendo, quindi: «Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa che alla brigata esser possa utile o almeno dilettevole» (§ 9)[2].

È stato osservato già da Ellero come lo sviluppo del concetto di industria in questa Terza giornata risenta dell’attenta lettura dell’Etica Nicomachea di Aristotele, che Boccaccio possedeva sin da giovane poiché ne aveva commissionato una copia durante il soggiorno a Napoli e che poi, tra il 1340 e il 1345, quando ormai era rientrato a Firenze, aveva arricchito dei commenti di Tommaso d’Aquino[3]:

Quando scrive le novelle della terza decade, Boccaccio conosce bene la nozione aristotelica di dinotica e la sua traduzione latina come «industria», la facoltà cognitiva che ci permette di escogitare «le vie che conducono a un dato fine», «quod ingeniatur vias ducentes ad finem». E i narratori del Decameron non sembrano averla dimenticata, quando mettono in scena le inchieste intellettuali dei loro personaggi riguardo alle strategie più adatte per conseguire gli oggetti dei loro desideri[4].

Ellero sottolinea che il concetto di industria ha nel Decameron «accezione tecnica»: si tratta di «un principio operativo» con il quale perseguire un fine specifico; tale valore semantico deriverebbe proprio dalla filosofia morale aristotelica, secondo la quale la dinotica è neutra ma può declinarsi in senso positivo o negativo. O’Grady, commentando un passo della Summa Theologiae (II-II.47.13.ad3) in un recente intervento, insiste sulla doppia direzione che la dinotica può intraprendere:

Aquinas distinguishes between genuine prudence, which is directed to a good end and false prudence which is a kind of cunning “there is cleverness [deinotica], i.e. natural diligence which may be directed to both good and evil; or cunning (astutia) which is directed only to evil and which we have stated above to be false prudence or prudence of the flesh”. So all forms of wisdom engage with goodness, while practical wisdom and the gift of wisdom ensure the possessor is good[5].

Lo scopo del presente contributo è quello di aggiungere alcuni elementi di riflessione all’analisi del concetto di industria manifestato da Boccaccio in questa novella e sottolinearne il legame con una qualità specifica della protagonista, ovvero la perseveranza, di cui Giletta dà ampia prova nel corso degli eventi che si trova ad affrontare. Il tema della perseveranza è anch’esso oggetto della riflessione aristotelica svolta nel VII libro dell’Etica Nicomachea in una duplice accezione: positiva o negativa, entrambe presenti, come si tenterà di dimostrare, all’interno della narrazione. Il racconto proposto da Neifile si presta, dunque, a essere interpretato alla luce di un’attenta lettura di alcuni passaggi chiave del testo aristotelico e del commento di Tommaso d’Aquino, inquadrabili, più in generale, nel complesso sistema argomentativo inerente alla continenza, ossia alla capacità di dominare sé stessi, o al suo opposto, l’incontinenza.

Una disamina dei significati attribuiti nel corso dei secoli al lemma “industria” evidenzia la pluralità di possibili accezioni: innanzitutto, «operosità, diligenza ingegnosa, sia rivolta a raggiungere un particolare intento, sia come qualità abituale […] anche, abilità, accorgimento, arte sottile nel trovare i mezzi più adatti allo scopo o nel fare il proprio vantaggio»[6]; una declinazione di particolare interesse la offre il Tesoro della lingua italiana delle origini: «qualità o disposizione di chi si prodiga assiduamente con scrupolo e diligenza (per ottenere un det. fine o come qualità intrinseca)»[7] e, similmente anche il vocabolario etimologico, che la definisce «attività perseverante»[8].

Il termine sembrerebbe dunque includere, nella costruzione della propria sfera semantica, sin dai primi secoli della nostra letteratura, anche la dimensione del tempo: l’esercizio intellettivo si declina nella costruzione di una condotta che non solo presuppone un’attenta riflessione, ma potrebbe anche necessitare di lunghe attese e intervalli dilatati per trovare compimento. La novella di Giletta, in effetti, mostra un comportamento industrioso che non si esaurisce in una singola azione o in un lasso di tempo circoscritto, bensì si prolunga in un periodo lunghissimo e si rinnova costantemente alla luce degli eventi che accadono.

In questo racconto, inoltre, il tema dell’industria si lega al topos dell’amore, che deve includere una componente razionale non solo per mediare e stemperare la passione, incanalandola nel “giusto fine” del vincolo matrimoniale, ma anche per sostenerla nel lungo periodo, affinché essa non si corrompa e logori di fronte alle sfide del tempo. La novella di Giletta, dunque, rappresenterebbe agli occhi di Neifile, che la propone appunto a suggellare la giornata, il vertice dell’esemplarità di un comportamento industrioso, poiché la protagonista agisce per assecondare un nobile sentimento, utilizzando le proprie risorse intellettive e ogni conoscenza appresa, senza mai cedere all’impulso e costruendo gradualmente e pazientemente l’esistenza desiderata.

La novella occupa, inoltre, una posizione singolare nella Terza giornata: essa è, in un certo senso, compressa fra due narrazioni estremamente celebri, l’ottava, dedicata a Ferondo ed esposta da Lauretta, molto commendata dalla stessa regina, in cui l’uomo stolto ed eccessivamente geloso sperimenta le pene del “Purgatorio”; e quella conclusiva di Dioneo, incentrata sulla bella Alibech che, volendo apprendere come i cristiani “servono Dio”, imparò dal romito Rustico a mettere il diavolo all’inferno[9]. Si tratta di due esempi profondamente diversi, in cui il comico si gioca sulla credulità o ingenuità legata all’esperienza di fede e in cui l’industria si declina in “astuzia”: un inganno con risvolti erotici. Incontriamo due protagonisti, appunto Ferondo e Alibech, i quali sono diretti e gestiti accortamente, e nascostamente, da personaggi più scaltri di loro, personaggi, come l’abate e il romito, che sanno cogliere un’occasione propizia, perseguendo tuttavia un capriccio momentaneo e ordendo progetti industriosi estemporanei.

La vicenda di Giletta s’incastona tra le due, invece, come spazio narrativo in cui emerge forte la personalità della donna protagonista, la quale d’altronde già dalla rubrica s’impone come figura centrale e il cui ragionare, il cui movimento interiore, appare non meno rilevante delle azioni e peregrinazioni che ella è costretta a compiere per conquistare l’amore di Beltramo:

Giletta di Nerbona guerisce il re di Francia d’una fistola; domanda per marito Beltramo di Rossiglione, il quale, contra sua voglia sposatala, a Firenze se ne va per isdegno; dove, vagheggiando una giovane, in persona di lei Giletta giacque con lui e ebbene due figliuoli; per che egli poi, avutala cara, per moglie la tenne (§1).

Non a caso Baratto colloca questa novella a cavallo tra il racconto e il romanzo, ove si intende per “racconto2 «un narrato risolto senza residui in un puro fluire di vicende, di fatti», quindi come «nitida esposizione di eventi suscitati da una realtà che pesa in vario modo sull’individuo»[10]; mentre, alcune novelle presenterebbero una narrazione, di solito abbastanza estesa, che si segnala «per una nuova tensione del personaggio, risolto certo nelle azioni e calato nei fatti, in varia lotta col reale, sempre però al centro dell’analisi»[11]. In questo manipolo di racconti si collocherebbe la vicenda di Giletta, poiché la rilevanza degli avvenimenti si misura in base alla portata dell’impatto che essi hanno sulla protagonista; elemento centrale del narrato diventa, pertanto, il modo in cui gli eventi contribuiscono a definire i desideri e gli obiettivi del personaggio, a costruirne progressivamente il carattere[12].

Giletta è contraddistinta, sin dall’esordio della narrazione, relativo alla sua giovinezza, dal sentimento nutrito verso Beltramo, il «figliuol piccolo» e unico del conte di Rossiglione (§4): un affetto quasi eccessivo nei confronti del giovane «bellissimo e piacevole» (§4); infatti, la narratrice null’altro restituisce di lei se non l’osservazione che la fanciulla «infinito amore e oltre al convenevole della tenera età fervente pose a questo Beltramo» (§4). Solo quando comparirà di fronte al re di Francia, già più matura e in età da marito, apprenderemo che era «bella giovane e avvenente» (§9), e il re stesso, dopo esser guarito, le assegnerà anche l’appellativo di «savia» (§25). Il profilo fisico, psicologico e intellettivo di Giletta va, dunque, componendosi nel corso della novella con progressive aggiunte: una descrizione in itinere, che si riflette perfettamente nelle peregrinazioni geografiche che conducono la donna ad attraversare la Francia e l’Italia.

Alla mobilità fisica di Giletta corrispondono, tuttavia, una “fermezza” e una solidità di passioni e intenti che sa, allo stesso tempo, mantenere il necessario dinamismo, non declinandosi mai in ottusa “ostinazione”; la donna, infatti, possiede l’indispensabile capacità di adattarsi alla mutevolezza delle situazioni e di gestire gli imprevisti. La sagace figlia del medico Gerardo deve industriarsi due volte per procurarsi ciò che ha sempre desiderato: erroneamente aveva immaginato che le sarebbe bastato ottenere la mano di Beltramo per coronare il proprio sentimento; viceversa comprenderà, subito dopo le nozze, che con accortezza dovrà indurre il riottoso marito a riconoscere le proprie capacità intellettive per conquistarne la stima, e quindi l’amore.

La fermezza di Giletta è evidenziata in più passaggi dalla narratrice: quando rifiuta, pur essendo in età da marito, tutti gli uomini che le vengono proposti (§6); quando, giunta a Parigi per guarire il re, come prima cosa va a vedere Beltramo (§9); quando ritorna da sola nella contea di Rossiglione e cerca di attirare a sé il marito, rimettendo in sesto i suoi territori guastati dal lungo abbandono (§29); infine, quando «la sua perseveranza e il suo senno» le vengono riconosciuti dal marito stesso (§60). Beltramo è, viceversa, contrassegnato dalla durezza o anche dall’«obstinata gravezza» (§§30, 60), ossia una forma di asprezza, di severità: una sorta di pleonasmo che rinforza il concetto di “caparbietà negativa”, ottusa, magari legata all’alterigia.

Dalla stessa matrice caratteriale, dunque, procede l’agire dell’una e dell’altro, ma Giletta è capace di declinare la fermezza, la “perseveranza”, in modo positivo. La donna riesce, in primo luogo, a restituire “salute” al feudo di Rossiglione, trascurato dopo la morte dell’anziano conte e l’ostinato rifiuto di Beltramo di farvi ritorno con la moglie: «sì come savia donna con gran diligentia e sollecitudine ogni cosa rimise in ordine; di che i subgetti si contentaron molto e lei ebbero molto cara e poserle grande amore» (§29)[13]. Giletta è, quindi, propriamente “fertile” in ogni aspetto del proprio agire, sia esso intellettivo o fisico: intellettivo poiché è abbondantemente fruttuosa la sua azione di governo sulla contea; fisico poiché genera non uno solo, bensì due figli gemelli dall’indocile marito; alla radice di questa “fecondità” della donna vi è però l’amore, che è una forza originata dalla Natura al fine di favorire la vita del soggetto e delle comunità, di edificare relazioni affettive quanto istituzioni famigliari e sociali[14].

Ciò che rende produttiva in ogni contesto, materiale o metaforico, la costanza di Giletta è, dunque, la sua radice: un sentimento di nobile origine, cresciuto in lei sin dalla più tenera età e poi sempre custodito e incrementato[15]. Le non comuni qualità intellettive e caratteriali della donna la conducono a nutrire questo amore in modo razionale e paziente; d’altronde, ella agisce sempre dopo aver lungamente riflettuto: «dopo lungo pensiero diliberò» (§32), «queste parole intendendo raccolse bene; e più tritamente essaminando vegnendo ogni particularità e bene ogni cosa compresa, formò il suo consiglio» (§37). Viceversa, l’ostinazione di Beltramo nasce, innanzitutto, da un’istintiva arroganza di casta e dalla mancata accettazione, in cuor suo, delle regole cortesi: egli, infatti, finge di obbedire al re, in realtà elude la promessa matrimoniale, non volendo unirsi alla moglie e, quindi, rifiutandosi di sancire ipso facto il legame. Tale caparbietà è, in primo luogo, innata e poi ottusa e sterile, non solo perché lo allontana dalla donna ma anche perché lo spinge a trascurare la salute della propria contea, pur di non piegarsi all’ordine del re e a un matrimonio che non ritiene consono al proprio livello sociale[16].

L’ostinazione appare, già all’altezza del Decameron, e tale rimane anche nelle opere successive del certaldese, una colpa gravissima. Essa è condannata nel De casibus virorum illustrium, nell’Introduzione al IV libro, nel passo in cui l’autore si augura di aver rimosso con gli esempi fatti l’obstinata duritie che a volte alberga nell’animo dei potenti: «Io reputo d’avere, per un poco di tempo, rimosso l’animo di chi comanda dall’ostinata antica durezza, e di avere spaventato con esempi tanto clamorosi l’insolenza degli spiriti superbi»[17]; così come nelle Esposizioni sopra la Comedia di Dante, affrontando il Canto IX, sottolinea quanto sia da condannare negli eretici soprattutto la perseveranza nel peccato, pure di fronte all’evidenza della fallacia delle proprie convinzioni. Per questo motivo Boccaccio assegna agli epicurei proprio l’epiteto di «ostinati»:

È adunque primieramente da vedere quello che esso abbia voluto che s’intenda per la citta di Dite; il che se perspicacemente riguarderemo, assai ben potrem comprendere, lui voler sentire questa citta niuna altra cosa significare, che il luogo dell’inferno nel quale si puniscono gli ostinati […] Per le quali due cose sono da intendere due singolari proprietà degli spiriti maladetti che in esso luogo tormentati sono, o vogliam dire delle anime ostinate, le quali in quello luogo in diversi supplìci punite sono; ed è la prima tristizia, significata per Stige, per ciò che la tristizia si può dire essere la prima radice della ostinazione, sì come appresso aparirà; la seconda è la inflessibile fermezza del malvagio proponimento, nel quale, senza mutarsi, consiste l’ostinato: e questa è significata per le mura del ferro, la cui dureza è tanta e tale, che per forza di fuoco, non che d’altra cosa, non si può liquefare, come tutti gli altri metalli fanno; e perciò per esso ferro assai ben si dimostra la seconda qualità degli animi degli ostinati, li quali né caldo alcuno di carità né dimostrazione o ragione alcuna puote ammollire né riducere in alcuna laudevole forma[18].

La “gravezza” dell’ostinato nasce dall’incapacità, o dalla mancata volontà, di recedere rispetto a una strada intrapresa e, al di là dell’ambito teologico proprio dell’Inferno dantesco, volendo estendere il discorso alla filosofia morale, essa si sposa con l’assenza di dinamicità, con l’incapacità di comprendere il contesto mutato, di adattarsi a una realtà che non è statica e che richiede, dunque, malleabilità.

Già Aristotele aveva riconosciuto la dannosità di questo atteggiamento nel VII libro dell’Etica Nicomachea, al paragrafo decimo, dopo aver trattato la mancanza dell’autocontrollo a causa dell’impetuosità o a causa del desiderio: la “bestialità” (theriòtes) che è inferiore al vizio, ma più da temere (1150°)[19]. Tenere fermo un ragionamento è, secondo il filosofo, caratteristica di chi è capace di dominarsi; tuttavia, è necessario operare una distinzione tra declinazione positiva e declinazione negativa di tale qualità:

Vi sono alcuni che hanno la caratteristica di tenere ferma la loro opinione (emmeneticòi), che noi chiamiamo ostinati (isxiroγnómonas), cioè difficili a persuadere e non facili da convincere a cambiare: questi hanno qualcosa in comune con chi si sa dominare, come il prodigo ha qualcosa in comune con il generoso e il temerario con il coraggioso; ma sono diversi sotto molti aspetti. Infatti chi si domina non cambia a causa di passione e desiderio, ma piuttosto, chi si domina sarà facile a convincere, se si dà tale caso; l’ostinato invece non cambia sotto l’influsso del ragionamento, dato che tipi simili sviluppano desideri irrazionali e in genere sono spinti dai piaceri. I testardi, gli ignoranti e i rozzi sono ostinati; i testardi lo sono a causa del piacere e del dolore: godono quando hanno vinto e non sono persuasi a cambiare opinione, e si addolorano nel caso che le loro idee vengano annullate, come un decreto; quindi somigliano più a chi non si domina che a chi si domina[20].

La perseveranza, viceversa, è una virtù e non un vizio, poiché essa è una forma di autocontrollo, appartiene dunque a chi sa temperare la costanza con l’esercizio della propria razionalità e sa mettere in pratica le proprie conoscenze (1151b-1152a), sa metterle in atto[21]. Non secondario, inoltre, è il fine che viene perseguito: se i desideri sono irrazionali o si confondono con i piaceri, non si perseguirà un intento positivo. Su questo punto Aristotele si interrogava nel III libro dell’Etica: «allora non bisogna forse dire che, in assoluto e secondo verità, oggetto del volere è il bene, ma che per ciascuno è il bene apparente […]?»[22]; Tommaso spiega questo passaggio evidenziando che la persona virtuosa agisce assecondando il “vero bene”, poiché essa è indirizzata dalla ragione, «secundum rationem rectam», viceversa «per molti, i viziosi, l’inganno nella distinzione tra bene e male avviene soprattutto a causa del piacere. Di conseguenza, accade che desiderino come bene ciò che è piacevole, che non è bene, e cerchino di evitare come male ciò che è per loro doloroso ma in sé buono. La spiegazione è che non seguono la ragione ma i sensi»[23].

Gioverà anche ricordare, nell’ambito di questa riflessione sulla virtù della perseveranza, alimentata dalla capacità razionale e che ha come fine l’amore, che “perseveranza” e “saviezza” nel gestire la propria esistenza e i propri sentimenti sono assegnate, nel Decameron, in binomio solo a un’altra donna determinata e assennata: Ghismunda; sarà lei stessa, infatti, a definire “savia perseveranza” quella messa in atto per costruire la relazione con l’amante: «Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con diliberato consiglio elessi innanzi a ogni altro e con avveduto pensiero a me lo ’ntrodussi e con savia perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio» (IV 1 §37).

Alla novella di Giletta può, dunque, essere assegnata la definizione di fictio che riesce a veicolare un messaggio morale, circoscrivendolo entro un preciso perimetro storico-sociale, e presentandolo sotto una nuova veste formale e ideologica[24]. La narrazione presenta certamente anche una vaga eco fiabesca, riconducibile alle possibili fonti, che dona un’aura quasi rarefatta ad alcuni passaggi[25]; essa non sottrae, però, incisività all’agire e al ragionare esemplare della donna, alla fedeltà ai propri sentimenti: una costanza emotiva non condivisa da Beltramo, il quale, viceversa, pur dichiarandosi totalmente preso dall’amore per la giovane fiorentina, rinuncia a lei rapidamente, quando la ragazza si trasferisce nel contado.

Boccaccio sembrerebbe, dunque, aver strutturato la narrazione intorno alle due possibili declinazioni della “fermezza”: perseveranza e ostinazione, assegnandole ai due personaggi che nel corso del racconto scontrano le proprie volontà, attraverso allontanamenti e ricongiungimenti. Nell’ambito dell’equilibrio dei ruoli, possiamo osservare che la virtù della protagonista è illuminata ed esaltata dall’esemplarità esecrabile di Beltramo, che incarna una tenacia tutta negativa, insensata e dannosa. Dannosa proprio perché ha perso la capacità di movere (il verbo utilizzato da Boccaccio nel De Casibus), ossia di ritornare sulle proprie posizioni, mettere in discussione le proprie certezze alla luce della ragione, abbracciando dunque la riflessione espressa dal re stesso, quando aveva assegnato Giletta in sposa al conte (§25)[26]. L’ostinazione di Beltramo gli impedisce di riconoscere il valore intellettivo della donna come superiore a quello del lignaggio, con la conseguente negazione del necessario rinnovamento della propria classe sociale[27], e il conte rischia, pertanto, di danneggiare sé stesso e la propria contea. Solo sulla perseveranza di Giletta, alimentata da un amore che sa essere razionale e paziente, si potrà costruire un futuro di prosperità per il conte e il suo feudo.

 

  1. Essendo il decimo racconto affidato a Dioneo, svincolato dall’osservanza del tema.
  2. Le citazioni dell’opera saranno tratte dall’edizione seguente: G. Boccaccio, Decameron [2013], a cura di A. Quondam, M. Fiorilla, G. Alfano, Milano, BUR, 2022.
  3. Il codice si conserva a Milano, presso la Biblioteca Ambrosiana (segnatura 204 inf.) ed è consultabile nella versione digitale (https://digitallibrary.unicatt.it/veneranda/0b02da828007e4f5); cfr. A. M. Cesari, L’Etica di Aristotele del codice Ambrosiano A 204 inf.: un autografo del Boccaccio, in «Archivio Storico Lombardo», 93-94, 1966-1967, pp. 69-100; M. Cursi e M. Fiorilla, Giovanni Boccaccio, in Autografi dei letterati italiani. Le origini e il Trecento, a c. di G. Brunetti, M. Fiorilla e M. Petoletti, Roma, Salerno, 2013, pp. 43-103 e G. Fiorinelli, A proposito di alcune postille boccacciane nell’Ambrosiano A 204 inf., in «Heliotropia», 16-17, 2019-2020, pp. 107-68.
  4. M. P. Ellero, Verso l’Umanesimo. Il Decameron e i suoi modelli, in La novella italiana dal Decameron al Rinascimento, a cura di E. Curti e F. Palma, in «Schede Umanistiche», xxxvi, 1, 2022, p. 55, ed Ead., Per un lessico dell’industria. Osservazioni sulla seconda e sulla terza giornata del Decameron, in «Lettere italiane», lxix, 1, 2017, pp. 34-57. Sull’influenza dell’Etica Nicomachea cfr. anche V. Russo, «Con le Muse in Parnaso». Tre studi sul Decameron, Napoli, Bibliopolis, 1983, pp. 16-26; F. Bausi, Gli spiriti magni. Filigrane aristoteliche e tomistiche nella decima giornata del Decameron, in «Studi sul Boccaccio», xxvii, 1999, pp. 205-53; M. P. Ellero, Federigo e il re di Cipro. Note su Boccaccio lettore di Aristotele, in «MLN», cxxix, 1, 2014, pp. 180-91; M. Pascale, Nella casa di Marte. Per una fenomenologia dell’ira nel Decameron, in «Studi sul Boccaccio», xlvi, 2018, pp. 133-54; A. Barbiellini Amidei, Boccaccio e la ‘matta bestialità’, in Amore e follia nella narrativa breve dal Medioevo a Cervantes, a cura di A. M. Cabrini e A. D’Agostino, Milano, Ledizioni, 2019, pp. 73-90. 
  5. P. O’Grady, Aquinas on Wisdom, in «New Blackfriars», civ, 1114, November 2023, pp. 726-50.
  6. Indùstria (ad vocem), in Vocabolario Treccani online (https://www.treccani.it/vocabolario/industria/ consultato il 19/11/2025); Battaglia non si discostava da queste accezioni, anche negli esempi proposti: «diligenza intelligente e geniale impiegata al conseguimento di un fine; impegno, zelo, cura» (Grande Dizionario della Lingua Italiana UTET, ad vocem). Così sembrerebbe intenderla, ad esempio, Dante nell’unica occorrenza del termine all’interno della sua opera: «per sua industria, cioè per accorgimento, e per bontade d’ingegno» (Convivio, Trattato iv, in Opere minori, a cura di F. Chiappelli ed E. Fenzi, Torino, UTET, 1986, p. 236).
  7.  Industria (ad vocem) http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/ (consultato il 04/02/2026).
  8. Industria (ad vocem), in O. Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana (1907) (https://www.etimo.it/?term=industria&find=Cerca consultato il 19/11/2025).
  9. Come accade anche in altre occasioni, Dioneo aderisce almeno parzialmente al tema; si ricordi la novella di Frate Cipolla nella VI giornata o Salabaetto nell’VIII.
  10. M. Baratto, Realtà e stile nel Decameron, Roma, Editori Riuniti, 1984, pp. 93 e 195.
  11. Ivi, p. 129.
  12. Baratto colloca in questo gruppo anche la novella di Tedaldo degli Elisei (III 7) – la quale presenta diversi elementi di contatto con quella di Giletta – e, soprattutto, alcuni racconti che hanno come protagoniste tragiche le donne: Andreuola, infelice innamorata di Gabriotto (IV 6), e Salvestra, amata inutilmente da Girolamo (IV 8).
  13. Tale capacità è speculare alla sua abilità medica: ella apprende dal padre, e sviluppa autonomamente, l’arte di guarire, confidando talmente tanto su questa abilità da giocarsi persino la vita con il re di Francia («se io infra otto giorni non vi guerisco, fatemi brusciare» § 14).
  14. Sulle diverse qualità di “generazione” che scaturiscono dall’amore, non solo biologiche ma soprattutto intellettive, si veda il discorso di Diotima nel Simposio di Platone: «E veniamo a quelli che sono fecondi nell’anima. Ci sono infatti – disse – quelli che sono gravidi nell’anima più che nei corpi, di quelle cose che appunto all’anima conviene concepire e partorire. E che cosa, precisamente, conviene all’anima? La saggezza e le altre virtù […] saggezza di gran lunga più grande e bellissima è quella che riguarda l’ordinamento delle Città e delle case, e si chiama temperanza e giustizia» (Simposio 208E-209A, in Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Milano, Bompiani, 2000, p. 516).
  15. Come avviene spesso anche nel genere della fiaba, Giletta è un personaggio femminile che agisce con sicurezza e determina il proprio destino, al pari di un uomo; tuttavia, mentre i personaggi maschili spesso tendono a perseguire, nel contesto narrativo popolare, obiettivi economici o cercano di acquisire ruoli di potere, i personaggi femminili danno maggiore rilevanza alla sfera affettiva così come alla sete di giustizia e libertà; su questo aspetto cfr. S. Blezza Picherle, La fiaba classica di origine popolare: narrazione e metafora dell’esistenza, in Il Veneto e la cultura contadina e popolare fra passato e presente, a cura di M. Gecchele, Verona, CentroStudiCampostrini, 2008, pp. 37-52.
  16. R. Bragantini ha intravisto nella fuga di Beltramo la “messa in atto” della precettistica difensiva ovidiana: l’allontanamento fisico dalla donna, l’esercizio della guerra, la ricerca di una diversa compagnia femminile (cfr. Fuori di casa. Personaggi in cammino nel Decameron, in «Atlante. Revue d’études romanes», 12, 2020, pp. 1-14).
  17. «Movisse reor aliquantisper ab obstinata olim duritie presidentium animos, et exèmplis tam ingentibus elatorum spirituum insolentiam terruisse» (G. Boccaccio, De casibus virorum illustrium, a cura di P. G. Ricci e V. Zaccaria, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. IX, a cura di V. Branca, Milano, Mondadori, 1982, pp. 284-85).
  18. G. Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a cura di G. Padoan, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, vol. IV, a cura di V. Branca, Milano, Mondadori, 1965, pp. 496-97. Si sente l’eco, ancora una volta, della Summa Theologica di Tommaso: Libro II, II Quaestio 14.
  19. Già Platone aveva accennato a “to theriodes”, il bestiale (cfr. E. Cattanei, “Al di sotto” di emozioni e virtù? La “bestialità” in Platone e in Aristotele, in Emozioni e virtù: percorsi e prospettive di un tema classico, a cura di S. Langella e M. S. Vaccarezza, Napoli, Orthotes editrice, 2014 p. 29). La concezione della theriòtes espressa da Aristotele non è, tuttavia, priva di contraddizioni e incongruenza (cfr. A. Fermani, L’Etica di Aristotele. Il mondo della vita umana, Brescia, Morcelliana, 2012, pp. 138-46).
  20. (Corsivo mio) Aristotele, Etica Nicomachea (VII 10, 1151b), traduzione, introduzione e note di C. Natali, Bari-Roma, Laterza, 1999, pp. 289-91. L’intersecarsi di fonti diverse, evidenzia che il Decameron «è un testo narrativo con intenti di filosofia morale» (R. Bragantini, Ancora su fonti e intertesti del Decameron: conferme e nuovi sondaggi, in Boccaccio: gli antichi e i moderni, a cura di A. M. Cabrini e A. D’Agostino, Biblioteca di carte romanze 7, Milano, Ledizioni Ledi Publishing, 2018, p. 134). Su Boccaccio lettore di Aristotele, oltre ai riferimenti bibliografici già citati, cfr. S. Barsella, I marginalia di Boccaccio all’«Etica Nicomachea» di Aristotele (Ms. Milano, Ambrosiana, A 204 inf.), in Boccaccio in America, a cura di E. Filosa, M. Papio, Ravenna, Longo, 2012, pp. 143-55; F. Bausi, Gli spiriti magni. Filigrane aristoteliche e tomistiche nella decima giornata del «Decameron», in «Studi sul Boccaccio», 27, 1999, pp. 205-53; R. Bragantini, Para un diverso «Decameron», in «Revista de Italianistica», 29, 2015, pp. 38-70; K. Flasch, Boccace et la philosophie, in Ut philosophia poesis: questions philosophiques dans l’oeuvre de Dante, Pétrarque et Boccace, a cura di J. Biard, F. Mariani Zini, Paris, Vrin, 2008, pp. 191-211.
  21. «Non è possibile che la stessa persona sia insieme saggia e incapace di dominarsi, infatti prima abbiamo dimostrato che allo stesso tempo si è saggi e virtuosi di carattere, inoltre il saggio è tale non solo per il fatto di sapere, ma anche per il fatto di saper mettere in pratica, invece chi non si domina non sa mettere in pratica» (Aristotele, Etica Nicomachea, VII 10, 1152a, op. cit., pp. 291-93).
  22. Ivi, Libro III 6, 1113a, p. 93.
  23. «multis, scilicet pravis, deceptio in discretione boni et mali accidit praecipue propter delectationem. Ex qua contingit quod delectabile, quod non est bonum, desiderent tamquam bonum, et aliquid tristabile ipsis, quod in se est bonum, fugiant tamquam malum, quia scilicet non sequuntur rationem, sed appetitum sensitivum» (Sententia libri Ethicorum, Liber III, Lectio 10 (https://aquinas.cc/la/en/~Eth.Bk3.L10.n494 consultato in data 04/02/2026).
  24. Cfr. L. Battaglia Ricci («Una novella per esempio». Novellistica, omiletica e trattatistica nel primo Trecento, in Favole parabole istorie. Le forme della scrittura novellistica dal Medioevo al Rinascimento, a cura di G. Abanese, L. Battaglia Ricci, R. Bessi, Roma, Salerno editrice, 2000, pp. 31-54), che affronta l’inquadramento del genere novellistico prendendo le mosse dal trittico proemiale: “favole parabole istorie”.
  25. Ad esempio, alle lunghissime attese alle quali la donna è sottoposta o si sottopone, come se il tempo si fosse cristallizzato e non fossero trascorsi che pochi attimi. Tale aura fiabesca è stata riconosciuta dalla critica (cfr. ad esempio, Baratto, Realtà e stile nel Decameron, op. cit. e G. Alfano, Scheda introduttiva III 9, in Boccaccio, Decameron, op. cit. pp. 518-20); tra le possibili fonti si potrebbe indicare la favola di Amore e Psiche contenuta nelle Metamorfosi di Apuleio che già Martin McLaughlin aveva intravisto in filigrana nella conclusione della Caccia di Diana (M. McLaughlin, Literary Imitation in the Italian Renaissance: the Theory and Practice of Literary Imitation from Dante to Bembo, Oxford, Clarendon Press, 1997, p. 61) e, più di recente, in modo sistematico, attraverso un costante raffronto intertestuale, Igor Candido ha ricollegato a diverse novelle decameroniane, come quella di Zinevra (II 9) e, soprattutto, quella di Griselda (X 10) (cfr. I. Candido, Boccaccio umanista, Ravenna, Longo, 2014, pp. 75-111). Allontanandoci dalla favola, L. Cappelletti annovera, però, tra le possibili fonti anche la commedia Hécyra (165 a.C.) di Terenzio (Studi sul Decamerone, Parma, Luigi Battel Libraio-Editore, 1880, pp. 355-61).
  26. Cfr. A. Barbiellini Amidei, Boccaccio e la ‘matta bestialità’, op. cit.
  27. Sulla consapevolezza dell’autore circa il rinnovamento sociale che stava segnando il periodo e la necessità delle antiche classi egemoni di prenderne atto, cfr. G. Armstrong, R. Daniels, S. J. Milner, Boccaccio as cultural mediator, in The Cambridge Companion to Boccaccio, Cambridge, Cambridge University Press, 2015, pp. 3-19.

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Ancora un numero su Croce, a cento anni dalle “leggi fascistissime”

Author di Maria Panetta

Il numero di febbraio di «Diacritica» è dedicato, come ogni anno dalla sua fondazione, a Benedetto Croce: non fa eccezione, neanche stavolta, questo fascicolo 59 che, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto essere focalizzato soprattutto sulle cosiddette “leggi fascistissime” del biennio 1925-1926.

«Diacritica», però, è una rivista che lancia call for paper, “chiamate alle armi”, aperte, e quest’anno il numero è riuscito di taglio comunque “politico”, sebbene solo tangenzialmente dedicato alle suddette norme. Gioverà, comunque, ricordarne le principali: la Legge n. 2263 del 24 dicembre 1925, che attribuiva al “Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato” poteri vastissimi, rendendolo responsabile solo di fronte al Re e non più al Parlamento; la Legge n. 100 del 31 gennaio 1926, che concedeva al potere esecutivo (il Governo) la facoltà di emanare norme con valore di legge, scavalcando di fatto il potere legislativo del Parlamento; la Legge n. 237 del 4 febbraio 1926, che sostituiva i sindaci e le amministrazioni comunali elettive con la figura del Podestà, nominato direttamente dal governo con Regio Decreto; la Legge n. 2029 del 25 novembre 1926, che introduceva la pena di morte per gli attentati contro i regnanti e il Capo del Governo, istituendo il Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato.

Oltre alla fine dello stato liberale, queste leggi implicarono pesanti conseguenze anche sugli organi di stampa (cfr. la Legge 31 dicembre 1925, n. 2307, in materia di “Disposizioni sulla stampa periodica”, entrata in vigore il 20 gennaio 1926): essendo stati licenziati gli ultimi direttori non fascisti dei quotidiani del tempo, ebbe inizio, infatti, la sua “fascistizzazione”, per cui tutte le notizie dovevano essere preventivamente approvate da un fiduciario di Mussolini. Più precisamente, i giornali potevano essere scritti e stampati solo se il loro direttore responsabile era stato riconosciuto dal procuratore generale presso la corte di appello della giurisdizione ove era stampato il periodico. Il regolamento attuativo dell’11 marzo 1926 precisò che anche il procuratore era tenuto a sentire il prefetto: pertanto, il direttore di qualunque giornale doveva essere persona non sgradita al governo, pena l’impossibilità di pubblicare. Venne, quindi, di fatto sancita l’abolizione della libertà di stampa e di associazione, dato che Mussolini, da giornalista, aveva perfetta cognizione delle potenzialità sovversive del potere dell’opinione pubblica.

Questo fascicolo raccoglie vari contributi sul Croce etico-politico, soffermandosi in particolare sull’opposizione di Croce al Concordato del 1929 e sulla relativa libertà di espressione che egli mantenne, nonostante le restrizioni, grazie soprattutto alla sua notorietà internazionale, che di fatto impedì a Mussolini di andare oltre un atto comunque assai violento, ingiustificabile, intollerabile e traumatico quale la devastazione della sua casa napoletana, la notte del 31 ottobre 1926 (per non parlare delle minacce a Laterza, dei blocchi imposti dalla Questura, della “bonifica libraria antisemita” subita anche dalla Casa editrice barese e della stessa soppressione della «Critica», nel 1940, sebbene per un breve periodo).

Per dovere di rispetto della verità storica, ovviamente «Diacritica» ospita anche saggi in cui emergono talune posizioni belliciste del tempo, atteggiamenti ai quali, però, questa Direzione tiene ufficialmente a dichiararsi sempre decisamente contraria.

Buona lettura!

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Il ritorno di Machiavelli: Benedetto Croce lettore di Mario Mariani

Author di Anna Di Bello

Abstract: Scritto nel 1916, Il ritorno di Machiavelli è il primo tentativo di Mario Mariani, in qualità di osservatore politico e saggista, di proporre il proprio pensiero politico. Secondo l’interpretazione di Mariani, i responsabili della catastrofe bellica sono da ricercare tra coloro che hanno permesso che si sviluppasse l’inferiorità militare dei paesi europei rispetto alla Germania. In questo modo, attraverso il recupero di Machiavelli, Mariani immagina un’etica politica più che umanitaria; l’impreparazione delle forze dell’Intesa – e in particolare dell’Italia – non è solo nelle armi, ma anche nello spirito. Se i tedeschi sanno fare bene la guerra, è perché hanno fatto propri i principi del machiavellismo, inteso come politica della forza. In questo senso, quindi, non è la guerra in quanto tale a essere condannabile, ma l’impreparazione a essa. Questa lettura attirò l’attenzione di Benedetto Croce, che gli dedicò una lusinghiera recensione su «La Critica» in cui, convinto anch’egli che la guerra sia l’ineludibile realtà storica degli Stati, ammette un necessario ritorno alla pura forza di Machiavelli, svincolata da letture intellettualistiche. Il testo di Mariani è, dunque, una preziosa testimonianza per registrare la rinnovata attenzione di cui godette l’autore del Principe durante la Grande Guerra, in una fase storica in cui si amplificava l’immagine di Machiavelli come ispiratore della politica come esercizio della forza ed espressione del dominio.

Abstract: Written in 1916, Il ritorno di Machiavelli (The Return of Machiavelli) is the first attempt by Mario Mariani as a political observer and essayist, to offer his own political thought. According to Mariani’s interpretation, those responsible for the war catastrophe are to be sought among those who allowed the military inferiority of European countries to develop in relation to Germany. In this way, through the recovery of Machiavelli, Mariani envisages a political rather than humanitarian ethic; the unpreparedness of the Entente forces ‒ and especially of Italy ‒ is not only in arms but also in spirit. If the Germans know how to wage war well, it is because they have made the principles of Machiavellianism understood as the politics of force their own. In this sense, therefore, it is not the war as such that is condemnable but the unpreparedness for it. This reading attracted the attention of Benedetto Croce who dedicated a flattering review to him in «La Critica» in which, also convinced that war is the inescapable historical reality of states, he admits a necessary return to Machiavelli’s pure force, freed from intellectualistic readings. Mariani’s text is therefore a valuable testimony to record the renewed attention enjoyed by the author of Il Principe during the Great War, in a historical phase in which the image of Machiavelli as the inspirer of politics as the exercise of force and expression of domination was amplified.

Tra intervento e neutralità: l’Italia nella Prima Guerra Mondiale

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nell’estate del 1914, l’Italia, alleata con Austria e Germania, dichiara lo stato di non belligeranza, appellandosi a una clausola inserita nel patto della Triplice Alleanza che la esenta dal partecipare a un conflitto nel quale uno dei contraenti attacchi un altro Paese. Proprio tale decisione divide l’Italia tra neutrali e interventisti, generando un acceso dibattito affidato anche alle manifestazioni di piazza.

Interventista è il gruppo dei nazionalisti, tra cui si annoverano Gabriele d’Annunzio, Alfredo Oriani, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Luigi Federzoni, Enrico Corradini, Francesco Coppola, Gioacchino Volpe ecc., per i quali la guerra è necessaria a rinvigorire il popolo italiano e a restituirgli l’unità perduta: la vittoria potrebbe, infatti, rafforzare l’Italia nel Mediterraneo, dandole maggiore prosperità e potenza, e permettendole anche di migliorare le condizioni del proletariato. Inoltre, l’unione del popolo, necessaria durante il conflitto, potrebbe contrastare il flaccido liberalismo parlamentare e il democraticismo avanzante, che avvilisce le più alte aspirazioni delle nazioni e ne schiaccia le energie migliori.

A favore dell’intervento si dichiarano anche i democratici Eugenio e Damiano Chiesa, Cesare Battisti (capo dei socialisti irredentisti del Trentino), Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Giuseppe De Felice Giuffrida e Gaetano Salvemini, secondo cui battersi contro l’Impero Austro-Ungarico è un dovere per «completare il Risorgimento» con la liberazione delle terre italiane ancora irredente e delle altre nazionalità oppresse, creando un’Europa della solidarietà tra i popoli. Inoltre, rimanendo neutrale, l’Italia – e con essa il suo proletariato – rischia di rimanere esclusa dai progressi politici e sociali legati alla vittoria delle nazioni liberal-democratiche contro gli imperi autoritari.

Arturo Labriola, Filippo Corridoni, Paolo Orano, Angelo Oliviero Olivetti, Maria Rygier, Alceste De Ambris, sindacalisti rivoluzionari, invece, affermano che bisogna entrare in guerra per servire l’internazionalismo libertario e sociale: la guerra generale delle nazioni borghesi produrrà le circostanze della rivoluzione sociale e farà sorgere come “terzo litigante” il proletariato. Sarà, così, il popolo nella sua totalità a combattere; impiegati, operai e contadini, tornati dal fronte, “presenteranno il conto” ai governi borghesi ed esigeranno la parità sociale in cambio del sacrificio sopportato; la resistenza delle classi dominanti farà esplodere la rivoluzione.

Fanno eco a tali idee quelle dei Socialisti Rivoluzionari Dissidenti come Benito Mussolini, Guido Podrecca, Michele Bianchi, Roberto Farinacci, Filippo Serra, per i quali il neutralismo della dirigenza del PSI è sterile e controproducente; è vuota retorica appellarsi all’internazionalismo proletario quando tutti i partiti socialisti d’Europa hanno compiuto scelte nazionali e l’Internazionale non esiste più. Il socialismo italiano non può impedire la guerra in Europa, giacché i socialisti tedeschi e francesi l’hanno favorita e non si può isolare il proletariato italiano dallo sviluppo degli altri movimenti socialisti che cresceranno grazie alla guerra. Un vero neutralismo dovrebbe essere realmente capace di impedire la guerra, ma il PSI non sa organizzare neppure la renitenza e la ribellione dei giovani proletari italiani alla chiamata alle armi. In mancanza di questa capacità, il restare spettatori neutrali significa far perdere al socialismo italiano – e alla classe operaia che esso pretende di rappresentare – l’occasione più importante del secolo di assurgere a protagonista della storia, e lasciare ancora una volta nelle mani della borghesia tutta l’iniziativa – e i meriti – di un’eventuale guerra vittoriosa. Se poi la guerra sarà perduta, la classe dirigente ne risulterà talmente indebolita da rendere facilissima la rivoluzione socialista. I capi del PSI, a loro dire, sono dei chiacchieroni inconcludenti che parlano di rivoluzione, ma sono pronti a lasciar passare tutte le occasioni di compierla sul serio. Tra le occasioni, la guerra internazionale che si prospetta è la maggiore.

I liberali conservatori come Antonio Salandra (capo del Governo), Sidney Sonnino (ministro degli Esteri), Luigi Albertini, Vittorio Emanulele Orlando affermano, infine, che l’Italia non può sfuggire alla necessità di rintuzzare l’aggressione austriaca all’area adriatica, se vuol seguire il corso tracciato da Cavour. Una vittoria austriaca in quella zona comprimerebbe, infatti, irreparabilmente le possibilità mediterranee dell’Italia. La partecipazione alla guerra, dunque, la condurrà finalmente a interloquire alla pari con grandi nazioni industriali (Inghilterra e Francia), e questa situazione – unitamente alle specifiche necessità di produzione bellica – definirà un ulteriore decollo produttivo dell’Italia stessa, con assorbimento dell’eccedenza di manodopera e crescita del denaro circolante. I seguaci di questo gruppo, inoltre, ritengono che la guerra sia un’imperdibile occasione per interrompere la linea parlamentarista e lassista scavata da tre lustri di giolittismo, e di dare alla Nazione quel governo agile e forte – tendenzialmente autoritario – che una cospicua parte della classe dirigente aveva sognato alla fine del secolo precedente. Il proletariato militarizzato – essi sperano – si abituerà alla disciplina e tornerà dal fronte meno incline alla sequela di dottrine e atteggiamenti ribellistici.

Contraltare di tali posizioni sono quelle che propendono per la neutralità.

Giovanni Giolitti, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti, anch’essi liberali, ritengono che l’Italia non sia in grado né economicamente né militarmente di affrontare una guerra che sarà molto più lunga di quanto credono gli interventisti, mentre pacifiche trattative diplomatiche potrebbero ugualmente favorire il “completamento del Risorgimento”.

Anche il fronte cattolico si schiera per la neutralità con Don Luigi Sturzo, Guido Miglioli, Gaetano Della Torre, Ottorino Gentiloni, Filippo Meda, che reputano assurdo che uno Stato nato dal Risorgimento anticlericale e “dall’onta di Porta Pia” non ancora riparata, alleandosi con la Francia radicale, laicista e massona, con l’Inghilterra anglicana e con la Russia ortodossa, si armi contro l’Austria, la sola potenza cattolica sicura d’Europa e del mondo.

Infine, i socialisti Filippo Turati, Camillo Prampolini, Anna Kuliscioff, Enrico Ferri, Giacinto Menotti Serrati, Costantino Lazzari affermano, invece, che il proletariato non combatte per una guerra imperialista del capitalismo. I soldati delle altre nazioni, infatti, non sono nemici, ma fratelli proletari mandati a morire.

Tra i due raggruppamenti, gli interventisti danno interpretazioni molto diverse al conflitto: le speranze dei sindacalisti rivoluzionari e quelle dei socialriformisti, ad esempio, sono addirittura opposte a quelle dell’interventismo di destra. Tuttavia, soprattutto grazie al gruppo nazionalista, le varie componenti riescono a superare le loro profonde divergenze e a lottare con grande determinazione per la riuscita della campagna propagandistica.

I neutralisti, per contro, hanno indubbiamente un seguito molto più numeroso e rappresentano intere masse, ma risultano sempre meno decisi, soprattutto perché gli stessi gruppi che li rappresentano sono divisi al loro interno. I liberalprogressisti, ad esempio, soffrono dell’antipatia verso Giolitti che non accetta di sposare la tesi della neutralità “a tutti i costi”, e si limita prudentemente ad affermare che la guerra va “rimandata più a lungo possibile, finché è possibile”. Anche i cattolici sono insicuri: al loro interno – tra un’ala destra filoaustriaca e conservatrice e un’ala sinistra socialista e filocontadina – c’è una corrente di “centro”, che ritiene importante non autoescludersi e non essere antipatriottici.

Tra gli stessi socialisti, come si legge in alcune lettere della Kuliscioff a Turati e nei discorsi di Lazzari alla Direzione Nazionale del Partito, si discute sull’opportunità di opporsi a sentimenti patriottici così palesemente diffusi tra la gente.

Si aggiunga che i partiti presenti in Parlamento, ad esclusione del Partito Socialista, non hanno ancora un’organizzazione sicura e precisa, e, dunque, è più facile per il governo scompaginarli e convertirne il voto. Infatti, pur appoggiando Giolitti in maggioranza, il Parlamento italiano cede e vota i pieni poteri al governo Salandra che firma il patto (segreto) di Londra, alleandosi con Inghilterra e Francia in una logica di indebolimento del nemico storico austriaco, e opta, così, per la dichiarazione di guerra il 24 maggio 1915[1].

Mario Mariani, la Germania e la guerra

È nel contesto di tale dibattito, e in particolare nel contesto dell’interventismo, che emerge la figura di Mario (Mariano all’anagrafe) Mariani[2], scrittore, poeta, traduttore e giornalista dalle idee controverse.

Cresciuto tra Solarolo e Roma, grazie al padre entra in contatto con importanti personalità come Prampolini, Carducci, d’Annunzio, Pascoli. Il suo spirito d’indipendenza lo porta a viaggiare: tra il 1904 e il 1907 è a Berlino, Parigi, Londra e in Nord America, adattandosi a mestieri faticosi e costruendosi una cultura da autodidatta.

Alla fine del 1907 lascia definitivamente Solarolo per trasferirsi a Berlino. Qui dal 1909 al 1915 è corrispondente per «Il Secolo» e per «Il Messaggero». In Germania trascorre anche i primi mesi di guerra, viaggiando in vari posti del territorio tedesco e traendone ispirazione per i propri articoli.

Rientra in Italia a marzo del 1915, dopo l’ingresso italiano nel conflitto: chiamato alle armi, si guadagna la medaglia d’argento al valor militare proprio sul fronte tedesco dove, sino al marzo del 1916, sempre per «Il Secolo» e «Il Messaggero», continua la propria attività di corrispondente come inviato di guerra tra gli alpini.

Proprio la saggistica di Mariani a cavallo della Prima guerra mondiale è oggetto del presente contributo. Lo scrittore romagnolo, infatti, in questo periodo è profondamente legato alla Germania. Secondo il suo stesso racconto, vi trascorre nove anni[3], dal 1905 in poi, studia «per dieci anni con la massima diligenza uomini circoli problemi tedeschi»[4]. Italiano di cuore, acquisisce, quindi, un’educazione tedesca, come egli stesso scrive: «io sono capitato in Germania di ventun anni e me ne sono andato, con la guerra a trentadue. La mia anima è italiana». E ciò ha portato a una dicotomia tra cuore e cervello: «Io resto, nella vita, sempre perplesso, quando devo esaminare un problema, con il mio cuore italiano sulla mano sinistra e il mio cervello tedesco sulla destra in una posizione che è al tempo stesso irresistibilmente comica e spaventosamente tragica»[5]. Un contrasto che emerge nitidamente nel libro che Mariani pubblica nel 1915, La Germania nelle sue condizioni militari ed economiche dopo nove mesi di guerra, e in cui il corrispondente, seppur con amarezza, afferma che la sconfitta tedesca è inevitabile e necessaria nell’interesse dell’Europa. Con profondo rammarico, infatti, Mariani vede nella Germania bellica una nazione forte, sana e ammirevole, resa colpevole dai suoi capi e maestri:

tutta la Germania è così: resta in piedi per decreto patriottico […] Ma per accorgersi di questo bisogna conoscerla e averla studiata con amore. Dico con amore senz’ombra d’ironia, perché molti lati del popolo tedesco mi sono antipatici, ma per moltissimi altri io ho dell’ammirazione, e avendo vissuto gli anni miei migliori, dieci non uno, in Germania, io vedo una nazione forte e sana andare verso la rovina per colpa dei suoi dirigenti e dei suoi educatori, con un senso di profonda pietà, sebbene per la libertà e l’avvenire dell’Europa sia assolutamente necessario che essa procomba[6].

Per il corrispondente italiano, il Paese che l’ha ospitato a lungo ha commesso il grande e imperdonabile errore di ritenersi una potenza imbattibile in Europa e nel mondo: «ormai tutto ciò che è germanico abbisogna del prefisso super. Il professore Von Eucken […] ha ora aggiunto al superuomo di Nietzsche il superstato. Il superstato naturalmente sarebbe la Germania»[7]. Particolare presunzione cui Mariani associa un analfabetismo affettivo che ha contribuito alla fin troppo impetuosa partecipazione al conflitto:

sembran cinici, quando si pensi che non fanno un grande sforzo per andare alla morte senza voltarsi addietro dappoi che addietro, data la loro atonia affettiva, non lasciano un bel nulla; sembran stoici invece quando si voglia credere alla loro affermazione di trascendentalismo patriottico: bisogna superare e scordare ogni nostro affetto o interesse e tutto sacrificare quando il pericolo incombe sulla patria[8].

Un’esaltazione dei tedeschi per la guerra che, continua lo scrittore di Solarolo, non trova sfogo esclusivamente nell’adesione di milioni di uomini – soldati e volontari – pronti a partire per il fronte, ma sfocia altresì nell’odio e nel disprezzo del nemico, anche se non ancora dichiarato. Per tale motivo, pur essendo profondamente legato alla Germania, Mariani reputa necessario convincere gli italiani della «necessità morale e politica del nostro intervento»[9].

E come è possibile sconfiggere la Germania? Proprio mutuando dal popolo tedesco le qualità patriottiche e militari che mancano ad altri. E perché la Germania ha queste doti? La risposta è nello scritto successivo di Mariani: Il ritorno di Machiavelli.

Il “ritorno” di Machiavelli

Il ritorno di Machiavelli è il primo tentativo di Mario Mariani, fiducioso in una raggiunta maturità di osservatore e saggista, di offrire al pubblico il proprio pensiero politico in modo compiuto e sistematico. Un primo tentativo compiuto nel contesto storico particolare del primo conflitto mondiale e che, di fatto, s’inscrive nel dibattito tra neutralisti e interventisti[10].

Del fatto che il suo sia un testo scomodo per l’argomento trattato, per le accuse all’Italia e all’Europa, Mariani è consapevole fin dalla prefazione:

Questo libro lascerà forse a qualche lettore un po’ d’amaro in bocca. Non è un libro buono; è un libro logico; di verità, duro, aspro. Non lo avrei scritto se non fossi convinto che in tempi ne’ quali stiamo tutti scontando innumerevoli errori di leggerezza, imprevidenza, incoscienza, nei quali alla utopia succede la realtà triste, alle illusioni le delusioni, sia d’uopo esaminare con freddezza le cause della presente catastrofe, i probabili effetti, additare sino da ora i responsabili e sopra tutto le idee responsabili perché non s’abbia, appena passata la burrasca, a ricadere negli stessi errori[11].

Secondo l’interpretazione di Mariani, i responsabili della catastrofe bellica vanno ricercati tra chi, credendo in principi quali l’ottimismo, il pacifismo, l’umanitarismo, l’internazionalismo e l’antimilitarismo, ha consentito lo svilupparsi dell’inferiorità militare dei paesi europei rispetto alla Germania. L’impreparazione delle forze dell’Intesa – e soprattutto dell’Italia – non è, quindi, solo nelle armi ma anche e soprattutto nello spirito:

Io, già a vent’anni, dopo mature riflessioni ero venuto nel convincimento che per coloro i quali non vedevano il mondo dietro i veli d’un ottimismo cocciuto, per coloro che s’erano nutriti dello scetticismo allegro e mordace o disperato di Erasmo, di La Rochefocauld, di Hume, di Hobbes, di Schopenhauer, di Leopardi la sola, la vera filosofia possibile fosse quella degli immoralisti: Guyau, Stirner, Nietzsche. Il mio anarchismo intellettuale giungeva all’abisso dell’Umwertung aller werte. Io mi dicevo: L’uomo è irrimediabilmente immorale. Millenni di tentativi, religioni, legislazioni, coercizioni non han valso a nulla. Abbiamo soltanto trasformato il bruto in gesuita. Il bruto esteticamente era bello, il gesuita è ripugnante. Tentiamo dunque una generale inversione dei valori morali. Dichiariamo buono, bello, giusto – trinità platonica – tutto ciò che serve all’uomo, all’uomo più scaltro, all’uomo più forte per il soddisfacimento dei suoi appetiti, delle sue voglie[12].

Al contrario, se i tedeschi sanno far bene la guerra è perché hanno fatto propri i principi di Machiavelli, che devono essere, allora, riscoperti e reinsegnati all’Europa e all’Italia, se si vuole evitare la catastrofe, perché non è il conflitto a essere condannabile ma l’impreparazione a esso. Il machiavellismo, afferma Mariani, è una teoria di politica pratica, è Realpolitik; solo la Germania ne ha compreso i principi, da qui il successo della sua politica:

Mi balenò il sospetto che valessero anche per il cuore delle nazioni i principî che, secondo me, valevano per il cuore dell’uomo, che al superuomo di Nietzsche corrispondesse veramente il superstato di von Eucken. E mi sovvenne che il superstato di von Eucken sott’altro nome mi aveva atterrito nella gioventù, in un libro del Rinascimento italiano, nel «Principe» di Nicolò Machiavelli. Allora mi ascrissi quasi a dovere di formulare per gli italiani chiaramente, esegeticamente questo consiglio: per vincere la Germania bisogna non soltanto imitarne le armi e i metodi di guerra, bisogna imitarne lo spirito. Cosa non difficile fra tutti gli alleati specialmente agli italiani in quanto che questo spirito è nostro; è del Rinascimento. Mi ascrissi quasi a dovere. Ma i libri?… Han mai giovato a nulla i libri? Da quando cominciai a scrivere – ottobre scorso – molte idee contenute in questo libro si son fatte strada. Ma non tutte. E si deve lottare per tutte, sperando[13].

La “civiltà tedesca”, continua Mariani, è stata abile perché ha fatto sua la crudele dottrina realistica di Machiavelli, ma usando le visioni cristiane e marxiste di un mondo “poggiato” su uguaglianza, fratellanza e pace come articoli da esportazione: «La Germania in casa si serviva di Federico Nietzsche, all’estero mandava il marxismo. La latinità è stata rovinata due volte da due visionari, entrambi ebrei: Cristo e Carlo Marx»[14].

L’arte del governo tedesco, il carattere del popolo, la sua energia, la sua forza, la fiducia cieca nei suoi capi, l’ordine, la disciplina e i frutti che ne sono scaturiti nella guerra si spiegano con il fatto che il machiavellismo non solo è stato la norma del governo fin da Federico il Grande, ma si è talmente radicato nello «spirito della nazione, nello spirito di ogni tedesco» grazie al lavoro di storici, scienziati, filosofi e capi militari, che la Germania è diventata «un blocco d’uomini di ferro senza sentimento e senza scrupoli»[15]:

il pensiero di Nicolò Machiavelli è sopravvissuto intatto per volger di tempi, regge ancora a qualunque critica, e […] i buoni successi della politica e delle armi tedesche sono dovuti soprattutto alla rigida e costante applicazione delle massime contenute nel “Principe”, nei “Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio”, nel “Libro dell’arte della guerra”; e […] coteste massime sono il fior fiore della saggezza politica e varranno fin quando non si muti la natura degli uomini e delle nazioni, fin quando uomini e nazioni abbiano appetiti e voglie proporzionate alla loro scaltrezza e alla loro forza, poi che scaltrezza e forza sono e saranno ancora – chi sa per quanti millenni – la sola legge, la vera giustizia, il supremo diritto. Il resto è letteratura, è sentimento: è fola[16].

Mariani, ponendo tutto ciò in una prospettiva storica più generale, afferma che una pura politica di potere e di Realpolitik non è, dunque, una novità storica né specificamente tedesca. Piuttosto, il machiavellismo è sempre e ovunque «la morale immorale di tutti i vincitori»[17]. Laddove ‒ afferma ancora il romanziere romagnolo ‒ il machiavellismo è Machiavelli, non una forzatura o una deviazione o una lettura estrema del suo pensiero messa in piedi da persone come Gino Capponi o coloro che spesso introducono o scrivono prefazioni alle opere machiavelliane[18]:

Ma giova constatare che il machiavellismo è l’arte di governo, la politica, la morale immorale – secondo i sentimentali – di tutti i vincitori: della Francia di Napoleone, dell’Inghilterra colonizzatrice – India, Egitto, Transvaal – della Germania del settanta, della Germania d’oggi. E io penso anche che il machiavellismo nel suo peggior significato, in quello che i moralisti gli attribuiscono con orrore sia il più morale dei metodi di governo e che nessun governo poi alla fin fine, oggi o in avvenire, possa eleggersi una diversa morale quando veramente voglia essere sempre parato alla difesa e all’offesa. E si noti che l’offesa può spesso esser soltanto saggezza in quanto che tende a prevenire l’offesa altrui, a far scoppiare il conflitto quando a noi torna comodo e non quando torna comodo al nemico. Io rido di quelli che hanno avuto bisogno di attribuire a Nicolò Machiavelli lo spirito profetico, di farne il divinatore della unità e indipendenza italiana per iscusarlo delle massime contenute nel Principe. Sono gli stessi che han ravvisato nel Veltro di Dante Vittorio Emanuele II; non si sa bene se ignoranti o idioti[19].

E continua:

Gli uomini di stato quando hanno riprovato Machiavelli lo hanno riprovato per ingannare nemici e amministrati sul loro animo sui loro intendimenti, cioè per puro machiavellismo, ma sempre secondo i suoi dettami han dovuto condursi. […] Machiavelli come pensatore è il machiavellismo, il machiavellismo è una teorica di politica pratica – in tedesco moderno: Realpolitik – teorica che è una derivazione, è un succo della storia esaminata senza apriorismi morali: della storia di prima di Machiavelli, di quella del suo tempo, di quella postecedente[20].

«La storia è immorale», conclude Mariani, non è altro che una serie di «delitti, delitti dei singoli degni di fama, delitti dei popoli degni di ricordo»[21]. Lo dimostra la Bibbia, «il libro più immorale»[22]; è stato così nella Francia di Napoleone; in Inghilterra durante la colonizzazione dell’India, dell’Egitto e del Transvaal, nel 1870 e ora in Germania. In definitiva, Mariani si basa sulla convinzione dell’«intima cattiveria dell’uomo»[23] e il machiavellismo, così come il darwinismo, è la dottrina del trionfo non del bene, ma della causa più forte, meglio adattata, secondo la quale il diritto spetta sempre al vincitore ‒ «A chi rimarrà la ragione? A chi vincerà»[24]. La causa della catastrofe europea è, pertanto, una «torbida decadenza dei costumi»[25]:

Ai tempi di Nicolò Machiavelli e di Valentino Borgia si adoperavano e il veleno e il pugnale […] Al tempo di Nicolò Machiavelli si rubava violentemente, armata mano […] Io non credo dunque che nel nostro tempo in fatto di moralità si vada di molto meglio di quel non s’andava ai tempi del Machiavelli; io anzi penso che parlare di moralità nel nostro tempo sia ridicolo, semplicemente ridicolo. Se il secolo ventesimo si riconoscesse dovrebbe sputarsi in faccia nello specchio[26].

La mentalità latina, “disadatta”, non è in grado di adottare i metodi politici e militari dei tedeschi, eppure, se la Germania non può essere sconfitta in una sola guerra, i giovani possono e devono essere educati secondo le teorie che servono a creare «la forza della Germania»[27]. E una è la teoria di Machiavelli:

Machiavelli non ha bisogno d’essere scusato, ma studiato. E con Machiavelli il machiavellismo perché io identifico i due termini, né so disgiungerli […] Ci voleva il millenovecentoquattordici per aprirci gli occhi. E siccome li abbiamo aperti troppo tardi ne scontiamo il fio tardando a vincere. Oggi però già che corriamo pericolo – almeno adesso lo avvertiremo – sembra che anche gli ingenui di allora permettano il ritorno di Machiavelli. Meglio tardi che mai[28].

Tornare a Machiavelli significa, quindi, optare per una netta rottura con i valori della società liberale e aderire a una concezione autoritaria dello Stato. Per Mariani, l’Italia si deve convincere, a partire dall’esperienza tedesca, della necessità di adottare il bellicismo, d’intraprendere una revisione dei valori politico-morali validi e di ammettere il fallimento storico delle ideologie umanitarie che predicano il diritto internazionale, il pacifismo, l’internazionalismo e l’antimilitarismo. È necessario comprendere che l’unico modo per mettere in ginocchio la Germania è utilizzare il “metodo tedesco”: «Bisogna odiare i tedeschi con cuore latino, ma pensare a vincerli con metodo tedesco. Opporre al loro spirito di conquista uno spirito di contraconquista, credere nella guerra e prepararla instancabilmente, avere fede nell’assoluta inconciliabilità degli interessi e dei sentimenti delle due razze, ritenere sempre inevitabile e immanente il conflitto, vivere aspettando l’allarmi»[29].

Per Mariani, quindi, vale il principio di «imparare dal nemico» ed è tale assunto a dare origine al tema della Parte II del libro: «Studiamo lo sviluppo dell’imperialismo tedesco da Federico II ai nostri giorni»[30].

La Parte II, che costituisce più della metà del libro, descrive così la storia della Prussia o della Germania da Federico il Grande al 1916, dal punto di vista dell’imperialismo tradizionale. Il «Meraviglioso edificio dell’imperialismo tedesco»[31], come lo definisce Mariani, è stato fondato dal re prussiano o già da suo padre. La grandezza della Prussia e della Germania moderna è stata creata da «quattro uomini senza scrupoli, senza lealtà, senza pietà»: Federico il Grande, York (che tradisce Napoleone a Tauroggen), Bismarck e Guglielmo II.

Tralasciando le oltre quaranta pagine dedicate a Bismarck, riguardo a Guglielmo II Mariani afferma di non voler anticipare il verdetto della storia e che è necessario superare l’accesa eccitazione della guerra in corso per giudicare con calma e obiettività. Nonostante ciò, sottolinea come la gente detesti Guglielmo, ribattezzato dagli slavi e dai latini «beccaio dell’umanità»[32], giacché attribuisce esclusivamente a lui la responsabilità della guerra europea.

Si tratta, tuttavia, di un “errore madornale”, scrive il romanziere italiano, perché il conflitto è stato voluto dalle classi dirigenti tedesche che hanno ingannato il popolo sui veri motivi delle ostilità, facendogli credere che si trattasse di una guerra difensiva contro una cospirazione internazionale tesa a distruggere la Germania. In realtà, la classe dirigente tedesca vede nell’“espansionismo” la conditio sine qua non dell’esistenza nazionale e ciò comporta obbligatoriamente la guerra. In ultima analisi, dunque, il conflitto è scoppiato perché la Germania non si è accontentata più di vivere entro i suoi confini, e incolpare una singola persona per tutto ciò è esagerato, chiosa Mariani.

Il fallimento dello sforzo di guadagnare terreno per la crescita dell’economia e della popolazione attraverso il colonialismo estensivo ha portato, prima, alla «sorda irritazione tedesca» nelle classi dirigenti e, poi, alla decisione «di aprirsi la strada con il ferro e con il fuoco»[33]. La politica imperiale è frutto dell’ambiente in cui s’inscrive: Guglielmo II ha, sì, di fronte alla storia una gravissima parte di responsabilità, ma la catastrofe europea è un fenomeno storico troppo complesso per attribuire la colpa a un uomo solo. E quest’uomo va considerato, prima di tutto, come un prodotto del suo paese e dei suoi circoli, secondo Mariani: infatti, Guglielmo è a capo di una nazione che ha considerato la conquista come il compimento di una missione civilizzatrice, come una crociata.

La Parte II del libro si conclude con diciotto pagine dedicate a Il carattere tedesco e il socialismo tedesco: pagine in cui Mariani abbandona il suo approccio moderato e oggettivo. La demonizzazione del nemico bellico e l’appello all’intervento sono presentati come una lotta per l’Humanitas latina; laddove Mariani intende Humanitas in un triplice senso: come cultura e civiltà, come amore dei bei studi – l’Humanitas del Rinascimento – e come Humanitas in senso moderno, cioè come amore del prossimo e come pietà[34]. La guerra condotta dagli italiani per estrema necessità ha, dunque, un contenuto etico, senza alcun sentimento di odio o di vendetta.

Nel Ritorno di Machiavelli la disumanità dei tedeschi nel presente è descritta da Mariani come un loro antico retaggio storico e insito nella loro natura: il popolo tedesco è rimasto sempre quel popolo che scende con i suoi capi barbari a rapinare fra le macerie della civiltà latina e che segue nell’evo medio i suoi imperatori, i suoi duchi, i suoi margravi. Ed è così che rimarrà anche in futuro perché ciò che connota la popolazione teutonica è l’assoluta amoralità.

Se lo si studia in sé, come persona, come cittadino, nella sua famiglia, nel suo modo di vivere, nei suoi affari, ci si rende subito conto che l’uomo tedesco è “un amorale perfetto” nel quadro delle leggi, che trae il suo vantaggio al di sopra di qualsiasi morale ereditaria, religiosa, intima. Si sente vincolato dalle leggi e dalla loro costrizione solo perché la loro violazione gli arrecherebbe danno. Questo è probabilmente vero per chiunque; ma per Mariani questo atteggiamento è per il tedesco più evidente e anche più sfacciato; su cento italiani o francesi, ce ne sono almeno cinque o sei capaci di sacrificare il proprio vantaggio personale, il proprio interesse, al “punto d’onore”; in Germania, invece, la rettitudine e il senso dell’onore sono sconosciuti. Tale è il carattere tedesco: una meta da raggiungere, il massimo guadagno, il massimo godimento, senza scrupoli, senza pregiudizi, senza ritegni. Ogni tedesco, anche senza averlo letto, è educato dalla vita a seguire le teorie di Machiavelli e Nietzsche. E una nazione che è composta di tali singoli individui non può, nel suo organismo statale, totalità di questi singoli, essere altro che imperialista.

La terza e ultima parte del Ritorno di Machiavelli, intitolata Della nostra involuzione ideologica, è dedicata alla necessaria autocritica italiana. I barbari capi del popolo ladro e amorale, che saccheggiano costantemente il mondo latino, dediti all’ubriachezza e alla ricchezza, diventano, dunque, il grande modello per l’agognata ascesa del mondo latino stesso. Emulazione che si rende necessaria, scrive Mariani, perché il sentimento di inferiorità delle nazioni latine rispetto a quelle germaniche è fin troppo diffuso. Fin dall’epoca di Crispi circola l’idea di un’Italia come nazione indebolita, poco virile e con un disperato bisogno di una guida forte: decadenza dell’Italia rispetto alla potenza del mondo germanico che trova, altresì, un appiglio nel darwinismo e nel darwinismo sociale.

«Noi siamo diversi dai tedeschi, noi siamo tutt’altro. Diversi di razza, di storia, di tradizione»[35], è la prima frase della Parte III. Mariani sottolinea in particolare che i fenomeni di «industrialismo borghese, società capitalistica» e «progresso» hanno avuto effetti completamente diversi nei due Paesi[36]: ciò che in Germania ha portato a uno sforzo disperato in Italia è diventato un elemento di dissoluzione e debolezza, «un elemento dissolvitore e un elemento di debolezza»[37]. Così emergono due mondi che corrono in direzioni divergenti: «uno verso un’esplosione di energia troppo a lungo contenuta, l’altro verso la decadenza»[38].

L’intensificazione della “lotta della vita”, l’orrore della competizione tra la vita e la morte ha prodotto in Germania “l’uomo senza scrupoli”, un combattente brutale, ma schietto, aperto, sincero nella sua brutalità. Forse a causa dei secoli di dominio sacerdotale che gravano sulle spalle del mondo latino, in Francia e in Italia, invece, l’uomo riceve un’educazione non basata sulla disprezzata “forza”, ma orientata «al gesuitismo, alla perfidia»:

Le massime che regolano la vita non sono che un pretesto, ma mentre il tedesco lascia ormai capire chiaramente che tali pretesti non hanno nessun valore, l’italiano, per esempio, insiste nella menzogna in una maniera certe volte ripugnante. Non so se in buona fede o no ‒ nessuno è a volte più del ladro convinto d’esser un galantuomo ‒ l’italiano e il francese scombiccherano idealismi a ogni piè sospinto e cercano di rovinarsi l’uno l’altro in nome della morale. E veramente battuti, nella vita, rimangono solo quei poveri che pigliano la morale sul serio[39].

Un’ulteriore differenza tra i due mondi lo scrittore di Solarolo la individua nel modo in cui si ottiene qualcosa nella vita: in Italia vige il “servilismo”, la servitù e la sicofania nei confronti dei cretini influenti, mentre in Germania le cose si ottengono con l’ingegno, il talento e l’attitudine[40].

Anche per quanto riguarda l’economia, c’è una differenza fra la psiche teutonica e la psiche latina, continua Mariani:

dinanzi al momento di crisi economica nazionale, in Germania si è scelta la guerra come via d’uscita, mentre in Italia è stata la massa a fare la differenza. I tedeschi di fronte alla crisi economica nazionale hanno pensato: la tasca è vuota, facciamo la guerra. I latini avrebber pensato: emigriamo in folla. Il primo sarà un pensiero barbaro quanto si vuole, ma è virile. Il secondo è un pensiero di rassegnazione, è una confessione di debolezza e di decadenza. L’emigrazione è il suicidio dei popoli. I tedeschi erano troppo esuberanti per uccidersi. Preferivano uccidere. Da ogni fenomeno della vita moderna esaminato – il tedesco e l’altro – nei due mondi risulta un’idea di forza in Germania, un’idea di debolezza fuori di Germania[41].

Secondo Mariani, questo vale anche per il mondo dell’arte e della letteratura: la Décadence francese e il Futurismo italiano sono «due escandescenze nevrotiche», due varietà di calore bianco nevrotico. Tra i contemporanei italiani, solo i migliori – Carducci, d’Annunzio e Sem Benelli , sono talvolta “energici”. I romanzieri Bontempelli, Panzini, Pirandello usano il loro talento solo per distruggere, «disfare, disfare, disfare, […] corrodere, corrodere, corrodere»[42].

É necessario un ripensamento mentale, «noi dobbiamo trasformare il nostro spirito»[43], scrive Mariani. Bisogna rivalutare “la forza” e, finché gli italiani disprezzano tutto ciò che costituisce i successi tedeschi, bloccano la loro stessa strada verso la vittoria. Che la contrapposizione tra la forza e la salute tedesca e la debolezza latina nell’ultima parte del Ritorno di Machiavelli non significhi un’attenuazione della germanofobia/germanofilia di Mariani lo si può ben intuire, ma è proprio in questo senso che è necessario il ritorno del Fiorentino, per far sì che l’Italia si riappropri dei principi e dei valori che, di fatto, le appartengono sin dal Rinascimento.

«La Critica» di Benedetto Croce

Come si evince da questa analisi, il testo di Mariani tocca molteplici punti, di cui due di particolare rilievo: il dibattito fra interventisti e neutralisti durante la Grande Guerra e la ricezione-reinterpretazione di Machiavelli nell’arco del primo quarto di secolo. Argomenti, entrambi, su cui interviene con la propria riflessione anche Benedetto Croce.

Prima dell’avvento del nazismo, infatti, anche Croce, come Mariani, è mosso da una profonda «germanofilia» e la testimonianza più probante dell’antico amore di Croce per questo Paese è data dalle Pagine sulla guerra (1919), che riuniscono i cosiddetti saggi di guerra, scritti dal filosofo durante il primo conflitto mondiale. Essi attestano un atteggiamento stabilmente positivo nei confronti della Germania, che percorre come un filo rosso gli interventi crociani anche al di là delle diverse posizioni che il filosofo prende rispetto alla guerra (dal neutralismo dei primi mesi sino al sostegno leale e convinto delle decisioni di politica estera assunte dall’Italia nel 1915).

Questo atteggiamento amichevole nei confronti della Germania, questa germanofilia, trova le proprie radici nelle convinzioni culturali e scientifiche che portano a valorizzare la vitalità della tradizione filosofica italiana di impronta idealistico-hegeliana, affiancando e coniugando così il pensiero e gli studi italiani con la scienza germanica. Una sinergia teorica che riguarda anche e soprattutto il modo di considerare la storia e lo Stato: la Germania e la cultura tedesca insegnerebbero, infatti, a guardare alla storia con occhi nuovi e come ripuliti, rifiutando utopismo, umanitarismo ed eudemonismo, aborrendo giustamente l’egalitarismo e il democratismo, e stringendo viceversa stretti legami con una considerazione realistica e storicistica della vita storica[44].

Analoghi insegnamenti potrebbero trarsi dal modo tedesco di guardare allo Stato: la teoria dello Stato come potenza, e della vita dello Stato come lotta per l’esistenza, non giustifica in nulla i raccapricci che innanzi a essa provano le anime timorate. La storia mostra che gli Stati e gli altri aggruppamenti sociali sono tra loro perpetuamente in lotta vitale per la sopravvivenza e per la prosperità; e uno dei casi acuti di questa lotta è ciò che si chiama la guerra. Quando la guerra scoppia (e, che essa scoppi o no, è tanto poco morale o immorale quanto un terremoto o altro fenomeno di assestamento tellurico), i componenti dei vari gruppi non hanno altro dovere morale che di schierarsi alla difesa del proprio gruppo, alla difesa della patria, per sottomettere l’avversario o limitarne la potenza, o soccombere gloriosamente, gettando il germe di future riscosse.

Nel fornire una lettura della stagione politica primo-novecentesca, dunque, Croce si augura che anche la cultura italiana attinga, come già ha fatto quella tedesca, a una visione realistica della politica mutuata da Machiavelli. Croce afferma la necessità, per la cultura italiana, di mettersi all’altezza di quella tedesca nella visione realistica della politica, recuperando l’eredità del Fiorentino, senza temere il suo immoralismo, «quando si osservi che esso è semplice avversione al moralismo pigro e ipocrita», né il suo pessimismo, dato che l’unica forma di ottimismo è il «pessimismo attivo»[45].

Nel filosofo abruzzese, tuttavia, in questi anni matura, altresì, un atteggiamento critico proprio verso la Germania, in nome dell’avvertita distanza fra la cultura ottocentesca e una realtà statuale impegnata, ormai, a convertire la forza in un autonomo istituto politico. In una lettera del dicembre 1914, poi pubblicata con il titolo Cultura tedesca e politica italiana, Croce ribadisce i termini di questo divorzio, sottolineando come la grande età del pensiero tedesco non appartenga più alla Germania, ma all’umanità, e come altre nazioni, tra cui l’Inghilterra e l’Italia, abbiano compreso e coltivato meglio dei tedeschi quello stesso pensiero filosofico:

Se da anni e anni io vado dicendo e stampando che la grande età del pensiero tedesco, quella che si svolse dal 1780 al 1830, non appartiene più in particolare alla Germania, alla stessa guisa che il classico pensiero ellenico non appartiene alla Grecia odierna, ma all’umanità? E che i tedeschi odierni, distaccati ormai da essa, sono rispetto ad essa nella medesima relazione di ogni altro popolo, e fors’anche con certa inferiorità rispetto ad altri popoli, perché quel pensiero è stato meglio inteso e fecondato in Italia e in Inghilterra, che non in Germania?[46]

Se Croce respinge la dialettica fra germanesimo e latinità, ripresa, come visto, da Mariani e diffusa nella cultura storica italiana di quegli anni, nondimeno, nel 1915, nell’articolo Lo Stato come potenza, egli invita gli italiani a ripensare alla dolorosa necessità della guerra e a riconoscere in quella concezione dello Stato sulla quale i tedeschi hanno fondato la Realpolitik una dottrina di matrice italiana, dovuta al «primo gran politico non più medievale»[47], all’italiano Machiavelli.

Già dal 1915, del resto, Croce respinge la parola stessa Realpolitik per le connotazioni che ha comunemente assunto, e ne ribadisce addirittura l’ovvietà, per dire che quel concetto non indica altro che la «realtà politica» o la «politica reale». Anzi, l’accezione realistica e pratica del termine va recuperata proprio dai popoli carenti nell’istruzione politica delle proprie classi dirigenti. Il rischio sotteso all’ignoranza politica, al fraintendimento della Realpolitik, praticata grossolanamente dai tedeschi «con aria spavalda e brutale», è piuttosto rappresentato dalla Phantasie-Politik, ovvero dall’alternativa di una politica ideale, poco concreta e «parolaia». Bisogna quindi, a giudizio del filosofo abruzzese, «fare Real-Politik […] meglio dei tedeschi»[48].

Più tardi, nell’articolo Il pensiero italiano e la guerra del 1916, un Croce lacerato nella sua fede liberale si spinge a riconoscere nella guerra l’ineluttabile realtà storica degli Stati, che sono potenze e devono confliggere, e ammette un ritorno a Machiavelli pura-forza, affrancato da letture intellettualistiche. A confermare questo indirizzo critico è la recensione lusinghiera di Croce proprio del libro di Mario Mariani.

Il testo è privo di note e apparati bibliografici, ed è scritto in una prosa venata di oratoria. Si tratta di un pamphlet politico volto a criti­care la cattiva influenza dei valori democratici e umanitari sulla politica estera italiana e in genere dei paesi dell’Intesa, auspicando un “ritorno di Machiavelli”.

Mariani, come Croce, è un grande estimatore della cultura tedesca e della Germania, dove ha vissuto a lungo, ma, soldato egli stes­so al fronte, desidera ovviamente la vittoria dell’Italia. Croce sa che Mariani, seppur politicamente impegnato, è un romanziere e che, giocando egli spesso sui paradossi, non sempre va preso alla lettera. Ciononostante, Il ritorno di Machiavelli è recensito molto positivamen­te su «La Critica», senza alcun commento sulla sua totale estraneità agli studi machiavelliani. Il volume viene definito «concreto, istruttivo e persuasivo», di «passione e intelligenza», un testo in cui «il pensiero dell’autore è quasi del tutto identico a quello che si è venuto svolgendo da più tempo nelle ‘postille’ di questa rivista pro­pugnanti sulla politica e sulla guerra concetti severi», coltivati dai tedeschi ma di origine machiavelliana. Croce si augura, pertanto, che il libro sia «divul­gato a migliaia di copie e meditato dappertutto in Italia e nei paesi alleati»[49].

Difficile che la recensione sia sfuggita a Mussolini, corregionale di Ma­riani, attento lettore di Croce, che alcuni anni dopo, già Presidente del Consi­glio, pubblica su «Gerarchia» il preludio alla sua tesi di laurea (per una honoris causa mai celebrata) proprio incentrata su un’interpre­tazione di Machiavelli alla Mariani: un Machiavelli, cioè, teorico di una politica senza scrupoli morali, al servizio di uno Stato in cui internamente non si accet­ta il conflitto.

Con questa interpretazione – ripresa poi nel ’26 da Francesco Ercole – polemizzano Gobetti, Matteotti, Fiore e Gramsci, quest’ultimo nella diver­sa visione di un Machiavelli «democratico-repubblicano»[50]. Certo è che anche grazie all’attenzione attirata da Croce sul testo di Mariani il Ritorno di Machiavelli negli anni immediatamente successivi ha una discreta eco e lo si trova citato in diversi testi. È lo stesso Croce, infatti, a informare Giovanni Laterza, in una lettera del 12 ottobre 1916, che «è stato messo in commercio, e poi ritirato, un libro ad opuscolo di M. Mariani, col titolo Il ritorno di Machiavelli», di cui «hanno parlato il Marzocco, il Giorn. d’Italia, ecc.»[51] e chiede all’amico di poterne avere copia. Laterza, a propria volta, in una lettera del 18 ottobre 1916, risponde che si sta interessando per trovare copia del volume di Mariani e, in un’altra del 3 novembre 1916, gli fa i complimenti per la recensione apparsa su «La Critica» di un testo letto e riletto, e del quale ha «procurato diverse copie ad amici che a leggerlo troveranno giovamento»[52].

La ricezione di Mariani

Come si legge proprio nella lettera di Croce, Mariani viene citato anche nel «Marzocco» del 20 agosto del 1916, laddove Gargano elogia Il ritorno di Machiavelli, riprendendone le critiche al moralismo italiano e la convinzione della necessità dell’intervento:

un libro, che è stato misteriosamente tolto di circolazione dopo il suo primo apparire, prova con argomenti che impressionano quale è stata la molla che ha spinta la Germania a conseguire i suoi successi. È il libro di Mario Mariani, un italiano che è stato lungamente in Germania e che là ha avuta la sua educazione, e s’intitola Il ritorno di Machiavelli. Libro amaro, che è bene non avere sotto gli occhi, ma che sarà utile leggere a guerra finita, pur modificato in qualche sua anticipazione, pur mutato in qualche suo assioma. L’autore prova che tutta la mentalità politica tedesca ha trovato i suoi successi nell’applicazione che ha fatto senza scrupoli delle massime del nostro grande scrittore. Egli finalmente nell’esaminare specialmente e il Principe e i Discorsi e l’Arte della Guerra, è dei pochi critici che non si affatichi a giustificare ogni massima che spaventi i timorosi della morale: ma afferma che la Realpolitik, non è di marca tedesca, ma di pura marca nostrale: è una delle più grandi cose che abbia prodotto la nostra Rinascita[53].

Altra testata in cui viene elogiato Mariani è il «Giornale d’Italia» del 25 giugno 1916:

Oggi i nostri libri sono migliori: rivelano una cultura nuova degli italiani cresciuta nel tumulto della guerra e fattasi adulta nella grande esperienza politica dell’Europa. Questo «Ritorno di Machiavelli» di Mario Mariani […] dovrebbe essere letto da ogni buon italiano, perché dà lezioni di energia ai queruli devoti dell’umanitarismo e del pacifismo, che pensano combattere nella Germania «sic et simpliciter» la guerra per instaurare la pace perpetua. Il Mariani, […] esorta […] gli italiani, non già a predicar la guerra santa o puritana contro il nemico, ma a proporre a se medesimi una meta e a fare un disegno di espansione politica ed economica. […] il Mariani, guardando con tanta acutezza di occhi la guerra europea, fa una critica tremenda del modo tenuto dalla Quadruplice per combattere gli Imperi, e deride ed ingiuria gli inventori di chiacchiere che ogni mese liquidano gli eserciti nemici e che quotidianamente asseriscono il diritto divino alla vittoria, quasi che la vittoria non debba essere conquistata coordinando ad un sol fine tutti i mezzi, e fissando coraggiosamente la realtà. È un libro del quale bisogna parlare per disteso[54].

Altri periodici sono «La Rivoluzione liberale», «Bilychnis» e «La Civiltà Cattolica». Su «La Rivoluzione Liberale» di Gobetti, nell’articolo Machiavelli su Misura, Galati, tra le innumerevoli, inverosimili e contraddittorie letture del Fiorentino, annovera anche quella di Mariani:

Durante la guerra. Tutto è mobilitato: naturalmente noi, avendo poche mitragliatrici, mobilitammo ‒ com’era nostro diritto ‒ le artiglierie di carta. […] In questo stato d’animo, spunta, vivo, beffardo, Nicolò Machiavelli. Anzi ritorna. Ritorna, si capisce, in fretta. Diavolo, sul Carso e sull’Isonzo si muore; non c’è tempo da perdere! E così, fatto su misura, assistiamo al Ritorno di Machiavelli (studi sulla catastrofe europea) di Mario Mariani. Non c’è che dire. La pubblicazione è tipica: la catastrofe. […] Il povero Machiavelli ‒ malvagio d’animo e d’ingegno – assurge (filosoficamente, alla tedesca, ma senza filosofia…) a prototipo dell’“immoralità morale”. E giù citazioni […] Le parole sono di Machiavelli. E dopo 68 pagine di buona insalata alla Macedonia, ce ne possiamo delibare altre 300 in cui Machiavelli (poveretto!) non c’entra più: e fa la figura dell’avallante d’una cambiale in cui la firma dell’accettante è falsa[55].

Rosazza su «Bilychnis» nel 1917 fa una lunga e dettagliata recensione, riprendendo gli argomenti del machiavellismo e dell’interventismo enucleati da Mariani[56]. Sempre nel 1917 su «Civiltà Cattolica», Il ritorno di Machiavelli viene citato soltanto in nota a proposito di libri e giornali che dibattono su intervento e neutralità[57]. Infine, a Mariani dedica un capitolo del proprio libro, Critica del terribilismo, Gallucci, in cui, dopo aver delineato la difesa del machiavellismo da parte del romanziere di Solarolo, ne critica le contraddizioni, le idee borghesi, la sua conversione al comunismo, presenti nella prefazione alla riedizione del 1919:

Mario Mariani è degno della fronda peneia; incoroniamolo dunque abbondantemente di lauro, come un fegatino di maiale; così sarà bell’e pronto per farsi friggere. E la padella sarà la prefazione alla seconda edizione del «Ritorno di Machiavelli». Nel 1919 Mariani, ripubblicando il libro, avrebbe potuto confermare con i fatti la sue teorie machiavelliche: la rivoluzione bolscevica, articolo d’esportazione tedesco! Il fiasco della società delle nazioni e dell’ottimismo ed umanitarismo da Wilson! L’Italia, impreparata alla guerra, dopo la vittoria miracolo si presenta a Versailles ancora più impreparata alla pace ed è oppressa dal machiavellismo delle nazioni ex-alleate! Invece la nuova prefazione è tutta una sconfessione di quanto c’è di ragionevole e di sensato nel libro; […] Uno scrittore onesto avrebbe, in una seconda edizione, rifatto da cima a fondo il suo libro. Invece Mariani ripresenta tale e quale al pubblico il suo «Ritorno di Machiavelli» e in una prefazione aggiunta […] ammazza la borghesia e fa un inno al comunismo[58].

Il ritorno di Machiavelli di Mariani, quindi, almeno inizialmente dà vita a un vivace dibattito, ma, forse anche complice la fine della circolazione del libro, di esso si sono poi perse le tracce, e ricostruirla non è facile. Nel dibattito s’inserisce lo stesso scrittore romagnolo, quando risponde alle critiche nel testo dal titolo L’equilibrio degli egoismi dove, introducendo il nuovo libro in cui andrà a parlare di borghesia, comunismo etc., riassumendo le sue idee politiche, scrive:

Cominciai con «Il ritorno di Machiavelli». Avevam generali senza ingegno, servizi male organizzati, poche artiglierie, poche mitragliatrici, munizioni insufficienti. […] Ci sentivamo sicuri di vincere perché eravam dalla parte della ragione. […] Ora contro questo ottimismo sentimentale e facilone io insorsi con «il ritorno di Machiavelli». Insorsi a spiegare che non sempre il diritto vince, che il ladro scappa più velocemente del derubato che lo insegue, che il torto armato può sopraffare la ragione inerme e così via. […] Io dunque badavo a dire: armiamo il diritto, il diritto senza cannoni muore. Gli imbecilli han dedotto: il diritto è il cannone. Nemmeno Machiavelli ha detto questo. E io non potevo farlo tornare per fargli dire sciocchezze. […] Eppure quando io, terminata la guerra, tornai a essere quel ch’ero sempre stato – un socialista a modo mio – ci furon delle brave persone che avevan letto male il mio libro […] che mi rimproveravano non so quale apostasia. […] per quel che riguarda «Il ritorno di Machiavelli» e alcuni atteggiamenti di pensiero dell’immediato dopoguerra, io ho dovuto spiegare più volte, troppe volte ormai che, con il fascismo della primissima ora i socialisti interventisti della primissima falange dovevan per forza avere qualcosa in comune[59].

Tuttavia, al di là delle sue interpretazioni, delle critiche, come scrive Isnenghi, l’opera di Mariani è un’opera di mediazione ideologico-politica rivolta al grande pubblico, a grande tiratura e diffusione (per i tempi di allora) di massa: lo scrittore di Solarolo conosce sin da giovanissimo l’America, la Francia e l’Inghilterra, e vive tra una città europea come Milano e la Germania, per cui la sua è una letteratura engagée, fosca, arrogante ed eclettica, barricadiera, in cui cerca di coniugare il superomismo dannunziano-nietzschiano con temi ribellistici e protestatari di tipo anarco-sindacalista. Come ha rilevato Isnenghi,

In realtà Mariani aveva interpretato ‒ a livello di una letteratura non solo d’intrattenimento, ma ideologico-politica, secondo il taglio, il livello, il linguaggio, il pubblico che s’era scelto, di cui recepiva le interne tensioni storiche e per cui tentava delle risposte – una fase aperta, pugnace e sia pure contraddittoria, ambivalente e reversibile della piccola borghesia italiana: quella dell’insubordinazione, della ricerca, tra l’interventismo e il fascismo, della rottura del blocco oligarchico tradizionale e d’un proprio rinnovato ruolo sociale. Quanto più è eclettica ed anche confusa l’opera di Mariani, tanto più diventa significativa e rappresentativa come luogo di incontro di tutte le posizioni sovversive, le contestazioni del tempo: dallo spontaneismo e anarco-sindacalismo all’interventismo rivoluzionario, dalla critica di classe alla guerra, al comunismo, all’anarchismo, da temi comuni al fascismo, arditismo, fiumanesimo, futurismo del Diciannove, all’antifascismo e a un Aventino non rinunciatario[60].

Il testo di Mariani, dunque, è una testimonianza preziosa per registrare la rinnovata attenzione di cui gode l’autore del Principe durante la Grande Guerra, in una fase storica nella quale viene amplificata l’immagine del Machiavelli ispiratore della politica come esercizio della forza ed espressione del dominio.

 

  1. Cfr. Abbasso la guerra! Neutralisti in piazza alla vigilia della Prima guerra mondiale, a cura di F. Cammarano, Firenze, Le Monnier, 2015; L. Compagna, Italia 1915. In guerra contro Giolitti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015; M. Isnenghi, Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell’Italia tra il 1914 e il 1918, Roma, Donzelli, 2015; N. Merker, La guerra di Dio. Religione e nazionalismo nella Grande Guerra, Roma, Carocci, 2015; A. Varsori, Radioso maggio. Come l’Italia entrò in guerra, Bologna, il Mulino, 2015.
  2. Roma, 26 dicembre 1883-San Paolo del Brasile, 14 novembre 1951. Sulla biografia di Mariani: E. Falco, Mario Mariani tra letteratura e politica, Roma, Bonacci, 1980; G. Lazzeri, Mario Mariani, Milano, Modernissima, 1919; E. Tiozzo, Il poema di un’idea. Sovversivismo e critica della società borghese nell’opera di Mario Mariani, Roma, Aracne, 2007.
  3. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, Milano, SEI, 1916, p. 13.
  4. M. Mariani, La Germania nelle sue condizioni militari ed economiche dopo nove mesi di guerra, Milano, Treves, 1915, p. VII.
  5. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., pp. 188-89.
  6. M. Mariani, La Germania nelle sue condizioni militari, op. cit., p. 145.
  7. Ivi, p. 30.
  8. Ivi, p. 132.
  9. Ivi, p. xi.
  10. La prima edizione del Ritorno di Machiavelli ha come sottotitolo Studi sulla catastrofe europea e la prefazione è datata 1° marzo 1916. Il libro è suddiviso in tre parti: Parte I. Machiavelli e la morale, Parte II. Dello sviluppo dell’imperialismo tedesco, Parte III. Della nostra involuzione ideologica.
  11. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., pp. 5-6.
  12. Ivi, pp. 6-7.
  13. Ivi, pp. 7-8.
  14. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., p. 26.
  15. Ivi, p. 13.
  16. Ibidem.
  17. Ibidem.
  18. Il riferimento è alle opere machiavelliane che Mariani legge una volta rientrato in Italia, avendo lasciato in Germania l’edizione in otto volumi del 1813 stampata a Firenze dalla tipografia Piatti e curata da Francesco Tassi.
  19. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., pp. 13-14.
  20. Ivi, pp. 15, 20.
  21. Ivi, p. 21.
  22. Ivi, p. 32.
  23. Ivi, p. 25.
  24. Ivi, pp. 36, 52.
  25. Ivi, p. 42.
  26. Ivi, pp. 43-46.
  27. Ivi, p. 58.
  28. Ivi, pp. 19-22.
  29. Ivi, p. 162.
  30. Ivi, p. 60.
  31. Ivi, p. 63.
  32. Ivi, p. 37.
  33. Ivi, p. 195.
  34. M. Mariani, Sulle Alpi e sull’Isonzo. Dal fronte nei primi quattro mesi della nostra guerra: 23 maggio-26 settembre 1915, Milano, SEI, 1916, p. 10.
  35. Ivi, p. 257.
  36. Ibidem.
  37. Ibidem.
  38. Ivi, p. 259.
  39. Ivi, pp. 259-60.
  40. Ivi, p. 261.
  41. Ivi, p. 264.
  42. Ivi, p. 265.
  43. Ibidem.
  44. B. Croce, La Germania che abbiamo amata, in «La Critica», 34, 1936, pp. 461-66.
  45. B. Croce, L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla Guerra [1919], in Id., Scritti varii, vol. III, Bari, Laterza, 1950, pp. 152-154.
  46. B. Croce, L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla Guerra, op. cit., pp. 20-21.
  47. Ivi, p. 85.
  48. Ivi, pp. 77-79.
  49. B. Croce, Recensione di M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli. Studi sulla catastrofe europea, in «La Critica», XIV, 1916, pp. 456-58.
  50. Tra le riletture di Machiavelli a cavallo del Ventennio fascista si vedano in particolare: G. M. Barbuto, Machiavelli e i totalitarismi, Napoli, Guida, 2005; F. Biasutti, Mussolini interprete di Mussolini, in Machiavelli: tempo e conflitto, a cura di R. Caporali, V. Morfino, S. Visentin, Milano, Mimesis, 2012, pp. 21-34; M. Ciliberto, Appunti per una storia della fortuna di Machiavelli in Italia: F. Ercole e L. Russo, in «Studi Storici», a. 10, n. 4, 1969, pp. 799-832; Id., Filosofia e politica nel Novecento italiano, Bari, De Donato, 1982; A. J. Lien, Machiavelli’s Prince and Mussolini’s Fascism, in «Social Science», 4, 1929, pp. 435-41; L. Mitarotondo, Un “Preludio a Machiavelli”. Letture e interpretazioni fra Mussolini e Gramsci, Torino, Giappichelli, 2016.
  51. Lettera di B. Croce a G. Laterza, 12 ottobre 1916, in B. Croce-G. Laterza, Carteggio. Vol. II: 1911-1920, a cura di A. Pompilio, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 574.
  52. Lettera di Laterza a Croce, 18 ottobre 1916 e Lettera di Laterza a Croce,3 novembre 1916, in B. Croce-G. Laterza, Carteggio. Vol. II: 1911-1920, op. cit., pp. 576 e 581. Sulle posizioni di Croce su Machiavelli e la guerra cfr. in particolare: R. Colapietra, Benedetto Croce e la politica italiana, Bari, Ed. Centro Librario, 1969; S. Cingari, Dietro l’autonarrazione. Benedetto Croce fra Stato liberale e Stato democratico, Milano, Mimesis, 2019; F. Olgiati, Benedetto Croce e la guerra, in «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica», vol. 9, n. 1, 1917, pp. 5-31; G. Sasso, Croce interprete di Machiavelli, in Benedetto Croce, a cura di F. Flora, Milano, Malfasi, 1953, pp. 305-22.
  53. G. S. Gargano, Avvertimenti per l’avvenire, in «Il Marzocco», a. 21, n. 34, 20 agosto 1916, p. 1.
  54. G. Bellonci, I libri. Pagine di quest’ora, in «Giornale d’Italia», 25 giugno 1916, p. 3.
  55. V. G. Galati, Machiavelli su misura, in «La Rivoluzione Liberale», a. IV, n. 6, 8 febbraio 1925, p. 28.
  56. M. Rosazza, Il ritorno di Machiavelli, in «Bilychnis», a. IX, n. IV, 1917, pp. 287-92.
  57. In «La Civiltà Cattolica», a. 68, v. I, 1917, p. 519.
  58. G. Gallucci, Critica del terribilismo, Milano-Roma-Napoli, Soc. ed. D. Alighieri, 1924, pp. 127-30.
  59. M. Mariani, L’equilibrio degli egoismi, Milano, L’Idea, 1924, pp. 10-25.
  60. M. Isnenghi, Mario Mariani, in «Belfagor», vol. 24, n. 1, 1969, pp. 46-47. Per approfondimenti su Mariani: L. Barile, Mario Mariani, in «Resine», 2, 1979, pp. 45-68; K. Heitmann, Das italienische Deutschlandbild in seiner Geschichte. Bd. II: Das lange 19. Jahrhundert (1800-1915), Heidelberg, Universitätsverlag Winter, 2008; Id., Ein italienischer Deutschlandkorrespondent im Ersten Weltkrieg: Mario Mariani, in «Jarhrbuch für Internationale Germanistik», 2, 2011, pp. 79-101; A Lacava, Mario Mariani, in Antifascisti romagnoli in esilio, a cura di A. Landuyt e P. Pombeni, Firenze, La Nuova Italia, 1983, pp. 457-64; Id., Un eretico del socialismo ufficiale. Il romagnolo Mario Mariani, in «Confini», 24, 2006, pp. 25-28; G. Toni, Mario Mariani. L’uomo dai tre nomi, in «Società di Studi Storici Fiorentini», 2, 2002, pp. 38-43; G. Rigotti, Il bolscevico che dipingeva Pirandello, in «Historia», XXI, 229, 1977, pp. 116-26.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Il discorso di Benedetto Croce contro il Concordato (1929): costruzione e delegittimazione del dissenso

Author di Lorenzo Arnone Sipari

Abstract: Questo articolo esamina il discorso pronunciato da Benedetto Croce al Senato italiano il 24 maggio 1929 durante il dibattito sui Patti Lateranensi. Concentrandosi sulla sua genesi – ricostruita attraverso i Taccuini di Croce e la corrispondenza con Francesco Ruffini, Luigi Albertini e Alberto Bergamini – e sulla sua ricezione nella stampa contemporanea, lo studio sostiene che l’intervento non fu un atto isolato, ma il risultato di un’opposizione liberale coordinata all’interno del Senato. Le reazioni dei giornali fascisti e cattolici rivelano ulteriormente i meccanismi di distorsione e delegittimazione che hanno plasmato la sua interpretazione pubblica.

Abstract: This article examines the speech delivered by Benedetto Croce in the Italian Senate on 24 May 1929 during the debate on the Lateran Pacts. Focusing on its genesis – reconstructed through Croce’s Taccuini and correspondence with Francesco Ruffini, Luigi Albertini, and Alberto Bergamini – and on its reception in the contemporary press, the study argues that the intervention was not an isolated act but the outcome of a coordinated liberal opposition within the Senate. The reactions of fascist and Catholic newspapers further reveal the mechanisms of distortion and delegitimization that shaped its public interpretation.

Una fotografia introduttiva

Una fotografia scattata a Roma il 25 maggio 1929 ritrae Luigi Albertini, Benedetto Croce e Francesco Ruffini seduti insieme su un divano[1]. Lo scatto li coglie nel giorno in cui il Senato approvava, con voto plebiscitario, la ratifica dei Patti Lateranensi. Tra i pochissimi voti contrari figuravano proprio i loro. Il giorno precedente Croce si era recato a Palazzo Madama e aveva interrotto il silenzio parlamentare che si era imposto sin da prima delle leggi eccezionali, pronunciando – ultima volta fino alla caduta del fascismo – un noto discorso di opposizione. Così, il 24 maggio 1929, sebbene riconoscesse il significato storico della soluzione della questione romana, espresse una netta riserva nei confronti del Concordato e delle sue implicazioni politiche, anche per preservare l’autonomia dello Stato rispetto alla sfera religiosa[2].

La genesi di tale intervento, in parte già nota, e la sua ricezione nella stampa contemporanea risultano ancora suscettibili di approfondimento. A questo proposito, le fonti disponibili consentono di ricostruire, con una certa precisione, sia il processo che condusse Croce a parlare in Senato su quel tema sia le modalità attraverso le quali il suo discorso fu interpretato, deformato e polemicamente utilizzato nel dibattito pubblico. Esse mostrano, più in particolare, come l’intervento del 24 maggio configurasse l’esito di un confronto maturato all’interno della residua minoranza liberale presente nell’assemblea. In una cornice siffatta il filosofo finì per assumere il ruolo di portavoce di una posizione condivisa, pur nella consapevolezza dell’isolamento politico in cui quella opposizione era destinata a rimanere.

Al tempo stesso, la reazione della stampa coeva consente di osservare i meccanismi di delegittimazione pubblica che lo colpirono. Mentre i principali quotidiani cattolici interpretarono il suo discorso come l’espressione di un liberalismo anacronistico o di un persistente anticlericalismo ottocentesco, i periodici più allineati al regime ricorsero, infatti, anche alla caricatura e alla satira per ridicolizzarne la figura.

Genesi del discorso

Fin dall’11 febbraio 1929, data della firma dei Patti Lateranensi, Croce lasciò trasparire la propria inquietudine di fronte all’accordo raggiunto fra lo Stato italiano e la Santa Sede, annotando sui Taccuini: «Grave tristezza per l’annunziata conciliazione e concordato col Papa, e simili delizie»[3]. Su tale vicenda ebbe ben presto un interlocutore privilegiato nel giurista Francesco Ruffini[4]. La loro corrispondenza è qui integrata con le missive di altri senatori della tradizione liberale, in particolare Luigi Albertini e Alberto Bergamini, già rispettivamente direttori, fino all’avvento del fascismo, del «Corriere della Sera» e del «Giornale d’Italia»[5].

Il 7 marzo 1929 Ruffini manifestò a Croce il desiderio di un confronto proprio sugli sviluppi determinati dai Patti Lateranensi: «Tu sei il solo uomo, con il quale agognerei di scambiare qualche idea ed impressione su quanto è emerso e ne seguirà»[6]. Ciò testimonia non soltanto la stima intellettuale del giurista piemontese nei confronti del filosofo abruzzese, ma anche la consapevolezza che la questione richiedesse una riflessione più ampia. Il dialogo si allargò, infatti, come anticipato, ad Albertini e a Bergamini. Dallo scambio epistolare intercorso in particolare tra il primo dei due giornalisti e Croce nel mese di maggio emerge la progressiva preparazione del dibattito in Senato. Così, il 10 maggio Albertini accennava alla necessità di un incontro con gli altri, al fine di discutere la «nota questione»[7]. Nei giorni successivi la corrispondenza proseguì con ulteriori indicazioni sui luoghi degli appuntamenti. Vanno in questa direzione le missive del 13, del 17 e del 18 maggio, nelle quali il senatore e giornalista marchigiano menzionava ripetutamente – sia pure citandoli soltanto con le iniziali del cognome – anche Bergamini e Ruffini, a testimonianza di come la riflessione avesse già assunto il carattere di un vero e proprio coordinamento[8].

I Taccuini confermano e a loro volta integrano la richiamata documentazione: il 15 maggio il pensatore abruzzese annotò di essersi recato a Roma per incontrare i tre interlocutori, mentre il 17 maggio registrò di aver steso «nelle prime ore della mattina il breve discorso da tenere al Senato, secondo gli accordi presi con gli amici»[9]. L’intervento appare quindi, fin dall’inizio, come il risultato di una decisione condivisa, di cui il filosofo si fece portavoce. Una sua successiva annotazione chiarisce ancora meglio questo aspetto. Sotto la data del 22 maggio scrisse, infatti, di aver letto ad Albertini, Ruffini e Bergamini «le parole» che avrebbe pronunciato anche a loro nome in Senato, ricevendone «piena approvazione»[10]. Tale registrazione si coniuga con una missiva che Ruffini gli inviò pochi giorni dopo il dibattito parlamentare e nella quale espresse riconoscenza al filosofo per aver posto la sua «alta parola a servizio» della loro «santa causa»[11]. Il documento sancisce il ruolo assunto da Croce nel fornire la veste pubblica più adeguata a un dissenso che, all’interno del Parlamento fascistizzato, poteva ormai contare soltanto su pochissime voci.

L’osservata dinamica riecheggia la genesi del Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925. Giacché quell’iniziativa, com’è noto, non era partita dal filosofo abruzzese, ma da Giovanni Amendola, che lo aveva sollecitato a redigere un testo capace di rappresentare pubblicamente la posizione degli intellettuali contrari al regime[12]. Come allora, anche nel 1929 Croce finì per assumere il ruolo di interprete e portavoce di una posizione condivisa da altri esponenti, trasformando una riflessione maturata in ambito privato in un intervento destinato alla sfera pubblica.

Il discorso del 24 maggio 1929

L’intervento crociano si collocava in un contesto politico nel quale l’approvazione degli accordi tra il Regno d’Italia e la Santa Sede era largamente scontata. Il dibattito parlamentare si svolse, infatti, in un clima di consenso quasi unanime, alimentato anche dalla forte mobilitazione propagandistica con cui il regime presentava la Conciliazione come uno degli eventi fondativi della nuova Italia. Il discorso del 24 maggio 1929, se sul piano strettamente parlamentare ebbe un’incidenza limitata, assunse tuttavia un valore simbolico non trascurabile, in quanto tra le rare manifestazioni di dissenso espresse nelle istituzioni durante il regime.

Per Croce non sussisteva un’opposizione di principio alla riconciliazione con la Santa Sede, bensì al modo in cui questa era stata attuata e alle convenzioni che la accompagnavano[13]. La sua linea si fondava su una distinzione precisa tra la Conciliazione come evento storico e il Concordato come atto giuridico-politico destinato a ridefinire i rapporti fra Stato e Chiesa.

Il filosofo riconosceva che la fine della lunga frattura apertasi nel 1870 poteva essere considerata un fatto positivo per la storia italiana. Tuttavia, riteneva che il Concordato introducesse nel sistema istituzionale elementi potenzialmente problematici, soprattutto per quanto riguardava l’equilibrio tra l’autorità civile e l’influenza della Chiesa nella vita pubblica. Il punto centrale della sua argomentazione riguardava, dunque, il rischio che l’accordo potesse alterare quella distinzione tra sfera religiosa e sfera politica che costituiva uno dei presupposti fondamentali della tradizione liberale, erede diretta della cultura politica del Risorgimento[14].

Nel corso del «nobile discorso»[15], Croce richiamò implicitamente tale tradizione, ricordando come lo Stato unitario fosse nato dall’iniziativa di uomini politici che avevano concepito il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa in termini di autonomia reciproca. La soluzione della questione romana non poteva, quindi, essere perseguita, a suo avviso, al prezzo di una nuova subordinazione della vita civile a principi di carattere confessionale. In tale ottica, il filosofo si presentava come il difensore di un equilibrio istituzionale che riteneva minacciato. In particolare, le clausole concordatarie rischiavano, secondo lui, di introdurre nella vita dello Stato una serie di vincoli, i quali avrebbero potuto limitare la libertà dell’autorità civile in ambiti quali l’istruzione, il matrimonio e la legislazione.

La sua critica, che si sviluppava con toni volutamente misurati, lontani da qualsiasi polemica anticlericale[16], non intendeva riaprire la contrapposizione tra Stato e Chiesa che aveva caratterizzato l’Italia dell’Ottocento; al contrario, il suo intervento si fondava sulla convinzione che proprio il riconoscimento reciproco delle due sfere dovesse garantire l’indipendenza statuale e la libertà della coscienza religiosa.

La posizione del filosofo, com’era prevedibile, risultò isolata nel contesto del dibattito parlamentare. Al termine della discussione il Senato approvò, infatti, la ratifica dei Patti Lateranensi, con soli sei voti contrari per appello nominale – quelli cioè degli stessi senatori che avevano condiviso la preparazione dell’intervento, oltre ai due di Emanuele Paternò e Tito Sinibaldi –, che divennero dieci nello scrutinio segreto[17].

Va, però, ricordato che la votazione era stata preceduta dall’intervento di Benito Mussolini, il quale aveva trasformato il discorso di Croce in un caso politico. Il capo del governo attaccò esplicitamente il filosofo con parole aspre, accusandolo di rappresentare il tipo dell’intellettuale incapace di partecipare agli eventi della storia e pronto soltanto a giudicarli a posteriori: «Accanto agli imboscati della guerra vi possono essere degli imboscati della storia, i quali, non potendo per ragioni diverse […] produrre l’evento, cioè fare la storia prima di scriverla, si vendicano dopo, diminuendola spesso senza obiettività e qualche volta senza pudore»[18]. Il riferimento alla figura del Croce storico mirava, all’evidenza, a delegittimarne l’autorevolezza morale e intellettuale.

Ricezione e polemiche nella stampa italiana

Che il clima del periodo fosse poco favorevole alla diffusione del discorso del 24 maggio si ricava anche da una lettera del critico cortonese Pietro Pancrazi, il quale segnalò al filosofo la difficoltà di procurarsi il testo dell’intervento e, soprattutto, l’imposizione data ai giornali locali di limitarsi a poche righe di cronaca, che dovevano essere accompagnate da un «titolo “strafottente”»[19]. Tale testimonianza offre il quadro di un sistema informativo fortemente condizionato da direttive politiche e conferma come il discorso crociano fosse destinato a circolare in una forma filtrata e spesso distorta. A seguito della ratifica dei Patti Lateranensi, infatti, la stampa fascista e quella cattolica ripresero quell’intervento del 24 maggio, insistendo spesso sugli stessi motivi introdotti da Mussolini e accentuandone il carattere caricaturale[20].

Nei quotidiani più direttamente legati al fascismo la polemica assunse toni aspri fin dal 25 maggio. «Il Popolo d’Italia» presentò il discorso di Croce come l’espressione di un atteggiamento ormai estraneo alla nuova realtà politica italiana. L’articolo del giornale fondato da Benito Mussolini insisteva sull’idea che il filosofo fosse rimasto «fuori della storia», incapace di comprendere i grandi eventi che, secondo la retorica del regime, avevano segnato il destino dell’Italia: l’intervento nella Prima guerra mondiale, la vittoria di Vittorio Veneto, la marcia su Roma e infine la Conciliazione con la Santa Sede. In tale ottica Croce veniva rappresentato come un intellettuale isolato, chiuso nella propria biblioteca, distante dalle trasformazioni in atto nel Paese[21].

Ancora più aggressivo fu il tono adottato dal quotidiano romano «L’Impero», che pubblicò in prima pagina due articoli, uno di apertura e uno di fondo, accompagnati da altrettante caricature, destinate a ridicolizzare apertamente il pensatore abruzzese. Il giornale ne presentava le parole pronunciate in Senato come il residuo di un liberalismo incapace di adattarsi alla nuova Italia fascista, dunque calpestabili (tanto che nella vignetta di taglio basso i fogli del discorso crociano sono calpestati), trasfigurando l’autore in un senatore decrepito che “meritava”, secondo Emilio Settimelli, di essere messo alla gogna e ricordato con un monumento del disprezzo[22]. L’uso della caricatura e della polemica personale mostrava come la critica non fosse rivolta tanto agli argomenti esposti nel discorso quanto alla figura stessa del filosofo, ormai bersaglio di una satira denigratoria.

Un registro simile si ritrova nell’intransigente periodico romano «Il Tevere», che dedicò al discorso del 24 maggio altre vignette satiriche. In una di esse Croce veniva rappresentato mentre spegneva simbolicamente le candele che illuminavano la cupola di San Pietro, alludendo al voto contrario espresso in Senato[23]. L’immagine suggeriva che quell’opposizione equivalesse a un gesto di ostilità nei confronti della riconciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa, rafforzando così la rappresentazione propagandistica del dissenso come atto di ostinato rifiuto nei confronti di un evento celebrato dal regime quale momento di unità nazionale. Un’altra vignetta, intitolata «Benedetto e la storia», giocava invece sul rapporto tra il filosofo e la sua concezione della storia, riducendo ironicamente la sua posizione a una sorta di incomprensione della realtà contemporanea, in cui la sua stessa biografia si rifletteva in una puntata a lotto con la dicitura «47 Morto che parla»[24].

Accanto a queste reazioni della stampa fascista si collocarono anche gli interventi dei principali quotidiani cattolici, che, pur adottando toni meno satirici, non furono meno critici nei confronti del discorso crociano. «L’Avvenire d’Italia» lo definì un intervento «disgraziatissimo», accusandolo di riproporre argomenti tipici dell’anticlericalismo ottocentesco e, in quanto affetto da «cecità per la sua passione settaria», di non cogliere il significato storico della Conciliazione[25].

Una posizione analoga si rifletteva anche nelle pagine dell’«Osservatore romano», che il 26 maggio aveva sottolineato l’isolamento politico di Croce, interpretando il suo discorso come l’espressione di un atteggiamento contraddittorio. Secondo il giornale della Santa Sede, il filosofo avrebbe riconosciuto il valore della soluzione della questione romana pur continuando a rigettare il Concordato, finendo così per apparire come un oppositore privo di una posizione coerente[26].

Nel loro insieme queste reazioni mostrano come il discorso del 24 maggio 1929 venisse rapidamente trasformato in oggetto di polemica pubblica. Nei giornali fascisti Croce era ridotto a figura caricaturale e presentato come un intellettuale fuori dal tempo; nella stampa cattolica, invece, il suo intervento veniva interpretato come l’ultimo riflesso di un anticlericalismo ormai superato. In entrambi i casi, la discussione si spostava dagli argomenti del discorso alla delegittimazione della posizione crociana.

Sintesi conclusiva

La ricostruzione della genesi del discorso, alla luce della documentazione epistolare in parte già nota e di quella qui considerata nel suo insieme, riporta quell’intervento all’espressione pubblica di una posizione maturata all’interno di un ristretto nucleo di senatori liberali, che continuavano a riconoscersi nella tradizione politica dello Stato unitario.

Tuttavia, la reazione polemica che esso suscitò – dalla replica di Benito Mussolini fino agli articoli e alle caricature pubblicati nei giorni successivi da quotidiani fascisti e cattolici – conferma il rilievo che le parole di Croce continuavano ad avere nel clima politico dell’epoca. Difatti, le modalità con cui il discorso fu presentato, spesso ridicolizzato o deformato, evidenziano quanto quel dissenso fosse percepito come una voce anomala all’interno di uno spazio pubblico ormai fortemente condizionato dalla propaganda di regime.

L’intervento di Croce non può, del resto, essere isolato dal quadro più ampio della sua attività civile e letteraria negli anni del fascismo. Se il discorso del 24 maggio 1929 rappresentò l’ultima presa di posizione parlamentare, l’opposizione morale e culturale al regime continuò a manifestarsi soprattutto attraverso la sua riflessione a carattere etico-politico, destinata di lì a breve a trovare una delle sue espressioni più alte con quella «religione della libertà» che avrebbe aperto la Storia d’Europa[27].

In tal senso, il discorso contro il Concordato appare paradigmatico di una più ampia vicenda intellettuale e politica: quella di un filosofo che, pur privato degli strumenti dell’azione politica, continuò a difendere nello spazio della cultura e della coscienza storica i principi della tradizione liberale italiana, nei quali egli riconosceva l’eredità morale e civile del Risorgimento.

 

  1. La si veda in I. De Feo, Benedetto Croce e il suo mondo, Torino, Eri, 1966, p. 110.
  2. Cfr. A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia dall’unificazione ai giorni nostri, Torino, Einaudi, 19816, pp. 246-47. Ma si veda anche D. Menozzi, Croce e il Concordato del 1929: “Parigi non vale una messa” [Croce e Gentile, 2016], in «Treccani» online: https://www.treccani.it/enciclopedia/croce-e-il-concordato-del-1929-parigi-non-vale-una-messa_(Croce-e-Gentile)/ (ultima consultazione: 06/03/2026).
  3. B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. 3 (1927-1936), Napoli, Arte tipografica, 1987, p. 118.
  4. Cfr. A. Frangioni, Francesco Ruffini. Una biografia intellettuale, Bologna, il Mulino, 2017, specie alle pp. 334-434.
  5. Tali missive, conservate dalla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e censite dalla segnatura archivistica s. 1 «Carteggio (1883-[1952]), fasc. «Corrispondenza di Benedetto Croce con senatori (1883-1952)», sono state digitalizzate e rese accessibili dall’Archivio storico del Senato al seguente link: https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/fondazione-croce/benedetto-croce/struttura (consultato in data 16/01/2026).
  6. Ivi, unità 299, doc. 58, lettera di Francesco Ruffini a Benedetto Croce del 7 marzo 1929.
  7. Ivi, unità 4, doc. 8, lettera di Luigi Albertini a Benedetto Croce del 10 maggio 1929.
  8. Ivi, docc. 9-11, lettere di Luigi Albertini a Benedetto Croce rispettivamente del 13, 17 e 18 maggio 1929.
  9. B. Croce, Taccuini di Lavoro, op. cit., p. 131.
  10. Ivi, p. 132.
  11. Digitalizzazione dell’Archivio Storico del Senato, s. 1 «Carteggio (1883-[1952]), fasc. «Corrispondenza di Benedetto Croce con senatori (1883-1952)», unità 299, doc. 63, lettera di Francesco Ruffini a Benedetto Croce del 27 maggio 1929.
  12. Sul tema resta fondamentale B. Croce, Relazioni o non relazioni col Mussolini, in Id., Nuove pagine sparse, Serie I: Vita, pensiero, letteratura, Napoli, Ricciardi, 1948, specie alle pp. 66-67.
  13. L’intervento fu pubblicato coevamente, oltreché in «Atti Parlamentari», Senato del Regno, Legislatura XXVIII, 1ᵃ sessione, Tornata del 24 maggio 1929, pp. 4-6, anche in opuscolo: Senato del Regno, La conciliazione e la politica ecclesiastica. Discorso del Senatore Croce Benedetto pronunziato nella tornata del 24 maggio 1929, Roma, Tip. del Senato, 1929. Qui si segue il testo pubblicato in B. Croce, Discorsi parlamentari, Roma, Bardi, 1966, alle pp. 167-75, al quale si rinvia, se non diversamente precisato.
  14. Su quella stessa cultura poggiava, del resto, l’opera del filosofo abruzzese: cfr. L. Arnone Sipari, Il Risorgimento come archetipo etico-politico. Benedetto Croce e la coscienza della libertà tra fascismo e liberazione, in «Diacritica», XI, 2025, fasc. 55: https://diacritica.it/letture-critiche/il-risorgimento-come-archetipo-etico-politico-benedetto-croce-e-la-coscienza-della-liberta-tra-fascismo-e-liberazione.html
  15. Così E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in «Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi», vol. XII, Dall’Italia fascista all’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 2005, p. 2199.
  16. Cfr. A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia dall’unificazione ai giorni nostri, op. cit., p. 247. Ma sui toni dei discorsi crociani si veda M. Panetta, Tra politica e letteratura: le ‘pacate invettive’ di Benedetto Croce, in Le scritture dell’ira. Voci e modi dell’invettiva nella letteratura italiana, a cura di G. Crimi e C. Spila, Roma, Roma TrE Press, 2016, pp. 145-58.
  17. Cfr., tra gli altri, G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. IX, Il fascismo e le sue guerre, Milano, Feltrinelli, 19956, specie alle pp. 233-50.
  18. Si segue il testo pubblicato in «Atti Parlamentari», Senato del Regno, Legislatura XXVIII, 1ᵃ sessione, Tornata del 25 maggio 1929, pp. 2-8, cit. a p. 6. Il filosofo non avrebbe replicato: «Sdegnai di rispondergli perché proprio non ne francava la spesa; e solo quando mi chiamò “un imboscato della storia”, mi rivolsi al Ruffini, che mi sedeva accanto, per domandargli che diamine volesse intendere, e il Ruffini mi fece il viso di chi tacendo dice: Taci. Veramente io non avevo capito» (B. Croce, Relazioni o non relazioni…, op. cit., p. 70).
  19. B. Croce-P. Pancrazi, Caro Senatore. Epistolario (1913-1952), prefazione di E. Croce, Firenze, Passigli, 1989, p. 44. La lettera risulta trascritta con la data, evidentemente erronea, del 21 maggio 1929.
  20. Tali articoli, anch’essi conservati dalla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e digitalizzati dall’Archivio storico del Senato (vedi supra nota 5), sono identificati dalla seguente segnatura archivistica: s. 2 «Miscellanea di scritti concernenti B. Croce (1885-1952)», fasc. 39 «luglio 1928-luglio 1929».
  21. Ivi, doc. 146, G.P., La storia che passa, in «Il popolo d’Italia» del 25 maggio 1929.
  22. Ivi, doc. 151, Il professor Benedetto Croce definitivamente massacrato dalla precisa, sferzante requisitoria del Duce del Fascismo e [E.] Settimelli, Alla gogna!, entrambi in «L’Impero» del 26 maggio 1929.
  23. Ivi, doc. 173, vignetta in «Il Tevere» del 29 maggio 1929.
  24. Ivi, unità 40 «giugno 1929-luglio 1930», doc. 2, vignetta in «Caffè del Tevere» del 2 giugno 1929.
  25. Ivi, unità 39 «luglio 1928-luglio 1929», doc. 158, trafiletto in «L’Avvenire d’Italia» del 28 maggio 1929.
  26. Ivi, doc. 170, trafiletto in «L’Osservatore romano» del 26 maggio 1929.
  27. Il riferimento va, ovviamente, al primo capitolo di B. Croce, Storia di Europa nel secondo decimonono, Bari, Laterza, 1932, pp. 9-25.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

La ricezione del Croce “etico-politico” di fine secolo (1989-1999). Alcuni ragguagli

Author di Luca Basile

Abstract: L’articolo ricostruisce i principali passaggi della ricezione del Croce etico-politico durante gli anni Novanta del secolo scorso. Si è trattato dell’avvio di una sorta di Renaissance di cui si cerca di esibire tanto il carattere di una ripresa liberale tout court quanto il significato di approfondimento del rapporto del filosofo di Pescasseroli con la crisi dello Stato liberale.

Abstract: This article reshapes the most important turning points of the “fortune” of Croce’s ethical-political position in the 1990s. It was the starting point of a sort of “renaissance”. The author has tried to show two main aspects: on the one hand, the liberal restart tout court, on the other hand the relationship between our philosopher and the crisis of the liberal State.

In uno scritto del 1985 dove rifletteva su Agonia e morte dell’idealismo italiano, in parte dando mostra di condividere alcune valutazioni di Bobbio, Eugenio Garin insisteva sul valore periodizzante del ’68 come momento di dispersione, se non di corrompimento, e di avvicendamento di molte spinte e tensioni culturali coltivate dal dopoguerra, entro un quadro di mancata «rottura netta» fra fascismo (la cui portata era, però, letta in maniera ben più ricca rispetto al pensatore torinese[1]) e “post-fascismo”: una mancata rottura destinata a pesare proprio su quella ulteriore cesura. Per chiarire il discorso Garin sentiva di doversi riferire alla funzione assunta nel secondo dopoguerra dalla lezione di Croce. Il filosofo meridionale affermava:

resta presente ben oltre il ’45 nel dibattito italiano […] quando, davvero, ma ormai sul finire degli anni Sessanta, la sua voce si è fatta sempre più tenue e lontana fin quasi a tacere […] ciò è avvenuto in un momento di rinnovata crisi di ogni fiducia nella ragione e nella storia, oltre le lotte in cui lo storicismo crociano era stato una delle forze in giuoco: quando nel panorama italiano si è esaurita la stessa antitesi ‘fascismo-antifascismo’, almeno nei termini in cui si poneva ancora nel ’45, e che tanto ha pesato sul dibattito filosofico[2].

Garin, tutto sommato, appariva propenso a una lettura “irrazionalistica” del ’68[3] e, forse – qualora ci venga concessa un’espressione un po’ ellittica –, taluni esiti della “contestazione” sarebbero stati diversi, se i giovani gruppi intellettuali da essa mobilitati avessero ripreso il confronto con Croce. Il che avrebbe necessariamente significato anche un’autentica assimilazione del contributo critico-categoriale dovuto a Gramsci. Non possiamo, ora, intrattenerci sulle ragioni di tale inevaso incontro[4]. Si deve dire, tuttavia, che, anzitutto nell’alveo della sinistra italiana, il colloquio organico con Croce come snodo fondamentale per maturare una precisa “autocoscienza storico-intellettuale della Nazione” si era esaurito perfino prima dell’avvento del ’68. Il fenomeno può essere spiegato in virtù delle difficoltà con cui si affermò e, poi, si arrestò, nel complesso, il disegno egemonico prospettato da Togliatti mediando le indicazioni gramsciane e, dunque, a fronte degli ulteriori limiti della successiva vicenda ideologica del movimento operaio[5]. In prospettiva, considerare ciò aiuta a render conto di molti aspetti della stessa “ripresa” del Croce etico-politico tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta. Essa si configurò, infatti, al netto della profonda originalità del “liberalismo” crociano, come il veicolo tanto di una rivendicazione di efficacia di quelle esperienze intellettuali che mai avevano dismesso, con accenti più o meno aderenti, il contatto rispetto all’eredità del filosofo di Pescasseroli[6] quanto dell’indicazione delle sue rinnovate ragioni proprio alla luce della “rivincita” del liberalismo che si riteneva venire avanti. Pochi furono, invece, i tentativi di rimotivare, grazie alla riflessione intorno a Croce, l’autonomia degli sviluppi dello storicismo assoluto (guardando anzitutto alla filosofia della prassi gramsciana[7]), malgrado utili spunti in tal senso risultassero apertamente coglibili o, almeno, in qualche misura, intravvedibili in taluni contributi dovuti all’impresa ‒ che assunse, in particolare, la forma di un importante volume nel ’93 ‒ di tornare a riflettere sulla portata europea della filosofia di Croce e Gentile proprio a partire dal loro ruolo nella tradizione di pensiero italiana[8].

Una certa diffidenza verso i sintomi di un “ritorno” a Croce venne manifestata da Gennaro Sasso già nell’88, nella Prefazione al suo studio uscito in un altro anno per molti periodizzante in vista della “rivincita” appena richiamata, quello successivo, e dedicato ai “taccuini di lavoro” del pensatore meridionale, quando ebbe a considerare che, se certuno avesse ritenuto tale libro mirato a favorire «qualche “rinascita”» o «qualche “ritorno”» di cui si sarebbe avvertito «l’indizio, oppure, per usare l’espressione più cruda,» ad «assecondare il vento che, appunto da qualche anno, avrebbe ricominciato a spirare nella direzione crociana», egli si sarebbe sentito di “disilluderlo”:

Per conto mio, infatti, – argomentava – non temo, ma nemmeno auspico, rinascite e ritorni; e per quanto concerne l’arte di assecondare i venti, posso ben dire […] che non la conosco […]. In realtà, l’unica cosa alla quale, in filosofia, si torni ed abbia senso ritornare, è altresì quella da cui, a rigore, è impossibile allontanarsi; e questa è la filosofia stessa[9].

Sasso rivendicava, così, un percorso che ha recato contributi cruciali sin dalla capitale monografia del ’75[10], e lo faceva – osserviamo da parte nostra – appellandosi a quell’idea di autonomia della teoresi che costituisce, ad ogni maniera, in termini storico-ideologici, uno dei vari, possibili precipitati della medesima concezione liberale. Ovvero offrendo una suggestione che riusciva tanto più problematica nel momento in cui si fossero voluti davvero sondare storicamente i nessi e le implicazioni della partecipazione di Croce alla “crisi della coscienza europea” – di contro giusto alla sua immagine “olimpico-goethiana”, avvalorata anche da un certo Gramsci, ma soprattutto restituita dal filosofo stesso – che proprio sia quella monografia sia il più recente volume sui “Taccuini” avrebbero contribuito, ad ogni modo e in maniera non marginale, a rendere ulteriormente avvertibile[11]. Non di meno, le parole di Sasso rinviavano, comunque, al problema dell’approccio sotteso all’eventuale “riscoperta” di Croce, cioè a quello di come leggerne e “situarne” la lezione e l’eredità.

Per approssimare la questione scegliamo di far richiamo alla pubblicazione, giusto nel ’90, del volume di Giuseppe Galasso Croce e lo spirito del suo tempo. In esso lo storico napoletano aveva messo in evidenza, di preciso, come «una linea di crisi» entro l’«armonica struttura dello Spirito assoluto» fosse venuta, via via, avanti perché alla porta di Croce «avevano […] battuto le guerre, le rivoluzioni, i crolli di Stati e di regimi più impreveduti e imprevedibili, i mutamenti più sconvolgenti del modo di vita». Nella postfazione all’ancora successiva edizione del 2002 Galasso avrebbe sentito la necessità di richiamare le parole di Paolo D’Angelo, oggi autore di una cospicua biografia sul filosofo di Pescasseroli[12], che in un testo dedicato appositamente a Il ritorno dell’interesse per Croce durante il decennio 1980-1990 formulava l’argomento della ricostruzione riassumendone, anzitutto, il significato generale. Egli, infatti, considerò:

È probabile che allo studioso che in futuro ripercorrerà la storia della ‘fortuna’ del pensiero di Benedetto Croce nel Novecento, il decennio che si è appena concluso apparirà come un momento di svolta, tale da segnare un passaggio importante nella ricezione dell’opera del filosofo napoletano. La filosofia di Croce, com’è noto, conquistò molto rapidamente, fin dal suo sorgere, un ruolo predominante nella cultura nazionale, che molto contribuì ad orientare e a far crescere […] Con la seconda guerra mondiale, anche se non immediatamente dopo di essa, e con la morte del filosofo stesso […] le cose sono tuttavia rapidamente cambiate […] è proprio rispetto a questa situazione che gli anni 1980-1990 rappresentano una novità […] Non si pensi, naturalmente, ad un ritorno a Croce, del quale francamente non si vedono i segni e che sarebbe comunque cosa storicamente impossibile; caso mai, direi, ad un ritorno di Croce, nel senso di una ripresa dell’interesse per l’opera crociana; di una ripresa di studi, di indagini particolari, di letture dell’opera di Croce che si è tradotta in monografie e studi specifici ma anche in ricostruzioni complessive del pensiero crociano, in indagini storiche dettagliate sull’azione storica di Croce e sulle vie del suo influsso culturale[13].

Come si vede, il giudizio di D’Angelo se, per un verso, tendeva a restringere ulteriormente, rispetto alle indicazioni di Garin, l’influsso di Croce, subito dopo il ’52, per un altro, appariva incline a retrodatare la ripresa dell’«interesse per l’opera crociana» all’avvio del decennio precedente. E, se vi erano stati episodi importanti che potevano giustificare tale osservazione (pensiamo al convegno catanese dell’82), l’indicazione risultava sintomatica da un punto di vista prettamente storico-ideologico. Durante gli anni Ottanta, infatti, si cominciarono a sedimentare, e poi trovarono largo protagonismo, i generali impulsi, presso i gruppi intellettuali italiani, a dismettere l’attrazione per il marxismo e a tornare a dislocarsi sul terreno liberale[14]. Benché il liberalismo di Croce fosse destinato a confermarsi radicalmente distante da quella cultura di matrice empiristica che avrebbe preso, in definitiva, il sopravvento, c’è da chiedersi, comunque, in quale misura la novella riflessione intorno alla sua opera non abbia funzionato anche da filtro proprio per rivendicare, appunto, un “ritorno della cultura liberale”. Un filtro, certo, quanto mai “paradossale”, giacché i termini in cui tale “ritorno” venne orchestrato riuscirono, in fin dei conti, almeno in diversi casi, contrastanti e alternativi nei riguardi di ogni autentica impresa di rifondazione della ragione e della coscienza storica[15].

Sempre nella Postfazione del 2002 Galasso evocava pure l’intervento che, precisamente nel ’90, alla questione della ripresa crociana dedicò Michele Maggi – l’allievo di Garin impegnatosi in misura maggiore sul filosofo di Pescasseroli[16] – nella rivista di area repubblicana «La Critica Politica». Scrivendo a Brissoni[17] e prendendo spunto giusto dalla recensione che questi aveva redatto della nuova edizione di Croce e lo spirito del suo tempo, Maggi metteva in discussione il modo nel quale, in relazione ai drammatici travagli del contesto europeo (a cominciare dalla “grande guerra”), entro quel libro Galasso aveva scandito, periodizzato e connotato la riflessione del filosofo e, in particolare, le articolazioni del suo “liberalismo”:

anche i mutamenti, o i riorientamenti – notava – sono intrinsecamente apprezzabili solo mettendo a fuoco le strutture concettuali e le continuità problematiche. Di questa rete di nessi Galasso, come indica la stessa ampiezza dell’impianto e degli ambiti di riferimento del suo discorso, si mostra consapevole. Ma le “scansioni”, le “svolte”, i mutamenti di “linea”, sono davvero quelli affermati nel suo libro? E meglio ancora: sono davvero comprensibili, nella loro natura o origine, nel modo con cui vengono configurati? Proprio per un’opera così pluridimensionata, dove la forza degli appassionamenti politici e della partecipazione civile non perde mai di vista, anzi lo esalta, il legame col piano della considerazione “metapolitica” […], proprio per un’opera come quella di Croce la filigrana valutativa fornita dalle ideologie politiche e dalle geografie dei partiti è troppo grossa, e ne risultano interpretazioni, più che riduttive, fuorvianti. Ciò che mi pare si sia verificato in più punti del discorso di Galasso sul “liberalismo” di Croce[18].

In tal senso Maggi, sulla scorta di un sentimento di pronunciata diffidenza verso il primato dell’aspetto ideologico-sociale (che esibisce lo stesso, comunque acquisito, impianto liberalistico nell’orientamento e nell’interpretazione), respingeva molti giudizi e molte prese di posizione storiografiche: dalla scelta di fissare nella data del ’27 il momento di piena assunzione d’una fisionomia di tipo, appunto, apertamente liberale da parte di Croce, sempre secondo un dimensionamento borghese-conservatore, alla denuncia di alcuni ingredienti della critica del sistema politico che egli ha avanzato via via, considerata non immune da tendenze esposte al rischio di sfociare tanto nel qualunquismo quanto nel trasformismo. Dal passaggio, reputato caricato di «significati allotri»[19], dal concetto di “aristocrazia”-“classe politica” a quello di “ceto medio” alla palinodia sulla democrazia che sarebbe stata compiuta solo con l’estrema maturità. Rispetto ai rilievi di Maggi, Galasso replicherà, nella Postfazione, che essi apparivano formulati all’insegna dell’idea per cui «è il mondo a cambiare, anche di molto. Non Croce, e assai meno»[20]. Questa divaricazione di opinioni rimandava, in definitiva, a due diverse accezioni del coinvolgimento del pensatore nei tormenti dovuti alla crisi della coscienza europea cui già abbiamo accennato. Da un lato, l’immagine, forse più consonante con le pretese dello stesso Croce e della sua “autonarrativa” – sulla quale si sono, di recente, appuntati i ludici sforzi decostruttivi dovuti agli studi di Salvatore Cingari[21] –, di una Filosofia dello spirito in grado di, in qualche modo, adattarsi a spiegare gli impetuosi mutamenti in corso senza flettere la propria architettura di fondo. Un’immagine che, sotto la scorza di un’artificiosa compattezza, occulterà forti punti di tensione e asimmetrie interne (pure sul piano peculiarmente teoretico; un caso per tutti: il tendenziale contrasto tra la rivendicazione dello statuto trascendentale delle categorie[22] e taluni spunti concernenti lo stesso ruolo del negativo[23] recati dalla tarda, e anche tardissima, riflessione riferita al mutamento dell’utile e, dunque, al “vitale”, operata passando per un rinnovato colloquio con Hegel). Da un altro lato, la propensione a rompere con ogni forzatura “continuistica” e a collegare gli svolgimenti della posizione crociana alle riarticolazioni della modernità avvenute, con toni e conseguenze drammatiche, dall’eclissi dello Stato liberale in poi. Non è chi non veda quanto abbia certamente pesato, peraltro, su un simile approccio il tentativo gramsciano di risignificazione dello storicismo assoluto, ben al di là di alcune varianti del profilo di Croce che il pensatore comunista serbò a riferimento interlocutorio. Tuttavia, malgrado le attenzioni e i debiti contratti, la storiografia di Galasso resta certamente inascrivibile al filone gramsciano[24]. Ad ogni maniera, al Galasso impegnato nel “verificare” il percorso di Croce e la possibilità di una certa investitura etico-politica della prospettiva liberale continuavano a risultare non persuasive, per esempio, peculiari sottolineature fuori misura, proprio entro l’insieme del tragitto tracciato dall’autore di Pescasseroli, di una determinata accezione dell’etica rispetto all’altra categoria dell’agire pratico, «l’economia comprensiva anche della politica». Donde la necessità dell’«accentuazione» periodizzante dello stesso «parallelo e graduale passaggio di Croce dalla logica all’etica»[25].

Galasso coglieva l’occasione di uno spunto polemico in merito dalla relazione di Cotroneo titolata Benedetto Croce dall’etica all’etica, tenuta all’interno del ciclo dei quattro convegni di studio promossi dall’Istituto di Studi Crociani, svoltisi dal novembre ’92 al novembre ’93 e poi riuniti nel volume Croce quarant’anni dopo. Lo storico notava che era certo possibile documentare, appunto, un percorso «dall’etica all’etica»[26], per stare alla suddetta formula, ma non sembrava convincerlo la maniera con la quale Cotroneo aveva restituito il formarsi del liberalismo crociano, «come ideale, non», s’intende, «come tecnica o arte di governo»[27].

La relazione di Cotroneo era affiancata, fra le altre, a quella di Renata Viti Cavaliere su Teoria e prassi in Croce – ove troviamo affrontata, per esempio, la questione del carattere in un certo senso comunque ancora “astratto” della prassi utilitaria, a muovere dalla Filosofia della pratica, nonché l’importanza primaria che il mondo economico-pratico detiene in La storia come pensiero e come azione –; a quella di Giuseppe Cacciatore su “storia etico-politica” e “storia della cultura”[28], a quella di Bonetti circa la categoria del “vitale” entro i “Taccuini”, su cui già Sasso aveva posato vigorosamente l’attenzione; a quella, infine, di Ocone a proposito del concetto di “interesse” nel giovane filosofo comparato alla fase matura. Una relazione, quest’ultima, che intendeva commisurarne il liberalismo alla catena equivalenziale «interesse = concretezza = individuo = libertà»[29].

Si aggiungeranno a simili studi, per esempio, attorno al nodo del Croce storico, il contributo di un “patriarca” della cultura liberale italiana come Nicola Matteucci, che, formatosi sotto l’egida dell’idealismo sincretico – ma di matrice prevalentemente attualistica – propugnato da Felice Battaglia, e pure dell’incontro con Chabod presso l’Istituto di Studi Storici, transiterà dall’attenzione per lo storicismo immanentista a quella per gli strumenti forniti dalle scienze sociali e, in generale, per la diagnostica dell’“ordine politico”, sulla scorta, però, di una sorta di serbato “crocianesimo empirico”[30], e che giusto nella tarda maturità tornerà sul nostro pensatore[31]; oppure il contributo di un vecchio studioso dell’opera crociana (specie delle sue origini) come Mario Corsi[32]. Se il primo ragionava sulla Storia d’Europa[33], cercando di giustificarne le «differenze concrete»[34] rispetto alla Storia d’Italia e individuandole, in consonanza con Galasso, innanzitutto nel ruolo storico periodizzante esercitato dalla Prima guerra mondiale, nei suoi riflessi sulla vicenda della libertà in Europa (donde, in definitiva, il problema dei caratteri del corso di maturazione del giudizio sul fascismo, con gli interrogativi che esso ulteriormente sollevava); il secondo si dedicava per intero al rapporto col liberalismo europeo[35]. Veniva privilegiato un atteggiamento che, pur avendo valutato «appieno la terribile crisi» attraversata dalle «istituzioni liberali […] nel mondo», appariva riaffermare «la forza» dell’ideale liberale al di là delle configurazioni storiche particolari; forza considerata consistere proprio «nella risposta» data al «problema della vita»[36].

Un richiamo al fatto che andava progressivamente dissolvendosi il «rifiuto aprioristico di Croce, proprio di troppi studiosi italiani, condizionati da mode e da tutto ciò che di deteriore alle mode si accompagna», e che, anzi, s’incominciava «a passare […] da un mero riconoscimento generico a una vera e propria utilizzazione»[37], fu operato da parte di un crociano piuttosto ortodosso quale Raffaello Franchini[38] nella Premessa a un volume del ’90 che riuniva gli atti di un breve convegno dedicato appunto a Il ritorno di Croce nella cultura italiana, tenutosi a Pescasseroli nell’ottobre dell’anno precedente.

Franchini si giovava, fra gli altri, del riferimento a un articolo di Rosario Villari su «L’Unità» per convalidare, nello scenario del mutamento storico contingente, la lezione di Croce circa l’asserita «impensabilità» dell’«integrale attuazione dell’utopia comunistica nella realtà»[39]; lezione tratteggiata rinviando, in definitiva, al generale rilancio storico delle idealità e delle misure liberali. Non a caso, del resto, Franchini, nella relazione al Convegno dedicata al significato della filosofia del Nostro, ne rimarcava l’aspetto di critica a Hegel, la quale sopravanzava – e fu davvero prevalentemente così per una distesa parte del suo tragitto – l’aggancio positivo al grande di Stoccarda e, di conseguenza, denunciava, a ragione, soprattutto la fallacia dell’assegnata, consueta formula del “neohegelismo”[40]. Fulvio Tessitore – esponente capitale della scuola sorta da Piovani e studioso giusto dell’Historismus a-hegeliano-antihegeliano, con tutto ciò che tale attributo ha comportato proprio nel confronto con l’eredità crociana – si era profuso, invece, sulla storiografia di Benedetto[41], accostandone il carattere etico-politico.

Un altro, più diretto esempio dell’attenzione per l’aspetto etico-politico sarà da riconoscere nella monografia del ’91, titolata giustappunto L’etica di Croce, dovuta a Paolo Bonetti, che per Laterza, sette anni prima, aveva già fatto uscire una fortunata Introduzione al filosofo. In tale monografia troviamo illuminata la pari ostilità dell’autore in questione per il moralismo e l’astrattismo politici quanto per «ogni organicismo politico-statale»[42]. Bonetti insisteva sui connotati di un realismo politico che avrebbe implicato, però, quando fosse stato maturamente tale, il rifiuto dell’«“errore casualistico”», ravvisato nella stessa matrice machiavellica, e di quello «biblico-teologico»[43], riconosciuto esemplarmente nella filosofia della storia hegeliana.

Ma un momento davvero significativo, potremmo spingerci a dire di svolta, sarebbe stato segnato dal convegno promosso dall’Istituto Gramsci a Orvieto nel ’91, su iniziativa di Michele Ciliberto (gli atti sarebbero usciti nel ’93). Esso venne dedicato, allargando il quadro, a Croce e Gentile fra tradizione nazionale e filosofia europea, e fu aperto dallo stesso Garin. L’ispirazione del convegno risultava squisitamente etico-politica nella misura in cui intendeva sottrarre le due grandi figure della filosofia italiana del Novecento alle più trite categorie concettuali e storiografiche – facciamo riferimento, anzitutto, alla medesima nozione di “neoidealismo” – per calare la rinnovata attenzione verso di loro proprio nell’orizzonte storico del travaglio intellettuale europeo, senza eluderne il ruolo svolto entro la vicenda dei ceti colti, anzi partendo da tale funzione e marcandone le reciproche asimmetrie. Così facendo, il pensiero italiano tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento sortiva riconquistato nel suo pieno valore, nella sua facoltà reagente, senza, appunto, che se ne perdesse di vista il peculiare carattere civile, e anzi esaltandolo. Si tratta di una linea di ricerca poi approfondita da Ciliberto sul piano storiografico, orchestrando un rilevante lavoro collettivo[44]; una linea, in qualche modo, successivamente intersecata da differenti, originali apporti[45] (inclini, però, a risalire soprattutto all’Umanesimo e a reimpostare la problematica spaventiana del circolo Italia-Europa).

La relazione di Ciliberto al convegno portò l’attenzione su Filosofia ed autobiografia in Croce allo scopo d’incrinare la compattezza dell’immagine che di sé e della sua opera il filosofo aveva voluto veicolare nell’intento di contrastare il rischio della dispersione[46]. Con ciò Ciliberto metteva l’accento giusto sul nesso, destinato a essere investito anche e anzitutto in senso etico-politico, del pensatore di Pescasseroli con la modernità avanzata e con la sua crisi.

Sono, poi, da ricordare gli interventi appositamente dedicati proprio al Croce etico-politico: la relazione di Marcello Mustè su Libertà e storicismo assoluto, volta a tratteggiare un’apposita «interpretazione del liberalismo di Croce»; in certa misura quella di Giuseppe Cacciatore intorno alla nozione crociana di “vita”, e il rilevante contributo di Marcello Montanari dedicato a “primato del fare” e “religione della libertà”.

Con acutezza Mustè, che allora e in seguito avrebbe proposto studi crociani importanti[47], illustrava in che senso il carattere metapolitico della concezione del liberalismo avesse assunto, nella riflessione del Nostro, il significato di un esito storico dovuto all’«esaurimento di un ciclo egemonico», complessivamente risalente, nei suo germi, al 1870, e coincidente con la forma originaria, «‘classica’» del liberalismo stesso, «identificato» proprio «con il fecondo processo delle unificazioni nazionali»[48]. Nella monografia che aveva dedicato al Nostro pensatore nel ’90 il giovane studioso marcò la discontinuità della concezione liberale crociana nei riguardi della dottrina liberale classica, lungo un percorso che avrebbe mutato l’immagine iniziale della forza e del suo rapporto con il consenso[49], e sia pure volendo rilanciare le aspirazioni fondanti dell’equilibrio storico liberale. Osservava Mustè, scovando l’aporia e la difficoltà interne, connotate da un carattere anzitutto storico-politico, di tale concezione:

Rimaneva aperto, nella sistemazione data da Croce al concetto di libertà, un problema cruciale. Se il liberalismo, in quanto religione moderna e metapolitica, non poteva venire pareggiato e confrontato ai programmi politici, che pure continuavano a misurarsi nell’arena civile; se l’idea di libertà si ritraeva in una dimensione più profonda e alta, quale criterio doveva poi adoperarsi per giudicare le cose correnti? E soprattutto: che conto fare delle nuove spinte sociali e culturali, che reclamavano un allargamento democratico delle basi dello Stato? Quali forme istituzionali e giuridiche avrebbero potuto sanare la crisi in corso? Infatti, come si è detto, il problema della democrazia, sia nei termini politico-istituzionali sia per i suoi rapporti con lo sviluppo della grande industria, diveniva ormai lo spartiacque tra progresso e reazione: e proprio l’esacerbarsi di tale antitesi faceva vacillare l’egemonia del liberalismo di tradizione risorgimentale. La teoria metapolitica della libertà sgombrava il terreno dalle vecchie incrostazioni dottrinali, e poneva le condizioni di una rinnovata politica liberale: ma quale poi fosse, in concreto, questa nuova politica, rimaneva imprecisato, e lo sarebbe rimasto almeno fin quando non si fosse sciolto il nodo democratico. Questo fu, almeno fino al 1924, l’equivoco che accompagnò il liberalismo di Croce. Distinto, in modo acuto e fecondo, il principio liberale dalle sue configurazioni storiche, che l’avrebbero ormai inaridito in un’apologia dell’esistente, bisognava poi recuperare il discorso politico, le ragioni di un’azione pratica, e quindi schierarsi rispetto al problema nuovo che divideva gli animi e i sentimenti. La distinzione, più volte e nettamente affermata, tra teoria e pratica, se difendeva la cultura dalle più odiose degenerazioni, apriva nondimeno uno iato, che si ripercuoteva sulla vita civile[50].

Nella relazione al convegno dell’anno dopo Mustè avrebbe indagato la dimensione metapolitica del liberalismo nella chiave dell’articolato, problematico intreccio tra il carattere di “immanenza” e quello di “eternità”; approfondendolo, quindi, alla luce del ripensamento della dialettica che scorre fino alla Filosofia della pratica e, poi, alla riformulata giustificazione del «circolo teoretico-pratico» in La storia come pensiero e come azione. Chiudendo le considerazioni, egli dichiarava il debito contratto verso certi suggerimenti dovuti alla critica liberale del liberalismo metapolitico, ma segnalava pure come il parziale filtraggio critico di essi domandasse, nel caso, di non essere in alcun modo confuso con l’adesione al loro impianto di fondo. Porre in rilievo «la crisi del liberalismo nel pensiero di Croce» non doveva, cioè, necessariamente implicare – così affermava – anche «una “critica liberale” del liberalismo crociano. Certo,», proseguiva,

abbiamo fatto risuonare, nel corso della ricerca, corde già vibrate da un Carlo Antoni o da un Noberto Bobbio […] Non si tratta, però – aggiungeva – di opporre una prima radice ‘liberale’ a un liberalismo ‘fallito’. Il problema si presenta, ai nostri occhi, molto più complesso e richiede, se non erriamo, uno sforzo inedito non solo di ‘teoria’, ma […] di ‘storicizzazione’[51].

Per questa via, l’acquisizione d’una peculiare fisionomia da parte del liberalismo crociano domandava il problematico collegamento storico al «passaggio, arduo e drammatico», diversamente articolato e approfondito, «dallo Stato liberale al quadro democratico: ma a condizione […] – diceva ancora – che oltre a ‘miti’ davvero improponibili, si sappia scorgere la non linearità, la dura complessità di tale processo, fatto di ‘rotture’ ancor più che di improbabili sommatorie fra concetti ed eventi eterogenei»[52].

Mustè proponeva, dunque, di lavorare a un’adeguata periodizzazione che mettesse debitamente a fuoco tanto l’ipotesi di riattivazione metapolitica del liberalismo avanzata da Croce quanto il nodo generale della cosiddetta crisi dello storicismo all’insegna del tramonto “di lungo periodo” dell’età liberale. Con accenti diversi, sarebbe stato un tema ripreso, in tempi più recenti, soprattutto da Salvatore Cingari attraverso un insieme di notevoli ricerche snodatesi per un ventennio e raccolte nel 2019[53].

In conclusione della disamina, Mustè rimarcava, meritoriamente, che il tentativo di Croce di “eternizzare” – per così dire – il liberalismo e di inverare la fiducia in esso doveva venir considerato quale espressione di una peculiare strategia per fronteggiare la crisi vastamente protrattasi del medesimo equilibrio classico-liberale. Una strategia che non collimava certo, però, con la completa assimilazione del significato integrale del difficile passaggio storico allo scenario democratico. Proprio tale mancata o incompiuta integrazione poteva, tuttavia, tradursi perfino in un effettivo avvertimento della contingente «perdita dei ‘valori liberali’»[54], tuttavia sempre accompagnata dalla rivendicazione di essi, con un perdurante sforzo egemonico. Osservava ancora lo studioso romano: «Paradossalmente, le aporie del pensiero di Croce non risalgono […] a un deficit di liberalismo, ma, al contrario, a una fiducia persistente, e mai dismessa, nell’attualità dell’‘orizzonte’ liberale, pur nella consapevolezza della crisi della sua forma classica»[55].

Insistendo, in maniera differente e talvolta alternativa, l’avvicinamento soprattutto dell’ultimo Croce ad alcuni presupposti della questione democratica entro il quadro della crisi della civiltà europea, Montanari convergeva con l’ispirazione che mosse il lavoro di Mustè in virtù di due ragioni tanto rilevanti quanto circoscritte. Da un lato, perché aveva alle spalle l’esame della filosofia crociana come strategia egemonica coincidente con la rimotivazione della funzione “epocale” della borghesia. Da un altro lato, perché, connessamente, respingeva una prospettiva di lettura critico-retrospettiva del liberalismo crociano ossequiosa – sia in forma artatamente “giustificatrice” della sua stessa rappresentazione storica sia di mero contrasto – nei riguardi dei canoni di quello corrente, di calco empiristico e/o positivistico-procedurale (basti richiamare l’influenza del medesimo Bobbio). Del resto, non solo Montanari si era da sempre collocato lungo una diversa, e alternativa, linea d’onda, ma nel 1987 aveva dato alle stampe un cospicuo Saggio sulla filosofia politica di Benedetto Croce centrato su un’interpretazione d’impianto gramsciano della vocazione egemonica di quest’ultima. Veniva, così, pienamente valorizzato il ruolo strutturante e formatore del “fare” nello storicismo del nostro autore (il motivo rinviava a ben ponderarne la relazione con Marx, al di là della stagione giovanile). Al contempo, si cercava di mostrare come l’impianto della logica dei distinti, seguitante nell’insieme dei passaggi principali della “filosofia dello spirito”, stretta fra l’idea integrale di storicità e il ruolo trascendentale delle categorie, e incline, in definitiva, a proporre un’immagine costante del circuito mediatore dei distinti, risultasse, comunque, congruente a un’accezione fissa delle funzioni egemoniche. D’altronde, giusto nel ’91 Montanari licenziò il libro La libertà e il tempo. Osservazioni sulla democrazia tra Marx e Gramsci, il cui primo capitolo[56] dava ulteriore risalto alle ragioni della critica gramsciana di Croce. In particolare, secondo una nota suggestione del Sardo, in lui era ravvisato, a ogni modo, «un passo indietro rispetto a Hegel» perché il filosofo di Pescasseroli appariva rischiare di disperdere l’istanza idealistica di ricomposizione unitaria del genere umano, cristallizzando l’endiadi fra “umili” e “sapienti”[57] e avvalendosi di un’accezione della prassi di fatto non ancora scevra da un certo, indesiderato, talvolta apparentemente paradossale, residuo economicistico.

Nella relazione al convegno Montanari mostrò come il medesimo divario dotti/semplici fosse inscritto all’interno di uno scenario della modernità inteso quale costitutivamente attraversato dal primato del “fare” e dall’immagine del Beruf luterano-weberiano che esso, passando per molte riconfigurazioni, ha spesso portato con sé, in senso costitutivo. Uno scenario che, però, durante le due guerre contemporanee all’espansione della società dei consumi di massa, apparve invaso “epocalmente” da una crisi radicale. Montanari evidenziava, ora, in positivo, guardando soprattutto alla recensione del ’20 delle manniane Considerazioni di un impolitico, come Croce contemplasse, certo, i distinti poli dell’endiadi, ma non concepisse il compito dei “dotti” al di fuori della mediazione con il “volgo”. Si trattava di una mediazione della quale non era ammessa la radicale riarticolazione dei termini, fino a superare i vincoli di subordinazione, come sarebbe stato, invece, con la reintepretazione gramsciana della “religione della libertà” – per cui la «lotta contro il nichilismo di massa» non poteva venir «affidata ad una élite», alla «testimonianza etica di ristretti gruppi intellettuali»[58] –, ma che escludeva, però, l’attivistica presunzione di “onnipotenza” dei dominanti e rendeva conto, inoltre, del formarsi di un’autentica “aristocrazia” giusto nello scambio con i semplici. Sarebbe stato questo, ad avviso di Montanari, anche un modo per rimodulare la tanto questionata dicotomia di Kultur e Zivilisation[59] (in seguito, non a caso, lo studioso pugliese avrebbe ripreso mirabilmente il tema, affrontando da vicino il colloquio Croce-Mann[60]).

Del resto, tre anni dopo Montanari sarebbe tornato su tali argomenti esaminando in un apposito saggio Il liberalismo dell’“ultimo” Croce. Enfatizzando la preoccupazione del nostro per il soggettivismo e l’attivismo quali ideologie che avevano esasperato in maniera radicale la tragica disgregazione della coscienza europea, egli metteva l’accento, ora, più che sull’esigenza di una ripresa dello Stato liberale, sull’inclinazione, da lui ravvisata, a intrecciare davvero liberalismo e democrazia, anche recependo istanze avanzate nell’alveo della stessa società di massa come quelle collegabili al keynesismo.

Distante in ciò dall’impostazione di Mustè, il quale era incline anche a far emergere le incongruenze interne del Croce liberale, Montanari riprendeva una suggestione dovuta a Leonardo Paggi[61] e affermava che per il Croce più tardo il «liberalismo» doveva «aprirsi alla democrazia», se non voleva «insterilirsi e morire». Doveva «trarre le sue energie dalle forze vitali della società e queste, a loro volta», dovevano «divenire forze eticamente rispettose del “metodo liberale”»[62]. Per la stesura di tale saggio, che apre ad argomenti successivamente riesplorati, a cominciare dal tema del confronto con Einaudi[63], lo storico del pensiero politico si sarebbe avvalso di studi coevi come l’ampio testo della Riccobono dedicato a La politica tra autonomia ed eteronomia in Benedetto Croce[64], dal quale, però, lo allontanava, comunque ‒ ci pare ‒, una concezione forse eccessivamente rigida della divaricazione fra dimensione etica e «qualità edonistico-individuale-utilitaria»[65] del sistema economico. Divaricazione che, a ogni modo, concorre a spiegare geneticamente il celebre discrimine instaurato tra liberalismo e liberismo.

Nel complesso, occorre rilevare che molti contributi dedicati al filosofo di Pescasseroli nel convegno del ’91 promosso dall’Istituto Gramsci – a cominciare proprio dalla comunicazione di Montanari, esito di un originale, e sostanzialmente isolato, esperimento di colloquio da parte dell’eredità dell’hegelomarxismo neogramsciano meridionale[66] – avrebbero cercato di orientare la ricerca al di fuori dei canoni, sempre più imperanti, dello stesso “provvidenzialismo liberale” (assecondato, in diverse occasioni, pure da un “certo” Croce). Si è trattato di una strada, in definitiva, da molti rifiutata, com’era chiaro, e che resta, dunque, ancora in gran parte da battere.

Nel corso degli anni Novanta, vi furono, poi, studiosi che con singoli lavori arricchirono la bibliografia sul Benedetto etico-politico. Pensiamo al contributo del già evocato Michele Maggi. Autore d’una monografia di primo piano dedicata al complesso della concezione crociana, uscita nell’89[67], dove l’esame del pensiero storico o la tematizzazione di particolari aspetti come quello della “sintesi volitiva” richiamavano tutti i nodi della filosofia della politica, via via, volens noles, vigorosamente ripensati (donde il problema di stabilire fino a che punto tale interpretazione si possa dire, anzitutto a fronte delle affermazioni precedentemente menzionate, tout court “continuista”, ferma restando l’opportunità di una simile qualifica), Maggi diede alle stampe, nel ’94, la raccolta La logica di Croce e altri saggi, ove venne evidenziato il testo del ’91, letto al convegno, promosso a Siracusa dal CESIC e dall’Istituto Gramsci veneto, su “Benedetto Croce, Giovanni Gentile e la filosofia italiana”, dal titolo Lo storicismo assoluto e l’ideologia sociale. Al suo interno il discorso portava l’attenzione proprio sulla nozione di “etico-politico” e sulla prospettiva che ne derivava, la quale era giudicata assai distante vuoi «da quella prassi onnieticizzante, da quel compito di fondazione-unificazione assoluta per cui vive l’io-idea della filosofia di Gentile», vuoi «da quell’egemonia integrale, da quell’istanza di conformazione culturale totale della società, che impronta tutta la visione politica di Gramsci»[68]. Rispetto a tale duplice discrimine – si potrebbe aggiungere –, se del tutto condivisibili riuscivano i termini del cruciale distanziamento concettuale a paragone del prassismo attualistico, era l’immagine del nesso Croce-Gramsci a far problema dal momento che, per come veniva restituita, l’egemonia-prassi gramsciana rischiava, in effetti, di finire più direttamente accostata al medesimo Gentile. L’ipotesi interpretativa avanzata da Maggi si rivelava, così, quella d’incrociare punti di vista certo cospicui, ma mossi da presupposti ben differenti, quali quello, anzitutto, di un Del Noce[69] e, poi, di un De Giovanni[70]. Essa, del resto, sarebbe stata successivamente approfondita, specie sette anni dopo, ma non solo, modulando l’alternativa fra lo storicismo di Croce in quanto filosofia della “riconquista” della realtà, comunque originalmente unitaria e antidualistica, da un lato, e, da un altro, la “filosofia della prassi” gramsciana in quanto “filosofia della realizzazione”[71].

All’avvio del decennio Novanta si segnalava, inoltre, l’uscita del volume dal titolo L’ultimo Croce e i nuovi problemi di un autore come Antonino Bruno, il quale nel ’75 diede alle stampe una monografia sul rapporto del nostro filosofo con le scienze politico-sociali[72]. Il libro comprendeva saggi che andavano dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta (Bruno rammentava, nelle pagine introduttive, di aver dedicato al tema un primo volumetto nel 1964[73]) e, affrontando da più versanti la tarda concezione della “vitalità”, rinviava ai suoi primordi e ai mutamenti della nozione dell’“utile” – in origine, e non solo, anzitutto motore primario della politica e categoria cardinale della riflessione del Nostro intorno alla filosofia della pratica e poi della sua complessiva “ricerca della dialettica”, per ricorrere alla formula di Sasso[74].

Sono, poi, da menzionare gli studi del maestro della scuola italiana dello “storicismo problematico”, formatosi e affermatosi rielaborando Piovani, Fulvio Tessitore: dal discorso pronunciato, nel novembre ’92, in occasione della celebrazione napoletana del quarantesimo della morte di Croce (Religione e modernità) al testo del ’93 sulla critica della sociologia[75].

Si tratta di contributi in cui hanno prevalso le ragioni del confronto fra Historismus e “storicismo assoluto”, sottendendo, sempre di nuovo, le radici per molti versi estranee, e talvolta avverse, all’hegelismo del medesimo Croce e, chiaramente, toccando tematiche che derivavano dal suo approccio etico-politico e dalla sua stessa, peculiare coscienza della storicità. Basti far riferimento alla questione della relazione che la modernità è andata intrattenendo con «il riconoscimento della fondazione cristiana della morale»[76], da Croce profilata senza, tuttavia, pervenire alle medesime conseguenze che Weber ha fissato, ragionando a proposito del processo di mondanizzazione.

Durante gli anni Novanta si segnalarono, inoltre, contributi specifici anche da parte di giovani studiosi. Uno per tutti: il libro di Barbara Troncarelli sull’idea di diritto declinata all’insegna della filosofia della pratica crociana[77]. Non si trattò della sola ricerca apparsa in quel periodo in merito ai riflessi particolari del Croce filosofo della pratica e della politica. Molto interessante risultava, poniamo, il saggio di Giuseppe Zarone titolato Passione, forza e ideologia. Realismo politico e serenità della filosofia in Benedetto Croce, incluso in un notevole volume uscito anch’esso all’avvio del decennio e che attende ancora, a nostro credere, un’adeguata riscoperta[78]. Qui Zarone comparava l’accezione coltivata da Gaetano Mosca, con chiara matrice positivistica, di “scienza politica” e quella desumibile dal Nostro. Zarone cercava, inoltre, di chiarire l’idea crociana di formazione e composizione interna della classe dirigente. Ma non vanno dimenticati anche i contributi specifici dovuti alla storiografia filosofica del periodo, a cominciare dalle annotazioni di Mario Agrimi, del ’94, sul rapporto, assai rilevante in termini di ricostruzione politico-ideologica, di Labriola con l’“allievo” Croce (e, poi, con Gentile[79]).

Nel ’98 apparve il già richiamato volume collettaneo, a cura di Paolo Bonetti, Per conoscere Croce. Volendo lumeggiarne sia i diversi aspetti del pensiero sia i nodi che essi individuano, il libro si componeva, dopo l’introduzione, di una parte di “conversazioni”, redatte dallo stesso Bonetti, di diverso argomento e intrattenute con alcune delle maggiori figure intellettuali italiane, e di una parte costituita da saggi appositi. Il merito etico-politico veniva in primo piano. Così, Giuseppe Bedeschi esaminava la critica del marxismo, evidenziandone tanto la denuncia dell’utopismo quanto il misurato riconoscimento del nucleo di «“storicità dialettica”»[80]; Bobbio tornava sulle proprie «antiche perplessità per il liberalismo» del pensatore di Pescasseroli, distinguendo tra la «filosofia della libertà» di Benedetto, inseribile «a pieno diritto […] nella storia del liberalismo europeo», e l’impossibilità di attribuirgli il carattere di «teorico del liberalismo»[81]; Sartori, del quale l’anno prima erano stati ripubblicati i corsi del ’53-’56 ad argomento crociano[82], formulava alcune considerazioni intorno, appunto, al nesso etica-politica e alle implicazioni che ne derivavano[83]; e ancora, Matteucci rifletteva sul confronto del liberalismo del nostro autore con il cristianesimo, inteso nella peculiare funzione civile[84]. Ma non si trattava dell’unico argomento toccato. Conviene ricordare, per esempio, in ordine all’operazione di avvicinamento alle scienze sociali – verso cui Croce avrebbe marcato sempre un approccio problematico[85] – sulla strada dei “distinti” che lo stesso Matteucci siglò[86], come venissero di nuovo fissate una continuità e una discontinuità prospettica, entro il percorso del filosofo meridionale, segnata dalla Prima guerra mondiale. Tale evento periodizzante avrebbe principalmente indotto il Croce etico-politico a dinamizzare praticamente le proprie «distinzioni di carattere concettuale»[87].

Inoltre, nella sezione dei saggi si evidenziava il contributo di Daniela Coli su Croce, filosofo europeo, che discorreva intorno alla corretta ricezione del tratto anche politico del pensatore che «assistì lacerato alla seconda guerra mondiale»[88] e partecipò sentitamente all’avvio della ricostruzione (la studiosa incorreva, però, a tal proposito, in una contrapposizione semplificata con il medesimo Togliatti totus politicus, sottendendo un’immagine della posizione di quest’ultimo segnata da una forte unilateralità. Ad essa era, appunto, opposta la figura di un pensatore «convinto […] di un poter vendersi l’anima al diavolo perché riteneva di appartenere a “una classe non classe, quella intellettuale, che Hegel chiamava ‘classe generale’”» e che Croce continuava a «chiamare ‘ceto medio’, nel senso di migliatore di tutti gli altri»[89]).

C’erano, poi, il testo di Ernesto Paolozzi sulla teoria della libertà[90] e quello di Corrado Ocone sul liberalismo come “fervore” e come “amore”[91]. In particolare, quest’ultimo, volendo collegarsi alla ripresa dell’egemonia liberale in corso, esaltava, in maniera piuttosto generica, la coincidenza della dimensione etico-politica e meta-politica del liberalismo crociano con una sorta di peculiare Gesinnung umana. In tutti questi testi, ancor più che in Bobbio, Matteucci e Sartori, Croce appariva, insomma, ricondotto, in misura maggiore o minore, ai contorni di tale ripresa[92]. Nel volume era presente pure uno studio di Giuseppe Cacciatore dedicato al ruolo di filosofia pratica e filosofia della pratica[93]. Allievo di Tessitore, con lui massimo studioso italiano dell’Historismus, e tuttavia sensibile alle tematiche del marxismo non dogmatico, Cacciatore rilevava che per capire il loro nesso era necessario considerare il coefficiente antinormativistico dell’impostazione di Benedetto e i termini in cui, via via, l’intreccio di vita e mondo storico si è definito[94].

I vari interventi di Cacciatore[95] si inscrivevano, analogamente ad altri, non frequentissimi, nel novero delle ricerche capaci di evitare un modulo storiografico-concettuale interessato più a confermare le ragioni generali del liberalismo che a investigare la peculiarità dell’accezione crociana di esso. Nell’ambito di un ripensamento organico della posizione filosofica in questione, e certo esibendo un’aperta aderenza al suo nerbo etico-politico, Maggi, per esempio, nel volume collettaneo suddetto, esemplando la propria lettura in quanto “riconquista della realtà”, più avanti, si sarebbe interrogato intorno alla fungibilità della nozione di “idealismo italiano” tematizzando, assieme ad altre posizioni, il compimento dello storicismo assoluto nella medesima “religione della libertà”, nel suo valore metapolitico affermato a partire dalle pagine della Storia d’Europa[96]. Simili, sparuti contributi avrebbero fatto da viatico, anche se solo in maniera parziale, a inedite ricerche, le quali, all’avvio del nuovo millennio, sarebbero sembrate affacciarsi al di là della mera rivendicazione liberale dell’eredità di Croce (su cui, comunque, Maggi sembrò fermamente convergere). Parliamo, cioè, di lavori che avrebbero seguito traiettorie più complesse.

Le nostre note s’arrestano all’avvio del nuovo secolo. E, tuttavia, conviene ancora richiamare, per esempio, gli studi di Salvatore Cingari. Studi che pure hanno affondato le loro radici generali nell’area culturale del liberalismo di sinistra per superarle progressivamente e fecondamente[97]. Essi hanno approfondito proprio il discorso sul Croce immerso nella crisi della civiltà europea, a cominciare da sondaggi interessati alla formazione giovanile[98], volti a favorire una crescente messa a fuoco che è culminata, poi, in una cospicua opera del 2003[99].

Lungo una direttrice analoga si muoveva pure Angelo Chielli[100], il quale, in seguito, andava accentrando l’attenzione sui concetti di “legge” e “Stato” entro il perimetro che va dalla Filosofia della pratica agli Elementi[101].

Si ricordano, inoltre, lavori su aspetti particolari come l’antologia di scritti dedicata al problema del partito curata giusto nel 2000 da Adelina Bisignani[102], così tornando su un nodo attentamente indagato da Carini nel 1975[103]; la monografia di Maggi del 2001 sull’Italia nella politica di Croce[104] (accentuatamente problematica proprio nello stesso, vigoroso taglio politico liberale) o il significativo convegno dell’ottobre dell’anno dopo dedicato a Croce e il marxismo[105]. Un convegno che ha aiutato a cogliere nel revisionismo crociano tanto un tornante della crisi dell’intelaiatura ideologico-culturale dello Stato liberale quanto il tentativo di un possibile “rilancio egemonico” di alcuni suoi ingredienti e precipitati ideologici.

Proprio nel senso comune dei recenti svolgimenti dell’ideologia italiana l’enfasi sul diretto e indiretto, spesso passivamente assimilato, prolungarsi di tale tentativo (la difesa del medesimo liberalismo e della “società liberale”, termine bisognoso di verifica anche da un punto di vista di matrice crociana) avrebbe prevalso sull’indagine storiografica davvero preoccupata di testarne l’effettiva e differenziata modulazione da parte del pensatore di Pescasseroli.

Ci sono state, certo, lo ribadiamo, isolate spinte in controtendenza, ma crediamo si sia trattato e si tratti di una sfida molto difficile. Una sfida che ci auguriamo ancora aperta.

 

  1. Esemplare appare in questo senso il volume Intellettuali italiani del XX secolo, Roma, Editori Riuniti, 1974. Per una sintesi sul tema ci permettiamo di rinviare al nostro contributo “Cultura” fascista e intellettuali antifascisti. Appunti per una possibile ricognizione, in La forza della libertà. L’antifascismo dall’Aventino alla Seconda guerra mondiale, a cura di P. Chiantera-Stutte e M. Pagano, Pisa, Pacini, 2023, pp. 181-99.
  2. E. Garin, Agonia e morte dell’idealismo italiano, in Id., A. Bausola, G. Bedeschi, M. Dal Pra, M. Pera, V. Verra, La filosofia dal dopoguerra ad oggi, Bari, Laterza, 1975, p. 23.
  3. Cfr. in merito le condivisibili osservazioni critiche di M. Montanari in 1968: i filosofi e la rivoluzione, in Ideologia del Politico, Manduria, Lacaita, 1989, pp. 207-12.
  4. In proposito ci pare utile la lettura di quella sorta di breve “apologo” che è rappresentato da M. Montanari, Di un episodio sconosciuto della storia italiana del Novecento, in Pinocchio e altre favole, Roma, Aracne, 2014, pp. 65-69.
  5. Sul tema ci permettiamo di rinviare al nostro contributo Croce e la sinistra italiana. Dalla caduta del fascismo ai primi anni Settanta, in Filosofia civile e crisi della ragione. Croce filosofo europeo, a cura di A. Musci e R. Russo, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2016, pp. 255-70; ma anche all’importante e, a nostro avviso discutibile, recente volume di M. Maggi, Il vuoto alle spalle. Croce, Togliatti e la memoria nazionale, Napoli, Bibliopolis, 2024, pp. 127-341.
  6. Un esemplare, precedente compendio di esso si ritrova nel volume che raccoglie gli atti del Convegno presso l’Università di Catania del maggio 1982, Benedetto Croce trent’anni dopo, a cura di A. Bruno, Bari, Laterza, 1983.
  7. Risulta esemplare in tal senso la sostanzialmente isolata ricerca di M. Montanari dal Saggio sulla filosofia politica di Benedetto Croce, Milano, F. Angeli, 1987 (e ancor prima dal I capitolo, La rifondazione della ragione storica in Benedetto Croce, di Crisi della ragione liberale, Manduria, Lacaita, 1983, pp. 19-80) a La libertà e il tempo. Osservazioni sulla democrazia tra Marx e Gramsci, Roma, Editori Riuniti, 1991, pp. 3-21; fino a uno studio come lo stesso Il liberalismo dell’“ultimo” Croce, in Il pensiero politico europeo (1945-1989), a cura di S. Mastellone, Firenze, CET, 1994, pp. 148-60.
  8. È il caso del volume Croce e Gentile fra tradizione nazionale e filosofia europea, a cura di M. Ciliberto, Roma, Editori Riuniti, 1993. In tal senso fra i saggi raccolti è opportuno richiamare, oltre a quello, preliminare, di Garin (Gentile e Croce interpreti di Marx, pp. 3-12); e a quello di Ciliberto (Filosofia e autobiografia in Croce, pp. 16-36); i contributi di M. Mustè, Libertà e storicismo assoluto. Per una interpretazione del liberalismo di Croce (ivi, pp. 33-116); dello stesso Montanari, Il primato del “fare” e la “religione della libertà” in Benedetto Croce (ivi, pp. 113-43); e pure il testo, segnato, comunque, dalla tradizione dello storicismo “problematico”, di G. Cacciatore, Il concetto di vita in Croce (ivi, pp. 145-80). Si tratta di ricerche alle quali dovremo, appunto, fare ulteriore riferimento. Ciliberto riprenderà e amplierà il filo di un simile lavoro curando il fondamentale Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2016.
  9. G. Sasso, Per invigilare me stesso. I taccuini di lavoro di Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 1989, pp. 9-10.
  10. G. Sasso, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, Morano, Napoli, 1975; ma bisognerebbe richiamare anche, almeno, La “Storia d’Italia” di Benedetto Croce. Cinquant’anni dopo, Napoli, Bibliopolis, 1979; e il primo volume del ’94, dedicato al pensatore di Pescasseroli, di Filosofia e idealismo.
  11. Sempre più centrale si è fatta avanti negli studi l’immagine di Croce quale, appunto, pensatore della crisi della civiltà europea e della sua coscienza. Cfr. a tal proposito, fra gli altri, S. Cingari, B. Croce e la crisi della civiltà europea, vol. II, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003; Id., Dietro l’autonarrazione. B. Croce tra Stato liberale e Stato democratico, Milano, Mimesis, 2019; A. Chielli, La vita e il vivere. Croce nella crisi della cultura europea, Lecce, Pensa Multimedia, 2004; i testi raccolti da M. Ciliberto in Croce e Gentile: biografia, filosofia, Pisa, Edizioni della Normale, 2021; D. Conte, Storia universale e patologia dello spirito. Saggio su Croce, Bologna, il Mulino, 2009; B. De Giovanni, Libertà e vitalità. B. Croce e la crisi della coscienza europea, Bologna, il Mulino, 2019; e i saggi raccolti in Filosofia civile e crisi della ragione, op. cit.
  12. P. D’Angelo, Benedetto Croce. La biografia, Vol. I, Gli anni 1866-1918, Bologna, il Mulino, 2023.
  13. P. D’Angelo, Il ritorno dell’interesse per Croce (1980-1990), in «Cultura e scuola», 116, 1991, pp. 142-43.
  14. Per un’acuta panoramica storica d’insieme cfr. L. Paggi, La strategia liberale della Seconda Repubblica. Dalla crisi del PCI alla destra di governo, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, a cura di L. Paggi e F. Malgeri, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, pp. 59-123.
  15. La sottolineatura dei caratteri di tale impresa in Croce, posta in alternativa proprio ai motivi, che venivano avanti, della “rivoluzione neoconservatrice”, fu tentata da M. Montanari soprattutto in Crisi della ragione liberale, cit.; ma anche in Tra liberalismo e “Welfare State”. Due momenti dell’ideologia italiana del ’900, in Ideologie del Politico, op. cit., pp. 237-62.
  16. Cfr. soprattutto i volumi: La filosofia di Benedetto Croce, Firenze, Ponte alle Grazie, 1989; La logica di Croce e altri scritti, Napoli, Bibliopolis, 1994; L’Italia che non muore. La politica di Croce nella crisi nazionale, Napoli, Bibliopolis, 2001; ma anche molti dei materiali raccolti in La formazione della classe dirigente. Studi sulla filosofia italiana del Novecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003; in Archetipi del Novecento. Filosofia della prassi e filosofia della realtà, Napoli, Bibliopolis, 2011; e, infine, in Machiavelli e il bisogno di Stato e altri saggi di politica e filosofia, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017, pp. 105-53. Dovremmo accennare più avanti a diversi di questi testi. Sul rapporto di Garin con Croce cfr. M. Maggi, Garin e il confronto con Croce, in Archetipi del Novecento cit., pp. 169-86; M. Mustè, La filosofia come sapere storico, in Il Novecento di Eugenio Garin, a cura di G. Vacca e S. Ricci, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2011, pp. 323-39; C. Cesa, Eugenio Garin tra Croce e Gentile, in «Giornale critico della filosofia italiana», V, 2009, pp. 299-339.
  17. Armando Brissoni era il direttore responsabile della rivista «La Critica Politica».
  18. M. Maggi, Nuove prospettive per Croce? Parliamone, in «La critica politica», 3, 1990, p. 15.
  19. Ivi, p. 16.
  20. G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., p. 938.
  21. Cfr. S. Cingari, Dietro l’autonarrazione, op. cit.
  22. Si pensi, per fare un solo esempio, alle perduranti affermazioni presenti nei testi di interlocuzione con Il mondo magico di Ernesto De Martino apparsi nel ’48 (il più ampio articolo Intorno al magismo come età storica si trova ricompreso in B. Croce, Filosofia e storiografia, Bari, Laterza, 1949, pp. 195-208). Per due punti di vista molto differenti in merito cfr., da un lato, G. Sasso, Ernesto De Martino. Fra religione e filosofia, Napoli, Bibliopolis, 2001, pp. 253-83; da un altro, i lavori di F. Izzo, Natura e Storia: “Il mondo magico” di Ernesto De Martino, in «La Politica», 1, 1986, pp. 53-68; e Crisi della presenza e riscatto magico-religioso, in «Nostos», 6, 2022, pp. 95-114; nonché l’introduzione di M. Massenzio, Un pensiero inquieto, alla nuova edizione einaudiana, del 2022, dello stesso Il mondo magico.
  23. Di recente, su questa tematica si è soffermato lo stimolante contributo di B. De Giovanni, Libertà e vitalità, op. cit. (svolgendo un discorso che, fondandosi su una veduta originalmente hegeliana, evita di eccedere nell’enfatizzare unilateralmente, però, la “ripresa” di Hegel da parte dell’ultimo Croce).
  24. Al riguardo cfr. anche G. Galasso, Croce, Gramsci e altri storici, Milano, Il Saggiatore, 1969.
  25. G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., p. 541.
  26. Ibidem.
  27. G. Cotroneo, Benedetto Croce dall’etica all’etica, in Croce quarant’anni dopo, a cura dell’Istituto Nazionale di Studi Crociani, Chieti, Ediars, 1993, p. 239.
  28. G. Cacciatore, Storia etico-politica e storia della cultura in Benedetto Croce, in Croce quarant’anni dopo, op. cit., pp. 211-39.
  29. C. Ocone, Sul concetto di “interesse” nel Croce giovane (e in quello maturo): un’ipotesi di lavoro, in Croce quarant’anni dopo, op. cit., pp. 305-16.
  30. Pagine esemplari del confronto di Matteucci con Croce sono, poi, state fuse in Il liberalismo in un mondo in trasformazione, Bologna, il Mulino, 1972 (in particolare, quelle dovute allo studio B. Croce e la crisi dell’Europa, in «Il Mulino», 1, 1967, pp. 84-104); e poi dobbiamo ricordare gli scritti La filosofia della politica di Benedetto Croce, in Tradizione e attualità della filosofia della pratica, a cura di E. Berti, Genova, Marietti, 1988, pp. 95-108; Il filosofo dei distinti, in B. Croce. Una verifica. Testi di Giulio Carlo Argan, Norberto Bobbio, Natalino Sapegno, Giuseppe Galasso, Antimo Negri e molti altri, Roma, L’Opinione, 1978, pp. 74-76; Omaggio a Croce. Una filosofia politica del liberismo, in Il liberismo nel XXI secolo. Atti del Convegno Internazionale della Fondazione “Amici di Liberal”, Roma, Atlantide, 1997, pp. 71-75; Croce, la grande guerra e la crisi dell’Europa, in «Nuova Storia Contemporanea», 3, 1999, pp. 35-52. Cfr. sul tema, P. Vinceri, Nicola Matteucci, un liberale di oggi, in «Biblioteca della libertà», 142, 1997, p. 68; G. Cotroneo, Teoria e pratica del liberalismo, in Il liberalismo di N. Matteucci, a cura di T. Bonazzi e S. Testoni Binetti, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 15-35; M. Griffo, Il discepolo di F. Chabod, in Il liberalismo di N. Matteucci, op. cit., pp. 105-21; ma per certi aspetti ci permettiamo di rinviare al nostro Tra autonoma e traducibilità. Nicola Matteucci interprete di Antonio Gramsci, Milano, Mimesis, 2022, pp. 7-18.
  31. Cfr. N. Matteucci, Omaggio a Croce. Una filosofia politica del liberalismo, op. cit.; Croce, la grande guerra e la crisi dell’Europa, op. cit.
  32. Esemplare è il suo volume Le origini del pensiero di Benedetto Croce, Firenze, La Nuova Italia, 1951; cfr. R. Martorano, Estetica e teoria della storiografia: note su Mario Corsi interprete della prima filosofia di Benedetto Croce, in «Giornale critico della filosofia italiana», 3, 2008, pp. 506-19.
  33. N. Matteucci, Croce e la storia d’Europa, in Croce quarant’anni dopo, op. cit., pp. 333-41.
  34. Ivi, p. 337.
  35. M. Corsi, Croce e il liberalismo europeo, in Croce quarant’anni dopo, op. cit., pp. 341-50.
  36. Ivi, p. 346.
  37. R. Franchini, Premessa, in Id., G. Lunati, F. Tessitore, Il ritorno di Croce nella cultura italiana, Milano, Rusconi, 1990, p. 5.
  38. Cfr., tra l’altro, R. Franchini, Croce interprete di Hegel, Napoli, Giannini, 1964; Id., La teoria della storia di Benedetto Croce, Napoli, Morano, 1966; Id., Intervista su Croce, a cura di A. Fratta, Napoli, SEN, 1978.
  39. R. Franchini, Premessa cit., pp. 5-6.
  40. Cfr. R. Franchini, Il significato della filosofia di Croce, in Il ritorno di Croce nella cultura italiana, op. cit., p. 15.
  41. F. Tessitore, Sulla storiografia di Benedetto Croce, in Il ritorno di Croce nella cultura italiana, op. cit., pp. 31-56.
  42. P. Bonetti, L’etica di Croce, Roma-Bari, Laterza, 1991, p. 27.
  43. Ivi, p. 43.
  44. Cfr. il già richiamato Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, op. cit.
  45. Cfr. esemplarmente, R. Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Torino, Einaudi, 2010; alla cui menzione si dovrebbe aggiungere quella di determinate altre ricerche affiliabili alla cosiddetta linea dell’Italian Thought (cfr., fra gli altri, C. Claverini, La tradizione filosofica italiana, Macerata, Quodlibet, 2021).
  46. Ciliberto si era già occupato di Croce, accennando alcuni motivi destinati a tornare, in Approssimazione alla “Storia come pensiero e come azione”, in Id., Filosofia e politica nel Novecento italiano. Da Labriola a “Società”, Bari, De Donato, 1982, pp. 250-62; e soprattutto nel saggio del 1983 Malattia/sanità. Momenti della filosofia di Croce fra le due guerre, ora in Id., Figure in chiaroscuro. Filosofia e storiografia nel Novecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2001, pp. 243-83. Certuni spunti saranno poi ripresi anche in Croce, Gentile, l’amicizia, in Italia laica. La costruzione della libertà dei moderni, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012, pp. 67-96. Sul tema dell’autobiografia in Croce e delle sue perturbazioni interne sono almeno da segnalare le osservazioni presenti in D. Conte, Storia universale e patologia dello spirito. Saggio su Croce, op. cit.; la monografia di A. Musci, La ricerca del sé. Indagini su Benedetto Croce, Macerata, Quodlibet, 2018; e il bel saggio di G. Cacciatore, Croce e l’autobiografia, in Id., Filosofia pratica e filosofia civile nel pensiero di Benedetto Croce, op. cit., pp. 93-103. Sul piano della riflessione prettamente politica il riferimento torna di nuovo al recente volume di S. Cingari, Dietro l’autonarrazione, op. cit.
  47. Basti ricordare M. Mustè, La filosofia dell’idealismo italiano, Roma, Carocci, 2008; Id., Croce, Roma, Carocci, 2009; Tra filosofia e storiografia. Hegel, Croce e altri studi, Roma, Aracne, 2011; ma anche il lavoro, collocato proprio all’avvio del decennio in esame, Benedetto Croce, Napoli, Morano, 1990; e il saggio Benedetto Croce e il problema del diritto, in «Novecento», 3, 1992, pp. 60-72. In quest’ultimo testo Mustè ha puntato a esibire l’asimmetria (il «tratto illiberale» lamentato da più parti) recata, entro la veduta generale crociana, della soluzione consistente nel ridurre il diritto all’utile: «La riduzione del diritto all’utile – conclude Mustè – comporterebbe, quindi, almeno nelle intenzioni crociane, la soluzione della plurisecolare dicotomia tra utilitarismo e giusnaturalismo: ambedue le impostazioni si rivelerebbero, così, unilaterali, ma le loro interne ragioni verrebbero, nondimeno, accolte e tesaurizzate dalla filosofia della pratica. L’esigenza di un’autonomia del momento individuale è messa a frutto nella sfera economica; mentre l’istanza dell’ideale e dell’universalità trova soddisfazione nel superiore ambito morale: il nesso che congiunge le due categorie, cioè la volontà in tutta la sua estensione, garantirebbe, infine, il conseguimento di quella koiné cercata invano dalla filosofia hegeliana. Eppure, la critica del “dualismo” (che emerge, dunque, come il tratto saliente della posizione di Croce nei confronti delle teorie giuridiche) rischia di aprire una serie non secondaria di nuovi e incontrollati “dualismi”: da quello tra il “diritto” e le “leggi” (onde le leggi vengono rabbassate a pseudoconcetti), e quindi tra il diritto e i diritti, all’altro, non meno serio dualismo, tra il “diritto” come categoria spirituale e la “politica”: la quale, allorché intende manifestarsi, come nei Frammenti di etica, all’interno della dimensione economica, non può che apparire piegata, essa sì, all’unica legge della forza, dell’utile fine a sé stesso, smarrendo ogni rapporto tanto con il puro diritto quanto con la moralità. Il tratto “illiberale” – tante volte segnalato dagli interpreti – della concezione giuridica di Croce viene alla luce proprio in tale mancato, e al fondo impossibile, passaggio dal “diritto” ai “diritti”: o, meglio, dal “diritto” allo “stato di diritto”» (ivi, pp. 72-73).
  48. M. Mustè, Libertà e storicismo assoluto, op. cit., p. 93.
  49. Cfr. M. Mustè, Croce, op. cit., pp. 112-15.
  50. Ivi, p. 108.
  51. M. Mustè, Libertà e storicismo assoluto, op. cit., p. 115.
  52. Ivi, pp. 114-15. Su certe graduali aperture di Croce allo scenario democratico, ritenute da registrare opportunamente, si soffermerà un altro studioso quasi ortodossamente crociano come Vittorio Stella nel suo felice e coinciso “medaglione” del ’94, fissando anch’egli il ruolo periodizzante del primo conflitto bellico e così argomentandolo: «Nello svolgimento della riflessione sulla pratica la modificata posizione politica di Croce coincide con l’inflettersi della considerazione filosofica della politica. Si spiega, per questa via, la minore insistenza e intensità, che si verifica nel terzo decennio del secolo, dell’avversione alla democrazia, pur nel permanere di un radicale antiegalitarismo e antigiacobinismo. L’ideale della libertà come la creatività medesima dello spirito, che trova in storicamente determinati e mai rigidi ordinamenti le situazioni favorevoli al suo esplicarsi, lo dissuade gradatamente dal pensare, con la stessa sicurezza di prima, la libertà politica e la democrazia quasi termini antitetici. Diventa così possibile un progressivo avvicinamento alla valutazione delle forme e degli istituti liberali come tale che la loro attuabilità e il loro funzionamento trovino protezione e condizioni di svolgimento relativamente migliori in ordinamenti giuridici retti da principi democratici. Ciò sebbene l’“accadimento” della prima guerra mondiale, divenuto ormai anche per lui l’orizzonte principale del riferimento contemporaneo per i mutamenti apportati, ben poche volte abbia testimoniato a favore della generalizzabilità di questo auspicato avvio, ad onta della vittoria delle potenze occidentali dove gli ordinamenti parlamentari democratici erano già in vigore» (V. Stella, Benedetto Croce, Genova, L’Arcipelago, 1994, pp. 64-65).
  53. Cfr. S. Cingari, Dietro l’autonarrazione, op. cit.
  54. M. Mustè, Libertà e storicismo assoluto, op. cit., p. 116.
  55. Ivi, pp. 115-16.
  56. M. Montanari, La libertà e il tempo. Osservazioni sulla democrazia tra Marx e Gramsci, Roma, Editori Riuniti, 1991, pp. 3-21 (La “filosofia della prassi”. Da Croce a Hegel).
  57. Ivi, p. 7. Il riferimento gramsciano corre al § 41 del Quaderno 10.
  58. M. Montanari, Il “primato del fare” e la “religione della libertà” in Benedetto Croce, op. cit., p. 141.
  59. «Accanto alla dimensione spirituale e creativa dell’agire sta, dunque – scrive Montanari –, l’opera del volgo. E questo suo operare a rendere il volgo componente insopprimibile e partecipe della creatività della storia, anche se in forma limitata e subalterna. La storia, comunque (questo è il senso ultimo delle considerazioni crociane), non è solo opera dello “spirito” ma anche del volgo. Nel mondo moderno lo spirito non può più procedere senza l’opera del volgo: il volgo resta e non può mai essere distrutto. La Kultur non può sopravvivere senza la Zivilisation; ha bisogno di questa per potersi riprodurre come “aristocrazia”» (ivi, p. 122).
  60. Ci riferiamo al saggio M. Montanari, Benedetto Croce e Thomas Mann, in Id., Politica e storia. Saggi su Vico, Croce e Gramsci, Bari, Publierre, 2007, pp. 101-23.
  61. Cfr. L. Paggi, Il liberalismo dell’“ultimo” Croce, op. cit., pp. 155-56. Il riferimento corre a L. Paggi, Le strategie di potere in Gramsci, Roma, Editori Riuniti, 1984, pp. XVI-XVII.
  62. M. Montanari, Il liberalismo dell’“ultimo” Croce, op. cit., p. 159.
  63. M. Montanari, Croce e Einaudi, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, op. cit., pp. 704-11.
  64. M. Montanari, Il liberalismo dell’“ultimo” Croce, op. cit., p. 163.
  65. M. G. Riccobono, La politica tra autonomia ed eteronomia in Benedetto Croce, in L’ordine eccentrico. Ricerche sul concetto di ordine politico, a cura di R. Cubeddu, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1953, p. 423.
  66. Nell’esperienza della cosiddetta “scuola di Bari”, ad eccezione dei contributi di A. Leone De Castris, che però sembrano, invero, esorbitare dal suo ambito perché segnati da un certo dellavolpismo (cfr. Croce, Lukàcs, Della Volpe, Bari, De Donato, 1948; e Id., Egemonia e fascismo, Bologna, il Mulino, 1981, pp. 133-71), non si segnalarono, infatti, contributi prettamente dedicati a Croce, a parte le pagine, straordinariamente nitide, di B. De Giovanni in Il revisionismo di B. Croce e la critica di Gramsci all’idealismo di Stato, in «Lavoro critico», 1975, pp. 131-66. De Giovanni, la cui ricerca fu segnata in molti passaggi dall’influenza di Gentile, riprese il colloquio con Croce nel tardo Libertà e vitalità, op. cit.
  67. M. Maggi, La filosofia di Benedetto Croce, Firenze, Ponte alle Grazie, 1989.
  68. M. Maggi, Lo storicismo assoluto e l’ideologia sociale, in Id., La logica di Croce e altri saggi, Napoli, Bibliopolis, 1994, p. 63.
  69. Cfr. esemplarmente A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Milano, Rusconi, 1978; Giovanni Gentile. Per un’interpretazione filosofica della storia contemporanea, Bologna, il Mulino, 1990.
  70. Cfr. esemplarmente B. De Giovanni, Il Marx di Gramsci, in B. De Giovanni, G. Pasquino, Marx dopo Marx, Bologna, Cappelli, 1985, pp. 5-30; B. De Giovanni, Alle origini della democrazia di massa, Napoli, Editoriale Scientifica, 2021, pp. 53-68; Id., Marx filosofo, Napoli, Editoriale Scientifica, 2018.
  71. Oltre al saggio inserito nel volume collettaneo a cura di Bonetti del ’98, Per conoscere Croce, titolato, appunto, Croce o della riconquista della realtà; cfr., in particolare, lo studio Filosofia del Novecento: un confronto di archetipi, in Archetipi del Novecento, op. cit., pp. 41-75. L’interpretazione di Gramsci in tal senso era già stata avanzata da Maggi, fra l’altro, in La filosofia della rivoluzione. Gramsci, la cultura e la guerra europea, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2008 (ma le radici di tale lettura sono da far risalire allo scritto del ’92, di interlocuzione con J. Ranke, Storicismo e marxismo di Gramsci, raccolto in La Logica di Croce e altri saggi, op. cit., pp. 199-212). Per una convincente critica cfr. Ancora una risposta di Montanari a De Giovanni in Sentieri interrotti. Lettere sul Novecento, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2011, pp. 115-16.
  72. A. Bruno, Croce e le scienze politico-sociali, Firenze, La Nuova Italia, 1975.
  73. A. Bruno, La crisi dell’idealismo nell’ultimo Croce, Bari, Laterza, 1964.
  74. Cfr., appunto, G. Sasso, B. Croce. La ricerca della dialettica, op. cit., pp. 424-715; ma anche, fra gli altri, B. Visentin, B. Croce, la riflessione su Marx e l’organizzazione categoriale dell’“utile” in Croce e il marxismo un secolo dopo, a cura di M. Griffo, Napoli, Editoriale Scientifica, 2004, pp. 11-123.
  75. F. Tessitore, La critica della sociologia, prima pubblicato nel volume Croce e la sociologia a cura di M. Losito, Napoli, Morano, 1995, e ora raccolto in La ricerca dello storicismo. Studi su Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 2012, pp. 43-55, ove sono presenti anche gli altri testi menzionati. Nel volume a cura della Losito si evidenziavano, fra gli altri, un contributo della stessa curatrice (Il dibattito napoletano sulla sociologia del 1909 e Croce, pp. 121-37); quello di G. Cacciatore (Scienze dello spirito e conoscenza storica. Croce, Dilthey, Rickert, pp. 33-59); quello di C. Mongardini (Il dibattito fra Croce e Pareto. Individualismo e sociologia. Alcuni scenari interpretativi, pp. 105-21); e in ultimo quello di D. Coli (Il “provinciale” Benedetto Croce, pp. 75-105). Ai fini del nostro discorso quest’ultimo studio merita di essere valorizzato per l’utile contributo alla decostruzione del mito dell’“egemonia” crociana; dato che di essa si può parlare, a nostro avviso, solo rispetto agli inizi del secolo scorso e, poi, ad alcuni risultati del primissimo dopoguerra; al netto della questione più generale della vocazione del ruolo effettivo di leader egemonico di “Papa” del revisionismo europeo, di corrispettivo teorico dell’americanismo, assegnato lucidamente da Gramsci, in alcuni luoghi dei Quaderni, al filosofo di Pescasseroli (cfr. in merito M. Montanari, Introduzione all’antologia dei Quaderni da lui curata Pensare la democrazia, Torino, Einaudi, 1997, pp. XXXIX-XLIII; e l’Introduzione ad A. Gramsci, La questione mondiale, Bari, Palomar, 2007, pp. 41-43). “Mito” che, aggiungiamo, a un’attenta considerazione storica, si rivela per molti versi privo di fondamento effettuale anzitutto per quanto attiene la vicenda accademica.
  76. F. Tessitore, Religione e modernità, in La ricerca dello storicismo. Studi su Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 2012, p. 332.
  77. B. Troncarelli, Diritto e filosofia della pratica in Benedetto Croce 1900-1952, Milano, Giuffrè, 1995.
  78. G. Zarone, Classe politica e ragione scientifica. Mosca Croce Gramsci, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1990, pp. 163-96.
  79. M. Agrimi, Labriola tra Croce e Gentile, in «Giornale critico della filosofia italiana», LXXIII, 1994, pp. 184-223.
  80. G. Bedeschi, Croce e il marxismo, conversazione in Per conoscere Croce, a cura di P. Bonetti, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1998, p. 27.
  81. N. Bobbio, Croce maestro di vita morale, conversazione in Per conoscere Croce, op. cit., p. 39.
  82. G. Sartori, Studi crociani, vol. II, Bologna, il Mulino, 1997.
  83. G. Sartori, Croce, l’Etica, la Politica, conversazione in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 67-79.
  84. N. Matteucci, Croce, il liberalismo e il cristianesimo, in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 57-66.
  85. Cfr. sul tema A. Bruno, Croce e le scienze politico-sociali, op. cit.; F. Focher, Croce e la scienza empirica della politica, in Logica e politica in B. Croce, Milano, Franco Angeli, 1987, pp. 73-86; Croce e la sociologia, op. cit.
  86. Cfr. esemplarmente N. Matteucci, Il filosofo dei distinti, op. cit.; e in proposito A. Bisignani, Intellettuali e Stato, Firenze, CET, 2015, pp. 65-66.
  87. N. Matteucci, Croce, il liberalismo e il cristianesimo, op. cit., p. 62.
  88. D. Coli, Croce, filosofo europeo, in Per conoscere Croce, op. cit., p. 111.
  89. Ivi, p. 111. Coli cita da B. Croce, La nuova disciplina del pensiero, in Id., Nuove pagine sparse, Bari, Laterza, 1962, p. 156.
  90. E. Paolozzi, La teoria della libertà in Croce, in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 259-65.
  91. C. Ocone, Croce, il liberalismo come “fervore” e come amore, in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 215-70.
  92. Una simile inflessione si avverte, ci pare, anche nel disegno restituito in C. Ocone, L’interpretazione del pensiero di Benedetto Croce 1975-1992: rassegna di studi crociani, in «Storia, antropologia e scienze del linguaggio», 2-3, 1992, pp. 87-105.
  93. G. Cacciatore, Filosofia della pratica e filosofia pratica in Croce, in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 215-30.
  94. Sul complesso del confronto di Cacciatore con Croce ci permettiamo di rinviare al nostro Storicismo e filosofia pratica: G. Cacciatore interprete di Croce, in «Logos», 12, 2018, pp. 131-71.
  95. Gli studi di Cacciatore su Croce si trovano raccolti in Filosofia pratica e filosofia civile sul pensiero di Benedetto Croce, op. cit.
  96. Cfr. M. Maggi, Ma è davvero esistito l’idealismo italiano?, in «Nuova storia contemporanea», 5, 1998, pp. 81-99.
  97. Cfr. l’approdo costituito da S. Cingari, Dopo l’autonarrazione, op. cit.
  98. S. Cingari, Il giovane Croce. Una biografia etico-politica, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000; Alle origini del pensiero ‘civile’ di Benedetto Croce. Modernismo e conservazione nei primi vent’anni dell’opera, Napoli, Editoriale Scientifica, 2002.
  99. S. Cingari, Benedetto Croce e la crisi della civiltà europea, op. cit.
  100. A. Chielli, La vita e il vivere. Benedetto Croce e la “crisi” della cultura europea (1893-1909), op. cit.
  101. A. Chielli, La volizione dell’ideale. “Legge” e “Stato” nella filosofia politica di Benedetto Croce dalla “filosofia della pratica” agli “Elementi di politica”, Lecce, Pensa Multimedia, 2008.
  102. Croce. Il partito politico, a cura di A. Bisignani, Bari, Palomar, 2000.
  103. C. Carini, Benedetto Croce e il partito politico, Firenze, Olschki, 1975.
  104. M. Maggi, L’Italia che non muore. La politica di Croce nella crisi nazionale, Napoli, Bibliopolis, 2001.
  105. Croce e il marxismo un secolo dopo, op. cit.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Marx in Italia. Marxismo teorico e neoidealismo (1895-1900)

Author di Angelo Liccardo

Abstract: L’articolo analizza il dibattito sul marxismo teorico in Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento, individuando nel confronto tra Antonio Labriola, Benedetto Croce e Giovanni Gentile l’origine del neoidealismo italiano. Lo studio evidenzia come la critica crociana riduca il materialismo storico a canone storico, mentre Gentile ne recupera il retaggio dialettico, elevando Marx a filosofo speculativo e influenzando le future interpretazioni di Rodolfo Mondolfo e Antonio Gramsci.

Abstract: The article analyzes the debate on theoretical Marxism in Italy between the late 19th and early 20th centuries, identifying the origins of Italian Neo-Idealism in the confrontation between Antonio Labriola, Benedetto Croce, and Giovanni Gentile. The study highlights how Croce’s critique reduced historical materialism to a historiographical canon, while Gentile recovered its dialectical heritage, elevating Marx to the status of a speculative philosopher and influencing the future interpretations of Rodolfo Mondolfo and Antonio Gramsci.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il dibattito fra Antonio Labriola, Benedetto Croce e Giovanni Gentile non solo inaugura il marxismo teorico in Italia, ma costituisce il vero e proprio “incunabolo” del neoidealismo. Un esempio emblematico di tale genesi è l’elaborazione della categoria dell’utile (la sfera economica dello spirito) in Croce, scaturita dal confronto diretto con l’opera di Marx e le istanze dell’economia marginalista. Influenzato dal rigore logico dell’herbartismo di Labriola, Croce approccia il pensiero marxiano depurandolo da ogni tentazione metafisica. Egli sostiene che il materialismo storico non debba essere inteso come una filosofia monistica della storia, bensì come un mero canone d’interpretazione: uno strumento euristico la cui fecondità spetta unicamente allo storico valutare nel concreto dell’analisi. Su questa base, Croce distingue nettamente l’economia “marxistica” dall’economia pura, interpretando categorie come il valore-lavoro non come verità universali, ma come concetti tipici, utili a far emergere per contrasto la specificità del sistema capitalistico. In quest’ottica, Marx non offre una legge storica necessaria, ma fornisce i mezzi metodologici per isolare e studiare la dimensione economica. Al contrario, Labriola rivendica per il materialismo storico lo statuto di una visione generale del mondo, definita “filosofia della praxis”. Per Labriola, l’essere umano non è un dato statico, ma un essere sociale che produce sè stesso trasformando l’ambiente materiale attraverso il lavoro. Il marxismo ha, dunque, il compito di svelare la genesi delle ideologie, riconducendo le “sovrastrutture” (diritto, morale, religione) al terreno storico-materiale da cui traggono linfa. Rigettando le astrazioni dell’economia pura, Labriola riafferma il carattere intrinsecamente storico della scienza economica: ogni legge è indissociabile da una determinata formazione sociale. Gentile, pur muovendo dalle sollecitazioni di Labriola, ne radicalizza le conclusioni attraverso la lente della filosofia classica tedesca. Egli interpreta la “prassi” come un principio metafisico colto a sancire l’unificazione originaria tra soggetto e oggetto: quest’ultimo non è un dato inerte, ma il risultato dell’oggettivazione del soggetto che, attraverso tale alienazione, ritorna a sé. Il limite della costruzione marxiana risiede, per Gentile, nell’aver applicato questa dialettica alla materia o al fatto economico, elementi per loro natura estranei alla forma dello spirito. Tale forzatura genera, a suo avviso, una filosofia della storia dogmatica e contradditoria. In conclusione, il confronto tra queste tre personalità definisce l’identità della filosofia italiana dell’inizio del Novecento. Il loro intreccio di prospettive divergenti – dal canone metodologico di Croce alla filosofia della praxis di Labriola, fino alla dialettica metafisica di Gentile – ha agito come un potente reagente critico, favorendo il superamento del Positivismo e la maturazione del neoidealismo italiano[1].

Labriola: tra materialismo storico e filosofia della praxis

I tre saggi[2] di Antonio Labriola sul materialismo storico delineano la volontà di riconoscere al marxismo un autonomo statuto filosofico, definendolo una vera e propria «Lebens- und Weltanschauung», ossia una «concezione generale della vita e del mondo»[3].

Tale istanza emerge con forza nel saggio Discorrendo di socialismo e di filosofia (1898), opera che segna, tuttavia, la rottura del sodalizio con l’allievo Benedetto Croce. Sebbene Croce fosse stato avviato al marxismo proprio dal «maestro»[4] Labriola, i suoi studi autonomi lo portano a una revisione critica del sistema marxiano: egli ne recide il nesso con la dialettica hegeliana – declassata a mera «precoltura»[5] giovanile – e ne contesta la teoria del valore-lavoro, abbracciando le tesi marginaliste della «scuola austriaca»[6]. In questo modo, alla visione unitaria e filosofica di Labriola Croce inizia a contrapporre una lettura che ridimensiona il marxismo a mero strumento metodologico. La pubblicazione nel 1897 dell’articolo di Croce contro Achille Loria[7], mirante a denunciarne i plagi e il riduttivo economicismo, trasforma un’iniziale intesa tattica con Labriola in uno scontro aperto. Sebbene Labriola avesse caldeggiato l’attacco per colpire un avversario dottrinale e politico allora influente nel Partito Socialista, egli reagì duramente alla versione italiana dello scritto. Il motivo della rottura risiedeva in una nota inedita in cui Croce dichiarava apertamente la propria adesione alle teorie del valore dell’economia pura. Tale presa di posizione sancì la definitiva divergenza tra i due: quella che era nata come una critica comune al “lorianismo” divenne per Croce l’occasione di legittimare il marginalismo, provocando la caustica reazione del maestro[8].

Il terzo saggio di Labriola sul materialismo storico nasce dall’esigenza di ridefinire il rigore teorico del marxismo in un momento di profonda incertezza, scosso sia da dinamiche private che da mutamenti politici internazionali. La spinta speculativa del filosofo fu alimentata, da una parte, dal doloroso deterioramento del rapporto con Croce, le cui divergenze interpretative segnarono una rottura dottrinale insanabile; dall’altra, dalla necessità di rispondere alla “crisi del marxismo” che lacerava la Seconda Internazionale[9]. In questo clima di scontro tra ortodossia e revisionismo, Labriola scelse di mantenere una posizione di equidistanza critica, puntando a restituire al socialismo scientifico la sua autentica portata filosofica e speculativa[10]. L’intento di Labriola nel sancire l’autonomia del marxismo sorge nel vivo del dibattito con Croce e del contesto storico, ma matura pienamente solo dopo un intenso travaglio interiore. A cavallo tra gli ultimi due decenni dell’Ottocento, la sua adesione al socialismo lo spinge ad approfondire i fondamenti teorici che guidano il proletariato. Egli rintraccia nel pensiero di Marx ed Engels il fulcro di questa nuova visione del mondo, ravvisando proprio nella concezione materialistica della storia l’espressione più compiuta e organica del loro sistema filosofico. Quindi, il maestro di Croce intraprende (anche in virtù della corrispondenza iniziata con Engels e con i principali esponenti del pensiero teorico e politico del socialismo europeo) uno studio minuzioso e critico dei testi dei due fondatori del socialismo scientifico, peraltro, in quel tempo, assai difficili da ritrovare; e, a partire dal 1890, stabilisce di iniziare a trattare nei corsi di filosofia della storia, insegnamento che terrà nell’Università di Roma dal 1887, anno della celebre Prolusione sui Problemi della filosofia della storia[11], sino al 1903 (anno che precede la sua scomparsa a causa di una grave malattia), proprio della concezione della storia elaborata da Marx ed Engels.

In questi anni, Labriola tiene, altresì, alcuni corsi che presentano interessanti argomenti oggetto di un carattere prevalentemente monografico – ma letti sempre attraverso la lente cromatica del materialismo storico – come, ad esempio, i corsi dedicati alle figure di Fra Dolcino, Rousseau, Carlotta Corday ecc.[12]. Un ulteriore corso presenta il tentativo di ricostruire una biografia intellettuale di Marx, indispensabile, a giudizio di Labriola, per una corretta storicizzazione del suo pensiero all’interno di un orizzonte critico che si rivolge a coloro che metafisicamente compiono una sorta di eternizzazione del pensiero del filosofo di Treviri, facendone una specie di vademecum o di Evangelo valido in ogni tempo e in ogni luogo. In tale modalità di pensiero, tuttavia, il rischio sempre presente è quello di intendere feticisticamente «il pensato e il saputo», ossia come cose che esistono materialmente, ignorando, di fatto, il carattere di processo «in fieri» del «pensare» e del «sapere»[13]. Labriola sosteneva, inoltre, che in Marx teoria e prassi, pensiero e impegno politico formassero un tutto inscindibile; di conseguenza, la sua biografia (al pari di quella di Engels) era da intendersi quale testimonianza cruciale della nascita del socialismo moderno. In seguito[14], in parte perché Labriola decide di accogliere l’invito rivoltogli da Georges Sorel a collaborare alla rivista francese «Le Devenir social» con articoli incentrati sul materialismo storico, in parte perché lo stesso Croce lo invoglia a mettere per iscritto il frutto delle sue meditazioni sul marxismo promettendo di prendersi carico delle spese di pubblicazione, vede la luce nel 1895 il primo dei tre saggi che Labriola dedica alla concezione materialistica della storia, ossia In memoria del Manifesto dei Comunisti. È in tale scritto che è possibile individuare la genesi di quel processo intellettuale che conduce Labriola, nell’ultimo dei suoi saggi marxisti, ossia in Discorrendo di socialismo e di filosofia, a indagare quale sia quel «nocciolo»[15] del materialismo storico in grado di garantire al marxismo uno statuto filosofico autonomo.

Croce: il realismo antimetafisico di Marx

L’ancora giovane Benedetto Croce, nel contesto del dibattito sul marxismo teorico in Italia a cavallo tra i due secoli, rappresenta simbolicamente il termine medio di un sillogismo che non giunge a piena e perfetta risoluzione. Infatti, nel periodo 1895-1900[16] Croce svolge un ruolo di “cerniera” tra le figure di Antonio Labriola e di Giovanni Gentile ponendosi, in un primo momento, in guisa di continuità con la prospettiva teorica contenuta nei primi due saggi che Labriola dedica alla concezione materialistica della storia; tant’è vero che il Croce «teorico marxista»[17] del ’96-’97 considera il proprio maestro come un modello che ha saputo correttamente interpretare la dottrina di Marx[18]. Il compito che Croce si prefigge, dunque, all’interno dei saggi che dedica al materialismo storico e all’economia “marxistica”[19] è, anzitutto, quello di fornire quei «chiarimenti epistemologici» che il Marx «personaggio reale»[20] (a causa del suo temperamento incline all’azione pratica), di fatto, non ha delucidato. In questa operazione, Croce rilegge la concezione materialistica della storia e la teoria economica del filosofo di Treviri attraverso la lente delle proprie coordinate kantiane e neokantiane del tempo, che esercitano un influsso risolutivo sulla sua prospettiva critica[21].

Alla luce di tali presupposti, Croce promuove la lettura di un «Marx possibile, vero o inverato»[22], ossia sciolto da quegli arzigogoli irrealistici che contribuivano, da parte di sostenitori e avversari, a una lettura metafisica del suo pensiero, che era andata diffondendosi proprio a seguito delle sciagurate interpretazioni promosse dall’ortodossia della “scuola” marxista. Tali letture, che vedevano nel filosofo di Treviri lo scopritore di leggi e tendenze scientifiche, ossia universali e necessarie, concepite metafisicamente come l’intima essenza della realtà empirica, adombrano, a giudizio di Croce, il fatto che Marx non sia «uno scienziato di gabinetto»[23]; in realtà, la natura autentica di Marx è quella di «un genio politico che, anche nella costruzione scientifica, aveva guardato all’azione rivoluzionaria, alla prassi politica», e lo ha fatto «con uno schietto realismo, svelando le radici delle ideologie e mostrando “la condizionalità sociale del profitto”»[24]. Il confronto con l’economia pura è ciò che consente a Croce di distinguere i due diversi (ma animati da uno «spirito egualmente rigoroso»[25]) piani dell’economia “marxistica” e dell’economia marginalista, che presentano due distinte, ma – secondo Croce – non opposte, teorie del valore. Infatti, la teoria del valore-lavoro di Marx viene interpretata come una declinazione particolare della teoria generale del valore proposta dall’economia marginalista; quest’ultima, pur muovendosi su un terreno astratto, individua scientificamente il fondamento del valore nell’espressione soggettiva dell’utilità marginale. Ne consegue che, per Croce, la teoria generale del valore non si pone in antitesi con quella di Marx, poiché il nesso valore-lavoro non è invalidato dal marginalismo, ma semplicemente reinterpretato come una fattispecie contenuta in una legge economica di portata più generale. Infatti, l’economia pura, in quanto scienza astratta, definisce il valore come l’espressione non soltanto del vivo lavoro umano che, secondo la teoria di Marx, è l’unico fattore della produzione in grado di generare nuovo valore di scambio; essa lo interpreta, invece, quale risultante del lavoro inteso in termini generali di «sforzo=pena»[26]. In quest’ottica, la dottrina dell’economia pura legittima anche il ruolo del capitalista – il quale genera valore, rinunciando al consumo immediato per investire nel ciclo produttivo –, considerandolo un fattore produttivo equiparabile al lavoro vivo. La teoria marxiana del valore-lavoro vivo appare, quindi, come una specificazione concreta della legge generale (seppur astratta) definita dai marginalisti: Marx, di fatto, isola un unico elemento della produzione per esaminarne criticamente l’evoluzione entro il sistema capitalistico. L’operazione di Marx presuppone la teoria del valore promossa dall’economia pura ed è compiuta in direzione della costruzione di quegli strumenti “ideal-tipici” (la teoria del valore-lavoro e il concetto di plusvalore) che Marx utilizza per realizzare il proprio scopo, i quali – letti alla luce del “paragone ellittico” – rappresentano le chiavi di accesso della «sociologia concreta marxiana»[27]. Quindi, le ricerche teoriche di Marx sono innervate da motivazioni di natura pratica che costituiscono, altresì, il presupposto di quella concezione materialistica della storia interpretata da Croce non come una nuova costruzione a priori – ossia teologica e provvidenzialistica – della storia, ma come un concreto «canone»[28] d’interpretazione che serva, con le sue ricche suggestioni, di ausilio e di supporto alla storiografia.

Non si può prescindere, inoltre, dal considerare quanto il dibattito sul marxismo sia stato propedeutico per la maturazione del futuro sistema filosofico di Croce. Dalla tensione dialettica con il pensiero di Marx e dall’analisi della logica marginalista Croce trae la linfa vitale per una vera e propria svolta epistemologica: il riconoscimento della sfera economica come momento imprescindibile della vita dello spirito. In tal modo, l’utile cessa di essere un elemento spurio per trasformarsi in una categoria filosofica a pieno titolo, completando quel quadrilatero categoriale che vede nella coesistenza di estetica, logica, economia ed etica il motore del divenire storico[29].

Infine, non bisogna trascurare che è stato che proprio Croce a introdurre Gentile nel coevo dibattito sul marxismo teorico. Dopo la pubblicazione del labriolano Discorrendo di socialismo e di filosofia, le strade iniziano a dividersi: Croce si incammina verso un’interpretazione antimetafisica di Marx, mentre Gentile elabora una visione speculativa che finirà, col tempo, per persuadere lo stesso Croce. Questo slittamento porta Croce a rinnegare la sua iniziale esegesi, condizionando i suoi futuri giudizi retrospettivi. Di conseguenza, per comprendere la genesi del suo pensiero, bisogna operare una sorta di epoché sui commenti della maturità e calarsi direttamente nella tensione teorica che caratterizzò i suoi primi studi “marxistici”.

Gentile: l’idealismo di Marx

La riflessione che il giovane Giovanni Gentile dedica al pensiero filosofico di Marx, attraverso i due saggi contenuti nel volume La filosofia di Marx[30], rappresenta un caposaldo del dibattito intorno al marxismo teorico in Italia alla fine dell’Ottocento. L’interpretazione di Gentile si innesta in un vivace confronto teorico che vede contrapposte, in quel frangente, le posizioni di Antonio Labriola e quelle dell’ancora giovane Benedetto Croce.

È noto che Croce era stato iniziato agli studi sul marxismo proprio da Labriola e che, illuminato[31] dalla scoperta della concezione materialistica della storia e dall’interpretazione datane dal proprio maestro, aveva intrapreso una propria strada critica, entrando in contrasto col proprio mentore su alcuni nodi teorici considerati (all’epoca) fondamentali all’interno del marxismo. Gentile, che aveva conosciuto Croce grazie alla mediazione di Donato Jaja[32], si trova catapultato all’interno del dibattito sul marxismo teorico proprio in virtù del neonato scambio epistolare instaurato con Croce[33], giocando sin da subito un ruolo decisivo. Il normalista, che aveva già maturato una notevole conoscenza filosofica[34], non ha difficoltà a riconoscere quegli elementi precipuamente filosofici e speculativi che innervano il pensiero di Marx. Infatti, confrontandosi, nel primo saggio “marxistico” pubblicato nel 1897, ossia Una critica del materialismo storico, direttamente con la nuova concezione della storia, Gentile, da un lato, critica la posizione di Croce, che si rifiuta di riconoscere il carattere di filosofia della storia proprio del materialismo storico, seguendo, con ciò, l’interpretazione di Labriola, il quale aveva definito il materialismo storico come «la nuova e definitiva filosofia della storia»[35]; ma, dall’altro, la sua posizione (intenzionalmente distruttiva) non si identifica neppure con quella del professore romano. In realtà, sostiene Gentile, il materialismo storico, in quanto filosofia della storia, avendo come contenuto non il movimento dialettico dell’Idea che si oggettiva nel mondo storico, ma «la materia (il fatto economico)»[36], risulta caratterizzato da una contraddizione di fondo tra una forma (la dialettica) e un contenuto (la materia) che di necessità si escludono vicendevolmente, concordando stavolta con Croce nel ritenere deboli e incoerenti i presupposti filosofici della nuova concezione materialistica della storia.

Il medesimo rilievo critico viene riproposto da Gentile nel suo secondo saggio, La filosofia della prassi (1899), poi confluito nel volume La filosofia di Marx. Diversamente dal precedente intervento, l’indagine non verte immediatamente sulla concezione materialistica della storia: stimolato dall’uscita del labriolano Discorrendo di socialismo e di filosofia nel 1898, Gentile decide di misurarsi con i fondamenti filosofici e speculativi del marxismo, verso i quali dimostra, tra l’altro, una significativa familiarità. Lo studio del testo di Labriola induce Gentile a scorgere in Marx un pensatore solidamente ancorato alla cultura della filosofia classica tedesca, capace di impiegare categorie speculative perfettamente in linea con la più alta tradizione filosofica italiana. Labriola, nel Discorrendo, aveva insistito nel tentativo di fondare il marxismo come filosofia autonoma; Gentile si muove sulla medesima strada, provando a radicalizzare in chiave critica l’interpretazione del maestro di Croce, dimostrando come il «materialismo metafisico»[37] sia profondamente radicato alla stessa base del materialismo storico. Nel far ciò, Gentile si trova ancora una volta in disaccordo con Croce[38], il quale prova a tenere separati e distinti la filosofia dal pensiero storico e politico di Marx[39]. Gentile, all’opposto, sostiene l’ineludibilità del legame con Hegel per interpretare correttamente Marx, approdando però a una sintesi che finisce per ricondurre e appiattire la filosofia del pensatore di Treviri su quella del suo predecessore. È proprio l’importanza che il pensiero di Hegel assume nella riflessione di Marx che conduce Gentile a elaborare un’interessante lettura della prassi che, a partire da una traduzione intenzionalmente scorretta della terza tesi su Feuerbach[40], sarà destinata a influenzare la successiva interpretazione attorno al concetto di prassi che occuperà una peculiare parte della riflessione del marxismo teorico in Italia dopo Gentile, dapprima con Rodolfo Mondolfo e successivamente in Antonio Gramsci[41]. Insomma, la riflessione di Gentile è pregna di significati ed è feconda di stimoli che favoriscono ulteriori interpretazioni, ma non va dimenticato che le sue intenzioni restano, comunque, distruttive nei confronti dei fondamenti teorici e speculativi del pensiero di Marx; il paradosso, tuttavia, sta proprio in una critica che favorisce un’indiretta valorizzazione del marxismo facendo, di Marx, un filosofo a pieno titolo[42].

 

  1. Il presente contributo costituisce l’esito di una ricerca condotta sulle edizioni nazionali delle opere degli autori esaminati (ove disponibili). Sebbene si sia privilegiata la letteratura critica più recente, si è tenuto in debito conto anche il fondamentale apporto degli studi precedenti. I principali testi di riferimento verranno puntualmente indicati in nota nel corso della trattazione.
  2. Cfr. A. Labriola, In memoria del Manifesto dei Comunisti, a cura di B. Alberto, Napoli, Bibliopolis, 2021; Id., Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, a cura di D. Bondì, L. Punzo, Napoli, Bibliopolis, 2021; Id., Discorrendo di socialismo e di filosofia, in Id., Saggi sul materialismo storico, a cura di V. Gerratana e A. Guerra, II ed., Roma, Editori Riuniti, 1968, pp. 172-286 (di quest’ultimo saggio, si segnala l’uscita recente dell’Edizione Nazionale A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, a cura di D. Bondì, A. Burgio e F. Cerrato, Napoli, Bibliopolis, 2025). Cfr. inoltre A. Labriola, Da un secolo all’altro. 1897-1903, a cura di S. Miccolis e A. Savorelli, Napoli, Bibliopolis, 2012, che rappresenta il prezioso frammento del “quarto saggio” sul Materialismo storico che Labriola non portò mai a compimento e dove il filosofo cassinate tenta di misurare la tenuta del marxismo di fronte alle sfide del nuovo secolo. Per approfondire il pensiero di Labriola prima del suo approdo al marxismo cfr. S. Poggi, Antonio Labriola: herbartismo e scienze dello spirito alle origini del marxismo italiano, Milano, Longanesi, 1978 e Id., Introduzione a Labriola, II ed., Roma, Laterza, 2005.
  3. A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, op. cit., p. 182. Una convincente interpretazione e ricostruzione del pensiero labriolano fino al suo approdo al marxismo è contenuta in D. Bondì, Chi può dire io credo e chi può dire io non credo? La teoria morfologica di Antonio Labriola, in «Filosofia Italiana», XVI, 1 (2021), pp. 13-30.
  4. B. Croce, Contributo alla critica di me stesso, a cura di F. Audisio, Napoli, Bibliopolis, 2007, p. 65. Per un’analisi dettagliata sulla biografia del giovane Croce e in merito al travagliato rapporto intellettuale intrattenuto con Labriola cfr. E. Cutinelli-Rèndina, Benedetto Croce. Una vita per la nuova Italia, Torino, Aragno, 2022 e P. D’Angelo, Benedetto Croce. La biografia. I. Gli anni 1866-1918, Bologna, il Mulino, 2023.
  5. B. Croce, Sulla forma scientifica del materialismo storico, in Id., Materialismo storico ed economia marxistica, a cura di M. Rascaglia, S. Zoppi Garampi, Napoli, Bibliopolis, 2001, pp. 18-39: 18.
  6. B. Croce, Le teorie storiche del prof. Loria, in Id., Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., pp. 40-67: nota 17, p. 40. Per una disamina puntuale sulle origini del marxismo italiano e sulle coeve discussioni circa il pensiero economico di Marx cfr. P. Favilli, Il socialismo italiano e la teoria economica di Marx (1892-1902), Napoli, Bibliopolis, 1980 e Id., Storia del marxismo italiano: dalle origini alla grande guerra, Milano, Franco Angeli, 2003.
  7. Cfr. B. Croce, Le teorie storiche del prof. Loria, op. cit., e cfr. P. Craveri, Genesi e sviluppo della raccolta di saggi di Benedetto Croce su “Materialismo storico ed economia marxistica”, in Marx in Italia. Ricerche nel bicentenario della nascita di Karl Marx, a cura di C. Tuozzolo, Roma, Aracne, 2020, pp. 291-328: 299.
  8. Cfr. la lettera del 25/12/1896 in A. Labriola, Lettere a Benedetto Croce 1885-1904, a cura di L. Croce, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1975, p. 187, in cui Labriola afferma che la nota sulla teoria del valore di Marx, inserita da Croce nel saggio sul Loria, è «soggettivamente prematura e oggettivamente poco comprensibile»; inoltre, nella medesima lettera, Labriola accusa Croce di essersi avventurato troppo in fretta a dichiarare l’esistenza di un’economia pura quando invece, a suo giudizio, l’economia è solo scienza storica.
  9. Per un’analisi dettagliata sul coevo dibattito interno alla Seconda Internazionale cfr. Storia del marxismo. Vol. 1: Socialdemocrazia, revisionismo, rivoluzione (1848-1945), a cura di S. Petrucciani, Roma, Carocci, 2015 e R. Racinaro, La crisi del marxismo nella revisione di fine secolo, Bari, De Donato, 1978.
  10. A differenza di quanto accade in Croce che, oltre ad approfondire il tema della concezione materialistica della storia proponendone una lettura originale, ma problematica, si interessa anche all’economia “marxistica” – trascurando quasi in toto la dimensione filosofica presente nel pensiero di Marx –, la filosofia intrinseca al Materialismo storico costituisce un oggetto di particolare rilievo nella riflessione complessiva di Labriola.
  11. Cfr. A. Labriola, I problemi della filosofia della storia (1887), a cura di G. Cacciatore e M. Martirano, Napoli, Bibliopolis, 2018; cfr. inoltre dello stesso curatore il testo Antonio Labriola in un altro secolo, a cura di G. Cacciatore, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006, dove la “filosofia della praxis” di Labriola viene letta come metodo critico ancora attuale, valorizzando la capacità di interpretare le trasformazioni storiche e civili, e ponendo il pensiero labriolano in dialogo diretto con le sfide del nuovo secolo, superandone la dimensione puramente ottocentesca.
  12. Per un approfondimento sui corsi dedicati al Materialismo storico grazie agli appunti che Labriola scriveva per tenere le sue lezioni cfr. A. Labriola, Filosofia della storia. Lezioni e appunti, a cura di D. Bondì, F. Ghezzi e A. Savorelli, Napoli, Bibliopolis, 2023.
  13. A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, op. cit., p. 182.
  14. Cfr. la lettera del 27/04/1895 in A. Labriola, Lettere a Benedetto Croce, op. cit., p. 64. In essa Labriola comunica a Croce la sua intenzione di iniziare a scrivere su «Le Devenir social» e di inviargli il manoscritto del suo primo articolo pubblicato sulla rivista. La medesima lettera sarà, retrospettivamente, indicata da Croce, nell’appendice inserita nella ristampa dei primi due saggi labriolani nel 1938, ossia Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia (1895-1900), saggio che successivamente sarà inserito da Croce – sempre come appendice – nella sesta edizione di Materialismo storico ed economia marxistica, come l’inizio del dibattito intorno al marxismo teorico in Italia. Si veda, in proposito P. Craveri, Genesi e sviluppo della raccolta di saggi di Benedetto Croce su “Materialismo storico ed economia marxistica”, op. cit., pp. 292-93.
  15. A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, op. cit., p. 194.
  16. La morte del marxismo teorico in Italia, determinata, a giudizio di Croce, dalla progressiva erosione che la critica aveva esercitato nei confronti dei fondamenti teorici della dottrina di Marx, viene fatta coincidere, retrospettivamente, con la pubblicazione nel 1900 del volume che raccoglie gli scritti teorici di Croce sul marxismo, ossia Materialismo storico ed economia marxistica.
  17. C. Tuozzolo, Marx possibile: Benedetto Croce teorico marxista, 1896-1897, Milano, Franco Angeli, 2008, p. 158.
  18. «Il Croce di fine Ottocento studioso di Marx è (se si leggono attentamente i testi dell’epoca, senza prendere acriticamente per buono ciò che di lui dirà il “Croce maturo”), sostanzialmente, un “marxista labriolano” (disconosciuto, quasi subito, dal maestro) intento a difendere Marx dalle interpretazioni metafisiche del marxismo al fine di delineare una adeguata “concezione realistica della storia”»: C. Tuozzolo, Idealtipo, valore e plusvalore. Le idee di Weber nel “paragone ellittico” del giovane Croce, in Benedetto Croce: riflessioni a 150 anni dalla nascita, a cura di C. Tuozzolo, Roma, Aracne, 2016, pp. 197-242: 235. Si veda, altresì, E. Agazzi, Il giovane Croce e il marxismo, Torino, Einaudi, 1962.
  19. Cfr. B. Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit.
  20. C. Tuozzolo, Marx possibile: Benedetto Croce teorico marxista, op. cit., p. 158.
  21. Per un’analisi dettagliata sul kantismo del giovane Croce cfr. G. Guastamacchia, Il giovane Benedetto Croce: herbartismo, neokantismo e scienze dello spirito, Napoli, Bibliopolis, 2024.
  22. Ibidem.
  23. Ivi, p. 149.
  24. M. Mustè, Marxismo e filosofia della praxis: da Labriola a Gramsci, Roma, Viella, 2018, p. 84.
  25. C. Tuozzolo, Marx possibile: Benedetto Croce teorico marxista, op. cit., p. 95.
  26. Ivi, p. 117.
  27. Ivi, p. 69. Sul punto è imprescindibile il contributo di E. Massimilla, Intorno alla fecondità euristica del materialismo storico come comune terreno d’indagine del giovane Benedetto Croce e di Max Weber, in «Archivio di storia della cultura», 2025, pp. 85-120.
  28. B. Croce, Per la interpretazione e la critica di alcuni concetti del marxismo, in Id., Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., pp. 88-121: 88.
  29. Il sistema filosofico crociano e le principali problematiche che ruotano attorno alla sua costruzione sono questioni affrontate in M. Mustè, La filosofia dell’idealismo italiano, Roma, Carocci, 2008 e Id., Tra filosofia e storiografia. Hegel, Croce e altri studi, Roma, Aracne editrice, 2011.
  30. Cfr. G. Gentile, Una critica del materialismo storico e La filosofia della prassi, in Id., La filosofia di Marx, Firenze, Le Lettere, 2003, pp. 11-58 e 59-165.
  31. Cfr. B. Croce, Contributo alla critica di me stesso, op. cit., p. 34.
  32. Cfr. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, Firenze, Giunti Editore, 1995, p. 54.
  33. Cfr. lettera dell’11/07/1896 in B. Croce-G. Gentile, Carteggio. I. 1896-1900, a cura di C. Cassani e C. Castellani, Torino, Aragno, 2014, p. 8, in cui Croce invia a Gentile la memoria pontaniana Sulla concezione materialistica della storia.
  34. Gentile discute la propria tesi di laurea su Rosmini e Gioberti nel luglio 1897 e subito dopo incontra per la prima volta Croce a Napoli; per approfondire questo periodo della biografia di Gentile cfr. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, op. cit., p. 55.
  35. A. Labriola, In memoria del Manifesto dei Comunisti, op. cit., p. 58.
  36. G. Gentile, Una critica del materialismo storico, op. cit., p. 41.
  37. 33 G. Gentile, La filosofia di Marx, op. cit., p. 6.
  38. Cfr. la lettera del 26/08/1899 in B. Croce-G. Gentile, Carteggio. I. 1896-1900, op. cit., p. 279. In essa Gentile afferma che Marx a buon diritto deve essere interpretato non solo come storico e come politico, ma soprattutto come filosofo: infatti, sostiene Gentile, Marx per tutta la sua vita è rimasto legato alle sue idee filosofiche che imperniavano quelle storiche e politiche; se non ha avuto modo di elaborarle ulteriormente, è perché è «rivolto a speciali ricerche», nonostante le abbia ricordate «qua e là in fuggevoli accenni».
  39. Cfr. la lettera del 21/08/1899, in B. Croce-G. Gentile, Carteggio. I. 1896-1900, op. cit., p. 274, dove Croce sostiene che considerare primarie o secondarie le osservazioni di carattere metafisico nell’opera di Marx non sia importante dal momento che, in ogni caso, la filosofia di Marx deve intendersi, a suo giudizio, come un «condimento» per altro di cattivo gusto dell’opera sua, rispetto alla quale occorre, piuttosto, valorizzare – in qualità di storico e interprete di essa – l’assunto di critica della società moderna, ma anche il suo carattere di «politico del movimento proletario».
  40. Cfr. M. Mustè, Umwälzende Praxis. La terza tesi su Feuerbach nel marxismo italiano, in Marx in Italia, op. cit., pp. 61-81.
  41. Cfr. M. Mustè, Marxismo e filosofia della praxis, op. cit.
  42. Cfr. S. Natoli, Giovanni Gentile filosofo europeo, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 12.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Recensione di Alessandro Fo, “Luci e eclissi” (Einaudi 2026)

Author di Antonio Pane

Luci e eclissi, la quarta “bianca” di Alessandro Fo, mi riporta a un memorabile giorno di quasi quarant’anni addietro, il 4 ottobre 1986, e a Borgomanero, la cittadina in provincia di Novara, a breve distanza dai laghi d’Orta e Maggiore, dove si concludeva l’iter del sesto premio di poesia “Achille Marazza” (fra i giurati, l’insigne latinista Carlo Carena): la sezione “Poesie Inedite” aveva visto la vittoria di Alessandro, mentre a chi scrive era giunta una consolatoria «segnalazione d’onore».

I cordiali convenevoli fra i prescelti avevano avuto modo di distendersi nella vivace conversazione del ritorno a Milano (Alessandro, diretto a Cremona e automunito, mi aveva gentilmente offerto un passaggio fino alla fermata Cairoli della Metro, donde avrei potuto agevolmente raggiungere la Stazione Centrale e quindi avviarmi a Prato): parlammo ovviamente di poeti, scoprendo, fra l’altro, di condividere la preferenza per la «poesia onesta» di Saba e quella speciale ammirazione per l’opera del dimenticato Ripellino che avrebbe nutrito un lungo, fraterno sodalizio di studi.

Chiamo in causa il giovanile ricordo per dire che, se la recitazione d’autore di Città, teatri, corsi (la poesia premiata, splendido adattamento metrico di uno scambio epistolare con Roberta De Monticelli) mi aveva assai colpito, la lettura dei dattiloscritti che a ruota la seguirono (Poche storie, che risaliva al 1985; Le cose parlano, del 1987; Il giallo e il blu del 1990) mi squadernò una voce originale e già prestigiosa, i lineamenti di un poeta che ha ormai ritagliato un suo terreno tematico e scelto i suoi procedimenti. Non a caso una buona parte di quelle raccolte battesimali sarà variamente dislocata nelle plaquettes Le cose parlano (1988) e A ricordo del grande Bologna (1992) e nei volumi Otto febbraio (1995), Corpuscolo (2004), Vecchi filmati (2006); non a caso la nuova può tranquillamente recuperare la quartina “anagrafica” di Otto febbraio e l’episodio d’infanzia che concludeva Vecchi filmati, ospitare appendici delle serie consacrate agli angeli (in Mancanze), all’inferno carcerario e a persone scomparse (in Filo spinato), ai girasoli e alle “donne in corriera” (in Vecchi Filmati) e, sotto l’instabile insegna del gerundio, prevedere il sequel (Considerazioni camminando) di un tratto di Filo spinato (Facendo un altro lavoro).

Tutto si tiene. Il consueto perimetro della poesia di Alessandro Fo, lo «spazio di responsabilità e di cura» ricordato in quarta di copertina («un luogo in cui ciò che rischia di eclissarsi – persone, vite marginali, piccoli gesti, affetti perduti – trova ancora parola e memoria») ruota ora sulla classica cronologia distribuita nelle asimmetriche parti del Nascere, del Vivere e dell’Eclissarsi (tre come quelle di Mancanze e di Filo spinato, ma qui racchiuse fra un Prologo e un Congedo) e concepita, diresti, per accogliere (e debitamente accudire) l’arrivo del «tempo dei bilanci» segnalato in Un appunto (l’onesto, puntiglioso catalogo delle variegate fonti dei versi): il traguardo che muove la nostalgia della perduta dimora di «Strada del Lauro 43, Torino» (endecasillabo teatro delle imprese “artistiche” di Sgorbi infantili), trasmettendosi a Traslochi (e auguri), rendiconto che riunisce «in un solo necrologio» le predilette figure di Claudio Rutilio Namaziano e Angelo Maria Ripellino e l’autoironico «signor Boh» (il «tentato poeta»), a Passaggi (nel rintocco “etimologico” del «quando quel giorno ripasserai qui / e sarò già passato»), a Leggendo La matita di Modigliani, attraverso i «raggiunti limiti d’età» che inverano il desolato verdetto del Deserto dei Tartari («quasi corresse al vuoto un certo incanto / che t’illudeva, cieco, che t’illude, / atteso così tanto, / fatto segno di tanto investimento»), a Sgomberi (per il rassegnato sarcasmo dell’«Io sto qui a tirar su il mio ‘monumento’ / più precario di cenere»), a Ipoteticamente remissivo (dove lo sguardo si volge perplesso sul «giungere ad avere i propri cari / quasi tutti di là, / e allora farsene, docilmente, chiamare»), ai gemelli Eclissandomi e Eclissandomi, again (chi e che cosa conta).

Lungi dall’introdurre fratture o dissonanze, il motivo del “futuro passato” (l’«avvenire dietro le spalle» di Flaiano, e di Gassman, che si fa a sua volta motore di splendide variazioni sul relativo disincanto) partecipa della «profonda fedeltà all’umano» dichiarata nella stessa copertina (sulla scorta, è da credere, del proverbiale humani nihil a me alienum puto di Terenzio), parla di un “sistema” che si alimenta della “calda vita” (il «caldo sapore di vita» evocato in Attimi di Natale), dovunque si trovi: in persone e fatti incontrati, in una fotografia, in una frase colta per strada, in un dialogo estemporaneo, in un documento burocratico, in un brano letterario, in una notizia del tg, nel personaggio di un film. I versi di oggi continuano a sperimentare il pensiero che la poesia, prima che in noi, è nelle cose, e che il poeta deve farsene in primo luogo filologo, onorarne al suo meglio il “testo” (dalla salutare distanza fermata nel titolo dell’antico, aureo libretto Bucoliche (al telescopio), poi accolto in Corpuscolo).

Il «meglio» del nostro poeta contempla le risorse che vanno ad aggiungersi ai forti strumenti del latinista (affinati al fuoco di magistrali versioni di Rutilio Namaziano, Virgilio, Catullo) e che rendono quanto mai attraente il suo modo di restituire l’integrità dell’“originale”: la vena narrativa (saggiata nel giovanile e inedito Romanzo della Viola) che tende a configurare in ogni componimento una piccola/grande storia; la vocazione teatrale (testimoniata dall’evo delle scritture e messinscene di Al teatro d’Alvernia e di una trilogia cavalleresca) che presiede alla dinamica esposizione del parlato e alle poesie interamente dialogiche (ben rappresentate in quest’ultima sede da Considerazioni camminando e A volte ritornano); la specifica attitudine “registica” dei lievi aggiustamenti promossi per favorire la “posa”, l’inquadratura che ruba l’anima del soggetto.

I mezzi del “mestiere” che giunge a concedersi il vezzo dell’iperbato (il «di un trombone parato a conferenza […] la procurata noia» di Qualche cosa di bello contro il tedio) o della simmetria sottratta “con destrezza” al XXIV dell’Inferno («come fumo per aria e in acqua schiuma», in Guardando un film da un libro di Jane Austen) assistono in particolare la ricca produzione di connettivi lessicali: tralicci e mattoni di veri tempietti votivi. Non essere, che inaugura, “in retrocessione”, il gruppetto del Nascere, è montato sull’ambiguo dei termini «quanto» e «manca»: «sei venuto a mancare»; «Quanto manchi / ai tuoi cari mancati»; «la neve che ti manca»; «Come e quanto verrai tu ricordato e da quanti e per quanto». Ciascuna delle tre strofe di Smash in vecchiaia contiene, a realizzare “fisicamente” il genetliaco del tennista, le sigle «anni» e «Pietrangeli». In Venuto poi il «momento»… il titolo si prolunga nelle rime in «ento» («controvento», «appuntamento»), negli avverbi in «ente» («accanitamente», «sconsolatamente»; «amaramente»; «Virgilianamente») e nella chiusura su «invenient». Eclissandomi, again (chi e che cosa conta) si avvince alla dubbia radice «cont», declinandola in «conto», «conti», «conta», «contato». Di queste operazioni è lo stesso autore a dar conto, laddove, nel richiamato Appunto, invita a scorgere la sequenza di «man» che in Via Chiassi 16 omaggia Mantova, la città deprivata degli amici Giorgio e Adriana, giunti, con salvacondotto catulliano, oltre ogni ritorno, «illuc unde negant redire quemquam». Le numerose evidenze di una raffinata arte allusiva ne saranno i magnifici fregi. In Tutto bene le nuvole, «ora d’un bel bianco, / ora più grigie, a spasso nell’azzurro» hanno preventivamente incorporato «the fast-moving clouds» del Carpe diem di Billy Collins che più avanti apparirà come il testo «che fra poco andavo a presentare». In Habent sua fata libelli il titolo del derelitto Storie esemplari si riverbera, verso la chiusa, nella menzione della sua «chiusa (esemplare)», facendo siparietto con la fulminea battuta conclusiva: «Lo tengo». In Eclissandomi, uno dei capolavori del libro, At a lunar eclipse, il maestoso, profondo, shakespeariano sonetto di Thomas Hardy guadagna una riscrittura che ne adegua il cosmico corso e l’interrogazione che vi consegue («How shall I link such sun-cast symmetry / With the torn troubled form I know as thine, / That profile, placid as a brow divine, / With continents of moil and misery?») al comune, circoscritto cammino dell’uomo che si vede “eclissato”, producendo non meno angosciose domande, nell’ombra che il suo corpo proietta sul marciapiede: «Possibile, là dentro quelle forme, / stia il mio pensiero, l’essere, le cose / che sto facendo, che progetto, i giorni, / i dolori passati, i sentimenti?».

Ancora. La superficie “denotativa” di molte poesie (conclamata, ad esempio, da incipit quali «Sabato 18 settembre 2021 alle 11,01», «Invitato in Chieti a una lezione», «Mia sorella Laura fa un trasloco») copre sovente “segreti di fabbrica” che meriterebbero occhiute perizie, precluse a una semplice recensione. Ma non posso trattenere un rapido accenno a Cartolina da Parma (dove il «sonetto franato» che osa rimare «incantar…, ma» e «Parma» realizza la sua débâcle nel precipizio dell’ultimo verso disposto “a scala” e affacciato sul vacuo della sua rima “scommessa”) e a Vicoli ciechi, felice, aereo contrappunto che alterna il “microfono viario” proteso, sin dal folgorante attacco («Vicolo del Pulcetino… L’hai mai visto? / È un vicolo cieco, e tuttavia…») a vive, palpitanti parole, le didascalie teatrali (o i movimenti di camera) che ne inquadrano il contesto (e il lento scorrervi del tempo da «Bel tramonto d’estate, sole basso, / incantevole luce sul tappeto / del trifoglio fiorito fra i mattoni» a «E sul vicolo / e sul trifoglio il sole già declina»), la digressione di alleggerimento («Frattanto, dietro, si congeda / una ragazza, con un cenno al mio amico, / che ne sarà irretito»), la voce “fuori campo” che integra la vicenda della «signora / fino alla fine» che «era al Balcone» («È morto suo fratello, sacerdote» etc.) e il piano-sequenza che ne accompagna l’exit («per la discesa si avvia»), realizzando inoltre un sommesso commercio intertestuale con il piccolo ciclo che in Filo spinato baciava un’altra ospite della Casa di riposo «Il Balcone».

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Il “privilegio” di Croce

Author di Maurizio Tarantino

Abstract: Il saggio ricostruisce la posizione di Benedetto Croce durante il ventennio fascista, a partire dalla devastazione della sua casa napoletana nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1926, in seguito all’attentato di Anteo Zamboni a Mussolini. L’episodio, che suscitò enorme scandalo sulla stampa internazionale, indusse il regime a lasciare al filosofo una relativa libertà di espressione, che Croce sfruttò per continuare a pubblicare e a esprimere, con understatement e ironia, la propria opposizione. Il testo analizza la risposta di Croce attraverso le pagine del suo diario, dove il filosofo elaborò una strategia personale e morale di resistenza, rifiutando sia la resa che l’inutile disperazione. Al centro del saggio vi è lo scambio epistolare del 1944 con Togliatti, che sulle pagine di «Rinascita» accusò Croce di aver goduto di un “privilegio” in cambio di una tacita collaborazione con il fascismo. Croce respinse con forza l’accusa, portando la questione direttamente in Consiglio dei ministri e ribadendo che la sua relativa libertà fu conseguenza dello scandalo internazionale seguito alla devastazione, non di alcun accordo col regime. Tarantino mostra come questa “leggenda” del Croce “privilegiato” o “imboscato” abbia continuato a circolare negli ambienti della sinistra fino ai nostri giorni, trovando eco anche in storici autorevoli.

Abstract: The essay reconstructs Benedetto Croce’s position during the Fascist twenty-year period, starting from the ransacking of his Neapolitan home on the night of October 31 to November 1, 1926, following Anteo Zamboni’s assassination attempt on Mussolini. The episode, which caused enormous scandal in the international press, led the regime to grant the philosopher a degree of freedom of expression, which Croce used to continue publishing and to voice his opposition with understatement and irony. The essay analyzes Croce’s response through the pages of his diary, where the philosopher developed a personal and moral strategy of resistance, rejecting both surrender and futile despair. At the heart of the essay lies the 1944 epistolary exchange with Togliatti, who in the pages of «Rinascita» accused Croce of having enjoyed a “privilege” in exchange for tacit collaboration with Fascism. Croce firmly rejected the accusation, bringing the matter directly before the Council of Ministers and reaffirming that his relative freedom was a consequence of the international scandal following the ransacking, not of any agreement with the regime. Tarantino shows how this “legend” of a “privileged” or “sheltered” Croce continued to circulate in left-wing circles well into recent times, finding echo even in authoritative historians.

La sera del 31 ottobre 1926, a Bologna, al termine della commemorazione della marcia su Roma, il quindicenne Anteo Zamboni sparò, senza colpirlo, un colpo di pistola verso il Duce. Il ragazzo fu ucciso sul posto a coltellate dalle camicie nere. L’attentato, sulla matrice del quale, anarchica o farinacciana, gli storici restano ancora incerti, ebbe due conseguenze principali: una più diluita nelle settimane successive, l’altra immediata. La prima fu l’inasprimento della legislazione per la “difesa dello Stato”, tra cui lo scioglimento di tutti i partiti, la decadenza dei 123 deputati aventiniani, l’istituzione del Tribunale Speciale, la reintroduzione della pena di morte. La seconda conseguenza, quella immediata, si consumò nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre con un centinaio di spedizioni punitive in tutta Italia, con violenze e saccheggi nelle sedi di giornali, partiti e sindacati, e devastazioni delle case degli antifascisti. I due episodi più eclatanti furono l’assalto alla casa cagliaritana di Emilio Lussu, raccontata con dovizia di particolari e ironia dallo stesso Lussu in quel “capolavoro involontario” che è Marcia su Roma e dintorni, e la devastazione della casa di Benedetto Croce. A Napoli, in quella notte, erano già state assalite le case di Arturo Labriola, Amadeo Bordiga, Roberto Bracco, Mario Amendola (fratello di Giovanni) e Piero Scarfoglio. Gli squadristi, all’alba, si presentarono a Palazzo Filomarino:

Stanotte, alle 4 siamo stati svegliati da un gran fracasso di vetri rotti e di passi affrettati; era una dozzina o quindicina di fascisti, venuti a devastarmi la casa, hanno rotto tutti i vetri, sfondato quadri, e spezzato vasi e mobili delle stanze per cui sono passati. Gettatomi dal letto, mi sono affacciato dalla stanza per domandare cosa fosse; mi hanno risposto: “Fascisti, fascisti”, e un tale ha aggiunto volgari parolacce. Mentre infilavo i calzoni e mettevo le scarpe, mia moglie si è precipitata loro incontro, passando per altre stanze, ed essi, alla presenza e alle parole, hanno smesso di colpo, si sono chiamati a raccolta, hanno spenta la luce gettando la casa nell’oscurità, e sono dileguati. Ci siamo affacciati al balcone, e li abbiamo visti rimontare nel camion con gli altri che facevano la guardia giù al portone[1].

Insieme con l’annotazione sul diario, Croce scrisse la mattina dopo anche una lettera ad Alessandro Casati. La trama del “racconto” è la stessa, ma il tono è diverso. Il filosofo già ragiona («Avevano aria di gente che ubbidisce a ordini. Potevano malmenarmi (ero scalzo e in camicia), e non l’hanno fatto: dunque, questo non era tra gli ordini»); e soprattutto stempera la comprensibile paura e indignazione con l’understatement e l’ironia:

hanno gridato qualche parolaccia, ma non troppo ferocemente, al mio indirizzo […] mi sono consolato nell’allegra idea che finalmente ho avuto l’onore di ricevere una visita dello Stato Etico, di quello buono, che risolve in sé la religione, ed è la morale in atto, ecc. ecc. La casa è mezzo devastata, ma Adelina e le bambine (e persino le donne di servizio) sono state all’altezza della situazione, cioè più filosofe di me o quanto me[2].

Tre settimane dopo Croce votò al Senato contro alcune delle “leggi fascistissime”, ma il suo nome non comparve nei verbali. Così scrisse a Tommaso Tittoni, presidente del Senato, chiedendogli di reintegrarlo. Alla lettera, copiata nell’Epistolario raccolto da Croce stesso tra il 1934 e il 1935, il filosofo aggiunse questa postilla: «Si trattava della votazione sul Tribunale speciale, la pena di morte e altrettali orrori. Io mi recai a Roma e votai contro. Mi seccava che il mio nome fosse stato omesso, perché, essendomi stata di recente invasa la casa, si sarebbe potuto pensare che io mi fossi intimidito e perciò astenuto dal votare»[3].

Un anno prima nel diario, dove non occorreva fare lo sforzo di sdrammatizzare e sorridere, Croce aveva scritto alcune delle sue pagine più cupe:

Penoso senso di soffocamento per la soppressa libertà di stampa; ribellione dell’animo a questa ingiustizia violenta e ipocrita insieme. Ho riesaminato ancora una volta per ogni verso la situazione presente; e il riesame mi avrebbe lasciato nella depressione della tristezza, se non mi fossi rammentato di una cosa che, da filosofo, ho ragionato, dell’errore cioè di porre i problemi politici in termini estrinseci, scrutando l’Italia e temendo o sperando di lei; laddove l’unico modo di porli è quello personale e morale, che cerca e mette capo alla determinazione del quid agendum personale, del proprio dovere. E non mi è stato difficile rifermarmi nella risoluzione, che a me spetti continuare a fare quel che posso fare, qualunque cosa accada. Tutt’al più, se non potrò più pubblicare le mie cose, verranno in luce postume[4].

La sera e parte della notte in dolorosi pensieri, ormai consueti. Ora non è più possibile lotta di opposizione, per la soppressione dei giornali. Al Senato, darò voto contrario alle leggi testé presentate; e sarà tutto. Ma non è possibile nemmeno accettare la situazione; e non è dato morire, pei doveri che legano alla famiglia, agli studi, alla società. Dunque, bisogna vivere: vivere come se il mondo andasse o si avviasse ad andare conforme ai nostri ideali. Ricordarsi di quel trattatello secentesco, da me scoperto, Della dissimulazione onesta: dell’inganno che si ha il diritto e il dovere di fare a sé stessi per sostenere la vita. Così si dà un certo assetto alla vita interiore. Restano le difficoltà e i rischi della vita esteriore. Ma queste son cose che non dipendono da noi, e per le quali non conviene affannarsi, e bisogna affidarsi alla Provvidenza[5].

Chi ha letto queste pagine, e in generale il suo diario, non si meraviglierà della reazione di Croce, la mattina successiva alla devastazione: «A giorno, ho ripreso le letture storiche e gli appunti dai libri letti e segnati; ma c’è stata una folla di amici, venuti a chiedere notizie dei fatti di stanotte, che ho potuto continuare a stento il lavoro, dal quale mi ero proposto di non distrarmi».

Le distrazioni aumentarono nei giorni seguenti: lettere e telegrammi di amici e colleghi, e tanti articoli sulla stampa italiana e straniera. Quella italiana, controllata dal regime, per lo più minimizzò, spesso facendo anche dell’ironia, e, in alcuni casi addirittura approvò; quella straniera, esclusi i giornali controllati dai Fasci italiani all’estero, manifestò invece sdegno e turbamento[6]. Lo scandalo era grande, e rischiava di danneggiare l’immagine del fascismo; così Croce fu lasciato in pace; poteva scrivere, con qualche censura e autocensura, come dimostra il carteggio con Giovanni Laterza[7], ma soprattutto assediato da un coro di critiche, spesso assai sguaiate, tese a mostrare da un lato la benignità e la tolleranza del fascismo, dall’altro l’innocuità e la decrepitezza dei libri di quel vecchio, asserragliato nel suo palazzo[8].

Il nocciolo di questa ricostruzione costituisce l’argomento principale della risposta che Croce diede a Togliatti in uno scambio epistolare del 1944, che qui provo a ricostruire. Alla metà del giugno 1944 Palmiro Togliatti, rientrato da due mesi in Italia dall’URSS, inaugurò sul primo numero di «Rinascita» la rubrica La battaglia delle idee, recensendo l’opuscolo Per la storia del comunismo in quanto realtà politica pubblicato da Croce nel 1943. Nella recensione Togliatti riprendeva, semplificandolo e “politicizzandolo”, un giudizio teorico e storico di Gramsci espresso in una lettera a Tatiana del 6 giugno 1932, pubblicata dal segretario comunista su quello stesso primo numero di «Rinascita». Nella recensione Togliatti descriveva così il rapporto tra Croce e il fascismo:

Benedetto Croce ha avuto, come campione della lotta contro il marxismo, una curiosa situazione di privilegio, nel corso degli ultimi venti anni. Egli ha tenuto cattedra di questa materia, istituendosi così tra lui e il fascismo una aperta collaborazione, prezzo della facoltà che gli fu concessa di arrischiare ogni tanto una timida frecciolina contro il regime. L’aver accettato questa funzione, mentre noi eravamo forzatamente assenti o muti, o perché al bando del paese o perché perseguitati fino alla morte dei nostri migliori, è una macchia di ordine morale che non gli possiamo perdonare e ch’egli non riuscirà a cancellare[9].

L’accusa non era nuova: formulata, nella maniera di cui si è detto sopra, da Gramsci, era circolata tra i comunisti in esilio o in clandestinità, e in un certo qual modo, se non altro semanticamente, richiamava l’appellativo di «imboscato», affibbiato indirettamente a Croce da Romolo Murri, ormai organico al regime, nella recensione del 1928 alla Storia d’Italia[10], poi ripreso con più nettezza l’anno dopo da Mussolini nella replica al voto contrario di Croce sul Concordato. In quel giugno 1944 l’accusa giunse però inaspettata, soprattutto per il fatto che, dopo la Svolta di Salerno, Togliatti sedeva con Croce sui banchi dello stesso Governo, quello formato il 4 giugno, pochi giorni prima, da Ivanoe Bonomi. Croce ne fu dolorosamente colpito, come testimonia la pagina del suo diario:

La sera ho letto un articolo nella rivista La rinascita, del capo comunista Togliatti, che sarebbe da definire un’infamia, tanto è bugiardo, calunnioso e perfido, se per quella gente, che è priva, o si è dispogliata, di ogni sentimento e di ogni dovere di verità e onestà e non cura se non il giuoco della politica, roba di quel genere fosse non altro che un buon tratto politico per tentar di discreditare gli avversari. E l’opera alla quale io lavoro della costituzione di un forte e largo partito liberale in Italia, e l’ascendente della mia parola e della mia logica, sono bastevoli a spiegare come essi ora tentino di far credere che io fossi in accordo col fascismo a prezzo di una certa libertà concessami in cambio della persecuzione che io facevo dei comunisti, imprigionati, ammazzati o costretti all’esilio dal fascismo. Così mi hanno, nelle loro menzogne, dipinto nel modo che a loro gioverebbe che io fossi mai stato. Ma il male è che esiste al mondo la verità, e per ora io sono ancora in vita e mi so difendere. Ho messo insieme gli appunti per una risposta, che farò fare dalla Libertà; e mi sono studiato di servare tono bonario ed ironico, perché, non avendo in realtà provato furore di sdegno, non posso rispondere con indignazione[11].

La mattina dopo tornò a pensarci: «Svegliandomi, ho fatto riflessione che una risposta di giornale, e per giunta bonaria e ironica, sarebbe troppo poco, e che, invece, debbo portare la questione nel Consiglio dei ministri che oggi si tiene in Salerno, al quale spero che sarà presente lo stesso Togliatti; e ho scritto la dichiarazione che leggerò all’apertura della tornata». La lunga dichiarazione, preannunciata a Bonomi e trascritta da Croce in quella stessa pagina del diario, fu letta il giorno stesso nel Consiglio dei ministri. Parla di un’accusa «disonorante», ricostruisce il suo rapporto, tutto filosofico, col marxismo e conclude:

se [il fascismo] non osò di impedirmi di stampare riviste e libri, questa fu una buona fortuna che dovetti a una invasione e devastazione che, nel folto di una notte, mentre io e i miei riposavamo, i fascisti fecero nella mia casa di Napoli, e che levò tale scandalo e proteste nei giornali esteri, americani, inglesi, tedeschi (ricordo, tra l’altro, un articolo della Neue freie Presse) da indurre il Mussolini, sensibilissimo com’era all’opinione estera, a lasciarmi, nel suo proprio interesse, d’allora in poi una relativa libertà di scrittore: della quale mi valsi, non per lanciare al regime, come dice il Togliatti «qualche timida frecciolina», ma per qualcosa di più forte e di più continuativo, come tutti sanno[12].

La replica (e anche qualche pressione dei colleghi di Governo) dovette colpire Togliatti, perché nel secondo numero di «Rinascita» il segretario del PCI pubblicò una lettera aperta a Croce in cui, richiamandosi anche allo spirito della Svolta di Salerno e sottolineando il valore politico della sua opera storica e filosofica, parve quasi scusarsi («con qualche furberia», commentò Croce nel diario): «Se alcune espressioni di quella recensione sembrano contraddire a questo spirito, esse sono andate senza dubbio al di là delle mie intenzioni». Nello scriverla non potevano non affiorare in me stati d’animo e sentimenti condizionati e provocati dall’ingiusta persecuzione che per più di vent’anni si è scatenata contro il movimento comunista».

La retractatio di Togliatti non impedì il consolidarsi all’interno degli ambienti di sinistra della “leggenda nera” di un Croce “privilegiato” e collaboratore di fatto col fascismo. Ne è buona testimonianza la lettera di auguri per il nuovo anno (quella celebre del totus politicus) che Croce scrisse a Togliatti il 31 dicembre 1945:

Le dirò […] che provo un curioso effetto, tra di maraviglia e di filosofico sorriso, nell’udirmi talvolta designare dai suoi come “reazionario” o come “filofascista”. La modestia e il pudore mi vieta di rammentare che io sono stato il più radicale, e con ciò sempre liberalissimo, rivoluzionario nella vita mentale e culturale d’Italia della prima metà del Novecento: come sarà riconosciuto e pacifico quando io non sarò più al mondo. E, per quel che si attiene al fascismo, quantunque io sia poco disposto ad odiare (l’odio è un troppo grave e doloroso peso), così violento e tenace è il mio odio per esso, in tutti i suoi aspetti, che questo sentimento non si placa neppure ora che esso è morto, o mal vivo o sopravvivente in talune spesso inconsapevoli pieghe morali e mentali[13].

La “leggenda” del Croce “privilegiato” (o “imboscato”), diffusissima fino agli anni Settanta del secolo scorso, riemerge ancora di quando in quando anche in questo secolo. Una testimonianza notevole, anche perché proveniente dalle pagine di un grande storico, è quella che si legge alla pagina 508 del libro di Zeev Sternhell, Contro l’Illuminismo, uscito nel 2006 col titolo Les Anti-Lumières: du XVIIIe siècle à la guerre froide, e tradotto in Italia nel 2007 da Baldini e Castoldi:

La dissidenza non è stata molto dura per Croce, comodamente sistemato nella propria casa, mentre Gramsci è stato liberato solo per non farlo morire in prigione. Non c’è bisogno di dire che la detenzione di Gramsci in durissime condizioni non suscita alcuna reazione da parte di Croce. In tutti gli anni del fascismo, egli continua a pubblicare la sua rivista La Critica e, separando la cultura dalla politica, rende a Mussolini un servizio senza prezzo per il regime. Mentre Gramsci sta pagando con la libertà, e in pratica con la vita, la convinzione che una simile separazione comporti un tradimento della cultura, l’odio di Croce per il comunismo è abbastanza profondo per rendergli il fascismo tollerabile.

 

  1. B. Croce, Taccuini di lavoro, 1917-1926, Napoli, Arte Tipografica, 1987 [ma 1992], p. 503.
  2. B. Croce, Epistolario, II, Lettere ad Alessandro Casati 1907-1952, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, 1969, p. 102.
  3. B. Croce, Epistolario, I, Scelta di lettere curate dall’autore 1914-1935, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, 1967, p. 134.
  4. B. Croce, Taccuini cit., p. 441.
  5. B. Croce, Taccuini cit., p. 452. Il trattato Della dissimulazione onesta di Torquato Accetto fu pubblicato da Laterza con la prefazione di Croce nel 1928.
  6. Il sito web del Senato (https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/fondazione-croce/benedetto-croce/struttura) consente la consultazione online della Miscellanea di scritti concernenti Benedetto Croce. Si tratta di 90 volumi in 94 tomi in cui Croce raccolse materiali diversi relativi ai suoi lavori: ritagli di giornali e riviste, opuscoli, estratti, fotografie, vignette umoristiche, dattiloscritti, postille e appunti manoscritti per un totale di 16.700 documenti in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, polacco, russo, rumeno, svedese, danese, ceco. Croce vi annotò titoli, testate e date, sciolse pseudonimi e sigle di autori, aggiunse a volte commenti manoscritti. I documenti in cui si parla della devastazione della sua casa sono nella serie 35, ai numeri 85-92bis, 106, 118, 122, 137, 171, 191.
  7. Qualche esempio ho commentato nella recensione del Carteggio Croce-Laterza. 1921-1930, vol. III, a cura di Antonella Pompilio, Roma-Bari, Laterza, 2006, in «L’Indice», aprile 2007.
  8. Particolarmente interessanti, tra gli esempi di “critica sguaiata”, le numerose vignette satiriche raccolte nella Miscellanea cit.
  9. La battaglia delle idee, in «Rinascita», 1, giugno 1944, p. 30. Sull’argomento si veda anche M. Mastrogregori, I due prigionieri Gramsci, Moro e la storia del Novecento italiano, Genova, Marietti, 2008, pp. 264 e sgg.
  10. R. Murri, Una storia ed uno storiografo, in «Il Mezzogiorno», 20-21 marzo 1928.
  11. B. Croce, Taccuini cit., pp. 123-24.
  12. B. Croce, Dichiarazione letta dal Senatore Croce nella riunione del Consiglio dei Ministri in Salerno il 22 giugno 1944, in B. Croce, Taccuini cit., p. 128.
  13. Il testo della lettera qui pubblicato è tratto da P. Togliatti, La guerra di posizione in Italia. Epistolario 1944-1964, a cura di G. Fiocco e M. L. Righi, Torino, Einaudi, 2014, pp. 64-65. Nella nota, i curatori segnalano la presenza nell’archivio di Croce di una minuta della lettera, edita in Dall’Italia tagliata in due all’Assemblea costituente: documenti e testimonianze dai carteggi di Benedetto Croce; ricerca dell’Istituto italiano per gli studi storici; a cura di M. Griffo; prefazione di G. Sasso, Bologna, il Mulino, 1998, pp. 254-55. La lettera inviata, come correttamente segnalato dai curatori dell’Epistolario togliattiano, presenta qualche variante rispetto alla minuta.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)