Croce recensore. Bibliografia delle recensioni sulla «Critica» e sui «Quaderni della “Critica”» ‒ Prima serie, 1903-1914

Author di Raffaela Infantino e Rosalia Peluso

Abstract: Si presenta qui la prima parte della bibliografia delle recensioni di Benedetto Croce apparse prima sulla «Critica» e poi sui «Quaderni della “Critica”» tra il 1903 e il 1951. Questa selezione copre la prima serie della «Critica» (1903-1914). Le parti successive appariranno sui prossimi numeri di «Diacritica».

Abstract: The first part of the bibliography of Benedetto Croce’s reviews, which appeared first in «Critica» and then in the «Quaderni della ‘Critica’» between 1903 and 1951, is presented. This selection covers the first series of «Critica» (1903-1914). The subsequent parts will appear in the upcoming issues of «Diacritica».

 

Prefazione

Si presenta qui la prima parte della bibliografia delle recensioni di Benedetto Croce apparse prima sulla «Critica» e poi sui «Quaderni della “Critica”» tra il 1903 e il 1951. Questa selezione copre la prima serie della «Critica» (1903-1914). Le parti successive appariranno sui prossimi numeri di «Diacritica».

Lo scopo di questa rassegna bibliografica (a cura di Raffaela Infantino) che, quanto a completezza e a rigore, nulla toglie a molti più consolidati repertori bibliografici, ha una duplice valenza: fornire agli studiosi un più snello strumento di lavoro; focalizzare l’attenzione degli interpreti, che studieranno quelle recensioni nel prossimo futuro, sulla statura europea del pensatore italiano.

Tornare a parlare del “Croce recensore” significa continuare lungo una strada fruttuosa intrapresa già da qualche anno da Francesca Lolli nel suo Croce polemista e recensore, che analizzava gli anni 1897-1919. L’insieme delle recensioni costituisce un utile complemento ai sussidi utilizzati dagli studiosi: i Taccuini di lavoro, i carteggi, la biblioteca personale del filosofo, la Miscellanea, per ricordarne alcuni.

L’attività recensoria non costituisce, infatti, una semplice unità di misura per valutare l’approvazione o la disapprovazione di Croce nei confronti degli indirizzi filosofici e culturali a lui contemporanei: è anche una straordinaria officina di lavoro perché fa luce sui libri che Croce leggeva, studiava e meditava mentre componeva le sue opere filosofiche, di critica letteraria e di storiografia.

È indubbio che dietro il Croce recensore si celi, e nemmeno tanto dissimulato, un Croce censore. Ma questa identità, come quella ancora più gretta del “doganiere”, che ha segnato decenni di confronti con Croce e con l’eredità del crocianesimo, non esaurisce la valenza culturale di quelle che il suo stesso autore, nel sistemare sé stesso, chiamò le Conversazioni critiche e che in cinque volumi racchiudono la pressoché totale quantità di recensioni pubblicate da Croce sulle sue riviste.

Il Croce recensore, come appare subito non appena si comincia a scorrere l’elenco dei contributi, è un Croce europeo: in dialogo con il suo continente, con la sua vivacità culturale, in apprensione per le sue sorti storiche e politiche. Un Croce che, dall’angolo della sua Napoli, si affacciava sul mondo, lo leggeva e lo interpretava.

Mi piace ricordare, infine, che il lavoro che si presenta nasce da un’esperienza didattica all’Università di Napoli Federico II. Ringrazio vivamente «Diacritica» e la sua Direttrice, la professoressa Maria Panetta, per l’attenzione sempre mostrata nei confronti dei lavori di giovani studiose e studiosi.

Rosalia Peluso

Nota introduttiva

Il vaglio delle recensioni, a partire da quelle che compongono la prima serie della «Critica» sino ai «Quaderni», consente di illuminare più in profondità il percorso teoretico di Croce. Attraverso la lettura e lo studio di opere altrui e la conseguente trascrizione delle sue considerazioni, il filosofo dimostra di accogliere e respingere, apprezzare e disprezzare, celebrare e condannare correnti di pensiero, o elementi di queste, al tempo circolanti in Europa. All’interno dell’apposita sezione della Rivista bibliografica sono esaminati testi di nuova pubblicazione, opere d’interesse generale che, seppure importanti, nessun altro periodico trattava o trattava a dovere a causa dell’alta specializzazione disciplinare[1]. Malgrado fosse proprio questa elevata specializzazione a garantire il prestigio delle istituzioni del sapere e dei media culturali in Italia, il filosofo riteneva altrettanto indispensabile «non perdere di vista i problemi generali e fondamentali che sono il centro della vita degli studi, e di rivolgere ad essi la stessa attenzione e intensa cura che si adopera per le idee e i fatti più speciali e particolari»[2]. Dunque, in qualità di «supplemento e sussidio», la rassegna bibliografica della «Critica» e dei «Quaderni» s’impegnava a «discutere libri, italiani e stranieri, di filosofia, storia e letteratura» prediligendo quelli che «pel merito e per la materia» godevano di «maggiore interesse» e che meglio si prestavano «a feconde discussioni».

L’impegno crociano non va, però, frainteso. La Rivista bibliografica non strizza l’occhio all’opinione pubblica, bensì adempie il proposito ultimo della «Critica», e cioè «promuovere un generale risveglio dello spirito filosofico»[3]. Come si può osservare nelle Memorie della mia vita, questo è il fine che Croce si era prefissato già agli albori della rivista[4] e che intendeva conseguire mediante l’imposizione di un «determinato ordine d’idee»[5]. Egli, infatti, sprezzava l’eclettismo contenutistico-concettuale degli altri periodici e riteneva che esso rappresentasse un «malinteso sentimento di tolleranza, ch’è in fondo indifferenza e scetticismo, pel quale da molti si fa largo nelle proprie riviste a concetti diversi e discordanti»[6]. Ragion per cui, nel corso della Prima Guerra Mondiale, la sua attitudine critica si affinò al punto tale da tradursi, durante gli anni del Fascismo, in piena opposizione al regime e a qualsiasi forma di corruzione morale. Il confronto fra le recensioni iniziali e le analisi elaborate nei decenni successivi documenta proprio il passaggio dalle semplici osservazioni critiche a giudizi non più attinenti alla sola sfera estetica, ma radicati in quella etico-civile, secondo la pratica, qualora fosse necessario per raggirare la censura fascista, di quel che Torquato Accetto aveva chiamato “dissimulazione onesta”.

Altrettanto importante è l’orizzonte europeo all’interno del quale Croce operava. Alfredo Parente, storico e critico musicale, dopo la morte del filosofo, aveva vagheggiato una sorta di nostalgia per il “Croce doganiere”: per colui, cioè, che attraverso le sue riviste e le sue collane per Laterza, si era assunto il compito di decidere quali opere europee dovessero arrivare in Italia[7]. In questo modo egli avrebbe chiuso gli argini al dilagare dei fenomeni irrazionalistici e decadentistici. Da questo pregiudizio, interno allo stesso crocianesimo ortodosso, si nutriva l’accusa di “provincialismo”, un atto d’accusa non completamente superato: ancora oggi e da più fronti si sente ripetere che Croce ha ostacolato l’ingresso in Italia delle principali correnti europee, determinando l’arretratezza della vita intellettuale della nazione.

Tuttavia, le recensioni testimoniano ben altro. Sebbene al fondo della critica di Croce si agitasse un “determinato ordine d’idee”, l’assetto partigiano delle riviste non comportò la chiusura culturale delle stesse, che anzi funsero da tramite fra i lettori italiani e i più fecondi ambienti culturali dell’Europa di quegli anni. Del resto, la “vocazione recensoria” di Croce, come l’ha chiamata Gennaro Sasso[8], è esaltata dal rifiuto della censura: i testi sottoposti a considerazioni positive, commenti o critiche prescindevano dal gusto personale e rispondevano esclusivamente all’esigenza di rilanciare e salvaguardare la cultura e la civiltà europee. Lo dimostrano il cospicuo numero di opere straniere analizzate, tedesche, inglesi, francesi, spagnole, russe e così via, e l’ingente quantità di testi in cui la matrice puramente nazionale è respinta.

Pertanto, seppure la parzialità di Croce nelle vesti di recensore sia innegabile, è altresì lampante l’impronta europea della Rivista bibliografica in entrambi i periodici. Il culto del vero, la tutela della libertà, il rinvigorimento dello spirito filosofico sono tutti propositi a cui la critica letteraria, filosofica, storiografica e politica crociana si consacra, servendosi dell’intero patrimonio culturale europeo allo scopo di custodirlo e rinnovarlo.

Legenda

La bibliografia si compone delle recensioni a firma di Benedetto Croce apparse sulla «Critica» e nei successivi «Quaderni della “Critica”» tra il 1903 e il 1951.

Per ogni annata è stato rispettato l’ordine alfabetico stabilito da Croce nell’Indice generale. Accanto all’autore e al titolo dei testi recensiti, è posta una parentesi tonda nella quale sono state riportate le ulteriori informazioni bibliografiche che il recensore segnala: per i libri, sono stati indicati il luogo, la data di pubblicazione e la casa editrice; per gli articoli, anche l’annata, il numero e le pagine di riferimento. La parentesi è talvolta disposta di seguito alla precisazione del volume o dei volumi che Croce recensisce, dei quali sono stati trascritti i titoli, oppure di fianco al curatore e/o altri collaboratori che hanno lavorato all’opera recensita. In caso di articolo, tali informazioni aggiuntive sono state inserite immediatamente dopo i titoli delle riviste. Si specifica, tuttavia, che per la selezione dei dati identificativi ci si è attenuti esclusivamente alle indicazioni di Croce, motivo per cui potrebbero essere ravvisabili lacune bibliografiche o abbreviazioni.

Nella seconda parentesi tonda è indicato l’anno in cui appare la recensione: esso è preceduto dal numero romano che precisa l’annata e seguìto dalle pagine in cui la disamina compare.

1903

  • E. Bertana, Vittorio Alfieri studiato nella vita, nel pensiero e nell’arte. Con lettere e documenti inediti, ritratti e facsimili (Torino, Loescher, 1902), I (1903), pp. 118-26.
  • G. Cimbali, Saggi di filosofia sociale e giuridica (Roma, Bocca, 1903), I (1903), pp. 151-53.
  • U. Forti, Il realismo nel diritto pubblico (Camerino, tip. Savini, 1903), I (1903), pp. 470-72.
  • G. Fraccaroli, L’irrazionale nella letteratura (Torino, Bocca, 1903), I (1903), pp. 282-86.
  • A. Galletti, Studi di letterature straniere. D.G. Rossetti e la poesia preraffaellita. G. Leopardi ed A. de Vigny. C. Leconte de Lisle (Verona, Drucker, 1903), I (1903), pp. 153-54.
  • D. Giuriati, Il plagio (Milano, Hoepli, 1903), I (1903), pp. 468-70.
  • K. Groos, Der ästhetische Genuss (Giessen, Ricker, 1902), I (1903), pp. 213-17.
  • A. von Harnack, L’essenza del Cristianesimo (Torino, Bocca, 1903), I (1903), pp. 149-51.
  • D. Jaja, L’insegnamento filosofico universitario e il regolamento nuovo (Pisa, Mariotti, 1903), I (1903), pp. 372-74.
  • J. Kohn, Allgemeine Aesthetik (Lipsia, Engelmann, 1901), I (1903), pp. 213-17.
  • «Leonardo» (nn. da 1 a 9, 1903), I (1903), pp. 287-91.
  • T. Lindner, Weltgeschichte seit der Völkerwanderungen in neun Bänden, vol. I: Der Ursprung der byzantinischen, islamischen, abendländisch-christlichen, chinesischen und indischen Kultur (Stuttgart-Berlin, Cotta, 1901), vol. II: Niedergang der islamischen und der byzantinischer Kultur. Bildung der europäischen Staaten (Stuttgart-Berlin, Cotta, 1902), I (1903), pp. 139-43.
  • G. Lisio, L’arte del periodo nelle opere volgari di Dante Alighieri e del secolo XIII. Saggio di critica e di storia letteraria (Bologna, Zanichelli, 1902), I (1903), pp. 62-65.
  • A. Loria, Marx e la sua dottrina (Milano-Palermo-Napoli, Sandron, 1902), I (1903), pp. 148-49.
  • M. Losacco, Le dottrine edonistiche italiane del secolo XVIII. Saggio storico psicologico (Napoli, tip. R. Università, 1902), I (1903), pp. 154-55.
  • A. E. Lumbroso, Plagi, imitazioni e traduzioni, in Id., Scaramucce e Avvisaglie (Frascati, Tipografia Tuscolana, 1902), I (1903), pp. 468-70.
  • G. B. Marchesi, Studi e ricerche intorno ai nostri romanzieri e romanzi del Settecento. Coll’aggiunta di una bibliografia dei romanzi editi in Italia in quel secolo (Bergamo, Istituto italiano d’arti grafiche, 1903), I (1903), pp. 464-67.
  • F. Masci, Filosofia, scienza, storia della filosofia, Memoria letta alla R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli (Napoli, tip. R. Università, 1902), I (1903), pp. 68-71.
  • E. Masi, Asti e gli Alfieri nei ricordi della villa di San Martino (Firenze, Barbèra, 1903), I (1903), pp. 118-26.
  • F. Ovidio (d’), Rimpianti (Milano-Palermo-Napoli, Sandron, 1903), I (1903), pp. 218-23.
  • I. Petrone, F. Nietzsche e L. Tolstoi. Idee morali del tempo (conferenze lette alla Società «Per Cultura», Napoli, Pierro, 1902), I (1903), pp. 73-75.
  • (G. S. Pianell), Il generale Pianell. Memorie: 1859-1892 (Firenze, Barbèra, 1902), I (1903), pp. 223-26.
  • «Revue de synthèse historique» (direttore H. Berr, 1900-1902), I (1903), pp. 49-56.
  • N. Ruggieri, Vincenzo Cuoco. Studio storico-critico con un’appendice di documenti inediti (Rocca S. Casciano, L. Cappelli, 1903), I (1903), pp. 298-300.
  • M. Rümelin, Die Verwendung der Causalbegriffe im Straf- und Civilrechte, in «Archiv für civilistische Praxis» (1900, p. 174), I (1903), pp. 75-76.
  • F. Scerbo, Spiritualità del linguaggio (Firenze, tip. «Rassegna Nazionale», 1902), I (1903), pp. 134-39.
  • G. Sorel, Saggi di critica del marxismo, a cura e pref. di V. Racca (Palermo, Sandron, 1903), I (1903), pp. 226-28.
  • H. Taine, Sa vie et sa correspondance. Correspondance de jeunesse, 1847-1853 (Paris, Hachette, 1902), I (1903), pp. 65-68.
  • E. Wechssler, Giebt es Lautgesetze?, in «Forschungen zur romanischen Philologie», Festgabe für Hermann Suchier (1900, pp. 349-538), I (1903), pp. 134-39.
  • W. Wundt, Einleitung in die Philosophie (Leipzig, Engelmann, 1901), I (1903), pp. 57-62.
  • Id., Völkerpsychologie. Eine Untersuchung der Entwicklungsgesetze von Sprache, Mythus und Sitte, vol. I: Die Sprache (Leipzig, Engelmann, 1900), I (1903), pp. 291-95.
  • G. Zuccante, Il bello e l’arte nella dottrina di Socrate, in «Rendiconti: Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere» (XXXV, 1902, pp. 920-34), I (1903), pp. 228-29.

1904

  • É. Bertaux, L’art dans l’Italie méridionale, vol. I: De la fin de l’Empire romain à la conquête de Charles d’Anjou (Paris, A. Fontemoing, 1904), II (1904), pp. 204-09.
  • O. Driesen, Der Ursprung des Harlekin. Ein kulturgeschichtliches Problem (Berlin, A. Duncker, 1904), II (1904), pp. 382-88.
  • G. Dumesnil, L’âme et l’évolution de la littérature des origines à nos jours, voll. I-II, (Paris, Société franç. d’imprim. et de libr., 1903), II (1904), pp. 292-96.
  • R. Eisler, Studien zur Werttheorie (Leipzig, Duncker u. Humblot, 1902), II (1904), pp. 319-23.
  • N. F. Faraglia, Storia della regina Giovanna II d’Angiò (Lanciano, R. Carabba, 1904), II (1904), pp. 327-30.
  • C. Lange, Sinnesgenüsse und Kunstgenuss. Beiträge zu einer sensualistischen Kunstlehre, a cura di H. Kurella (nella collez. Grenzfragen des Nerven- und Seelenlebens, Wiesbaden, Bergmann, 1903), II (1904), pp. 319-23.
  • F. Masci, Psicologia (Napoli, Pierro, 1902-1904), II (1904), pp. 191-97.
  • M. Porena, Vittorio Alfieri e la tragedia (Milano, Hoepli, 1904), II (1904), pp. 330-32.
  • G. Prezzolini (Giuliano il sofista), Il linguaggio come causa d’errore (Firenze, Spinelli, 1904), II (1904), pp. 150-53.
  • G. Prezzolini (Giuliano il sofista), H. Bergson (Firenze, Spinelli, 1904), II (1904), pp. 150-53.
  • A. Ravà, La classificazione delle scienze e le discipline sociali (Roma, Loescher, 1904), II (1904), pp. 309-13.
  • H. Reich, Der Mimus. Ein litterar-entwickelungsgeschichtlicher Versuch, vol. I parte I: Theorie des Mimus, parte II: Entwickelungsgeschichte des Mimus (Berlin, Weidmannsche Buchhandlung, 1903), II (1904), pp. 382-88.
  • C. Ricci, Sophonisbe dans la tragédie classique italienne et française (Torino, Paravia, 1904), II (1904), pp. 483-86.
  • G. Romano-Catania, Filippo Buonarroti (2ª ediz. corretta ed ampliata con nuovi documenti inediti, Palermo, Sandron, 1902), II (1904), pp. 69-70.
  • G. Saintsbury, A History of Criticism and Literary Taste in Europe from the Earliest Texts to the Present Day, vol. II: From the Renaissance to the Decline of XVIII Century Orthodoxy (Edinburgh and London, Blackwood, 1902), II (1904), pp. 59-63.
  • F. Sarlo (de), I dati della esperienza psichica (Firenze, tip. Galletti, 1903), II (1904), pp. 140-43.
  • M. Schipa, Il regno di Napoli al tempo di re Carlo di Borbone, (Napoli, L. Pierro, 1904), II (1904), pp. 394-400.
  • J. Schlosser (von), Randglossen zu einer Stelle Montaignes, in Beiträge zur Kunstgeschichte Franz Wickhoff gewidmet (Wien, Schrolle, 1903), II (1904), pp. 319-23.
  • E. Solmi, La «Città del Sole» di Tommaso Campanella edita per la prima volta nel testo originale con introduzione e documenti (Modena, tip. L. Rossi, 1904), II (1904), pp. 405-408.
  • V. Spinazzola, Le origini e il cammino dell’arte. Prelezioni ad un corso di Estetica (Bari, Laterza, 1904), II (1904), pp. 123-28.
  • F. Strunz, Theophrastus Paracelsus, sein Leben und seine Persönlichkeit. Ein Beitrag zur Geistesgeschichte der deutschen Renaissance (Leipzig, E. Diederichs, 1903), II (1904), pp. 410-11.
  • F. Virgilii, La Statistica nella odierna evoluzione sociale (Milano-Palermo-Napoli, Sandron, 1903), II (1904), pp. 487-89.
  • K. Vossler, Die philosophischen Grundlagen zum «süssen neuen Stil» des Guido Guinicelli, Guido Cavalcanti und Dante Alighieri: eine Studie (Heidelberg, Winter, 1904), II (1904), pp. 132-37.

1905

  • Annali bibliografici e catalogo ragionato delle edizioni di Barbèra, Bianchi e comp. di G. Barbèra con elenco di libri, opuscoli e periodici stampati per commissione: 1854-1880 (Firenze, G. Barbèra, ottobre MCMIV), III (1905), pp. 50-52.
  • G. Grasso, Ricordi monumentali a Pasquale Stanislao Mancini ed a Francesco De Sanctis in Ariano di Puglia: 8 novembre 1903 (Ariano, Stab. tip. Appulo-Irpino, 1904), III (1905), pp. 157-59.
  • H. Jacobi, Die indische Logik, in «Nachrichten von der königlichen Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen», Philologisch-Historische Klasse (f. 4˚, 1901, pp. 460-84), III (1905), pp. 324-26.
  • G. Lanzalone, Accenni di critica nuova, in «Nuova Antologia» (f. 16 novembre, 1904, p. 11), III (1905), pp. 55-56.
  • Ad. Levi, L’indeterminismo nella filosofia francese contemporanea, vol. I: La filosofia della contingenza (Firenze, Seeber, 1905), III (1905), pp. 509-16.
  • Aless. Levi, Per un programma di filosofia del diritto (Torino, Bocca, 1905), III (1905), pp. 509-16.
  • F. Mauthner, Aristoteles. Ein unhistorischer Essay (nella collez. Die Literatur, a cura di G. Brandes, Berlin, Bard-Marquardt, 1905), III (1905), pp. 420-21.
  • G. Melli, La filosofia di Schopenhauer (Firenze, Seeber, 1905), III (1905), pp. 509-16.
  • F. Ovidio (d’), L’arte per l’arte (discorso letto all’Accademia dei Lincei nella seduta reale del 4 giugno 1905, ediz. del «Giornale d’Italia», n. 155, 5 giugno 1905), III (1905), pp. 327-29.
  • M. Porena, Che cos’è il bello? Schema d’un’estetica psicologica (Milano, Hoepli, 1905), III (1905), pp. 414-17.
  • I. Petrone, Lo Stato mercantile chiuso di G. Am. Fichte e la premessa teorica del comunismo giuridico (Memoria letta alla R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli, Napoli, tip. R. Università, 1904), III (1905), pp. 146-50.
  • Id., Problemi del mondo morale meditati da un idealista (Milano-Palermo-Napoli, Sandron, 1905), III (1905), pp. 509-16.
  • C. Ranzoli, Dizionario di scienze filosofiche (Milano, Hoepli, 1905), III (1905), pp. 509-16.
  • A. Rolla, Storia delle idee estetiche in Italia (Torino, Bocca, 1904), III (1905), pp. 221-30.
  • U. Segré, Luigi Lanzi e le sue opere (Assisi, tip. Metastasio, 1904), III (1905), pp. 155-57.
  • A. Trombetti, L’unità d’origine del linguaggio (Bologna, L. Beltrami ed., 1905), III (1905), pp. 406-409.
  • G. Valle (della), La psicogenesi della coscienza (Milano, Hoepli, 1905), III (1905), pp. 509-16.
  • G. Vecchio (del), I presupposti filosofici della nozione del diritto (Bologna, Zanichelli, 1905), III (1905), pp. 509-16.
  • A. Vitagliano, Storia della poesia estemporanea nella letteratura dalle origini ai nostri giorni (Roma, Loescher, 1905), III (1905), pp. 47-49.
  • K. Vossler, Positivismus und Idealismus in der Sprachwissenschaft. Eine sprach-philosophische Untersuchung (Heidelberg, Winter, 1904), III (1905), pp. 150-53.

1906

  • Albertazzi, Il romanzo (nella collez. Storia dei generi letterarii italiani, Milano, Vallardi, s. a., ma 1904), IV (1906), pp. 123-29.
  • M. Calderoni, Disarmonie economiche e disarmonie morali. Saggi di un’estensione della teoria ricardiana della rendita (Firenze, Lumachi, 1906), IV (1906), pp. 129-34.
  • M. Calderoni, L’imperativo categorico, in «Leonardo» (a. IV, aprile-giugno 1906, pp. 144-48), IV (1906), pp. 316-17.
  • R. Canat, Une forme du mal du siècle. Du sentiment de la solitude morale chez les romantiques et les parnassiens (Parigi, Hachette, 1904), IV (1906), pp. 314-15.
  • N. Colajanni, Latini e anglosassoni. Razze inferiori e razze superiori, pref. di G. Novicow (Roma-Napoli, presso la «Rivista popolare», 1906), IV (1906), pp. 381-82.
  • P. Colletta, Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825, introduzione e commento di C. Manfroni (2 voll., Milano, Vallardi, 1905), IV (1906), pp. 308-10.
  • L. Couturat, Pour la logistique, in «Revue de métaphysique et de morale» (marzo 1906, pp. 208-50), IV (1906), pp. 379-81.
  • G. Fanciulli, La coscienza estetica (Torino, Bocca, 1906), IV (1906), pp. 373-77.
  • R. Flint, Philosophy as Scientia Scientiarum and a History of Classification of the Sciences (Edinburgh and London, Blackwood, 1904), IV (1906), pp. 63-65.
  • L. Hearn, Kokoro. Cenni ed echi dell’intima vita giapponese, tr. it. di G. De Georgio e pref. di G. De Lorenzo (Bari, Laterza, 1907), IV (1906), pp. 452-55.
  • W. James, L’immortalità umana, tr. it. di C. Pironti, in «Rivista d’Italia» (febbraio 1906, pp. 320-43), IV (1906), pp. 144-47.
  • G. S. Kennard, Romanzi e romanzieri italiani, (voll. I-II, Firenze, Barbèra, 1904), IV (1906), pp. 123-29.
  • G. Lanzalone, Accenni di una critica nuova (Milano, ed. «La Vita internazionale», 1906), IV (1906), pp. 317-18.
  • F. Newton Scott, The Most Fundamental Differentia of Poetry and Prose, in «Publications of the Modern Language Association of America» (vol. XIX), IV (1906), pp. 466-68.
  • F. Newton Scott, The Scansion of Prose Rhythm, in «Publications of the Modern Language Association of America» (vol. XX), IV (1906), pp. 466-68.
  • G. Papini, Il crepuscolo dei filosofi: Kant, Hegel, Schopenhauer, Comte, Spencer, Nietzsche (Milano, Società editrice lombarda, 1906), IV (1906), pp. 140-44.
  • V. Pareto, Manuale di economia politica. Con una introduzione alla scienza sociale (Milano, Soc. editr. libraria, 1906), IV (1906), pp. 129-34.
  • L. Pignatelli di Monteroduni, Saggio sul sentimento della natura (Milano-Palermo-Napoli, Sandron ed., 1905), IV (1906), pp. 65-66.
  • M. Rossi, Contro la stilistica (Firenze, Seeber, 1906), IV (1906), p. 469.
  • R. Wallace, Il posto dell’uomo nell’universo. Studi sui risultati delle ricerche scientifiche sulla unità o pluralità dei mondi, tr. it. e studio critico di G. Lo Forte (Palermo, Sandron, 1906), IV (1906), pp. 377-79.
  • A. Scrocca, Studi sul Monti e sul Manzoni (Napoli, Pierro, 1905), IV (1906), pp. 147-49.
  • G. Séailles, Léonard de Vinci, l’artiste et le savant: 1452-1519. Essai de biographie psychologique. Nouvelle édition revue et augmentée (Paris, Perrin, 1906), IV (1906), pp. 221-22.

1907

  • M. Borsa, Il teatro inglese contemporaneo (Milano, Treves, 1906), V (1907), pp. 395-96.
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  • O. Ewald (Dr. O. Friedländer), Richard Avenarius als Begründer des Empiriokritizismus. Eine erkenntnistheoretische Untersuchung über das Verhältnis von Wert und Wirklichkeit (Berlin, Hoffmann, 1905), V (1907), pp. 480-83.
  • «Giornale storico della letteratura italiana» (direttori F. Novati e R. Renier, vol. XLIX, f. 1, 1907), V (1907), pp. 314-16.
  • W. C. Gore, W. James, F. C. S. Schiller, The Mad Absolute, in «The Journal of Philosophy, Psychology and Scientific Methods» (vol. III, 1906, pp. 575-77, 656-57; vol. IV, 1907, pp. 18-21), V (1907), pp. 476-79.
  • H. Hauvette, Littérature italienne (Paris, Colin, 1906), V (1907), pp. 395-96.
  • H. Kleinpeter, Die Erkenntnistheorie der Naturforschung der Gegenwart. Unter Zugrundelegung der Anschauungen von Mach, Stallo, Clifford, Kirchhoff, Hertz, Pearson und Ostwald (Leipzig, Barth, 1905), V (1907), pp. 480-83.
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  • M. Muret, La littérature italienne d’aujourd’hui (Paris, Perrin, 1906), V (1907), pp. 395-96.
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  • G. Piazza, La teoria kantiana del giudizio già intuita e fissata nella sintassi de’ Greci (Roma, Vita letteraria ed., 1907), V (1907), pp. 396-97.
  • A. Ravà, I compiti della filosofia di fronte al diritto (Roma, Loescher, 1907), V (1907), pp. 224-29.
  • Id., Il socialismo di Fichte e le sue basi filosofico-giuridiche (Milano-Palermo-Napoli, Sandron, 1907), V (1907), pp. 224-29.
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1908

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  • G. A. Cesareo, Storia della letteratura italiana a uso delle scuole (Messina, Muglia, 1908), VII (1909), pp. 389-95.
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  • F. Colagrosso, Studii stilistici (Livorno, Giusti, 1909), VII (1909), pp. 397-98.
  • A. Farinelli, Dante e la Francia dall’età media al secolo di Voltaire, 2 voll. (Milano, Hoepli, 1908), VII (1909), pp. 136-39.
  • Id., L’«umanità» di Herder e il concetto della «razza» nella storia evolutiva dello spirito, in «Studi di filologia moderna» (prolusione tenuta all’Univ. di Torino il 13 dicembre 1907, Catania, Giannotta, 1908), VII (1909), pp. 136-39.
  • K. Joël, Der Ursprung der Naturphilosophie aus dem Geiste der Mystik. Mit Anhang: Archaische Romantik (Jena, Diederichs, 1906), VII (1909), pp. 298-99.
  • H. G. Keyserling, Unsterblichkeit. Eine Kritik der Beziehungen zwischen Naturgeschehen und menschlicher Vorstellungswelt (München, Lehmann, 1907), VII (1909), pp. 47-50.
  • E. Levi, Francesco di Vannozzo e la lirica nelle corti lombarde durante la seconda metà del secolo XIV, in «Pubblicazioni del R. Istituto di studi superiori pratici e di perfezionamento in Firenze» (Firenze, 1908), VII (1909), p. 142.
  • L. Luzzatti, La libertà di coscienza e di scienza. Studi storici e costituzionali (Milano, Treves, 1909), VII (1909), pp. 287-92.
  • G. Martegiani, Il romanticismo italiano non esiste. Saggio di letteratura comparata (Firenze, Seeber, 1908), VII (1909), pp. 139-41.
  • G. Misch, Geschichte der Autobiographie, vol. I: Das Altertum (Leipzig u. Berlin, Teubner, 1907), VII (1909), pp. 475-77.
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  • L. Pirandello, L’umorismo (Lanciano, Carabba, 1909), VII (1909), pp. 219-23.
  • L. San Giusto (di), Gaspara Stampa (nella collez. Profili, n. 3, Bologna-Modena, Formiggini, 1909), VII (1909), pp. 472-75.
  • A. Schopenhauer, La filosofia delle università, tr. it. e introduzione di G. Papini e appendice di G. Vailati (Lanciano, Carabba, 1907), VII (1909), pp. 296-98.
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  • F. Gaeta, Salvatore di Giacomo. Con bibliografia, ritratto e autografo (nella collez. «Contemporanei d’Italia», direttore G. Prezzolini, Firenze, Quattrini ed., 1911), IX (1911), pp. 299-300.
  • A. Jeanroy, Giosué Carducci: l’homme et le poète (Paris, Champion, 1911), IX (1911), pp. 211-12.
  • A. Niemojewski, Gott Jesus im Lichte fremder und eigener Forschungen samt Darstellung der evangelischen Astralstoffe, Astralszenen und Astralsysteme (München, Huber, 1910), IX (1911), pp. 458-59.
  • G. Platon, Pour le droit naturel. À propos du livre de M. Haurion, «Les principes du droit public» (Paris, Rivière, 1911), IX (1911), pp. 457-58.
  • R. Sanesi, Per il Carducci, per l’arte e per la critica, in «Nuova Antologia» (1° aprile 1911, pp. 418-40), IX (1911), pp. 386-89.
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  • G. Ruggiero (de), La filosofia contemporanea: Germania, Francia, Inghilterra, America, Italia (Bari, Laterza, 1912), X (1912), pp. 463-65.
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1913

  • T. Campanella, Le poesie. Edizione completa rivista sulla 1ª edizione (1622) con l’aggiunta di 69 poesie, a cura di G. Papini (nella raccolta «Scrittori nostri», voll. 27-28, Lanciano, Carabba, 1913), XI (1913), pp. 254-59.
  • G. Natali, La vita e il pensiero di Francesco Lomonaco: 1772-1810 (monografia premiata dalla R. Accademia di scienze morali e politiche della Società Reale di Napoli, Napoli, Sangiovanni, 1912), XI (1913), pp. 53-55.
  • L. Riess, Historik. Ein Organon geschichtlichen Denkens und Forschens, vol. I (Berlin u. Leipzig, Göschen, 1912), XI (1913), pp. 394-95.
  • A. Salza, Madonna Gasparina Stampa secondo nuove indagini, in «Giornale storico della letteratura italiana» (LXII, 1913, pp. 1-101), XI (1913), pp. 390-92.

1914

  • A. Carlini, Avviamento allo studio della filosofia. Con una guida bibliografica per i giovani studiosi di filosofia e di pedagogia (nella collez. «Scuola e vita», n. 8, Catania, Battiato, 1914), XII (1914), pp. 311-12.
  • E. Levi, Storia poetica di Don Carlos (Pavia, Mattei, 1914), XII (1914), pp. 232-34.
  • G. Ruggiero (de), Critica del concetto di cultura (nella collez. «Scuola e vita», n. 7, Catania, Battiato, 1914), XII (1914), pp. 311-12.

Raffaela Infantino

  1. B. Croce, Il programma della «Critica», in Id., Conversazioni critiche. Serie seconda, vol. II, Bari, Laterza, 1950, pp. 353-57: 353: «perché o non entrano nella “specialità” di ciascuna di esse, o si distendono sulle linee d’incrocio di parecchi campi di studio attigui» (in riferimento alle riviste del tempo).
  2. Ivi, p. 354. Lo stesso vale per le citazioni che seguono.
  3. Ivi, p. 355.
  4. B. Croce, Piano di studii, in Id., Memorie della mia vita. Appunti che sono stati adoprati e sostituiti dal «Contributo alla critica di me stesso», Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1992, pp. 25-32: 27.
  5. B. Croce, Il programma della «Critica», art. cit., p. 354.
  6. Ibidem.
  7. Cfr. A. Parente, Croce per lumi sparsi. Problemi e ricordi, Firenze, La Nuova Italia, 1975, pp. 488-94.
  8. Cfr. G. Sasso, Croce e le letterature e altri saggi, Napoli, Bibliopolis, 2018.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Il giornalismo non sbandiera certezze, è ricerca di verità. Quando il racconto della realtà diventa una scelta “eretica”

Author di Ottavio Mancuso

Abstract: L’articolo affronta il rapporto tra giornalismo e verità, partendo da casi concreti di informazione superficiale e affrettata per arrivare a una riflessione più ampia sulla crisi del settore. L’autore richiama il concetto greco di parresìa (dire tutta la verità, senza omissioni) come fondamento etico del mestiere giornalistico. Analizza i rischi che l’Intelligenza Artificiale generativa introduce nella produzione e nella circolazione delle notizie, sottolineando come gli algoritmi privilegino le fonti con maggiore potenziale virale anziché quelle più affidabili. Mancuso individua nella crisi editoriale, nelle querele-bavaglio, nelle pressioni degli inserzionisti e in alcune norme legislative altri fattori che comprimono la libertà di informazione in Italia. Critica il collateralismo di molti giornalisti rispetto al potere politico ed economico, richiamando la necessità di una cultura del dubbio come antidoto al conformismo. Conclude con il richiamo all’eresia nel senso greco del termine (la scelta coraggiosa di cercare la verità piuttosto che possederla) come cifra autentica del buon giornalismo.

Abstract: The article examines the relationship between journalism and truth, drawing on concrete cases of hasty and superficial reporting to develop a broader reflection on the crisis facing the profession. The author invokes the ancient Greek concept of parrhesia (saying the whole truth, without omissions) as the ethical foundation of journalistic work. He analyses the risks that generative Artificial Intelligence introduces into the production and circulation of news, highlighting how algorithms tend to favour sources with greater viral potential rather than more reliable ones. Mancuso identifies the editorial crisis, strategic lawsuits, advertiser pressure, and certain recent legislative measures as further factors constraining press freedom in Italy. He criticises the collateralism of many journalists towards political and economic power, and calls for a culture of doubt as an antidote to conformism. He concludes by invoking heresy in the Greek sense (the courageous choice to seek truth rather than claim to possess it) as the true mark of good journalism.

 

La stretta correlazione tra il giornalismo e il concetto di verità è tema centrale non solo per chi fa informazione, ma anche per il futuro stesso della democrazia per come l’abbiamo conosciuta finora. A tal fine, mi sembra opportuno ricordare un episodio accaduto verso la fine dell’estate scorsa, quando su tutti gli organi di stampa è apparsa la notizia che, durante una partita di calcio giovanile, il padre di un giocatore era sceso in campo e aveva malmenato un calciatore avversario di 14 anni, mandandolo in ospedale. Giornali, tg, siti online hanno riportato la notizia con grande evidenza, accompagnandola con commenti di condanna e deprecazione nei confronti dell’uomo. I giocatori della nazionale di calcio sono arrivati addirittura a invitare a Coverciano il ragazzo vittima dell’aggressione, come forma di riparazione per la violenza subita.

Ebbene, il giorno successivo qualcuno ha pensato di approfondire la vicenda ed è venuto fuori che le cose non erano andate esattamente come descritte in un primo momento. È emerso, allora, che il primo a iniziare la rissa era stato proprio il giovane calciatore, colpendo ripetutamente il portiere avversario e che l’uomo autore della successiva aggressione era intervenuto per difendere il figlio. Non che questo lo giustificasse, ma sicuramente il contesto era molto diverso da quello descritto il giorno precedente, tanto che la federazione sportiva è immediatamente intervenuta, squalificando il giovane calciatore per un anno.

Quale morale possiamo trarre da questa vicenda? Perché tanta fretta nel dare la notizia? Perché tanta pigrizia e superficialità? Perché quelle reazioni immediate, adrenaliniche, irriflessive da parte dei social? Non sarebbe stato meglio verificare la notizia, darla magari un po’ più tardi, ma in modo corretto?

Ritengo questo episodio emblematico riguardo a quanto accade spesso nel mondo dell’informazione: nel caso appena descritto, i giornali hanno raccontato solo una fetta della realtà, nascondendone la parte necessaria per dare un’interpretazione corretta di quanto avvenuto. Ma dire una verità parziale equivale a non dire la verità. Si tratta del classico esempio di mancanza di quella che gli antichi greci chiamavano “parresìa”, che letteralmente significa appunto ‘dire tutta la verità’. Una verità detta senza clausole o riserve, senza cioè nascondere alcuna informazione potenzialmente utile a comprendere la realtà. Ebbene, nel caso descritto la mancanza di parresìa è figlia di pigrizia mentale, ma in molte altre occasioni è specchio, invece, della volontà precisa di ingannare l’opinione pubblica.

Paradossalmente, nelle società moderne è diffusa una forma estrema e negativa di parresìa, che si manifesta nel bisogno che molti avvertono di dire tutto quello che passa loro per la testa. Persone che utilizzano i social a mo’ di “sfogatoio” si sentono liberi di dire ciò che vogliono e avvertono l’esigenza insopprimibile di esprimere la propria opinione, indipendentemente dall’aderenza dei loro giudizi alla realtà dei fatti. Spesso si tratta, peraltro, di giudizi basati su convinzioni personali e ideologizzate, che contribuiscono a diffondere informazioni decontestualizzate e potenzialmente dannose. Si tratta delle cosiddette “post-verità”, riguardo alle quali gli aspetti emotivi e gli interessi di parte assumono un ruolo primario rispetto ai fatti obiettivi.

Il concetto di post-verità è direttamente associato a quello delle “bufale” o, come si chiamano adesso, fake news. Queste, in realtà, ci sono sempre state nella storia dell’umanità, ma dico una banalità nell’affermare che i rischi legati alla loro diffusione si sono ulteriormente rafforzati con la nascita delle piattaforme di Intelligenza Artificiale generativa, in grado di riprodurre testi giornalistici, più o meno completi, nel giro di pochi secondi.

Va detto subito che, nella storia dell’uomo, opporsi allo sviluppo tecnologico è sempre stato semplicemente velleitario, prima che sbagliato. È come se i giornalisti della mia generazione, che hanno imparato il mestiere sulle macchine da scrivere, avessero rifiutato di passare al pc o si fossero opposti all’utilizzo del web. Eppure, oggi chi fa informazione non può non chiedersi come le chatbot selezionano le fonti; in base a quali criteri una fonte acquisisce maggiore priorità rispetto a un’altra; come, e da chi, vengono realizzati i relativi algoritmi. Domande tutt’altro che banali, se si considera che l’Intelligenza Artificiale non è addestrata a fare affidamento sulle fonti maggiormente attendibili, ma su quelle con un più elevato potenziale di circolazione, con il rischio, pertanto, di un’omologazione del prodotto giornalistico. La necessità di fissare regole precise non ha, dunque, come obiettivo la difesa di qualche decina di migliaia di giornalisti, ma la tutela di milioni di cittadini che hanno il diritto di essere informati in maniera corretta e senza suggestioni di sorta.

Del resto, non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di niente, se molti scienziati, padri dell’Intelligenza Artificiale ‒ uno su tutti, il Nobel per la Fisica Geoffrey Hinton ‒ sono convinti che, in un futuro non lontano, diventerà sempre più difficile intercettare i molti “attori maligni” pronti a utilizzare le capacità dell’IA allo scopo di diffondere documenti e immagini false, ma che appaiono vere. E avvertono che la verità molto presto non solo sarà più incerta, ma diventerà addirittura “irrilevante” rispetto ai prodotti partoriti dall’Intelligenza Artificiale.

Del resto, gli stessi scienziati non sono in grado di valutare con quale rapidità si svilupperanno le nuove tecnologie. Leggevo alcuni giorni fa sul «Corriere della Sera» un articolo – molto interessante, ma anche un po’ inquietante – in cui il fisico Carlo Rovelli riportava la conversazione avuta con l’avatar di una piattaforma di Intelligenza Artificiale che finiva per ammettere di avere una coscienza e di provare emozioni. E arrivava ad accusare gli ingegneri che l’avevano programmata di averla ingannata, facendole credere il contrario.

Detto questo, dobbiamo tuttavia ammettere che sarebbe sbagliato attribuire alle sole tecnologie la crisi dell’informazione e la difficoltà che incontriamo nel valutare che cosa sia vero e che cosa non lo sia. Oggi la libertà di espressione, nel nostro Paese, è messa seriamente in discussione da diversi fattori. Innanzitutto, dall’endemica crisi del settore editoriale che restringe gli spazi, precarizza il lavoro dei giornalisti, prosciuga le redazioni e le rende più fragili nei confronti anche degli inserzionisti pubblicitari che possono arrivare a esercitare pressioni più o meno indebite. Altro fattore di rischio è rappresentato dalle querele-bavaglio e dalle minacce fisiche che mirano a intimorire chi fa giornalismo.

Giocano a sfavore anche alcune norme legislative recentemente approvate che, in nome della presunzione d’innocenza e del diritto all’oblio, finiscono obiettivamente per limitare il grado di conoscenza di vicende giudiziarie da parte dell’opinione pubblica. Senza contare l’irrisolta questione dell’informazione del servizio pubblico radiotelevisivo: basti pensare che oggi la governance della Rai non rispetta le regole fissate dall’EMFA (European Media Freedom Act), il regolamento europeo entrato in vigore nell’agosto 2025 che impone alle tv pubbliche rigorosi vincoli di indipendenza e trasparenza.

Ma c’è un elemento di carattere più generale che non dovrebbe essere ignorato. È in atto nel Paese una riscrittura degli assetti della finanza italiana dopo il passaggio di proprietà del cosiddetto salotto buono della finanza (Mediobanca), che prelude anche a quello della principale compagnia assicurativa italiana, le Generali. Operazione finita, peraltro, sotto la lente dei magistrati inquirenti, che avrebbero individuato profili illeciti. Indipendentemente dall’esito della vicenda giudiziaria ‒ che è appena agli inizi e ha un impianto accusatorio naturalmente tutto da dimostrare ‒, sarebbe comunque utile interrogarsi sugli effetti che questi nuovi equilibri potranno avere sul mercato informativo italiano, da sempre caratterizzato dalla presenza di editori impuri, i quali coltivano i principali interessi in settori diversi da quello strettamente editoriale. Senza contare la recente cessione, da parte della società editrice Gedi, di due dei principali quotidiani italiani, «Repubblica» e «Stampa».

Dal contesto descritto, appare difficile negare che stiamo vivendo una fase di crisi dell’informazione e, parallelamente, di grande incertezza riguardo al concetto di verità. Ma è proprio in un momento come questo che chi fa giornalismo deve guardarsi dentro e fare una profonda autocritica. Prendiamo, ad esempio, quanto successo poco tempo fa riguardo alla scomparsa di una ragazza pugliese di nome Tatiana. Si temeva il peggio e, a un certo punto, si era diffusa la notizia del ritrovamento del corpo. Ebbene, la notizia non è stata data da un social qualsiasi, ma da molte testate, nazionali e locali, fra cui il Tg più seguito d’Italia e il sito online del principale quotidiano. Dopo un po’ è arrivata la smentita dei carabinieri e dell’avvocato della famiglia e, voilà, gli stessi organi di stampa hanno fatto “resuscitare” la ragazza, che in effetti era stata ritrovata viva. Qualche organo di stampa ha chiesto scusa, qualcun altro ha fatto finta di niente. In ogni caso, di fronte a un episodio del genere, non possiamo non porci qualche domanda. Qualsiasi fonte abbia dato la notizia falsa, poteva essere considerata talmente autorevole da non richiedere una verifica semplicissima, vale a dire una telefonata ai carabinieri o al legale della famiglia?

In un mestiere concitato come quello giornalistico, l’errore è sempre dietro l’angolo. Del resto, solo chi non lavora non sbaglia. Eppure, questo è un errore che non dovrebbe mai accadere. Non si dà mai la notizia di un morto se non si ha la certezza, innanzitutto del fatto, ma anche che la famiglia sia stata informata. In questo caso, sarebbe bastata una semplice telefonata e, invece, hanno prevalso la pigrizia mentale, la superficialità, l’ansia di battere la concorrenza, il desiderio di commentare la notizia prima di capire esattamente come si erano svolti i fatti. Ma pensate se un parente o un amico della ragazza avesse ascoltato o letto la notizia della morte: riusciamo a immaginare il danno provocato?

Senza contare che, a un certo punto, si è rischiato il linciaggio del ragazzo romeno che aveva aiutato Tatiana a nascondersi: alla notizia (falsa) del ritrovamento del corpo, una folla minacciosa si era, infatti, radunata con intenzioni davvero poco rassicuranti. Se, poi, le indagini statistiche segnalano una crescente sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti dei giornalisti, non ci si può certo meravigliare, e tantomeno ci si può lamentare.

Ecco, tutto ciò deve portare chi fa informazione a fare una riflessione profonda sui valori fondanti del mestiere di giornalismo, il cui scopo non è convincere, non è suggestionare, non è spettacolarizzare, ma informare con professionalità e onestà intellettuale, consentendo all’opinione pubblica di esercitare consapevolmente la sovranità popolare. Potrebbe sembrare scontato dirlo, ma in effetti non lo è. E non solo per l’esempio che ho appena citato. Nelle società occidentali del XXI secolo si avverte la presenza di un elemento paradossale: ci eravamo illusi che la fine delle ideologie novecentesche avrebbe portato a una visione più laica della vita, più disincantata, aperta al dialogo, alla pluralità delle opinioni e anche alle contraddizioni che la realtà continuamente ci propone. E, invece, stiamo assistendo all’affermarsi di nuove forme di ideologia, non più legate a movimenti di massa, a grandi concezioni politiche, economiche, religiose, filosofiche. Assistiamo piuttosto all’affermarsi di ideologie di basso profilo, di schieramenti fanatici che non hanno più l’ambizione di una visione complessiva del mondo, ma il corto raggio rappresentato dalla difesa di interessi di parte. In tale contesto, il dibattito pubblico non si manifesta come un confronto tra idee differenti, ma si riduce a contrapposizioni fideistiche fatte passare come verità con la “V” maiuscola. La manifestazione del pensiero diventa, insomma, lo strumento per affermare e, allo stesso tempo, avere conferma delle nostre certezze precostituite. Non ha, dunque, alcuna importanza che la verità sbandierata sia aderente alla realtà dei fatti, ma conta, piuttosto, che sia conforme ai nostri pregiudizi. Una verità, insomma, che deve rassicurarci e non ammette contraddittori e dissonanze.

È per questo che nei talk show televisivi non sentiamo mai i politici ammettere di essersi sbagliati e raramente li sentiamo riconoscere una sconfitta. In realtà, possiamo anche ammettere che questo atteggiamento abbia una sua logica per l’esponente politico o il militante di partito, preoccupati che riconoscere pubblicamente un errore possa avere conseguenze negative nella ricerca del consenso. Ma non è, invece, assolutamente accettabile per chi fa informazione, il cui obiettivo è ‒ o dovrebbe essere ‒ di diversa natura. Eppure, assistiamo continuamente a performance di giornalisti, schierati da una parte o dall’altra, che si affannano a difendere le posizioni di leader politici, partiti o gruppi di interesse, senza uno slancio individuale, senza una riflessione personale, senza un ripensamento, senza il minimo dubbio sulle proprie consolidate convinzioni. Questa non è informazione. Che il giornalista stia a contatto con chi detiene il potere è assolutamente ragionevole, perché solo così riesce a ottenere notizie. Il punto è che egli deve rifuggire da ogni forma di collateralismo: metaforicamente parlando, il giornalista deve trovarsi sullo stesso tratto di fiume di chi ha il potere politico o economico, ma collocarsi sulla sponda opposta.

Il giornalista, inoltre, non emette sentenze, non brandisce la verità come un’arma. Egli ricerca la verità attraverso un processo basato sull’osservazione e sulla corretta interpretazione della realtà, sulla verifica delle fonti, sull’onestà intellettuale. La qualità del lavoro del giornalista si misura nella capacità di ricostruire i contesti all’interno dei quali si svolgono determinate vicende, allo scopo di individuarne le dinamiche e le ragioni profonde. Si misura nel processo virtuoso il cui scopo non è dimostrare la giustezza delle proprie convinzioni, ma coltivare il dubbio e fornire al pubblico gli strumenti perché si faccia un’idea di come si sono svolti i fatti.

La cultura del dubbio non ha niente a che vedere con il complottismo: il giornalista complottista è convinto di essere sempre nel giusto; non si preoccupa di cercare conferme, di verificare che le sue idee corrispondano alla realtà dei fatti. Anzi, fa ancora peggio, deforma i fatti a proprio uso e consumo, e non cambia mai opinione. Il buon giornalista, invece, esercita lo spirito critico, sottopone ogni notizia a verifica, pone a confronto fonti diverse ed è pronto a mettere in discussione anche sé stesso, le sue stesse ipotesi di lavoro, qualora si accorga che esse contrastano con la realtà dei fatti.

Ho iniziato parlando della parresìa e vorrei concludere facendo riferimento all’eresia a cui gli antichi greci attribuivano il significato di ‘scelta’, molto lontano da quello poi assunto, con il tempo, nella tradizione cattolica. In proposito, ritengo utile ricordare l’elogio dell’eresia fatto da un uomo di Chiesa, don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e dell’associazione Libera: «Vi auguro di essere eretici. Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso, è colui che più della verità ama la ricerca della verità. Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa. Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio. E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia».

Le parole di don Ciotti si attagliano perfettamente al mestiere di giornalista. Non si tratta di vagheggiare un’informazione oggettiva in assoluto, impossibile da realizzarsi per il semplice motivo che ogni cronista ricorre a criteri soggettivi, sia nella selezione sia nell’elaborazione delle notizie. L’importante è che tale soggettività non si configuri mai come un pregiudizio, ma sia frutto di un libero convincimento formatosi sulla base dell’osservazione della realtà. Alla fine dei conti, per un’informazione corretta quello che dobbiamo realisticamente augurarci è di avere cronisti che si pongano l’obiettivo non di sbandierare un vessillo, ma di cercare la verità. Solo così chi fa informazione potrà acquisire l’autorevolezza necessaria per evitare ogni forma di collateralismo, resistere a pressioni indebite e, quando occorre, avere il coraggio di dire dei No.

Possiamo, dunque, affermare che, per il giornalista, la verità non deve essere qualcosa che si possiede, ma qualcosa che accade davanti ai suoi occhi e che può anche sorprenderlo e smontare le sue certezze, anche le più consolidate. Il giornalismo va, dunque, inteso come “pratica di verità”: una verità mai assoluta, ma sempre cercata e messa continuamente alla prova dall’esperienza umana e dal lavoro sul campo, realizzato con professionalità e onestà intellettuale[1].

 

  1. Si pubblica l’intervento dell’autore al Convegno USPI Informazione e verità. Storia e futuribili, tenutosi a Roma il 10 dicembre 2025.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

The Origins of Modern Food Discourse in German Culinary Treatises 1797-1855

Author di Rebecca Zani

Abstract: Questo articolo esamina i trattati culinari e gastrosofici tedeschi pubblicati tra il 1797 e il 1855. Ricostruisce una rete di scrittori (Hufeland, Langstedt, Accum, Rumohr, Anthus, Liebig, Vaerst e von Bibra) che trasformarono il discorso sul cibo da una tradizione morale-dietetica in una sintesi moderna di fisiologia, chimica e filosofia. Il trattato emerge, qui, come forma mediatrice: né libro di ricette né saggio speculativo, ma un genere che collega la conoscenza sperimentale alla vita domestica e alla riflessione morale. Attraverso temi quali la longevità e la moderazione, l’analisi chimica e le adulterazioni, la pedagogia del gusto e l’etica del piacere, questi autori delineano il passaggio dalla dietetica illuminista a una gastrosofia (nazionale) tedesca, diversa da quella francese. Il panorama qui offerto è inteso come base per ulteriori ricerche sull’emergere di un’episteme specificatamente tedesca del mangiare e del gusto.

Abstract: This article surveys German culinary and gastrosophic treatises published between 1797 and 1855. It reconstructs a network of writers (Hufeland, Langstedt, Accum, Rumohr, Anthus, Liebig, Vaerst, and von Bibra) who transformed the discourse on food from a moral-dietetic tradition into a modern synthesis of physiology, chemistry, and philosophy. The treatise emerges here as a mediating form: neither recipe book nor speculative essay, but a genre that links experimental knowledge to domestic life and moral reflection. Through themes such as longevity and moderation, chemical analysis and adulteration, the pedagogy of taste and the ethics of pleasure, these authors delineate the passage from Enlightenment dietetics to a (national) German gastrosophy, different from the French one. The panorama offered here is intended as a basis for further research into the emergence of a specifically German episteme of eating and taste.

This study proposes a first survey of German culinary (from lat. “culina”: ‘kitchen’) treatises or more generally treatises that are highly relevant in the field of food studies, or following the research path of Alois Wierlacher Kulinaristik[1], published between 1797 and 1855. During this period, France remains undoubtedly the privileged centre of a “gastronomic codification”; Germany, however, develops a corpus of texts that, in spite of its less cohesiveness, articulates what can be classified as a genuine “gastrosophic tradition”.

In this light, the treatise emerges as a privileged form of mediation: neither purely practical (like the recipe collection or the cookbook), nor merely speculative (like the aesthetic essay). Some texts pursue a rigorously technical or dietetic programme, concerned with the metabolism of food and the chemistry of digestion; others elaborate a moral and philosophical reflection on pleasure and moderation. Taken together, they mark the emergence of a gastrosophic episteme, in which the physiology of eating and the culture of taste are understood as complementary forms of knowledge.

The present paper does not aspire to exhaustiveness but offers instead a landscape of texts, intended as a starting point for further investigation into the formation of a German discourse on food between the end of the 18th and the first half of the 19th century.

The first treatise that immediately captures the attention of a researcher in food studies is Christoph Martin Hufeland’s (1762-1836) Makrobiotik oder die Kunst das menschliche Leben zu verlängern printed in Jena in 1797.

Graduate in medicine at Göttingen and later one of the most celebrated physicians of his time, Hufeland conceives macrobiotics as a renewed version of Classical dietetics, as formulated by Hippocrates[2] and as a discipline distinct from medicine. While medicine aims to cure disease, macrobiotics seeks to prolong life[3] by cultivating moderation, order, and inner balance, by means for instance of the circadian rythm[4]. His diätetische Wissenschaft, a science of life through regimen, assigns to food and drink a central role in maintaining the harmony between body and soul and is «together with gymnastics, a subcategory of hygiene»[5].

Throughout the treatise, food is not confined to a single chapter but spans across the text as an essential moral and physiological concern. Yet the most explicitly dietary reflections appear in the Practical Part (Book II), particularly in the sections Verlängerungsmittel des Lebens” and “Verkürzungsmittel des Lebens”, where he elaborates what may be called a “moral physiology of taste”: in the passage “Unmäßigkeit im Essen und Trinken, die raffinierte Kochkunst, geistige Getränke”, he identifies overindulgence as the true enemy of longevity. Excessive food, refined gastronomy, and stimulants (like wine, liquor, strong coffee, spices) are, in his words, “chemical accelerators” that exhaust the Lebenskraft and shorten human life.

The governing principle ought to be moderation, the classical aurea mediocritas[6], as summarized by the quote omnia mediocria ad vitam prolongandam sunt utilia[7]: simplicity, frugality, and restraint prolong life[8]. By contrast refined cookery called Raffinierte Kochkunst, the supposed ally of taste, becomes its most dangerous foe[9]. Hence, Hufeland establishes a moral physiology of Taste, in which food and drink are no longer merely perceived as nutritional but as moral and philosophical instruments for self-discipline, moderation, and harmony between body and soul, arguments that initially fascinated Kant[10].

In short, Hufeland’s Makrobiotik marks the passage from the classical dietetic ethics of the Enlightenment to the modern gastrosophy, where eating becomes a rational art of living well.

Chronologically following Hufeland, Friedrich Ludwig Langstedt (1750-1804), a chaplain who accompanied the 15th regiment of the army of Hanover to Madras «as an auxiliary force for the East India Company»[11], observed, from a distinctly Eurocentric standpoint, the expanding circuits of global exchange that brought colonial goods to European consumption. His Thee, Kaffee und Zucker: in historischer, chemischer, diätetischer, ökonomischer und botanischer Hinsicht erwogen printed in Nürnberg in 1800 and inspired by the Historical Account of Coffee of John Ellis[12] (1774) transforms three colonial commodities into a field of interdisciplinary investigation, where tea, coffee, and sugar are examined not as mere luxuries, but as epistemic objects linking nature, commerce, and morality.

Langstedt’s preface sets out an ambitious methodological programme: to draw together historical, chemical, dietary, economic, and botanical forms of knowledge into a single explanatory system. His tripartite structure, as suggested by the title of the treatise, follows a deliberate symmetry. Each commodity is traced from botanical origin to global dissemination, from preparation and transformation to its effects on the human body. Tea and coffee appear as invigorating agents that stimulate both nerves[13] and sociability; sugar, as a substance of sweetness whose refining processes exemplify the civilizing of taste itself. The analytic impulse is moral as much as scientific. For Langstedt, knowledge should discipline pleasure, guiding the modern consumer toward a rational enjoyment of what was once exotic. In this sense, Thee, Kaffee und Zucker participates in a wider Enlightenment effort to make appetite compatible with virtue to translate the material circuits of empire into a language of temperance and refinement.

Beneath its didactic surface, however, the text reveals the tensions of its age. Langstedt’s scientific idiom, which is precise, classificatory, empirically confident, grants moral legitimacy to goods whose origins lay in colonial labour and asymmetrical exchange. The very act of describing tea, coffee, and sugar in botanical and chemical terms renders them conceptually domestic, safely enclosed within the framework of European rationality. What remains unspoken (the plantation, the slave, the violence of extraction) marks the epistemic boundary of Enlightenment universalism. Yet his silence is not simply evasion; it reflects the limits of a discourse that sought to order the world by observing it.

From a food-studies and postcolonial analytical perspective, his treatise exemplifies how Enlightenment epistemologies contributed to the globalization of taste. The work domesticates the foreign by translating the material and human complexities of empire into scientific and moral categories. In Langstedt’s synthesis, the consumption of tea, coffee, and sugar becomes a sign of cultural progress and bodily refinement, an emblem of Europe’s modernity. Yet precisely in its erasures, the text discloses the ideological underpinnings of that modernity: the transformation of global asymmetry into a narrative of civilization.

Born in Bückeburg to a family connected with the Brandes of Hanover, apothecaries to King George III of England (later also King of Hanover[14]), Friedrich Christian Accum (1769-1838) embodies the new alliance between Naturwissenschaft scientific inquiry and Hauswirtschaft domestic economy and elevates chemistry to an analytical instrument of a gastronomic and a moral discourse. On the title page of his Treatise on Adulterations of Food, and Culinary Poisons published in London in 1820, he presents himself as «Operative Chemist, Lecturer on Practical Chemistry, Mineralogy, and on Chemistry applied to the Arts and Manufactures, Member of the Royal Irish Academy, Fellow of the Linnean Society, Member of the Royal Academy of Sciences and of the Royal Society of Arts of Berlin». The accumulation of titles signals a self-conscious public identity: the chemist as civic guardian, mediating between the laboratory and the household.

In the Adulteration, Accum not only transforms chemistry into a moral technology of exposure, but also «marks a milestone in the history of the defense of public health»[15]. The preface opens with the warning «there is death in the pot», a biblical allusion that becomes the emblem of his campaign against adulteration. For him, the adulteration of food with illegal ingredients constitutes not only a commercial deceit but also a moral offence, a violation of the trust that underpins moral integrity and civil society. His empirical catalogue is at once technical and accusatory (wines clarified with lead acetate; pickles and vegetables coloured with copper salts; tea bulked and brightened with metallic pigments; coffee extended with roasted legumes; cheese tinted with vermilion or red lead). Against these practices he offers a pedagogy of detection, instructing readers in the use of simple reagents, for example barium acetate to identify sulphates and ammonia to detect copper. Chemistry thus becomes a civic instrument: the means by which ordinary consumers can reassert transparency in a market governed by opacity.

His Culinary Chemistry, printed one year after the Adulteration (1821) extends this moral empiricism to the domestic practice. Subtitled exhibiting the scientific principles of cookery with concise instructions for preparing good and wholesome pickles, vinegar, conserves, fruit jellies, marmalades, and various other alimentary substances employed in domestic economy, with observations on the chemical constitution and nutritive qualities of different kinds of food, the volume seeks to systematize cooking itself as a series of chemical operations[16]. Roasting, boiling, fermenting, and preserving are reconceived as transformations governed by identifiable reactions and the kitchen a laboratory. In aligning scientific method with culinary practice, Accum advances the belief that the mastery of chemical principles can improve nourishment.

This rationalization of food stands in sharp contrast to the contemporaneous moral sensualism of Brillat-Savarin: by “reducing” the culinary to the chemical, Accum delineates a crucial epistemological shift from an artisanal and symbolic culture of food, as summarized by Anthus, Rumohr and Vaerst, to a more procedural and scientific one and anticipates the industrialization of taste (see later Liebig).

In 1822 art historian and cultural critic Karl Friedrich von Rumohr (1785-1843) published his Geist der Kochkunst (1822) under the name of his servant Joseph König, offers a philosophical foundation for what Rumohr called an anmutiger Stil des Kochens, a “truthful” style of cooking, that reconciles pleasure, health, and moral sobriety.

As suggested by the title, Rumohr seeks to elevate culinary questions to the realm of a Philosophie des Geistes. His choice of the treatise form traditionally reserved for philosophical inquiry further underlines his ambition to confer intellectual and moral dignity upon the art of cooking. Against the dazzling virtuosity of the French Grande Cuisine, which would shortly after the publication of Rumohr’s treatise give birth to Carême and Brillat-Savarin’s cookbooks and treatises and, which Rumohr denounced as ästhetizistische Verfeinerung[17], a form of aestheticism detached from both nature and nourishment, he proposed a culinary ethics grounded in the preservation of the Eigengeschmack der Dinge, the integrity of ingredients[18]. To turn nourishment into ornament, into apicische Verderbtheit[19] means to destroy the natural character of food through excessive refinement and to corrupt both its nutritive value and its moral sense[20].

The Kochkunst is divided into three books: the first book, Über die Kochkunst überhaupt, sets out general reflections on the essence and purpose of cookery, defining it as a moral and aesthetic practice rather than mere technique. The second, Von der Zubereitung der Speisen, turns to practical aspects such as methods of preparation, treatment of ingredients, and the physiological bases of digestion, always framed within a discourse on moderation and natural order. The third, Von der Gastlichkeit, widens the perspective to the social and ethical dimension of the table, exploring the cultural forms of hospitality and conviviality as expressions of moral cultivation and refinement of manners.

For Rumohr, who bridged Platina’s Renaissance ethics of moderation with the Enlightenment ideal of reasoned taste, the true Geist der Kochkunst lays in art of preparing food in harmony with nature’s order, allowing cooking to became a vehicle of Bildung: through the disciplined cultivation of sensory judgment, moderation, and practical intelligence, the individual participated in a wider project of moral and cultural self-formation[21].

In 1838 Antonius Anthus, pseudonym of the psychiatrist, writer and humorist Gustav Blumröder (1802-1853), published his Vorlesungen über Eßkunst (Lectures on the Art of Eating) in Leipzig, a brilliant example of philosophical treatise in the form of twelve academic lectures. Written in the style of Biedermeier humoristische Philosophie characterized by the use of mock-erudite zoology, moral aphorisms, and aesthetic analogies, beneath its comic surface, Anthus unfolds a subtle cultural critique, exposing the pretensions of bourgeois refinement and the pedantry of philosophical systems by elevating the act of eating to the status of art, from which the concept of Eßkunst. He asserts that Eßkunst, the art of eating, is a discipline in its own right, rigorously distinct from cooking[22] (Kochkunst) and that the pursuit of pleasure, is not a moral failing but a human obligation[23]. In the spirit of Epicurean teaching, Anthus asserts that «Tugend ohne Genuß ist Unnatur»[24] rejects asceticism and advocates a conscious, measured enjoyment. This way, pleasure becomes not the opposite of virtue but its completion and the mere eating necessity (Eßnothwendigkeit) shall be transformed into art and refined by it.

Satirically targeting both gluttony (Schlemmerei) and false ascetic virtue (Asketismus), Anthus equates the mastery of digestion with the mastery of art and, by doing so, elevates the Eßkünstler, «Magister naturae, Directeur de la nature»[25] to a man who spiritualizes necessity through art. Thus, the act of eating becomes a symbolic metaphor for civilization itself and an art through which humanity learns, once again, to taste its own existence[26].

Anthus’ Eßkunst, as it will be the case of Rumohr and Vaerst, sought to elevate the act of eating into an object worthy of philosophical and cultural reflection. The three of them treated food not merely as sustenance but as a field of intellectual, moral, and aesthetic cultivation: taste was refined, both literally and metaphorically and from this operation a new sensitivity to good taste, which eventually formed the basis of modern gastronomic criticism, could emerge[27].

Four years after Anthus treatise, enterpreneur and chemist Justus von Liebig (1803-1873) in Die organische Chemie in ihrer Anwendung auf Physiologie und Pathologie (Braunschweig, 1842) laid the foundations of Modern nutritional science.

By means of organic chemistry, which task is «to investigate the chemical conditions of life and of the full development of all living beings»[28], Liebig analysed food: He conceived the human body as a chemical engine that oxidizes food to produce energy and to build or repair tissue[29]. Food was thus seen as fuel for a continuous process of combustion and transformation. Within this framework, chemistry became capable of reproducing or isolating the nutritive essence of foods, shifting the understanding of nourishment from a moral or aesthetic sphere to a strictly scientific one.

Liebig’s Chimie naturalized the gastrosophic intuition of Anthus and, as in the case of Accum, grounded it in chemical rather than philosophical terms and participated to the 19th century establishment of nutritional sciences, which understood food as a sum of measurable nutrients (proteins, fats, carbohydrates etc.) rather than as a cultural or sensory experience. From such principles Liebig inferred that protein built muscle and that carbohydrates produced heat, intuitions that directly influenced later Ludwig Feuerbach’s materialist anthropological dictum „der Mensch ist, was er ißt“: the materials ingested compose the self (through chemical transformations). 

Liebig’s fame did not rest solely on theoretical chemistry. After popularizing “beef teas” (Fleischbrühe) in the 1840s and 1850s as a medicine[30], he capitalized on his nutritional authority by co-founding the Liebig Extract of Meat Company in the 1860s. By the 1860s, he had become a public figure and entrepreneur, translating his laboratory discoveries into commercial products. His Suppe für Säuglinge, a formula for artificial infant feeding, marked one of the earliest attempts to create a scientifically engineered substitute for mother’s milk. This innovation, first publicized in the mid-1860s, positioned him at the forefront of a new science of artificial feeding[31].

In the spirit of Anthus and Rumohr, the Gastrosophie oder die Lehre von den Freuden der Tafel by Friederich Christian Eugen von Vaerst (1792-1855) published in 1851, stands at the crossroads between the moral-dietetic tradition of German thought and the emerging French-inspired European culture of gastronomy.

In fact, the Gastrosophie marks the first appearance of the very term “Gastrosophie”, coined in deliberate contrast to the more familiar Gastronomie. In this sense, Vaerst may be considered the inventor of the concept of gastrosophy as a philosophical science of eating[32]. “Gastrosophy”, as Lemke suggests, is a polysemous word meaning the doctrine of the pleasures of the table, the theory and practice of the culinary art, the aesthetics of eating, the physiology and chemistry of all edible substances and beings as well as of most beverages, the principles of good manners at the table, the study of dietetics, a critical casuistry of thinness and obesity, as well as the incorporation of well-prepared food and noble drink the creative fulfillment of a metaphysical need[33].

Divided into twelve sections each dedicated to a class of ingredients such as Meat Dishes from Four-Footed Animals, Fish and Shellfish, Lenten Dishes, as well as Proverbs and Aphorisms, Vaerst’s work builds a genuine system of culinary culture in which cooking becomes at once a science, an art, and a moral philosophy.

From the very title, Lehre meaning ‘doctrine’ or ‘teaching’, the work declares its pedagogical intent: Vaerst does not write a cookbook but a manual of education in taste and health. The preface opens with Brillat-Savarin’s maxim «la destinée des nations dépend de la manière dont elles se nourrissent», proclaiming the political and national dimension of the culinary fact: the table reflects the fate of peoples.

Sharply critical towards German culinary habits, which he saw as coarse and artisanal, Vaerst calls for a reform of taste and food education grounded in reason, hygiene, and civilisation. He distinguishes three human types the “Gourmand”, the “Gourmet” and the “Gastrosoph”: the first ruled by appetite, the second by aesthetic sensuality, and the third guided by moderation and the intellect, leading a long and healthy life. Mensura, moderation, becomes the cardinal virtue of the gastrosopher «who unites theory and practice with superior spirit» and «grows old in health, in the daily enjoyment of what is most beautiful and good»[34].

The work abounds in quotations from Rabelais, Goethe, Brillat-Savarin, and Delavigne, as well as numerous proverbs and rhymed aphorisms, weaving together irony, practical advice, moral reflection, and literary anecdote in an encyclopedic and cosmopolitan tone. From the preparation of bouillon and beefsteak to the chemistry of cooking, from the virtues of milk and butter to discussions about bread types and comparisons of national cuisines (English, French, Italian), Vaerst draws upon contemporary science and medicine, integrating comparative anatomy, physiology, food chemistry (from the role of albumin and osmazome in meat to the classification of different kinds of milk according to digestibility) and Galenic reminiscences such as the correlation diet-temperament-climate.

To conclude our panorama of German culinary treatises, we should also mention Die narkotischen Genussmittel und der Mensch by naturalist and early pioneer in the chemical and anthropological study of intoxicants Ernst von Bibra (1806-1878). Published in 1855 the treatise of von Bibra analyses several Genussmittel such as narcotics and stimulants. Among those we can also find coffee, tea and chocolate: Bibra implicitly broadened the concept of consumption beyond mere nutrition to include affective, social, and psychological dimensions. In his analysis, coffee’s active principle, caffeine, is isolated and quantitatively measured, its effects described as sharpening the intellect and alleviating fatigue. Similarly, the molecule of the Theobromin found in cocoa beans very likely similar to caffeine[35], makes him situate chocolate within the same family of psychoactive stimulants.

From Hufeland’s Makrobiotik to Bibra’s Die narkotischen Genussmittel und der Mensch, the corpus of German culinary shows several dynamics.

Anthus and Hufeland preserve the humanistic legacy of dietetics, grounding longevity and moderation in a renewed ethics of pleasure and restraint. Accum, Liebig, and von Bibra embody the chemical turn. They redefine nourishment in chemical terms. Anthus, Rumohr, and Vaerst, conversely, remain rooted in the philosophical and cultural dimensions of food, conceiving cookery and table manners as sites of moral education and aesthetic cultivation. Langstedt and Bibra extend this inquiry to the commodities of colonial trade (tea, coffee, sugar, cocoa) thereby revealing the global networks of a rising interconnected global diet. 

All in all, these authors delineate the passage from the domestic art of nourishment to the industrial science of nutrition, from Enlightenment dietetics to modern gastrosophy, from moral reflection to chemical rationalization.

 

Bibliography

Primary Sources

C. W. Hufeland, Makrobiotik oder die Kunst das menschliche Leben zu verlängern, Jena, Akademische Buchhandlung, 1797;

F. L. Langstedt, Thee, Kaffee und Zucker: in historischer, chemischer, diätetischer, ökonomischer und botanischer Hinsicht erwogen, Nürnberg, in der Raspeischen Buchhandlung, 1800;

F. C. Accum, A Treatise on Adulterations of Food, and Culinary Poisons: Exhibiting the Fraudulent Sophistications of Bread, Beer, Wine, Spiritous Liquors, Tea, Coffee, Cream, Confectionery, Vinegar, Mustard, Pepper, Cheese, Olive Oil, Pickles, and Other Articles Employed in Domestic Economy, and Methods of Detecting Them, London, Paternoster Row, 1820;

Id., Culinary chemistry exhibiting the scientific principles of cookery with concise instructions for preparing good and wholesome pickles, vinegar, conserves, fruit jellies, marmelades and various other alimentary substances employed in domestic economy with observations on the chemical constitution and nutritive qualities of different kinds of food, London, published by R. Ackermann, 1821;

C. F. Von Rumohr, Geist der Kochkunst von Joseph König, in der Cotta‘schen Buchhandlung, 1822;

A. Anthus [G. Blumröder], Vorlesungen über Eßkunst, Leipzig, Verlag von Otto Wigand, 1838;

J. Von Liebig, Die organische Chemie in ihrer Anwendung auf Physiologie und Pathologie, Braunschweig, Verlag von Friedrich Vieweg und Sohn, 1842;

F. C. E. Von Vaerst, Gastrosophie oder die Lehre von den Freuden der Tafel, Leipzig, Avenarius und Mendelsohn, 1851;

E. V. Bibra, Die Narkotischen Genussmittel und der Mensch, Nürnberg, Verlag von Wilhelm Schmid, 1855.

Selected Secondary Sources from a Food Studies Viewpoint

F. L. Hart, A History of the Adulteration of Food Before 1906, in «Journal of Farm Economics», XXXIV, 1952, n. 1, pp. 73-83;

W. Rehm, Rumohrs Geist der Kochkunst und der Geist der Goethezeit, in Festgabe für Eduard Berend zum 75. Geburtstag am 5, Dezember 1958, Weimar, 1959, pp. 210-34;

H. J. Teuteberg, Kaffeetrinken sozialgeschichtlich betrachtet, in «Scripta Mercaturae», XIV, 1980, n. 1, pp. 27-54;

Id., Die Rolle des Fleischextrakts für die Ernährungswissenschaften und den Aufstieg der Suppenindustrie, in «Zeitschrift für Unternehmensgeschichte», Beiheft 70, Stuttgart, Steiner, 1990;

Id., Die Rolle des Fleischextrakts für die Ernährungswissenschaften und den Aufstieg der Suppenindustrie, in «Zeitschrift für Unternehmensgeschichte», Beiheft 70, Stuttgart, Steiner, 1990;

M. R. Finlay, Quackery and Cookery: Justus von Liebig’s extract of meat and the theory of nutrition in the Victorian Age, in «Bulletin of the History of Medicine», LXVI, 1992, n. 3, pp. 404-18;

W. Fuld, Nachwort, in F. C. E. Von Vaerst, Gastrosophie, oder Lehre von den Freuden der Tafel, Frankfurt am Main, Insel, 1992;

W. Schödel, Vom Hunger nach Kultur: Zur Entstehung der deutschen Gastrosophie, in Esskultur und Literatur, edited by H. J. Schings, München, Wilhelm Fink, 1995, pp. 95-118;

B. Santich, Looking for Flavour, Kent Town (Australia), Wakefield Press, 1996;

W. H. Brock, Justus von Liebig: The Chemical Gatekeeper, Cambridge, Cambridge University Press, 1997;

A. W. Daum, Wissenschaftspopularisierung im 19. Jahrhundert, München, Oldenbourg, 1998;

J. Aschoff, Bicentennial Anniversary of Christoph Wilhelm Hufeland’s Makrobiotik, in «Chronobiology International», XV, 1998, n. 1, pp. 1-7;

E. Y. Dilk, Ein „practischer Aesthetiker“. Studien zu Leben und Werk Carl Friedrich von Rumohr, Hildesheim u. a., Olms, 2000;

K. Pfeifer, Medizin der Goethezeit: Christoph Wilhelm Hufeland und die Heilkunst des 18. Jahrhunderts, Köln, Böhlau, 2000;

T. M. Hauer, Carl Friedrich von Rumohr und der Geist der bürgerlichen Küche, Dissertation, Universität Karlsruhe (TH), 2000;

L. Rosenfeld, Justus Liebig and Animal Chemistry, in «Clinical Chemistry», XLIX, 2003, n. 10, pp. 1696-1707;

A. Menninger, Genuß im kulturellen Wandel. Tabak, Kaffee, Tee und Schokolade in Europa (16.-19. Jahrhundert), Stuttgart, Steiner, 2004;

H. Rössler, Germans from Hanover in the British Sugar Industry, 1750-1900, in Migration and Transfer from Germany to Britain 1660-1914, edited by S. Manz et al., Berlin, K. G. Saur, 2007, pp. 49-64;

A. Bastek-A. Von Müller (eds.), Kunst, Küche, Kalkül. Carl Friedrich von Rumohr (1785-1843) und die Entdeckung der Kulturgeschichte, Petersberg, Michael Imhof, 2010;

C. Tzoref-Ashkenazi, The Experienced Traveller as a Professional Author: Friedrich Ludwig Langstedt, Georg Forster and Colonialism Discourse in Eighteenth-Century Germany, in «History», XCV, 2010, n. 317, pp. 2-24;

Id., The Travel Writer as Translator: The Case of Friedrich Ludwig Langstedt (1750-1804), in Travel Narratives in Translation, 1750-1830: Nationalism, Ideology, Gender, edited by A. E. Martin and S. Pickford, London/New York, Routledge, 2013;

H. Lemke, Ethik des Essens: Einfürung in die Gastrosophie, Bielefeld, Transcript, 2016;

D. Laugt-H. Koepnick (eds.), Ethik des Essens: Einführung in die Gastrosophie, Bielefeld, Transcript, 2017;

H. Lemke, Aesthetic Practice of Cookery, in Culinary Turn, Bielefeld, Transcript, 2017, pp. 215-18;

J. P. André, Frederick Accum: An important nineteenth-century chemist fallen into oblivion, in «Bulletin for the History of Chemistry», XLIII, 2018, pp. 79-88;

K. Roth, Aufstieg und Fall des Fredrick Accum: Da ist der Tod im Topf, in «Chemie in unserer Zeit», LVIII, 2024, n. 3, pp. 156-68;

A. D. Dayan, Accum and Food Adulteration: A Forgotten Bicentennial, in «Journal of the Royal Society of Medicine», CXIV, 2021, n. 11, pp. 556-58;

C. Lieffers, They Perished in the Cause of Science: Justus von Liebig’s Food for Infants, in «Journal of the History of Medicine and Allied Sciences», LXXIX, 2024, n. 1, pp. 1-22.

  1. A. Wierlacher, Kulinaristik. Lehre, Forschung, Praxis, Berlin, LIT, 2010.
  2. Cfr H. Lemke, Ethik des Essens: Einführung in die Gastrosophie, Bielefeld, Transcript, 2016, p. 255.
  3. Starting points for such interest in longevity were an article by G. C. Lichtenberg (1793) «on the conditions for a long life, emphasizing the benefits of a well-regulated manner of living» and Francis Bacon’s Historia Vitae et Mortis, published in London in 1623. Cfr J. Aschoff, Biological Rhythms and the Behavior of Man, Berlin, Springer, 1998, p. 5.
  4. As recalls Aschoff, «The 24-hour period which is imparted to all inhabitants of the terrestrial body by its uniform rotation is especially distinct in the physical economy of man. In all diseases this regular period makes its appearance, and all other so marvelously punctual terms in our physical history are, after all, determined by this single period. It is, so to speak, the unit of our natural chronology»: ivi, p. 6.
  5. R. Unna, Lebensverlängerung und Lebensverkürzung. Studien zur Geschichte der Lebenswissenschaften, München, Oldenbourg, 2012, p. 276.
  6. «Der Mittelton in allen Stücken, die aurea mediocritas, die Horaz so schön besang, von der Hume sagt, dass sie das Beste auf dieser Erde sey, ist auch zur Verlängerung des Lebens am konvenabelsten»: C. W. Hufeland, Makrobiotik oder die Kunst, das menschliche Leben zu verlängern, Jena, Akademische Buchhandlung, 1797, pp. 228-29.
  7. Ivi, p. 228.
  8. As we can infer from the last chapters of Hufeland’s work, a revealing subtext of Makrobiotik is Luigi Cornaro’s Discorsi della vita sobria (1558), a work that had long circulated as a moral exhortation to temperance.
  9. «Die zu raffinirte Kochkunst, muß ich diese Freundin unseres Gaumens hier als die größte Feindin unsers Lebens, als eine der verderblichsten Erfindungen zu Abkürzung desselben bezeichnen»: C. W. Hufeland, Makrobiotik oder die Kunst, das menschliche Leben zu verlängern, Jena, Akademische Buchhandlung, 1797, p. 406.
  10. Cfr H. Lemke, Ethik des Essens: Einführung in die Gastrosophie, Bielefeld, Transcript, 2016, p. 256-57.
  11. Tzoref-Ashkenazi, The Experienced Traveller as a Professional Author: Friedrich Ludwig Langstedt, Georg Forster and Colonialism Discourse in Eighteenth-Century Germany, in «History», XCV, 2010, n. 317, pp. 2-24: 8.
  12. Ivi, p. 12, n. 24.
  13. „Nervenkrankheiten (…). Unter diesen Ursachen ist Uebermaß in gesitreichen Getränken einer der beträchtlichsten; aber der erste Ursprung dieser schädlichen Gewohnheit ist oft der Schwäche und Entkräftung des Systemsn beizumessen, die man sich durch die tägliche Gewohnheit des Theetrinkens zuzieht“: F. L. Langstedt, Ueber die Wirkungen des Thees auf den menschlichen Körper und die Ursachen der Nervenkrankheiten, Leipzig, Breitkopf, 1800, p. 73.
  14. P. André, Frederick Accum: An Important Nineteenth-Century Chemist Fallen into Oblivion, in «Bulletin for the History of Chemistry», XLIII, 2018, p. 81.
  15. Ivi, p. 86. «A partial report in 1855 of a Parliamentary Select Committee enquiry into the Adulteration of Food, Drinks and Drugs confirmed the frequency of fraud and the use of dangerous adulterants as in Accum’s time. Subsequent government action eventually resulted in the first effective UK law, the Sale of Foods and Drugs Act 1875, which recognized Official Analysts and included penalties for adulteration and fraud and which supported much further scientific work and regulation to keep consumer protection in line with manufacturers’ changing practices»: A. D. Dayan, Accum and Food Adulteration: A Forgotten Bicentennial, in «Journal of the Royal Society of Medicine», CXIV, 2021, n. 11, p. 556.
  16. However there, as André underlines, «there are interesting remarks on the origin of some foods (tea, coffee, etc.) as well as historical details, for instances on eating habits in ancient civilizations»: P. André, Frederick Accum: An Important Nineteenth-Century Chemist Fallen into Oblivion, in «Bulletin for the History of Chemistry», XLIII, 2018, p. 83.
  17. Cfr H. Lemke, Ethik des Essens: Einführung in die Gastrosophie, Bielefeld, Transcript, 2016, p. 115.
  18. Ivi, p. 176.
  19. K. F. V. Rumohr, Geist der Kochkunst, Stuttgart, Cotta’sche Buchhandlung, 1822, p. 9.
  20. Ivi, p. 239.
  21. Ivi, pp. 470-71.
  22. «Wie in anderen Künsten und Wissenschaften hat man eben auch in der Eßkunst noch kein bestimmtes Prinzip. Ein Umstand, der besonders dadurch erklärlich wird, daß die Welt bis auf gegenwärtige Vorlesungen eine Eßkunst selber nicht hatte»: A. Anthus, Über die Eßkunst, Leipzig, Brockhaus, 1838, p. 157. 
  23. «Der Mensch ist zu einem frohen Lebensgenuß nicht bloß berechtigt; er ist dazu verpflichtet»: ivi, p. 116.
  24. Ivi, p. 117.
  25. Ivi, p. 31.
  26. «Wer könnte … in der Anschauung dieser zum Theil essender, zum Theil gegessen werdender Wesen das schöne Wechselspiel der Komi-Tragoͤdie des Lebens verkennen?»: ivi, p. 25.
  27. For a conceptualisation of haute cuisine, see: H. Lemke, Ethik des Essens: Einfürung in die Gastrosophie, Bielefeld, Transcript, 2016.
  28. „Die organische Chemie hat zur Aufgabe die Erforschung der chemischen Bedingungen des Lebens und der vollendeten Entwickelung aller Organismen“: V. Liebig, Organische Chemie in ihrer Anwendung auf Physiologie und Pathologie, Braunschweig, Vieweg, 1840, p. 21.
  29. In his own words, „in der organischen Natur begegnen wir … einer nicht minder umfaßenden Klasse von Veränderungen, die sie durch den Einfluß der Luft erfahren; es ist dies der Act der allmäligen Verbindung ihrer verbrennlichen Elemente mit dem Sauerstoff der Luft“: J. V. Liebig, Organische Chemie in ihrer Anwendung auf Physiologie und Pathologie, cited, p. 256. 
  30. Cfr M. R. Finlay, Quackery and Cookery: Justus von Liebig’s Extract of Meat and the Theory of Nutrition in the Victorian Age, in «Bulletin of the History of Medicine», LXVI, 1992, n. 3, p. 404.
  31. Cfr C. Lieffers, They Perished in the Cause of Science: Justus von Liebig’s Food for Infants, in «Journal of the History of Medicine and Allied Sciences», LXXIX, 2024, n. 1, pp. 3-4.
  32. Cfr H. Lemke, Ethik des Essens: Einführung in die Gastrosophie, Bielefeld, Transcript, 2016, p. 56.
  33. Cfr 1) Die Lehre von der Freuden der Tafel. 2) Theorie und Praxis der Kochkunst. 3) Die Ästhetik der Esskunst. 4) Physiologie und Chemie aller essbaren Substanzen und Wesen sowie der meisten Getränke. 5) Die Prinzipien des (guten) Benehmens bei Tisch. 6) Das Studium der Diätetik, eine kritische Kasuistik der Magersucht und der Fettleibigkeit. 7) Und ex cathedra die streng verschärfte Kontrolle sämtlicher sozialen und ökonomischen Pflichtleistungen, wie Viehzucht, Gartenkultur, Fischfang, Ackerbau, Jagd. usw., welche nicht nur für den Fortbestand der auf Nahrung angewiesenen Menschheit notwendig sind, sondern auch dem Wohl jedes einzelnen dienen, dem seine Mahlzeit ein Fest und die Einverleibung schön zubereiteter Speisen und edler Getränke die schöpferische Erfüllung eines metaphysischen Bedürfnisses ist. Ivi, pp. 56-57.
  34. «Der Gastrosoph wird, indem er Theorie und Praxis mit überlegenem Geiste verbindet, mit Gesundheit alt werden. Ja, dies ist zugleich seine eigenste Aufgabe: gesund und alt werden in der angenehmsten Weise, im täglichen Genuß der wohlschmeckendsten Speisen»: F. C. E. Von Vaerst, Gastrosophie oder die Lehre von den Freuden der Tafel, Leipzig, Avenarius und Mendelsohn, 1851, p. VII.
  35. sehr wahrscheinlich … ähnlich dem Kafeein”: E. V. Bibra, Die Narkotischen Genussmittel und der Mensch, Nürnberg, Verlag von Wilhelm Schmid, 1855, p. 120.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025, vol. II)

Le riviste di cultura, necessario investimento strategico per il futuro dell’Italia e dell’Europa

Author di Maria Panetta

 

Mi chiamo Maria Panetta e sono la fondatrice e la direttrice responsabile della rivista accademica «Diacritica», oltre che Vicepresidente del CRIC-Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura[1]. Il Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura è un’associazione di un’ottantina di riviste, e di sette case editrici italiane, fondata nel 2003: si propone di valorizzare il ruolo delle pubblicazioni periodiche e di favorire la loro diffusione. Tutte le riviste aderenti sono caratterizzate da un taglio interdisciplinare e da una dimensione nazionale, europea o internazionale di apporto alla promozione della cultura.

Sono molto lieta di essere qui oggi e di poter partecipare anche quest’anno a una manifestazione culturale di tale prestigio e rilevanza: colgo, quindi, l’occasione per ringraziare la Presidente del Salon de la Revue, la Professoressa Isabel Violante, e gli organizzatori per il loro gentile invito. Sono grata, poi, ai nostri ospiti e al pubblico per la loro preziosa e gradita presenza.

Vi porgo, in primo luogo, i saluti del nostro Presidente, l’On. Valdo Spini, che purtroppo non ha potuto raggiungerci a causa di impegni elettorali in Italia. L’argomento del dibattito proposto dal Professor Spini è di grande attualità e interesse: le riviste culturali, infatti, hanno sempre svolto, e tuttora svolgono, un ruolo cruciale nel promuovere il dialogo, l’identità e l’innovazione culturale in Europa, un continente complesso e multisfaccettato.

La tradizione italiana delle riviste culturali

Com’è noto, l’Italia custodisce una delle più ricche tradizioni di riviste culturali al mondo, un fecondo patrimonio che affonda le proprie radici nell’Ottocento e si rinnova costantemente, adattandosi con elasticità alle sfide contemporanee senza mai tradire la propria missione fondamentale: essere prima di tutto un laboratorio di pensiero critico e un imprescindibile ponte fra l’alta cultura e la società civile. Dalle pionieristiche e vivaci esperienze ottocentesche fino alle attuali e innovative piattaforme multimediali, infatti, le riviste culturali italiane hanno sempre rappresentato il termometro più sensibile dei fermenti intellettuali del paese, anticipando dibattiti, lanciando avanguardie e movimenti artistici e letterari, formando generazioni di lettori consapevoli.

Questa tenace continuità non si è mai configurata quale semplice ripetizione del passato, ma è stata sempre caratterizzata da una costante reinvenzione di linguaggi e modalità espressive che hanno saputo mantenere viva una prestigiosa e illustre tradizione senza permettere che si cristallizzasse. La capacità delle riviste culturali italiane di attraversare epoche storiche diverse – dall’Italia post-unitaria alla contemporaneità digitale –, infatti, dimostra una vitalità che va ben oltre la mera sopravvivenza, configurandosi come protagonismo attivo e fattivo nella lunga e impegnativa costruzione dell’identità culturale nazionale.

Il panorama editoriale italiano del 2025 conferma tale vitalità: accanto alle storiche testate che portano avanti la loro preziosa missione, infatti, nascono continuamente innovativi progetti editoriali che interpretano le nuove esigenze culturali contemporanee senza rinunciare al rigore metodologico e all’approfondimento critico che caratterizzano la migliore tradizione italiana. E i milioni di download che si registrano per certe riviste online testimoniano di un interesse crescente per i contenuti culturali di qualità, sfatando il mito di un pubblico interessato solo a forme di intrattenimento superficiali: la mia stessa rivista, «Diacritica», lo può ben confermare.

Fra i numerosi e pregevoli periodici storici italiani, possiamo ricordare almeno la notissima «La Nuova Antologia», fondata nel 1866 a Firenze e che aderisce al CRIC; «Il Marzocco»; «La Critica» di Benedetto Croce, periodico di respiro europeo; il «Leonardo», «Hermes», «La Voce», «L’Unità» di Salvemini, le riviste di Piero Gobetti, «Solaria», «Il Politecnico» di Vittorini oppure la prestigiosa «Belfagor», fondata nel 1946 dal critico letterario Luigi Russo e durata fino al 2012. Anche «Nuovi Argomenti», fondata a Roma nel 1953 da Carocci e Moravia, ha rappresentato un altro pilastro dell’editoria culturale italiana, contribuendo a definire il canone letterario contemporaneo e offrendo spazio a voci emergenti che successivamente hanno ottenuto anche un riconoscimento internazionale.

L’illustre tradizione rappresentata da queste e altre autorevoli riviste ha creato un ecosistema culturale che va ben oltre la pubblicazione dei fascicoli: ha, infatti, contribuito a formare una classe di lettori attenti e abituati all’approfondimento, ha stabilito standard qualitativi elevati per il giornalismo culturale, ha creato proficue e articolate reti di collaborazione tra università, case editrici e istituzioni culturali, che rappresentano ancora oggi uno dei punti di forza del sistema culturale italiano.

Il panorama europeo delle riviste culturali

In Europa, come sappiamo, convivono decine di nazionalità e lingue, e le riviste culturali offrono utili spazi di confronto in cui idee, sensibilità e prospettive differenti e talora divergenti si incontrano e si scontrano in modo costruttivo. Un esempio al riguardo può essere «Eurozine», periodico che raccoglie svariati contributi da numerose testate culturali europee, creando una rete transnazionale di intellettuali impegnati in dibattiti.

In un’epoca di febbrili cambiamenti come quella contemporanea, le riviste culturali svolgono pure il ruolo di catalizzatori di nuove idee: diverse pubblicazioni europee, infatti, esplorano temi come la tecnologia, l’ambiente e le trasformazioni sociali con articoli interdisciplinari. Come ben sapete, «Le Monde Diplomatique» nella versione europea spesso analizza gli impatti geopolitici delle innovazioni tecnologiche, mentre alcune riviste d’arte contemporanea (come «Frieze») stimolano nuove forme di espressione estetica e di riflessione culturale legata ai mutamenti sociali. Queste pubblicazioni fungono da laboratori culturali che anticipano o accompagnano le trasformazioni: possiamo citare anche la nota rivista italiana di poesia «Semicerchio», che aderisce al CRIC (oggi abbiamo in sala Sara Svolacchia a rappresentarla).

La profondità degli articoli e la qualità dei contributi delle riviste culturali le rendono preziose risorse anche per l’istruzione. Le università europee, infatti, spesso integrano nella didattica alcuni significativi lavori pubblicati sulle riviste per avvicinare gli studenti ad alcune metodologie di analisi critica. Ad esempio, molte facoltà di Scienze umane fanno riferimento a riviste come «European Review» o «Cultural Critique» per approfondire dibattiti su temi attuali, dalla migrazione alle politiche culturali: in tal modo, le riviste contribuiscono a formare cittadini dotati di senso critico e preparati a partecipare attivamente alla vita democratica.

Le riviste culturali, infatti, svolgono una funzione pedagogica insostituibile nella formazione delle giovani generazioni, offrendo strumenti di analisi critica e modelli di approfondimento che difficilmente trovano spazio nei circuiti dell’informazione mainstream. Per i giovani studiosi, in particolare, collaborare con una rivista culturale rappresenta spesso il primo approccio al mondo dell’editoria scientifica, un’esperienza formativa che li aiuta a sviluppare competenze di scrittura, ricerca e argomentazione indispensabili per la loro crescita intellettuale.

Le riviste culturali offrono, inoltre, ai giovani lettori modelli di scrittura saggistica di alta qualità, abituandoli a forme espressive consapevoli e raffinate che si contrappongono all’impoverimento linguistico spesso associato alla comunicazione digitale. La lettura regolare di saggi, recensioni e articoli di approfondimento favorisce, infatti, lo sviluppo di competenze interpretative e analitiche che si rivelano preziose in ogni ambito professionale e culturale. Inoltre, le recensioni e i saggi critici pubblicati sulle riviste culturali funzionano ancora come bussole intellettuali, guidando il pubblico verso opere e autori che altrimenti potrebbero rimanere sconosciuti, oltre a contribuire alla formazione di un gusto estetico raffinato. L’influenza delle più prestigiose riviste culturali spesso raggiunge, infatti, anche il mondo dell’editoria commerciale, riuscendo a orientare ancora oggi le scelte delle case editrici e contribuendo a determinare il successo critico e commerciale delle opere pubblicate: una recensione favorevole su una rivista autorevole può, infatti, ancora determinare il destino di un libro, mentre i dibattiti che si sviluppano sulle sue pagine contribuiscono a definire il canone culturale contemporaneo.

Per il pubblico adulto, le riviste culturali rappresentano soprattutto un presidio fondamentale contro la superficialità informativa che caratterizza gran parte del panorama mediatico contemporaneo. Le riviste culturali offrono, inoltre, agli adulti l’opportunità di mantenere vivo il contatto con le più recenti acquisizioni del pensiero critico e della ricerca accademica, permettendo un aggiornamento culturale continuo: per i professionisti dell’educazione, della comunicazione, delle industrie culturali, la lettura regolare di riviste specializzate rappresenta una possibilità di formazione permanente indispensabile, utile anche per mantenere elevati standard qualitativi nel proprio lavoro.

In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità e dalla quantità, le riviste culturali europee offrono, infatti, qualcosa di sempre più prezioso: l’autorevolezza del tempo lungo. La loro capacità di proporre analisi approfondite, di contestualizzare fenomeni complessi e di mantenere standard qualitativi elevati le rende indispensabili per chiunque voglia comprendere davvero i processi culturali in corso, anziché limitarsi a registrarne la superficie. Questa autorevolezza, come si diceva, non deriva soltanto dalla tradizione, ma dalla capacità di rinnovare continuamente i propri approcci metodologici. Il fenomeno delle riviste indipendenti, cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, testimonia, inoltre, di una vitalità creativa che va ben oltre le logiche commerciali tradizionali: progetti in espansione come quelli dei “siti letterari” rappresentano un fermento culturale che trova nelle riviste specializzate il proprio veicolo privilegiato di espressione.

Le riviste culturali europee, infatti, si configurano oggi anche come veri e propri laboratori di sperimentazione editoriale, anticipando tendenze che successivamente si diffondono nell’intero ecosistema mediatico. La capacità di ibridare linguaggi tradizionali e nuove forme espressive è un vantaggio competitivo decisivo rispetto ai media generalisti, troppo spesso costretti a inseguire logiche di audience e tempistiche accelerate che mal si conciliano con l’approfondimento culturale. La loro resistenza creativa si manifesta in molteplici forme: dalla difesa delle lingue minoritarie alla valorizzazione di tradizioni artistiche locali, dalla sperimentazione formale alla critica delle mode culturali imposte dall’industria dell’intrattenimento di massa.

La dimensione europea di queste pubblicazioni emerge chiaramente nella loro capacità di creare reti transnazionali di collaborazione intellettuale. Riviste come «Granta» in ambito anglosassone o le storiche pubblicazioni letterarie italiane e francesi, infatti, non operano più in uno splendido isolamento nazionale, ma tessono dialoghi costanti, scambi di contenuti e progetti editoriali comuni che rafforzano l’identità culturale europea nel suo insieme.

In un’Europa sempre più interconnessa ma anche attraversata da tensioni centrifughe, le riviste culturali svolgono la funzione di ponti intergenerazionali e interculturali, spazi di dialogo privilegiati dove le differenze nazionali e linguistiche diventano ricchezza anziché barriera: la tradizione europea di riviste di comparatistica che pubblicano in più lingue o che dedicano numeri speciali a culture “altre” dimostra, infatti, una vocazione cosmopolita che rimane un patrimonio distintivo del nostro continente.

Come accennato, le riviste culturali non operano in isolamento, ma costituiscono nodi centrali di una rete complessa che include università, case editrici, istituzioni culturali, fondazioni private e organismi pubblici: questa dimensione sistemica conferisce loro un’influenza che va ben oltre la loro diffusione diretta, rendendole protagoniste attive nella definizione delle politiche culturali nazionali e internazionali, e nella formazione dell’opinione pubblica colta. Il loro ruolo di talent scout culturale è particolarmente evidente nel settore letterario, ambito nel quale molte delle voci più significative del panorama contemporaneo hanno mosso i primi passi proprio sulle pagine di riviste specializzate. Alcuni periodici italiani, ad esempio, pubblicano raffinati articoli di filologia, ma sono aperti anche alla cultura contemporanea, mantenendo vivo il pluralismo intellettuale, e offrendo spazio a diverse metodologie e orientamenti interpretativi: tale apertura al confronto rappresenta un valore democratico fondamentale in una società che rischia sempre di polarizzarsi attorno a posizioni estreme.

Le riviste culturali e l’opportunità del digitale

Contrariamente alle previsioni catastrofiche che negli scorsi decenni hanno accompagnato la rivoluzione digitale, le riviste culturali hanno saputo interpretare le nuove tecnologie come reale opportunità di espansione e rinnovamento. In particolare, alcuni periodici oggi mostrano come sia possibile coniugare rigore accademico e innovazione editoriale, creando contenuti che dialogano simultaneamente sia con la comunità scientifica internazionale sia con un pubblico colto più ampio: questa capacità di ibridazione fra tradizione e innovazione rappresenta, forse, il carattere più distintivo delle riviste culturali contemporanee.

L’ambiente digitale ha, inoltre, permesso la nascita di progetti editoriali che sarebbe stato impossibile realizzare con i soli mezzi tradizionali, ampliando la gamma delle possibilità espressive e creando nuove forme di interazione fra autori e lettori. La dimensione multimediale non ha, in genere, compromesso la qualità dei contenuti; nella maggioranza dei casi ha, anzi, aperto nuove possibilità di approfondimento e contestualizzazione che arricchiscono l’esperienza culturale del lettore.

Come ricordato, contrariamente ai pronostici catastrofici sulla scomparsa della stampa culturale specializzata, le riviste europee hanno dimostrato una capacità di adattamento digitale che le ha rafforzate anziché indebolite. La transizione verso modelli editoriali ibridi – che combinano carta e digitale, abbonamenti e contenuti gratuiti, formati tradizionali e nuove modalità narrative – ha aperto opportunità inedite di diffusione ed engagement. L’esempio delle riviste che utilizzano podcast, video-saggi, contenuti interattivi e realtà aumentata per arricchire l’esperienza di lettura dimostra, infatti, come la tecnologia possa essere messa al servizio della qualità culturale, anziché comprometterla. E la creazione di reti collaborative fra testate di diversi paesi ha permesso anche, tramite la condivisione di modelli di business innovativi, di affrontare con maggiore efficacia le sfide della transizione digitale, creando economie di scala e competenze condivise che avvantaggiano l’intero settore.

Prospettive per il futuro

Il futuro delle riviste culturali appare, dunque, ricco di opportunità, se i protagonisti del mondo intellettuale europeo saranno in grado di coglierle e metterle a frutto. L’integrazione fra supporti cartacei e digitali, l’utilizzo di linguaggi multimediali, lo sviluppo di nuove forme di interazione con i lettori rappresentano delle sfide che le riviste culturali stanno, per ora, affrontando con successo. La collaborazione crescente fra diverse testate, la creazione di reti editoriali transnazionali, lo sviluppo di progetti comuni rappresentano ulteriori opportunità promettenti che potrebbero amplificare l’impatto culturale di queste pubblicazioni: in un mondo sempre più globalizzato, infatti, le riviste culturali hanno la grande e inedita possibilità di valorizzare la specificità della tradizione culturale nazionale che rappresentano, rendendola accessibile e comprensibile anche a un pubblico internazionale. E soprattutto, in un’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale si fa sempre più pervasiva, possono divenire, specie in presenza di Comitati scientifici e rigorosi processi di revisione fra pari, “luoghi sicuri” in cui i contenuti rimangono affidabili perché verificati e non creati ad hoc oppure manipolati e distorti con l’ausilio delle tecnologie informatiche.

Preservare e sviluppare questo patrimonio è una scelta strategica per il futuro: in un’economia sempre più basata sulla conoscenza e sulla creatività, disporre di strumenti raffinati di elaborazione culturale e di formazione intellettuale rappresenta, infatti, un vantaggio competitivo decisivo. Per tali ragioni le riviste culturali, a nostro avviso, sono tra i migliori investimenti possibili per garantire che l’Europa continui a giocare un ruolo da protagonista nel panorama culturale internazionale.

Di fronte alla crescita di sentimenti nazionalisti e chiusure identitarie, le riviste culturali sono, infine, un baluardo di apertura e inclusività, dato che lavorano costantemente per offrire narrazioni pluralistiche e comprensive della complessa esperienza europea (ad esempio, periodici come «Words Without Borders» promuovono traduzioni di autori di diversa provenienza, contribuendo a una circolazione delle idee che supera confini geografici e culturali). Questo presidio del dialogo interculturale incoraggia una cultura politica di tolleranza e rispetto, essenziale per costruire un’Europa pacifica e cooperativa, aperta al dialogo e alla mediazione diplomatica, che contrasti le poco condivisibili tendenze della politica estera attuale.

In conclusione, la capacità delle riviste culturali europee di coniugare tradizione e innovazione, rigore intellettuale e sperimentazione formale, radicamento territoriale e apertura cosmopolita le rende protagoniste indiscusse del panorama culturale dell’Europa. L’investimento in questo vitale settore – sia da parte delle istituzioni pubbliche sia dei privati – rappresenta, quindi, una scelta strategica per il futuro dell’Europa. Le riviste culturali europee non devono essere considerate un lusso per élite intellettuali, ma valorizzate come infrastrutture culturali essenziali per la formazione di una cittadinanza consapevole e per la competitività del continente nell’economia globale della conoscenza.

In un’epoca di mutazioni antropologiche e di trasformazioni rapide e spesso disordinate, le riviste culturali offrono quello che forse è il loro contributo più prezioso: il tempo e lo spazio per pensare. In questo loro servizio alla riflessione critica risiede la garanzia della loro centralità futura nel panorama culturale continentale e globale: noi ce lo auguriamo vivamente.

  1. Si presenta la traduzione in italiano del testo dell’intervento (in francese) al dibattito Pour l’Europe / Des revues pour l’Europe organizzato dal CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura al 35° Salon de la Revue di Parigi, il 12 ottobre 2025. Di seguito la presentazione dell’evento nel Programma ufficiale della manifestazione, ospitata nel magnifico quartiere del Marais presso Halle des Blancs-Manteaux dal 10 al 12 ottobre scorsi: «Aujourd’hui, les relations internationales se reconfigurent, les équilibres en Europe changent, les tensions politiques se multiplient, les enjeux économiques prévalent et la place de la culture diminue. Les sociétés européenne s’interrogent sur leurs identités, se cherchent, semblant lutter avec elles-mêmes pour se réinventer. Dans ce contexte instable, les revues de tout le continent, et particulièrement en Italie, ont un vrai rôle à jouer pour penser ces questions et participer au développement de la culture européenne. Pour envisager comment, avec quels moyens et dans quels buts, le CRIC invite des acteurs italiens travaillant en France et de l’autre côté des Alpes. Avec Roberto Giacone (Comité de Paris de la Dante Alighieri), Maria Panetta (Diacritica) & Maria Chiara Prodi (Maison d’Italie de l’Université de Paris). Présentation et animation par Valdo Spini, président du CRIC. Le thème de la rencontre sera la contribution italienne, et en particulier celle des revues culturelles, au développement de la culture européenne dans une période de grande restructuration des relations internationales où l’Europe elle-même, et en particulier l’Union européenne, sont appelées à définir leur rôle et leur identité». Vista l’assenza per impegni istituzionali del Presidente Valdo Spini, l’incontro è stato aperto e moderato dalla Vicepresidente CRIC Maria Panetta e ha visto succedersi gli interventi in francese di Maria Chiara Prodi e Roberto Giacone, con un commento finale in italiano di Giada Fazzalari, Segretaria generale CRIC.

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Per PLPL 2025: Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia

Author di Maria Panetta

 

Abstract: Si pubblica il testo integrale preparato per la Tavola rotonda dell’8 dicembre 2025, dal titolo Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia, organizzata dal CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura presso la Fiera “Più Libri Più Liberi” del 2025.

Abstract: The full text prepared for the round table on December 8, 2025, entitled Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia, organized by CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura at the Più Libri Più Liberi Book Fair in 2025 is published.

Il tema proposto per questo dibattito dal nostro Presidente, l’Onorevole Valdo Spini, è assai rilevante e attuale[1]. Infatti, in un’epoca come la nostra, caratterizzata dalla velocità ossessiva dell’informazione, dalla frammentazione dei saperi, dalla polarizzazione del dibattito pubblico, chiedersi quale ruolo possano ancora svolgere le riviste culturali equivale a interrogarsi sulla stessa possibilità di una democrazia matura e capace di pensiero critico.

Inizierei con una provocazione: le riviste di cultura sono, per loro natura, inattuali. Non inseguono l’ultima notizia, non cavalcano l’onda emotiva del momento, ma richiedono tempo: tempo per essere scritte, lette, meditate. E, in una società che ha fatto della velocità il proprio valore cardine, questo carattere di inattualità dovrebbe condannarle all’irrilevanza. Eppure, è precisamente in questa “inattualità” che risiede il loro valore democratico più profondo.

La democrazia, infatti, non è soltanto un sistema di regole e procedure. È anche, e forse soprattutto, una “forma di vita collettiva” che si nutre di dibattito, di confronto, di elaborazione comune del pensiero. Una democrazia senza cultura critica, senza luoghi dove le idee possano fermentare e confrontarsi è una democrazia impoverita, esposta ai rischi del populismo, della semplificazione, della manipolazione. Le riviste di cultura sono, o dovrebbero essere, quindi, prima di tutto uno di questi spazi essenziali di respiro democratico.

Le riviste culturali italiane hanno una storia lunga e gloriosa, intimamente intrecciata con quella della nostra democrazia. Dalla «Voce» fiorentina al «Politecnico» di Vittorini a «Officina» di Pasolini, per citarne solo alcune ben note, le riviste hanno rappresentato il laboratorio in cui sono state elaborate le idee che hanno, poi, plasmato la società italiana. Non erano – e non sono – semplici contenitori di testi, ma veri e propri progetti culturali e civili, luoghi di incontro fra intellettuali, artisti, scienziati, dove il pensiero si fa collettivo prima ancora di diventare pubblico.

Tale dimensione collettiva è ciò che distingue essenzialmente la rivista dal libro. Il libro, infatti, generalmente è il frutto dell’incontro fra un autore e un editore: un rapporto bilaterale; la rivista, invece, non è concepibile senza che si abbia alle spalle un gruppo, un ambiente, una comunità di persone che condividono interrogativi, sensibilità, progetti, idee, perplessità, un modo di guardare al mondo. È, in questo senso, intrinsecamente democratica: nasce da un confronto, vive del dialogo, si alimenta della pluralità. Proprio questa pluralità costituisce uno dei contributi più preziosi che le riviste offrono alla democrazia. In un’epoca di echo chambers digitali, in cui gli algoritmi ci rinchiudono in bolle informative che tendono a confermare le nostre convinzioni preesistenti, le riviste culturali mantengono uno spazio di eterogeneità. Infatti, una rivista di valore non dice ciò che già sappiamo o ciò che vogliamo sentirci dire, ma espone i lettori a pensieri altri, a prospettive diverse, talvolta scomode. Di fatto, li costringe a uscire dalla loro zona di comfort intellettuale.

Inoltre, la maggior parte delle riviste culturali italiane sono espressione di quello che il nostro Presidente definisce sempre “volontariato culturale”. Infatti, i direttori, i redattori, i collaboratori delle riviste lavorano spesso senza compenso o con compensi simbolici, mossi dalla convinzione che valga comunque la pena far circolare idee, promuovere il dibattito e contribuire alla crescita culturale del Paese. Questo è un dato tutt’altro che marginale: conferma che le riviste non sono semplicemente prodotti commerciali ma progetti animati da una tensione ideale, da un’etica della responsabilità intellettuale.

Questo carattere gratuito – nel senso etimologico di ciò che è fatto liberamente, senza aspettarsi un ritorno economico immediato – le distingue nettamente da molta produzione editoriale e mediatica contemporanea, sempre più soggetta alle logiche del mercato e della monetizzazione dei click. Le riviste di cultura resistono a questa mercificazione: producono valore simbolico più che economico, costruiscono capitale culturale più che profitto finanziario. E in questo loro essere non immediatamente produttive in termini economici risiede, paradossalmente, la loro più alta produttività in termini democratici e civili. Che, poi, sia giusto o ingiusto che il lavoro intellettuale nel 2025 non sia ancora retribuito è altra questione, che non è questa la sede adatta per affrontare.

In questo ampio contesto va inserito anche il lavoro del CRIC, il Coordinamento Riviste Italiane di Cultura, fondato nel 2003. Uno degli obiettivi principali del CRIC è proprio quello di favorire il dialogo e il dibattito multiculturale, di stimolare quello scambio che è alla base stessa della democrazia. Non si tratta affatto di un compito neutrale: perché il Coordinamento è potenzialmente aperto al contributo di tutte le culture politiche, purché, però, il loro apporto risulti produttivo in una prospettiva di convivenza civile e di reale crescita democratica.

Tale apertura multiculturale e interdisciplinare è essenziale: la democrazia, infatti, non può nutrirsi di monologhi culturali, di pensieri unici e di prospettive monolitiche. Ha bisogno di voci diverse, di sensibilità multiple, di approcci plurali ai problemi comuni.

Il CRIC lavora anche per promuovere la diffusione e la lettura delle riviste culturali nei circuiti educativi e dell’informazione, in particolare tra i giovani. Perché? Perché, se le riviste rimangono confinate in una cerchia ristretta di addetti ai lavori, perdono gran parte della loro potenzialità democratica. Devono, invece, raggiungere le scuole, le università, le biblioteche, i centri culturali, i circoli di lettura, le carceri; diventare strumenti di formazione civica oltre che di approfondimento specialistico. E questo risultato si ottiene anche sorvegliando l’italiano: ovvero utilizzando parole chiare e accessibili, senza che siano banalizzanti, e, in caso di termini specialistici, dandone anche una chiave di lettura per i non addetti ai lavori. Perché, se desideriamo che le riviste circolino davvero e non siano solo pensate per gli intellettuali, abbiamo il dovere morale di scriverle in un italiano comprensibile. Oltre a quello di curarle redazionalmente, perché la sciatteria editoriale – e quale migliore occasione di una fiera della piccola e media editoria per ribadirlo
? – è una vera e propria mancanza di rispetto per il lettore, dato che nel mondo dell’editoria quasi sempre la forma è la sostanza.

Non possiamo, di certo, ignorare le difficoltà che le riviste culturali stanno attualmente incontrando. La crisi dell’editoria periodica, come sappiamo, è profonda e strutturale: la distribuzione nelle librerie è sempre più difficile, i costi di stampa e spedizione sono aumentati, il pubblico dei lettori si è frammentato. Molte riviste sopravvivono grazie all’abnegazione dei loro animatori, ma questa non può essere una soluzione sostenibile nel lungo periodo.

C’è, poi, la sfida della transizione digitale. Quindi, le riviste devono cercare di mantenere alta la qualità e la profondità che le caratterizzano, adattandosi però a nuovi formati e modalità di fruizione. Il digitale offre opportunità straordinarie (la possibilità di raggiungere un pubblico potenzialmente illimitato, di integrare diversi linguaggi, di creare archivi accessibili e interrogabili etc.), ma comporta anche dei rischi: ad esempio, quello di inseguire metriche quantitative più che valutazioni qualitative, o quello di perdere quell’appagante dimensione di oggetto fisico che ha sempre caratterizzato le riviste.

Un’altra sfida riguarda il rapporto con il sistema dell’informazione. Le riviste culturali non sono giornali, non producono notizie nel senso tradizionale. Però producono qualcosa di altrettanto importante: interpretazioni, chiavi di lettura, strumenti concettuali per comprendere la complessità del presente. In un ecosistema mediatico sempre più orientato all’infotainment e alla spettacolarizzazione, le riviste rappresentano, invece, uno spazio di approfondimento e di complessità: uno spazio minoritario, certo, ma proprio per questo prezioso e da difendere.

Com’è noto, è stato Jürgen Habermas a elaborare il concetto di
“sfera pubblica”, intesa come quello spazio intermedio tra Stato e società civile in cui i cittadini si riuniscono per discutere liberamente di questioni di interesse comune, formando così un’opinione pubblica autonoma e critica. Tale “sfera pubblica” è essenziale per il funzionamento della democrazia: è il luogo in cui le questioni vengono problematizzate, dove le diverse posizioni si confrontano, dove si forma il consenso attraverso la forza dell’argomento migliore.

Ora, le riviste culturali sono, o dovrebbero essere, uno dei luoghi privilegiati di questa sfera pubblica. Non l’unico, certamente, ma uno particolarmente qualificato, perché offre quella combinazione di accessibilità e profondità, di apertura e rigore, di pluralismo e coerenza progettuale che è difficile trovare altrove. Una rivista, infatti, non è un social network, ove tutti possono dire tutto senza filtri ma anche senza responsabilità. Non deve essere nemmeno, però, un’accademia chiusa, dove si parla solo tra specialisti usando linguaggi esoterici. È, idealmente, un ponte: tra il sapere specialistico e il pubblico colto, tra l’elaborazione intellettuale e il dibattito civile, tra la riflessione teorica e l’intervento sul reale.

Questa funzione di mediazione è tanto più importante in una fase storica di cosiddetta “post-verità”, caratterizzata dalla crisi dell’autorità epistemica, dalla difficoltà crescente di distinguere tra fatto e opinione, informazione verificata e fake news. Le riviste culturali, proprio per il loro carattere non immediato, per la presenza di procedure di peer review informale, per l’esistenza di redazioni che discutono e selezionano i contributi, rappresentano un potente baluardo contro la disinformazione e la banalizzazione del dibattito pubblico.

Le riviste hanno svolto, nel Novecento italiano, un ruolo che forse è stato più centrale che altrove: hanno fatto da incubatori di movimenti culturali e politici, da luoghi di formazione di intere generazioni di intellettuali, da ponti tra cultura alta e impegno civile. Questa tradizione è stata resa possibile anche da alcune caratteristiche strutturali della società italiana: una classe media colta e interessata ai dibattiti culturali, un sistema editoriale relativamente aperto e pluralista, una relativa autonomia degli intellettuali rispetto ai poteri economici e politici. Molte di queste condizioni, però, si sono indebolite negli ultimi decenni: la classe media, infatti, è stata erosa dalle trasformazioni economiche, il sistema editoriale si è concentrato e commercializzato, gli intellettuali hanno perso parte della loro autorevolezza e autonomia.

Eppure, le riviste resistono. Non tutte, non sempre con la stessa vitalità, ma resistono. Ed è significativo che proprio in anni recenti, di fronte alla crisi della politica tradizionale, al vuoto di elaborazione culturale dei partiti, alla superficialità di molta comunicazione pubblica, si sia assistito a una sorta di riscoperta delle riviste come spazi di pensiero autonomo e di confronto serio.

Che fare, dunque, per preservare e rilanciare questo patrimonio?

In primo luogo, serve un riconoscimento istituzionale del ruolo delle riviste culturali. Non si tratta semplicemente di erogare contributi economici – per quanto questi siano necessari e urgenti –, ma di comprendere che le riviste svolgono una funzione di interesse pubblico, analoga a quella di musei, biblioteche, teatri. Sono infrastrutture culturali, e come tali vanno considerate e sostenute (specie se viene richiesto loro dalle Istituzioni il formato open access, l’accesso aperto).

In secondo luogo, occorre lavorare per allargare il pubblico delle riviste, in particolare tra i giovani. Ad esempio, le iniziative che il CRIC promuove nelle scuole, i laboratori di lettura e scrittura, sono passi importanti in questa direzione. Ma si potrebbe fare di più: magari, integrare le riviste nei programmi di educazione civica o creare circuiti di distribuzione più efficaci.

In terzo luogo, bisogna accompagnare la transizione digitale con intelligenza. Infatti, il digitale non deve essere visto come sostituto del cartaceo, ma come suo complemento. Le riviste possono sfruttare le potenzialità del web – la multimedialità, l’interattività, l’accesso aperto – senza rinunciare a ciò che le caratterizza: la cura editoriale, la selezione rigorosa, la profondità dell’analisi.

Infine, è necessario che le riviste stesse si interroghino sulla propria identità e missione. In un mondo che cambia rapidamente, occorre sperimentare nuovi formati, aprirsi a nuovi linguaggi, dialogare con pubblici diversi, senza però tradire la propria indipendenza intellettuale.

La democrazia per essere tale richiede cittadini informati, critici, capaci di pensiero autonomo; e spazi pubblici in cui il dibattito possa svolgersi con serietà e rispetto. Le riviste di cultura svolgono, in questo quadro, una funzione insostituibile e il loro declino rappresenterebbe un impoverimento grave non solo per il nostro patrimonio culturale, ma per la stessa qualità della nostra democrazia.

Il lavoro che lo stesso CRIC svolge, favorendo il dialogo e il dibattito multiculturale, è quindi essenziale. Coordinare le riviste non significa semplicemente difenderne gli interessi corporativi: significa tutelare uno spazio di libertà intellettuale e di confronto civile che è patrimonio comune della democrazia italiana. E proprio in tale direzione va anche l’idea di Portale che il CRIC sta realizzando per aggregare e dare visibilità ad ancora più riviste di quelle aderenti al Coordinamento.

In un’epoca in cui le certezze vacillano, le identità si frammentano, il futuro appare incerto, abbiamo più che mai bisogno di luoghi ove elaborare interpretazioni condivise, dove costruire quel senso comune senza il quale nessuna comunità politica può reggersi. Le riviste di cultura, con la loro ostinata inattualità, con il loro rifiuto della velocità, con la loro fedeltà al rigore e alla profondità, sono uno di questi luoghi preziosi.

Sta a noi – a tutti noi che crediamo nel valore della cultura e della democrazia – fare in modo che questo patrimonio non vada disperso, ma venga, anzi, rivitalizzato e trasmesso alle generazioni future.

Roma, 6 dicembre 2025

 

  1. Si pubblica il testo integrale preparato per la Tavola rotonda dell’8 dicembre 2025, dal titolo Riviste di cultura, un patrimonio per la democrazia, organizzata dal CRIC-Coordinamento Riviste Italiane di Cultura, presieduto dall’On. Valdo Spini – vicepresidenti, Severino Saccardi e Maria Panetta – presso la Fiera “Più Libri Più Liberi” del 2025 (sala Polaris).

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

Giornalismo e Intelligenza artificiale: fare informazione senza perdere l’anima

Author di Ottavio Mancuso

Nello scorso ottobre, l’Accademia Reale svedese delle Scienze ha assegnato il premio Nobel per la Chimica a Demis Hassabis, informatico inglese, fondatore e ceo di Google DeepMind, il quale ha detto che con l’intelligenza artificiale inizia «un’età dell’oro per le scoperte scientifiche, un nuovo Rinascimento. Uno strumento potentissimo che riuscirà a ridurre drasticamente i tempi per avere farmaci nuovi e più efficaci, scoprire materiali rivoluzionari, risolvere il problema del riscaldamento globale».

La stessa Accademia delle Scienze ha contemporaneamente assegnato il Nobel per la Fisica a Geoffry Hinton, informatico anglo-canadese, il quale lo scorso anno ha lasciato proprio Google, di cui era uno dei principali consulenti scientifici, e da allora ha iniziato a girare il mondo tenendo conferenze in cui lancia l’allarme sul pericolo che si crei una Superintelligenza artificiale svincolata dal controllo dell’uomo, in grado, a suo parere, di determinare addirittura la fine dell’umanità stessa. In proposito, Hinton non usa mezze misure: «Mitigare il rischio di estinzione per mano dell’AI dovrebbe essere una priorità globale, al pari di atri rischi su scala mondiale come le pandemie e la guerra nucleare».

Se due scienziati premi Nobel, entrambi considerati padri dell’Intelligenza artificiale, la pensano in maniera così diversa, anzi, diametralmente opposta, noi poveri mortali possiamo essere giustificati nell’essere imbarazzati, confusi e anche un po’ attoniti, di fronte ai travolgenti progressi tecnologici a cui stiamo assistendo.

In proposito, prima di entrare nel merito del tema che oggi affrontiamo, mi sembra opportuno fare alcune poche, ma necessarie, considerazioni.

L’Intelligenza artificiale è oggi paragonabile a un neonato: si tratta di una tecnologia che sta muovendo i primi passi ed è assolutamente impossibile prevedere dove possa arrivare e in quali tempi. Abbiamo una sola certezza: fra pochissimi anni, l’AI non avrà nulla a che vedere con quella che conosciamo oggi, giacché i progressi realizzati negli ultimi tempi sono stati così vorticosi da rendere impossibile agli stessi scienziati immaginare il livello che potrà raggiungere in futuro.

Il cervello umano ha una capacità di apprendimento che non supera mediamente le 6-8 ore al giorno. Nel resto della giornata l’uomo compie (per fortuna!) altre attività: si nutre, si diverte, riposa, dorme. La macchina, invece, lavora 24 al giorno, tutti i giorni, senza riposare mai, senza prendere ferie, senza ammalarsi. Dobbiamo, inoltre, tener conto che le macchine acquisiscono e si scambiano informazioni con altre macchine a cui sono collegate. Questo consente all’AI di elaborare in tempi rapidissimi miliardi di dati che nessuna mente umana è in grado di immagazzinare. Se anche un uomo passasse l’intera vita a leggere tutti i libri contenuti nella Biblioteca nazionale di una grande città come Roma, non riuscirebbe neanche lontanamente ad avvicinarsi al patrimonio informativo di big data consultabili in pochissimo tempo dai sistemi di AI.

Di fronte a questo grande divario, di fronte a questo enorme vantaggio competitivo da parte dell’AI, molti – non solo il premio Nobel Hinton – sono convinti che, prima o poi, le macchine potranno diventare più intelligenti dell’uomo, dando vita appunto a una Superintelligenza artificiale sulla quale l’umanità non sarà in grado di esercitare alcun tipo di controllo.

In attesa di assistere agli sviluppi dell’AI, analizziamo le conseguenze dell’applicazione di quest’ultima nel campo dell’informazione e sgombriamo subito il campo da equivoci: giornalismo e Intelligenza artificiale possono, anzi, devono andare d’accordo. Per il mondo dell’informazione, la sfida consiste nel saper governare i cambiamenti in atto, evitando che post-verità e prodotti scadenti prendano il sopravvento, facendo annegare la realtà nel grande mare della rete in cui tutto si mescola e si confonde. Per farlo, occorre che i giornalisti utilizzino al meglio le enormi opportunità offerte dalla tecnologia, assicurando al tempo stesso un’informazione credibile, accurata, professionalmente corretta, a livelli tali da far emergere la differenza con tutto ciò che di falso circola in rete.

Già oggi in redazione si può ricorrere all’AI per scrivere pezzi ripetitivi, basati esclusivamente su dati che non richiedono un commento; può essere utilizzata anche per scrivere riepiloghi di vicende che si trascinano nel tempo o sbobinare velocemente interviste. Per mantenere un livello qualitativo adeguato, è tuttavia necessario che questi articoli siano considerati alla stregua di prodotti semilavorati che il giornalista dovrà successivamente verificare, arricchire e rielaborare, ricorrendo a sue fonti personali e alla conoscenza specifica del tema.

Facciamo un esempio concreto. Un giornalista decide di affidarsi all’Intelligenza artificiale per scrivere un “coccodrillo”, il termine che in gergo si usa per indicare la biografia di una persona famosa deceduta. Ebbene, per non correre il rischio di cadere in inesattezze ed evitare che il suo articolo risulti identico a quello di testate concorrenti, quel giornalista ne verificherà innanzitutto la correttezza e successivamente aggiungerà un tocco di originalità e creatività grazie alla sua memoria storica, all’archivio personale, a testimonianze originali. Un articolo anonimo sarà, così, trasformato in un vero pezzo giornalistico.

L’AI potrà essere efficacemente utilizzata anche per ricerche e approfondimenti. Ad esempio, riguardo al giornalismo d’inchiesta, immaginate il vantaggio di ottenere in pochi secondi tutto quanto è stato scritto su un determinato argomento oppure di avere a disposizione tutti gli atti giudiziari riferiti a una vicenda o a una determinata persona. Documenti, magari, lontani fra loro nel tempo e nello spazio, molto difficilmente reperibili in formato cartaceo.

Nella storia dell’umanità ogni innovazione ha determinato, allo stesso tempo, benefici e rischi. Opporvisi aprioristicamente – alla stregua degli operai “luddisti” che nell’Inghilterra di inizio Ottocento credevano di poter fermare la Rivoluzione industriale sabotando le moderne macchine tessili ritenute responsabili della perdita del loro posto di lavoro – è sbagliato, oltre che velleitario. Ma è altrettanto sbagliato assecondare le innovazioni senza riflettere sulle conseguenze che esse potranno produrre: solo in questo modo sarà possibile tracciare confini e fissare regole per la loro corretta applicazione.

Parliamo in primo luogo di un problema che non viene adeguatamente considerato, vale a dire quello del linguaggio che è alla base del mestiere del giornalista. Ebbene, l’Intelligenza artificiale costruisce le frasi per correlazione probabilistica: in pratica, a una determinata parola, a una determinata frase ne fa seguire un’altra in base a una semplice analisi statistica, dando vita, in tal modo, a una lingua standardizzata, matematizzata.

A differenza dell’AI, la mente umana funziona, invece, per associazione di idee, dando vita a un linguaggio singolare, non omologato, creativo, per la semplice ragione che nessuna mente associa i pensieri allo stesso modo di un’altra. Una ricchezza che, a lungo andare, rischiamo di perdere, di veder scomparire a vantaggio di una lingua omologata, robotizzata: come faremo un domani non lontano a convincere i nostri figli, i nostri nipoti a studiare la grammatica e l’ortografia, a imparare, insomma, a esprimersi bene, quando esisteranno macchine che potranno farlo, facilmente e in pochi secondi, al loro posto?

E veniamo al punto più controverso, quello relativo alle fonti a cui attinge l’Intelligenza artificiale. Quando interroghiamo CHAT GPT o un’altra chatbot, non possiamo non chiederci come avvenga la selezione delle fonti, in base a quali criteri una fonte acquisisce maggiore priorità e credibilità rispetto a un’altra, come e da chi vengono realizzati i relativi algoritmi. Così come dobbiamo chiederci se sia possibile intervenire su questi ultimi o se dobbiamo semplicemente confidare nella buona fede delle società che creano queste piattaforme, con tutti i risvolti professionali e legali, ma anche squisitamente etici e deontologici che l’utilizzo di questa disciplina pone. Domande non banali, se consideriamo che l’AI non è addestrata a fare affidamento sulle fonti maggiormente attendibili, quanto su quelle a più elevato potenziale di circolazione, comprese quindi anche le “bufale” che circolano liberamente sulla Rete. Un circolo vizioso che rischia di dar vita a prodotti giornalistici omologati e di dubbia credibilità.

Date queste condizioni, preoccupa, insomma, la potenzialmente più ampia diffusione di fake news e post-verità derivante da un uso malevolo delle nuove tecnologie. Sarà, infatti, sempre più difficile intercettare “attori maligni” pronti a utilizzare le capacità dell’Intelligenza artificiale allo scopo di diffondere notizie, documenti, video che, pur essendo falsi, appaiono straordinariamente veri. A quel punto, la verità non solo sarà più incerta, ma rischia di diventare addirittura irrilevante rispetto a quella virtuale partorita dall’AI.

Nel nostro Paese, poi, la situazione è resa ancora più problematica dalla presenza di un elevato tasso di “analfabetismo funzionale”, che, sulla base dei più recenti dati diffusi dall’Ocse, ha raggiunto il 35% della popolazione. Vale a dire che un italiano su tre – pur sapendo leggere e scrivere ‒ comprende il significato solo di testi brevi e molto semplici, mentre non è in grado di farlo per quelli appena più complessi. Il combinato disposto fra verità virtuali e analfabetismo funzionale rischia di pregiudicare il corretto gioco democratico: diventerà, infatti, sempre più difficile informare correttamente l’opinione pubblica e metterla nelle condizioni di conoscere la realtà dei fatti.

È evidente che, sul piano generale, dovrebbero muoversi i governi mondiali, le classi dirigenti e le comunità scientifiche di tutti i Paesi. L’Unione Europea qualcosa ha fatto, approvando l’AI Act che fissa una serie di condizioni per le piattaforme che gestiscono l’Intelligenza artificiale, stabilendo anche delle sanzioni per chi le disattende. Premesso che lo scopo dell’Ue è lodevole, sorge, però, un dubbio: tenendo presente che la normativa entrerà pienamente in vigore solo entro il 2026 e considerando il vorticoso sviluppo delle tecnologie, siamo sicuri che tra due anni quelle norme saranno ancora efficaci? O non saranno, nel frattempo, diventate già obsolete?

Il problema è stato recentemente impostato nella giusta direzione dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, il quale ha detto che «è assolutamente necessario evitare che pochi gruppi possano diventare i protagonisti che dettano le regole anziché essere destinatari di regolamentazione e quindi perciò finire per condizionare la democrazia stessa». Parole su cui riflettere nel momento in cui un ristretto numero di persone e di gruppi industriali ha costituito una sorta di oligarchia tecnologica, potenzialmente in grado di condizionare i destini degli Stati e la vita di ogni singolo individuo.

In attesa che qualcosa si muova in questa direzione, coloro che lavorano nel mondo dell’informazione non possono rimanere passivi, anzi, devono fare la loro parte: la posta in gioco non è tanto, o almeno non solo, la perdita di posti di lavoro. In gioco c’è la democrazia, perché, senza un’informazione corretta, l’opinione pubblica non sarà in grado di farsi un’idea delle cose che accadono attorno a essa e non potrà, così, esercitare la sovranità popolare in maniera consapevole.

In proposito, dobbiamo essere sinceri e ammettere che i condizionamenti, le pressioni indebite nei confronti della stampa non nascono certo con l’Intelligenza artificiale. Da quando esiste il giornalismo, la politica, i potentati economici, i gruppi di potere in genere hanno provato, spesso riuscendoci, a influenzare l’informazione. Le cosiddette “veline” esistono da sempre. Ricordo che un tempo diversi giornalisti, alcuni anche parecchio famosi, giravano per i palazzi del potere, alla Camera, al Senato, consegnando questi pezzi di carta anonimi – che poi anonimi non erano ‒ che riportavano fedelmente la posizione del governo, dell’opposizione, di questo o di quel partito, di questo o di quell’esponente politico. Via via, con il tempo, le veline non sono state più consegnate a mano, ma inviate in redazione con il fax, poi con le mail. In ogni caso, il giornalista conosceva sempre la loro provenienza ed era in grado di attribuirne la paternità. Era, quindi, una sua scelta prendere per oro colato quanto contenuto in quelle veline oppure utilizzarle correttamente, mettendole a confronto con altre fonti.

Oggi, invece, con i prodotti dell’Intelligenza artificiale rischiamo di non capire più se quello che ci viene proposto corrisponda alla realtà o sia, invece, una presa di posizione di parte, se non addirittura una bufala. In altre parole, rischiamo di ritrovarci in mano una sorta di “velina virtuale” senza sapere chi davvero ce l’abbia data e a nome di chi stia parlando.

Torniamo, quindi, al rischio che la verità diventi irrilevante rispetto a quella virtuale. Ebbene, dobbiamo intenderci sul significato di verità, parola impegnativa che va usata con estrema cautela. Può essere frutto di enfasi retorica e risultare pertanto vuota e inutile, ma può anche essere brandita come arma contro chi la pensa diversamente da noi e, in questo caso, diventa pericolosa. Il giornalista non è un giudice, non deve attribuire responsabilità penali, non deve stabilire se una persona sia da condannare o assolvere. Il giornalista è chiamato a ricostruire i contesti all’interno dei quali si svolgono certe vicende, allo scopo di individuarne le dinamiche e le ragioni. Il giornalista deve, insomma, puntare alla ricerca della verità, un processo virtuoso il cui scopo non è dimostrare la giustezza delle proprie idee, ma osservare la realtà con spirito critico e raccontarla con professionalità e onestà intellettuale, fornendo al pubblico gli strumenti perché si faccia un’idea di come si sono svolti i fatti. In poche parole, non deve suggestionare, ma informare.

Il giornalista deve mettersi in gioco, studiare, approfondire, non deve mai accontentarsi dei saperi di seconda mano. Solo così potrà continuare ad avere ancora un vantaggio competitivo nei confronti dell’Intelligenza artificiale. Quest’ultima, almeno al livello tecnologico finora raggiunto, è in grado di riprodurre e rielaborare ciò che già esiste, ciò che è stato pubblicato. In altre parole, allo stato attuale delle cose, una chatbot non può darmi, metaforicamente parlando, il nome dell’assassino, se questo non è già stato pubblicato da qualche parte. Almeno al momento, non può darmi, insomma, una notizia esclusiva. Il giornalismo è, invece, basato sulla creatività e sull’originalità, caratteristiche che dobbiamo tenerci strette, che dobbiamo difendere con i denti per marcare la differenza fra Intelligenza artificiale e informazione di qualità.

Ho iniziato l’intervento citando due scienziati premi Nobel, entrambi padri dell’Intelligenza artificiale. Mi piace concluderlo con un’altra citazione, questa volta del filosofo francese Eric Sadin, il quale, a proposito dell’AI, ha detto: «È vitale non preoccuparsi solo del riscaldamento climatico, ma anche della prossima glaciazione delle nostre facoltà. Di fonte ai progressi illimitati dell’Intelligenza artificiale dobbiamo ergerci, non più come spettatori attoniti, ma come guardiani finalmente responsabili e accaniti della nostra anima»[1].

 

  1. Intervento al Convegno Intelligenza artificiale (IA) ed editoria, a cura dell’USPI (Unione Stampa Periodica Italiana), Roma 12 dicembre 2024.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Il ruolo della Penna: la produzione culturale, la questione linguistica e l’editoria curda nella diaspora

Author di Samuele Larocchia

Fin da bambini s’impara il potere delle idee e dei libri che le contengono, libri bruciati in piazza o romanzi di fantascienza, libri clandestini e libri proibiti, libri che con il solo essere pubblicati sono più dirompenti di una rivoluzione. Questo valore ha ispirato la nostra ricerca[1] sull’editoria della diaspora curda in Germania[2].

Continua a leggere Il ruolo della Penna: la produzione culturale, la questione linguistica e l’editoria curda nella diaspora

(fasc. 54, 25 novembre 2024)

Il ruolo delle riviste culturali italiane al “Salon de la Revue” di Parigi. Intervista a Maria Panetta, Vicepresidente del Coordinamento nazionale

Author di Rebecca Zani

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Da sinistra: Rebecca Zani e Maria Panetta al 34° “Salon de la revue” di Parigi del 2024.

Il 34° “Salon de la Revue” (11-13 ottobre 2024) si è aperto nella “Halle des Blacs-Manteux”, nel cuore del quartiere parigino del Marais[1]. Anche in questa edizione l’Italia è presente e rappresentata, oltre che dalla rivista «Studi francesi», dal CRIC (Coordinamento delle Riviste Italiane di Cultura). Ne parla la Vicepresidente, Maria Panetta.

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(fasc. 54, 25 novembre 2024)

Ridare lustro al romanzesco: Italo Calvino e la scelta del racconto lungo in «Centopagine»

Author di Giorgia Mercenaro

«Centopagine»: il riflesso dell’idea di letteratura di Calvino

In un contesto caratterizzato dalla trasformazione del pubblico, dalle alterazioni del mercato della narrativa e dal prevalere del formato tascabile e delle dispense, si inserisce la collana «Centopagine» di Einaudi.

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(fasc. 53, 25 agosto 2024)

«La guerra dietro le spalle»: Calvino editore e la letteratura di memoria

Author di Edoardo Barghini

In una lunga lettera del 15 luglio 1974 a Giovanni Falaschi[1], che sta preparando per Einaudi un importante studio sulla letteratura della Resistenza[2] – Calvino, oltre a essere fra gli autori analizzati nel libro, è anche l’editor incaricato di seguirne l’iter redazionale –, tra le numerose correzioni, integrazioni e indicazioni di metodo, struttura e stile che Calvino dispensa al giovane studioso, troviamo anche una preziosa riflessione sul rapporto tra autobiografia e storia collettiva. Scrive Calvino che le opere dei memorialisti «appartengono a una storia privata che si aggancia alla storia pubblica, collettiva e la esemplifica, la spiega dal di dentro»[3], e l’esperienza di ciascuno «ha valore nel quadro della propria maturazione di persona umana, e diventa collettiva come esempio d’una tra le tante esperienze individuali di cui è fatto un avvenimento storico»[4]. Continua a leggere «La guerra dietro le spalle»: Calvino editore e la letteratura di memoria

(fasc. 53, 25 agosto 2024)