C’è stata negli ultimi anni un’attenzione crescente nei confronti dei Translation studies, un campo di studi a cui si affacciano discipline quali la linguistica, la filosofia, la logica computazionale. È stata dedicata, tuttavia, speciale attenzione allo stile della traduzione solamente di recente. Alcuni aspetti cruciali, come le caratteristiche specifiche delle autotraduzioni rispetto alle traduzioni allografe, i fondamenti epistemologici stessi su cui fondare l’analisi stilistica delle traduzioni o il valore epistemico della resa stilistica in un’altra lingua ai fini dell’interpretazione testuale necessitano indubbiamente di ulteriori approfondimenti. La domanda, dunque, resta: come si traduce lo stile letterario?
Il numero monografico di «Trame di letteratura comparata» dal titolo Style and Literary (Self-)Translation, a cura di Alessandra D’Atena e Rossana Sebellin, sviluppa il tema dello stile in traduzione e nelle autotraduzioni, accogliendo contributi che riflettono variegati metodi di analisi, applicati a scrittori del XX e XXI secolo. L’attualità del tema è evidente nella misura in cui si consideri la sempre più incerta possibilità di stabilire criteri che garantiscano la sopravvivenza di un canone letterario. Già Contini disse, riferendosi a Dante, che «Se esiste un criterio per misurare quella discussa categoria che è la grandezza di un poeta, esso non può essere che la sua traducibilità»[1].
Nell’introduzione al volume, le curatrici illustrano che gli studiosi che vi hanno contribuito hanno utilizzato metodi di analisi stilistica diversi. L’abbondanza di metodologie applicate allo studio dei testi riflette un’operazione complessivamente omogenea e capillare. Come si nota leggendo l’introduzione, è evidente che la ratio che ha informato il lavoro delle curatrici ha determinato che il volume rappresenti la complessità del tema, approcciato differentemente nei vari contributi, che tuttavia presentano dei rimandi interni: uno dei meriti del volume è quello di raccogliere in un’unica sede diversi articoli circa l’argomento trattato, restituendo un’immagine chiara dei punti chiave dello stesso.
Tre argomenti diventano nel corso del volume particolarmente significativi. In primis, la riflessione circa la specificità delle autotraduzioni rispetto alle traduzioni allografe è approfondita in diversi saggi. L’argomento presenta una pregnanza strettamente teoretica che coinvolge la riflessione circa lo status dell’autore: nel momento in cui il traduttore è l’autore stesso, si presenta il caso in cui quest’ultimo è almeno teoricamente titolare di quell’authorship che garantisce che sia lui il conoscitore del significato del proprio testo, il che può problematizzare la questione barthiana della morte dell’autore[2]. Inoltre, gli autotraduttori possono fornire una traccia che può essere seguita dai traduttori allografi. L’autotraduttore par exellence che, da un certo momento della sua carriera di scrittore in poi, scrisse in inglese e francese, autotraducendo dall’una all’altra lingua e viceversa, variando e portando al limite le sfumature stilistiche dell’una e dell’altra lingua, c’est à dire Samuel Beckett, è l’autore che forse più di altri rappresenta un caso problematico, e permette di misurare le scelte stilistiche presenti nel testo in lingua originale e in quello autotradotto. Il contributo di Rossana Sebellin tratta di Not I, un dramaticule esemplare della seconda produzione drammatica di Beckett, caratterizzata spesso da «Inintelligibilità inaugurata con Play (1964)» (p. 152). La questione essenziale è dunque questa: «Not I: Quale stile?», titolo di un paragrafo del saggio (p. 151). Ché, se il dramma risulta inintelligibile, perlomeno a un primo livello, con palese urgenza si prospetta il nodo del rendere lo stile (certo, ma quale stile?) in una traduzione allografa. Ora, se Beckett autotraduceva i propri testi e se lo stile dei suoi testi è così interconnesso rispetto al contenuto, tenere presente un’autotraduzione può essere utile per chi traduce in un’altra lingua? La risposta di Sebellin al quesito è affermativa. Mentre l’autotraduzione è piuttosto libera ma conserva intatta la resa ritmica, la traduzione italiana non restituisce le caratteristiche stilistiche dell’originale e, dunque, in eventuali ritraduzioni l’autotraduzione potrebbe essere tenuta presente.
Interessante ipotesi è anche quella di Simona Anselmi la quale, nel suo saggio, confronta le traduzioni allografe di Andrea Zanzotto. La conclusione di Anselmi secondo la quale il poeta potrebbe essere incluso in quella categoria di autotraduttori che «do not use their authorship to modify their texts» (p. 50) apre a ulteriori prospettive di studio e si inserisce nel contesto di una discussione generale sul ruolo effettivo dell’autorialità nelle autotraduzioni.
Un altro interrogativo generale approfondito indirettamente nel volume è il seguente: perché si pone tanta attenzione allo stile di traduzione? In definitiva, è solo una questione di stile ma, se tradurre è un elemento essenziale della letteratura, e se lo stile è intrinseco al testo letterario, è evidente che il problema della traduzione stilistica trascende l’ambito della linguistica o dei Translation studies. Il saggio di Rainer Grutman su Albert Camus dà un interessantissimo contributo alla questione circa le modalità di traduzione dell’opera l’Etranger. Grutman sostiene che la maggior parte dei traduttori abbiano tradotto il testo francese prestando attenzione allo stilus auctoris, ovvero normalizzando e adattando al sistema linguistico d’arrivo le caratteristiche rivoluzionarie – come lo stile colloquiale – del testo francese, restituendo così l’immagine canonica dell’intellettuale colto e raffinato. Così facendo, tuttavia, hanno trascurato di tradurre lo stilus operis specifico del romanzo in questione, tralasciando di restituire le caratteristiche stilistiche del testo. Dal saggio di Grutman si evince l’importanza della resa stilistica in traduzione laddove le scelte operate dai traduttori, consce e inconsce, si riflettono sull’immagine stessa di un autore, straniero, appunto, veicolato in un’altra lingua. In questo senso la questione della traduzione dello stile diventa una questione anche etica. Riferito alla centralità dello stile nel suo influenzare il significato è il saggio di Kirsten Malmkjæer, che esamina due traduzioni in inglese del romanzo Frøken Smillas fornemmelse for sne, una delle quali controllata dall’autore del testo di partenza. Nell’esaminare le differenze stilistiche fra le due traduzioni, la studiosa mostra come le questioni di stile siano interconnesse con quelle di significato. Il saggio di Marina Foschi Albert analizza, invece, lo stile individuale di un’opera di Kafka e sullo sfondo dello stile del genere microgiallo, adottando un metodo ispirato alla stilistica testuale tedesca.
Sulla concezione dello stile individuale del testo come Gestalt impiegata da Foschi Albert si basa anche il saggio di Alessandra D’Atena, che propone un metodo di analisi stilistica di testi poetici (auto)tradotti. La studiosa esegue un’analisi stilistica della poesia Von oben gesehen di Hans Magnus Enzensberger e prende in esame le varianti che l’autotraduzione inedita Seen from above presenta rispetto al testo di partenza. Per verificare se e in che termini lo stile dell’autotraduzione in inglese sia conforme a quello della versione in tedesco, D’Atena rivolge particolare attenzione agli stilemi con i quali viene costruita la “musicalità” dei testi, che abbracciano determinate sequenze ritmiche.
Un terzo argomento esplorato in profondità nel volume è quello della prassi del tradurre che diventa tappa integrante della maturazione degli autori stessi, e di come il traduttore immetta nella propria traduzione elementi della sua personale poetica. Questo aspetto è evidenziato da Rosella Tinaburri nel suo saggio su Seamus Heaney traduttore del Beowulf, il quale avrebbe operato una traduzione per rendere il poema accessibile al pubblico moderno. È interessante rilevare come qui un traduttore sia necessariamente anche autore, il che stimola la domanda: è possibile che un traduttore sia completamente neutrale nella resa stilistica, celando la propria autorialità? Il quesito è strettamente collegato a quello sulla differenza fra traduzioni e autotraduzioni, laddove nelle autotraduzioni la presenza autoriale è certamente più massiccia. Franco Buffoni, a questo proposito, sostiene nel suo saggio che «un autore e/o traduttore si nutre non solo di cultura ma anche di ciò che gli sta attorno» (p. 31). In questo senso, un traduttore sarebbe sempre, almeno parzialmente, autore. Anche il saggio di Simona Munari mostra come la prassi del traduttore sia personale e influenzata dall’esperienza di autore. Scrive nel suo contributo: «in quanto sujet traduisant de Céspedes elabora strategie creative proprie della traduzione d’autore, rivendicando il diritto di applicare al lavoro traduttivo le tecniche del lavoro compositivo» (p. 141). Incentrato sulla stessa autrice, il saggio di Chiara Sinatra getta luce sulle traduzioni allografe di un suo testo, sulle quali tuttavia esistette un diretto controllo autoriale. La traduzione in altre lingue, e quindi il trasportare un testo letterario in un’altra cultura, sono dunque spesso influenzati da una diretta intenzionalità autoriale.
Il volume non rinuncia a mostrare le sfumature dell’argomento dello stile di traduzione e autotraduzione, di per sé controverso allo stato attuale della ricerca. La complessità del tema è resa manifesta dalla differenza di approcci e dallo stesso significato che si vuole dare alla parola “stile”: parola in movimento, intesa sin dall’antichità in modi differenti. Ma la complessità del tema dello stile di traduzione è almeno in parte non dipendente dallo stato attuale della ricerca, bensì connaturata alla stessa natura della traduzione. La riflessione sullo stile di traduzione è una riflessione con la quale bisogna fare i conti, se si vuole ammettere che la traducibilità di un testo ne determina la sopravvivenza. In termini generali, in un testo letterario è necessario tradurre anche lo stile, perché esso è intimamente connesso al contenuto, e ha la capacità di alterarlo, come è evidenziato in tutti i contributi del volume. Anche se non si crede che la sopravvivenza del testo sia legata alla sua traducibilità, si dovrà ancora oggi fare i conti con l’idea heideggerriana della filosofia come traduzione[3]. La riflessione non è certamente ristretta nell’ambito della disciplina filosofica se si tiene conto del dialogo intrattenuto da Derrida con Heidegger, sino alla radicalissima formula secondo cui non sarebbe possibile parlare in più di una lingua[4]. Formula, certo, almeno parzialmente e apparentemente paradossale, ma quantomai calzante in questo contesto, in cui si tratta di traduttori e soprattutto di autotraduttori.
In generale, il volume apre la strada a ulteriori ricerche. L’attenzione riservata alle specificità degli autotraduttori rispetto ai traduttori integra i risultati della disciplina, piuttosto giovane, dei Self-Translation studies. Il volume è, inoltre, un utile punto di riferimento per gli studiosi che si occupano degli autori trattati nei singoli contributi. Il numero monografico di «Trame»: Style and Literary (Self)-Translation, a cura di Alessandra D’Atena e Rossana Sebellin, offre una visione d’insieme tale da candidarsi come testo di riferimento per gli studi sullo stile di traduzione.
- G. Contini, Un’interpretazione di Dante (1965-66), in Id., Un’idea di Dante, Saggi danteschi [1970], Torino, Einaudi, 2001, p. 72. ↑
- Cfr. R. Barthes, La morte dell’autore, Torino, Einaudi, 1988. ↑
- Cfr. M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Milano, Cortina, 2014. ↑
- Cfr. J. Derrida, Il monolinguismo dell’altro o la protesi d’origine, Milano, Cortina, 2024. ↑
(fasc. 55, 25 febbraio 2025)