Recensione di Alessandro Fo, “Luci e eclissi” (Einaudi 2026)

Author di Antonio Pane

Luci e eclissi, la quarta “bianca” di Alessandro Fo, mi riporta a un memorabile giorno di quasi quarant’anni addietro, il 4 ottobre 1986, e a Borgomanero, la cittadina in provincia di Novara, a breve distanza dai laghi d’Orta e Maggiore, dove si concludeva l’iter del sesto premio di poesia “Achille Marazza” (fra i giurati, l’insigne latinista Carlo Carena): la sezione “Poesie Inedite” aveva visto la vittoria di Alessandro, mentre a chi scrive era giunta una consolatoria «segnalazione d’onore».

I cordiali convenevoli fra i prescelti avevano avuto modo di distendersi nella vivace conversazione del ritorno a Milano (Alessandro, diretto a Cremona e automunito, mi aveva gentilmente offerto un passaggio fino alla fermata Cairoli della Metro, donde avrei potuto agevolmente raggiungere la Stazione Centrale e quindi avviarmi a Prato): parlammo ovviamente di poeti, scoprendo, fra l’altro, di condividere la preferenza per la «poesia onesta» di Saba e quella speciale ammirazione per l’opera del dimenticato Ripellino che avrebbe nutrito un lungo, fraterno sodalizio di studi.

Chiamo in causa il giovanile ricordo per dire che, se la recitazione d’autore di Città, teatri, corsi (la poesia premiata, splendido adattamento metrico di uno scambio epistolare con Roberta De Monticelli) mi aveva assai colpito, la lettura dei dattiloscritti che a ruota la seguirono (Poche storie, che risaliva al 1985; Le cose parlano, del 1987; Il giallo e il blu del 1990) mi squadernò una voce originale e già prestigiosa, i lineamenti di un poeta che ha ormai ritagliato un suo terreno tematico e scelto i suoi procedimenti. Non a caso una buona parte di quelle raccolte battesimali sarà variamente dislocata nelle plaquettes Le cose parlano (1988) e A ricordo del grande Bologna (1992) e nei volumi Otto febbraio (1995), Corpuscolo (2004), Vecchi filmati (2006); non a caso la nuova può tranquillamente recuperare la quartina “anagrafica” di Otto febbraio e l’episodio d’infanzia che concludeva Vecchi filmati, ospitare appendici delle serie consacrate agli angeli (in Mancanze), all’inferno carcerario e a persone scomparse (in Filo spinato), ai girasoli e alle “donne in corriera” (in Vecchi Filmati) e, sotto l’instabile insegna del gerundio, prevedere il sequel (Considerazioni camminando) di un tratto di Filo spinato (Facendo un altro lavoro).

Tutto si tiene. Il consueto perimetro della poesia di Alessandro Fo, lo «spazio di responsabilità e di cura» ricordato in quarta di copertina («un luogo in cui ciò che rischia di eclissarsi – persone, vite marginali, piccoli gesti, affetti perduti – trova ancora parola e memoria») ruota ora sulla classica cronologia distribuita nelle asimmetriche parti del Nascere, del Vivere e dell’Eclissarsi (tre come quelle di Mancanze e di Filo spinato, ma qui racchiuse fra un Prologo e un Congedo) e concepita, diresti, per accogliere (e debitamente accudire) l’arrivo del «tempo dei bilanci» segnalato in Un appunto (l’onesto, puntiglioso catalogo delle variegate fonti dei versi): il traguardo che muove la nostalgia della perduta dimora di «Strada del Lauro 43, Torino» (endecasillabo teatro delle imprese “artistiche” di Sgorbi infantili), trasmettendosi a Traslochi (e auguri), rendiconto che riunisce «in un solo necrologio» le predilette figure di Claudio Rutilio Namaziano e Angelo Maria Ripellino e l’autoironico «signor Boh» (il «tentato poeta»), a Passaggi (nel rintocco “etimologico” del «quando quel giorno ripasserai qui / e sarò già passato»), a Leggendo La matita di Modigliani, attraverso i «raggiunti limiti d’età» che inverano il desolato verdetto del Deserto dei Tartari («quasi corresse al vuoto un certo incanto / che t’illudeva, cieco, che t’illude, / atteso così tanto, / fatto segno di tanto investimento»), a Sgomberi (per il rassegnato sarcasmo dell’«Io sto qui a tirar su il mio ‘monumento’ / più precario di cenere»), a Ipoteticamente remissivo (dove lo sguardo si volge perplesso sul «giungere ad avere i propri cari / quasi tutti di là, / e allora farsene, docilmente, chiamare»), ai gemelli Eclissandomi e Eclissandomi, again (chi e che cosa conta).

Lungi dall’introdurre fratture o dissonanze, il motivo del “futuro passato” (l’«avvenire dietro le spalle» di Flaiano, e di Gassman, che si fa a sua volta motore di splendide variazioni sul relativo disincanto) partecipa della «profonda fedeltà all’umano» dichiarata nella stessa copertina (sulla scorta, è da credere, del proverbiale humani nihil a me alienum puto di Terenzio), parla di un “sistema” che si alimenta della “calda vita” (il «caldo sapore di vita» evocato in Attimi di Natale), dovunque si trovi: in persone e fatti incontrati, in una fotografia, in una frase colta per strada, in un dialogo estemporaneo, in un documento burocratico, in un brano letterario, in una notizia del tg, nel personaggio di un film. I versi di oggi continuano a sperimentare il pensiero che la poesia, prima che in noi, è nelle cose, e che il poeta deve farsene in primo luogo filologo, onorarne al suo meglio il “testo” (dalla salutare distanza fermata nel titolo dell’antico, aureo libretto Bucoliche (al telescopio), poi accolto in Corpuscolo).

Il «meglio» del nostro poeta contempla le risorse che vanno ad aggiungersi ai forti strumenti del latinista (affinati al fuoco di magistrali versioni di Rutilio Namaziano, Virgilio, Catullo) e che rendono quanto mai attraente il suo modo di restituire l’integrità dell’“originale”: la vena narrativa (saggiata nel giovanile e inedito Romanzo della Viola) che tende a configurare in ogni componimento una piccola/grande storia; la vocazione teatrale (testimoniata dall’evo delle scritture e messinscene di Al teatro d’Alvernia e di una trilogia cavalleresca) che presiede alla dinamica esposizione del parlato e alle poesie interamente dialogiche (ben rappresentate in quest’ultima sede da Considerazioni camminando e A volte ritornano); la specifica attitudine “registica” dei lievi aggiustamenti promossi per favorire la “posa”, l’inquadratura che ruba l’anima del soggetto.

I mezzi del “mestiere” che giunge a concedersi il vezzo dell’iperbato (il «di un trombone parato a conferenza […] la procurata noia» di Qualche cosa di bello contro il tedio) o della simmetria sottratta “con destrezza” al XXIV dell’Inferno («come fumo per aria e in acqua schiuma», in Guardando un film da un libro di Jane Austen) assistono in particolare la ricca produzione di connettivi lessicali: tralicci e mattoni di veri tempietti votivi. Non essere, che inaugura, “in retrocessione”, il gruppetto del Nascere, è montato sull’ambiguo dei termini «quanto» e «manca»: «sei venuto a mancare»; «Quanto manchi / ai tuoi cari mancati»; «la neve che ti manca»; «Come e quanto verrai tu ricordato e da quanti e per quanto». Ciascuna delle tre strofe di Smash in vecchiaia contiene, a realizzare “fisicamente” il genetliaco del tennista, le sigle «anni» e «Pietrangeli». In Venuto poi il «momento»… il titolo si prolunga nelle rime in «ento» («controvento», «appuntamento»), negli avverbi in «ente» («accanitamente», «sconsolatamente»; «amaramente»; «Virgilianamente») e nella chiusura su «invenient». Eclissandomi, again (chi e che cosa conta) si avvince alla dubbia radice «cont», declinandola in «conto», «conti», «conta», «contato». Di queste operazioni è lo stesso autore a dar conto, laddove, nel richiamato Appunto, invita a scorgere la sequenza di «man» che in Via Chiassi 16 omaggia Mantova, la città deprivata degli amici Giorgio e Adriana, giunti, con salvacondotto catulliano, oltre ogni ritorno, «illuc unde negant redire quemquam». Le numerose evidenze di una raffinata arte allusiva ne saranno i magnifici fregi. In Tutto bene le nuvole, «ora d’un bel bianco, / ora più grigie, a spasso nell’azzurro» hanno preventivamente incorporato «the fast-moving clouds» del Carpe diem di Billy Collins che più avanti apparirà come il testo «che fra poco andavo a presentare». In Habent sua fata libelli il titolo del derelitto Storie esemplari si riverbera, verso la chiusa, nella menzione della sua «chiusa (esemplare)», facendo siparietto con la fulminea battuta conclusiva: «Lo tengo». In Eclissandomi, uno dei capolavori del libro, At a lunar eclipse, il maestoso, profondo, shakespeariano sonetto di Thomas Hardy guadagna una riscrittura che ne adegua il cosmico corso e l’interrogazione che vi consegue («How shall I link such sun-cast symmetry / With the torn troubled form I know as thine, / That profile, placid as a brow divine, / With continents of moil and misery?») al comune, circoscritto cammino dell’uomo che si vede “eclissato”, producendo non meno angosciose domande, nell’ombra che il suo corpo proietta sul marciapiede: «Possibile, là dentro quelle forme, / stia il mio pensiero, l’essere, le cose / che sto facendo, che progetto, i giorni, / i dolori passati, i sentimenti?».

Ancora. La superficie “denotativa” di molte poesie (conclamata, ad esempio, da incipit quali «Sabato 18 settembre 2021 alle 11,01», «Invitato in Chieti a una lezione», «Mia sorella Laura fa un trasloco») copre sovente “segreti di fabbrica” che meriterebbero occhiute perizie, precluse a una semplice recensione. Ma non posso trattenere un rapido accenno a Cartolina da Parma (dove il «sonetto franato» che osa rimare «incantar…, ma» e «Parma» realizza la sua débâcle nel precipizio dell’ultimo verso disposto “a scala” e affacciato sul vacuo della sua rima “scommessa”) e a Vicoli ciechi, felice, aereo contrappunto che alterna il “microfono viario” proteso, sin dal folgorante attacco («Vicolo del Pulcetino… L’hai mai visto? / È un vicolo cieco, e tuttavia…») a vive, palpitanti parole, le didascalie teatrali (o i movimenti di camera) che ne inquadrano il contesto (e il lento scorrervi del tempo da «Bel tramonto d’estate, sole basso, / incantevole luce sul tappeto / del trifoglio fiorito fra i mattoni» a «E sul vicolo / e sul trifoglio il sole già declina»), la digressione di alleggerimento («Frattanto, dietro, si congeda / una ragazza, con un cenno al mio amico, / che ne sarà irretito»), la voce “fuori campo” che integra la vicenda della «signora / fino alla fine» che «era al Balcone» («È morto suo fratello, sacerdote» etc.) e il piano-sequenza che ne accompagna l’exit («per la discesa si avvia»), realizzando inoltre un sommesso commercio intertestuale con il piccolo ciclo che in Filo spinato baciava un’altra ospite della Casa di riposo «Il Balcone».

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)