Biblioterapia: la lettura come cura per l’anima

Author di Veronica Vici

La Biblioterapia è una disciplina ancora in fase di esplorazione, che ha come oggetto i libri e il loro valore di veri e propri strumenti terapeutici, oltre quello culturale[1].

L’origine della parola risale al greco biblio, ‘libro’, e therapèia, ‘cura’; quindi, storicamente la Biblioterapia si è sviluppata sull’idea che la letteratura possegga delle caratteristiche terapeutiche. Se oggi esistono esempi concreti di correlazione fra terapia letteraria e psicoterapia, nell’antichità la cura, per il modo in cui era intesa dai Greci[2], riguardava l’occuparsi di una persona cara, il manifestare la propria presenza attraverso gesti affettuosi o, come in questo caso, con l’aiuto dei libri. Infatti, il libro può stimolare la creatività del lettore, sostenerlo nella comprensione delle sue emozioni, aiutarlo a riflettere a proposito delle relazioni interpersonali costruite, oppure può addirittura contribuire alla cura di pazienti seguiti anche al livello clinico.

La letteratura ha la capacità di influenzare l’animo umano anche perché rispecchia la vita. Pure per questa ragione, tra i generi letterari più apprezzati dai lettori compare la biografia[3], vicina al realismo e alla vita quotidiana; nelle biografie in genere i personaggi sono descritti a tutto tondo nella loro complessità. Le biografie di personaggi famosi come politici, calciatori, artisti, uomini di potere, inoltre, rappresentano esempi di chi ce l’ha fatta, di persone che possono essere d’incitamento per chi li legge. Tra le biografie più vendute negli ultimi anni si colloca, ad esempio, quella dell’imprenditore Elon Musk (Elon Musk. Tesla, SpaceX e la sfida per un futuro fantastico)[4], eclettica e affascinante figura che ha saputo imporsi nel panorama mondiale e farsi notare grazie a delle invenzioni tecnologiche e alla sua visionarietà. Spesso, inoltre, le autobiografie supportano il lettore e incoraggiano anche l’aumento della sua autostima.

Nonostante si faccia riferimento a Samuel McChord Crothers come a colui che per primo, nel 1916, ha coniato ufficialmente il termine per indicare la disciplina, è possibile ricostruire la storia della Biblioterapia a partire dal 300 a.C. Il primo manoscritto che associa la lettura a un sollievo per l’anima, infatti, s’intitola Healing place for the soul[5] ed è stato ritrovato ad Alessandria d’Egitto. Già i Greci e i Romani esaltavano la funzione terapeutica dei libri: secondo Aristotele, com’è noto, la letteratura contribuisce a purificare le passioni dell’anima; e Aulo Cornelio Celso[6], medico ed enciclopedista dell’antica Roma, promuoveva il rapporto fra medicina e lettura al fine di far trovare al paziente il miglior psicoequilibrio per poter affrontare con il giusto spirito la vita; egli suggeriva le opere dei grandi oratori e i testi storici anche per chi soffriva di disturbi mentali.

Le opere più raccomandate a scopo biblioterapeutico nel corso delle epoche sono state quelle a carattere religioso. Nel 1272 l’ospedale Al-Mansur del Cairo, ad esempio, utilizzava il Corano come sostegno a terapie mediche già avviate, mentre in Europa lo stesso avveniva con la Bibbia.

Nel 1846 lo psichiatra John Minson Galt II[7] dell’Eastern Lunatic Asylum di Williamsburg, in Virginia, fu il primo medico a mettere per iscritto i benefici attestati dalla prescrizione di letture scelte su misura per i pazienti con problemi psichiatrici di cui si occupava. Il suo articolo, pubblicato dieci anni dopo con il titolo Sulla lettura, distrazione e divertimento per i folli, elencava cinque motivi per i quali la lettura aveva lasciato il segno nei suoi pazienti: aveva tenuto occupata la loro mente, distraendoli da pensieri negativi; aveva fatto scorrere più velocemente il loro tempo; dava loro la possibilità di imparare qualcosa; consentiva di migliorare il rapporto interpersonale tra pazienti e terapeuti; rendeva più “gestibili” i pazienti particolarmente problematici.

Quando gli ospedali psichiatrici verso la fine del secolo si sovrappopolarono, la Biblioterapia mutò e coinvolse altri ambienti, senza però mai estinguersi. Al termine della Prima Guerra Mondiale, essa acquisì maggior rilievo poiché venne scelta come metodo alternativo nella cura dei veterani traumatizzati dall’impatto violento con la guerra e di chiunque avesse riportato menomazioni fisiche o sintomi di depressione, anche a causa del distacco da persone care perse in battaglia. Nacque una nuova istituzione, la cosiddetta “Biblioteca ospedaliera”[8], come servizio offerto dall’American Library Association al personale militare: essa rappresenta ancora in epoca moderna una tradizione portata avanti in tutto il mondo, con delle innovazioni che si sono aggiunte al modificarsi delle esigenze di terapeuti e pazienti.

La direttrice dell’amministrazione della Library Association, Elizabeth Pomeroy, nel 1927 promosse il valore di queste nuove strutture nate con l’intenzione di migliorare la salute mentale e il benessere emozionale degli ospiti. Pomeroy paragonò i libri a dei farmaci, utili a trattare la parte spirituale dell’uomo; utilizzando una metafora inedita nel mondo della Biblioterapia, affermò che la letteratura «è ciò che rappresenta il cibo nel nutrizionismo, è cibo per la mente e il bibliotecario è il nutrizionista, ha buon gusto ma sa determinare cosa è più gustoso e salutare per il suo paziente». L’intento era anche quello di professionalizzare la disciplina, e per tale ragione il movimento si occupò di fare propaganda, anche al livello internazionale, affinché nascessero più biblioteche ospedaliere. Tra il 1944 e il 1970 si ebbe il picco della loro diffusione.

L’IFLA[9], Federazione Internazionale delle Associazioni e Istituzioni bibliotecarie, inserì le biblioteche ospedaliere nei Servizi di biblioteca per persone con bisogni speciali e si occupò della stesura delle relative linee guida, divenute poi standard e tuttora rispettate, concernenti i servizi bibliotecari per persone senza fissa dimora, persone con dislessia, detenuti, persone con demenza, non udenti, pazienti ospedalieri, anziani e disabili nelle strutture di assistenza a lunga degenza.

Secondo tali linee guida, le biblioteche ospedaliere devono essere attrezzate con materiali adatti a ogni bisogno, e rispecchiare l’andamento della società e le sue evoluzioni, conservando contemporaneamente il valore senza tempo della memoria. In esse si presta attenzione anche all’ambiente e agli arredi per creare un luogo confortevole. Per favorire l’inclusione, inoltre, non è prevista nessuna forma di censura ideologica, politica, religiosa né sono ammesse pressioni a fini commerciali.

Nel 2000 l’IFLA ha specificato che “Biblioteca ospedaliera” corrisponde alla definizione di «Una biblioteca per pazienti che fornisce regolarmente raccolte di lettura per il tempo libero, spesso in combinazione con materiale informativo per la salute». In Italia attualmente esiste un progetto di Biblioterapia legato alla struttura della biblioteca ospedaliera come concepita in origine: si tratta del progetto LIBERaMente della biblioteca dell’Azienda Ospedaliero-universitaria Federico II di Napoli, il cui responsabile è il Professor Maurizio Bifulco, supportato da un gruppo di esperti.

LIBERaMente è nato prima di tutto per promuovere la Biblioterapia e i suoi benefici, ritenuti validi all’interno dell’ambito medico e indirizzati non solo ai pazienti ricoverati, ma anche ai familiari in visita e ai tirocinanti dell’Ospedale. L’idea è quella di creare un’atmosfera di quiete e ricreazione, nonostante gli edifici ospedalieri non siano soliti trasmettere tale serenità.

Nel piccolo comune di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, un noto Centro di Riferimento Oncologico aveva realizzato una biblioteca ospedaliera ancora prima, nel 1998, includendo servizi speciali come l’organizzazione di corsi di formazione biblioterapeutica, incontri di gruppo, un approccio integrativo multimediale con la visione di film e l’ascolto di musica propedeutica ai libri. Interessante è l’attuale inclusione di podcast e audiolibri nel materiale fornito, simbolo di progresso per una disciplina con origini così antiche. I pazienti che sperimentano la terapia hanno la possibilità di raccontare il proprio percorso all’interno della biblioteca ospedaliera, e i ricordi di tutti vengono raccolti come testimonianze da rendere pubbliche.

Tornando indietro al periodo della Prima Guerra Mondiale, la bibliotecaria Sadie Marie Johnson Peterson Delaney[10], conosciuta come pioniera nel lavoro con la Biblioterapia, sperimentò la scelta di letture personalizzate per veterani con disagi psicologici e fisici nello State Military Hospital in Alabama. Collaborò con il personale medico dell’Istituto e divenne responsabile della gestione della biblioteca del centro e del coordinamento del programma di recupero. Si avvicinò ai veterani e li conobbe uno per uno, in modo da poter comprendere meglio i loro bisogni emotivi e da assegnare loro i volumi che, nella sua valutazione, risultavano più adatti. La dottoressa Peterson Delaney organizzò dei gruppi di lettura nell’ambito dei quali poter condividere e commentare i libri letti dai pazienti e sottolineò l’importanza del coinvolgimento di questi ultimi, dai primi incontri fino alla scelta del libro, tenendo conto delle sensazioni da loro provate al termine della lettura; riuscì, altresì, ad affermare il ruolo del bibliotecario come professione che va ben al di là della gestione dei libri. Sadie Peterson Delaney fu un punto di riferimento per la categoria; in epoca moderna, infatti, il bibliotecario è essenziale nel processo biblioterapeutico, poiché rientra ufficialmente nelle categorie di professionisti abilitati a occuparsi di Biblioterapia.

L’evoluzione della figura del bibliotecario, al pari di quella del libraio, merita un discorso a parte. Durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, il dottor Maurice Floch[11] proseguì negli Stati Uniti il percorso tracciato da Sadie Peterson Delaney e scrisse delle osservazioni sul ruolo del libraio, dopo averne osservato il lavoro in un gruppo di terapia prima con dei detenuti e in seguito con dei pazienti psichiatrici ricoverati in ospedale. Queste le sue parole:

Il libraio ha un ruolo notevole ed importante in questo tipo di trattamento. È colui che organizza il materiale di base per il trattamento, che è composto essenzialmente da libri. È colui che decide quali libri possono svolgere ruoli specifici nel processo. […] Il libraio è una parte integrante e cruciale nell’assetto correttivo del trattamento. Può organizzare gruppi di terapia provvedendo con grande competenza a distribuire il materiale utile e rafforzando quest’ultimo aggiungendo appropriate liste di lettura. Il libraio, a turno, lavora per analizzare il materiale di discussione e fornisce la cura per il gruppo di terapia. Di conseguenza il libraio diventa uno specialista, cioè uno specialista del lavoro di correzione con i libri[12].

Il dottor Floch non aveva dubbi: il libraio esperto in Biblioterapia deve essere considerato come uno specialista del settore, tanto da avere il diritto di prescrivere letture come fossero farmaci e poterne analizzare i benefici come in una qualsiasi altra terapia tradizionale.

Nel 1957 i dottori Julius Griffin e Robert Zeitler[13] parteciparono al Congresso annuale dell’Association of Hospital and Institution Libraries e, durante una tavola rotonda sulla Biblioterapia, mostrarono il resoconto dei loro progetti lavorativi. Sottolinearono l’importanza dei bibliotecari che avevano lavorato con loro nei gruppi di Biblioterapia e li presentarono come dei terapisti i quali, grazie alla conoscenza approfondita dei libri e al contatto diretto con le persone, erano ritenuti i professionisti migliori per collaborare con gli psichiatri e formare insieme una squadra perfetta. La conclusione cui erano giunti Floch, Griffin e Zeitler era la medesima: il libraio, e così il bibliotecario, erano da considerarsi necessari per poter avviare con successo un processo terapeutico di Biblioterapia.

Dovendo lavorare su pazienti affetti da patologie differenti e non per forza con una diagnosi clinica, bensì a scopo preventivo o come stimolatore e motivatore per far raggiungere obiettivi personali mirati, il bibliotecario dev’essere in grado di distinguere quale tipologia di approccio possa essere la più efficiente, su base individuale e/o di gruppo. Tenendo conto degli interessi dei pazienti, si classificano tre tipi di attività di competenza del bibliotecario[14]:

  1. un servizio di consulenza per i lettori, durante il quale il bibliotecario si pone come obiettivo quello di conoscere i bisogni, le aspettative, le abitudini, i gusti, il contesto fisico, emotivo, sociale, educativo e il background culturale del lettore che gli chiede aiuto di sua spontanea volontà. Tramite un’accurata selezione di letture, il paziente deve sentirsi stimolato e incoraggiato dal materiale ricevuto, per poi poterlo discutere con il proprio biblioterapista;
  2. la terapia di gruppo e individuale, per motivare i pazienti assumendo un professionale ruolo di guida terapeutica. In questo caso le normali attività biblioterapeutiche sono affiancate a dei piani clinici prescritti dai medici che hanno già in cura i pazienti. Si tratta di una procedura più complessa rispetto alla precedente, con l’obiettivo di stimolare le facoltà intellettive dei lettori e prevenire ricadute psicologiche legate alla patologia diagnosticata in precedenza;
  3. attività speciali di varia natura: dalla creazione di gruppi di studio di persone accomunate dalle stesse passioni alle consulenze biblioterapeutiche in vista di occasioni speciali, il bibliotecario incoraggia la lettura e la scelta di letture collegate al particolare momento che i partecipanti stanno vivendo. Lo scopo di questo tipo di attività è di insegnare al paziente a prendersi cura di sé a partire dalla quotidianità, per poter poi essere in grado di affrontare i problemi che lo affliggono.

Qualsiasi tipo di attività funziona meglio se il paziente ha un interesse pregresso per la lettura, poiché un atteggiamento apatico il più delle volte influenza negativamente un’eventuale patologia esistente o una condizione di malessere psicofisico. Se, invece, il paziente è motivato a intraprendere un percorso biblioterapeutico ma non è avvezzo alla lettura, gli viene richiesto un maggiore sforzo d’immaginazione per immergersi in trame che si presume possano coinvolgerlo emotivamente; dunque, non deve mostrare resistenza al trattamento. La pazienza del bibliotecario e la sua capacità di persuasione sono variabili che contano molto, in questa parte del processo.

Il bibliotecario si assume personalmente la responsabilità della scelta della strategia da attuare con e per il paziente, anche se lavora con più membri di uno staff. Tra le sue mansioni, si annoverano anche il reperimento e la distribuzione dei libri, che non deve mai acquistare senza prima averli letti e approfonditi. È importante sottolineare che il bibliotecario non improvvisa i propri consigli di lettura: c’è sempre dietro uno studio attento e consapevole, che richiede del tempo e una base individuale di formazione, grazie alla quale il professionista consolida la conoscenza di più generi letterari e non si limita alla sfera dei propri gusti di lettura.

Trattandosi di una disciplina sperimentata scientificamente, è giusto ricordare gli altri personaggi di spicco che negli anni hanno permesso alla Biblioterapia di ritagliarsi un posto di diritto tra i metodi terapeutici alternativi. Come già accennato, Samuel McChord Crothers inventò la parola che ancora oggi usiamo per definire tale concetto, grazie anche a dei precisi riferimenti farmacologici; il termine apparve per la prima volta nel Dorland’s Illustrated Medical Dictionary con la seguente definizione: «L’uso dei libri e della loro lettura nel trattamento delle malattie nervose»[15].

Crothers, ministro unitario americano e saggista popolare, scrisse un saggio intitolato A literary clinic[16], pubblicato dall’«Atlantic Monthly», in cui il protagonista, il personaggio inventato del reverendo Augustus Bagster, si mette a disposizione della comunità come biblioterapista, selezionando i libri dal proprio vasto catalogo e prescrivendoli come fossero medicine. I libri di Bagster sono classificati come stimolanti, sedativi, anestetici e antianestetici; il reverendo si preoccupa di determinare quale effetto scaturisca dalla loro lettura e mette in conto che si possano commettere degli errori, in quanto ammette che la Biblioterapia è una scienza in fase di perfezionamento.

Il tempio sacro in cui Bagster lavora e trascorre gran parte del proprio tempo è nominato Bibliopathic Institute, riferimento alle cliniche psichiatriche cui Crothers stesso rivolgeva l’attenzione, poiché interessato a una partecipazione sempre più convinta e numerosa delle figure mediche che potevano elevare la Biblioterapia a scienza. Egli ne era convinto: leggere il testo giusto poteva allontanare lo spettro di disturbi e malattie all’orizzonte; si trattava di prevenire piuttosto che di curare. Quali erano i testi prevalentemente suggeriti dal reverendo? Non è un caso che fossero soprattutto i testi sacri, ma consigliava anche i classici.

L’autore criticava gli effetti degradanti della vita moderna (nel ventesimo secolo) sulla classe media dei lettori; si riferiva in modo particolare al consumismo e al materialismo ed era turbato dall’ansia, dall’instabilità e dal senso di alienazione che essa provocava. Crothers ambiva alla ripresa dello spirito, nonostante si trovasse nella spirale di un mondo in continua evoluzione, nel quale i valori sui quali puntare potevano essere a suo avviso la gentilezza, la sensibilità, l’empatia e la ricerca di piaceri come la lettura, forza vitale e creativa. È proprio grazie a questa menzione esplicita della disciplina che Crothers è entrato nella storia, poiché, dopo la pubblicazione del suo saggio[17], bibliotecari e professionisti medici, quali psicologi e psichiatri, si sono avvalsi con ufficialità dell’uso della parola “Biblioterapia”.

A seguire, anche i fratelli Menninger e più tardi Louis A. Gottschalk e Caroline Shrodes contribuirono a fornire dei pilastri che oggi definiscono la Biblioterapia come una scienza a sé. Nel 1930 Karl e William Menninger dirigevano una clinica privata psichiatrica nella quale applicavano la Biblioterapia: lo testimonia un articolo del 1937 pubblicato su «The Menninger clinic bulletin» e dal titolo Biblio-therapy[18], nel quale il dottor William Menninger descrisse per la prima volta scientificamente le indicazioni, il metodo di applicazione e i risultati ottenuti nel somministrare adeguatamente letture stimolanti e terapeutiche, menzionando l’importante collaborazione con un bibliotecario. I temi affrontati erano due: l’uso del metodo biblioterapeutico da parte di non professionisti del settore e la prescrizione, in tutte le sue fasi, del materiale di lettura ai pazienti ricoverati nella clinica. Esprimersi in termini scientifici equivaleva a sbilanciarsi sull’efficacia di questa terapia, che era ancora da verificare nella sua complessità: ecco perché l’articolo di Menninger segnò un punto di svolta. Menninnger, inoltre, appoggiò la tesi proposta nel 1934 dal dottor Kamman[19] secondo cui la Biblioterapia agiva nel trattamento della persona nella sua interezza, senza scindere la sua componente mentale da quella fisica. Kamman aveva scritto:

Sappiamo bene che ogni malattia ha la sua componente mentale e siamo giunti da tempo alla considerazione dell’individuo come un intero, un’unità. Non separiamo più la persona come facevano gli antichi Greci […] Riconosciamo l’unità di mente e corpo e constatiamo che l’uno influenza l’altro[20].

Ci vollero più di vent’anni per aggiornare la definizione di Biblioterapia, nel Webster’s Third New International Dictionary[21], e per rendere ufficiale la sua collocazione all’interno dell’ambito medico: «La Biblioterapia è l’uso di materiali di lettura selezionati come adiuvante in medicina e psichiatria; inoltre, è la guida nella soluzione di problemi personali attraverso la lettura diretta».

Anche Louis A. Gottschalk era uno psichiatra e a lui si attribuisce, grazie a un articolo pubblicato da «The American Journal of Psychiatry» nel 1948, una prima lista di scopi che la Biblioterapia si proponeva di realizzare:

Prescrivere letture può aiutare il paziente a comprendere meglio le sue reazioni fisiologiche e psicologiche alla frustrazione e al conflitto […] Può aiutare il paziente a capire una parte della terminologia usata in psicologia e psichiatria in modo che la comunicazione tra il paziente ed il terapeuta ne sia facilitata […] Può aiutare o stimolare il paziente a verbalizzare i problemi che solitamente trova difficili da discutere liberamente a causa di timore, vergogna o senso di colpa. Se, attraverso le letture scelte per lui, il paziente scopre i suoi stessi problemi nelle vicissitudini di altri, può dissipare la sua frequente sensazione di essere diverso dagli altri […] Può aiutare a stimolare il paziente a pensare costruttivamente nel periodo tra una seduta e la successiva e ad analizzare e sintetizzare ulteriormente i suoi schemi di atteggiamento e di comportamento […] Può rinforzare, con prescrizioni ed esempi, il nostro schema sociale e culturale ed inibire schemi di comportamento infantili […] Può stimolare l’immaginazione, permettere enorme soddisfazione, ampliare gli interessi del paziente[22].

Nel medesimo articolo Gottschalk parlava del potere della parola stampata, che aveva superato con forza i secoli e aveva dato vita alla lettura, fonte di circolazione di nuove idee e capace di superare credenze antiche, per coltivarne di nuove e cementare ideologie moderne. Inoltre, stilò una lista[23] dei prerequisiti funzionali che a suo avviso un paziente avrebbe dovuto presentare: il paziente che chiede volontariamente aiuto psicoterapeutico è il miglior candidato per questo tipo di terapia, perché leggerà con più entusiasmo e coscienza le letture prescritte e i risultati saranno più attendibili e con maggiori benefici; l’età del paziente non dovrebbe causare alcuna differenza significativa nel trattamento e nei risultati ottenuti; sono candidati preferibili i pazienti che hanno una buona abilità intellettuale e l’abitudine alla lettura; in generale, i pazienti con lievi disturbi psiconeurotici sono i candidati più favorevoli per la lettura supervisionata.

Sebbene nel secondo punto fosse indicato che l’età non costituisce un elemento discriminante, in seguito il dottor Gottschalk differenziava le indicazioni per bambini, adolescenti e adulti.

Per i primi scriveva che è importante un’educazione sessuale progressiva e accurata, al fine di prevenire disadattamenti emozionali nel corso della crescita. Attraverso la lettura il bambino può ricevere un aiuto diretto e i genitori possono raggiungere un obiettivo capendo il modo in cui trattare un tema difficile come questo. Aggiungeva che pianificare la lettura potrebbe essere utile per aiutare lo sviluppo di nuovi interessi nel bambino che ne ha di limitati, oppure che è troppo preso da problemi ed emozioni; precisava che per creare un rapporto di fiducia con i bambini riguardo alla Biblioterapia è utile prevedere una terapia basata sul gioco, mentre con gli adolescenti può essere preferibile programmare dei colloqui conoscitivi e rafforzare il dialogo tra paziente e terapeuta. La Biblioterapia, infatti, s’introduce meglio nel momento in cui si è instaurato un rapporto amichevole tra le due parti. I bambini molto piccoli possono partecipare alla Biblioterapia, ma è più facile consentire loro di scegliere il libro da leggere o da farsi leggere in base alla copertina, perché li stimola a fare da sé.

Per gli adulti, invece, riteneva che fosse sufficiente programmare un numero definito di colloqui, in modo che il terapista riuscisse a comprendere in maniera approfondita i disturbi della personalità del paziente, i suoi problemi irrisolti e il suo background familiare.

Attualmente le tecniche di Biblioterapia più diffuse sono tre[24]: la lettura individuale, la lettura collettiva e guidata, e la lettura in biblioteca, per sfruttare i benefici connessi al luogo. Importanti progressi, nel corso della storia, sono stati compiuti da Caroline Shrodes, quando nel 1949 discusse la propria tesi di dottorato sulla Biblioterapia e fu in grado di teorizzare le tappe del processo biblioterapeutico[25], superando l’assetto puramente pratico che era stato assegnato alla disciplina, in particolare nel XIX secolo. Fino a quel momento essa era esistita concretamente, ma senza un vero metodo. Caroline Shrodes riconobbe tre fasi, tuttora ritenute valide: l’identificazione, la catarsi e l’introspezione, cui si può aggiungere una quarta fase, quella dell’universalismo[26].

L’identificazione avviene quando il paziente, durante la lettura, percepisce e condivide le caratteristiche di un personaggio sentendole come proprie, ipotizzando che la vicenda che quest’ultimo sta vivendo nella storia possa accadere a lui e immaginando di affrontarla come lo stesso personaggio farebbe; si mette, così, nei suoi panni. L’identificazione ha più probabilità di avvenire quando, durante la scelta del libro, si è tenuto conto dell’individualità del paziente e delle sue qualità specifiche, così da trovare almeno un personaggio a lui somigliante.

La catarsi, passaggio successivo, prevede che il lettore, dopo essersi identificato con il personaggio, viva un cambiamento interiore che gli faccia mettere in discussione il proprio essere: le proprie scelte, i difetti, quello che era prima di imbattersi in quel romanzo. Nella Grecia classica, com’è noto, la catarsi consisteva nel rito della purificazione[27], con il quale si ripulivano da ogni contaminazione impura il corpo e l’anima. In questa fase della Biblioterapia la purificazione dell’anima coincide con il cambiamento dei pensieri del paziente, che comprende di poter fronteggiare gli ostacoli in un modo nuovo e diverso da quello cui era abituato in precedenza.

L’introspezione è, invece, una sorta di presa di coscienza finale, durante la quale l’idea del cambiamento cui il lettore giunge nella catarsi si stabilizza e diventa permanente nel suo modo di essere. Egli comprende che i suoi problemi di partenza non affliggono soltanto lui, ma che esistono persone con i quali condividerli e dalle quali poter apprendere nuovi modi per affrontarli e superarli. La purificazione che era cominciata con la catarsi qui si rafforza e il paziente comprende che non è solo. Quando questo avviene, il biblioterapeuta sa che la terapia ha avuto successo e, nella migliore delle ipotesi, riscontra nel paziente i risultati e i benefici che aveva pianificato al principio.

L’universalismo è, infine, un’appendice dell’introspezione e porta a una consapevolezza ulteriore: quella di allargare l’orizzonte della condivisione dei problemi e percepirli come sfida personale, ma allo stesso tempo comune. Ciò che si affronta in un determinato momento è possibile che stia capitando nel frattempo a molte altre persone: quindi, l’obiettivo di superare il problema può trovare delle radici comuni con gli individui che pensano di farcela utilizzando la medesima strategia. Universale la difficoltà, universale la soluzione.

Nel ventunesimo secolo i problemi che affliggono la società, trascurando per il momento specifiche patologie fisiche, sono i tormenti dell’anima legati a problemi psicologici come l’ansia, lo stress, la scarsa autostima, la dipendenza dalle tecnologie che rende più complicate le relazioni interpersonali, la solitudine: tutti acuiti in questo preciso periodo storico dalla pandemia di Covid-19. Se ne parla troppo poco, ma tra i rimedi meno invasivi la Biblioterapia resta una soluzione estremamente valida, tanto più che, secondo una recente indagine condotta dal CEPELL (Centro per il Libro e la Lettura) e dall’AIE[28] (Associazione Italiana Editori), i mesi di lockdown forzato hanno portato a una crescita della lettura del 61% per la popolazione tra i 15 e i 74 anni. L’emergenza sanitaria ha modificato le abitudini e, con l’aumento degli acquisti online, circa tre milioni di persone non abituate a leggere hanno acquistato un libro, perché la maggior parte di esse ha cercato evasione e conforto in un momento in cui viaggiare o cambiare aria era impossibile e vietato. Inconsapevolmente, queste persone si sono avvicinate in completa autonomia alla Biblioterapia.

Rosa Mininno, psicologa e psicoterapeuta, creatrice del primo sito italiano dedicato alla Biblioterapia[29], affronta i problemi della società contemporanea con l’aiuto dei libri e compie un’efficace opera di divulgazione della disciplina in una sezione del proprio sito. La dottoressa descrive la Biblioterapia come strumento di auto-aiuto oltre che come tecnica prettamente clinica. Essa racchiude in sé il collegamento all’intelligenza emotiva, legata alla padronanza dell’io, all’autopromozione e a tutti quei sentimenti e quelle reazioni psicofisiche che possono influenzare l’attitudine individuale e collettiva dei pazienti.

Rosa Mininno introduce una prospettiva più accurata riguardo al materiale della Biblioterapia: ogni libro può, infatti, esprimere sfumature di significato differenti a seconda di chi legge e la rilettura del medesimo volume permette di soffermarsi su tematiche inesplorate che si possono ricavare da ogni singola pagina e da cui è possibile trarre ulteriori insegnamenti. In sintesi, un libro non offre mai un’unica direzione percorribile, ma ne nasconde infinite: tutto dipende dagli occhi e dallo stato d’animo di chi lo legge. Requisito fondamentale è il tempo: come spiega la dottoressa Mininno, un libro non guarisce in un giorno, ma richiede pazienza.

La chiusura forzata in casa a causa della pandemia ha deviato in qualche modo il percorso che porta dal paziente al libro e ha fatto sì che le persone si improvvisassero biblioterapeute di se stesse, avvicinandosi alla lettura secondo i propri parametri e criteri di giudizio e senza la guida di un professionista, per trascorrere il tempo in maniera produttiva, ma soprattutto per tenere a bada le sensazioni di panico e paura che permeavano la barriera tra l’interno e l’esterno del mondo. Sono aumentati i disagi psichici, è diminuito il sonno e un potenziale rimedio era accessibile a chiunque, ma la scarsa informazione al riguardo non ha consentito di sviluppare al meglio la Biblioterapia, in un periodo in cui avrebbe potuto addirittura fiorire.

Alcuni esperti[30] di Biblioterapia hanno approfondito in prima persona gli effetti della disciplina che promuovono, volendo agire sullo stress emozionale che proprio la pandemia aveva loro causato. I ricercatori Emmanuel Stip, Linda Östlundh e Karim Abdel Aziz, ad esempio, hanno lavorato l’uno per l’altro affinché la Biblioterapia garantisse loro gli stessi benefici per i quali spendevano tempo ed energie per gli altri attraverso la ricerca. I primi campanelli d’allarme erano stati il senso di frustrazione per non poter continuare il proprio lavoro in ufficio e in laboratorio, e le conseguenti notti insonni unite alla sensazione di sentirsi soffocati.

Stip, Östlund e Aziz hanno ripercorso la storia e cercato eventuali collegamenti tra la Biblioterapia e altre pandemie, per trarre spunti da cui progredire. Con l’intento di stilare un elenco di libri che centrassero l’argomento pandemia e li ispirassero, hanno trovato nella Peste di Albert Camus[31] un valido punto di partenza:

Ciò che è naturale è il microbo. Tutto il resto – salute, integrità, purezza (se vuoi) – è un prodotto della volontà umana, di una vigilanza che non deve mai vacillare. L’uomo buono, l’uomo che non infetta quasi nessuno, è l’uomo che ha il minor numero di cadute di attenzione.

Camus ha utilizzato l’allegoria per identificare la peste con il male, figura infestatrice che opprime chiunque e contro la quale è necessario combattere, perché la maggior parte di ciò che accade nella vita dell’uomo dipende dalla sua capacità di controllarlo e dominarlo. Il tema portante del romanzo è facilmente associabile alla pandemia attuale e a molti dei pensieri che affliggono i più; dunque, il processo d’identificazione previsto dalla Biblioterapia può essere velocemente raggiungibile. Privato della possibilità di compiere le proprie normali attività quotidiane, l’uomo si è trovato costretto a riversare ogni suo pensiero e azione tra le quattro mura di casa, dovendo fare i conti con la presenza di un virus sconosciuto e con le proprie, inaspettate reazioni.

La peste presenta diverse situazioni e svariati personaggi con i quali è possibile confrontarsi e che rispecchiano in pieno la molteplicità dei punti di vista di una comunità nel mezzo di una pandemia: l’atteggiamento delle autorità costrette a imporre delle restrizioni, la sottovalutazione del pericolo da parte di alcuni, il senso di panico da parte di altri, il modo di adattare la quotidianità alle misure di contenimento, la solidarietà tra le persone contagiate e i loro familiari etc. La conclusione del romanzo è un incoraggiamento a non dimenticare troppo in fretta cosa ha significato la pandemia e le conseguenze che ha provocato:

Non dobbiamo dimenticare quello che abbiamo provato, l’infelicità che ci è capitata, e tutto quello che è successo che ci ha tenuto uniti in tempi difficili e sconosciuti, per uscire dal nostro egoismo […] la verità germoglierà dall’apparente ingiustizia[32].

Gli esperti, durante e dopo la lettura del romanzo, hanno individuato il passaggio da identificazione a catarsi fino all’introspezione e hanno riconosciuto che le parole di Camus hanno lasciato un segno al livello emotivo.

È importante sottolineare che gli effetti derivanti da una lettura sono soggettivi e non universali; le stesse parole possono agire sulla sfera emotiva di un individuo e suscitargli delle emozioni oppure provocarne diverse in un altro, ma ciò non toglie nulla all’affidabilità della disciplina. Tra le variabili da tenere in considerazione c’è il periodo che il soggetto sceglie per affrontare la lettura: leggere La peste durante una pandemia e leggerlo al di fuori crea delle condizioni differenti, così come possono influenzare i risultati finali le circostanze personali in cui si trova il lettore. La Biblioterapia non è una scienza esatta: bisogna tener conto del maggior numero possibile di fattori. La conclusione cui sono giunti gli esperti è che in condizioni di difficoltà come quelle pandemiche la lettura offre dei benefici concreti: ha la potenzialità di ridurre lo stress, di migliorare la qualità del sonno e di stimolare l’intelligenza emotiva.

Se negli Stati Uniti la fama della terapia con i libri non ha più bisogno di presentazioni ed è stata persino realizzata un’editoria[33] che pubblica solo libri a scopo biblioterapeutico, e se in Inghilterra e Spagna è in generale ampiamente diffusa, lo stesso non si può dire per l’Italia, dove il settore resta ancora elitario. Recenti ma rilevanti sono state le creazioni[34] del Centro ASPEN (Associazione per la Salute e per la Psicologia nell’Emergenza e nella Normalità) a Palermo nel 2002 e quella della Scuola italiana di Biblioterapia a Tivoli nel 2006, a cura della già citata dottoressa Mininno.

A Firenze esiste una libreria che ha intravisto e compreso le potenzialità della Biblioterapia e ne ha fatto il proprio marchio di fabbrica: si tratta della Piccola Farmacia Letteraria, sorta da un’idea della proprietaria Elena Molini. Nata nel 2019 da un’intuizione vincente di Elena, la Piccola Farmacia Letteraria rappresenta nella realtà contemporanea italiana uno dei modelli più seguiti di Biblioterapia e proprio l’aver strutturato la libreria intorno all’idea che i libri possono curare l’anima l’ha resa una delle librerie più famose al livello nazionale e non solo. Una squadra di libraie e psicologhe cataloga i libri secondo un criterio biblioterapeutico: leggono preventivamente i testi; individuano le emozioni, gli atteggiamenti, gli stati d’animo contenuti nelle pagine e cercano di raggruppare i libri che ne condividono alcuni, così da associare a ognuno un vero e proprio bugiardino personalizzato che contiene delle indicazioni come accade per un farmaco ordinario. Il bugiardino riporta indicazioni e consigli su come procedere nella lettura, ma anche dettagli sulla posologia ed eventuali effetti collaterali.

Una guida utile alla conoscenza della Biblioterapia per come è intesa nel mondo di oggi riguarda la suddivisione delle sue forme, suggerita da Arleen McCarthy Hynes[35], nelle macrocategorie di Biblioterapia clinica e Biblioterapia dello sviluppo, seguite dalla Biblioterapia cognitiva[36], dalla Biblioterapia affettiva[37] e da quella sviluppata sul cliente[38].

La Biblioterapia clinica, come suggerisce il termine, è quella utilizzata in campo medico e applicata a pazienti con problemi emozionali e/o comportamentali, organizzata in specifiche sessioni di psicoterapia. I libri sono prescritti in aggiunta a un piano terapeutico. Bisogna sottolineare che affermare che i libri rappresentano un farmaco per l’anima non equivale a dire che sostituiscano terapie farmacologiche tradizionali. I libri offrono un ulteriore supporto e possono aiutare a proseguire una terapia già iniziata, affrontandola con uno status mentale più positivo ed evitando effetti collaterali sulla mente.

La Biblioterapia dello sviluppo è, in genere, messa a punto da figure come insegnanti, assistenti sociali, bibliotecari, librai o all’interno del nucleo familiare per aiutare gli individui ad accrescere la propria autostima e per contribuire al loro benessere mentale. A differenza di quanto accade con la Biblioterapia clinica, qui non si cura la parte “malata” della persona, ma si stimola esclusivamente quella sana a fuoriuscire nella sua versione migliore.

La Biblioterapia cognitiva è una buona soluzione in casi di pazienti che hanno subito esperienze traumatiche, paure, ansie e che hanno sviluppato problemi comportamentali; per questo non è scorretto associarla alla Biblioterapia clinica. Spesso la si sceglie nel trattamento di pazienti in età infantile e adolescenziale.

La Biblioterapia affettiva permette di scavare nell’io e in ciò che ognuno reprime, tra pensieri ed emozioni mai esplorate. È paragonabile a un viaggio nella coscienza, con l’obiettivo di migliorarsi e abbandonare dolori e frustrazioni passate. La riduzione dell’ansia e dello stress dopo una lettura selezionata in maniera corretta è il segno che la Biblioterapia affettiva ha preso la giusta direzione e che l’attenta esplorazione dell’io interiore può essere una valida alternativa a metodi più drastici, come alcuni di quelli clinici che, quando non necessari, rappresentano solo un’ulteriore fonte di stress.

Infine, la Biblioterapia sviluppata sul cliente è interna ai libri stessi: scrittori, giornalisti, esperti che credono nel potere curativo dei testi scelgono di realizzarli promuovendo, appunto, gli effetti che i lettori potrebbero sperimentare leggendoli. In questo caso la figura dello scrittore e quella del biblioterapeuta si sovrappongono. Spesso i libri che appartengono a questa categoria si riconoscono dalla copertina accattivante e dai titoli composti da messaggi motivazionali, quasi pubblicitari, come i manuali che si propongono di spiegare come vivere meglio o come diventare persone di successo.

La Biblioterapia sviluppata sul cliente è di origine recente e non sempre viene associata al resto delle categorie perché basata essenzialmente sull’auto-aiuto; i lettori si lasciano influenzare dalle tecniche di persuasione degli scrittori e scelgono il volume che ritengono più adatto a sé, ma il risultato non è lo stesso di quando si è seguiti personalmente da biblioterapeuti professionisti.

Rilevanti ai fini dello sviluppo della Biblioterapia clinica sono stati gli studi[39] condotti dai ricercatori Gregory S. Berns, Kristina Blaine, Michael J. Prietula e Brandon E. Pye dell’Università di Emory, di Atlanta, nel 2013. L’obiettivo della ricerca era quello di dimostrare che la lettura induce delle trasformazioni biologiche e che tali trasformazioni sono permanenti. Per dimostrarlo sono stati selezionati ventuno studenti universitari, ai quali è stato richiesto di leggere il romanzo di genere thriller-storico Pompei[40] di Robert Harris, ambientato nel 79 d. C., l’anno della famosa eruzione del Vesuvio che colpì Pompei, Ercolano e Stabia. È stata utilizzata la tecnologia della fMRI (risonanza magnetica funzionale per immagini) sui pazienti in tre volte: la prima per 19 giorni consecutivi durante la prima lettura del romanzo; la seconda per altri 9 giorni successivi ai precedenti 19, durante la lettura di passaggi specifici e selezionati del testo; la terza prevista 5 giorni dopo la fine della lettura.

Le tre fasi della risonanza sono state messe a confronto ed è stato rilevato un aumento della connettività nelle aree del cervello coinvolte nella creazione delle rappresentazioni sensoriali delle sensazioni fisiche e nel sistema di movimento e nell’area collegata alla comprensione del linguaggio. L’evidenza scientifica dei risultati della fMRI di questo studio rappresenta un’ulteriore prova dell’efficacia scientifica della Biblioterapia clinica e dimostra che la fase di identificazione del lettore con i personaggi della storia che sta leggendo non è retorica o astratta, ma lascia un segno nell’attivazione delle aree cerebrali appena nominate. Alla luce di questi studi e di queste ricerche, la speranza è quella di sensibilizzare la comunità dei lettori, ma non solo, sul tema della Biblioterapia e di incentivarne altri, perché il benessere dell’anima non è meno importante di quello fisico.

  1. Si pubblica un estratto della tesi di Laurea magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Biblioterapia: la lettura come cura per l’anima, discussa presso la Sapienza Università di Roma nella sessione autunnale dell’Anno Accademico 2020/2021: relatrice la Prof.ssa Maria Panetta e correlatore il Prof. Giulio Perrone.
  2. M. Dalla Valle, Esiste davvero la Biblioterapia, in «Biblioteche oggi», ottobre 2014, p. 44.
  3. M. Altunbay, Using literature in Bibliotherapy: biography sampling, in «Journal of Education and Training Studies», vol. 6, n. 11, novembre 2018, p. 204.
  4. Cfr. A. Vance, Elon Musk. Tesla, SpaceX e la sfida per un futuro fantastico, Milano, Hoepli Editore, 2017.
  5. Ivi, p. 202.
  6. C. Mino, Biblioterapia, quali strategie?, in «Biblioteche oggi», luglio 2009, p. 52.
  7. F. Chiappi, La libroterapia. Intervista a Rachele Bindi, in «Fondazione psicologi», luglio 2017, p. 2.
  8. J. Miller, Medicines of the soul: reparative reading and the history of Bibliotherapy, in «Mosaic: an interdisciplinary critical journal», vol. 51, n. 2, giugno 2018, p. 20.
  9. G. Castagnolo, M. Bifulco, M. R. Bacchini, G. Muccione, R. Romagnuolo, LIBERaMente, in «Biblioteche oggi», aprile 2020, p. 43.
  10. M. Altunbay, Using literature in Bibliotherapy: biography sampling, op. cit., p. 202.
  11. M. C. Hannigan, The librarian in Bibliotherapy: pharmacist or bibliotherapist?, in «Library trends», vol. 11, n. 2, 1962, pp. 184-98.
  12. M. Floch, Correctional Treatment and the Library, in «Wilson Library Bulletin», n. 26, 1952, p. 454.
  13. Ibidem.
  14. Ibidem.
  15. M. Dalla Valle, Viaggio attraverso i primi cent’anni della Biblioterapia, in «Biblioteche oggi», ottobre 2016, p. 58.
  16. J. Miller, Medicines of the soul: reparative reading and the history of Bibliotherapy, op. cit., p. 21.
  17. Ibidem.
  18. F. Chiappi, La libroterapia. Intervista a Rachele Bindi, op. cit., p. 3.
  19. M. C. Hannigan, The librarian in Bibliotherapy: pharmacist or bibliotherapist?, op. cit., p. 189.
  20. Ivi, p. 190.
  21. M. Dalla Valle, Viaggio attraverso i primi cent’anni della Biblioterapia, op. cit., p. 58.
  22. L. A. Gottschalk, Bibliotherapy as an adjuvant in Psychotherapy, in «U.S. Public Health Service», 1948, pp. 633-34.
  23. Ibidem.
  24. C. Mino, Biblioterapia, quali strategie?, op. cit., pp. 52-23.
  25. M. Dalla Valle, Esiste davvero la Biblioterapia?, op. cit., pp. 43-44.
  26. D. De Vries, Z. Brennan, M. Lankin, R. Morse, B. Rix, T. Beck, Healing with books. A literature review of Bibliotherapy used with children and youth who have experienced trauma, in «Therapeutic Recreation Journal», vol. LI, n. 1, 2017, p. 52.
  27. M. Dalla Valle, Esiste davvero la Biblioterapia?, op. cit., p. 43.
  28. AIE, CEPELL, La lettura e i consumi culturali nell’anno dell’emergenza; cfr. il sito www.cepell.it alla URL: https://www.librari.beniculturali.it/it/notizie/notizia/La-lettura-e-i-consumi-culturali-nellanno-dellemergenza/ (ultima consultazione: 26 dicembre 2021).
  29. R. Mininno, Introduzione alla Biblioterapia; cfr. il sito www.biblioterapia.it alla URL: http://www.biblioterapia.it/intro_biblioterapia.html (ultima consultazione: 26 dicembre 2021).
  30. E. Stip, L. Östlundh, K. Abdel Aziz, Bibliotherapy: reading OVID during COVID, in «Frontiers in psychiatry», vol. 11, dicembre 2020, pp. 1-8.
  31. Cfr. A. Camus, La peste, Paris, Gallimard, 1947.
  32. Ibidem.
  33. M. Dalla Valle, Viaggio attraverso i primi cent’anni della Biblioterapia, op. cit., p. 57.
  34. A. Curatola, P. Surace, Libroterapia e dislessia: oltre la valenza compensativa dell’ebook, in «Giornale Italiano della Ricerca Educativa», vol. 10, n. 18, giugno 2017, p. 202.
  35. M. Dalla Valle, Esiste davvero la Biblioterapia?, op. cit., p. 44.
  36. D. De Vries, Z. Brennan, M. Lankin, R. Morse, B. Rix, T. Beck, Healing with books. A literature review of Bibliotherapy used with children and youth who have experienced trauma, op. cit., pp. 53-55.
  37. Ibidem.
  38. Ibidem.
  39. Ibidem.
  40. Cfr. R. Harris, Pompei, Milano, Mondadori, 2003.

(fasc. 42, 31 dicembre 2021)