De Lollis “homo europeus” e soldato
La Grande Guerra è stata l’evento che, più di ogni altro, ha marcato la coscienza della modernità con un impatto senza precedenti nell’animo degli uomini che vi parteciparono. Dalla morte come dimensione collettiva e dal combattimento di massa si originò un immaginario comune destinato a durare a lungo e tra i cui esiti ci fu un capillare ampliamento del senso di alienazione e reificazione. L’elemento centrale di quell’interessante esempio di diarismo di guerra che è il Taccuino di Guerra di Cesare De Lollis è l’uomo, con le sue paure, le sue ansie e la sua inadeguatezza di fronte a un evento di straordinaria portata come il primo conflitto mondiale.
Come molti altri intellettuali provenienti dalla provincia italiana, Cesare De Lollis sviluppò la propria carriera non all’interno del proprio territorio d’origine, ma nei grandi centri metropolitani, dove il dibattito culturale era più vivace e dove c’era maggiore possibilità di diffondere quanto si produceva. Per una puntuale ricognizione e un approfondimento degli elementi ambientali e geografici narrati nelle continue dislocazioni dell’autore soldato, è utile ricordare l’erranza che ha accompagnato la sua vita e la sua formazione culturale.
Completati gli studi presso l’Istituto Superiore di Firenze e poi presso l’Università di Napoli, seguì i corsi di perfezionamento a Roma alla scuola di Ernesto Monaci, poi all’école des Hautes études e all’école des Charles di Parigi. Negli anni giovanili, quando per i nostri studiosi uscire dall’Italia era ancora cosa tutt’altro che comune, il filologo compì importanti missioni scientifiche in Francia e in Spagna per conto della Reale Commissione Colombiana, incaricata dal Ministero della Pubblica Istruzione di provvedere alle solenni celebrazioni del quarto centenario della scoperta dell’America. Dall’agosto al dicembre 1889 egli svolse un intenso lavoro di ricerca nella Biblioteca Nazionale di Parigi e negli archivi di Madrid, Barcellona, Burgos, Escorial, Saragozza, Siviglia, Toledo e Valladolid, trascrivendo e riproducendo con cura documenti colombiani. Proseguendo nei suoi itinerari culturali, il nostro autore frequentò a più riprese la Germania, l’Austria, la Svizzera, l’Olanda, il Belgio, l’Inghilterra e la Scozia.
De Lollis incarna perfettamente la figura dello scrittore-viaggiatore cosmopolita per via della molteplicità delle sue esperienze, per la varietà delle sue delocalizzazioni e per l’ampiezza dei suoi interessi. La sua apertura internazionale non modificò, tuttavia, la profonda attenzione che i suoi studi avevano nei confronti di alcune aree italiane cui era legato da particolare affetto. Sia in Reisebilder che in Taccuino di Guerra li ha indagati costruendo un’empatia con i luoghi, affrontandone le caratteristiche ambientali e umane, ponendosi come curioso e acuto osservatore di usi, costumi e lingua.
Al riguardo Croce ha affermato:
L’abruzzese che porta sempre nel cuore il suo paese e la sua gente e ne intende gli affetti e le virtù e ne vede con occhio critico, ma con sentimento pio, le divergenze dal suo ideale; il filologo che investiga la storia delle forme e dei vocaboli… e, sopra tutto ciò, l’uomo buono, che sa piuttosto ridere di largo e limpido riso che satireggiare, ed è, nella rigidezza dei vagheggiati atteggiamenti, tenero di cuore[1].
Paesaggio e umanità nel Taccuino di guerra
Il Taccuino apparve in un’edizione incompleta e dal testo non del tutto certo in Cesare de Lollis a scuola e nella trincea – il suo taccuino di guerra (Carabba, Lanciano, 1941) a cura di Alberto Scarselli e con prefazione di Giovanni Gentile. Al riguardo, Massimo Colesanti ha affermato che il «manoscritto presentava veramente molte difficoltà, e la grafia minuta e sbiadita si prestava in più punti a diverse interpretazioni: io debbo ad un’attenta lettura del testo, ed a ricerche accurate se pubblico ora l’opera per intero, per quanto è stato possibile»[2].
A quella edizione seguì Taccuino di guerra (Firenze, Sansoni, 1955) a cura dello stesso Colesanti, poi ristampata nel 1973 per Teate Edizioni (Chieti) in occasione della dedica a De Lollis del Labaro Sociale dell’Associazione Nazionale Volontari di Guerra. Ne seguì nel 1969 un’edizione a cura di Umberto Russo dal titolo Cesare de Lollis, dal taccuino di guerra ai Reisebilder[3].
La vicenda autobiografica raccontata nel Taccuino va dall’aprile del 1916 al 29 agosto del 1918, periodo che il filologo trascorse quasi interamente al fronte. De Lollis si arruolò volontario poco dopo l’ingresso in guerra dell’Italia, il 29 luglio 1915. In un primo momento fu assegnato ai territoriali, ma poi egli stesso chiese di essere inviato in una zona d’operazioni. Giunse al fronte il 7 aprile 1916, a cinquantatré anni, e dimostrò un tale valore in trincea da essere promosso a capitano per merito di guerra, con conferimento di medaglia al Valor Militare. In questi passi si evince il temperamento con cui il filologo affronta l’esperienza bellica:
Io: Come sto bene! Non importa che non abbia due medaglie! Né mia moglie in un ospedaletto![4]
Viene a vedermi Manacorda del 25° corpo di Armata 3° Armata. Come sta? Male, male ma non importa, vivo d’aria. Un caffè? Grazie, vivo d’aria? Se muoio… speriamo di no. Sarebbe un delitto una tale speranza![5]
Angelo De Luca definì i suoi scritti «Lo specchio della sua anima, il riflesso del suo spirito impaziente, esuberante e buono»[6]. Il suo animo ricco di pietas era a tal punto noto che uno dei suoi commilitoni gli chiese di intercedere per evitargli la fucilazione:
Mi hanno fatto lasciare le armi al ponte di concentramento e ora chi sa che cosa si deciderà di me. Mi raccomando a lei, non per la morte ma per il disonore, che mi cadrebbe innocentemente, sulla mia persona.
Sperando nella sua bontà che farà per me più di quello che può la riverisco e le bacio le mani.
Suo servo
Soldato Rea Cesare[7].
Si veda anche come egli appaia addolorato dinanzi alla morte non solo dei soldati, sia italiani che stranieri, ma anche di piccoli animali, laddove la compassione prende la forma della parola, spesso ripetuta, di “povero”:
Il cap. med. Mioni e il tenente d’artiglieria da montagna Reverdito fanno strage degli scoiattoli che vengono a cercare briciole davanti all’ospedale[8].
I soldati dell’angolo morto sulla grande Dolomitenstrasse hanno di nuovo in gabbia un uccellino di nido, agonizzante. Mie riflessioni. E un soldato “me lo sarei magnato, io!”[9].
Abbattuto (mazza di ferro) il povero mulo (1936) che ieri presso Cernadoi ebbe una gamba spezzata da una scheggia di granata. Mangiava tranquillamente tous le temps![10].
Su quel mucchio vengono a beccare, a due passi da me che prendo sole, e del portaferiti, capineri e altri minuscoli uccelli.
Oh un capinero! Come vicino!
Mio elogio degli uccelli.
Il portaferiti, della Sabina: “Mo’ ci tiro ’na bastonata”!!![11].
Hanno ammazzato a pallottole di neve il mio povero scoiattolo. Il Dr Germano deplora di non averlo schioppettato[12].
Forse il tutto motivato dal funerale popoloso del povero sottotenente Pietro Bianchi del 45 ferito di fucile alla testa al Monucolo. Prina l’aveva previsto[13].
Il povero nero micino di casa. Gira, gira, s’arrampica; lui agile; ma non vuole entrare[14].
Arrivando ad Andraz ho risentito l’idillio, Le prime rondini, e qualche vaccarella, e i larici in nove verdi, e un ciliegio, un povero ciliegio, del resto[15].
Scendo a Lanciano. Sepolta dalla nave, come son tristi i poveri liceali…[16]
All’indomani della morte dell’autore, Mario Praz, commemorandolo, trovava nei suoi scritti narrativi «tutta la sua anima di solitario umanista bizzarro, umanista sì, ma profondamente umano» e, a proposito dello stile, scriveva che la sua fantasia, sebbene densa di dottrina, non si adagiava in classiche forme, ma preferiva appunto quella di appunti.
La natura e la Guerra
De Lollis nel Taccuino osservava la realtà della guerra rappresentandola sia tramite impressioni di paesaggi che attraverso annotazioni e riflessioni sulla natura umana. Le pagine del Taccuino, scarne e disadorne, sono un preludio ai motivi presenti delle pagine fresche e vive, ma anche elaborate e meditate di Reisebilder, scritte dopo la guerra. La geografia cui attinge il nostro autore nella sua narrazione è una forza attiva, concreta, che lascia tracce profonde nel suo racconto.
Dionisotti, nella sua Storia e geografia della letteratura italiana, fa riferimento alle «condizioni che nello spazio e nel tempo stringono ed esaltano la vita degli uomini»[17]. E proprio alla vita degli uomini in ogni loro aspetto, come parte integrante del paesaggio, della natura e dell’ambiente, De Lollis dedica la stessa attenzione che usa verso ogni altra descrizione.
In tali riferimenti la «componente umana» dell’ambiente che lo circonda è sempre integrata da un’affettività che comprende anche dichiarazioni di sue personali simpatie o antipatie:
Un piccolo cimitero (il reticolato impedisce che la terra copra le povere croci) e croci sparse, it.ne e austriache. Qua un fiore, là un’immagine di santo. Le galerie. Il cratere. Caetani antipatico[18].
Mi ha chiamato attraverso le barche e le barchette a nome, con la sua simpatica impulsività[19].
Il d. Petrosino mi ha mostrato il povero soldato Caputo, con la ferita lombare di fucile, che se la faceva addosso. Che lamento discreto dinanzi alla propria miseria![20]
Serata bellissima al Comando del 52 col. De Maria., Aiut. maggiore Anderson, Pilella, Mioni, Avv Sabatini, Boccherini, Beethoven, fatti oggetto d’infinite tenerezze[21].
Asor Rosa riteneva indispensabile l’apporto di un approccio metodologico non solo diacronico ma anche geografico, al fine di ricostruire il meccanismo causale dell’appartenenza dell’individuo, così come delle narrazioni, a determinati luoghi. Nel raccontare queste distinzioni e definizioni di spazio, osserviamo che l’attenzione del nostro autore si orienta verso la narrazione della sua vicenda in trincea, utilizzando uno sguardo obliquo sulle cose, alla ricerca di faglie nella comunicazione, afasie, disturbi linguistici, tachigrafia legata alle sigle che si usavano in guerra, utilizzo di elementi dialettali, latino e lingue straniere come il tedesco, l’inglese e il francese: «he looks very english»[22], «wann ist der Ballon gefunden worden? Am… um… von…»[23], «Mo’ ci tiro ’na bastonata!!!»[24], «Le chiricus d’un verde unico»[25], «Il ta-pum ha gettatto giù la cimarella di un albero»[26], «Tout ca pour rien!»[27], «Minxit coram populo»[28], «Sp. Ha torto. Ma S.E. col lapis annotò alla rel.ne di Sp.4 aprile “ciò perché i regg.to è rimasto in linea”»[29] etc.
La prosa scarna ma efficace, frutto di quella equazione di poesia e lingua derivata dalla sua formazione di neolatinista e dalle sue competenze di dialettologo, è unita a una ricerca spaziale che si fa verifica della possibilità, per la scrittura, di virare da una fase narrativa verso una di minuta ricerca spaziale, rappresentando la natura attraverso gli ambienti e gli interventi dell’uomo in guerra, con cui l’ambiente si interseca e che ne riesce a volte deturpato a volte arricchito di strana bellezza, come nei passi che seguono:
Luna, nebbia razzi, bombe a mano, fiammelle di fuoco (folletto, folletto). Alba![30]
Le cannonate. Quante voci. Il rutto profondo. Anche granata (?) che par cercare le fibre della terra come di una preda atterrata[31].
Trincee nostre improvvisate entro i corsi d’acqua. Proiettili ammucchiati. Stracci. Cadaveri. Qualcuno puzza[32].
Stasera dev’esser fucilato il cap.m.re del 19* Btg. D’assalto a Pontegrandi. Necessario ma doloroso. Dopo un temporale, è venuta fuori la luna. Ranocchi e usignoli[33].
La roccia è minacciosa[34].
Nel narrare la geografia, gli spazi e i luoghi, De Lollis ha la cura, come afferma il Croce, «dell’artista che pone sapientemente i colori e dipinge con delicatezza» e affettuosamente condivide con il lettore le impressioni e le emozioni suscitate dall’osservazione o dal ricordo della terra natìa, come farà poi ampiamente in Reisebilder, nel ricco epistolario e in alcune sue opere di più vasto impegno.
Sin nelle prime pagine, il nostro autore rappresenta con velata malinconia scarne immagini di paesaggi:
Cavallin di là da Motta di Livenza. Divino paese! Divino tramonto! 6 ore a cavallo. Buona, nitida stanza. Per tutta la vita lì! Case sparse tra il verde, parrocchia alberata, siepata col solito campanile alla veneta. Gelsi, gelsi, passeri, passeri, passeri[35].
Il padre gli ha scritto che c’è state delle brinate. Addio ai grandi occhioni delle viti[36].
La fettuccia della Dolomitenstrasse fino a… si. Superba vista. Prati verdi. E poi il gruppo Sella ecc… Il Sasso di Stria vi sfigura[37].
Nel Taccuino, l’orizzonte dell’esperienza è sospeso tra la paura e la noia, tra l’angoscia e la quiete, tra lo scatto e lo stallo che inducono l’autore a interrompere la rappresentazione dell’esterno e a confessare scoramento interiore:
Male ai piedi, male ai denti, male au fond du coeur mi sento inutile io che ho sempre fatto le prime parti[38].
Non so che fare di me[39] […].
Penso che se morissi non avrei che quattro amici all’accompagno. E di ciò son lieto e fiero[40].
Le delocalizzazioni tra le diverse zone di guerra, le veglie, le attese interminabili, le marce, le esplorazioni sono, nel nostro, occasioni per accostarsi e indagare l’altro:
Viaggio disastroso da Farra a Udine. Il conducente del 92 non conosceva la strada. Malsicuro n’era l’automobilista che mi rilevò, e, partito il treno, mi lasciò in mezzo alla strada. Su un paracarri. Di lì su una carretta di artiglieria a S. Giovanni di Marzano. Lì acciuffò un merci in moto, che mi lascia a più di un km dalla stazione, dove arrivo colla cassetta a mano[41].
In questo approccio alla narrazione emerge un concetto di area geografica intesa anche come produttrice di forme di pensiero e di azione. All’interno di questo contenitore germinano sia il senso del disincanto che la ricerca di una dimensione vitalistica. La Grande Guerra marca la linea di separazione tra realtà storico-geografica e mitografia, che viene qui varcata definitivamente al punto che:
L’attuale guerra di trincea è, come la sentii definire un giorno, ‘così maledettamente impersonale’ che l’individuo ben raramente ha il privilegio di dare uno sfogo fisico alla sua rabbia… Non si possono odiare, almeno non odiare con soddisfazione, nemici che non si vedono, cannoni che bombardano da miglia a miglia di distanza[42].
Questi aspetti derivano dal fatto che l’orizzonte della guerra moderna:
cancella definitivamente qualsiasi residuo romantico, legato all’idea del duello a viso aperto, consegnando i combattenti, prima ancora di farli morire, alla percezione dell’invisibilità del nemico poiché celato allo sguardo dalle trincee; alla condizione di formiche, obbligate a strisciare sulla terra, a condividerne il fango e ad adattarsi alla sua mutevole morfologia, seguendo i tracciati interminabili delle trincee[43].
Presentatala come una catarsi, De Lollis nelle sue annotazioni mette a nudo le banalità e le volgarità della guerra e sottolinea le condizioni antieroiche di esseri umani sempre più spesso rassegnati a un presente di dolore e dubbi:
Il gen. mi propone come propagandista del corpo d’Armata (XXIII). Mia esitazione[44].
Che notte melanconica! Un cavallo sotto, nitrisce; e il suo nitrito par urlo di belva. Che tutta la natura cambi?[45]
Il pensiero della vecchiaia mi ha attraversato la mente. L’ho vista passare come un ladro che fugga con la refurtiva. Che giorni! Che ore![46]
Una condizione dell’essere che, ben lontana dall’eroismo, deriva dal non poter incidere in alcun modo né sulle grandi scelte né sulla propria quotidianità. Questo genera quel senso di estraneità, di alienazione e di mancanza di comprensione che viene evidenziato nei brani seguenti:
A Treviso, a notte alta, vado al Com.do Supremo, seguito da un facchino. Non mi san dire nulla del mio comando. Un capitano di Servizio non ne sa nulla. Fame e freddo[47].
Tutte le donne in nero, e piangenti. Perché? Chiedo a un gruppo. Niente[48].
Nevica. Ho molto freddo ai piedi. La noia è tremenda[49].
A questo proposito Junger affermava che
In guerra, quando gli obici pesanti fischiano veloci verso i nostri corni, noi sentiamo che nessun livello di intelligenza, capacità, o coraggio, potrebbe permetterci di schivarli neppure di un millimetro. Man mano la minaccia s’avvicina, l’atroce senso della nostra impotenza ci schiaccia[50].
Il nostro autore propugna nel Taccuino uno stile lessicalmente in sintonia con l’integrità dei luoghi visitati. Pur avendo bisogno di un «vasto spazio storico in cui muoversi, così come la sua esuberante natura lo portava a viaggiare e camminare (e di lì han preso occasione i suoi Reisebilder)»[51], egli, a una dimensione temporale dell’esperienza, scandita dalle date del suo taccuino, affianca una dimensione spaziale-geografica al riguardo della quale l’analisi dello spazio letterario prende la forma di una geografia ambientale ma anche sociale, che palesa «la natura ortgebunden, legata-al-luogo, della letteratura e, con essa, la logica interna della narrazione: lo spazio semiotico, di intreccio, intorno al quale essa si auto-organizza»[52]. Lo spazio geografico riservato all’esperienza letteraria e la presenza fisica del luogo, «quell’oggetto geografico prodotto dalla strutturazione soggettiva dello spazio, che definisce il territorio del quotidiano, o meglio ancora uno spazio vissuto»[53], intrecciano nel Taccuino la geografia personale di un racconto dove indagare i segnali che costituiscono quelle che potremmo definire «basi territoriali della soggettività umana»[54], come si evince dai brani che seguono:
Alle 14 ½ andammo con Don Pio a S.ta Fosca. Che prati, che fiori che monti. Tornati imbarcati colla carovana. Ma le caracche (springgranate) eran cadute nei pressi dell’Ospedaletto, durante la nostra assenza[55].
Toristennacht. Luna. Rumor d’acqua. Mi pare d’essere un turista, d’altri tempi. Le vecchie case di legno, stile Aschan, completano l’illusione[56].
Il novo verde dei larici, tra gli abeti neri. Il gran rumore delle acque[57].
Vanno aggiunte anche notazioni in cui è palesemente presente il nucleo di Reisebilder, come quella del 5 giugno 1917: «Ispezione… splendida luna, profili di monti brulli, rio d’argento»[58].
I personaggi nel Taccuino sono coinvolti in contesti quotidiani a volte privi di episodi di grande rilevanza, ma pregni di una loro sottile tragicità; l’esistenza è percepita come gioia fragile e sfuggente, quasi eterodiretta, permanentemente sospesa tra rozzezza e naturalità.
Ciò che era stato osservazione frammentaria, anche se acuta, di particolari si evolve spesso in una serrata analisi dei dettagli che parte dal presupposto che «l’arte è tutta nei particolari», dedicando quindi attenzione alla geografia di piccoli luoghi, centri abitati, natura, elementi idrogeografici; e utilizzando quella «compostezza e misura d’immaginazione e di espressione»[59] che è cifra del suo stile, accompagnato frequentemente da punteggiatura esclamativa come a indicare la meraviglia che prova nell’ammirare certi luoghi («Le altre siepi del Trevigliano!»[60], «Motta di Livenza! Divino paese!»[61], «Il Colosseo dietro le povere siepi, lui così grandioso!»[62]).
Indagando consonanze nelle linee narrative di De Lollis che privilegino i luoghi geografici dove si è svolta la sua esperienza di soldato, è utile affrontare una ricognizione, all’interno della narrazione del Taccuino, dello sviluppo del suo sguardo nello spazio che reca un’affezione di fondo dell’autore, come si evince dal brano che segue:
Nebbia, nebbia. Frotte di Passeri sulle siepi; qualche fischio di stornello pertugia la nebbia. Le foglie cadono, gialle, a una ad una, con un piccolo rumore di stacco, e volteggiano nell’aria. Sono anime. Mai sentita, capita finora la similitudine dantesca[63].
Arte e ambiente nel diarismo bellico
Dal nuovo paesaggismo di Constable e di Turner, da Poe a Melville, da Baudelaire a Rimbaud fino a Nietzsche e Rilke c’è una ricerca sul modo di pensare lo spazio e l’urgenza di altre e nuove visioni di esso. Nel nostro autore abbiamo una certa rappresentazione dell’intervento della storia nella geografia, unito a un’affezione dello spazio che è evidente nei passi che seguono: «Questi giorni son nebbiosi, lunghi tristi. Non so che fare di per me»[64]; «E sfilan sulla neve, di nuovo, per Orsogna. […] Che schiavi!»[65].
Di qui si osserva come un forte nucleo spaziale affiori alla superficie del guardare e come l’osservazione degli spazi rechi con sé il gusto della prosa del quotidiano. Nelle diverse parti del Taccuino, grande importanza è data alla soglia di intensità che viene scelta per narrare, e la realtà appare filtrata da un occhio apparentemente distaccato ma attento alle disarmonie della quotidianità. Le sospensioni frammentano la veduta e annunciano lo sguardo che passa, il tono affettivo nel guardare e la profondità di campo.
De Lollis fu uno studioso del Goethe e, per lui, alla regola impersonale delle descrizioni dello scrittore di Francoforte in cui “qui si vede questo” si oppone la regola del “qui qualcuno sta vedendo qualcosa”. Goethe, nel primo paesaggio italiano sul quale si sofferma nel suo Viaggio in Italia, ci offre una descrizione che è un adattamento letterario del paesaggismo pittorico:
Da Bolzano a Trento si prosegue per nove miglia in una valle fertile e sempre più fertile. […]. Ora il corso dell’Adige si fa più lento, formando in vari punti un greto molto largo. La campagna lungo il fiume e su per i colli è così fitta e intrecciata di piante da far pensare che si soffochino a vicenda: spalliere di viti, mais, gelsi, meli, peri, cotogni e noci. Al di sopra del muro affiora il rigoglioso sambuco; in solidi fusti l’edera sale su per le rocce e le ricopre largamente; la lucertola guizza nelle fenditure, e tutto ciò che si muove di qua e di là riporta alla mente le più care immagini dell’arte[66].
Queste immagini di Goethe sono figlie della regola secondo cui “qui si vede questo”, con un criterio non soggettivo ma basato su un vecchio assioma: “Tutta la natura non è che arte”. Non esiste nella geografia delollisiana il totale, non c’è una verticalità come segno di livelli e dimensioni assolute dello spazio: verticalità e orizzontalità sono solo rapidamente accennate e spesso lasciate indefinite. Il nostro autore non condivide questa visione del paesaggio di Goethe e ad essa oppone il concetto di “affezione” nello spazio e quello di piazzamento relativo, che danno l’intensità nella brevità della rappresentazione.
È utile confrontare, a questo proposito, la rappresentazione narrativa del paesaggio operata da De Lollis con gli studi delle vedute paesaggistiche di Benjamin, in particolar modo nelle pagine autobiografiche colme di ricordi e descrizioni intrise di affezione risalenti alla prima metà degli anni Trenta, parzialmente pubblicate nella «Frankfurter Zeitung» e poi edite in Italia con il titolo di Infanzia berlinese[67], che costituiscono, assieme alle Immagini di città[68], «il momento più alto di una meditazione lirica, di una recherche legata insieme dal filo d’oro del ricordo, le cui immagini terse e insieme sfuggenti si costruiscono come tessere musicali di una grande parabola del tempo»[69]. Una descrizione dei luoghi in cui ha un ruolo importante una memoria che, come nel filologo, non trasfigura o rievoca in modo favoloso (l’interesse per il pittorico emerge anche in descrizioni come Una vecchia alla Rembrandt[70]), ma si accosta alle emozioni di un bambino che va a scoprirla, ritrovandone i luoghi e i significati.
Il filologo si incantava «davanti ai monti ed ai paesaggi, quasi s’inteneriva di fronte agli alberi […]. Si commuoveva al canto del primo usignolo dietro una siepe e davanti “alle foglie che cadono gialle ad una ad una e volteggiano nell’aria”»[71]. Visioni mediate dalle sue esperienze culturali e dai suoi viaggi oltre l’Italia, insieme con la profonda influenza che, nelle parole di Neri, ebbe in lui la letteratura di viaggio dei fratelli Goncourt e quella francese in genere: «La letteratura francese che gli stava dinanzi aveva le sue radici ed i suoi rami, era qualcosa di vivo in tutta la sua storia non terminata; quand’egli parlava di Flaubert, pensava a Rabelais e a Montaigne, non meno che ai Goncourt»[72].
Così come De Lollis include i luoghi della guerra all’interno del campo di ricostruzione del proprio vissuto, così Benjamin, nelle parole di Ferruccio Masini, li racconta in una maniera in cui «le cose possono sprigionare quei profumi tenaci, quegli indovinamenti trasognati e casti che costellano il cielo dell’infanzia, l’odissea inenarrabile delle sue emozioni e percezioni segrete»[73]. La stessa malìa coglie il filologo nei seguenti passi:
Tra il Panettone e il cappello di Nap.ne il vallone della morte. Un piccolo cimitero (il reticolato impedisce che la terra copra le povere croci) e croci sparse, it.ne e austriache. Qua un fiore, là un’immagine di santo. Le galerie. Il cratere[74].
Chiarore delle faci degli esploranti. Prendo posto. Primo spettacolo: due muli sepolti fino alla testa sotto la baracca del 1° posto, che facea da magazzino. Loro dimenìo. Gli scavi. Il mio reparto salva 3 uomini. Uno sentito, per miracolo, gemere proprio sotto la mulattiera. Che voce lontana! [Altra voce lontano lontano… chi sarà stato?] Neve e vento. Pochi lumi[75].
Sera. Mina (austriaca) del Langazuoi. Polvere in bocca e sulle visiere. Nebbia su tutta la valle[76].
Il vagabondaggio di Benjamin nel paesaggio lo porta a identificare il familiare anche attraverso la selva di mutazioni di soggetto e oggetto portate dall’avvento dell’industrializzazione. Lo stesso avviene in De Lollis, nei confronti dei suoi ricordi di infanzia, al confronto con quello del suo presente nel taccuino. Questo non toglie al nostro autore una grande lucidità nella rappresentazione del paesaggio e dei suoi mutamenti, come nei passi seguenti:
Splendida luna, profili di monti brulli, rio d’argento. Molto osservato nei vari posti[77].
Luna, fin presso al ridottino. Poi, principio di temporale. Il cielo abbassato come un coperchio sulla terra. Tenebre. Al ritorno mi dolevan gli occhi, e vedevo macchie bianche[78].
Un ponderato esame delle note odeporiche delollisiane verifica la ricorrenza di diverse epifanie di paesaggio in tutto lo svolgersi della sua esperienza al fronte. Il De Lollis uomo, in un cammino alla ricerca del tempo perduto e dello stato d’innocenza, si abbandona volentieri e con nostalgia ai «dolci ricordi» dell’infanzia. In mezzo alla natura e alle “creature vive” egli scopre quel divino intriso di senso panico della natura di cui sarà vivido descrittore in Reisebilder.
Questo intreccio di temi descrittivi e meditativi, di osservazioni esterne e di riflessioni ci dà la forma peculiare del Taccuino, nato «da impressioni immediate e riproducenti nel loro complesso una esperienza viva, filtrata tuttavia da un’assidua meditazione e permeata da un intento letterario»[79].
- B. Croce, Prefazione a C. De Lollis, Reisebilder e altri scritti, Bari, Laterza, 1929, p. VI. ↑
- M. Colesanti, Prefazione a C. De Lollis, Taccuino di Guerra, Chieti, Edizioni Teate, 1973. ↑
- Il testo è all’interno di «Abruzzo. Rivista dell’Istituto di Studi Abruzzesi», n. 1-3, 1969. ↑
- C. De Lollis, Taccuino di Guerra, op. cit., p. 53. ↑
- Ibidem. ↑
- A. De Luca, Cesare De Lollis (1963-1928), in «Abruzzo. Rivista dell’Istituto di Studi Abruzzesi», n. 4, 1964. ↑
- C. De Lollis, Taccuino di Guerra, op. cit., p. 60. ↑
- Ivi, p. 25. ↑
- Ivi, p. 26. ↑
- Ibidem. ↑
- Ivi, p. 20. ↑
- Ivi, p. 37. ↑
- Ivi, p. 33. ↑
- Ivi, p. 68. ↑
- Ivi, p. 23. ↑
- Ivi, p. 82. ↑
- A. Asor Rosa, Letteratura italiana. Storia e geografia, Vol. III, L’età contemporanea, Torino, Einaudi, 1989, p. 6. ↑
- Ivi, p. 30. ↑
- Ivi, p. 89. ↑
- Ivi, p. 25. ↑
- Ivi, p. 34. ↑
- Ivi, p. 93. ↑
- Ivi, p. 28. ↑
- Ivi, p. 20. ↑
- Ivi, p. 24. ↑
- Ivi, p. 40. ↑
- Ivi, p. 52. ↑
- Ivi, p. 83. ↑
- Ivi, p. 89. ↑
- C. De Lollis, Taccuino di Guerra, op. cit., p. 22. ↑
- Ivi, p. 20. ↑
- Ivi, p. 96. ↑
- Ivi, p. 90. ↑
- Ivi, p. 40. ↑
- Ivi, p. 61. ↑
- Ivi, p. 19. ↑
- Ivi, p. 30. ↑
- Ivi, p. 77. ↑
- Ivi, p. 80. ↑
- Ivi, p. 101. ↑
- Ivi, p. 57. ↑
- C. L. Nichols, War and Civil Neurosis – a Comparison, in «Long Island Medical Journal», XIII (1919), p. 259, come tradotto in E. J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella Prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 18. ↑
- C. Vercelli, L’alienazione colpisce in trincea, in «Il Manifesto», 8 aprile 2014. ↑
- C. De Lollis, Taccuino di Guerra, op. cit., p. 84. ↑
- Ivi, p. 93. ↑
- Ivi, p. 97. ↑
- Ivi, p. 58. ↑
- Ivi, p. 61. ↑
- Ivi, p. 77. ↑
- E. J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella Prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 205. ↑
- V. Santoli, Coerenza e novità di De Lollis storico, in «Abruzzo. Rivista dell’Istituto di Studi Abruzzesi», n. 4, 1964, p. 68. ↑
- F. Moretti, Atlante del romanzo europeo 1800-1900, Torino, Einaudi, 1997, p. 7. ↑
- F. Lando, Premessa. Geografia e letteratura: immagine e immaginazione, in Fatto e finzione. Geografia e letteratura, a cura di F. Lando, Milano, Etaslibri, 1993, p. 1. ↑
- F. Lando, Fatti e messaggi della letteratura: il senso del luogo, in Fatto e finzione cit., p. 107. ↑
- C. De Lollis, Taccuino di Guerra, op. cit., p. 27. ↑
- Ivi, p. 23. ↑
- Ivi, p. 24. ↑
- A. Monteverdi, Cesare De Lollis, in «Abruzzo. Rivista di studi abruzzesi», n. 4, 1964, p. 31. ↑
- U. Bosco, Gli studi delollissiani sulla letteratura italiana dell’Ottocento, in «Abruzzo. Rivista di studi abruzzesi», n. cit., p. 56. ↑
- De Lollis, Taccuino di Guerra, op. cit., p. 62. ↑
- Ivi, p. 58. ↑
- Ivi, p. 101. ↑
- Ivi, p. 66. ↑
- Ivi, p. 80. ↑
- Ivi, p. 82. ↑
- J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Milano, Mondadori, 2006, p. 52. ↑
- Cfr. W. Benjamin, Infanzia berlinese intorno al millenovecento, Torino, Einaudi, 1973. ↑
- Cfr. W. Benjamin, Immagini di città, Torino, Einaudi, 2007. ↑
- F. Masini, La città labirinto di Benjamin. Dall’autocomprensione critica della borghesia all’impegno rivoluzionario, in «Rinascita», n. 25, 22 giugno 1973.↑
- C. De Lollis, Taccuino di Guerra, op. cit., p. 94. ↑
- A. De Luca, De Lollis nel I Centenario della nascita, in «Abruzzo. Rivista di studi abruzzesi», n. 4, 1964, p. 10. ↑
- F. Neri, Il critico della letteratura francese, in «Cultura», VII, 1928, p. 514. ↑
- F. Masini, La città labirinto di Benjamin. Dall’autocomprensione critica della borghesia all’impegno rivoluzionario, in «Rinascita», n. 25, 22 giugno 1973. ↑
- C. De Lollis, Taccuino di Guerra, op. cit., p. 30. ↑
- Ivi, p. 34. ↑
- Ivi, p. 38. ↑
- Ivi, p. 41. ↑
- Ivi, p. 43. ↑
- U. Russo, Cesare De Lollis: dal “Taccuino di Guerra” ai “Reisebilder” in «Abruzzo. Rivista dell’Istituto di Studi Abruzzesi», n. cit., p. 233. ↑
(fasc. 44, 25 maggio 2022, vol. II)