Il primo conflitto mondiale e il ruolo dell’Italia

Autore di Domenico Panetta

Il percorso per richiamare l’attenzione altrui sulla questione italiana non è stato facile.

Partito in ritardo rispetto ad altre nazioni europee, il nostro paese si è trovato sempre di fronte a notevoli difficoltà, legate anche all’ingerenza del Papato e dell’Impero nelle questioni italiane e alla debolezza degli staterelli in cui la penisola era frantumata. Stretta fra giganti che ne soffocavano il respiro, riuscì spesso, tuttavia, a gestire le difficoltà di volta in volta incontrate, con prudenza e determinazione. Il momento che, più di altri, aiuta a comprendere il processo di maturazione ancora in corso in Italia è da ricercarsi in fatti che hanno caratterizzato l’andamento della Prima guerra mondiale (com’è stato ricordato più volte dai mezzi d’informazione nell’ultimo mese, sono passati esattamente cento anni dalla decisione dell’Italia di prendervi parte, il 24 maggio 1915).

Fu in trincea che gli Italiani diventarono veramente uniti e acquistarono una sempre maggiore consapevolezza del proprio essere popolo e del ruolo a cui avrebbe potuto assurgere il paese in Europa e nel mondo; si conobbero meglio fra loro e impararono, oltre che a soffrire, cosa cui erano abituati, a ipotizzare un futuro possibile in una penisola sempre meno semplice espressione geografica e sempre più coesa e desiderosa di esprimere le proprie opinioni sui fatti che la riguardavano.

Seicentomila caduti e un milione di mutilati rappresentarono il contributo alla guerra della nostra popolazione. Un militare che aveva perso un braccio in un’azione di guerra mi raccontava, con amarezza, che il suo arto vagava sul suolo dopo essere stato staccato dal resto del corpo da una granata, mancando allora i mezzi per provare a riattaccarlo. Il doloroso ricordo gli perdurò fino alla morte, popolò le sue lunghe notti insonni e continuò a creargli malessere per il resto della sua vita.

Nonostante ciò, anche una guerra ˗ e quella del 1915-1918 non lo è stata meno di altre ˗ può diventare occasione di crescita, di rimodellamento economico e sociale, di redistribuzione geografica della popolazione, di acculturamento. I giovani di leva, per fare un esempio, strappati alle terre che fino ad allora avevano coltivato, giovani che spesso erano completamente analfabeti, si erano ritrovati a dover combattere una guerra che non consideravano la loro guerra, lontano dai focolari domestici e dalle loro abitudini di vita e in possesso di una cultura contadina spesso non idonea a gestire i processi di meccanizzazione e di industrializzazione in corso in molte aree del paese. Soldati provenienti da regioni diverse, che parlavano dialetti differenti, iniziarono, però, a fraternizzare e ad acculturarsi sempre più, contribuendo al declino della cultura contadina e all’affermarsi di nuovi modi di partecipazione produttiva e sociale, e di mobilità sul territorio.

Nascevano, infatti, diverse modalità di partecipazione e coinvolgimento. E l’emigrazione fu una delle conseguenze dell’impossibilità della terra di assicurare alle popolazioni impiegate nei campi i redditi di cui sentivano il bisogno; divenne affannosa ricerca di altri terreni da mettere a frutto.

Oggi le comunità che dimorano nelle diverse aree del nostro paese sono chiamate a rivedere in modo nuovo le vecchie questioni irrisolte e ad inquadrare il possibile alla luce dei cambiamenti già intervenuti e di quelli che s’intravedono all’orizzonte. Nasce l’esigenza, a livello internazionale, di cercare differenti modalità d’incontro fra i popoli e gli stati, e soluzioni alternative alle guerre, rispetto alle scelte che per decenni hanno funestato il cammino dell’umanità intera.

In un tale contesto, il paese tutto viene chiamato a cogliere i vantaggi che derivano dalla posizione geografica, ad incrementare le relazioni con gli altri popoli e ad apprezzare le opportunità legate anche alla valorizzazione del patrimonio culturale, nelle sue innumerevoli espressioni, e al mondo del nuovo che avanza.

Si tratta di ripensare il futuro, arricchendolo di contenuti, e di comprendere che non sono le guerre a poter risolvere le conflittualità fra i popoli, ma le opportunità legate allo sviluppo, alle innovazioni scientifiche e tecnologiche, e alla diffusione di un’istruzione avanzata. Sarà, inoltre, utile accrescere i poteri e le capacità di intervento degli organismi internazionali, onde risolvere le controversie attraverso la mediazione e il dialogo, piuttosto che tramite lo scontro armato.

(fasc. 3, 25 giugno 2015)

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