Un’elegia giocosa di Elisio Calenzio: le “correzioncelle” dell’edizione Croce e la rinnovata fortuna del poeta

Autore di Maria Panetta

Com’è noto, Elisio Calenzio (1430-1502 ca), altro nome di Luigi Gallucci o Luigi Calenso, fu un accademico pontaniano, frequentatore della corte di Alfonso d’Aragona e in rapporto col Panormita e con Pontano: il suo nome figura anche tra i centoquarantasei dedicatarii della raccolta di Elogia veris virorum clarorum imaginibus apposita1 (Elogi dei letterati illustri), noti anche come Elogia doctorum virorum, di Paolo Giovio.

A Calenzio si devono, oltre a svariate epistole, il poemetto eroicomico in esametri latini Croacus o De bello ranarum2, l’epitalamio In divam Ippolitam et Brutiorum Ducem; una Laus Tarenti, risalente al soggiorno tarantino etc. Dopo l’arrivo di Carlo VIII in Italia, si trasferì a Sulmona, dove fu ospite di Francesco Colocci, zio di Angelo, che curò, nel 1503, l’edizione delle sue opere (Opuscola Elisii Calentii poetae clarissimi): esse hanno avuto, in seguito, poca fortuna soprattutto perché messe all’Indice, in epoca controriformista, per la loro licenziosità.

Nel 1933, corredandola di breve nota introduttiva, Croce ne ristampò un’«elegia iocosa» sulla base dell’edizione Colocci, dopo averla collazionata col manoscritto sul quale la stampa si basava, ossia il Vat. lat. 2833 (i Taccuini di lavoro crociani recano traccia del suo lavoro alla Biblioteca Apostolica Vaticana, il 28 aprile 1933)3. Il presente contributo mira a illustrare le poche «correzioncelle» apportate da Croce e, con l’ausilio di una lettera inviata dallo stesso a Vittorio Rossi, a cercare di comprendere le ragioni del suo interessamento all’autore e alla sua opera.

Come già illustrato, nel 1933 venne ristampata a Napoli4, dall’unica, rarissima edizione del 1503, Una elegia giocosa di Elisio Calenzio, pseudonimo di Luigi Galluccio5, nato a Fratte (oggi Ausonia, nel Frusinate) nel 1430 e morto nel 1502, amico di Pontano e Sannazzaro, che Croce definiva «poeta caldo, vivace, colorito»6 in un coevo intervento apparso sull’«Archivio storico delle provincie napoletane» (cui collaborava di frequente) e intitolato I carmi e le epistole dell’umanista Elisio Calenzio. Notizie ed estratti. L’edizione allestita da Croce constava di cinquanta esemplari numerati, di cui uno in carta colorata7, corredati di un’agile prefazione dello stesso curatore8. Si tratta in tutto di quattro facciate a stampa, delle quali il testo latino occupa le ultime due.

Nel suddetto intervento edito nell’«Archivio storico», Croce sottolineava che Calenzio era stato molto in voga nel ’500, a causa della fortuna ottenuta dal suo Croacus, o De bello ranarum; aggiungeva, poi, che era sempre stato fedele agli Aragonesi, cominciando a prestare servizio alla corte di Re Ferrante, a Napoli. Illustrava come, nel 1503, il figlio ne avesse pubblicato a Roma gli Opuscula: alcuni carmi licenziosi e tre serie di elegie amorose, dedicate in buona parte alla sua compaesana Aurimpia, dei quali Croce sottolineava: «sono amori affatto sensuali, riboccanti di sensuale tenerezza»9 e ispirati spesso da «egoismo amoroso»10.

Continuando a riassumerne velocemente la biografia, Croce ricordava come, successivamente, egli avesse dimorato a Taranto, dal 1465 al 147311, e la circostanza per la quale la sua amata, stanca della sua prolungata lontananza, finì per essergli infedele: perciò, verso il 1473, Galluccio si sposò con la napoletana Manenzia.

A giudizio di Croce, interessanti sono le sue impressioni di viaggio, resoconto delle spedizioni di Carlo di Borgogna contro gli svizzeri, cui l’umanista partecipò, descrivendo i metodi agricoli rozzi e arretrati, la povertà, i costumi feroci e le armi spietate di Galli ed Elvezi: ad essi e al mito dell’età dell’oro, infatti, egli amava contrapporre «la civiltà, la magnificenza, il lusso, le delicatezze, di cui nel tempo presente splendeva e godeva la terra»12.

Croce spiegava, nella propria prefazione all’agile edizione del ’33, di aver ristampato un carme licenzioso di Galluccio senza titolo, definito dal curatore stesso «elegia iocosa» traendo spunto dal modo in cui Pacifico Massimo d’Ascoli, contemporaneo di Calenzio, si riferiva alle proprie opere di materia affine. In esso l’autore era stato condotto («Arbiter a puero ductus sum») «a risolvere sperimentalmente il problema se più fervida risponda agli amplessi la fanciulla, la maritata o la vedova, con la naturale conclusione che la palma in ciò sia da conferire a quest’ultima. La scena arieggia un rito religioso, e vi appaiono con sicuri tratti segnate le tre diverse figure femminili nel loro diverso atteggiarsi in quel rapporto»13.

Precisando il modo di condurre il proprio lavoro, Croce puntualizzava: «Dalla prima e unica stampa (non senza aver curato di raffrontarla col manoscritto donde fu tratta, Cod. Vat. Lat. N. 2833, ff. 96-97, di cui do conto in nota) riproduco, dunque, il carme del Calenzio»14, non trascurando di aggiungere: «ma in numero ristrettissimo di copie, come si conviene all’indole del componimento»15.

La stampa riproduce solamente il testo latino: nel considerare le ragioni di tale scelta del curatore, c’è da chiedersi se Croce ritenesse il carme troppo licenzioso per poterne dare anche una traduzione italiana, soluzione che in altre occasioni aveva senza problemi adottato, dedicandosi, anzi, a tradurre egli stesso il testo di partenza in italiano corrente (si pensi anche soltanto alla sua nota e giustamente apprezzata versione del Pentamerone di Basile dal dialetto napoletano del Seicento, edita nel 1925 da Laterza)16.

Del resto, una scelta in tal senso non stupirebbe gli studiosi di Croce: basterebbe rammentare la sua prima esperienza giovanile quale curatore17 per l’editore Morano, ovvero la circostanza nella quale, da sedicenne allievo di liceo, si era preoccupato di adattare alcuni versi delle Stanze di Poliziano18 alla sensibilità dei propri coetanei studenti di scuola superiore, introducendo delle modifiche al testo di partenza che non difficilmente possono essere etichettate come animate da una volontà censoria19. In questo caso, però, forse l’età matura gli aveva comunque ispirato un atteggiamento di bonaria tolleranza nei confronti delle rime di Calenzio, al quale sembrava essere stato lecito, ispirandosi anche a certi «versiculos parum severos»20 di Virgilio, «exprimere lusus»21; pertanto, Croce concludeva: «non sarà vietato ai cultori della vecchia letteratura umanistica prenderne conoscenza e leggerli sorridendo»22. La mancata traduzione si veniva, pertanto, a giustificare anche per il fatto che l’opuscoletto era indirizzato a pochi destinatari, senza dubbio colti e in grado di leggere e tradurre dal latino senza difficoltà.

Riguardo all’introduzione di «qualche correzioncella di cui do conto in nota»23, nell’edizione di Calenzio si rileva che, su cinquantadue versi, sono stati da Croce apportati cinque emendamenti, tutti segnalati nelle cinque note a piè di pagina.

Se ne offre l’elenco:

  1. al verso 4, la stampa e il Codice Vaticano riportavano un «at», che è stato opportunamente sostituito da Croce con «ac» (vv. 3-4: «Et dicturus eram nuptae innuptaeque puellae/ ac viduae, cui sit mentula grata magis»);
  2. al verso 22, Croce si limita a registrare il fatto che un «haec» che figurava già nella stampa, e che era stato mantenuto anche nella sua nuova edizione, nel Codice Vaticano era stato sovrascritto come correzione (vv. 21-22: «haec super incumbens aequabat stamina lecti,/ et quam non caperet haec erat una manus»);
  3. al verso 36, Croce aveva emendato la lezione comune al Codice Vaticano e alla stampa, correggendo un «sepi sopita» in «semisopita» (vv. 35-36: «Tertia, cum sese lentam iuraret in illa/ imposuit geminam, semisopita, manum»);
  4. al verso 41, aveva sostituito il «periure» comune al Codice Vaticano e alla stampa con «periurae» (vv. 41-42: «‒ Dicite, periurae, deus hoc rogat: unde paretur/ principium Veneri? cui sua cara dea est? ‒»);
  5. infine, al verso 47, aveva emendato il «reditque» comune al Codice e alla stampa in «redditque» (vv. 47-48: «Nupta iacet redditque vices animamque fatigat:/ ad viduam cupidas iecimus inde manus»).

Nella Biblioteca Universitaria Alessandrina di Roma, fra una decina di lettere appartenenti al carteggio tra Vittorio Rossi e Croce, una quindicina di anni fa ho rinvenuto una cartolina postale intestata «La Critica», senza data, ma inserita dal bibliotecario (in sequenza cronologica) tra una lettera del 1921 e un’altra cartolina del 26 luglio 193424. Alla luce delle informazioni in mio possesso, non mi risulta nessun altro motivo plausibile, se non il raffronto con l’anno di edizione dell’opuscolo crociano (1933), che giustifichi la datazione della suddetta cartolina a un periodo precedente al luglio del 1934: se l’ipotesi fosse corretta (come credo), potrebbe fornire una semplice spiegazione del motivo per cui Croce decise di pubblicare Calenzio proprio in quel periodo. Ne riporto integralmente il testo, sottolineature comprese, rispettandone gli “a capo”:

Al Sig. prof. Vittorio Rossi
della R. Università di
Roma

Caro prof. Rossi,

Sono riuscito ad acquistare
un esemplare completo dei rarissimi
Opuscula di Eliseo Calenzio
(Luigi Galluccio): quello esistente
nella nostra Nazionale è mutilo
di molti fogli.
Ora io non ricordo che altri
abbia trattato del Calenzio dopo
il Minieri Riccio e dopo il
Gothein. C’è stato intorno a
lui qualche articolo, opuscolo,
dissertazione di laurea? Lei potrà
illuminarmi perché certo avrà
preso nota di quanto si è venuto
pubblicando sui poeti quattrocenteschi
dopo il suo Quattrocento.
Grazie25 e saluti cordiali
dal suo B. Croce26

Alla luce di questa cartolina, si potrebbe ipotizzare ‒ cosa non improbabile ‒ che Croce si sia interessato a Calenzio proprio in quel periodo per puro caso, dopo aver riletto, magari, la sua opera completa nel «bellissimo»27 esemplare integro, proveniente dalla Bibliothèque du Château de Saint-Ylie, da lui fortuitamente acquistato.

In ogni caso, quella di Calenzio è una figura che meritava un approfondimento, in primo luogo per la sua sorprendente modernità: come risulta dalle circa centocinquanta epistole che di lui ci sono pervenute, egli era, ad esempio, contrario alla pena di morte come strumento di giustizia ordinaria e non credeva nel valore pedagogico dell’arte militare; si opponeva alla caccia indiscriminata, che allora rappresentava uno degli sport più amati dai nobili, e condannava la pedofilia, piuttosto diffusa nelle scuole e nei conventi28.

Dopo l’uscita, nel 1981, dell’edizione dei Poemata a cura di Mauro De Nichilo per Adriatica editrice, nel 2004 Maria Grazia De Ruggiero Vatolla ha fatto ammenda del silenzio di secoli su questa personalità di umanista, dando alle stampe la monografia Il poetico narrare di Elisio Calenzio umanista del Quattrocento napoletano29, che ne include anche una scelta di rime, ma bisogna dare atto a Croce di averne riproposto alcuni versi, seppure senza traduzione e in un’edizione di pochi esemplari, già nel secolo scorso, riaccendendo contestualmente la curiosità critica verso il poeta di Ausonia anche grazie al suo studio sui carmi di Calenzio30.

  1. Cfr. P. Giovio, Elogia veris clarorum virorum imaginibus apposita quae in musaeo Iouiano comi spectantur addita in calce operis Adriani Pont. Vita, Venetia,apud Michaélem Tramezinum, 1546.
  2. Se ne veda l’ultima edizione, uscita nel 2008: E. Calenzio, La guerra delle ranocchie. Croaco, edizione critica con introduzione, traduzione e commento e con un’appendice sul Testamentum del Calenzio, a cura di L. Monti Sabia, Napoli, Loffredo, 2008.
  3. Cfr. B. Croce, Taccuini di lavoro. 1927-36, vol. III, Napoli, Arte Tipografica, 1987: del 1932, vedere le annotazioni dei giorni 24, 29, 30 novembre; 5, 21, 22, 23 dicembre. Del 1933, quelle del 21 e del 22 marzo; dei giorni 6, 19, 24, 28 aprile; infine, del 13 maggio e del 10 luglio.
  4. Cfr. Un’elegia giocosa di Elisio Calenzio. Ristampa dalla unica edizione del MDIII, a cura e con pref. di B. Croce, Napoli, S.I.E.M., 1933, pp. 12 n. n. (ed. di 50 esemplari numerati); cfr. al riguardo M. Panetta, Croce editore, Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis, 2006, to. II, 1928-2002, scheda n. 2375.
  5. Cfr. F. Rossi, Elisio Calenzio, poeta umanista del 400. Vita e opere, Lauria, Tip. Rossi, 1924.
  6. B. Croce, I carmi e le epistole dell’umanista Elisio Calenzio. Notizie ed estratti, in «Archivio storico delle provincie napoletane», N. S., XIX, (1933), pp. 248-79, cit. a p. 7 (rist. in B. Croce, Varietà di storia letteraria e civile, Serie I, II ed. riv., Bari, Laterza, 1949, pp. 7-28).
  7. Quella da me consultata è la copia n. 26, custodita nella Biblioteca Alessandrina di Roma.
  8. Datata Napoli, maggio 1933.
  9. B. Croce, I carmi e le epistole dell’umanista Elisio Calenzio, op. cit., p. 8.
  10. Ivi, p. 11.
  11. A questo periodo si riferiscono parecchie delle sue «brevi e succose» epistole, intrise di aneddoti di storia letteraria (B. Croce, I carmi e le epistole dell’umanista Elisio Calenzio, op. cit., p. 23); suggestive anche le sue descrizioni dei luoghi visitati: Taranto, Formia, Massafra.
  12. Cfr. B. Croce, I carmi e le epistole, op. cit., p. 27.
  13. Ivi, p. 17.
  14. Una elegia giocosa di Elisio Calenzio, op. cit., p. 2.
  15. Ibidem.
  16. Al riguardo, cfr. anche il mio Croce editore, to. I, 1883-1927, pp. 416-435.
  17. Ivi, pp. 105-108.
  18. Cfr. A. Poliziano, Stanze cominciate per la Giostra del Magnifico Giuliano di Piero de’ Medici, proposte ad uso delle scuole, Napoli, D. Morano, 1883.
  19. Al riguardo cfr. il puntuale saggio di A. Benini dal titolo Il giovane Benedetto Croce editore e censore del Poliziano, in «Il Ponte», a. XLIII (luglio-ottobre 1987), nn. 4-5, pp. 139-51; rist. in opuscolo (Firenze, Vallecchi, 1987).
  20. Una elegia giocosa di Elisio Calenzio, op. cit., p. 2.
  21. Ibidem.
  22. Ibidem.
  23. Ibidem.
  24. Cfr. M. Panetta, Croce editore, op. cit., to. II, 1928-2002, p. 521.
  25. Non sono del tutto sicura che in questo punto sia scritto «Grazie», ma è la soluzione più probabile.
  26. Ringrazio, per la cortesia e la disponibilità dimostrate nei miei confronti, il bibliotecario della Biblioteca Universitaria “Alessandrina” Giovanni Rita, che a suo tempo mi aiutò a decifrare alcune parole, di difficile comprensione a causa dell’ostica calligrafia di Croce.
  27. Una elegia giocosa di Elisio Calenzio, op. cit., p. 2.
  28. Al riguardo cfr. R. Viscardi, Elisio Calenzio umanista del Quattrocento, in «La Repubblica» online, 8 giugno 2004 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/06/08/elisio-calenzio-umanista-del-quattrocento.html).
  29. Vatolla, Palazzo Vargas Edizioni, 2004.
  30. Questo saggio è la rielaborazione di una comunicazione (intitolata Un’elegia giocosa di Elisio Calenzio edita da Croce) presentata al Congresso nazionale del 2014 dell’Associazione degli Italianisti (ADI), dedicato a I cantieri dell’Italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo (II) e tenutosi a Padova dal 10 al 13 settembre 2014.

(fasc. 4, 25 agosto 2015)

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