La voglia, la pazzia e la Vanoni “brasiliana”

Author di Elisabetta Maino

Abstract: Ornella Vanoni (Milano, 1934) ha prestato la sua voce, unica, come il titolo del suo ultimo album, uscito nel 2021, a 87 anni, alla musica brasiliana di grandi autori quali Vinicius de Moraes, Chico Buarque, Caetano Veloso, Roberto Carlos, solo per citarne alcuni. E lo ha fatto in italiano, aggiungendo ulteriore sensualità e calore alla lingua del samba, il portoghese del Brasile. Ma è possibile tradurre il testo di una canzone mantenendone inalterato il sentimento poetico? Le canzoni interpretate dalla Vanoni non hanno l’obiettivo di rendere comprensibile un testo all’orecchio di chi non mastica la lingua del Brasile. Bruno Lauzi e Sergio Bardotti, i traduttori dei testi della “Vanoni brasiliana”, hanno fatto un passo ulteriore, facendo della traduzione una forma letteraria propria, seguendo quanto affermato da Benjamin a proposito del compito del traduttore che «va inteso come compito a sé, nettamente distinto da quello del poeta. Compito del traduttore è di trovare quell’intenzione rispetto alla lingua di arrivo dove si ridesti l’eco dell’originale». Lingua di partenza e lingua di arrivo potranno in questo modo generare una nuova lingua, quella della fruizione del testo poetico (cantato), altrettanto ricco di qualità letteraria. L’intervento si propone di analizzare alcune canzoni, mettendo a confronto i testi originali con quelli tradotti (meno originali dei primi?), con l’intento di trovare il punto infinitamente piccolo in cui, parafrasando ancora una volta Benjamin, «la traduzione tocca l’originale di sfuggita per poi proseguire la sua strada secondo la legge della fedeltà nella libertà del movimento linguistico».

Abstract: Ornella Vanoni lent her unique voice, just like the title of her latest album, released in 2021 for her 87th birthday, to Brazilian music by great composers such as Vinicius de Moraes, Chico Buarque, Caetano Veloso, Roberto Carlos, just to name a few. And she did this in Italian, adding further sensuality and warmth to the language of samba, Brazilian Portuguese. But is it possible to translate the lyrics of a song while keeping the poetic sense unchanged? Vanoni does not aim to make the lyrics of the songs she performs comprehensible to the ears of non Portuguese-speakers. Bruno Lauzi and Sergio Bardotti, the translators of the “Brazilian Vanoni” lyrics, took an extra step by turning translation into its own literary form, following what Benjamin stated about the role of the translator: «it should be understood as a task within itself, clearly distinct from that of the poet. The translator’s task is to find that intention in the target language where the echo of the original is awakened». In this way, the source language and the target language can generate a new language, that of the poetic (sung) text, equally rich in literary quality. This paper aims to analyse some of the songs, comparing the original texts with the translated ones (less original than the first ones?), with the goal of finding the infinitely small point in which, once again paraphrasing Benjamin, ‹‹the translation touches the original fleetingly and then continues its journey according to the law of loyalty in the freedom of linguistic movement››.

Parlare oggi di Ornella Vanoni significa ripercorrere gli ultimi ottant’anni della storia d’Italia, di cui l’artista è stata, e continua a essere, parte integrante. «La Vanoni è una di quelle interpreti le cui canzoni, volenti o nolenti, vivono nella nostra testa, scorrono nelle nostre vene… Ornella è un’artista impeccabile, oltre che una donna risoluta, attenta, tagliente e molto lucida»[1].

La sua carriera comincia nel 1956, nell’ambito della compagnia del Piccolo Teatro di Milano, dove raggiunge i primi successi come attrice e interprete delle canzoni della Mala, la malavita milanese. Le canzoni sono scritte da Giorgio Strehler, compagno della Vanoni, innamorato pazzo di lei, che ha abbandonato l’insegnamento pur di stare al suo fianco, e da altri artisti quali Dario Fo. Secondo quanto dichiara la stessa Vanoni, la musica la rendeva felice[2]. Così, negli anni Sessanta e Settanta entra a far parte del gruppo di cantanti e cantautori ‒ Enzo Jannacci, Sergio Endrigo, i Gufi, solo per citarne alcuni ‒ che, nonostante lo stile personale, hanno in comune la voglia di mettere a nudo la realtà, parlando della vita e delle sue verità. Ornella sceglie la stessa strada e nel 1981 compone la canzone Vai, Valentina, il dialogo tra una giovane donna e una più matura, più esperta, più saggia, che le insegna ad affrontare la vita e l’amore: «Per il suo testo, Ornella Vanoni ha operato delle scelte linguistiche interessanti. In particolare, emerge una grande accuratezza nella selezione dei verbi. Ascoltando Vai, Valentina, ci sembra quasi di vedere materializzate le due donne, sedute a un tavolino di qualche bar nel centro di Milano. È un brano che invita all’azione»[3]. E che riporta all’esperienza dei cambiamenti dell’amore, perché gli esseri umani cambiano, perché il tempo cambia, perché tutto cambia: Todo cambia, come canta la cantante argentina Mercedes de Sosa.

La figura femminile continua a essere una costante nei testi della Vanoni. Negli anni Novanta, con l’album Sheherazade, la cantante traccia «un viaggio sentimentale nel mondo femminile»[4], essendo lei stessa l’autrice di otto dei dodici ritratti di donna che compongono l’album. La scelta del titolo dell’album è chiaramente un omaggio all’intraprendenza, alla creatività, alla bellezza, alla seduzione, al genio dell’essere donna.

Non volendo intraprendere questa lunga strada, ci concentreremo su una delle tante facce della poliedrica artista, la Vanoni “brasiliana”, l’interprete che ha prestato la sua voce a canzoni di grandissimi autori quali Vinicius de Moraes, Chico Buarque, Caetano Veloso, Roberto Carlos, per citarne alcuni. Nel suo caso non si tratta semplicemente di voce: si tratta di interpretazione, di consegnare un testo a una donna intelligente, spiritosa, gentile, disponibile, nella vita e sul palco.

L’interpretazione di Ornella Vanoni va oltre la lingua. Affidarle un testo significa farglielo “sentire”, come fece Gino Paoli la prima volta che si incontrarono, a Milano, nei corridoi della Ricordi:

È la primavera del 1960 quando conosco un’altra donna. Io ho già pubblicato La gatta e Il cielo in una stanza. Alla Ricordi sono di casa. Sono nella saletta, al pianoforte, quando Nanni entra insieme a una bellissima ragazza dai capelli rossi.

“Mi dicono che sei bravo. Mi scriveresti una canzone?”

Io non rispondo niente, la guardo.

[…]

“Non so,” dico. Poi aggiungo: “E tu, ci verresti alla Fiera con me?” Erano le settimane della grande Fiera campionaria. Era come un gigantesco centro commerciale internazionale…

Lei sorride, timidamente. Poi se ne va, entra nell’ufficio di Nanni Ricordi. Mezz’ora dopo ritorna.

“Guarda che la canzone te l’ho scritta,” le dico.

E mentre mi si mette accanto tutta seria, le faccio sentire al pianoforte il valzer di Senza fine. Re maggiore, si minore settima, sol maggiore, la maggiore. Quando arriva il passaggio al do minore di settima e la spirale di accordi malinconici che segue, vedo sul suo volto balenare un sorriso.

Gli archi e la fisarmonica sarebbero arrivati dopo. Le parole, anche, ci vollero dei mesi. Come molto altro[5].

 

Ornella è attenta, ascolta, “sente”, esegue, interpreta, rappresenta sempre. Quando esegue, traduce mentalmente, come un vero e proprio traduttore: curioso, umile e mite.

Bruno Lauzi e Sergio Bardotti sono i traduttori dei testi della Vanoni “brasiliana”. Con pazienza e umiltà, restando nell’ombra, si sono messi al servizio delle parole, ascoltandole, sentendole. Hanno dapprima “tradito” il testo, allontanandosene, per poi riavvicinarsi curiosi, e arrivare a creare un nuovo stile, che nella sua novità si è mantenuto fedele allo spirito del testo di partenza, al suo ritmo, al suo tono, al sentimento poetico in esso contenuto. Il compito del traduttore, infatti, «va inteso come compito a sé, nettamente distinto da quello del poeta. Compito del traduttore è di trovare quell’intenzione rispetto alla lingua di arrivo dove si ridesti l’eco dell’originale»[6]. Lingua di partenza e lingua di arrivo generano in questo modo una terza lingua, quella della fruizione del testo poetico (cantato), altrettanto ricco di qualità letteraria.

Analizzeremo di seguito alcune canzoni, mettendo a confronto i testi originali con quelli tradotti (meno originali dei primi?), con l’intento di trovare il punto in cui «la traduzione tocca l’originale di sfuggita per poi proseguire la sua strada secondo la legge della fedeltà nella libertà del movimento linguistico»[7].

La prima canzone, Sentado à beira do caminho (Erasmo Carlos e Roberto Carlos, 1969), è stata tradotta da Bruno Lauzi nel 1970, con il titolo L’appuntamento. I due testi parlano di un amore che non sa o non vuole rassegnarsi alla fine. Nel primo, si descrive l’immobilità e l’impotenza di chi aspetta lungo una strada (la vita) mentre il mondo prosegue, imperterrito, il proprio cammino. Il ritornello è il grido di chi, invece, vuole riemergere dal vortice in cui è stato travolto: «preciso acabar logo com isto / preciso lembrar que eu existo / que eu existo, que eu existo» (traduzione letterale: ‘devo smetterla di comportarmi così / devo ricordarmi che io esisto / che io esisto, che io esisto’).

Nel testo di Lauzi si racconta, invece, di una lunga e vana attesa da parte di una donna che ha accettato un appuntamento, l’ennesimo, dopo aver già commesso tanti errori nella sua vita sentimentale. Nel ritornello, presa da questa attesa, la donna implora «amore fai presto, io non resisto / se tu non arrivi non esisto / non esisto, non esisto». È interessante notare come il senso di assenza dell’essere amato, nei racconti delle due canzoni, conduca a due situazioni diverse: da una parte, la mancanza di coscienza di sé, al punto da dover ricordare la propria esistenza; dall’altra, l’ansia e la consapevolezza di aver sbagliato, ancora una volta, che si trasforma in mancanza di resistenza e quindi di esistenza.

Eu não posso mais ficar aqui
A esperar
Que um dia de repente você volte

Para mim

Vejo camiões e carros apressados
A passar por mim
‘Tou sentado à beira de um caminho
Que não tem mais fim

Meu olhar se perde na poeira
Dessa estrada triste
Onde a tristeza e a saudade de você
Ainda existe

Esse Sol que queima no meu rosto
Um resto de esperança
De ao menos ver de perto o seu olhar
Que eu trago na lembrança

Preciso acabar logo com isto
Preciso lembrar que eu existo
Que eu existo, que eu existo

Ho sbagliato tante volte ormai

Che lo so già

Che oggi quasi certamente
Sto sbagliando su di te

Ma una volta in più che cosa può cambiare

Nella vita mia
Accettare questo strano appuntamento
È stata una pazzia
Sono triste tra la gente che

Mi sta passando accanto
Ma la nostalgia di rivedere te
È forte più del pianto
Questo sole accende sul mio volto

Un segno di speranza
Sto aspettando quando ad un tratto
Ti vedrò spuntare in lontananza
Amore, fai presto, io non resisto
Se tu non arrivi non esisto
Non esisto, non esisto

Il secondo brano, La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria è quello che dà il nome all’album registrato in studio, in presa diretta, nel 1976, in cui Ornella Vanoni, Vinicius de Moraes e Toquinho cantano, in italiano, una raccolta di canzoni dei più grandi maestri della bossa nova. Se ela quisesse, questo il titolo della canzone originale scritta nel 1975 da Vinicius e Toquinho, è un samba che rappresenta un inno all’amore e all’innamoramento.

La bellezza dei versi e l’allegria della musica fanno di questo testo un’autentica poesia musicale. Il piacere e l’eccitazione crescono di verso in verso e, nell’esemplare traduzione di Bardotti, pur cambiando il soggetto da Ela (‘Lei’) a Io/Noi, la sostanza rimane e le emozioni passano da una lingua all’altra: sentiamo il carnevale entrare in noi, sentiamo crescere «la voglia, la pazzia, / l’incoscienza e l’allegria / di morir d’amore insieme a te». La voce e l’interpretazione della Vanoni fanno il resto:

Se ela tivesse
A coragem de morrer de amor
Se não soubesse
Que a paixão traz sempre muita dor
Se ela me desse
Toda devoção da vida
Num só instante
Sem momento de partida

Pudesse ela me dizer
O que eu preciso ouvir
Que o tempo insiste
Porque existe um tempo que há de vir
Se ela quisesse

Se tivesse essa certeza
De repente, que beleza
Ter a vida assim ao seu dispor
Ela veria, saberia que doçura
Que delícia, que loucura
Como é lindo se morrer de amor

A questo punto
Stiamo tanto bene io e te
Che non ha senso
Tirar fuori i come ed i perché

Cerchiamo insieme
Tutto il bello della vita
In un momento
Che non scappi tra le dita

E dimmi ancora
Tutto quello che mi aspetto già
Che il tempo insiste
Perché esiste il tempo che verrà
A questo punto
Buonanotte all’incertezza
Ai problemi all’amarezza
Sento il carnevale entrare in me
E sento crescere la voglia, la pazzia
L’incoscienza e l’allegria
Di morir d’amore insieme a te

Per concludere, un pezzo di pura poesia, un componimento epico che colpisce per la sua crudezza, per la sua brutalità nonché per la sua attualità. Construção è la risposta che Chico Buarque firma, nel 1971, all’età di 27 anni, dopo l’autoesilio in Italia, dal 1969 al 1970, per manifestare il suo dissenso nei confronti del cosiddetto “miracolo brasiliano”. Construção è la cronaca dell’ultima giornata di un manovale edile che sale l’impalcatura ripetendo, giorno dopo giorno, i gesti meccanici e alienanti che lo porteranno a inciampare nel cielo come un ubriaco (o un vecchio magico), fluttuando nell’aria come un passero, per poi finire sul terreno come un pacco flaccido e spegnersi, ostacolando il traffico (“il sabato” nell’ultimo verso).

L’interpretazione dal vivo di Ornella Vanoni del 1975, nell’ambito del programma Fatti e fattacci di Antonello Falqui, la vede quasi immobile sul palcoscenico, abiti scuri, con alle spalle uno scenario che rappresenta la città di Rio de Janeiro (ma potrebbe trattarsi di una qualsiasi città, come la Città che sale di Umberto Boccioni).

 

U. Boccioni, La città che sale, 1910, Milano ‒ Pinacoteca di Brera.

 

La sua voce è monotona, scandita appena da leggeri movimenti delle gambe ‒ una sorta di marcia lenta, in cui i piedi non si staccano dal pavimento ‒ e dalla testa che leggermente ballonzola, unita al collo da un invisibile elastico, come quello che teneva insieme le vecchie bambole. Le parole della Vanoni (esemplarmente tradotte dal grande Sergio Bardotti), ripetute come una cantilena che si trasforma in denuncia, fanno rivivere il testo epico di Chico Buarque, ripetitivo ma mai uguale, che utilizza il verso alessandrino (dodici sillabe di cui la 6ª e la 12ª sono accentate) per imprimere un ritmo meccanico, come la catena di montaggio che, imperterrita, porta all’alienazione.

Le tre strofe si ripetono con un magistrale gioco di parole-chiave che, transitando da un verso all’altro, ne modificano il senso in forma apparentemente aleatoria, rendendo al primo ascolto ambigua la comprensione del testo. La prima strofa narra un fatto di cronaca, la storia di un operaio che esce di casa la mattina per recarsi al lavoro dopo aver salutato la moglie e i figli, ma il cui stato psicologico viene introdotto e sottolineato nella seconda strofa: una sorta di Charlie Chaplin, operaio di Tempi moderni, le cui braccia si muovono in maniera autonoma, che procede con uno sguardo allucinato, fino a lasciarsi inghiottire dagli ingranaggi della macchina (terza strofa), fluttuando nell’aria come se fosse un principe, afflosciandosi a terra come un «pacchetto comico» (“pacchetto flaccido”, nell’originale) e «spegnendosi contromano», «ostacolando il sabato».

È importante evidenziare come, dalla prima alla seconda strofa, sia nella versione originale che in quella tradotta il pacchetto che si affloscia a terra cambi forma, passando da «flaccido» a «timido». Nella terza strofa, incompleta, la scelta di Chico Buarque ricade su un pacchetto «ubriaco», trasformato in pacchetto «comico» nella versione di Bardotti:

E tropeçou no céu como se fosse um bêbado

E flutuou no ar como se fosse um pássaro
E se acabou no chão feito um pacote flácido
Agonizou no meio do passeio público
Morreu na contramão, atrapalhando o tráfego

[]

E tropeçou no céu como se ouvisse música
E flutuou no ar como se fosse um sábado
E se acabou no chão feito um pacote tímido
Agonizou no meio do passeio náufrago
Morreu na contramão, atrapalhando o público

Amou daquela vez como se fosse máquina
Beijou sua mulher como se fosse lógico
Ergueu no patamar quatro paredes flácidas
Sentou pra descansar como se fosse um pássaro
E flutuou no ar como se fosse um príncipe
E se acabou no chão feito um pacote bêbado
Morreu na contramão atrapalhando o sábado

Ed inciampò nel cielo come un vecchio comico

E fluttuò nell’aria come fosse un passero
A terra si afflosciò come un pacchetto flaccido

Agonizzò nel mezzo del passeggio pubblico

Si spense contromano, ostacolando il traffico

[…]

Ed inciampò nel cielo come ascoltasse musica

E fluttuò nell’aria come fosse sabato

A terra si afflosciò come un pacchetto timido

Agonizzò nel mezzo del passaggio un naufrago

Si spense contromano, ostacolando il pubblico

Amò tutta la notte come fosse macchina

Baciò la Donna sua come se fosse logico

Alzò sul ballatoio due pareti flaccide

Sedette a riposare come fosse un passero

E fluttuò nell’aria come fosse principe

A terra si afflosciò come un pacchetto comico

Si spense contromano, ostacolando il sabato

Construção non si ferma alla versione di Bardotti, ma produce nuove varianti. La canzone è stata cantata anche da Enzo Jannacci, che nel 1977 ha poeticamente trasformato il «pacco ubriaco» (pacote bêbado) del penultimo verso in «ubriaco fradicio». La sua interpretazione è un’autentica denuncia, che comincia a ritmo di marcia per poi innalzarsi a grido di protesta:

Amou daquela vez como se fosse máquina
Beijou sua mulher como se fosse lógico
Ergueu no patamar quatro paredes flácidas
Sentou pra descansar como se fosse um pássaro
E flutuou no ar como se fosse um príncipe
E se acabou no chão feito um pacote bêbado
Morreu na contramão atrapalhando o sábado

E quella volta amò come fosse macchina

E poi baciò sua moglie come se fosse logico

Lì sull’impalcatura quattro muri flaccidi

Seduto a riposare come fosse un passero

E fluttuò nell’aria come fosse principe

E cadde giù per terra come ubriaco fradicio

È morto contromano disturbando il sabato

Esattamente trent’anni dopo Jannacci, nel 2007, i Têtes de Bois riprendono l’aggettivo «comico» di Bardotti, premettendolo alla figura di un vecchio, a guisa del vecchio pagliaccio di Ruggero Leoncavallo che, nonostante tutto, deve vestire la giubba e truccarsi per continuare a far ridere gli altri:

Amou daquela vez como se fosse máquina
Beijou sua mulher como se fosse lógico
Ergueu no patamar quatro paredes flácidas
Sentou pra descansar como se fosse um pássaro
E flutuou no ar como se fosse um príncipe
E se acabou no chão feito um pacote bêbado
Morreu na contramão atrapalhando o sábado

E quella volta amò come se fosse macchina

E poi baciò sua moglie come fosse logico

Lì sull’impalcatura quattro muri flaccidi

Seduto a riposare come fosse un passero

E fluttuò nell’aria come fosse principe

E cadde giù per terra come un vecchio comico

È morto contromano disturbando il sabato

Per chiudere il percorso e sottolineare l’attualità della Costruzione ricordiamo un episodio recente. Il 1º maggio 2022 Ornella Vanoni ha partecipato per la prima volta al concerto che tutti gli anni si organizza a Roma in Piazza San Giovanni in occasione della Festa del Lavoro. La cantante ha scelto di portare sul palco la canzone di Chico Buarque, una scelta che non ha nulla di casuale. Ornella è una donna sensibile, è un’attivista e, all’età di 87 anni, sul grande palco dei sindacati, tutti presenti, fondendo suoni, parole e immagini, ha infilato accuratamente il dito nella piaga che non smette di sanguinare, quella delle morti bianche, prestando la sua magnifica voce a chi all’improvviso è sprofondato nell’eterno silenzio.

Ricordiamo, infine, che solo una settimana prima, il 24 aprile 2022, il Club Tenco, nell’ambito dell’evento Per te, Ornella ‒ Serata di parole e musica, organizzato al Casinò Municipale di Sanremo, le aveva conferito il Premio Tenco Speciale con la seguente motivazione:

Straordinario esempio di interprete e autrice di una canzone sempre intelligente e ai vertici della qualità artistica; fin dagli esordi ha fornito suggestioni musicali spesso inedite e ha continuato a farlo in tutta la carriera. Con un inconfondibile stile che privilegia l’emozione, ci ha presentato le canzoni della mala, le composizioni dei cantautori genovesi e milanesi, la grande canzone poetica brasiliana andando anche a scoprire nuovi talenti competitivi nelle giovani leve italiane[8].

 

  1. G. Baglio, Ornella Vanoni: «In Italia il rock non esiste», in RollingStone.it, 29/09/2018; cfr. L’URL: https://www.rollingstone.it/musica/interviste-musica/ornella-vanoni-in-italia-il-rock-non-esiste/430367/ (ultima consultazione di tutti i link: 15/03/2025).
  2. Cfr. S. Chiappori, Strehler e Ornella Vanoni: “Io, il genio e l’amore ma sognavo l’allegria. Le canzoni della mala? Una sua invenzione”, in «la Repubblica», 03/06/2021; cfr. L’URL: https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/06/02/news/strehler_e_la_vanoni-303933632/ .
  3. U. Pericoli, Ornella Vanoni e “Vai, Valentina”: di corsa, verso la modernità, in «Onda Musicale», 22/09/2023.
  4. L. Colombati, Ornella Vanoni, in La canzone italiana 1861-2011, a cura di L. Colombati, vol. 1, Milano, Mondadori, 2011, pp. 865-77.
  5. G. Paoli, D. Bresciani, Cosa farò da grande. I miei primi 90 anni, Milano, Bompiani, 2023.
  6. W. Benjamin, Il compito del traduttore (1920), in «aut aut» 334, 2007, pp. 7-20.
  7. Ibidem.
  8. U. Pericoli, Ornella Vanoni e “Vai, Valentina”: di corsa, verso la modernità, op. cit.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)