Ancora un numero su Croce, a cento anni dalle “leggi fascistissime”

Author di Maria Panetta

Il numero di febbraio di «Diacritica» è dedicato, come ogni anno dalla sua fondazione, a Benedetto Croce: non fa eccezione, neanche stavolta, questo fascicolo 59 che, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto essere focalizzato soprattutto sulle cosiddette “leggi fascistissime” del biennio 1925-1926.

«Diacritica», però, è una rivista che lancia call for paper, “chiamate alle armi”, aperte, e quest’anno il numero è riuscito di taglio comunque “politico”, sebbene solo tangenzialmente dedicato alle suddette norme. Gioverà, comunque, ricordarne le principali: la Legge n. 2263 del 24 dicembre 1925, che attribuiva al “Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato” poteri vastissimi, rendendolo responsabile solo di fronte al Re e non più al Parlamento; la Legge n. 100 del 31 gennaio 1926, che concedeva al potere esecutivo (il Governo) la facoltà di emanare norme con valore di legge, scavalcando di fatto il potere legislativo del Parlamento; la Legge n. 237 del 4 febbraio 1926, che sostituiva i sindaci e le amministrazioni comunali elettive con la figura del Podestà, nominato direttamente dal governo con Regio Decreto; la Legge n. 2029 del 25 novembre 1926, che introduceva la pena di morte per gli attentati contro i regnanti e il Capo del Governo, istituendo il Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato.

Oltre alla fine dello stato liberale, queste leggi implicarono pesanti conseguenze anche sugli organi di stampa (cfr. la Legge 31 dicembre 1925, n. 2307, in materia di “Disposizioni sulla stampa periodica”, entrata in vigore il 20 gennaio 1926): essendo stati licenziati gli ultimi direttori non fascisti dei quotidiani del tempo, ebbe inizio, infatti, la sua “fascistizzazione”, per cui tutte le notizie dovevano essere preventivamente approvate da un fiduciario di Mussolini. Più precisamente, i giornali potevano essere scritti e stampati solo se il loro direttore responsabile era stato riconosciuto dal procuratore generale presso la corte di appello della giurisdizione ove era stampato il periodico. Il regolamento attuativo dell’11 marzo 1926 precisò che anche il procuratore era tenuto a sentire il prefetto: pertanto, il direttore di qualunque giornale doveva essere persona non sgradita al governo, pena l’impossibilità di pubblicare. Venne, quindi, di fatto sancita l’abolizione della libertà di stampa e di associazione, dato che Mussolini, da giornalista, aveva perfetta cognizione delle potenzialità sovversive del potere dell’opinione pubblica.

Questo fascicolo raccoglie vari contributi sul Croce etico-politico, soffermandosi in particolare sull’opposizione di Croce al Concordato del 1929 e sulla relativa libertà di espressione che egli mantenne, nonostante le restrizioni, grazie soprattutto alla sua notorietà internazionale, che di fatto impedì a Mussolini di andare oltre un atto comunque assai violento, ingiustificabile, intollerabile e traumatico quale la devastazione della sua casa napoletana, la notte del 31 ottobre 1926 (per non parlare delle minacce a Laterza, dei blocchi imposti dalla Questura, della “bonifica libraria antisemita” subita anche dalla Casa editrice barese e della stessa soppressione della «Critica», nel 1940, sebbene per un breve periodo).

Per dovere di rispetto della verità storica, ovviamente «Diacritica» ospita anche saggi in cui emergono talune posizioni belliciste del tempo, atteggiamenti ai quali, però, questa Direzione tiene ufficialmente a dichiararsi sempre decisamente contraria.

Buona lettura!

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)