Introduzione

Author di Matteo Brera e Monica Jansen

L’ombra lunga dei violenti anni Settanta

Gli anni Settanta, comunemente associati al terrore degli Anni di piombo e alla strategia della tensione, o, al contrario, ricordati come una stagione di liberazione delle controculture e di emancipazione giovanile, femminile e sessuale, sono anche un decennio di riforme e innovazioni che ristrutturano l’intero assetto sociale dell’Italia. Dallo Statuto dei lavoratori del 1970 alla riforma del diritto di famiglia (1975), dalla riforma penitenziaria del 1975 alla legge Basaglia (1978), che chiuderà i manicomi, fino alla democratizzazione della polizia, un processo avviato nel 1969 e diventato legge, la n. 121, nel 1981. Senza dimenticare le leggi sul divorzio e l’interruzione volontaria della gravidanza confermate con due referendum. Culture e riforme che però non si sono arrestate, ma hanno continuato ad evolversi nel corso degli anni e a produrre memorie per proiettare vie alternative nel futuro.

Negli anni Settanta la coesistenza di realtà parallele e contrastanti trova la sua rappresentazione in un immaginario in cui predomina un clima di violenza politica e sociale, caratterizzato nel cinema dal filone politico e militante ma anche da un genere apparentemente edonistico e disimpegnato, la commedia all’italiana, capace di documentare in forme grottesche i costumi e i vizi degli italiani. Nell’insieme, le produzioni culturali (cinema, teatro, narrativa, poesia, graphic novel, musica ecc.) riflettono diverse concezioni dello scontro sociale e politico e trasmettono memorie antagoniste, mediate a loro volta dalla postmemoria delle generazioni successive che, assumendo su di sé il trauma delle vittime del terrorismo o sentendosi eredi delle utopie delle controculture, spesso tendono a interpretare il passato in termini di trauma e di sconfitta, o con la speranza di poter rinnovare la memoria del momento rivoluzionario in contesti di contestazione analoghi a quelli degli anni Settanta.

Un rinnovato recente interesse critico si è materializzato in coincidenza con un susseguirsi di anniversari, che vanno dal sogno del Sessantotto al terrore e ai movimenti del 1977 al sequestro di Aldo Moro nel 1978. Vogliamo qui nominare alcune delle pubblicazioni più recenti nell’ambito degli studi italiani, tra cui due volumi curati da Silvia Contarini e Claudio Milanesi e un numero speciale della rivista «Écritures» curato da Christophe Mileschi ed Elisa Santalena.

Il primo, intitolato Controculture italiane, è dedicato al «Sessantotto lungo»[1], prolungamento temporale specificamente relativo al movimentismo italiano il cui impatto socio-culturale si è avvertito ben dentro il decennio dei Settanta, con le cui controculture il nostro presente sta ancora facendo – e deve ancora fare – pienamente i conti. Condividiamo con questa collezione di saggi l’ambizione di tornare ai “violenti anni Settanta” per «esplorare cosa ne rimanga, cosa abbia davvero inciso»[2]; di qui la metafora dell’ombra che si estende sul presente, un’immagine che si ritrova anche in alcuni saggi nella forma dello spettro che continua a visitare il nostro inconscio politico.

Il secondo è il volume Anni Settanta: La grande narrazione[3], che riflette sul mito e la disillusione degli anni Settanta con una molteplicità di prospettive coeve e posteriori, approccio pluridisciplinare con cui ci sentiamo in sintonia.

Vogliamo qui menzionare anche il numero 11 di «Écritures», Repenser les années 1970, che raccoglie i frutti critici del Convegno di Nanterre del 2017 che avrebbe dovuto aver luogo nella Biblioteca della Camera dei Deputati a Roma se non fosse stato posto il veto, forse per il suo essere troppo controcorrente rispetto ai criteri stringenti con cui la memoria di Aldo Moro viene tutelata dalle istituzioni. Il simposio, intitolato Aldo Moro: la ricerca, la politica, la storia, trattava un’ampia varietà di temi, spostando la discussione su aspetti ancora meno indagati per analizzarne le conseguenze sul presente[4]. Tra queste, quelle sul sistema carcerario italiano, un argomento di continua attualità e al quale è dedicata in questo numero monografico una serie di interviste con autori, artisti, attivisti che si sono trovati a occupare e a sperimentare, talvolta attraverso la propria esperienza personale, un carcere riformato (parzialmente e in modo ad oggi ancora insoddisfacente) a partire dai rivolgimenti socio-politico-culturali prodotti in seno agli anni Settanta.

Le interviste con Mary Gibson, Patrizio Gonnella, Amir Issaa, Dacia Maraini e Maria Giustina Laurenzi, realizzate e tradotte in lingua inglese per le cure di Elena Bellina (New York University) e Matteo Brera (Università degli Studi di Padova / Seton Hall University), testimoniano di come le rivolte, le violenze e i conseguenti tentativi di riforma messi in atto a partire dalla prima metà degli anni Settanta abbiano lasciato in eredità un sistema penale che il legislatore non ha mai saputo compiutamente modernizzare, se non al cospetto di situazioni emergenziali quali la crisi-Covid e atti di ribellione dei detenuti legati al cronico sovraffollamento[5].

I saggi dedicati alla cultura, alla letteratura e al cinema selezionati per questo numero dimostrano come persone, momenti, avvenimenti degli anni Settanta non possano essere disgiunti, agli occhi di critici e storici, dal loro impatto su percorsi individuali e collettivi nel presente. Per una definizione politica ed estetica del concetto di violenza rivoluzionaria dei movimenti sociali negli anni Settanta il volume si apre con i contributi di Carlo Baghetti (Centre National de la Recherche Scientifiques) e Gerardo Iandoli (Aix-Marseille Université) che si soffermano sulla rivisitazione delle poetiche di Nanni Balestrini da parte dello stesso autore e di altri scrittori (Tommaso di Ciaula e Antonio Pennacchi). Questi offrono gli strumenti testuali per concepire la violenza, rispettivamente a livello tematico, come topos negli scioperi e nelle manifestazioni dei lavoratori, e a livello estetico, come elemento inerente alla struttura di un’opera artistica. Il punto di partenza, per i due studiosi, è l’immaginario della violenza creato da Balestrini, di cui esplorano sia il progressivo depotenziamento negli anni Ottanta e Novanta sia la rielaborazione analizzata attraverso La nuova violenza illustrata, testo pubblicato postumo che riprende il precedente La violenza illustrata del 1976.

Rimanendo sempre in ambito (neo-)avanguardistico, Stefano Magni (Aix-Marseille Université) esplora le tecniche del collage e dell’attivismo politico con cui il Gruppo 70 ha interpretato e rappresentato la violenza degli anni della contestazione con un impegno non meno rivoluzionario di quello del più noto Gruppo 63.

Con Anna Taglietti (Università di Padova) l’attenzione si sposta verso il posizionamento politico degli intellettuali fuori dall’ambito delle controculture. Nel suo saggio dedicato al Primo Congresso internazionale per la difesa della cultura di Torino (1973) la studiosa esamina i documenti prodotti nell’ambito del convegno dal titolo Intellettuali per la libertà, che permettono di osservare la fortunata stagione che la cultura di destra visse in Italia nel periodo caldo, con la partecipazione di intellettuali quali Giuseppe Berto, Julius Evola, Marino Gentile e Armando Plebe.

Una posizione non ideologicamente schierata è quella di Natalia Ginzburg, la cui configurazione sacrale e prepolitica della donna prende forma al di fuori dei movimenti femministi, come dimostra Andrea Rondini (Università di Macerata), analizzando tra l’altro le prese di posizione sull’aborto nel 1977 della scrittrice e intellettuale, secondo cui solo la madre deve avere il diritto di decidere riguardo alla propria gravidanza.

La dimensione generazionale della violenza di quegli anni viene elaborata nel Bildungsroman Piove all’insù di Luca Rastello, pubblicato nel 2006, in un momento in cui acquistano voce anche le testimonianze del terrorismo dei familiari delle vittime[6]. Mentre Giulia Falistocco (Università degli Studi di Perugia) interpreta il testo alla luce delle lotte per il lavoro del Movimento del ’77 e che prefigurano la precarizzazione lavorativa nel presente, Andrea Brondino (The University of Manchester) lo confronta con il romanzo horror Le venti giornate di Torino (1977) di Giorgio De Maria e l’autobiografico Città sommersa di Marta Barone (2020), quest’ultimo dedicato alla memoria del padre Leonardo, il cui impegno sociale è stato oscurato dalla memoria collettiva della violenza degli Anni di piombo. Adottando la ghost story come modalità di rappresentazione, questi romanzi offrono una lente paradossalmente realista attraverso la quale affrontare le complessità e le contraddizioni di un’epoca che ancora incide sul presente.

A Città sommersa è pure dedicato il saggio di Maria Bonaria Urban (KNIR-Reale Istituto Neerlandese di Roma / Universiteit van Amsterdam) che, facendo affidamento sull’armamentario critico preso in dote dai cultural memory studies, mette in luce l’impatto della violenza sulle storie nascoste dei Settanta che narrano di un umanitarismo solidale e non politico che potrebbe mobilitarsi in una forza trasformativa nel presente. Poiché la storia di Leonardo è raccontata dalla figlia, il saggio esamina, in particolare, come la dimensione generazionale influisce sul tipo di memoria mediata dal romanzo.

L’analisi di David Ward (Wellesley College) del Tempo materiale di Giorgio Vasta (2008) rivela invece ai lettori l’incidenza della violenza dei comunicati dei terroristi che, nella deformazione mentale infantile e nella periferia di Palermo, diventano una forma deviante di espressione «mitopoietica», mettendo a nudo il rapporto nocivo tra ideologia e linguaggio.

Segue ai saggi maggiormente incentrati sulla letteratura e sul posizionamento intellettuale degli scrittori una terna di contributi che si appunta sul cinema per discutere alcuni aspetti chiave della storia e della memoria degli anni Settanta: carcerazione, ruolo della borghesia, punto di vista infantile. Studiando tre pellicole collocate in punti diversi sullo spettro dei generi – L’istruttoria è chiusa, dimentichi (D. Damiani, 1972), Detenuto in attesa di giudizio (N. Loy, 1972) e Farfallon (R. Pazzaglia, 1974) – Matteo Brera osserva come i prison films prodotti in Italia negli anni immediatamente precedenti la riforma carceraria del 1975 si propongano non solo come specchi e interpreti del dibattito culturale in atto, ma anche e soprattutto di testimoniare annose mancanze di un sistema penale ancora profondamente radicato nel Ventennio fascista.

Il saggio di Monica Jansen (Universiteit Utrecht) discute la trasposizione del romanzo Un borghese piccolo piccolo (1976) di Vincenzo Cerami nel film omonimo di Mario Monicelli (1977), e studia come il momento temporale della storia venga a coincidere con l’acuirsi della violenza quotidiana e con le dichiarazioni pubbliche di Pier Paolo Pasolini e Italo Calvino che mettono in guardia dalla mutazione culturale in atto e da un venir meno dell’umano nella borghesia capitalista del Boom economico.

Rachelle Gloudemans (KU Leuven) analizza infine le modalità attraverso cui il ricorso a un punto di vista infantile in tre film degli anni 2010 (La prima cosa bella di Paolo Virzì, 2010; La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo, 2011; e Anni felici di Daniele Luchetti, 2013) permette di tematizzare l’(im)possibilità di oltrepassare discorsi e immagini di violenza politico-sociale alla base della memoria culturale degli anni Settanta.

Quello della “violenza” è, anche e soprattutto nell’immaginario comune, oltre che critico, un segno che connota gli anni Settanta nella memoria collettiva del dopoguerra italiano. E i prodotti culturali presi in esame dai saggi qui raccolti ne analizzano le multiformi caratteristiche, in relazione alle controculture delle (neo)avanguardie, alle prese di posizione politiche, non politiche e ideologiche degli scrittori e intellettuali dell’epoca, e attraverso la mediazione delle memorie delle generazioni successive.

Come si nota dalla lettura dei saggi, sono frequenti le metafore che fanno riferimento a una dimensione inaccessibile alla comprensione quale la prospettiva infantile; a verità nascoste, quale la città sommersa di calviniana memoria; a un passato che non passa e continua a perseguitare il presente – e si vedano a questo proposito le “fantasmizzazioni” di cui parla Brondino nel suo contributo.

Questo numero monografico si distingue nel suo essere raccoglitore non solo di studi su produzioni artistiche e interventi pubblici, ma anche di dialoghi con le esperienze e i punti di vista di osservatori che hanno toccato con mano la realtà sulla quale vengono interpellati, in casu la storia, le riforme (mancate), le storture e le potenzialità del sistema carcerario italiano dagli anni Settanta a oggi.

La combinazione di tipologie di conoscenza e l’intrecciarsi di livelli di esperienza ci permettono di concludere che la memoria dei “violenti anni Settanta” non è da immaginarsi come un archivio statico e immutevole cristallizzato nel tempo, ma piuttosto come l’ombra lunga di un repertorio (testuale, ma anche esperienziale e testimoniale) dinamico e trasformativo che si sposta “dentro il tempo” e che apre nuove prospettive sul presente e sul futuro.

Sentita gratitudine va a Leonardo Casalino e Ugo Perolino, senza il cui prezioso contributo intellettuale questa raccolta di saggi non avrebbe potuto vedere la luce.

  1. Controculture italiane, a cura di S. Contarini e C. Milanesi, Firenze, Franco Cesati Editore, 2019, p. 11.
  2. Ibidem.
  3. Anni Settanta: la grande narrazione, a cura di S. Contarini e C. Milanesi, Firenze, Franco Cesati Editore, 2024.
  4. Repenser les années 1970, «Écritures», 11, 2019, a cura di C. Mileschi ed E. Santalena. Ad Aldo Moro è dedicata anche la collezione di saggi Il caso Moro. Memorie e narrazioni, a cura di L. Casalino, U. Perolino e A. Cedola, Massa, Transeuropa, 2016.
  5. Si veda su quest’ultimo argomento S. Basilisco e M. Jansen, Narrating COVID and Captivity in Italy: ‘No Prison’ Writings and the Restorative Potential of the Penitentiary, in «Modern Italy», 2024, pp. 1-14.
  6. Sulla postmemoria delle vittime del terrorismo si veda per esempio R. Glynn, The ‘Turn to the Victim’ in Italian Culture: Victim-centred Narratives of the Anni di Piombo, in «Modern Italy», 18, 4, 2013, pp. 373-90; Era mio padre. Italian Terrorism of the Anni di Piombo in the Postmemorials of Victims’ Relatives, a cura di S. Gastaldi e D. Ward, Oxford, Peter Lang, 2018.

(fasc. 52, 31 luglio 2024)