“Noi non ci saremo”: narrazioni della fine del mondo nel cantautorato italiano

Author di Lorisfelice Magro

Abstract: Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha visto un aumento delle narrazioni apocalittiche e distopiche in vari media, che ha generato una nutrita bibliografia di studi sul tema, mentre l’analisi di queste tematiche nelle opere cantautorali è rimasta meno frequente. A partire quantomeno da Noi non ci saremo, scritta nel 1966 da Francesco Guccini per i Nomadi, diverse canzoni hanno esplorato visioni future, spesso riflettendo preoccupazioni sociali, politiche e ambientali. In tempi recenti le visioni più o meno pessimistiche del futuro si sono moltiplicate nel canzoniere di autrici e autori di nuova generazione, tanto da permettere di individuare alcuni motivi ricorrenti affrontati da varie angolature. Intenzione dell’articolo è la ricerca di riferimenti di stampo fantascientifico secondo tre temi fondamentali – Terza guerra mondiale, apocalisse, eco-utopia – in una selezione di testi cantautorali italiani, con particolare riferimento alla produzione dal 2000 a oggi.

Abstract: Over the past decade, Italy has seen an increase in apocalyptic and dystopian narratives across various media, resulting in a substantial bibliography of studies on the subject. However, the analysis of these themes in singer-songwriter works has been less frequent although various songs have explored future visions, often reflecting social, political, and environmental concerns, since at least Noi non ci saremo, written in 1966 by Francesco Guccini for the folk-band I Nomadi. In recent times, more or less pessimistic visions of the future have expanded their presence in the songbooks of new generation authors, allowing for the identification of some recurring motifs approached from various angles. The article aims to explore science fiction references according to three fundamental themes – the Third world war, apocalypse, eco-utopia – in a selection of Italian singer-songwriter texts, with particular reference to the production from 2000 to today.

Introduzione

Nel corso dell’ultimo decennio, narrazioni apocalittiche e distopiche si sono moltiplicate in Italia attraverso i linguaggi più diversi: da romanzi come Anna[1] di Niccolò Ammaniti o Noi siamo campo di battaglia[2] di Nicoletta Vallorani alla serie televisiva Never Too Late[3], passando per fumetti seriali come Orfani[4] e graphic novel come La terra dei figli[5] di Gipi, o ancora per il film Siccità[6] di Virzì. Se lo studio del tema nei media citati ha già trovato ampia affermazione anche da prospettive interdisciplinari e transmediali[7], meno frequente è stata finora l’analisi in tal senso di opere cantautorali, in cui però il tema ha trovato diffusione almeno fin dagli anni Sessanta.

L’anno che verrà: dagli anni Sessanta agli anni Ottanta

Tra i primi testi degni di nota vale sicuramente la pena segnalare Noi non ci saremo[8] di Francesco Guccini[9], scritta sotto pseudonimo per i Nomadi ma rapidamente reintegrata nel canzoniere del cantautore modenese, seguita pochi anni dopo da Il vecchio e il bambino[10], canzone che deve molto alla poetica dell’Elsa Morante saggista e poetessa[11].

Nelle prime quattro strofe del primo brano la voce narrante alla prima persona plurale esplora altrettante visioni del futuro in cui fuoco, acqua, terra e aria distruggono «case e palazzi», «macchine e strade» (vv. 25-26) per riportare a nuova vita un pianeta deantropizzato ma non per questo privo di vita:

e dai boschi e dal mare ritorna la vita

e ancora la terra sarà popolata

fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni

e ancora il mondo percorrerà

gli spazi di sempre per mille secoli almeno (vv. 29-33)

Non saranno però questi eventi a costituire la fine della specie umana che, come avverte il ritornello, sarà già estinta – forse per la temuta guerra atomica oggetto di un brano dello stesso anno[12] – e non potrà osservare davvero il crollo definitivo di città già in macerie, a differenza dei due protagonisti di Il vecchio e il bambino, testimoni del paesaggio arido e desolato descritto stavolta da un narratore esterno:

la polvere rossa si alzava lontano

e il sole brillava di luce non vera.

L’immensa pianura sembrava arrivare

fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare

e tutto d’intorno non c’era nessuno

solo il tetro contorno di torri di fumo. (Vv. 2-8)

Anche in questo caso l’autore contrappone all’atmosfera apocalittica[13], predominante nelle descrizioni come nelle parti di dialogo riservate al vecchio, che ricorda con nostalgia il tempo in cui nella «pianura, fin dove si perde / crescevano gli alberi e tutto era verde» (vv. 25-26), una nota di speranza espressa in chiusura dal bambino («mi piaccion le fiabe / raccontane altre!», v. 32).

La compresenza di prospettive pessimistiche e visioni di rinascita connota tutto il decennio, ma diventa particolarmente evidente dal 1977 in poi: in Zombie di tutto il mondo unitevi[14] Gianfranco Manfredi invoca il risveglio di una sinistra ridotta a fantasma «del fantasma d’Europa / che di carne e di sangue / ne ha conservata poca» (vv. 53-56), utilizzando così la metafora epidemica in senso salvifico, a differenza di La peste[15] di Giorgio Gaber, incentrata sulla rapida normalizzazione della morte («si scansano i cadaveri / non ci fai più caso / ci si abitua così presto», vv. 26-28) in una Milano[16] assediata dal morbo; Manfredi partecipa tra l’altro nello stesso anno a Gran disordine sotto il cielo[17], unico lavoro del gruppo prog-rock Gramigna, strutturato come un concept album sulla liberazione della protagonista Alice dalle oppressioni patriarcali e capitaliste.

Altrettanto liberatori ma più concilianti[18] sono i toni di Lucio Dalla in L’anno che verrà[19], composta nel 1978 nella forma di una lettera indirizzata a un amico in carcere, in cui il mittente immagina, nell’ultimo giorno dell’anno, un futuro meno violento e ansiogeno[20] del presente che lo circonda. Dichiaratamente conflittuale è, invece, il Gaber di Io se fossi Dio[21], monologo in prima persona di una divinità furiosa e pronta a far «suonare le trombe» per un «Giudizio universale» (vv. 188-190) che colpirà tutti, dagli «africanisti e l’Asia» agli «americani e i russi» (vv. 69-70), dal «piccolo borghese» che «non commette mai peccati grossi» (vv. 12-13) fino a giornalisti e politici d’ogni colore e schieramento, non meno colpevoli dei famigerati brigatisti dello stato della società italiana:

di noi posso parlare perché so chi siamo

e forse facciamo più schifo che spavento

di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento

ma io se fossi Dio

non mi farei fregare da questo sgomento

e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio

perché a Dio i martiri

non gli hanno fatto mai cambiar giudizio

e se al mio Dio che ancora si accalora

gli fa rabbia chi spara

gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque

se gli ha sparato un brigatista

diventa l’unico statista (vv. 216-28)

Gaber prosegue il suo j’accuse infernale – una vera e propria declinazione apocalittica delle canzoni d’invettiva comuni nel repertorio di molti cantautori dell’epoca, si pensi a L’avvelenata[22] di Guccini – sciogliendo l’allusione e citando direttamente Aldo Moro prima di mettere da parte il fervore che pervade il testo, abbandonandosi a un atteggiamento di sofferente rassegnazione.

Un atteggiamento simile sembra dominare la discografia di Battiato a cavallo tra la fine del decennio e l’inizio degli anni Ottanta, non a caso una delle fasi di maggiore attenzione al sociale dell’eclettico artista siciliano[23]: in Magic Shop[24] la denuncia è rivolta principalmente alla progressiva mercificazione di ogni valore contro cui il cantautore siciliano lancia una chiamata alle armi in Up Patriots to Arms[25], poi ritirata nella resa di Bandiera bianca[26], ma in L’esodo[27] il riemergere della paura per il conflitto atomico finisce per sovrastare gli strali contro la commercializzazione della musica cantati negli album precedenti:

prima che la terza Rivoluzione Industriale

provochi l’ultima grande esplosione nucleare

[…]

fine dell’imperialismo degli invasori russi

e del colonialismo inglese e americano

prepariamoci per l’esodo (vv. 1-9)

A che ora è la fine del mondo? Dagli anni Novanta alla fine degli anni Zero

La rappresentazione apocalittica dell’Italia riappare, invece, negli anni Novanta in La domenica delle salme[28], brano composto con Mauro Pagani in cui si intravede «tutta la grandezza del Fabrizio De Andrè “narratore”»[29].

La canzone racconta l’instaurazione di un «Quarto Reich» (v. 21) come conseguenza della messa al bando degli ideali marxisti in Italia, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, definendone i vari passaggi, dalla ricerca ed esecuzione dei personaggi chiave come il brigatista Renato Curcio, descritto come un «carbonaro» (v. 46) e arrestato mentre cerca di tornare nella Trento che era stata tra le culle del Movimento Studentesco, alla diffusione di una propaganda vitalista che permette un golpe silenzioso e senza spargimenti di sangue:

la domenica delle salme

nessuno si fece male

tutti a seguire il feretro

del defunto ideale

la domenica delle salme

si sentiva cantare

quant’è bella giovinezza

non vogliamo più invecchiare (vv. 60-67)

Non meno immaginifica ma decisamente più intimista è, invece, l’atmosfera dei versi di Dolcenera[30], scritta assieme a Ivano Fossati, in cui gli stilemi del maravilloso mutuati dalla lettura degli scrittori sudamericani, su tutti il brasiliano Oswald De Andrade – già citato in La domenica delle salme – e il colombiano Álvaro Mutis[31], vengono adoperati per la narrazione di un nuovo diluvio universale. L’elemento acquatico torna, così, in una declinazione particolarmente distruttiva, rappresentata da una pioggia nera che travolge un’intera città trasformandola in una «tonnara» (v. 1) e rendendo tristemente eterni i suoi abitanti e i due amanti protagonisti del testo.

In A che ora è la fine del mondo, firmata da un Ligabue ancora non investito dal successo di Certe notti, torna invece il riferimento al fuoco: la cover da It’s the End of the World as We Know It[32] dei R.E.M. è composta come una scaletta televisiva della diretta della «fine del mondo in mondovisione» (v. 3), organizzata secondo diversi gironi infernali[33]. A ogni tipologia di peccatore, indicato sempre attraverso il turpiloquio, il cantante di Coreggio assegna, infatti, tanto una pena specifica quanto un programma televisivo dedicato:

ultimo appello per i merdaioli

finitevi la merce che di là non funziona

altro girone, altro regalo

niente caramelle per i lecca culo

OK, il girone è giusto, OK! (vv. 25-29)

Pur con una composizione testuale non meno articolate di altri brani più legati all’attualità – Gaber e De Andrè su tutti – evitando di nominare direttamente nel testo[34] bersagli polemici, eroi o antieroi, Ligabue segna il passaggio verso una progressiva depoliticizzazione destinata a diventare egemone nella produzione cantautorale successiva.

Anche Caparezza, che pubblica tra il 2006 e il 2011 tre album[35] dichiaratamente impegnati, invece che indicare in modo esplicito i soggetti a cui si ispira per i suoi brani preferisce ricorrere a testi ricchi di metafore o epiteti allusivi, in cui lo spettro della fine del mondo, pur evocato più volte, appare in La fine di Gaia[36] non come un rischio concreto, ma come ennesima teoria complottista:

la fine di Gaia non arriverà

la gente si sbaglia

in fondo che ne sa

è un fuoco di paglia

alla faccia dei Maya e di Cinecittà (vv. 14-18)

Un atteggiamento più ansioso nei confronti del futuro viene, invece, espresso negli stessi anni dai Baustelle, che optano al contempo per una prospettiva meno tesa all’universale, se non addirittura piegata a un «ostentato egoismo»[37]: La guerra è finita[38], tra i primi successi del gruppo toscano, tratta infatti della decisione, confessata in una lettera d’addio, di una sedicenne di suicidarsi per placare il terrore di un terzo conflitto globale, che dopo i fatti dell’11 settembre e della guerra in Iraq diventa un tema costante nella produzione cantautorale:

malgrado Belgrado, America e Bush

con una Bic profumata

da attrice bruciata

“La guerra è finita”

scrisse così (vv. 33-38)

L’ansia individuale dinanzi ai grandi eventi storici viene, così, messa in scena da Bastreghi, Bianconi – che negli stessi anni scrive per Irene Grandi Bruci la città[39], in cui l’immaginario catastrofista si fa tutt’uno con una tenera dichiarazione d’amore – e Brasini nella forma di una narrazione intima della fine del mondo che tende a farsi ricorrente dagli anni Dieci in poi, in una produzione tanto eterogenea da offrire almeno tre modalità di rappresentazione della stessa.

L’ultimo giorno: dagli anni Dieci a oggi

Un primo gruppo di canzoni si sviluppa attorno al tema del terzo conflitto globale: la cantautrice Mimosa propone l’identificazione con lo stesso presentandosi nella title track[40] del suo disco del 2015 come «la figlia del lontano futuro / in preda a una crisi economica-erotica / sono la terza guerra mondiale» (vv. 17-21), mentre Appino, cantante e autore dei testi della band The Zen Circus, con nichilismo pessoano[41] arriva a invocare La terza guerra mondiale[42] – che anche in questo caso dà il titolo sia al brano sia all’album, che si distingue per i riferimenti a Melville, Céline e Bruno Traven[43] – come estrema soluzione all’alienazione tecnologica, ai sogni politici coltivati da giovane e alla violenza del linguaggio del dibattito sui social network:

una guerra mondiale ancora

per cominciare una nuova era

per capire chi è il nemico

per vederlo dritto in viso

[…]

voi che parlate di fucili

di calci in culo ed esplosivi

una guerra mondiale ancora

una vera e non su una tastiera

la terza guerra mondiale (vv. 28-39)

Il secondo gruppo si focalizza sulla catastrofe in sé, secondo due modalità – una intimista, l’altra maggiormente tesa alla vera e propria narrazione della fine del mondo – non necessariamente alternative l’una all’altra: se Simona Norato, che in La fine del mondo[44] utilizza il concetto per ridimensionare la fine della sua storia d’amore, o Dente, che in Cambiare idea[45] paragona invece l’accettazione di una delusione amorosa a «l’inizio della fine del mondo» (v. 26), o ancora Mace, Marco Castello ed Ele A, in dubbio sulla possibilità di poter vivere serenamente Mentre il mondo esplode[46], prediligono un uso intimista e indiretto del tema, altri autori e autrici si dedicano a vere e proprie narrazioni della fine del mondo, in cui è semmai la trama amorosa a farsi espediente narrativo.

Già in Una palude[47] dei Ministri una pioggia di rane arriva nel secondo ritornello proprio a spezzare il romanticismo che pervade i versi precedenti, mentre Dimartino in Ci diamo un bacio[48], inclusa nell’album Afrodite ma presto incisa anche con La rappresentante di lista, individua nello scambio di un’effusione l’unico momento di tenerezza nel mezzo di una Palermo infernale e a un passo dall’essere inondata:

ho perduto Palermo nel vento dei tropici

ho trovato l’inferno nel bar sotto casa mia

e ho visto un mostro ingoiare la città

[…]

aspettando che arrivi dal fondo un’onda anomala

[…]

ci diamo un bacio prima di farci male (vv. 3-15)

Ancora Dimartino, stavolta in collaborazione con Colapesce, torna a coltivare un immaginario catastrofista in L’ultimo giorno[49] e nel brano sanremese Musica leggerissima[50], in cui ritornano diversi fra i motivi – l’infernalità associata alla guerra, l’acqua come metafora di distruzione e/o rinascita, la presenza-assenza di Dio – rilevati nei testi analizzati in precedenza:

se bastasse un concerto per far nascere un fiore

tra i palazzi distrutti dalle bombe nemiche

nel nome di un Dio

che non esce fuori col temporale (vv. 17-20)

 

In un altro brano presentato a Sanremo, Ciao ciao[51], il duo della Rappresentante di lista sembra invece rifarsi ai testi femministi degli anni Settanta per raccontare una storia d’amore finita mentre la rivolta infuria nelle strade della città, in una costante alternanza tra prima persona singolare e plurale:

che paura intorno

è la fine del mondo

sopra la rovina sono una regina

ma non so cosa salvare

[…]

questa è l’ora della fine

romperemo tutte le vetrine

tocca a noi, non lo senti, come un’onda arriverà

me lo sento esploderà, esploderà (vv. 3-25)

Ancora più distanti da una prospettiva individuale sono, però, i testi appartenenti a un terzo gruppo, caratterizzato da una tensione al sublime, in dialogo diretto coi testi di Guccini, Battiato e Gaber. Col primo[52] si confrontano gli Zen Circus che, in Canzone contro la natura[53], quasi una riscrittura di Noi non ci saremo da una prospettiva antropocentrica, narrano l’estinzione della specie a opera di piante e animali:

se la natura fosse solo un po’ più cattiva

e il sole ti esplodesse in faccia appena fa mattina

e gli animali cominciassero ad organizzarsi

e lentamente progettassero di sterminarci

se non ci fosse alcun giudizio universale

in quale modo scinderesti il bene dal male (vv. 3-8)

Il gruppo pisano approfondisce poi in Albero di tiglio[54], contenuta nello stesso album, il punto di vista del regno vegetale, che in una narrazione in prima persona rivela tanto la sua natura divina quanto la sua naturale inimicizia nei confronti dell’essere umano:

guardate questa vecchia quercia

distrutta dalla vostra guerra

voi piangeste mille figli morti

ma questa pianta ne vale altrettanti

voi credeste ch’io fossi fatto

a vostra immagine e somiglianza

perché lo avete letto su libri

che vi siete scritti da soli

io non ho mai avuto un figlio,

come potrei io che sono un tiglio (vv. 29-38)

Più in debito con la poetica di Battiato – oltre che con quelle di Houllebecq[55] e del filosofo Byung-Chul Han[56] – sono, invece, i versi di molte canzoni dei Baustelle presenti nell’album in due volumi L’amore e la violenza, ricco dei riferimenti biblici ed esoterici cari al cantautore siciliano[57], in special modo nei brani L’era dell’acquario[58] e Il vangelo di Giovanni[59]:

io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera

meglio sparire, nel mistero del colore delle cose

quando il sole se ne va

resta poco tempo per capire

il significato dell’amore

l’idiozia di questi anni, il vangelo di Giovanni

la mia vera identità (vv. 10-15)

Simili rimandi continuano peraltro a tornare nelle canzoni successive del gruppo toscano, come in Nabuccodonossor[60], prodotta in collaborazione col gruppo I cani guidato da Niccolò Contessa, a sua volta autore di una nuova distopia milanese: in Un altro Dio[61], pubblicata esclusivamente su Youtube, la città viene descritta come un non-luogo in cui «il lavoro non si ferma mai / monopolizzando la conversazione» (vv. 9-12) e «l’uomo moderno vive a testa bassa / non per timore di Dio / ma per il terrore di alzare lo sguardo e vedere l’abisso» (vv. 49-51).

Qualche nota di maggiore ottimismo sembra emergere nel terzo gruppo tematico, improntato alla narrazione del mondo dopo la catastrofe e connotato da un maggiore ricorso al vento e alla terra come motivi naturali ricorrenti: se la già citata Albero di tiglio degli Zen Circus immaginava una natura trionfante nello strappare il dominio del pianeta all’essere umano, meno violente sono le previsioni di altri autori e autrici.

Particolarmente scanzonati sono, ad esempio, i versi proiettati verso il 2100 e il 3100 di Canzoncina[62] di Margherita Vicario o quelli di La prima pace mondiale[63] in cui il gruppo Eugenio in Via di Gioia capovolge il topos bellico, così come è un clima di serena accettazione di un mondo in cui la specie umana abbia un ruolo ridimensionato rispetto a quello assunto nel corso della Storia ad animare la produzione più recente di Vasco Brondi[64]. Brondi ha incluso molti dei brani citati nelle sue pubblicazioni dal vivo[65], giustapponendoli non a caso a monologhi teatrali e testi poetici come Bello mondo[66] e Ma adesso io[67] di Mariangela Gualteri, Dopo[68] di Erri De Luca e a una personale traduzione di The Art of Losing[69] di Elizabeth Bishop, ed è autore di molti affreschi su una contemporaneità dai tratti distopici nel suo passato come Le luci della centrale elettrica[70], più orientato adesso a una narrazione della natura che emerge anche nelle colonna sonora[71] di Fiore mio[72], film d’esordio dello scrittore Paolo Cognetti.

Conclusioni

Come si è potuto osservare, oltre che per affinità tematica, le canzoni analizzate in questo studio si caratterizzano tutte, da un canto, per la scelta di un lessico, sia descrittivo sia metaforico, legato ai quattro elementi naturali; dall’altro, per un generale senso di accettazione, più o meno rassegnata, di un’eventuale fine del mondo o della vita umana. Vale la pena sottolineare come, soprattutto nella produzione più recente, l’acqua e il fuoco appaiano perlopiù come dispositivi di distruzione, mentre aria e terra tendano a ricorrere nei testi più ottimisti e conciliatori.

Si può, inoltre, constatare come questo cambiamento, riscontrabile talvolta anche internamente alla produzione dei singoli artisti (come è particolarmente evidentemente nel caso di Vasco Brondi), vada in parallelo con quelli dei motivi che attraversano trasversalmente le canzoni su cui si è posta l’attenzione: la paura della bomba nucleare, centrale per i cantautori emersi negli anni Sessanta, non sparisce ma si evolve piuttosto nel senso di attesa di un nuovo conflitto globale dato per certo, così come il paesaggio post-atomico lascia spazio alla rivincita della natura sull’essere umano e sui suoi danni al pianeta. Questo mutamento viene confermato anche nelle canzoni in cui si riserva un ruolo alla figura divina, che dalla rabbia dimostrata all’inizio del brano di Gaber scivola gradualmente verso il distacco dei versi finali, confermato nell’assenza cantata da Colapesce e Dimartino e dalla nostalgia verso la dimensione religiosa che anima il monologo di Contessa.

In senso diacronico si può, infine, constatare non tanto un allontanamento da temi politici o d’attualità, che anzi costituiscono quasi sempre uno spunto evidente per tutte e tre le modalità narrative di tradizione fantascientifica – Terza guerra mondiale, apocalisse, eco-utopia –, ma semmai un progressivo distanziamento, iniziato negli anni Novanta, da prese di posizione chiare o da riferimenti diretti a personaggi della vita pubblica, assenti anche in testi letterariamente ambiziosi come quelli degli Zen Circus, dei Baustelle o della Rappresentante di lista, presentandosi in tal senso come un’eccezione al «registro moralistico-apocalittico […] preponderante»[73] nelle narrazioni della fine del mondo diffuse in altri media.

 

  1. Cfr. N. Ammaniti, Anna, Milano, Mondadori, 2015.
  2. Cfr. N. Vallorani, Noi siamo campo di battaglia, Modena, Zona 42, 2022.
  3. Cfr. L. Vignolo, S. De Chirico, Never Too Late, Italia, 2024.
  4. Cfr. R. Recchioni, E. Mammucari et alii, Orfani, Milano, Bonelli, 2013-2018.
  5. Cfr. Gipi, La terra dei figli, Roma, Coconino Press, 2016.
  6. Cfr. C. Virzì, Siccità, Italia, 2022.
  7. Oltre ai testi citati nell’articolo, si segnalano quantomeno G. Ania, Apocalypse and Distopia in Contemporary Italian Writing, in Trends in Contemporary Italian Narrative 1980-2007, a cura di G. Ania, A. H. Caesar, Cambridge, Cambridge Scholars, 2017, pp. 155-81; S. Brioni, D. Comberiati, Italian Science Fiction. The Other in Literature and Film, Londra, Palgrave Macmillan, 2019; F. Coin et alii, Sta arrivando la fine del mondo? 15 punti di vista sulle paure e i rischi apocalittici del nostro presente, Milano, Utet, 2024; M. Malvestio, Raccontare la fine del mondo. Fantascienza e antropocene, Milano, Nottetempo, 2021.
  8. Cfr. F. Guccini, Noi non ci saremo, in Nomadi, Noi non ci saremo/Spegni quella luce, Columbia, 1966.
  9. Per un approfondimento dei riferimenti letterari nel repertorio di Guccini, si rimanda a F. Brusco, Francesco Guccini. Frammenti di un discorso musicale, Milano, Mimesis, 2012.
  10. Cfr. F. Guccini, Il vecchio e il bambino, in Id., Radici, Columbia, 1972.
  11. Ci si riferisce in particolar modo a E. Morante, Pro o contro la bomba atomica e altri scritti [1965], Milano, Adelphi, 1987 e a Ead., Il mondo salvato dai ragazzini, Torino, Einaudi, 1968.
  12. Cfr. F. Guccini, L’atomica cinese, in Id., Folk Beat n.1, La voce del padrone, 1966.
  13. Motivi distopici e utopici sono peraltro frequenti anche nella discografia più tarda del cantautore; si veda a tal proposito P. Ubaldi, Francesco Guccini: identità e diversità nella canzone d’autore, in «Quaestiones Romanicae», X, 2, 2023, pp. 361-74.
  14. Cfr. G. Manfredi, Zombie di tutto il mondo unitevi, in Id., Zombie di tutto il mondo unitevi, Ultima spiaggia, 1977.
  15. Cfr. G. Gaber, La peste, in Id., Anche oggi non si vola, Carosello, 1974.
  16. Per un approfondimento sulle rappresentazioni distopiche del capoluogo lombardo, si rimanda a D. Comberiati, La fantascienza italiana contro il boom economico? Quattro narrazioni distopiche degli anni Sessanta (Aldani, Buzzati, De Rossignoli, Scerbanenco), Firenze, Cesati, 2024.
  17. Gramigna, Gran disordine sotto il cielo, Ultima spiaggia, 1977.
  18. Più in generale sulla produzione cantautorale durante la stagione del riflusso si rimanda a F. Ciabattoni, Italy’s cantautori in the 1980s on the Backdrop of riflusso, in La memoria delle canzoni. Popular Music e identità italiana, a cura di A. Carrera, Pasturana, Puntoeacapo, 2017, pp. 140-69.
  19. Cfr. L. Dalla, L’anno che verrà, in Lucio Dalla [1978], RCA, 1979 [1978].
  20. Si rimanda a L. Pollini, Musica leggera, anni di piombo. Assalto al cielo a colpi di note nell’Italia degli anni Settanta, Milano, No Reply, 2012, p. 121.
  21. Cfr. G. Gaber, Io se fossi Dio, F1 Team, 1980.
  22. Cfr. F. Guccini, L’avvelenata, in Id., Via Paolo Fabbri 43, EMI, 1976.
  23. Si veda in tal senso F. Milazzo, Minima immoralia. Postmoderno e impegno pubblico nella svolta pop di Franco Battiato (1979-1981), in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», 53, 2023, pp. 223-43.
  24. Cfr. F. Battiato, Magic Shop, in Id., L’era del cinghiale bianco, EMI, 1979.
  25. Cfr. F. Battiato, Up Patriots to Arms, in Id., Patriots, EMI, 1980.
  26. Cfr. F. Battiato, Bandiera bianca, in Id., La voce del padrone, EMI, 1981.
  27. Cfr. F. Battiato, L’esodo, in Id., L’arca di Noè, EMI, 1982.
  28. Cfr. F. De Andrè, M. Pagani, La domenica delle salme, in F. De Andrè, Le nuvole, Ricordi, 1990.
  29. M. Pagani, Il sentiero delle parole, in Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani, a cura di G. Vasta, Milano, Bur, 2006, p. 191.
  30. Cfr. F. De Andrè, I. Fossati, Dolcenera, in F. De Andrè, Anime salve, Ricordi, 1996.
  31. Per un approfondimento del rapporto tra il cantautore genovese e la letteratura sudamericana si consiglia E. Corrente, Un lavoro più da artigiano che da artista. Smisurata preghiera: critica degli scartafacci di un cantautore, in «Rivista di letteratura italiana», 2, 2017, pp. 139-52.
  32. Cfr. R.E.M., It’s the End of the World as We Know It (And I Feel Fine), in Document, IRS, 1987.
  33. Per un maggiore approfondimento dei riferimenti danteschi nella canzone italiana, si rimanda a F. Ciabattoni, Dante and Italy’s Singer-Songwriters, «Italian Quarterly», 207/210, 2016, pp. 61-80.
  34. In occasione dell’uscita del singolo, il cantautore non mancò comunque di segnalare la fonte d’ispirazione del testo nelle dichiarazioni di Silvio Berlusconi in merito al suo scetticismo su un’eventuale influenza dei media privati sul suo successo elettorale; per un approfondimento si rimanda a E. Pasquale, Ligabue: ho rifiutato uno show tv, in «Corriere della sera», 14.05.2006; cfr. l’URL: http://archiviostorico.corriere.it/2006/maggio/14/Ligabue_rifiutato_uno_show (ultima consultazione: 8.02.2025).
  35. Cfr. Caparezza, Habemus Capa, EMI, 2006; Id., Le dimensioni del mio caos, EMI, 2008; Id., Il sogno eretico, EMI, 2011.
  36. Cfr. Caparezza, La fine di Gaia, in Id., Il sogno eretico, cit.
  37. A. Alfieri, La guerra è infinita, la vita continua. Il suicidio secondo i Baustelle, in Musica & parole. Storie, tracce, temi della canzone d’autore italiana, vol. 8, Foggia, Bastogi, p. 107.
  38. Cfr. Baustelle, La guerra è finita, in Eid., La malavita, Warner, 2006.
  39. Cfr. F. Bianconi, Bruci la città, in I. Grandi, Irenegrandi.hits, Atlantic, 2006.
  40. Cfr. Mimosa, Terza guerra, in Ead., La terza guerra, Gas Vintage, 2015.
  41. Cfr. I. Gardelli, Appino degli Zen Circus legge Pessoa al We Reading Festival, Ravenna e dintorni, 31.05.2019; cfr. l’URL: https://www.ravennaedintorni.it/rd-cult/libri/appino-degli-zen-circus-legge-pessoa-gran-finale-del-we-reading-festival/ (ultima consultazione: 10.02.2025).
  42. Cfr. The Zen Circus, La terza guerra mondiale, in Eid., La terza guerra mondiale, La Tempesta, 2016.
  43. Cfr. N. Milani, Céline, Melville e Sterne tra i grandi scrittori amati dagli Zen Circus, in «Il Libraio», 21.09.2016; cfr. l’URL: https://www.illibraio.it/news/storie/zen-circus-scrittori-386216/ (ultima consultazione: 10.02.2025).
  44. Cfr. S. Norato, La fine del mondo, in Id., La fine del mondo, La Fionda, 2015.
  45. Cfr. Dente, Cambiare idea, in Id., Hotel Souvenir, INRI, 2023.
  46. Cfr. Mace, M. Castello, Ele A, Mentre il mondo esplode, in Mace, Māyā, Island-Universal, 2024.
  47. Cfr. Ministri, Una palude, in Eid., Per un passato migliore, Nigiri, 2013.
  48. Cfr. Dimartino, Ci diamo un bacio, in Id., Afrodite, 42 Records, 2019.
  49. Cfr. Colapesce Dimartino, L’ultimo giorno, in Eid., I mortali, 42 Records, 2020.
  50. Cfr. Colapesce Dimartino, Musica leggerissima, in Eid., I mortali², 42 Records, 2021.
  51. La rappresentante di lista, Ciao ciao, in Eid., Ciao ciao, Woodworm, 2022.
  52. Cfr. V. Cipriani, Intervista ad Andrea Appino: tra rock e cantautorato, in «Relics Magazine», 30.12.2013; cfr. l’URL: https://www.relics-controsuoni.com/2013/12/intervista-ad-andrea-appino-tra-rock-e-cantautorato-testo-e-foto-di-valentina-cipriani (ultima consultazione: 10.02.2025).
  53. Cfr. The Zen Circus, Canzone contro la natura, in Eid., Canzoni contro la natura, La tempesta, 2014.
  54. Ibidem.
  55. Cfr. A. Lolli, Baustelle. Vivi contro la vita, in «Rockit», 20.10.2017; cfr. l’URL: https://www.rockit.it/storie-copertina/baustelle-amore-violenza/ (ultima consultazione: 10.02.2025).
  56. Cfr. C. Dellacasa, E ti dirò chi ascolta i Baustelle, in «La balena bianca. Rivista di cultura militante», 7.07.2018; cfr. l’URL: https://www.labalenabianca.com/2018/06/07/ti-diro-ascolta-baustelle/ (ultima consultazione: 8.02.2025).
  57. Cfr. Si rimanda a P. Trichilo, Battiato, Il volo e l’abisso, in «Animamediatica», 12, 2024, pp. 82-91.
  58. Cfr. Baustelle, L’era dell’acquario, in Eid., L’amore e la violenza vol.1, Warner, 2017.
  59. Baustelle, Il vangelo di Giovanni, in Eid., L’amore e la violenza vol.1, op. cit.
  60. Cfr. Baustelle, I cani, Nabuccodonossor, in I cani Baustelle, 42 Records, 2023.
  61. Cfr. I cani, Un altro dio; cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=y4u133Nw2m0 (ultima consultazione: 8.02.2025).
  62. Cfr. M. Vicario, Canzoncina, in Id., Showtime [2023], Island-Universal, 2024.
  63. Cfr. Eugenio in Via di Gioia, La prima pace mondiale, in Id., Tutti su per terra, Libellula Music, 2017.
  64. Ci si riferisce soprattutto alla produzione successiva a Paesaggio dopo la battaglia, Cara catastrofe-Sony, 2021.
  65. Oltre a Noi non ci saremo, incisa con Vicario, e Magic Shop, entrambe pubblicate in Talismani per tempi incerti, Cara catastrofe-Sony, 2020, si segnala la versione di La domenica delle salme registrata per lo spettacolo Anni di Merda, curato assieme a Marco Philopat e Wu Ming 2 nel 2009: cfr. l’URL https://www.youtube.com/watch?v=FyIydaWU5Vs (ultima consultazione: 8.02.2025).
  66. Cfr. M. Gualtieri, Bello mondo, in Ead., Le giovani parole, Torino, Einaudi, 2015, ed. digitale.
  67. Cfr. M. Gualtieri, Ma adesso io, in Ead., Caino, 2011, p. 101.
  68. Cfr. E. De Luca, Dopo, in Id., Solo andata, Milano, Feltrinelli, 2005, ed. digitale.
  69. Cfr. E. Bishop, The Art of Losing, pubblicata in italiano nella versione di Ottavio Fatica col titolo L’arte è sempre quella, in Miracolo a colazione, trad. di D. Abeni, R. Duranti, O. Fatica, Milano, Adelphi, 2006 [1976], pp. 242-43.
  70. Sull’evoluzione stilistica e tematica del cantautore si rimanda ad A. Lolli, L’importanza delle luci, in «Esquire», 15.10.2018; cfr. l’URL: http://www.esquire.com/it/cultura/musica/a23771191/luci-della-centrale-elettrica-fine/ (ultima consultazione: 10.02.2025) e, dello stesso Lolli, Una generazione diventata adulta per tentativi, Siamo mine, 6.05.2021 (cfr. l’URL: https://web.archive.org/web/20230326051344/www.siamomine.com/una-generazione-diventata-adulta-per-tentativi/: ultima consultazione 11.02.2025).
  71. Cfr. V. Brondi, Ascoltare gli alberi. Musiche e canzoni ispirate al film “Fiore mio” di Paolo Cognetti, Cara catastrofe-Sony, 2024.
  72. Cfr. P. Cognetti, Fiore mio, Italia, 2024.
  73. D. Comberiati, Le forme di impegno nelle narrazioni della fine, in S. Contarini, S. Sermini (a cura di) Impegno, politica, ideologia nella letteratura italiana degli anni Duemila, «Narrativa», 45, 2023, p. 201;

(fasc. 56, 15 settembre 2025)