Recensione di Angelo Manitta, “Big Bang. Canto del villaggio globale”

Autore di Carmine Chiodo

Angelo Manitta, poeta, scrittore, critico letterario, infaticabile operatore culturale, è una figura di primo piano nella letteratura italiana contemporanea, come è ampiamente attestato dalle sue numerosissime e qualificate pubblicazioni. Ora vede la luce questo grandioso e mirabile «poema» a cui ha lavorato per tanti anni.

L’opera viene introdotta da un noto e apprezzato studioso di poesia contemporanea (e non solo) come Ugo Piscopo, che ne analizza molto bene la struttura e la fisionomia. Concordando con lo studioso, che parla di «poema-fiume» ricco di pensiero e di sapienza versificatoria, ampio e ben articolato, il lavoro si presenta come «canto del villaggio globale», e ce lo poteva dare solo uno studioso e uomo di cultura come Angelo Manitta, grande conoscitore dei miti dell’umanità, della storia, di testi letterari e di fatti contemporanei. In questo canto – come dice la Nota dell’Autore – «la geografia è il centro, la storia il baricentro, la scienza il pretesto, la letteratura il concetto, la poesia l’emozione». Bisogna partire da queste indicazioni preziose del poeta stesso per addentrarci nel suo genere, che è una novità assoluta nella poesia contemporanea. Nessun poeta ha mai tentato, oggi come oggi, un’impresa del genere, che sbocca in questo poema originale, coinvolgente.

L’opera, costituita da 108 canti, divisi in 12 libri, fonde meravigliosamente il classico e il moderno, ed è ricca di riflessioni anche sulla storia odierna; vi sono presentati vari paesi del mondo, oltre a diversi e numerosi personaggi. Qui il poeta esprime quelli che sono i suoi «concetti-sentimenti» e lo fa con versi molto fluidi e musicali.

Nel primo canto, è di scena Piazza San Pietro, con il Papa Giovanni Paolo II e i suoi funerali, che si svolsero l’otto di aprile del 2005: «funerali del papa/ più amato della storia, Piazza San Pietro/ accoglie gli eroi del nostro tempo,/ condottieri di pace e di guerra, politici/ che governano, tiranni che sforzano le menti» (p. 17). Il lettore è continuamente invogliato a leggere questi nitidi e significativi versi che dicono i sentimenti, le conoscenze, le idee di Manitta; nel canto III, dedicato agli eroi, Il Catalogo degli eroi, troviamo per esempio i campani, i siciliani, i calabresi, questi ultimi «osannanti alla civiltà/ oppositori della ndrangheta e della violenta illegalità/ con Catanzaro, Reggio e la montana Cosenza». E ci sono pure «i pugliesi che parlano dialetti greci/ e coltivano con amore le ricche pianure/ del Tavoliere. Bari e Taranto la pitagorica». C’è, insomma, il mondo, nelle sue varie parti: ad esempio, l’Africa «nera/ si risveglia nel tormento» delle guerre civili, camuffate da guerre di religione.

L’opera racchiude tantissimi eventi e riflessioni e personaggi saputi ben narrare poeticamente. Colui che legge si trova davanti scenari ampi, grandiosi: la magnifica opera si pone come un viaggio, per riprendere le parole del già nominato Ugo Piscopo, «entro spazi sconfinati, entro situazioni dinamicamente cangianti, entro molteplici linguaggi […] Qui il tempo è un oceano, dove sboccano le acque e gli echi di tutti i tempi, di tutte le civiltà del presente e del passato». Come accennato, vari e tanti sono i personaggi: filosofi, poeti, scrittori, politici, profeti, scienziati, architetti, e da questo punto di vista questo «canto» è un palcoscenico in cui si incontrano e si intrecciano varie voci.

Il poeta Manitta sa esplorare vari campi, vari spazi e argomenti e li presenta sempre con lingua chiara, ricca di sfumature e suggestioni: «la pista, cristallo di neve appeso/ ad aguzze foglie di montagna, Alpi/ perforate da radioattive scorie straniere,/ sonnecchia, e lo slalomista ricerca l’informità/ degli spettatori che stillano emozioni d’altezza» (p. 42). C’è l’Italia e a questa «terra» appartiene pure, tra i tantissimi personaggi evocati, Adriano Celentano: «Il ragazzo della via Gluck balla/ un ansioso twist per cantare canzoni/ di ieri, di oggi e di domani. L’infanzia/ trascorsa tra le strade nebbiose d’una Milano/ piena d’emigranti del Sud, s’assola/ sui segreti dei fangosi linguaggi […]» (p. 41).

Canto dopo canto, il poeta affascina il lettore con immagini, metafore, allusioni, con un linguaggio molto vario ma sempre comprensibile. Il tutto è ben fuso ed armonico; l’opera si configura come un canto pieno e felice, penetrante del villaggio globale, visto nei suoi eventi antichi e recenti: «La Chrysler-Fiat s’è trasferita/ in America. No. Virtualmente/ è rimasta in Italia, solo il tesoro/ è stato trasferito da Delo/ ad Atene, da Torino a Toronto,/ a Londra o Bruxelles. Il tesoro/ della Federazione è a nostra disposizione./ Possiamo prendere a piacimento» (Fidia e il Partenone, Canto LXX, p. 478); «Alla donna del soldato non è stato/ dato nulla di importante. I resti/ d’un uomo morto sul fronte/ di Varsavia, di Praga, di Oslo,/ di Bruxelles. Alla donna del Soldato/ è stato dato un paio di scarpe/ logore, una camicia di lino/ inzuppata di Sangue suo e nemico…» (Bertold Brecht, p. 482).

Dalle citazioni proposte si evince che l’opera poetica di Angelo Manitta sa esprimere la sua sensibilità e mostra la sua preparazione culturale e umana. Certamente, per struttura e per invenzioni è un «poema unico», per richiamare le parole dell’illustre e compianto critico letterario e poeta Giorgio Barberi Squarotti. A voler guardare bene quest’opera di Manitta, i cui vari canti hanno visto la luce in tempi diversi, si tratta di una commedia universale, di una singolare e vastissima commedia universale, anzi di una «nuova» commedia appunto, come si vede guardando all’estensione dell’opera e agli argomenti in essa trattati. Versi che ci presentano vari casi, occorsi ad esempio a fanciulle; ed ecco la presenza di Anna Frank, oppure dell’attrice Marilyn Monroe. C’è, senza dubbio, in quest’opera anche una complessa trama di allusioni e di rimandi extra-testuali come pure ci sono figure che appartengono al nostro tempo. Ai fatti, agli avvenimenti e alle vicende dei vari personaggi Manitta partecipa umanamente.

In questi versi ci viene presentata la realtà delle cose, e ci vengono mostrate anche la collocazione e la funzione dell’uomo nel divenire della realtà stessa. Uomini famosi si confessano e narrano i loro casi, e penso a Ovidio e a tanti altri. Si parla anche di guerra, di amore, di miti, e si vedono stelle luminose, il misterioso mantello della notte, «tremule fiamme»; ancora, si parla di storia, letteratura, attualità, fatti tragici, donne, tutti elementi che danno vita a questo felicissimo poema, ricco di una poesia narrativa e penetrante: «Una lunga schiera di poeti, scrittori, scienziati/ risollevò il mio animo che si era incupito in quella/ parte del cielo, tanto da sentirmi depresso./ Credevo di perdermi nell’infinito, di non avere la forza/ di tornare indietro, di perdermi nel buio del cielo» (Canto LXVII, p. 459); «La Palestina è un via vai di gente. Gente/ che va, gente che viene. S’odono ancora/ rumori di guerra, armi sonanti/ spezzano le notti insonni, chiudono/ le porte ai bambini ingenui, insanguinano/ gli stipiti d’un non gradito agnello sacrificale» (Canto LXXXIX, p. 575).

Angelo Manitta si riconferma, pure con questa sua magnifica opera, un poeta di grande levatura e profondità, che lo collocano in una posizione di spicco nella poesia contemporanea. Nell’opera la poesia è tutto e si sente in ogni dove. Tutto sommato, ci troviamo davanti a un poema che possiamo qualificare come «storico», ma nello stesso tempo è un poema che ci mostra come vada fatta la poesia. Inoltre, si ammira il trionfo della poesia vera e originale, di sostanza, una poesia cangiante nei temi e nelle varie articolazioni linguistiche: «Che piacere! Che piacere! Che attenzione! Che creazione!/ Una casa, una chiesa, una fabbrica, un ponte./ Mattone sopra mattone, pietra, sopra pietra,/ l’architetto sbatte il pugno e il suo rimbombo/ è una voce nell’anima che si fa grande, immensa […]» (l’architetto è Leon Battista Alberti, Canto XXXIII, p. 247; qui si canta la materia e l’energia). E ancora: «La poesia rigurgita sapori/ come acini d’uva, verso per verso, metafore per metafore, concetto per concetto./ I versi sono cerchi velati/ sull’acqua o variopinti arcobaleni che dividono/ un cielo dall’altro. Il microcosmo si infonde/ nel macrocosmo, il pensiero nella poesia, l’essere/ nell’essere […]» (p. 363, in un canto che riguarda gli Argonauti).

(fasc. 27, 25 giugno 2019)

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