Recensione di Antonio Sanges, “Distensione del destino” (Ensemble 2025)

Author di Marino Alberto Balducci

In Polonia, dove mi trovo, ho letto il libro di Sanges. La sua poesia mi convince e dunque mi porta a esprimere un personale punto di vista sulla complessità e sulla sincerità che la contraddistinguono. Sono rimasto colpito anche da quel valore di coincidentia oppositorum indicato da Silvio Raffo nella sua prefazione, inaugurando sapientemente il testo che segue e mettendone in luce il contrasto risolutivo fra disperazione, sgomento e sorprendente speranza immotivata.

Nella raccolta di componimenti di varia lunghezza appaiono, infatti, inverno ed estate al contempo, fra suggestioni che mostrano il nord dei ghiacciai, le nevi, e un Meridione fecondo che è terra abbondante di solarità. Poi è Montale che sorprende, con quella dedica che apre il libro: A Celia, fatalmente. Forse è un mio abbaglio, quel nome indica solo una persona determinata cara all’autore… comunque, la femme fatale mi è sembrata darmi una chiave interpretativa che ho seguito, una volta ultimata la lettura di tutte le liriche. Celia la filippina è quella che da lontano, da Oriente, vuole notizie al telefono di una donna che è morta (cioè “Mosca”, la moglie del poeta, lo stesso Montale) e che poi imbarazzata, intuendone la dolorosa scomparsa, riaggancia di scatto. Davvero il libro di Sanges cerca un contatto col mondo ormai morto, a cui il poeta appartiene, e che soffre per un silenzio assordante. Il libro, infatti, si apre col freddo inverno e l’inferno, di cui è diretta metafora; una realtà di esilio che è dolorosa e infeconda, senza speranza di trascendimento e di un ritorno alle stelle orientanti, rassicuranti. Tutto è una «strage dei fiori» (p. 15), in questo raggelamento. E non ci sono risposte da Dio o da parte degli altri dèi (i pagani), dall’uomo, dal mondo che lo circonda. Così il poeta non sa cosa dire, ma parla, parla comunque. Scrive e continua un viaggio, fra desolazione. Il suo discorso rivela chiarezza immediata e semplicità che nasconde tesori: riferimenti a concetti filosofici, sintetizzati in immagini emozionali.

L’autore è studioso di Beckett e nelle sue pubblicazioni critiche segue una linea ermeneutica intrisa di lucidi riferimenti al pensiero di Nietzsche tragico e dionisiaco, alla perdita spirituale di Heidegger, alla tentazione di esistere in Cioran, al misticismo ineffabile e fattuale di Wittgenstein. Leggendo i versi di Sanges, riecheggiano dentro la mente altre voci non solo filosofiche, in senso stretto, ma prettamente poetiche, ispirazioni magari inconsapevoli e forse per questo più evidenti, in profondo. Penso ad esempio a Verlaine, con il suo impero in decadenza fra squisitezze romane e disillusione: «Ah! tout est bu! Bathylle, as-tu fini de rire? / Ah! tout est bu, tout est mangé! Plus rien à dire!». E i riferimenti alla cultura dei classici greco-latini sono evidenti nella raccolta di Sanges: la sua atmosfera, con delle radici antiche pagane più che cristiane, è essenzialmente europea perché il poeta oltre l’Europa non vede «orizzonte» (p. 33).

Così l’autore, nel suo paganesimo e tragico dionisismo, mi sembra ricollegarsi al sentire di altri grandi del nostro passato: un antico e un moderno. Penso al De reditu suo del Namaziano, al suo viaggio animato dalla fiducia (che è dichiarata e con dolore smentita nel cuore: siamo infatti nel V secolo, dopo il fatale sacco di Roma) nell’eternità della cultura romana, in equilibrio epicureo fra la medietas dei sensi e i pensieri rasserenati da cristallini rigori e nitori razionalistici. Questa è la cultura che offre ai popoli vinti, arroganti e sanguinari, leggi di pace e tolleranza e giustizia uguali per tutti: «Fecisti patriam diversis gentibus unam; / profuit iniustis te dominante capi». Così il canto latino in distici elegiaci si blocca con un approdo alla terra di Luni e poi oltre, fra tracce inquietanti della cultura che di fronte agli occhi dell’autore romano appare selvaggia e distruttiva: quella dei pazzi eremiti che odiano la società e si rifugiano dentro gli spechi come le bestie, infliggendo ai loro corpi torture. Su questa linea, il paragone recente è con Carducci e la sua saffica barbara scritta a imitazione del Carmen saeculare di Orazio, con un incedere d’inno sacrale pagano, e dedicata alle fonti del dio Clitumno, chiarissime e rasserenanti, ancora piene di antiche memorie dell’equilibrio pagano distrutto dalla follia irrazionale del cristianesimo, da frenesie e voluttà pervertite, mortificanti del corpo e dello spirito: «Maledicenti all’opre de la vita / e de l’amore, ei deliraro atroci / congiungimenti di dolor con Dio / su rupi e in grotte».

In Sanges, comunque, non vige la nostalgia di un ritorno epicureo all’edonismo e al razionalismo romano. Nemmeno è forte una critica al misticismo penitenziale cristiano. Il paganesimo e il cristianesimo intridono il nostro passato, la nostra cultura, parti essenziali del nostro sangue e del sentire; ma questo, quest’ultimo, è nel poeta estenuato. La tentazione è, dunque, «cedere al disastro» (p. 69) di un mondo che non ha approdi, alla deriva. Sanges è come un «graeculo» in un Impero Romano col barbaro alle porte (p. 65). Ancora Verlaine: «Je suis l’Empire à la fin de la décadence, / qui regarde passer les grandes Barbares blancs»… E l’avvertimento che è più inquietante non è per nulla quello della sconfitta preannunciata da oscuri presagi. Piuttosto, è l’idea di un’inutile eredità da lasciare in consegna all’invasore, al nemico. Inutile perché de facto incomunicabile a chi non sa nulla e non vuole sapere nulla dei nostri canti ispirati dalle creative sorelle di Apollo, o degli “Alleluia” dentro le chiese. Lui non saprà certamente, nella conquista, «perché / abbiamo lottato» e «che cosa abbiamo perduto» (p. 66). Sembra, così, che il poeta rinunci anche all’orgoglio del puro lottare per il lottare, che si collega alle radici dell’eroismo dei classici, nell’evitare la passività ignominiosa che è indegna dell’uomo, riunendosi al tragico incedere a passo di danza dello Zarathustra nietzschiano.

L’indicazione di Sanges è, invece, tipicamente esistenziale, in senso sartriano. L’uomo è sconfitto, la vita sconfigge: bisogna agire comunque, in questa sconfitta, per darne testimonianza creativa come scrittori, come poeti. Dobbiamo scrivere, dunque, il nostro fallire, la nostra ricerca infruttuosa, procedere nel nostro buio, in ogni modo. Siamo alla fase che Heidegger indica come Gelassenheit: ‘abbandono’, possiamo dire, un attivo abbandono che è percettivo, ascoltante. E che ci può far trovare qualcosa; o, meglio, in questo stato, noi ci lasciamo trovare e visitare dall’improvviso, dall’inaspettato. È strano, «un giorno / di primavera asciuga l’inverno»: lo dice il libro di Sanges, e proprio nella sua parte iniziale più cupa (p. 13), in quell’inverno dei congelamenti e delle nevi, in quell’inferno. Poi, verso il centro del suo volume è dichiarato che i «selvaggi / recinti» non fermeranno chi crede a vette e ad abissi (p. 43). Ed ecco il “mare”, con i suoi simboli arcani, con la sua essenza, con la «sirena» che è immobile fra le tempeste (p. 59). La poesia coglie un’originaria unità fra i marosi, quelle fratture di onde e bufera che rompono la superficie marina. Allora tutto, nascostamente, rivela una rotta ai naviganti di questo libro poetico. E qui il discorso non è chiarezza enunciata, è filigrana esoterica: «Verum, sine mendacio certum et verissimum, quod est inferius, est sicut quod est superius, et quod est superius, est sicut quod est inferius: ad perpetranda miracula rei unius».

Riecheggiano dentro la mente le frasi di Ermete Trismegisto. Gli scritti a lui attribuiti risalgono al IV secolo, ma per Clemente di Alessandria e Giamblico erano sintesi e testimonianza filosofica dei più antichi valori della sapienza egiziana. A essa possiamo ricollegare anche il pensiero giudaico-cristiano, dalla sua archè associabile al legislatore profeta Mosè, e varie costanti di tutta la filosofia occidentale. Si tratta del tema dell’unità nel diverso, oltre i contrasti, oltre il dualismo e la superficiale apparenza di tutte le cose. È pietra filosofale, materia originaria che è densa di spirito celestiale: lo ama e n’è amata perfettamente, specularmente. L’umanità ha perduto questo contatto, ma anela sempre a recuperarlo, nella sua pena, nel desiderio mai soddisfatto, nell’inquietudine. Non deve temere l’angoscia di molti sospiri; e Sanges certo non teme. Esplora dentro il suo buio, e forse non si è ancora accorto di farlo come alchimista che valorizza la determinante “Opera al Nero”, la morte e disgregazione ‒ nigredo ‒ che può annientare i paurosi, e invece rafforza chi sa aspettare umilmente, resiste sotto le onde e contempla quella «sirena» senza lasciarsi ammaliare (pp. 59-60).

In questo modo quassù verso il Baltico ora mi parla il suo libro, e mi incoraggia a una “tenacia occidentale”: oggi che minacciano i nuovi barbari come gli eterni nemici della bellezza, quella che nasce dalla giustizia che è una, senz’altro, ma assieme è pure la differenza, il rispetto. È tolleranza e libertà.

 

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

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