Recensione di Daniele Mencarelli, “Tutto chiede salvezza”

Author di Lucia Santoriello

Daniele ha vent’anni appena compiuti, è il 15 giugno 1994, è sera inoltrata e una violenta crisi di rabbia degenera presto. Daniele è un pericolo per sé e per gli altri in quel momento. Si chiamano le autorità. Daniele viene sottoposto a un TSO in una struttura ospedaliera di Roma. È l’estate dei mondiali, una settimana d’estate che gli viene strappata via.

Quasi bruscamente ci si ritrova proiettati all’interno del romanzo di Daniele Mencarelli, vincitore del “Premio Strega giovani 2020”, poeta e romanziere la cui prima raccolta di poesie risale al 2001, I giorni condivisi, e il cui esordio da narratore nel 2018, con La casa degli sguardi.

Il romanzo in questione, Tutto chiede salvezza, intreccia vicende frutto della capacità immaginativa dell’autore con elementi autobiografici calzanti. La trama ha uno sviluppo pressocché lineare, l’io narrante è il medesimo protagonista Daniele, che appunta giorno per giorno gli accadimenti e le sensazioni che assorbe durante il ricovero. Come se fosse una scansione diaristica, il romanzo è suddiviso in sette capitoli rispondenti ai sette giorni di TSO. I personaggi che si snodano lungo questa linea temporale assumono una preminenza maggiore a seconda del giorno analizzato. Daniele ha sei compagni di stanza, sei persone sottoposte al medesimo ricovero coatto: Gianluca, Mario, Alessandro, Madonnina, Giorgio, ognuno di loro estremamente diverso dall’altro. Mencarelli guida, ma solo in superficie, nella caratterizzazione patologica di questi individui: bipolarità, stati depressivi, catatonia, ansia diffusa, schizofrenia. Il lettore investiga sui personaggi assieme al protagonista, la cui patologia risulta ancor più difficile da identificare, nebulosa e inconsistente. Ma il tema di fondo non è la malattia mentale. Lo scenario ospedaliero, i “matti”, l’atmosfera di reclusione e di straniamento che prova il giovane Daniele introducono al contesto e grazie a questi elementi visivi e spaziali il lettore s’inoltra nell’analisi che il protagonista compie su di sé, e poi e soprattutto sull’essere umano. Perché è l’essere umano in sé il perno attorno al quale ruota il libro.

Daniele costruisce in sette giorni una rete solidale di rapporti d’amicizia con sconosciuti che percepisce all’inizio diversi e incompatibili con se stesso. Persone più grandi di lui, con problemi più grossi del suo. Lui non c’entra, lui non è “pazzo”, espressione che ripete costantemente nel libro.

La maturazione del protagonista è graduale ed evidente, giacché quelle persone così lontane dal suo immaginario alla fine sono diventate amiche, quasi figure fraterne, in un tempo così breve. La possibilità di creare un legame profondo in pochi giorni deriva dalla particolare sensibilità di Daniele ma anche dall’assenza del mondo esterno: l’analisi del sé e dell’altro è amplificata dall’assenza di distrazioni e delle faccende quotidiane. Ma è la vita, quella vita al di fuori delle mura che Daniele brama. Una vita che trova difficile, priva di senso a volte: «fa che il mio sia solo uno scompenso della chimica, datemi tutta la chimica del mondo, ma chiudetemi gli occhi, il cuore perché non ce la faccio più a soffrire per quello che vedo, che sento», afferma a p. 34. Spesso è così, ma la vita è anche da divorare tutta d’un fiato, quando ne sente la necessità. La ricerca del silenzio e dell’euforia, che brama qualsiasi persona, in Daniele si tramuta nell’uso di droghe, nella violenza, nel silenzio e nell’isolamento dagli altri. La sua malattia la definisce “bisogno di salvezza”, e cos’è la salvezza se non comprensione e aiuto da parte dell’altro? Questa comprensione e l’ascolto Daniele lo ritrova in parte nei suoi compagni di stanza, in parte in sua madre; l’aiuto di cui necessita lo vorrebbe dal dottor Cimaroli, primario del reparto affabile e ben disposto ma assorbito da ritmi lavorativi sfibranti, ma non lo ritiene possibile dal dottor Mancino, un collega disinteressato e macchinoso, privo di un briciolo di compassione. È, quindi, presente nel romanzo una forte critica al sistema ospedaliero.

Contemporaneamente il giovane Daniele fa anche trasparire riconoscenza per gli ingranaggi che continuano a girare nel modo giusto. Gli avvenimenti e il fulcro d’azione nel romanzo sono quasi ridotti a zero. L’abbiamo accennato: non sono gli eventi, ma le sensazioni a essere il filo conduttore della storia. Il passero che giace sul nido dirimpetto al lettino di Mario, la richiesta banale dell’ex professore («Non è che mi potresti dare un biscotto? Lo vorrei dare al passero») e il conseguente comportamento di Daniele: «Mi allungo verso il tubo dei biscotti e gliene passo un paio. La gratitudine che Mario sa restituirmi dovrebbero vederla tutti gli esseri umani esistenti. Come un’opera d’arte, o un capolavoro della natura» (p. 158). Si descrive una scena, un’azione, ma sono le sensazioni a essere padrone del palcoscenico. È questo che mantiene viva l’attenzione del lettore, nonostante non accada nulla di estremamente sconvolgente. I colpi di scena sono presenti ma non preponderanti; sono proprio la capacità descrittiva dell’autore e la lettura sensoriale che dà della vicenda a tenere incollati alle pagine. Cosa vorrà dire? Qual è il punto? Questi sono gli interrogativi che sorgono, a mano a mano che si sfogliano le pagine.

Daniele termina la propria settimana di TSO non guarito, non diverso da sé stesso, ma consapevole, consapevole dell’importanza dei rapporti umani, consapevole della complessità della mente umana, consapevole della cautela necessaria nell’esprimere un giudizio, della resilienza delle persone che ha intorno. È arricchito da un’esperienza perlopiù dura e spiacevole, per ciò che ha visto e ha sentito, è arricchito da persone che quasi certamente non incontrerà più.

Temi affini – l’umanità, la malattia, l’ospedale, la normalità, l’essere nuovi adulti, i rapporti interpersonali, il conflitto interiore, la percezione della realtà (per citarne alcuni) – si ritrovano anche nelle poesie di Mencarelli e negli altri romanzi. In Tutto chiede salvezza lo stile è lineare, piano e regolare, la prosa paratattica e limpida, il lessico perfettamente aderente al parlato locale, che ci restituisce la veracità degli eventi e spesso la brutalità delle situazioni.

Nel complesso, il libro tocca in modi diversi i lettori, forse con più intensità in questo particolare momento, nell’attuale situazione, nella quale più che mai si è alla ricerca di un senso e si manifesta la difficoltà di vedere una via d’uscita, con l’aumento dello stress e i sensi che sono in costante allerta. In un mondo in cui la paura dell’altro e la distanza dagli altri sono più evidenti, la stanchezza palese; quando la brama di vita e di normalità emerge con prepotenza: «Le gambe faticano, disabituate al loro mestiere. L’enormità di tutto, dallo spazio ai colori, stordisce e innamora, la bellezza stordisce gli occhi…dall’alto, dalla punta estrema dell’universo fino ai talloni…tutto mi chiede salvezza» (p. 189).

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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