Recensione di “Play it again, Pinocchio. Saggi per una storia delle pinocchiate”, di Luciano Curreri

Autore di Luigi Preziosi

Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino sono uscite in volume nel 1883, e da allora hanno, più o meno incisivamente a seconda del momento, improntato l’educazione letteraria di un buon numero di generazioni di ragazzi, fino ai giorni nostri. Più che rimarcare la persistenza dell’opera nel tempo, evidente tanto da rendere superfluo ogni commento, si può più fruttuosamente tentare di seguire qualche traccia un po’ meno scontata del burattino collodiano e verificare la continuità della sua presenza nella storia non solo letteraria, ma più genericamente del costume del nostro Paese dell’ultimo secolo e mezzo.

È ciò che tenta, e con successo, Luciano Curreri, ordinario di letteratura italiana all’università di Liegi, con il suo recentissimo Play it again, Pinocchio (Bergamo, Moretti & Vitali, 2017, pp. 115, eu 15,00). Già titolo e illustrazione di copertina (un Pinocchio con l’impermeabile di Bogart, disegnato con tocco leggero da Giuseppe Palumbo), nel richiamare contemporaneamente due icone della cultura popolare, manifestano l’intento di scandagliare il senso di un ritorno, di accertare il ripresentarsi nel tempo di forme tra di loro diverse, anche se derivanti da un unico archetipo: nel caso, Pinocchio, appunto. Si tratta del resto di un esercizio non nuovo all’autore, del quale si può ricordare almeno, per contiguità di tema, Misure del ritorno. Scrittori, critici ed altri revenents (Milano, Greco e Greco, 2014), dove, tramite una puntuale analisi dei percorsi di ritorno di una significativa galleria di autori, critici o scrittori che siano, l’autore mette in scena la costante permanenza (a dispetto di periodici inabissamenti) di alcuni caratteri salienti del secolo appena trascorso.

Il libro, reso singolarmente accattivante da una scrittura vivacissima e per nulla paludata, raccoglie una serie di saggi che rendono conto delle “pinocchiate”, cioè dei testi che, iniziando dalla fine dell’Ottocento (già del 1893 è un Figlio di Pinocchio di Oreste Boni) e lungo tutto il Novecento, hanno ripreso il protagonista del libro di Collodi, adattandolo via via alle contingenze, certo non tutte strettamente narrative, di volta in volta maggiormente pressanti sugli autori che si sono cimentati con la materia. Si tratta di esercizi di attualizzazione sui generis del personaggio, avverte Curreri, visto che nei testi del secolo scorso che lo riguardano ricompare sballottato a volte nelle più diverse contestualizzazioni (c’è perfino un Pinocchio all’Inferno). Ciò che interessa maggiormente è il complesso di relazioni tra questa letteratura, sicuramente minore, e i momenti storici in cui le storie del burattino ricompaiono. Secondo un procedimento di analisi letteraria non nuova all’autore, il percorso di lettura proposto è (anche) un pretesto per dire altro, per contemplare da un punto di vista decentrato, ma ampiamente pervasivo, la storia del Novecento: letteraria, ma non solo, anche politica in senso ampio, del costume del Paese, del suo evolversi (o involversi), in una fittissima trama di relazioni, di connessioni, di rimandi ad altro, di allusioni a quello che siamo stati, per un breve periodo o per un secolo.

Pinocchio attraversa alcuni dei territori più significativi del Novecento letterario, e seguendone le tracce Curreri ne fa rivivere le suggestioni, nel loro coté più marcatamente popolare. Abbiamo così un Pinocchio (declinato anche nella variante Pinocchietto) primo novecentesco e futurista, che, in omaggio agli stupori tecnologici dell’epoca, diventa automobilista (Pinocchio in automobile, 1905) e pilota di aereo (L’aeroplano di Pinocchio, 1909), addirittura anticipando, da par suo, con motti e monellerie, le suggestioni sublimi del dannunziano Paolo Tarsis di Forse che sì forse che no (1910). I piani sono evidentemente incomparabili, ma è assai significativa la puntualità dell’azione di fiancheggiamento che il personaggio Pinocchio, svincolato ormai da legami con il suo risorgimentale padre letterario, inizia a operare nei confronti dei movimenti letterari e non solo. Viene infatti subito dopo arruolato e partecipa attivamente allo sforzo propagandista bellico della Prima guerra mondiale (previa una singolare anticipazione del tema reperibile in un Pinocchio alla guerra di Tripoli), in coerente continuità con il suo recente passato futurista. Ecco quindi Pinocchietto alla guerra europea, e Pinocchietto contro l’Austria (entrambi del 1915). Ma, in tema di riuso in termini meramente propagandistici, maggior significatività assume la metamorfosi fascista del burattino, già identificata nelle sue manifestazioni più evidenti, con ampia produzione di prove a carico, da Curreri, nell’antologia Pinocchio in camicia nera. Quattro pinocchiate fasciste (Cuneo, Nerosubianco, 2008, «Le drizze»). Lungo tutto l’arco del Ventennio si susseguono testi che ne accompagnano, trasponendoli nel mondo parallelo di Pinocchio, gli episodi più significativi, in un evidente sforzo di coinvolgimento dei giovani e giovanissimi lettori nelle vicende del regime: si vedano, tra gli altri, titoli assai eloquenti come Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio fascista, Pinocchio fra i balilla, Pinocchio istruttore del Negus. Le imprese fasciste vengono proposte con un sostanziale travisamento del senso dell’avventura che connota, sin dal titolo, il Pinocchio originale: viene compresso il senso un po’ anarchico e picaresco che promana dalle pagine di Collodi, per affermare una concezione di avventura come impresa, finalizzata a scopi ben definiti ab initio, per quanto discutibili o aberranti possano essere. Diverso esito hanno invece le pinocchiate intestabili a un altro mito della letteratura popolare d’inizio secolo, quell’Emilio Salgari al quale può ricondursi un intero autonomo filone di pinocchiate: Pinocchio in India, Pinocchio nella Malesia, Pinocchio a Ceylon (tutte del 1928) e Pinocchio in Africa, Pinocchio in Siberia, Il naufragio di Pinocchio, Pinocchio corsaro. Già di per sé appare suggestiva la saldatura tra gli autori maggiormente formativi dei giovani lettori almeno fino alla prima metà del Novecento (con il terzo, De Amicis, si rendono più esplicite le finalità morali e sociali su cui si basa l’educazione della gioventù del periodo). Ma Curreri ne annota, dopo averne indicati i limiti sia in termini storico-ideologici che in quelli storico-letterari, certe congruenze più incisivamente attinenti al merito, sottolineando come la predisposizione “libertaria” del personaggio collodiano sia più plausibilmente accoglibile in un contesto “salgariano” piuttosto che in quello fascistizzante. Ancora una questione di interpretazione autentica del senso dell’avventura collodiana, insomma, o quanto meno di una sua preservazione per quanto possibile da distorsioni ideologiche troppo marcate. Di più, nell’ambiguità tra l’evidente avversione di Sandokan e compagni al Regno Unito, di certo funzionale alla propaganda dell’ultimo fascismo, e, per contro, la contestuale critica all’imperialismo colonialista implicita nelle epopee salgariane, non così gradita a un regime per cui la conquista coloniale è strumento essenziale di affermazione ideologica, si può intravedere una linea di non adesione al regime: lo svilupparsi, ancorché implicito, di una sorta di (per dirla con Curreri) «antidoto all’“italianità” a tutti i costi e all’identità di propaganda imposta dal Partito Nazionale Fascista».

Ma Pinocchio travalica la prima metà del secolo scorso, per ripresentarsi periodicamente in esito alle più inaspettate metamorfosi. Abbiamo così un Pinocchio pupo siciliano (Pinocchio alla corte di Carlomagno) e un Pinocchio analizzato in chiave teologica in uno studio del cardinal Biffi (Contro Mastro Ciliegia. Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio” del 1977), che coglie, senza particolari forzature, trasparenti rimandi alla tradizione cristiana proprio in quella che Spadolini ebbe a definire «Bibbia mazziniana». Infine, un Pinocchio ritornante ancora nel secondo Millennio in Il popolo di legno (Torino, Einaudi, 2015), di Emanuele Trevi, che ne restituisce una raffigurazione dai tratti deformati eppure ancora riconoscibili.

Aduso alle più svariate trasfigurazioni, il burattino di Collodi si è garantito dunque una, sia pur precaria, permanenza nella storia letteraria lungo ormai più di centotrenta anni, durante i quali ha continuato a dimostrare una sua irriducibile duttilità. La persistenza nel tempo, favorita anche proprio dalle metamorfosi analizzate da Curreri, gli ha consentito di assurgere al rango di maschera nazionale, per la sua disponibilità a sintetizzare in sé alcuni caratteri e atteggiamenti ricorrenti nel nostro costume, compendio sorprendente e perfetto di popolaresca ingenuità e di ribalda buffoneria, di comico e grottesco, di refrattarietà all’epica e di adeguamento alla medietas della commedia (dell’arte o meno che sia).

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