“Undine”, il mito dietro la leggenda

Autore di Denise Sarrecchia

Come molte delle grandi fiabe, Undine trattiene in profondità l’epidermica sensazione di un passato realmente vissuto, degli archetipi che l’hanno attraversato, le cui tracce, ricalcate da uomini di fede, gelosi conservatori dell’immaginazione del mondo, diedero vita alla leggenda.

La storia è antica. Lei, lui e l’altra, l’amore e la morte… e poi forse ancora l’amore, perché le storie che sconfiggono il tempo sono quelle che non smetteremmo mai di ascoltare, quelle che conosciamo a memoria ma che tradiscono le certezze della coscienza, quelle che disegnano un sorriso di meraviglia sul nostro volto prima ancora che possiamo accorgercene, quelle che ci spingono a voler trovare a tutti i costi una verità in un incantato scenario di finzione, riuscendo ad emarginare l’adulta rassegnazione della quale ci serviamo per smettere di credere, di cercare.

Undine

Storie come quella della ninfa Undine, emersa dai flutti in cerca di un’anima attraverso il vero amore, ci porta a riflettere su come le favole siano centrali nello sviluppo della coscienza collettiva. Nella psicanalisi junghiana, infatti, esse risultavano essere l’espressione più genuina e pura dei processi dell’inconscio sociale, essendo i contenuti onirici come fotosintesi clorofilliana per l’origine di una fiaba, e portavano in superficie le paure ancestrali dell’uomo, in questo caso l’alterità, il femminile e la morte.

Nel nostro immaginario le ondine, o undine (dal latino unda, ovvero ‘onda’) sono conosciute anche come Ninfe o Nereidi1, creature leggendarie elencate fra gli elementari dell’acqua nelle opere sull’alchimia di Paracelso (vedi Estratto del trattato di Paracelso, sugli esseri elementari), il quale ipotizzava che questi spiriti acquatici dimorassero solitamente in laghi, foreste e cascate, le cui voci meravigliose venivano solitamente udite sovrapposte allo scrosciare dell’acqua.

In base alla tradizione che le vede protagoniste, la natura delle ondine cambia da benigna in maligna, innocua, amichevole o vendicativa. Esse vengono rappresentate come splendide creature, con vaporosi e lunghissimi capelli, ornati di fiori e conchiglie, che vestono le spalle e il seno; abitavano le insenature di fiumi, scogli, grotte, argini informi, laghi, sorgenti, stagni e cascate; amavano la danza, il canto e adoravano intrattenersi filando e tessendo vicine all’acqua, elemento al quale sono indissolubilmente legate, e per questo erano governate dai moti della Luna. Di indole benevola e pacifica, erano, però, implacabili se ingannate o umiliate. Secondo la tradizione, le ondine sono prive di& anima, che non possono ottenere finché non sposano un mortale dando alla luce un figlio; un aspetto che le ha rese celebri nella letteratura romantica e tragica.

Nella tradizione europea, le ondine vengono dipinte come spiriti erranti di donne alla ricerca del loro amore anche dopo il trapasso. Nel folklore germanico, le ondine, creature enigmatiche simili a sirene greche, donne attraenti con la coda di pesce, rimandano le proprie origini all’antica Grecia, la cui storia narra delle Oceanine, un gruppo di ninfe, figlie del titano Oceano e della moglie Teti, il cui compito era quello di sostenere le acque del mondo come fossero la loro casa; la loro fama era ben nota ai marinai che attraversavano gli oceani, ed erano conosciute per la loro natura benevola e generosa (proteggevano i viaggiatori portandoli in mari sicuri e salvandoli dagli eventuali annegamenti).

Innumerevoli spunti hanno dato vita ad una serie di leggende, rimaste vive fino ad oggi, delle quali ne ricordiamo alcune fondamentali.

La prima ondina nota al folklore germanico è Lorelei, seducente ninfa del fiume Reno, che attirava a sé gli uomini con il suo canto, causando naufragi e sciagure. Un giorno, un nobile ordinò la sua uccisione per vendicare il figlio morto; così, i soldati raggiunsero il Reno per portare a termine l’esecuzione ma il padre di Lorelei intervenne giusto in tempo, inviando, in soccorso di sua figlia, un cavallo di schiuma che la portò nella profondità delle acque del fiume dalle quali non emerse mai più. Oggi, in ricordo della sua leggenda, ci rimane la roccia sulla quale Lorelei dimorava e che prese il nome della ninfa2.

Per la prima volta, il nome Loreley appare nel 1801 in una ballata scritta dal poeta tedesco Clemens Brentano (pseudonimo di Clemens Wenzeslaus Brentano de La Roche, 1778-1842), il quale introduce la storia sfortunata di una donna che con il suo magnifico canto e la sua divina bellezza attira i pescatori facendoli naufragare a causa delle forti correnti di quella zona.

La ballata ispirò altri poeti, quali Heinrich Heine, che scrisse nel 1824 quella che sarebbe stata una delle poesie più note della letteratura tedesca, in particolare nella versione musicata da Friedrich Silcher nel 1837. La poesia narra di un’affascinante donna, seduta sull’alta roccia, intenta a pettinarsi i biondi capelli, attirando a sé gli uomini con il suo ammaliante canto e con la sua bellezza, distraendoli così dalle insidie del fiume che li avrebbe portati alla morte.

Un’altra indimenticabile leggenda è quella di Kolga e sir Lawrence, ovvero Il Sonno dell’Ondina. La protagonista è un’avvenente ninfa acquatica, alla ricerca di un’anima che avrebbe potuto ottenere con un matrimonio fedele e un figlio. Kolga si innamora di un bel cavaliere, sir Lawrence, il quale la sposa e le giura amore eterno. Un anno più tardi, dopo la nascita del figlio, Kolga inizia ad invecchiare e man mano il cavaliere perde interesse per lei, finendo per tradirla. Un giorno la ninfa scopre il suo adulterio e lo maledice con una terribile profezia: sir Lawrence le aveva giurato fedeltà finché avesse avuto respiro; dunque, rifacendosi alla sua promessa infedele, ella vuole far sì che, una volta addormentato, il cavaliere cessi di respirare3.

Un altro caso emblematico è quello della melusina, figura leggendaria del Medioevo, metà femmina e metà drago (o pesce, in base alle versioni della leggenda), ambientata nell’Europa del Nord. Il mito narra che queste fantomatiche creature avrebbero avuto la possibilità di sposare un cavaliere solo a patto che egli non le vedesse nella loro vera forma. La rottura del patto avrebbe comportato la rovina del cavaliere e l’esilio della creatura, la cui coda di serpente si sarebbe tramutata in coda di pesce.

Possiamo riscontrare nel XII secolo le più antiche notizie sulla natura delle melusine, non escludendo tracce delle loro origini nelle saghe precristiane, greche, celtiche e del Vicino Oriente.

Con il passare del tempo i testi subirono drastici cambiamenti. Raffigurata in veste di fata o spirito nei romanzi cortesi del Medio Evo, la melusina finì col diventare sempre di più precorritrice cristianizzata di alcune famiglie, per poi privilegiare il tema dell’amore tragico. Celebri in alcune culture europee, in cui il loro nome fu soggetto a vari adattamenti linguistici, dopo il XX secolo le melusine persero in parte molta della loro importanza.

L’evoluzione della leggenda assume una sua forma definitiva tra il 1382 e il 1394, con Jean d’Arras, scrittore francese del XIV secolo, autore di La Noble Histoire de Lusignan, nota con il titolo di Mélusine. La trama ricalca la profezia del mito: la quindicenne Melusina, una delle tre figlie di Pressina, bellissima fata dei boschi, viene a sapere che suo padre, Elinas, re di Albania, spinse sua madre all’esilio e a portare le sue figlie con sé, privandole, così, di una figura paterna. Ciò avvenne perché la madre aveva acconsentito a sposarlo solo a patto che lui non entrasse nella camera dove lei avrebbe partorito, né durante il loro bagno. Nonostante inizialmente avesse accettato il patto, il re lo tradì, spinto dalla curiosità, e così la furiosa Pressina prese con sé le figlie, Melusina, Melior e Palatina, rifugiandosi nell’isola di Avalon. Venuta a conoscenza di tutta la storia, Melusina decise di vendicarsi, coinvolgendo anche le sue due sorelle, e insieme intrappolarono il loro padre in una montagna insieme alle sue ricchezze. Saputo dell’iniziativa di Melusina, la madre la punì condannandola ogni sabato a subire nella parte inferiore la metamorfosi in coda di drago, almeno fino a quando ella non avesse incontrato un uomo capace di rispettare il patto di non guardarla il giorno di sabato o mentre si faceva il bagno. Vagando per l’Europa, Melusina incontrò, nella foresta francese di Colombiers, Raimondo di Poitou, del quale si innamorò. Lui la ricambiò e le chiese di sposarlo, con somma felicità di lei, anche considerando l’accettazione della sua fedeltà al patto, almeno all’inizio. Un sabato egli cedette alla tentazione e la vide trasformarsi; per non perderla, mantenne il segreto. I figli che ne nacquero, però, furono tutti malformi e Raimondo, furioso, bandì Melusina come un essere mostruoso, ed ella abbandonò il castello con un grido di dolore.

Dalle leggende di queste e molte altre grandi madri nasce la nostra Undine, scritta da Friedrich de La Motte-Fouqué nel 1811.

La prima versione inglese risale al 1818, alla quale seguirono numerosissime ristampe; divenne tra le opere romantiche più celebri e amate in ambito anglosassone, un successo che portò all’edizione del 1846, contenente i disegni di John Tenniel, e culminò con la versione inglese del 1909 in Inghilterra, pubblicata da William Heinemann e illustrata da Arthur Rackham.

L’ondina di La Motte-Fouqué porta sul palcoscenico la propria complessità, derivante da un’innocenza rubata dal tradimento del proprio uomo, dall’inevitabile maturazione che la vede passare da un puerile egocentrismo ad un’inquieta riflessività, dalla scoperta che l’unico modo di amare è attraverso il dolore. Undine impara come «si rassomiglino le gioie e le pene dell’amore, non sa che esse sono tanto affratellate che nessuna forza può separarle. Sotto una lacrima spunta un sorriso; il sorriso fa uscire le lacrime dal loro covo».

Spesso le undine cambiano le forme antropomorfiche che le contraddistinguono; altre volte la natura di questi spiriti non si allinea nello stesso luminoso orizzonte, preferendo ad esso il seducente crepuscolo del proprio inconscio, ma c’è in tutte le loro storie un determinatore comune: la solitudine, quella disperata voce, in fondo ad uno spaventoso etere, che vuole emergere, che vuole essere udita, accettata, che combatte per una redenzione anche sporcandosi di sangue. E, infine, ritiratesi negli abissi senza il loro lieto fine, l’aspetto più inquietante di tutti: la prigionia del tempo. Prive di un’anima, costrette a sopportare impotenti centinaia e centinaia di anni come vedove di un amore infedele, vigliacco, fragile, schiave della propria rabbia mista ad una tenerezza rifiutata e congelata dal nulla, condannate a esistere senza riuscire a vivere.

Eppure, nonostante dimorino in questo imprevedibile vaso di Pandora, continuiamo ancora oggi a leggere di loro, delle loro storie tramutatesi in leggenda, forse nella speranza di riuscire a redimerle attraverso l’immortalità dei loro nomi, che pronunciamo e che continuano ad aleggiare nella nostra memoria, come fossero compagne di viaggio, o icone alle quali arrivare in qualche modo… o semplicemente come delle sorelle invisibili che aspettano da tempo immemore di essere accolte e che confidano, forse ingenuamente, che a distanza di secoli l’uomo sia finalmente in grado di amare senza distruggere ciò che, segretamente e spesso disperatamente, continua a inseguire4.

  1. Derivanti dalla mitologia greca, le Nereidi, ninfe del Mar Mediterraneo, erano le cinquanta figlie di Nereo, un vecchio dio marino e della oceanina Doride, sua sposa. Di natura benevola e immortale, avevano una fisionomia seducente e fascinosa, si presentavano come splendide creature dagli occhi chiari, dai capelli ricci e vaporosi ornati di perle, che cavalcavano delfini o accompagnate da carri trainati dai Tritoni. Esiodo ne nominò cinquanta, Omero soltanto trentaquattro, mentre successivi mitografi parlarono anche di cento ninfe marine, la prima delle quali era Anfitrite, diretta emanazione di Doride. Vivevano nelle profondità del mare, personificavano i movimenti delle onde, il loro colore, e spesso salivano in superficie per aiutare i marinai e i viaggiatori, oppure, in base alla leggenda, per attirarli e affogarli.
  2. La Loreley (Lorelei) è una rupe di ardesia, alta 132 metri, situata nella valle medio-superiore del Reno, presso St. Goarshausen.
  3. Da qui nasce la “Maledizione di Ondina”, nome con cui è comunemente conosciuta l’ipoventilazione alveolare primitiva, malattia che provoca una grave apnea durante il sonno.
  4. L’articolo è un estratto del volume F. de La Motte-Fouqué, Undine, a cura di D. Sarrecchia, Roma, Arbor Sapientiae editore, 2015.
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