Procedimenti traduttivi e processi identitari

Autore di Chiara Sinatra

Premessa

Questo lavoro s’inserisce nell’ambito di un percorso di ricerca recentemente inaugurato da chi scrive, in cui la traduzione è messa in relazione con i processi di costituzione dell’identità di gruppo, partendo da opere pubblicate contemporaneamente in Italia e in Spagna tra il 1939 e il 1943. L’arco temporale preso in analisi è significativo: in Spagna coincide con la prima fase del regime franchista, i cosiddetti años azules, in cui la Falange assume il ruolo di partito unico come era già avvenuto nell’Italia fascista e, nella proiezione della propria immagine, ricalca in toto l’atteggiamento dei totalitarismi più consolidati con le medesime manifestazioni esteriori di forza e forme di rappresentazione del potere, sebbene, per motivi storici, le rappresentazioni dei due regimi sembrino divergere: se Franco deve farsi garante della pace in un paese sconvolto dalla Guerra civile, Mussolini deve avviare nelle coscienze un processo di normalizzazione che riguarda un’Italia ormai in guerra.

La discussione sulla centralità del ruolo della traduzione come specchio identitario dei due totalitarismi, avviata grazie allo studio della rivista italo-spagnola «Legioni e Falangi. Rivista d’Italia e di Spagna» / «Legiones y Falanges. Revista mensual de Italia y de España» (1940-1943)1, prosegue evidenziando – per gli stessi anni di riferimento ˗ la presenza della figura del traduttore tra le pagine culturali della rivista catalana di ispirazione falangista «Destino. Política de unidad», che vantava collaborazioni di intellettuali di primo piano in comune con la precedente.

Le riflessioni oggetto di questo lavoro nascono da quelle considerazioni e, soprattutto, dall’osservazione approfondita del panorama dei rapporti culturali e politici che in quegli anni intercorrevano tra l’Italia e la Spagna. Ci concentreremo, dunque, sulla traduzione come riscrittura al servizio dei regimi e sull’esistenza di un linguaggio identitario quale strumento dei procedimenti traduttivi stessi. Sarà di supporto all’analisi, inoltre, l’individuazione di una figura di raccordo, rappresentativa della comune identità italo-spagnola che le opere prese in esame vogliono mostrare.

Rispetto a un approccio “militante” alla traduzione, idea che ha ispirato questo lavoro, sono molteplici le forme di compromiso rintracciate nei contributi sulla traduzione e in traduzione nella rivista ˗ caso di studio già analizzato che, come ricordato, fu il frutto di un preciso accordo politico-culturale tra i due totalitarismi. La traduzione, quindi, comincia a intendersi non solo come il processo che è alla base di quel progetto editoriale ma, in un’ottica meta-testuale, nella sua funzione politica di strumento di costruzione di un’identità culturale precisa attraverso i testi che circolano tradotti nelle due edizioni. Da quella pubblicazione si dipanano alcuni dei processi identitari cui ci riferiremo più avanti, che spesso hanno trovato il loro prolungamento e consolidamento in opere coeve, come si dimostrerà per gli altri esempi di traduzione che prenderemo in analisi: alcuni stralci del libro Voci di Legionari feriti di Alma Giola, tradotti per «Legiones y Falanges», e del libello di Bonaventura Caloro Il C. T. V. da Malaga a Tortosa. Osserveremo come particolari procedimenti traduttivi, il linguaggio e lo stesso traduttore possano essere stati selezionati scientemente a sostegno dell’ideologia.

Il titolo di questo lavoro, Procedimenti traduttivi e processi identitari, invece, si può intendere come una sorta di equazione. Lo è se si considera che è stato possibile stabilire un duplice quadro teorico di riferimento per l’approccio ai testi scelti per questa analisi. In primis, quegli studi sulla traduzione caratterizzati da una profonda vocazione politica che indagano da vicino il rapporto fra potere, censura e cultura, per i quali l’orientamento dei totalitarismi sulla ricezione delle opere tradotte diventa un fatto nazionale volto a sorreggere l’atteggiamento autarchico di questi regimi2.

Inoltre, in letteratura esistono vari orientamenti per lo studio dell’identità attraverso l’analisi delle pratiche discorsive che fanno comprendere come esse siano il risultato di un processo di costituzione. Baker, ad esempio, definisce narratives quelle pratiche che portano alla costruzione dell’identità quando il traduttore si fa «portavoce di modelli discorsivi rispondenti alle esigenze di taluni gruppi»3 che possono essere ricostruite partendo da una varietà di fonti, ovvero dai diversi discorsi4 – anche eterogenei – elaborati all’interno dei regimi. Con questa prospettiva bene si conciliano alcuni approcci dell’analisi del discorso e dell’analisi critica del discorso cui si riconducono i contributi della pragma-linguistica o dei Cultural Studies basati sulla capacità negoziale dell’individuo di costruire discorsivamente la propria identità individuale e di gruppo attraverso il discorso ideologico5. Se, inoltre, d’accordo con Van Dijk6, la comprensione del messaggio secondo le intenzioni comunicative di chi lo struttura dipende, a livello testuale, non solo dalla coesione data dall’argomento ma anche dalla coerenza che lo rappresenta da un punto di vista linguistico, nei testi scelti per la nostra analisi il linguaggio usato per la traduzione dovrà dimostrare che in essi l’efficacia del messaggio ha, sì, un valore che trascende le singole nazioni perché parte da un’ideologia comune, ma tuttavia non può fare a meno di appellarsi a scelte traduttive che la amplifichino.

Un approccio militante alla traduzione: le Voci di legionari feriti

Grazie alla sua unicità, la rivista «Legioni e Falangi» con entrambe le edizioni ha consentito uno studio di natura interdisciplinare7 in cui si sono coniugate visioni diverse che hanno avuto il merito di mettere in luce il valore dei contributi di natura letteraria, ma anche il dato storico-politico oggettivo e, sul piano sociologico, l’influenza dell’ideologia sul ruolo delle donne, su quello del cinema, della pubblicità e delle istituzioni accademiche, tra le altre. In ambito linguistico, dalle analisi di Fuentes Rodríguez8 e Prestigiacomo9 è emerso con chiarezza come questa rivista abbia avuto la funzione di costruire e preservare la imagen del gruppo sociale egemonico e di divulgarla attraverso una vera e propria attività discorsiva manipolatoria.

Dal titolo stesso della pubblicazione, che fa eco al linguaggio bellico della classicità greca e latina, viene il rimando alle milizie impegnate nelle guerre, presenti e passate, che ciascuno dei due regimi in quel momento ha il compito di sorreggere. Il tentativo di costruzione di un’identità di gruppo comune passa attraverso una precisa scelta editoriale con la costante presenza di figure militari. In particolare, tra esse quella del legionario appare come una figura emblematica, che si delinea attraverso pratiche discorsive di vario genere che comprendono l’apparato iconografico, quello didascalico che lo serve e, più in generale, le espressioni dei vari discorsi. Il riferimento agli uomini italiani e spagnoli che sono stati insieme volontariamente al fronte nella Guerra civile è continuo, perché nella logica della rivista tutto deve sostenere le scelte politiche del momento.

Nel ricondurre il ragionamento all’importanza del rapporto tra la traduzione e il contesto storico in cui essa si staglia, a sostegno della nostra analisi appare illuminante un passo dell’articolo Invito a tradurre di Juan Ramón Masoliver pubblicato nel quinto numero di «Legioni e Falangi» e apparso con il titolo De la falta de traducciones nel numero corrispondente dell’edizione spagnola. Si tratta di un’uscita speciale della rivista, interamente in traduzione, che celebra l’incontro tra Mussolini e Franco a Bordighera nel 1941, che è volta, come recita anche il titolo dell’editoriale, a celebrare la totale «identità di vedute» tra i due dittatori. Juan Ramón Masoliver da falangista militante, critico letterario e traduttore offre una lettura personale e istituzionale del ruolo della traduzione in quel frangente. Inoltre, a chiusura del suo articolo ricorda ai lettori quale sia stato il vero momento cruciale del contatto tra le due genti:

In questa storica congiuntura, col fraterno aiuto che decine di migliaia di italiani hanno portato alla nostra recente crociata, è accaduto che sia in Italia che in Ispagna le nostre due lingue, se non perfettamente capite, sono almeno intuite e amate: s’aggiunga che l’analogia dei nostri movimenti ideologici e politici aumenta l’interessamento degli uni verso gli altri. Credo dunque che questo sia il momento di invitare gli scrittori a siffatte traduzioni. Non sarà un lavoro oscuro né tempo perso10.

En la coyuntura histórica de dos pueblos vecinos que han combatido por la misma cruzada en el mismo solar, haciendo que su lenguaje resuene en el ámbito del otro y que si no entendido a fondo que sea intuido por grandes masas de la población: cuando la analogía de nuestros movimientos ideológicos y políticos ha aumentado la simpatía y el interés de unos por otros, creo llegado el momento de invitar a los escritores de ambos países a aplicarse a tales traducciones. Que no será tarea oscura ni tiempo perdido11.

La simpatia naturale tra i due popoli ormai fratelli, sebbene supportata in maniera quasi spontanea dall’affinità linguistica e completata dalla conformità ideologica dei due regimi (qui menzionati come “movimenti”) per Masoliver può avere un solo esito: la traduzione come mezzo di conoscenza profonda delle letterature coeve e della lingua dei rispettivi paesi grazie a un’attività mirata, destinata a consolidare e accrescere l’amicizia tra le due nazioni.

In quest’ottica il tema della traduzione diventa, di fatto, l’argomento principale anche dell’articolo senza firma tratto dal numero di «Legioni e Falangi» dell’aprile 1941 in cui si presenta il libro di Alma Giola Voci di legionari feriti12, che si ritrova in traduzione nel numero corrispondente di «Legiones y Falanges». Nell’edizione italiana della rivista, a proposito delle testimonianze raccolte dalla crocerossina tra le corsie degli ospedali di guerra cui si dà ampio spazio con numerosi esempi, l’anonimo redattore sente l’urgenza di avvisare i lettori che la lingua e la scrittura di quei testi si ritrovano nel libro, come adesso nella rivista, nella loro forma più autentica:

Ne scegliamo alcuni. Ma per non guastare o soltanto addolcire con una scrittura più corretta e letteraria la vivezza delle immagini, quali sono venute formandosi da un’esperienza diretta, queste “voci” si danno nel loro testo originale13.

Nella versione spagnola osserviamo come il testo si sia arricchito di una riflessione di tipo meta-traduttivo dell’anonimo redattore-traduttore14, che potremmo considerare come un’aggiunta non presente nel prototesto in italiano, che si rivela necessaria per giustificare non solo l’approccio alle testimonianze che comporranno le pagine seguenti, ma soprattutto la linea perseguita dalla rivista stessa in merito alla traduzione:

Publicamos algunos. Mas para no estropear o endulzar con una escritura más correcta y literaria la viveza de las imágenes, como se han ido formando al través de una experiencia directa, estas “voces” se reproducen aquí en su texto original, traducido al pie de la letra15.

In effetti, tutte le traduzioni restituiscono letteralmente la retorica presente nei messaggi originali che sono intrisi dei valori condivisi dai legionari: l’eroismo, la famiglia e il fascismo. Come nell’esempio che segue, alcuni testi affrontano con un linguaggio letterario ˗   creando anche un certo climax ˗   la lucida ricostruzione dei momenti più drammatici e di quelli della guarigione, motivo per il quale il messaggio si traspone facilmente nella lingua di arrivo:

Quando sono stato ferito ho visto come un turbinio di stelle, poi ho sentito un sibilo continuo persistente, poi mi sono trovato seduto a terra sostenuto dai miei compagni. Ed infine alla medicazione. Sono rimasto sempre cosciente e per tutto il tempo che ero in pericolo di vita, per più di un mese: tre volte ho ricevuto l’Olio Santo. Non pensavo a niente e trovavo naturale di essere ferito: c’era la guerra, ero volontario, dunque…16.

Cuando fui herido, vi como un torbellino de estrellas, luego oi (sic) un silbido continuo y persistente, después me encontré sentado en el suelo, sostenido por mis compañeros, y finalmente en el hospital. No he perdido nunca el conocimiento durante el mes que estuve en peligro de vida: tres veces me administraron los santos óleos. No pensaba en nada y me parecía natural que estuviese herido: había la guerra, era voluntario, por lo tanto…Ni siquiera pensaba en mi madre… VITTORIO PERTILE – F. A. F. reg. Frontal – II Reg. de asalcto (sic) Littorio17.

In altri esempi, che costituiscono la maggior parte del corpus dei testi raccolti da Giola, l’osservazione dei processi di traduzione è funzionale a spostare l’attenzione sulla lingua usata dai legionari nel loro racconto:

Proprio anche in questa guerra Dio vince il Demonio. Ricorderò sempre quando un ragazzino spagnolo è venuto verso di noi Legionari e gridava – ltalianos! ltalianos! Los rojos hanno tirao a bajo al pozo frailes, mokas perchè gridar: arriba España! Italianos! Italianos! Vengo. vengo! Caporale CAVALLARO GABRIELE F. A. F. ascellare. Raggruppamento carristi-Pontecagnano (Salerno)18.

También en esta guerra Dios vence al demonio. Siempre me acordaré de un chiquillo español que vino hacia nosotros los Legionarios gritando: – ¡Italianos! ¡Italianos! Los rojos han tirado abajo al pozo frailes y monjas, porque gritaban ¡ Arriba España ! ¡Vengan, vengan! Cabo CAVALLARO GABRIELE F. A. F. axilar- Medalla de plata en el campo-Grupo automovilistas- Pontecagnano (Salerno)19.

Di fatto, nell’edizione spagnola il traduttore opera una standardizzazione a livello linguistico del codice dei legionari italiani che appare infarcito già in partenza di dialettalismi e di interferenze. Il legionario si autodefinisce attraverso un sottocodice linguistico e dimostra di essere l’incarnazione della fusione delle due culture, che si attua proprio nella commistione delle due lingue:

Erano tre giorni che ci stevano a spettare a Barcellona noi Italiani! E alluccavano con forta voce: – Viva Italia! Italia. Viva il Duce – E ci sagliavano il collo pel vasarci noi Legionari. I creature alluccavano pel pane, e nuì ci abbiamo luato pe’ dallo a loro. Caporale CAVALLARO GABRIELE F.  A.  F. ascellare. Raggruppamento carristi-Pontecagnano (Salerno)20.

¡Hacía tres días que nos estaban esperando en Barcelona, a nosotros los Italianos! Y gritaban muy fuerte: – ¡Viva Italia! Italia! ¡Viva el Duce! Y nos echaban los brazos al cuello y nos besaban. Las criaturas pedían pan, y nosotros no comíamos para dárselos a ellos. Cabo CAVALLARO GABRIELE F.  A.  F. axilar – Medalla de plata en el campo-Grupo automovilistas- Pontecagnano (Salerno)21.

Sulla base del recente contributo di Wodak e Richardson22 in merito all’uso del linguaggio nei discorsi e nei testi dei nazionalismi europei e risalendo fino a una Lingua Tertii Imperii postulata da Klemperer23, Floriana di Gesù ha recentemente rintracciato in altri contributi presenti nella rivista «Legioni e Falangi» un vero e proprio argot del legionario, definendolo non solo come un esempio di commistione e commutazione di codice, come si evince anche dagli esempi appena riportati, ma soprattutto come un vero e proprio linguaggio identitario24. In questo senso la studiosa chiarisce non solo la natura di questo sottocodice, ma ne spiega la forza illocutoria. Dato, quest’ultimo, che ci appare fondamentale alla luce del contesto in cui lo ritroviamo impiegato:

Il linguaggio ‘identitario’ possiede una sua natura costitutiva, ossia creatrice, che ha una funzione, non solo interpretativa ma evocativa e legittimante. Il suo potere costitutivo risiede nella capacità di contribuire alla realtà di ciò che enuncia, per il fatto di renderlo concepibile e credibile, per potere spingere la volontà collettiva alla sua realizzazione25.

Accettando, dunque, l’ipotesi dell’esistenza di un argot legionario che, come spiega ancora Di Gesù, è «espressione di un marcato progetto di ricostruzione delle radici di un Sé nazionalista», è possibile ampliare la prospettiva della nostra ricerca a quei testi, decisamente più rari da reperire, in cui il mediatore è il legionario, con il fine di osservare se realmente questo sottocodice agisce nei meccanismi della traduzione come «una forma colma di significato che reca in sé elementi fondamentali dell’esperienza»26.

Un approccio “militare” alla traduzione: De Málaga a Tortosa

Il dato storico dell’impegno militare italiano in Spagna con il Cuerpo de Tropas Voluntarias è stato negli anni ampiamente testimoniato, mentre i contributi che costituiscono la reale memoria autobiografica del C. T. V. sono più rari e distanziati nel tempo. Desidero, dunque, a conclusione di questo lavoro, proporre alcuni esempi tratti dalla traduzione in spagnolo del libello del 1938 di Bonaventura Caloro Il C. T. V. da Malaga a Tortosa, presentando i primi esiti dell’analisi delle strategie traduttive rintracciabili nel meta-testo spagnolo.

Il C. T. V. da Malaga a Tortosa27 è una cronaca di guerra che ripercorre le varie tappe che portarono le truppe volontarie e nazionaliste a conquistare diverse città appartenenti al bando repubblicano. L’edizione spagnola del testo, il cui unico esemplare documentato in Italia è conservato presso la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma, è del 1941 e si compone di una dedicatoria e di un secondo lavoro di Caloro, già direttore del «Legionario», dal titolo Gloria legionaria. La sua unicità è data proprio dall’identità dei traduttori dei due scritti: rispettivamente i legionari Luis Mª. Alberdi e Leandro Aina28.

Se attraverso gli strumenti dell’analisi critica del discorso si possono rintracciare, tra le pagine delle due versioni del libello, le medesime strategie discorsive volte a definire di volta in volta la identidad grupal dei “nazionali” e dei “rossi”, nell’ambito di un approccio volto a testimoniare il ruolo della traduzione come mezzo di propaganda e come strumento atto a replicare l’immagine sociale del gruppo, tuttavia, ancora più interessante in questa occasione può apparire addentrarsi nei procedimenti di traduzione che interessano quelle strategie discorsive proprio a partire dall’identità del traduttore.

La finalità propagandistica di quest’opera di traduzione è chiara nella forma e nel contenuto, come ci indica l’osservazione del paratesto: dalla dedicatoria, «A S. E. ACHILLE STARACE MINISTRO SEGRETARIO DEL PARTITO QUESTO OPUSCOLO DIVULGATO IN SPAGNA AD ESALTAZIONE DEL VALORE LEGIONARIO L’AUTORE FA DEVOTO OMAGGIO», al Prólogo a firma del Generale Berti:

Un legionario español (…) ha querido traducir esta breve pero luminosa monografía, acerca de la actuación del Cuerpo de Tropas Voluntarias en tierras de España, con el fin de difundir su conocimiento entre los camaradas españoles. Es una actitud digna de todo encomio y que ella sola se alaba. Expreso mi satisfacción más viva, por tales actos, que refuerzan los lazos de fraternidad y camaradería establecidos sobre el campo de batalla entre los mejores hijos de los dos pueblos que luchan por defender su propio destino y una civilización común29.

L’alto Ufficiale interviene per legittimare pubblicamente la volontà di un legionario spagnolo di farsi mediatore presso la propria comunità dei valori nati sul campo di battaglia, intendendo quest’attività di traduzione come un mero atto di servizio reso verso altri soldati, nella piena logica della normalizzazione e dell’anonimato a sostegno del regime. Il risultato è un adattamento del testo di Caloro che si attua mediante un procedimento continuo di amplificazione in cui, attraverso le aggiunte di natura colloquiale, si sortisce però l’effetto di ottenere un cambio di registro totale rispetto al prototesto. Gli esempi che seguono, seppur decontestualizzati, chiariscono come il traduttore abbia una sua strategia globale di approccio al testo che mette in atto regolarmente:

Russia (…) gridò d’entusiasmo dinanzi alla difesa marxista di Madrid (p. 5) Rusia (…) puso el grito al cielo (p. 17)
Le orde marxiste organizzate a grandi stenti e con poco esito dal nucleo dell’esercito spagnolo (…) (p. 5) Las hordas marxistas organizadas a la buena de Dios … (p. 18)
La Spagna in armi era rimasta curiosa a guardare (…) E lentamente assimilò, si pose su quel piano (…) (p. 6) No echó en saco roto las enseñanzas (p. 19)
Non è possibile precisare se il potenziamento dell’esercito nazionale si svolse su un ritmo più accelerato e meno febbrile di quello dei marxisti (p. 8) No puede precisarse cuál de los dos ejércitos iba a la zaga del otro (p. 22)
Ma è onesto dire che esso rimaneva sempre un elemento solo delle forze militari di Franco. (Ø). Tra esse il Corpo dei Volontari assolveva pienamente (…) (p. 10) Pero siempre un elemento tan sólo de las fuerzas de Franco. Nobleza obliga. El C. T. V. asumía a la perfección… (p. 24)
Chi attacca, vince per metà (p. 13) Quien pega primero, pega dos veces (p. 28)
Visse sempre di riflesso meritandosi quell’appellativo di invertebrato che Ortega y Gasset dette alla Spagna di prima e dopo la Repubblica (p. 13) Le cae de perlas el calificativo de invertebrado, que aplicara a la República española su dogmatizador Ortega y Gasset (p. 28)
Il nemico (…) non intendeva restare inoperoso (p. 11) El enemigo no se habrá echado a la bartola (p. 25)

Soprattutto, si fa ricorso all’elemento culturale autoctono per evitare i latinismi e per esplicitarne il significato:

Ma a che servono le armi se manca l’animo? E se questo non ha la “vis” aggressiva? (p. 14) Pero ¿de qué sirven las lanzas si falta el quijote? ¿ Para qué el toro, si no embiste? (p. 28)

A volte però questo procedimento porta a veri e propri errori di traduzione:

Che fosse “forma mentis”, incapacità congenita a concepire un piano d’azione (p. 13) Lleva sobre si el sambenito de un condenado, al abstenerse de la parte ofensiva. Semeja un cerebro fosilizado (p. 28)

Il ribassamento del registro rispetto al testo di partenza si attua attraverso le singole scelte lessicali; a livello sintattico, l’uso scorretto del sistema pronominale con il laísmo rivela la tendenza dialettale di chi ha operato la traduzione:

Giunsero in Spagna i carri russi, i “Rata”, tutto ciò che di più nuovo vi fosse negli arsenali (p. 5) Vomitó en España los carros rusos (p. 18)
In questa grande battaglia (…) era destino che il nostro Corpo Truppe Volontarie si assumesse una funzione che lo elevasse ad uno dei più begli esempi di efficienza militare (p. 18) El C. T. V. asumió la tarea más relevante: la de machacar al adversario (p. 26)
Il C. T. V. (…) è un corpo che guida, che plasma con le sue azioni la battaglia (…) che le imprime un indirizzo (p. 18) Pero no un Cuerpo operante más (…) sin (sic) uno que plasma con su acción la batalla, la imprime dirección (p. 35)

In alcuni casi l’adattamento riguarda alcuni riferimenti storici che il traduttore sceglie correttamente di esplicitare rendendoli fruibili al pubblico di arrivo, individuato nel Prólogo della monografia con il gruppo dei legionari ma anche con «ojos españoles y manos civiles»:

Ci si sveste così dei panni “garibaldini” e si giunge ad un periodo che noi chiameremo il periodo della crisi (p. 7) Prescindiéndose de métodos ochocientistas; surgió un periodo que llamaremos de crisis (p. 15)
I Legionari non stanno fermi ad Alcañiz (p. 18) Los Legionarios no se duermen sobre las delicias capuanas de la victoria de Alcañiz (p. 35)

Il dato che registriamo maggiormente è che le locuzioni idiomatiche vengono usate come vere e proprie soluzioni traduttive sia per sopperire a carenze linguistiche sia per conferire maggiore efficacia espressiva al testo di arrivo. D’altra parte, sfogliando le pagine di De Málaga a Tortosa è difficile sostenere l’invisibilità del traduttore; piuttosto è naturale pensare che questi abbia attinto all’unico codice linguistico di cui era in possesso – insieme al sottocodice del linguaggio bellico tecnico –, risolvendo via via i nodi che il testo gli presentava sempre con il medesimo procedimento: da un lato appellandosi a una retorica consolidata, assimilata e ormai parte del proprio idioletto; dall’altro, restituendo il testo attraverso degli adattamenti che riflettono un universo di conoscenze e di valori condivisi con altri legionari, in altre parole, che rispecchiano la propria identità.

  1. Cfr. C. Sinatra, La traduzione come specchio identitario in “Legioni e Falangi” / “Legiones y Falanges”, in Stampa e Regimi. Studi su «Legioni e Falangi» / «Legiones y Falanges», una ‘Rivista d’Italia e di Spagna’, a cura di C. Sinatra, Bern, Peter Lang, 2015, pp. 87-106.
  2. Tra gli altri: S. Bassnett, A. Lefevere (eds.), Translation, History and Culture, London/New York, Pinter, 1990; G. Bonsaver, Censorship and literature in Fascist Italy, Toronto, Toronto University Press, 2007; G. Bonsaver, Mussolini censore. Storia di letteratura, dissenso e ipocrisia, Bari, Laterza, 2013; M. Muñoz-Calvo, C. Buesa-Gómez, M. A. Ruiz-Moneva (eds.), New Trends in Translation and Cultural Identity, Cambridge, Cambridge Scholars Publishing, 2008; P. Meseguer Cutillas, Sobre la traducción de libros al servicio del franquismo: sexo, política y religión, Berlin, Peter Lang, 2015; C. Rundle, Importazione avvelenatrice: la traduzione e la censura nell’Italia fascista, in «Il traduttore nuovo», LIV, vol. LX, 2004, pp. 63-76; C. Rundle, K. Sturge (eds.), Translation Under Fascism, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2010; L. Venuti, The scandals of Translation, London-New York, Routledge, 1998.
  3. M. Baker, Translation and conflict: A narrative account, London & New York, Routledge Taylor & Francis Group, 2006 citato in F. Billiani, Culture nazionali e narrazioni straniere. Italia, 1903-1943, Madison, NJ, Fairleigh Dickinson University Press, 2007, p. 9.
  4. R. Fowler, Language in the News. Discourse and Ideology in the Press, London, Routledge, 1991, p. 42.
  5. Pensiamo agli studi di N. Fairclough, Critical Discourse Analysis: the critical study of language, London, Longman, 1995, ma soprattutto ai contributi su lingua, discorso e identità di De Fina et alii (eds.), Discourse And Identity, Cambridge, Cambridge University Press, 2006. Fondamentali per questo approccio gli studi sull’immagine sociale: C. Fuentes Rodríguez, Identidad e imagen social, in Id. (coord.), Imagen social y medios de comunicación, Madrid, Arco Libros, 2013, pp. 13-21; e quelli relativi a potere (N. Fairclough, Critical Discourse Analysis: the critical study of language, London, Longman, 1995) e ideologia (T. A. Van Dijk, Ideología y discurso, Ariel, Barcelona, 2003).
  6. Cfr. T. A. Van Dijk, Ideología y discurso, op. cit., p. 39
  7. Cfr. Stampa e regimi, a cura di C. Sinatra, op. cit.
  8. Cfr. C. Fuentes Rodríguez, La construcción de la identidad grupal en el discurso ideológico, in Stampa e Regimi, op. cit., pp. 225-51.
  9. Cfr. C. Prestigiacomo, Legiones y Falanges: Estrategias argumentativas para “Una Espana Nueva, Libre y Grande”, in Stampa e Regimi, op. cit., pp. 255-76.
  10. J. R. Masoliver, Invito a tradurre, in «Legioni e Falangi. Rivista d’Italia e di Spagna», I, 5, 1941, p. 37.
  11. J. R. Masoliver, De la falta de traducciones, in «Legiones y Falanges. Revista mensual de Italia y de España», I, 5, 1941, p. 35.
  12. A. Giola, Voci di Legionari feriti, Como, Cavalleri, 1941.
  13. Anonimo, Voci di Legionari feriti, in «Legioni e Falangi. Rivista d’Italia e di Spagna», I, 6, 1941, p. 50.
  14. Sull’anonimato dei traduttori e sul funzionamento della traduzione dei testi in «Legioni e Falangi» si rimanda al lavoro dell’autrice Hacia una identidad común: la traducción en la prensa falangista de los ‘años azules’ (i. c. s.).
  15. Il corsivo è mio. S. N., Voces de legionarios heridos, in «Legiones y Falanges. Revista mensual de Italia y de España», I, 6, 1941, p. 50.
  16. Ivi, p. 51.
  17. S. N., Voces de legionarios heridos, op. cit., p. 52.
  18. Anonimo, Voci…, op. cit., p. 52.
  19. S. N., Voces…, op. cit., p. 52.
  20. Anonimo, Voci…, op. cit., p. 51.
  21. S. N., Voces…, op. cit., p. 52.
  22. Cfr. R. Wodak, J. E. Richardson, Analysing Fascist Discourse, European Fascism in Talk and Text, New York and London, Routledge, 2015.
  23. Cfr. V. Klemperer, LTI: la lingua del Terzo Reich, taccuino di un filologo, pref. di M. Ranchetti, trad. it. di P. Buscaglione, Firenze, La Giuntina, 1999 (ed. originale LTI – Notizbuch eines Philologen, Berlin, s. e., 1947).
  24. Cfr. F. Di Gesù, L’argot del legionario: un esempio di commistione e commutazione di codice nella rivista Legioni e Falangi/Legiones y Falanges, in Stampa e regimi, op. cit., pp. 425-43.
  25. Ivi, p. 426.
  26. Ibidem.
  27. B. Caloro, Il C. T. V. da Malaga a Tortosa, in «Il Legionario», I, 1938.
  28. B. Caloro, De Málaga a Tortosa. Traducido por el legionario Luis M. Alberdi, Zaragoza, s. e., 1941, pp. 2-39.
  29. M. Berti, Prólogo, in B. Caloro, De Málaga a Tortosa, op. cit., p. 4.