Recensione di “Marta” di Giusi Verbaro (Lebeg 2021)

Author di Salvatore Iacopetta

Pubblicato per Lebeg nel 2021 e curato con attenzione dalla figlia Caterina, la cui ricostruzione filologica fornisce dati preziosi circa le modalità e il periodo di stesura dell’opera, Marta è un testo postumo di Giusi Verbaro, scrittrice italiana vissuta tra il 1938 e il 2015[1].

«Composto con ogni probabilità nella primavera del 1969»[2] in occasione del Concorso Letterario Giugno Teramese 1969[3], il quale «potrebbe identificarsi col Premio Teramo, un prestigioso e longevo concorso dedicato al racconto inedito, istituito nel 1959»[4], il libello costituisce un raro esempio della scrittura in prosa dell’autrice, la cui vocazione fu essenzialmente e quasi esclusivamente poetica, come testimoniano «le raccolte e i libri di poesia, diciotto in totale»[5] e «una serie di pregevoli cartelle d’arte, in cui le arti sorelle, Poesia e Pittura, vivono in armonica simbiosi»[6].

Il racconto ha per protagonista Marta, una donna il cui volto

non aveva un solo fremito di vita: era fermo, grigio, opaco, chiuso in una espressione senza luce, gli occhi di una fissità arida e allucinata, l’andatura stanca, quasi di automa. Un informe essere senza età, un viso come tanti, non più giovane, ma certo non vecchio, pur se indurito dalla fredda maschera di immobilità; biondi e striati di bianco i capelli acconciati all’antica, stinto, sciupato, fuori moda l’abito[7].

In una giornata di primavera, in seguito a un fatto che la turba profondamente, la protagonista, che per certi versi ricorda la Ida Ramundo della Storia di Elsa Morante, si ritrova improvvisamente faccia a faccia con sé stessa, prende consapevolezza della propria esistenza e vive l’epifania del senso ultimo delle cose. I suoi occhi volti al passato le rivelano una vita semplice, genuina, fatta di desideri inesauditi e devozione agli affetti domestici: le privazioni di un’infanzia segnata dalla guerra l’hanno portata ad assicurare ai propri figli un presente dignitoso e un futuro certo; la loro educazione, che ha avuto la priorità e che li ha tuttavia formati con una visione del mondo troppo distante da quella dei genitori, a tratti inconciliabile, sembra però essere costata ulteriori sacrifici a Marta, la quale, nello scorrere dei giorni, ha visto inaridirsi il proprio rapporto coniugale, sempre più carente di parole e d’affetto. La protagonista, il cui bisogno costante è quello d’amore, incarna plasticamente un certo modello di donna del suo tempo, una donna che vive di rinunce e colleziona rimpianti per il bene altrui, principalmente del marito e dei figli, una donna che soffre in silenzio e si accontenta di fugaci e rari attimi di felicità, una donna in cui la maternità è forza quanto mai viva e ineluttabile, quella donna che rievoca le tante figure femminili dell’Italia meridionale del Secondo dopoguerra che a Giusi Verbaro dovettero essere particolarmente care.

Il breve racconto, diviso in due parti, si presenta sin dall’incipit come un’opera priva di avvenimenti esteriori o fatti che abbiano un certo peso ai fini narrativi; le descrizioni degli ambienti che avvolgono la donna fungono in realtà da contraltare ai moti del suo animo e costituiscono, in definitiva, una sorta di madeleine proustiana che spalanca le intermittenze del cuore della protagonista: se nella prima parte le luci, le vetrine e le voci della città in festa marcano prepotentemente il contrasto con le ombre che abitano l’anima di Marta, nella seconda l’ambiente bucolico della notte rivela una prossimità affettiva ai sentimenti della donna e avvia un processo panico di fusione con la natura, che porta il testo, e la protagonista, ad approdare alle prime dolci luci dell’alba. Oltre a scorgere una netta contrapposizione tra l’essenza delle emozioni provate in un ambiente cittadino parato a festa, rumoroso, chiassoso, le cui luci abbagliano anziché favorire la vista, e i sentimenti recuperati nel silenzio notturno di una realtà edenica, nel libro tutto ciò che è al di fuori di Marta diventa il pretesto per descrivere le rifrazioni del suo io; lettrici e lettori si interrogano sull’influenza reciproca tra interiorità ed esteriorità della protagonista, domandandosi se sia la realtà esterna ad agire e a modificare quella interna o sia quest’ultima a creare ciò che la circonda; il racconto è, dunque, un’epopea del pensiero, «un viaggio nella propria interiorità capace di schiudere la forza del linguaggio, la valenza salvifica della creazione»[8].

Marta, considerato «il battesimo finora segreto della parola di Giusi Verbaro»[9], mette al centro «la forza del linguaggio, la sua eleganza incantatoria, la sua musica inesausta: si pensi al gusto della ricca aggettivazione, agli incisi, all’andamento ritmico e musicale»[10]. Quello della scrittrice è in effetti uno stile poetico: dai periodi brevi alla rarità dell’ipotassi, dalla presenza di figure retoriche quali sineddochi e similitudini, quasi alla maniera dantesca, alla scrittura intrisa di richiami leopardiani, tanto a livello morfologico quanto sintattico («lagrima», «tanta parte occupava»…), fino alle sensazioni olfattive, tattili, uditive, e agli aspetti sensoriali in senso lato, resi plasticamente in un linguaggio la cui metrica palesa un andamento poetico.

Il racconto costituisce sicuramente un raro esempio della scrittura in prosa di Verbaro che, fatta eccezione per la produzione saggistica, rimase quasi del tutto inedita: l’unico breve testo narrativo che l’autrice volle dare alle stampe fu, infatti, il racconto La badante[11]. Leggendo Marta, emerge come la prosa costituisca per l’autrice «un sorprendente flusso di coscienza, trascinante e continuo, che ha messo in moto il suo mondo poetico»[12]. Per la forza e la valenza lirica del suo linguaggio, Marta «precede e prepara la scoperta della poesia, ne delinea lo scenario interiore, smuove il linguaggio e definisce il ritmo del pensiero poetante. […] appartiene a un tempo che potremmo definire la preistoria della poesia di Giusi Verbaro»[13]. L’impressione che si ha leggendo il racconto è la stessa che lascia l’ascolto di una poesia: le movenze sono candide e armoniche, il ritmo appare musicalmente gradevole e le parole costruiscono periodi architettonicamente ben concepiti, proprio come le stanze di un componimento in versi. Già l’incipit del racconto, in cui si scorgono consonanze, climax ed enjambement non strutturalmente visibili ma foneticamente presenti, ne è un esempio:

Un tiepido, dorato pomeriggio di aprile: festa di luci e di colori per le affollate, chiassose vie del centro della grande città; quasi un fluire rapido, intenso di attività e di movimento, quasi una frenetica gioia di vivere e di godere dopo il lungo letargo dell’inverno. Gente vivace, elegante e felice per le vie; le vetrine riccamente addobbate, colorate, festanti; d’intorno, nell’aria, un qualcosa di gaio, di splendido, di nuovo[14].

È difficile affermare che Marta rappresenti solo un testo in prosa dell’autrice: sembra, in verità, che la chiave di lettura della realtà fosse, e sia sempre stata per Verbaro, la poesia, forma mentis mediante cui interagire col mondo in un processo comunque biunivoco che, sì, accoglie l’esterno prosaico come poetico, ma crea e trasforma, al contempo, la realtà circostante in poesia che sgorga dall’anima.

Marta, un racconto tanto breve quanto denso di verità profonde, stabilisce il valore della bellezza quale senso ultimo dell’esistenza, perché di fronte alla natura i problemi dell’umanità sembrano ridimensionarsi, e donne e uomini diventano parte di un Essere che precede il Logos, la sua potenza ma anche i suoi limiti. Se Virgilio, nelle Bucoliche, scriveva che Omnia vincit amor, Giusi Verbaro e la sua Marta sembrano condividere la densità semantica delle parole del poeta latino, aggiungendo che solo l’altro salva e che il senso dell’“io”, in definitiva, alberga nel “noi”.

  1. Archivio di Stato di Firenze, Fondo Giusi Verbaro, Inventario, a cura di F. Cecchi, 2018, pp. 2-4, e online all’URL: <icsaicstoria.it/verbaro-giusi/> (ultima consultazione: 25 febbraio 2024).
  2. C. Verbaro, Un racconto alle origini della scrittura poetica, in Ead., Marta, a cura di C. Verbaro, Roma, Lebeg, 2021, p. 43.
  3. C. Verbaro, Nota al testo, in Ead., Marta, op. cit., p. 41.
  4. Ivi, p. 42.
  5. S. Iacopetta, Giusi Verbaro. Poeta del viaggio senza fine, tesi di laurea magistrale, Firenze, Università degli Studi di Firenze, 2021, p. 6.
  6. Ibidem.
  7. G. Verbaro, Marta, op. cit., p. 7.
  8. C. Verbaro, Un racconto alle origini della scrittura poetica, op. cit., p. 43.
  9. Ivi, p. 47.
  10. Ivi, p. 46.
  11. G. Verbaro, La badante, in Nate a lavorare. Racconti inediti di 39 scrittrici italiane, a cura di M. Jatosti e R. Berardi, Ravenna, Edizioni del Girasole, 2003, pp. 260-64.
  12. C. Verbaro, Un racconto alle origini della scrittura poetica, op. cit., p. 45.
  13. Ivi, p. 43.
  14. G. Verbaro, Marta, op. cit., p. 7.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

• categoria: Categories Recensioni