Recensione di “Il volo del grifone” di Fortunato Nocera (Città del Sole Edizioni 2019)

Author di Carmine Chiodo

Elemento di spicco della Fondazione Corrado Alvaro di San Luca (RC), lo scrittore e saggista Fortunato Nocera ha pubblicato romanzi che mostrano chiaramente la sua perizia nell’adoperare la penna. La sua arte narrativa non è solo descrittiva ma in particolar modo mira a delineare sia gli ambienti nei quali i personaggi agiscono sia la loro psicologia, i loro drammi, la loro maturazione interiore.

Di Nocera abbiamo letto con piacere tre romanzi, l’uno diverso dall’altro per temi e lingua: La maledizione della cometa rossa, Colloqui col padre e Il volo del grifone, tre opere nelle quali il lettore viene trasportato in ambienti e tempi storici diversi, ma che puntano sempre a investigare l’umanità, la sua disperazione, le sofferenze che patisce, la tracotanza e la malvagità di certi uomini vissuti in epoche lontane. Lo scrittore vi intesse una narrazione unitaria, agile, chiara, che mira all’essenziale. Tutto è misurato e ordinato nell’arte narrativa di Nocera, e non vi è alcuna distonia o sproporzione: la pagina è nitida e i periodi sono ben concatenati fra loro. Ci troviamo davanti a opere corali, ben fuse e che talvolta raggiungono esiti poetici notevoli.

Come definire Il volo del grifone? Romanzo storico? Non basta: infatti, vi si racconta la Calabria settecentesca, ma soprattutto c’è l’interesse dello scrittore per la condizione umana. L’opera attesta ancora una volta la maestria, la sapienza di Nocera nell’organizzare la narrazione e chi legge non si annoia mai, in quanto l’opera scorre limpida e chiara: è una narrativa agile, distesa, naturale.

Nella prefazione (Riflessioni su Il volo del grifone di Fortunato Nocera, pp. 7-14), Olindo Martucci coglie molto bene la fisionomia del romanzo, quando scrive che in esso gli attori «non sono maschere, stereotipi di personaggi che agiscono solo secondo il loro ruolo, ma ‘in-individui’ in evoluzione».

Il titolo dell’opera è emblematico, simbolico, in quanto indica la rapacità, la cattiveria di alcune persone che, pur di ottenere i loro scopi, pur di aumentare il loro potere, piombano sugli altri come grifoni, come animali rapaci e avidi; ma vi sono anche personaggi perbene, vittime del “grifone”, di quelle canaglie come quel Giovanni Faria che, dopo averne combinate tante, alla fine sarà pure lui ammazzato; Giovanni che nella vita non ha fatto altro che male e che con la sua astuzia e spregiudicatezza ha conquistato pure il titolo nobiliare di barone.

Fatti e vicende sono narrati in prima persona da Poldino o, meglio, Leopoldo Cutrillo, «ma per tutti sono ‘Poldino’, così come mi chiamavano i miei genitori da piccolo e tutta la gente del villaggio, detto ‘San Vasili’, dove nacqui settantuno anni fa; venni al mondo infatti nel giugno del 1735».

L’opera riporta in Calabria all’epoca dell’occupazione dei «francisi» e si dispiega attraverso due parti unitarie. Ecco l’inizio della prima: «Prologo 31 dicembre 1806. Oggi si spegne l’anno del Signore 1806, domani inizia il settimo di questo nuovo secolo, che si preannunzia duro e drammatico, pieno di lacrime e lutti per noi figli del popolo, come quello precedente» (p. 17). Poldino è figlio di poveri (il padre è un capraio) e, assieme a un’altra ragazza (Nunziatella) di famiglia povera, è stato scelto dalla baronessa Lamberti del Bettino per vivere nel palazzo baronale e per servirla. Si sente fortunato perché è cresciuto in un ambiente «patrizio» e ha appreso «le nozioni di scrittura e lettura assieme ai miei coetanei nobili, di cui fui compagno di giochi» (p. 18). Poldino e Nunziatella vivono in «villa» con donna Maria Consuelo, «che dava gli ordini e le disposizioni, tutto con la fermezza e la durezza di un tiranno» (p. 25).

Lo stile di Nocera è caratterizzato da quella leggerezza calviniana per cui lo scrittore offre una lingua agile, sciolta e nello stesso tempo incisiva nel mettere a fuoco fatti, vicende, tipologie umane. Alcuni esempi: «La marchesa Iolanda Minares era morta di crepacuore due anni prima del marito, quando seppe che anche il palazzo di Napoli era stato venduto per debiti di gioco» (p. 25); «Giovanni Faria era in viaggio dall’alba, salvo una breve sosta alla taverna di Filomena, una delle sue amanti, per rifocillarsi e accudire e abbeverare la cavalla» (p. 45); «Napoli apparve al giovane Paolo quasi mezz’ora dopo che la nave oltrepassasse il canale tra l’isola di Capri e il promontorio. Mancava poco all’alba. Il golfo era immerso in una leggera foschia, tuttavia si scorgeva il tenue lucore dell’illuminazione a olio della città. Luci flebili non diffuse per un arco grande, che al giovane Paolo, abituato a panorami parzialmente illuminati, sembrava enorme» (p. 328). Con tocchi leggeri e precisi sono resi atmosfere, fatti, stati d’animo.

Ci si imbatte anche in voci dialettali calabresi parecchio interessanti: «Quando, poi, avevamo cominciato ad apparire sulla faccia e sul corpo ‘pampule’ [‘vesciche’] piene di liquido e forti infiammazioni alla gola o al palato, i più anziani avevano capito subito cosa stesse imperversando per la contrada, ricordando ciò che era avvenuto trent’anni prima. Era tornata la ‘pusteggia’, il maledetto ‘morbu volanti’ che l’ultima volta aveva dimezzato la popolazione del borgo e che aveva oppresso per tre mesi tutta la provincia» (p. 236); «Improvvisamente smise di piovere. Il ‘subbissu’ [‘la catastrofe’] era finito. Ora non restava che stimare le rovine e seppellire i morti» (p. 263); «Mia madre faceva la ‘jornatara’ – lavorava a giornata – disponibile a fare qualsiasi lavoro, quando capitava»; «Fannulloni cosa fate a quest’ora a casa? Vi pago per lavorare, non per oziare davanti alle ‘farde’ delle vostre donne!» (chi parla è Giovanni Faria e le “farde” sono le gonne, le vesti delle donne, p. 120).

Il volo del grifone è un capolavoro per temi, lingua e strategie narrative. Nell’opera tanti sono i personaggi e tutti essenziali, e di ognuno si mette in risalto la singolarità del comportamento: ecco Giovanni Faria, che «cresceva all’ombra del padre, imparava rapidamente il mestiere paterno e a vent’anni (1744) era in grado di dirigere anche la selleria». Di Poldino si ricorda il suo dolore per il figlio della baronessa e compagno suo di giochi per il quale egli chiede a «donna Consuelo il permesso di vegliare il malato durante la notte, nel caso avesse avuto bisogno di qualcosa: avevo per Carlo un’affezione particolare». Le condizioni di Carlo Ferdinando si aggravano sempre di più fino alle belle e palpitanti pagine di umanità che ritraggono la morte del nobile rampollo e il dolore della mamma: «Intorno alla mezzanotte, dopo un rantolo più lungo e rumoroso, Carlo Ferdinando chinò il capo dalla parte dove lo vegliava sua madre e spirò. […] La baronessa ordinò ad Adelaide e a Nunziatella di provvedere alla vestizione della salma con l’abito di gala dello sfortunato figliolo» (pp. 157-58); «Donna Maria Mercedes restò muta. Volle sedersi al mio posto [di Poldino] per poter tenere la mano del figlio. Le lacrime scendevano a rivoli segnando il bel viso, ma il pianto era silenzioso, come se non volesse dare a quel figlio il dispiacere di sentirla piangere […]. Tutti stavano in silenzio. Si sentiva solo il rantolo dell’infermo. Piano, piano, anche quello divenne più tenue». Ancora una scena in cui è coinvolto Poldino: «Passai la seconda notte accanto al malato, nell’angoscia di vederlo sempre più sofferente, senza poter fare niente per aiutarlo. Gli tenevo la mano nella mia e sentivo, ogni tanto, che la stringeva. Forse era un segno di riconoscenza. Ma non parlava. Io bagnavo la pezzuola e gliela ponevo sulla fronte» (p. 154).

Nell’opera storia e umanità sono fortemente intrecciate: vari uomini sono schiavizzati e varie donne risultano infelici, disperate, oppresse dai baroni, ma poi le cose mutano con la penetrazione delle idee illuministiche e le prime sommosse. Come scrive Nocera nella Postfazione, «L’idea di comporre questo romanzo mi è venuta dopo varie letture sull’invasione francese del Regno di Napoli del 1806; disastrosa per la Calabria, con stragi e alluvioni di interi paesi. La regione, già prostrata da carestie, pestilenze, terremoti e alluvioni, dovette ancora una volta subire un’invasione di tipo barbarico» (p. 377). Il paese di cui si parla è «San Luca, che subì una strage e una devastazione orrende, ma stessa sorte ebbero anche altre comunità aspromontane del settore sud orientale e del settore occidentale» (p. 379).

Il romanzo nasce dopo lunghe e pazienti ricerche storiche, e il suo scopo è quello di «condurre il lettore in quella realtà sociale, economica, civile, della seconda metà del Settecento in Calabria, della quale tuttora non molti calabresi hanno conoscenza» (ibidem). A nostro parere, Fortunato Nocera è riuscito benissimo nel proprio intento.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)

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