Recensione di Marco Modenesi, “Il Simbolismo francese. I grandi maestri” (Carocci 2025)

Author di Fabio Libasci

Nel volume dal titolo Il Simbolismo francese, Marco Modenesi, francesista di lungo corso, fa quel che la critica spesso dimentica di fare, e cioè gettare un ponte fra il lettore e il testo, come l’autore di questo saggio ricorda fin dall’introduzione. Quel ponte è fatto di parole, di frasi, di richiami che attraversano i quattro studi che compongono il volume, uno per ogni poeta: Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud e infine Verlaine. Ad ognuno di questi autori Modenesi dedica pagine dense e che mettono in luce la loro originalità e singolarità in uno sforzo ripagato di chiarezza e rigore, sensibilità e studio. A ben vedere, egli compie altresì un’operazione importante e non scontata: lascia parlare soprattutto loro, i poeti, e così facendo costruisce un discorso mai teso a mettere in sordina quella parola poetica che lo ha suscitato. La parola dei poeti, al contrario, arriva forte al lettore e alla lettrice che Modenesi immagina essere un giovane studente, un appassionato studioso o chiunque voglia riavvicinarsi al Simbolismo francese, a cominciare dall’autore di Les Fleurs du Mal.

Su Baudelaire, sulla cui vita e opera è stato detto e scritto tutto e il suo contrario, Modenesi non aggiunge o svela nulla di sensazionale. Nessuna nuova ipotesi o “scoperta”; eppure, tessendo il suo discorso attorno ad alcuni testi portanti di Les Fleurs du Mal, Modenesi fa sentire tutta l’eco del poeta e il suo continuo richiamo al lettore tante volte evocato da Baudelaire stesso. A quel lettore il critico ricorda che il poeta «lascia la possibilità di attendere fiducioso che il sipario sveli qualcosa, insieme con un’opera densa e ricca che modifica in modo irreversibile la storia della poesia francese e non solo» (p. 49).

La centralità della parola, il rapporto con il lettore ora evocato e ora tenuto a distanza da un linguaggio sovente oscuro è al centro dello studio dedicato a Stéphane Mallarmé, la cui fama di poeta difficile, ermetico, non smette di affiancarlo. Che cos’è, allora, la parola per Mallarmé? In che modo possiamo avvicinarci a essa? Modenesi ci spiega che «la parola deve accompagnare e persino obbligare il lettore, per esempio, a stabilire rapporti analogici fra elementi della realtà ai quali, di norma, il lettore non pensa. Da qui, la scelta di un linguaggio ermetico che obbliga ad avvicinare, per esempio, tratti della realtà normalmente considerati lontanissimi nel quotidiano e spingere, così, a intuire i legami arcani che esistono fra realtà e rappresentazione apparentemente estranee fra loro» (p. 61).

Gli studi più intensi sono, a mio parere, gli ultimi due, dedicati a Rimbaud e a Verlaine. Difficile aggiungere ancora qualcosa alla vicenda umana tragica e misteriosa di Rimbaud, poeta adolescente che ha attraversato le lettere francesi, imprimendovi il suo segno come una folgore. Coscio di ciò, Modenesi sceglie di far risuonare anzitutto le parole di Rimbaud e, così facendo, lo libera da un discorso che talvolta lascia quasi il poeta in secondo piano. Le parole di Rimbaud risuonano cristalline da un testo all’altro, fino a costruire una piccola costellazione esaltata e disperata. Giuste, precise mi paiono le frasi che il critico dedica alla poesia che ci appare oggi come un congedo, Adieu. «Il poeta veggente ha creato feste, trionfi, ogni tipo di azione, ha inventato addirittura nuovi fiori e nuovi astri, nuove carni e nuove lingue. Credendo ai suoi poteri sovrannaturali, si è preso per mago o per angelo, ma ora ‒ riconoscendo tutto ciò come menzogna ‒ deve seppellire ricordi e immaginazione: è costato letteralmente al suolo» (p. 105).

Paul Verlaine chiude idealmente questo volume dedicato al Simbolismo e ai suoi quattro maggiori rappresentanti. Modenesi lo considera il più raffinato e affascinate, e non a torto. La poesia di Verlaine, come sappiamo, segna il trionfo della musicalità sulla dimensione semantica ed è a questo aspetto fonoprosodico che Modenesi presta particolare attenzione e cura. Di grande pregio l’analisi della celebre Clair de lune, che ha come tema la descrizione di un paesaggio notturno illuminato dalla luce lunare: «il paesaggio di disegna sotto gli occhi del lettore a partire dal verso 2 ‒ attraverso immagini di innegabile eco pittorica settecentesca […]. La musica evocata è poi affidata al liuto, ma le figure danzanti si rivelano ‒ come intende mettere in evidenza il ricorso all’enjambement ai vv. 3-4 ‒ quasi tristi sotto i loro singolari costumi, in contrasto con l’atmosfera che solitamente dovrebbe avere una festa galante» (p. 115).

Nelle conclusioni trovano spazio alcune riflessioni sul Simbolismo e i suoi caratteri più evidenti. Al di là delle differenze, pur importanti, tra i quattro autori oggetto di studio, Modenesi ravvisa un tratto comune: «la poesia come ricerca metafisica» (p. 129). Nei quattro poeti forte è, infatti, la spinta a raggiungere quell’Ignoto che deve essere comunicato agli altri, ma per farlo occorre una lingua nuova, da esplorare e costruire; questo vale soprattutto per Rimbaud e Mallarmé. La poesia di Baudelaire e di Verlaine, come degli altri due poeti prima citati, ha imbarcato la parola su mari inesplorati e ha aperto la possibilità di approdi su territori sconfinati e vergini. Su quelle terre hanno, poi, camminato Paul Valéry e Apollinaire, Max Jacob e Blaise Cendrars, per limitarsi solo ad alcuni nomi più noti del XX secolo.

 

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

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