Recensione di Luisa Aliotta, “Che il libeccio faccia il mio gioco” (Mazzanti Libri 2025)

Author di Michele Scala

Nel panorama narrativo contemporaneo, in cui spesso la letteratura sentimentale tende a rifugiarsi in moduli prevedibili o in psicologismi superficiali, Che il libeccio faccia il mio gioco si distingue come un testo sorprendentemente stratificato, capace di trasformare una vicenda apparentemente intima – l’ossessione amorosa di una bibliotecaria per un giovane modello – in una meditazione filosofica sul desiderio, sull’immaginazione e sulla funzione stessa della letteratura. Il romanzo, infatti, non si limita a raccontare una storia, perché mette in scena un dispositivo mentale, un laboratorio dell’interiorità, in cui amore, memoria e linguaggio diventano categorie esistenziali.

Fin dalle prime pagine, l’opera si colloca programmaticamente sotto il segno dell’interiorità. Non è casuale l’epigrafe pessoana che apre il libro – Io non ho fatto altro che sognare… – perché tutto il romanzo si sviluppa come una lunga esplorazione del rapporto tra vita e sogno. La protagonista, infatti, non vive semplicemente un innamoramento: lo pensa, lo costruisce e lo coltiva come una forma di esperienza mentale. Il sentimento amoroso diventa, così, una struttura dell’immaginazione, una lente attraverso cui il mondo viene percepito e interpretato.

Il cuore tematico del romanzo è la descrizione quasi fenomenologica dell’innamoramento. L’autrice non tratta l’amore come evento romantico tradizionale, ma come perturbazione cognitiva. In uno dei passaggi più rivelatori la protagonista osserva che, quando l’amore accade, «si perde il cuore […] il cervello è la seconda cosa che va a farsi benedire». Questa osservazione, apparentemente ironica, nasconde una verità più profonda ovvero che l’amore altera le coordinate della razionalità e produce una nuova percezione del reale.

Il romanzo descrive, quindi, il desiderio come una forza conoscitiva. Non è semplicemente passione, è una modalità di accesso al mondo. Il volto dell’amato invade lo spazio mentale della protagonista, colonizza i suoi pensieri, modifica persino la sua percezione del paesaggio marino. La spiaggia, il vento, le onde diventano specchi simbolici del tumulto interiore.

In questo senso, la struttura del libro ricorda la tradizione della grande introspezione europea: il monologo interiore proustiano, la malinconia amorosa di Pessoa, il lirismo analitico di Marguerite Duras. Tuttavia, il romanzo possiede una voce originale, capace di alternare slanci poetici, ironia e riflessione filosofica.

Uno degli aspetti più riusciti dell’opera è l’uso degli spazi simbolici. Il romanzo si muove, infatti, fra due luoghi fondamentali: la spiaggia e la biblioteca. La spiaggia rappresenta l’instabilità del desiderio: è il luogo dell’attesa, della contemplazione e dell’immaginazione amorosa. Il mare diventa metafora della passione, un elemento che attrae e al tempo stesso minaccia di inghiottire la coscienza. La biblioteca, al contrario, incarna l’ordine del sapere. Qui la protagonista svolge il proprio lavoro e costruisce un rapporto quasi sacrale con i libri, descritti come «Custodi silenziosi di sapere». In queste pagine la narrazione assume una dimensione quasi metafisica: i libri diventano entità vive, testimoni della storia umana, depositari di un sapere che resiste al tempo. La tensione tra questi due spazi – natura e cultura, impulso e conoscenza – è uno dei motori filosofici del romanzo. L’amore spinge, infatti, verso il caos dell’esperienza, mentre la biblioteca invita alla contemplazione e alla distanza critica.

La riflessione più radicale dell’opera riguarda la natura stessa del desiderio. A un certo punto la protagonista formula un’idea che potrebbe essere letta come la tesi centrale del romanzo: la felicità non consiste nel possedere l’oggetto amato, ma nel desiderarlo. L’innamoramento diventa, così, una forma di energia esistenziale che alimenta la vita interiore: il rimando all’esistenzialismo di Kierkegaard è sottile, eppure vivo.

Questo rovesciamento ricorda alcune intuizioni della filosofia moderna: la nozione spinoziana di conatus, il desiderio come struttura fondamentale dell’essere umano in Deleuze o ancora la concezione lacaniana secondo cui il desiderio vive nella distanza dal suo oggetto. Nel romanzo, la protagonista teme che la realizzazione dell’amore distrugga l’intensità del desiderio stesso. Non a caso afferma che essere felici potrebbe equivalere a perdere ciò che rende la vita degna di essere vissuta. L’amore, quindi, non è tanto un traguardo quanto una tensione permanente.

Dal punto di vista stilistico, il romanzo mostra una notevole maturità. La lingua oscilla tra lirismo e ironia, introspezione e dialogo brillante. I monologhi interiori si alternano a scene di grande vivacità narrativa, in cui personaggi come Ermelinda o la signora Teresa introducono una dimensione quasi teatrale.

Particolarmente riuscita è la costruzione della protagonista: una figura contraddittoria, intellettuale e passionale, fragile e audace allo stesso tempo. La sua identità si definisce nel conflitto tra il desiderio di vivere e la paura di consumare il proprio sogno.

In ultima analisi, Che il libeccio faccia il mio gioco è anche un romanzo sulla letteratura stessa. La protagonista, infatti, vive circondata dai libri e percepisce la scrittura come una forma di salvezza. Le lettere d’amore che compone e distrugge rappresentano un tentativo di trasformare l’esperienza in parola, di dare forma al caos emotivo. La letteratura diventa, quindi, un luogo di resistenza contro la dispersione del tempo. Se la vita è instabile come il mare, la scrittura offre una fragile ma preziosa possibilità di permanenza.

Questo romanzo merita un riconoscimento critico non per un generico valore estetico, ma per la sua capacità di intrecciare narrazione, riflessione filosofica e sensibilità poetica. L’opera dimostra, infatti, che la narrativa contemporanea può ancora essere uno spazio di pensiero, non solo di intrattenimento. Con la sua prosa intensa e meditativa, Che il libeccio faccia il mio gioco riesce in un compito raro ossia trasformare una storia d’amore in una riflessione sull’essere umano, sul desiderio e sulla funzione stessa della letteratura.

 

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

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