Recensione di Domenico Stranieri, “Solo come la luna. Rabbia, amore, personaggi e linguaggio del popolo in Saverio Strati” (Rubbettino 2025)

Author di Carmine Chiodo

Giuseppe Polimeni è professore ordinario di Storia della lingua italiana e di Linguistica italiana nell’Università Statale di Milano, ed è anche autore di pregevoli e fondamentali libri, tra i quali mi limito solo a ricordare Per una nuova vita del popolo italiano. Modelli e forme nel Canzoniere italiano di Pier Paolo Pasolini (Biblion 2023); assieme a Giovanna Frosini Dante, l’Italiano (goWare & Accademia della Crusca 2021); La viva parola. Saggi sulla lingua scritta tra Ottocento e Novecento (Biblion 2020); Una di lingua una di scuola. Imparare l’italiano dopo l’Unità. Testi autori documenti (Franco Angeli 2023). Inoltre, ha scritto tantissimi e interessanti articoli e saggi, e ha curato varie opere di autori appartenenti a varie epoche e regioni italiane, tra cui Saverio Strati, scrittore calabrese di Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria (1924-Scandicci 2014), che ha lasciato pregevoli romanzi, racconti, favole, miti, leggende e articoli, tra i quali richiamo La Marchesina (libro di racconti), Tibi e Tascia, La teda, Il Selvaggio di Santa Venere, Il nodo, Melina, Noi Lazzaroni, Il diavolaro, L’uomo in fondo al pozzo, Mani vuote.

Polimeni ha scritto su Strati, scoperto da Giacomo Debenedetti (Strati ha studiato, con Carmelo Filocamo e Walter Pedullà, Lettere a Messina, ove Debenedetti insegnava Letteratura italiana contemporanea), che ha lasciato saggi linguistici e critici dai quali non si può prescindere per comprendere appieno la fisionomia e lo svolgimento della lingua usata dallo scrittore nelle sue diverse opere. Ecco i titoli dei magistrali saggi: Polifonia e scrittura nel Selvaggio di santa Venere; Il riscatto del dialetto nell’opera di Saverio Strati.

Ancora, il noto e apprezzato critico ha prefato La Marchesina (Rubbettino Editore 2025) e il bel libro di Domenico Stranieri dal titolo Solo come la luna. Rabbia, amore, personaggi e linguaggio del popolo in Saverio Strati (le pagine prefatorie hanno come titolo ‘E parlo con essi per delle ore’: lingua del mondo e voce del personaggio nell’opera di Saverio Strati. Si tratta di saggi che mettono in evidenza la varia articolazione della lingua narrativa di Strati nella cui «produzione ‒ come ci è dato leggere ne Il riscatto del dialetto nell’opera di Saverio Strati ‒ l’intento del riscatto viene consapevolmente teorizzato soltanto con Il selvaggio di santa Venere, dove l’affrancamento del protagonista dall’esclusione della contrada conduce alla scoperta dell’analogia tra la parlata calabrese e greca moderna».

I personaggi di Strati vivono in paese: Castellato (vedi La Marchesina), Terrarossa (e qui si svolge La teda, detta pure “deda”, una specie di fiaccola rudimentale formata da schegge di pino accese), per esempio.

L’uso della lingua «regionale, in seguito motivato da un intento mimetico, si dimostra, almeno agli esordi, soluzione imposta dalla recente acquisizione dell’italiano da parte dell’autore, cosicché la storia della lingua di Strati mostra di svolgersi attraverso tre fasi ben definite». Così il linguista analizza compiutamente, per esempio nella Marchesina, il lessico e la morfologia che risultano italiani. La sintassi richiama forme dialettali e gergali nel discorso diretto e nella narrazione (questa è la prima fase: La scelta verghiana); poi, si passa ad analizzare la mimesi della cadenza del parlato in Tibi e Tascia, in cui si notano ripetizioni di sostantivi e predicati presenti nel discorso diretto e in quelle parti in cui il narratore parla delle emozioni provate dai giovani personaggi. La seconda fase è quella di Il mondo si ripete; e, infine, ecco la terza: Un dialogo tra lingue. “Il Selvaggio di Santa Venere”, e qui il dialetto non è considerato in qualità di elemento «ereditato» e viene utilizzato dallo scrittore «come strumento ineliminabile».

La sintassi è italiana, raramente rivolta a forme espressive di timbro regionale e, invece, non mancano vocaboli che attengono alla vita di tutti i giorni («bomboletto», «scarafogli», per esempio) o al lavoro dei campi («ancata»); vengono pure segnalati elementi gergali della ’ndrangheta («battesimo», «zaffi», «capobacchetta»). Strati vuole difendere la civiltà calabrese a partire dalla sua lingua e sceglie il dialetto, spinto dalla necessità di verosimiglianza. Insomma, l’officina dello scrittore viene ben analizzata da Polimeni, come si evince pure dall’altro saggio già menzionato e apparso nella rivista milanese «Otto/ Novecento» nel 1995. Anche in queste pagine che riguardano la polifonia e la scrittura del già ricordato Selvaggio di santa Venere si ammira perizia e chiarezza di analisi critico-linguistica.

In quest’opera la realtà «si specchia nel linguaggio e la parola cela dentro di sé una parte delle cose, il senso più riposto, un frammento carpito dallo scorrere della vita: per questo motivo ogni volta pronunciata la parola, in apparenza semplice accostamento di lettere, si carica di un potere magico, diviene formula capace di materializzare un aspetto di evocare vicende». Ancora giustamente viene sottolineato «che un ulteriore passo verso la conquista del linguaggio avviene con l’entrata della ‘ndrina’», un mondo fondato sulle parole che solo gli iniziati possono conoscere e usare: «Chi parlava del riguardo che ogni compare ha del suo compare, della protezione e dei rapporti di amicizia che si stabiliscono al primo segno, alla prima di quelle parole che smuovono le pietre e che appaiono le montagne».

Alla fine delle sue centrate e calzanti analisi, Polimeni perviene a questa conclusione: «In ultima analisi, in qualità di macro-discorso riportato, si sviluppa in profondità con l’alternanza di voci narranti e in lunghezza con la diversità dei moduli espositivi: dall’intreccio dei piani con i moduli attraverso la variazione dei segmenti nasce un’opera non circoscritta che trova unità di intreccio nel cangiante movimento di forme e strutture narrative». Per Strati, per citare ancora parole di Polimeni (cfr. la prefazione al libro), «la scrittura è parte necessaria di un mondo (fermo nel movimento della memoria) di cui fino all’ultimo giorno, proprio nella distanza spazio-tempo dello studio di Scandicci l’autore ha continuato a sentirsi costola».

Lo studioso giustamente esprime un giudizio positivo sul lavoro esegetico di Stranieri: da questo libro «si dovrà parlare per avere un quadro del territorio, reale e mentale, di Saverio Srati e per consegnarlo, in una lettura critica e piena, ai lettori di un mondo che in modo sempre più drammatico richiede con urgenza il dialogo e lo scambio tra le voci». Comunque, con questo libro i lettori e gli studiosi dello scrittore di Tibi e Tascia hanno un’eccellente guida per capire e approfondire il vario andamento della narrativa di Strati, la sua lingua, la sua attualità, l’importanza che per esempio hanno gli incipit dei racconti o dei romanzi.

Il libro è scritto in maniera chiara e scorrevole, e nel contempo svolge analisi critiche pertinenti e tiene pure conto della bibliografia che nel corso del tempo si è registrata sullo scrittore. Ecco come è strutturata l’esaustiva monografia: Saverio Strati, vita e opere; Strati e il tema dell’emigrazione; La partenza di Tibi; Quel segreto di Saverio Strati; I personaggi; Zio Cicalino: l’hidalgo del pensiero; Gli incipit dei libri di Strati; Il linguaggio del popolo; Il Selvaggio di Santa Venere; Il diavolaro; Varianti d’autore nell’opera Tutta una vita; La passione di Strati per l’arte; L’attualità di Saverio Strati; La regalia di epoca moderna; Il daimònion di Strati; e infine la Bibliografia (Saggi e articoli) e la Sitografia.

Orbene, Strati è autore di un romanzo che ha visto la luce nel 1989, dal titolo L’uomo in fondo al pozzo. Era il tempo in cui trionfava l’antimeridionalismo leghista e si affermava una letteratura che perdeva di vista i problemi del Sud (come afferma il noto antropologo Vito Teti, richiamato dallo studioso) e, quindi, Strati da quella data in poi diventa un «narratore inattuale». Per Saverio Strati non è stato mai difficile scrivere ma pubblicare, e difatti affermava: «Ora ci sono le case editrici e non più gli editori. Le case editrici sono industrie e perciò mirano a una sola cosa, vendere. La qualità a loro interessa un bel niente […] Oggi come oggi, con la concezione che si ha della cultura vera e della poesia, non stamperebbero nemmeno un novello Dostoevskij»: a parte ciò, il libro di Stranieri approfondisce alcuni aspetti poco conosciuti o inediti dello scrittore, per esempio la sua passione per l’arte, la pittura o ancora la sua volontà e il fermo proposito di «rintracciare» le figure che sono esistite realmente. Per di più viene esaminato il linguaggio del popolo su cui lo scrittore ha lavorato tantissimo e con rigore, specialmente attraverso i dialoghi e i monologhi.

A Domenico Stranieri non solo si deve questa esemplare pubblicazione ma anche una manifestazione culturale, «Stratificazioni che ruota intorno alla figura dello scrittore […] uno dei grandi interpreti neorealistici, come Corrado Alvaro». La manifestazione risale 2017 ed è un festival di letteratura e musica.

Inoltre, lo spazio davanti alla casa natale di Strati, nel 2016, è stato chiamato Piazzetta di Tibi e Tascia, e a Sant’Agata del Bianco esiste anche un percorso artistico di murales a porte dipinte che raccontano il mondo dello scrittore. Oggi in varie scuole calabresi si leggono le sue opere e durante la stagione primaverile al paese arrivano vari studenti per visitare i luoghi di Tibi e Tascia e del Selvaggio di Santa Venere.

Strati, vivendo a Scandicci isolato, così parla a sé all’inizio proprio di Tutta una vita: «Sei stanco e avanti negli anni, sei solo come la luna, da tempo ormai» (Tutta una vita, Rubbettino 2021, p.17). Certamente, come la luna, lo scrittore non «smette di guidare, con la sua luce continua, chi resta e chi parte» (ivi, p. 2).

In conclusione, lo scrittore Saverio Strati ha amato in modo profondo la «mia Calabria, ho dentro di me il suo silenzio, la sua solitudine tragica e solenne. Sento che però qualcosa dovrà venire fuori di lì: un giorno o l’altro dovrà ritrovare dentro di sé ancora quelle tracce che conserva dell’antica civiltà della Magna Grecia». Il Sud di Strati «non è mai mitico ‒ come precisa Stranieri ‒ immaginario, che si nasconde dietro la retorica rievocazione della Magna Grecia. Per lo scrittore non basta sentirsi greci se poi si rimane impotenti per secoli, senza provare a mutare le cose» (p. 172).

 

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

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