Omaggio a Günter Grass

Author di Marco Pacioni

La memoria come ossessione, la biografia come ostacolo, la narrazione come ossessione e ostacolo contemporaneamente. John Updike diceva che Grass invece di scrivere romanzi inviava dispacci.

Grass, scomparso il 13 aprile 2015, si è affrontato ed evitato al cospetto della storia, ma mai per parlare solo di sé, mai per assolversi o assolvere. Forse anche per questa ininterrotta duplice barocca tensione di circoscrivere il tempo storico e quello della biografia, la mordacia caricaturale della sua scrittura ha incontrato alti e bassi. La sua vena si è affievolita un po’ soprattutto dopo la confessione pubblica quando, liberandosi di un peso della giovinezza, ha intaccato il garbuglio biografico che aveva alimentato la sua opera. Nel 2006, in Sbucciando la cipolla Grass ha trovato il coraggio di pensare di far coincidere vita e memoria, confessando il suo giovanile volontario arruolamento fra le Waffen SS. Questo episodio, ingigantito nella sua dimensione di colpevolezza anche dallo stesso Grass, ma in buona misura da lui dissimulatamente accennato sin dai libri che hanno contato di più, cioè quelli della cosiddetta trilogia di Danzica – città dove era nato nel 1927 –, e anticipato in Il passo del gambero del 2002, è significativo della doppia cesura che anima tutta l’opera dello scrittore: il passato della storia non deve passare e quello autobiografico neanche. Ciò ha significato per Grass che il tentativo di composizione narrativa dei fatti esteriori e interiori è stato paradossalmente un modo per mantenere spezzata la storia.

Forse il titolo più esemplare fra quelli delle sue opere è Il mio secolo. Cento racconti (2000) dove appunto la dimensione personale biografica – il «mio» – si manifesta esplicitamente al cospetto della memoria storica – il «secolo» –, ma come se fra le due parole ci fosse una virgola, una cesura o semplicemente uno spazio, e proprio questo fosse la cosa più importante, la cosa da salvaguardare, testimoniare, mostrare. A volte il rapporto della narrativa di Grass con la storia si inscrive in un’ossessiva esplorazione dei contesti e delle stratificazioni di cui diventa difficile definire i confini. Ad esempio, così Grass scrive in Il tamburo di latta:«Prenderò le mosse da molto prima di me: poiché nessuno dovrebbe descrivere la propria vita se non ha la pazienza, prima di datare la propria esistenza, di commemorare almeno metà dei suoi avi. A tutti voi che fuori della mia casa di cura dovete condurre un’esistenza confusa, a voi amici e visitatori settimanali che non sospettate nulla della mia riserva di carta, voglio presentare la nonna materna di Oskar».

Dopo la fine della guerra, l’adesione al Gruppo 47, più che una rottura stilistica con la tradizione, per Grass ha significato il tener viva anzitutto proprio la difficoltà, l’impossibilità di riconciliare lo iato fra passato e presente. Grass era stato molto critico con la cosiddetta politica dell’«ora zero», con la pretesa che in Germania si potesse ricominciare semplicemente da capo dopo il nazismo, la guerra e lo sterminio. Per lui è stato sempre meglio non fare tabula rasa e anzi rimettere il dito nella piaga. Cosa che è tornato a fare anche quando la politica tedesca ha voluto ricucire lo strappo delle due Germanie, ricongiungere l’Est all’Ovest. E cosa che più recentemente è tornato a fare con Israele, sostenendo che il vero pericolo per la pace in Medio Oriente è proprio lo stato ebraico. Ciò ha comportato che Grass fosse ufficialmente considerato persona non gradita dal governo di Tel Aviv.

Grass è stato anche scultore, artista visuale, grafico che voleva costruire forme, ma che ha finito soprattutto per plasmare e riplasmare la materia. Forse la scelta di far prevalere la scrittura sulle altre forme d’arte ha anche a che fare con il fatto che il materiale della lingua alla fine lascia più tracce – soprattutto su di sé. Un «bambino segnato» si sentiva di essere, aveva detto una volta allo scrittore giapponese Kenzaburo Oe, nel quale riconosceva una vicenda storica e di scrittura simile alla sua. E tale significato di infanzia segnata si vede appunto nella sua opera grafica, che occorre sempre tenere in considerazione in relazione alla sua scrittura. Sotto alcuni aspetti e per certi versi similmente ad altri scrittori tedeschi come Dürrenmatt o Weiss, di Grass si può dire che non si sia mai completamente deciso fra arti visive e scrittura. E questa indecisione si riverbera nella scrittura stessa, che proprio per questo diventa gesto. Si potrebbe anzi dire che Grass sia stato uno scrittore gestuale. E ciò si può cogliere soprattutto nel tentativo reiterato di sorprendere le movenze di sé personaggio nello spazio pubblico.

Scrittore scomodo, come si è detto e si continuerà a dire, ma solo nella misura in cui lo scrittore è scomodo con se stesso, riproducendo in sé le fratture di cui in qualche modo è o si ritiene inevitabile complice. Complicità, compromissione alle quali Grass a volte sembra accennare negli autoritratti nei quali compaiono elementi perturbanti.

Grass lascia all’oggi in eredità una letteratura difficile, sia sotto il profilo della lezione stilistica sia soprattutto sotto il profilo dell’investimento morale e politico, e tuttavia un’eredità quanto mai necessaria: quella per una storia scritta e letta per cesure, una storia da non pacificare, non sublimare nella biografia o nell’epica collettiva. Questa e l’autobiografia diventano plausibili solo nelle esagerazioni, nelle caricature, come appunto i disegni e le incisioni che Grass inseriva nelle sue pubblicazioni, delle quali ha curato per la maggior parte la grafica delle copertine.

Nelle opere di Grass non compaiono soltanto autoritratti, ma anche gamberi, gatti, topi, lumache e in genere tutti gli animali che non viaggiano, ma deambulano, insistono sugli stessi luoghi. La presenza di animali – l’animalità nell’umanità – segnala in Grass anche un’altra dimensione: quella di un tempo senza cronologia che contrasta con la storia. Gli animali, ma anche gli oggetti nelle opere di Grass sembrano essere una sorta di sottosuolo dell’umano. È anche da qui che viene la vena picaresca di alcuni personaggi e luoghi delle sue opere e l’acume archeologico della sua prosa.

(fasc. 2, 25 aprile 2015)