Non si dà letteratura senza lettore.
Nessun tipo di letteratura può prescindere dal secolare nesso scrittura-lettura: concetto che può, a prima vista, apparire banale, ma che, analizzato con maggior profondità, focalizzando l’attenzione proprio sulle possibilità costitutive di tale dualità, sembra fornirci una valida chiave di interpretazione (una fra le tante) del percorso tortuoso e “decadente” che il fenomeno Letteratura ha intrapreso a partire dagli ultimi trent’anni, almeno in Italia.
Per esaminare da vicino la deriva di una certa “società” letteraria, che forte, sperimentatrice, autorevole era stata sin dal primo dopoguerra fino alla fine degli anni ’70, più che mai vengono in nostro soccorso alcune trasformazioni storico-sociologiche che hanno caratterizzato il nostro Paese dai primi anni ’50, mutandone in maniera preponderante il carattere, gli usi, i costumi, in definitiva l’essenza stessa del vivere sociale, e consegnandolo infine alla contemporaneità. La fase di grande crescita industriale e di conseguente espansione economica, il cosiddetto boom, che l’Italia attraversò fra la metà degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, provocò notevoli mutamenti, capaci di intaccare in modo stabile e duraturo le abitudini di vita degli italiani, spalancando le porte alla cosiddetta società dei consumi, mutandone la quotidianità, i desideri, le aspirazioni, forgiando una nuova e ampia gamma di simboli importati direttamente dall’american lyfestile, che si affacciava allora da noi con qualche decennio di ritardo rispetto alla sua matrice originaria.
Il benessere economico, impostosi in maniera trasversale e interclassista, diffuso dunque in gran parte degli strati della popolazione, permise di ripensare una socialità diversa, ponendo le premesse per uno sviluppo più equo, fino ad allora impensabile. Premesse che, però, si rivelarono poco realizzabili già a partire dalla fase successiva. Le contestazioni giovanili, le lotte sindacali, le manifestazioni di protesta che scoppiarono numerose dalla fine degli anni ’60 non furono altro che dure prese di posizione contro un sistema statale, politico e civile inabile a tenere il passo con le novità di un mondo che, con rapidità inaudita, stava soppiantando quello vecchio, portando con sé una serie innumerevole di bisogni, voglie e richieste che ogni individuo si sentiva in diritto di reclamare per sé e per gli altri; un’apertura verso libertà impellenti e necessarie. L’inevitabile crescita di una consapevolezza collettiva dell’agire in società, la possibilità di cambiare definitivamente modelli e standard ormai considerati retrogradi, la grande tentazione di rovesciare la cosiddetta scala sociale contribuirono a ridistribuire in modo maggiormente democratico l’intera gamma dei valori (o disvalori) costitutivi della comunità.
A tali processi se ne accompagnarono altri di carattere maggiormente empirico, dunque facilmente studiabili, d’importanza forse ancor più elevata; fra tutti, la crescita dell’alfabetizzazione: secondo dati Istat, se nel 1951 l’analfabetismo riguardava il 12,9% della popolazione italiana, dieci anni dopo la percentuale arrivava a scendere di quasi 5 punti percentuali. Nel 1963, infine, la riforma della scuola media unica portò a una diminuzione ancora maggiore del tasso d’analfabetismo. La conseguenza più evidente di tale fenomeno ci avvicina alla tesi centrale di questo breve contributo.
Inevitabilmente, la crescita stabile e costante dell’alfabetizzazione, una delle grandi conquiste dell’Italia moderna, produce un incremento e un allargamento della base dei potenziali lettori. Ciò accade in maniera capillare soprattutto con la generazione nata durante o appena dopo gli anni che stiamo prendendo in considerazione, tra il ’60 e il ’70-75. La tanto agognata democratizzazione culturale, capace di rinnovare e iniettare linfa nuova nel circuito artistico e letterario italiano, ha certamente avuto il merito di scongiurare un elitarismo anacronistico, destinato a scomparire in una società allargata e pluralista, in cui la cultura cessa di essere per pochi. Eppure, nonostante le potenzialità insite in tale processo di allargamento, il “miglioramento culturale”, che pareva allora forzatamente dover passare attraverso una nuova e prolifica fase di condivisione e coinvolgimento, non c’è stato. Sebbene durante gli anni Settanta, a seguito anche di un aumento sostanziale della percentuale degli iscritti all’Università1, si profilassero finalmente condizioni potenzialmente favorevoli alla definitiva consacrazione di un contesto culturale ampio e accessibile a molti, il balzo in avanti si è bloccato proprio sulla soglia. L’avvento, pochi anni dopo, della televisione privata e commerciale; l’esplosione della pubblicità mediatica; l’affermarsi repentino di un modello di società fondato sull’immagine e sull’immediatezza dei contenuti; l’incapacità della classe dirigente italiana di impostare un modello scolastico capace di affrontare con coraggio e determinazione la deriva dei modelli sociali e comportamentali, di mettere in atto una politica culturale d’ampio respiro, coinvolgente e riformatrice; retaggi atavici come la scarsa abitudine alla lettura sono i fattori principali che hanno determinato la negazione di quello sviluppo culturale, intellettuale e letterario armonioso che, date le ottime premesse, pareva profilarsi invece all’orizzonte. Anzi, si è andati incontro a uno sradicamento di quella già residuale base di dialogo intellettuale costruttivo, che poco a poco perdeva importanza e prestigio a causa di una progressiva e feroce delegittimazione del fatto culturale e della sua ragion d’essere. Proprio nel momento storico in cui la cultura sembrava destinata a sconfinare in territori nuovi e fino ad allora sconosciuti, essa è andata indebolendosi. Entrando in un periodo storico votato alla tecnica, alla rete, alla tecnologia, essa è stata marginalizzata, considerata secondaria e non ha trovato modo d’imporsi. Abbandonata a se stessa, tacciata di inutilità e priva di voci capaci di sostenerla e di traghettarla verso i nuovi mutamenti sociali, non solo non ha abbracciato quell’arricchimento pluralista a cui sembrava destinata, ma è andata addirittura “assottigliandosi”.
D’altro canto, tornando più specificamente all’universo letterario, l’incremento potenziale del pubblico dei lettori ha prodotto ben presto ingenti fenomeni negativi. Come sempre, il lato oscuro della medaglia impiega pochi anni a venir fuori. Accade, infatti, che, inglobata anch’essa in un sistema consumistico vorace e tentacolare, la crescita potenziale del numero di lettori inneschi un inevitabile (almeno pare) processo di notevole peggioramento della qualità letteraria dell’intero scenario italiano; come avviene in molti altri settori produttivi, è la quantità a prevalere sulla qualità. Nella società di massa la mercificazione culturale lentamente trionfa, secondo una logica di mercato che predilige la vendibilità, il lucro, e sacrifica sull’altare del guadagno il valore intrinseco dell’opera.
All’interno di questo processo macroscopico si verifica, contemporaneamente come causa-e-conseguenza, un mutamento sostanziale delle caratteristiche e dei principi stessi del sistema editoriale, con la nascita e l’affermazione, a partire dagli anni ’80, di enormi agglomerati editoriali; veri e propri colossi capaci a poco a poco di accorpare in sé tante case editrici minori, impossibilitate a resistere nell’oceano della concorrenza spietata, dando vita a un sistema gerarchico, spersonalizzante, puramente manageriale2. La rapida affermazione di una vera e propria struttura industriale, nella maggior parte dei casi favorita e accompagnata dall’afflusso di capitali extraeditoriali, impone un definitivo riassestamento sistematico soprattutto a quella porzione di editoria la cui missione culturale difficilmente riusciva a convivere con risultati imprenditoriali e aziendali floridi e costanti, provocando la «tendenziale scomparsa di una vera identità editorial-letteraria»3. Preferendo l’agglomerazione alla singolarità, la verticalità all’orizzontalità, buona parte del sistema editoriale attuale, o almeno quello che ha maggior potere e influenza, nega e relega ai margini una certa idea di confronto e di scambio d’opinione, di dibattito e di scommessa. Le governance delle nuove compagnie agglomeranti, inseguendo profitti irraggiungibili e imponendo tassi di crescita della produzione simili a quelli di altri settori, per natura e struttura completamente differenti, come quello media-televisivo e dei rotocalchi, a discapito di una programmazione di catalogo lenta e ragionata, finiscono con l’annichilire le basi ideologiche e fondative di quell’editoria di qualità, fertile e vivace, in grado di animare gran parte del Novecento e di essere fedele specchio dei mutamenti culturali che lo hanno percorso. S’impone, dunque, quella che André Schiffrin e prima di lui Jérôme Lindon definivano mirabilmente «editoria senza editori», in cui ad assumere nella sua totalità il potere decisionale è spesso un manager, o un comitato di manager, proveniente/i da tutt’altro settore, spesso dalla finanza o dal mondo del marketing. Entrati nell’ottica del profitto immediato, si abbandona qualunque tipo di approccio progettuale per assecondare la ricerca del best seller, secondo una logica che non fa che aumentare dannosamente il divario fra i libri più venduti e quelli che rimangono, invece, ai margini della distribuzione, destinati presto a tornare nei magazzini o a essere spacciati in super saldo, nonostante spesso siano proprio i libri poco venduti a caratterizzarsi per un miglior livello qualitativo e culturale. Senza tralasciare il fatto che frequentemente è proprio la volontà d’investire grandi somme per l’inseguimento del potenziale best seller a produrre le più ampie perdite nel budget. La preferenza ossessiva per l’instant book e per l’autore più appetibile sul mercato finisce con il marginalizzare anche la solidarietà verso la filiera degli scrittori fedeli ciascuno alla propria casa editrice, con conseguenti nomadismo di autori affermati e investimenti su esordienti o emergenti, fisiologicamente impossibilitati ad affermarsi in modo istantaneo (salvo rarissime eccezioni) e privati della possibilità di essere accompagnati lentamente, opera dopo opera, nel loro processo di crescita, maturazione e d’inserimento nel panorama letterario. L’immediato sostituisce il futuribile.
A tutto ciò conseguono un inesorabile appiattimento dell’offerta, un’omologazione degli standard letterari, in funzione di maggiori prospettive di vendita, in un contesto mercantile monopolistico che arriva, ormai, a dettare la maggioranza delle scelte editoriali. Infranto il processo di valorizzazione del rapporto fideistico con il proprio pubblico di riferimento, che per lunga parte del XX secolo era stato al centro delle scelte e dell’elaborazione del catalogo dei più autorevoli editori di cultura, la grande distribuzione divora il mercato, riempiendo le catene di librerie appartenenti ai marchi più importanti e potenti con migliaia di copie dello stesso libro, inseguendo il boom di vendite, rinunciando contemporaneamente a qualsiasi legame con le piccole librerie indipendenti, condannate nella maggior parte dei casi a chiudere per sfinimento, affondate anche dalla crescita esponenziale delle vendite online.
Parallelamente alla sottomissione a tale logica di mercato, si consuma, ineluttabile, la trasformazione dell’essenza stessa dello scrittore, della sua ragion d’essere. Nel momento in cui viene riconosciuta e legittimata dalla collettività la possibilità della scrittura “allargata”, nel momento in cui le classifiche di vendita e consenso premiano indifferentemente libri scritti da personaggi che un tempo non avrebbero mai avuto alcuna possibilità di accedere al mondo dell’arte e della cultura, e allo stesso tempo non avrebbero mai avuto alcuna intenzione di farlo, ecco che la figura dello scrittore, socialmente e storicamente ben determinata almeno fino a un certo momento del ‘900, viene a perdere di significato, privandosi di quell’aura benjaminiana che, con intensità maggiore o minore a seconda dei casi, da sempre lo aveva qualificato e distinto. Inoltre, gran parte del sistema editoriale, timoroso e poco incline alla novità, ha rinunciato a un sistema di filtraggio valido ed efficace, permettendo la formazione di un mercato librario del tutto omogeneo e ripetitivo, volto perlopiù alla genericità, alla serialità e alla convenzionalità. Nel passaggio da un contesto limitato e ben definito a una vera e propria “industria” culturale viene paradossalmente a perdersi, infatti, quell’elemento di mediazione e di raccordo che centrale era stato nell’affermazione e nella crescita dell’editoria del dopoguerra. La nuova impostazione mercantile e dirigista, optando per un approccio diretto e rapido al consumatore, rinuncia al prezioso lavoro di analisi e ricamo del mediatore, del critico, del letterato-consulente; spezzando definitivamente il connubio tra intellettuale e fruitore, il nuovo mercato culturale, specialmente quello librario, cancella quel lavoro di filtraggio e valutazione un tempo prezioso non solo come operazione di scelta e selezione dei testi, come garanzia della qualità delle pubblicazioni, ma anche come arricchimento di prospettive e ricerche, innescando un processo d’impoverimento della teoria e di marginalizzazione del lavoro critico. Certamente un’esigua azione di ricerca, studio e approfondimento sopravvive, ma ciò è reso possibile unicamente da una scelta isolazionista che è spesso, allo stesso tempo, una netta presa di posizione anti-divulgativa. Come sottolineava bene Ezio Raimondi, «la società di massa spinge la critica accademica verso un alessandrinismo tecnico, con linguaggi sempre più preziosi e chiusi, che l’allontanano dal fresco contatto della nuova letteratura. E d’altro canto la fuga degli scrittori verso l’accademia nasce da uno stato di insicurezza, quale è quello del mercato con le sue leggi di libero scambio»4. D’altronde, nel momento in cui «le ristrutturazioni e le concentrazioni (…) riducono il prodotto libro a uno dei tanti strumenti mass mediologici», muta necessariamente anche «il ruolo degli intellettuali, che diminuiscono di numero nelle redazioni editoriali, (…) perdono potere progettuale (…) e tendono a spostare la loro funzione dalla produzione alla diffusione del libro, al di fuori dell’azienda editoriale»5.
La cessazione di un intervento sistematico di giudizio valoriale istruttivo e migliorativo, inserendosi in un più ampio fenomeno di appiattimento di valide modalità organizzative di vaglio e scrutinio, comporta una svalutazione profonda della competenza, dovuta principalmente a un abbassamento del livello medio delle opere pubblicate. L’accettazione costante di testi di poco valore e rilevanza, ma appetibili e richiesti dal mercato, non fa altro che favorire e alimentare un circolo vizioso difficile da scardinare. Un gioco al ribasso in cui a perdere sono tutti: editori, lettori e scrittori. Questi ultimi, soprattutto, dovrebbero ripensare il proprio mestiere. Non è scrivere un libro che rende scrittori. Prima di scrivere bisogna aver letto, bisogna aver osservato.
La categoria degli scrittori è andata così tanto ampliandosi negli ultimi anni che è finita con l’implodere. È diventato difficile persino discernere tra chi lo fa come mestiere e chi, invece, vi si diletta per passatempo. Nel panorama otto-novecentesco, entro un sistema ovviamente molto più ristretto e selettivo, in cui lo status del lettore era certamente diverso, per conoscenze e bagaglio culturale, rispetto al lettore medio attuale, lo scrittore si assumeva il compito (e spesso vi riusciva) di educare il lettore alla complessità del libro, della scrittura e inevitabilmente alla complessità del mondo e della realtà circostante. Ora avviene, invece, che, travolto da un orientamento inclinato verso un’irreversibile decadenza, è lo scrittore a essere preso per mano da un lettore che si accontenta, che rinuncia alla complessità, a voler interpretare la difficoltà del presente. Il rapporto si è, dunque, capovolto; siamo entrati pienamente in quello che Buschaus definisce «il momento dei lettori», in cui, «data la scarsità dei concetti poetologici che pretendano di indicare qualcosa di fondamentalmente nuovo (…) si ricorre a concetti che, in fondo, tradiscono la perplessità di fronte a una situazione che non presenta alcuna scuola, alcun movimento che abbia ancora il coraggio (l’ingenuità) di richiedere quella rottura col passato che una volta, nei bei tempi moderni, faceva l’orgoglio di qualsiasi avanguardia che si rispettasse»6. Così, abdicando al proprio antico ruolo di pensatore e interlocutore mai passivo, anche lo scrittore si abbandona a una scrittura piatta, semplice, banale, scialba, divenendo ben presto l’artefice di una nuova e impalpabile medietà. Quando la letteratura rivestiva ancora una funzione “oracolare, profetica, rivelatrice” e gli scrittori possedevano, senza vergognarsene, una caratura intellettuale ed etica capace di posizionarli tra i più autoritari interlocutori della società civile, a essi era affidato il compito d’inaugurare nuove esperienze tematiche, stilistiche, di aprire le porte a nuovi orizzonti letterari e non solo. Certamente è sempre esistita a latere una letteratura popolare, di più semplice accesso, di facile fruizione, ma essa è sempre stata consapevole della propria natura e del proprio pubblico, mai la si è spacciata per altro. Quando viene, però, a perdersi una costellazione certa di riferimenti valoriali, l’unico canone a cui si rimane aggrappati è quello delle copie vendute. Caduto il discrimine tra “buona” e “cattiva” letteratura, oggi si erge un altro e ben più scadente dualismo: letteratura che vende e letteratura che non vende. Succube di tale fenomeno, il lettore è diventato, all’interno del sistema consumistico contemporaneo, un semplice consumatore del prodotto-libro, una vittima dunque, ma anche carnefice, pedina: ma anche burattinaio.
Nel panorama italiano d’oggi, in cui solamente il 14% della popolazione dichiara di leggere 12 o più libri all’anno7, il libro sembra aver perso, ormai, la possibilità ontologica d’essere altro rispetto a una semplice merce. La massificazione, dunque molto relativa, della cultura letteraria condanna, tuttavia, quest’ultima a perdere anche la sfida del linguaggio nello scontro decisivo con la televisione e il cinema. Nel momento in cui la letteratura tutta si rassegna a essere portatrice di un lessico medio-basso e di strutture sintattiche di simil-parlato senza che tale scelta di base sia ponderata o corrisponda ad alcun tipo di poetica figlia di ragioni estetiche, cessa di essere alternativa, cessa di essere altro, perde in qualche modo la propria funzione originaria, viene inglobata all’interno di un sistema di fruizione che appiattisce le differenze tra medium per natura diversissimi tra loro.
Riscoprire la complessità non vuol dire tornare a un linguaggio aulico, arcaico, poco adatto al presente o la cui sofisticazione sia fine a se stessa; riscoprire la complessità significa ricominciare ad abituare il lettore a fare fatica, a doversi fermare a riflettere, a (ri)pensare alla parola letta, a riaprire un dialogo stimolante e costruttivo con il libro; significa riscoprire un linguaggio capace di arricchire l’uso che del linguaggio si fa quotidianamente, un linguaggio che non ceda all’ordinario, ma che impreziosisca nuovamente il nostro patrimonio lessicale, oramai abbandonato, e non solo. Ed è proprio qui che gran parte dell’editoria oggi si mostra poco coraggiosa, poco volenterosa, incapace d’incentivare e favorire la riapertura di un dibattito sulle possibilità poco sfruttate della letteratura di oggi e della letteratura di domani. Rimanere a galla non è più sufficiente.
L’editoria deve tornare a porsi in maniera costruttiva, recuperando la proprie funzioni originarie: quelle di mediatrice affidabile e di garante del valore letterario dell’opera pubblicata. Nella trama di un tessuto in cui ogni fattore contemporaneamente ha e subisce influenza dal fattore a lui contingente, è necessario ristabilire una lista di priorità, partendo da una rinnovata politica di apertura al rischio e alla sperimentazione da parte del sistema editoriale, o almeno da parte di quell’editoria che si fa veicolo di una ricerca volta alla diversità, all’originalità, che poco conviene ai grandi colossi. Per questo motivo è utile sottolineare, sfatando un tabù che pare da troppo tempo intoccabile, «che non è per niente scontato che la cosiddetta editoria di cultura sia predestinata ai conti in rosso. (…) Basta una dose normale di intelligenza imprenditoriale per impostare una produzione mirata efficacemente sulle attese di gruppi e strati di utenza ristretti ma culturalmente egemonici»8. A ciò si aggiunge, poi, anche la necessità impellente che lo scrittore recuperi il desiderio di tentare, di spingersi oltre, oltre se stesso, oltre la media, che torni a osare, pur senza avere la sicurezza di venir recepito, di essere da subito compreso, di vendere. D’altronde, come affermava Giulio Einaudi, «lo sforzo dello scrittore, e dell’editoria di cultura, è di anticipare i tempi. Essere uno che pensa oggi ciò che domani sembrerà ovvio»9. Ci sarebbe nuovamente bisogno di una letteratura capace di sconfiggere l’anestesia del gusto e del valore che irretisce da anni gran parte del panorama editoriale italiano.
- N. Tranfaglia-A. Vittoria, Storia degli editori italiani, Bari, Laterza, 2000, p. 54: «Gli iscritti all’università, che erano stati 268.000 nell’anno accademico 1960-1961, diventano 403.000 nel 1965-1966 ma hanno addirittura un’impennata grazie alla liberalizzazione: nel 1970-71 sono già 682.000 e cinque anni dopo si avvicinano al milione con 936.000 matricole». ↵
- Secondo gli ultimi dati Istat (2016), i piccoli e medi editori, pur rappresentando oltre l’86% del numero totale di editori attivi, coprono all’incirca solamente un quarto della produzione totale. Ciò, d’altra parte, sta a significare che i cosiddetti grandi editori, pur rappresentando solo il 13,6% degli operatori attivi, riempiono il 75% della produzione. ↵
- G. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Torino, Einaudi, 2004, p. XIII. ↵
- E. Raimondi, Tecniche della critica letteraria, Torino, Einaudi, 1967, p. 55. ↵
- G. Turi, L’intellettuale tra politica e mercato editoriale: il caso italiano, in La mediazione editoriale, a cura di A. Cadioli, E. Decleva, V. Spinazzola, Milano, il Saggiatore, 1999, p. 79. ↵
- U. Schulz-Buschhaus, Editoria ed evoluzione dei generi, in La mediazione editoriale, op. cit., p. 120. ↵
- Secondo dati Istat del 2015, un lettore su due (45,5%) si conferma “lettore debole”, avendo letto non più di tre libri in un anno. ↵
- V. Spinazzola, Letteratura moderna e imprenditoria libraria, in La mediazione editoriale, op. cit., p. 127. ↵
- S. Cesari, Colloquio con Giulio Einaudi, Torino, Einaudi, 2007, p. 219. ↵
(fasc. 22, 25 agosto 2018)