Dall’altro mondo a Sparauli: micro-dialetto e tendenze koinezzanti nella poesia di Giuseppe Cinà
«È raro trovare nel dialetto medio la capacità di passaggio dall’essere in un ambiente, all’esistere in un ambiente, fino a renderlo oggettivamente visivo, acustico – con tutti i suoi sapori dentro una poesia che non ne è semplicemente parte ma lo riflette», scriveva Pasolini nel 1952. Al destino dell’inadempienza a esistere della «convenzione dialettale», della sua «incapacità di riflessione», così descritta da Pasolini (è la nota che introduce il prezioso volumetto Il fiore della poesia romanesca curato da Leonardo Sciascia), a tale destino sfugge senz’altro la poesia del Giuseppe Cinà del volume dal titolo A macchia e u jardinu, opera prima pubblicata dall’editore Manni (2020).
Infatti, la sorprendente opera prima del poeta nato in Sicilia e trapiantato a Torino (dove ha insegnato Urbanistica al Politecnico) è la conferma di come sia ancora possibile approdare alla riflessività consapevole invocata da Pasolini attraverso un equilibrio stilistico per l’espressione dialettale della letterarietà. Con questo concetto («espressione dialettale della letterarietà») voglio intendere, nella dimensione del fare, della poièsi, quell’insieme di tratti coerenti, collocati nel pianoro della parola e nel livello della testualità, in grado di dare conto delle invarianze e delle innovazioni del repertorio dialettale, tra perdita dei referenti e reificazione delle neo-tribalità della post-società dei consumi.
Tale sofferta, o comunque mai scontata, ricerca di equilibrio, pena forse l’estinzione della possibilità stessa dell’espressione dialettale, sembra riflettersi in due elementi del libro di Cinà. In primo luogo, nella sua struttura. Infatti, il luogo eventografico, Sparauli, nella Riserva dello Zingaro, nella dimensione della lingua è scisso in due soluzioni varietistiche: il dialetto palermitano della “voce narrante”, nella prima parte; e la parlata castellammarese di Za Rosa, nella seconda. In apparenza, la dislocazione dei livelli appena proposta parrebbe collocare la prima nell’alveo di un sistema dialettale, e l’altra nella puntuale effettività idiolettale. Ma, in effetti, i due profili linguistici sembrano volere enfatizzare i rispettivi profili umani e cognitivi dei personaggi: lo straniero predisposto all’acclimatizzazione endogena; la parlante nativa al centro della micro-rete sociale del borgo e, dunque, garante dell’immobilità sociale e della lealtà al repertorio.
Per altro verso, spia di un equilibrio avvertito necessario dal poeta tra le tensioni linguistiche e stilistiche sembra anche la scelta di omettere nella grafia della varietà palermitana la resa dei tratti fonetici che, invece, la marcano senza scampo: palatizzazione di /r/ preconsonantica, allungamento vocalico, dittongo non condizionato. Tutto questo, ci pare, va in direzione di un siciliano “tendenzialmente” di koinè ma arricchito da cadenze, sintagmi e coloriture semantiche propri delle parlate locali, al fine di favorire l’interazione tra dialetto generico e idioletti sub-regionali. Se da un lato ci sembra evidente che questa ricercata contaminazione venga promossa a partire dallo spessore identitario delle due voci protagoniste del narrato poetico, dall’altro non sappiamo ancora se l’affrancamento dalle marche linguistiche locali possa essere letto anche alla luce dei fenomeni di obliterazione ideologica rilevati nei testi di alcuni degli autori e degli interpreti della canzone siciliana contemporanea (su questo aspetto, in questa sede possiamo solo rimandare agli studi del linguista Roberto Sottile sulla canzone dialettale).
Il respiro metrico dei testi di Cinà è ispirato da un ritmo sincopato, laddove il poeta è abile nell’alternanza tra versi lunghi e versi brevi o brevissimi fino a un’unica unità lessicale. Il risultato è una percussività controllata, fono-anaforica (che, sia detto per inciso, richiama gli esiti più felici di certa poesia di post-neoavanguardia). L’alternanza versificatoria, inoltre, riceve ulteriore ritmo dalle uscite lessicali proprie della varietà locale del micro-luogo Sparauli, un lessico di zona che riesce a restituire la prospettiva microscopica sulle cose e sugli elementi della natura.
È evidente, qui, la lezione dell’“enorme” Nino De Vita, messa in rilievo anche nella bella introduzione di Giuseppe Traina con la puntuale elencazione delle “consonanze tematiche” fra i due autori e con l’acuta sottolineatura delle differenti aree di riferimento diacronico-stilistico dell’espressione dialettale: alla «tradizione letteraria Novecentesca delle parlate locali», Nino De Vita; alla dimensione sincronica del linguaggio, Giuseppe Cinà.
In ogni caso, se qualcosa di nuovo nella poesia dialettale deve essere segnalata, in questi giorni, per altri e tanti versi non molto felici, ecco, il libro A macchia e u jardinu merita questa segnalazione.
(fasc. 42, 31 dicembre 2021)