Salute individuale e collettiva come questione transdisciplinare: Edgar Morin e le odierne sfide della complessità

Author di Nunzio Allocca

I monumentali tomi sul metodo pubblicati da Edgar Morin a partire dalla metà degli anni Settanta, sino all’ultimo volume, il Metodo VII, fresco di stampa anche in edizione italiana[1], offrono un’eccezionale testimonianza “a tutto campo” della ricchezza del dibattito epistemologico contemporaneo, chiamando in causa a pari titolo tanto il versante delle cosiddette scienze umane quanto quello delle “scienze dure”.

L’opera di Morin ha conosciuto in Italia un’ampia diffusione editoriale, ed è stata quest’anno al centro della discussione nelle tante iniziative che hanno avuto luogo per la celebrazione del centenario dell’autore, nato a Parigi l’8 luglio 1921.

Il recentissimo volume Cento Edgar Morin[2] ha raccolto cento brevi interventi di voci assai varie della comunità italiana (non solo universitaria) sull’eccezionale statura intellettuale di Morin, capace di traversare dagli anni ’40 dello scorso secolo ad oggi, con grande originalità, i confini disciplinari. Il volume è ulteriore dimostrazione del particolare legame che la riflessione di Morin ha sempre stretto con il nostro Paese, nel quale ha vissuto per lunghi periodi, ricevendo riconoscimenti e incarichi accademici.

In uno dei saggi Giuseppe Gembillo (direttore del Centro Studi Internazionale di Filosofia della Complessità “Edgar Morin”, con sede a Messina) ha affermato senza mezzi termini che Morin va celebrato come «il Kant del XX secolo»[3], perché capace di offrire un’imponente rielaborazione teorica “trasversale”, come fece il filosofo di Königsberg con l’enciclopedia del sapere coevo, delle grandi trasformazioni concettuali in corso nella variegata costellazione delle discipline che compongono l’universo delle cosiddette “due culture”, dalla rivoluzione quantistica di Bohr e Heisenberg alla cibernetica, dalla sociologia all’ecologia, dalle scienze della cognizione alla pedagogia e all’etica.

È un paragone suggestivo, quello tra Morin e Kant. È noto, in effetti, quanto lo stesso Morin riconosca profondo il proprio debito nei confronti della tradizione filosofica tedesca sette-ottocentesca, Hegel fra tutti, e che considera Kant un pensatore cruciale. Kant, infatti, fa da sfondo alle riflessioni svolte in particolare nel terzo volume de La Méthode, apparso nel 1986 con il titolo La Connaissance de la Connaissance, dedicato all’esame della natura “complessa, ricorsiva e incorporata” della nostra conoscenza del mondo. Qui Morin tornava su uno dei propri cardini teorici, la necessità di riconnettere le conoscenze disperse nelle varie scienze, soprattutto in quelle della cognizione, in una “visione multidimensionale” del sapere, incentrata su una triplice critica: 1) il rifiuto del paradigma epistemologico dell’“onniscienza” – la cui formulazione è solitamente attribuita al matematico e astronomo Pierre Simon de Laplace (1749-1827) –, che si radicava negli sviluppi ottocenteschi della dinamica celeste newtoniana, riconducenti la realtà a fenomeni meccanici univocamente determinati dalle soluzioni di un sistema di equazioni differenziali ordinarie; 2) il rifiuto del “riduzionismo”, propugnato dalla filosofia della scienza novecentesca di orientamento neopositivistico; 3) il rifiuto dello “specialismo disciplinare”[4]. Va sottolineato, riguardo a quest’ultimo punto, che per Morin ogni conoscenza è nel contempo “multidimensionale” e “inseparabile”, come si legge in un brano di particolare significato contenuto nel volume La Connaissance de la Connaissance:

Ogni evento cognitivo richiede la congiunzione di processi energetici, elettrici, chimici, fisiologici, cerebrali, esistenziali, psicologici, culturali, linguistici, logici, ideali, individuali, collettivi, personali, trans-personali e impersonali, ingranantisi gli uni negli altri. La conoscenza è quindi davvero un fenomeno multidimensionale, nel senso che essa è, inseparabilmente, fisica, biologica, cerebrale, mentale, psicologica, culturale, sociale[5].

In quanto “intrinsecamente multidimensionale”, il sapere non dovrebbe secondo Morin essere “disgiunto” o “frazionato”. Quando questo accade, si compromette non solo la possibilità della conoscenza delle attività del conoscere, ma si pregiudicano anche le possibilità della conoscenza di noi stessi e del mondo, ingenerando una vera e propria «patologia del sapere». Afferma Morin con speciale enfasi:

In effetti, la riflessione filosofica non trae quasi più alimento dalle conoscenze acquisite dall’investigazione scientifica, che per parte sua non può né riunire le sue conoscenze né rifletterle. Il rarefarsi delle comunicazioni fra scienze naturali e umane, la disciplinarità stretta (appena corretta dall’insufficiente interdisciplinarità), la crescita esponenziale dei saperi separati fanno sì che ciascuno, specialista o non specialista, divenga sempre più ignorante circa il sapere esistente[6].

La cosa più grave, aggiungeva Morin, è che la continua proliferazione dei saperi specialistici appaia come un fenomeno sociale e culturale del tutto spontaneo e naturale. Ma è proprio ciò che impedisce di cogliere fino a che punto l’attuale vertiginoso sviluppo delle conoscenze in campo tecnico e scientifico si paghi all’alto prezzo dell’aumento generale dell’«ignoranza», l’ignoranza che discende dalla «mutilazione» del sapere in autonomi «settori» disciplinari, mutilazione a sua volta responsabile di nuove forme di «oscurantismo»:

Il nuovo oscurantismo, diverso da quello che ristagna negli angoli incolti della società, scende ormai dalle vette della cultura. Esso cresce nel cuore stesso del sapere, pur rimanendo invisibile alla maggior parte dei produttori di tale sapere, i quali credono di lavorare sempre e soltanto alla diffusione dei Lumi. Peggio ancora, non sono soltanto i vantaggi, ma anche i mali specificamente moderni (sovrappopolazione, inquinamento, degradazione ecologica, crescita delle disuguaglianze del mondo, minaccia termonucleare) che, come dice Wojciechowski (1978)[7], sono inseparabili dai progressi della conoscenza scientifica. Non avendo consapevolezza di ciò che la scienza è e fa nella società, gli scienziati sono del tutto incapaci di controllare i poteri asserventi o distruttivi usciti dal loro sapere. Così dunque è il medesimo processo che compie le più alte imprese mai portate a termine nell’ordine della conoscenza e che, allo stesso tempo, produce nuove ignoranze, un nuovo oscurantismo, una nuova patologia del sapere, un potere incontrollato[8].

Si tratta di un «fenomeno dal doppio volto», conclude Morin, fenomeno che «pone un problema di civiltà cruciale e vitale. Noi cominciamo a capire che, pur essendo del tutto dipendente dalle interazioni tra menti umane, la conoscenza sfugge ad esse e costituisce una potenza che diviene estranea e minacciosa. Oggi l’edificio del sapere contemporaneo si éleva come una Torre di Babele, che ci domina più di quanto noi la dominiamo»[9].

Risalenti a ben oltre trent’anni fa, queste pagine appaiono quanto mai prodigiosamente attuali. La ripresa moriniana del topos classico dell’immagine dell’enciclopedia del sapere come Torre di Babele che si innalza incontrollata e diviene potenza incombente è di particolare suggestione. Non c’è chi non avverta oggi la minaccia di una possibile “tirannia dell’algoritmo”, di decisioni di rilevanza socio-culturale, politica, economica, ecologica e financo sanitaria governate da un uso spregiudicato dei Big Data, di tecnologie di sistematica raccolta e profilazione di dati personali disponibili online, capaci di determinare massivamente l’orientamento dei comportamenti individuali. La domanda sociale di conoscenza scientifico-tecnologica sull’intelligenza artificiale, al pari di temi ecologici e della salute, è vissuta oggi come urgente necessità, richiede continue interlocuzioni con le scienze per la costruzione di un sapere integrato e condiviso su cui fondarsi per programmare interventi migliorativi a breve e medio termine.

All’inizio degli anni ’70 dello scorso secolo, Morin aveva affrontato di petto il problema anche sociale della frammentazione specialistica del sapere e dei linguaggi delle scienze, esaminata come processo dinamico disgiuntivo che porta fatalmente a disconoscere la complessità del vivente e dell’esperienza umana, il suo essere irriducibile a una sommatoria di informazioni, a parametri di efficienza o performatività. Si trattava di un forte richiamo all’unità plurale e all’incertezza costitutiva dell’universo delle conoscenze, e nel contempo di un’aperta denuncia avente di mira la salvaguardia ecologica del nostro pianeta, salvaguardia inscindibile delle pratiche di una buona politica democratica, fondata sul riconoscimento della limitazione delle risorse ambientali e della fragilità delle culture umane. Morin era un antropologo e sociologo già assai noto allora, e, come egli stesso più volte ha raccontato, molti dei suoi colleghi accademici gli sconsigliavano di avventurarsi in profondità in ambiti del sapere all’apparenza assai distanti, come l’epistemologia della fisica, la biologia, la teoria dell’informazione e la cibernetica, con cui aveva già avuto modo di entrare in contatto durante il suo soggiorno in California negli anni Sessanta[10].

Negli Entretriens con la giornalista Djénane Kareh Tager, pubblicati nel 2008 con il titolo Mon Chemin, Morin ricorda gli anni durante i quali fu direttore di ricerca al CNRS di Parigi e all’EHSS, l’École pratique des Hautes études en sciences sociales, a fianco di altri intellettuali di fama internazionale come Georges Friedmann, punto di riferimento per gli studi sulla sociologia del lavoro, e fondatore nel 1960 del CECMAS, ovvero il Centre d’études des communications de masse, divenuto nel 1973 sotto la co-direzione di Morin, Friedman e Roland Barthes il Centre d’Etudes transdiciplinaires. Sociologie, anthropologie, sémiologie (CETSAS), vòlto al superamento della settorializzazione disciplinare nelle scienze umane[11]. La mono-disciplinarità, così come l’interdisciplinarità (che presuppone l’autonomia disciplinare e non il superamento dei confini delle singole scienze), mal si concilia secondo Morin con la complessità delle grandi sfide scientifiche, tecnologiche, sociali, ambientali e culturali imposte dal passaggio al Terzo Millennio, per affrontare le quali appare necessario un processo di ibridazione, di “contaminazione intergenerativa” tra scienze diverse, di cross-fertilizzazione fra scienze dure e scienze umane, al fine di evitare l’occupazione monopolistica e riduzionistica dei diversi territori della conoscenza e di superare ogni ideologica contrapposizione tra cultura scientifica e cultura umanistica.

L’attuale esperienza pandemica, così come la crisi climatica e l’urgenza della transizione ecologica, sta d’altronde dimostrando tutti i limiti di gestioni non orientate alla transdisciplinarità; richiede un approccio epistemico plurale per una nuova concezione integrata della salute individuale e collettiva quale salute al contempo fisica, psichica e sociale. Il Covid 19 ha aumentato in maniera drammatica l’esigenza sociale di conoscenza scientifica sui complessi e contradditori temi della salute e del welfare.

L’incapacità di riconoscere, trattare e pensare la complessità è un risultato del nostro sistema educativo […]. In tutti i campi, esso astrae, cioè estrae un oggetto dal suo contesto e dal suo insieme, rifiutandone i legami e le intercomunicazioni con il suo ambiente, lo inserisce in un compartimento che è quello della disciplina le cui frontiere spezzano arbitrariamente la sistematicità e la multidimensionalità dei fenomeni […][12].

Così Morin scrive ne La sfida della complessità, riferendosi all’egemonia esercitata in ambito conoscitivo da quelli che egli definisce «i quattro pilastri della certezza»: ordine, separabilità, riduzione, logica induttivo-deduttiva, pilastri strettamente interdipendenti, che si rafforzano l’un l’altro. Ne è derivato un pensiero semplificatore, originante un sapere manipolatore e acontestuale, che «ignora il singolare, il concreto, l’esistenza, il soggetto, l’affettività, le sofferenze, le gioie, i desideri, le finalità, lo spirito, la coscienza. Esso considera il cosmo, la vita, l’essere umano, la società come macchine deterministiche, triviali, di cui si potrebbe prevedere ogni output se si conoscessero gli imput»[13].

L’importanza epistemica del riconoscimento in ambito microfisico del fondamentale ruolo del caso e disordine, su cui Morin ha da tempo insistito (e il cui valore è stato ribadito nelle motivazioni del recentissimo premio Nobel per la fisica attribuito a Giorgio Parisi); l’esame della contingenza cosmica, dell’imprevedibilità dell’“emergenza” in ambito evolutivo; la natura intrinsecamente storica, plurivoca, socialmente determinata delle conoscenze scientifiche, attraversate da paradossi, antinomie e aporie insanabili, richiedono un approccio fondato sul concetto di “complementarità”. Ha scritto Morin:

L’ecosistema è all’interno dell’essere vivente che è all’interno del suo eco-sistema; l’essere vivente è contemporaneamente prodotto e produttore, mezzo e fine, operatore e operato dell’organizzazione vivente. Bisogna dunque giungere all’idea complessa: contraria sunt complementa, due proposizioni contrarie possono anche essere complementari[14].

Morin invita a riconsiderare il rapporto tra conoscenze scientifiche e loro ricadute al di là di una logica di tipo lineare e gerarchico, prospettando una riconfigurazione sistemica dei processi interattivi scienza-cultura-società basati sulla co-partecipazione di diversi soggetti (accademici e non) e istituzioni, volta a valorizzare e a favorire le differenze, le loro integrazioni e inclusioni, nonché capace di contenere e gestire la crescita esponenziale – distruttiva per gli equilibri della natura e della società – di singole variabili che si reggono sull’autoregolazione (temperatura atmosferica, CO2, sostanze inquinanti, sfruttamento delle risorse naturali, popolazione, acquisto di beni di consumo etc.).

Si impone, in ultima analisi, la promozione di una «coscienza planetaria» attenta alle differenze e alle connessioni, che ci permetta di calibrare le nostre conoscenze e le nostre pratiche alla tutela del pianeta, del vivente e della società umana.

La salute, come dichiarato dall’OMS, non è assenza di malattia. Entrambe vanno considerate come esperienze soggettive, afferma Morin, emergenti dallo specifico intreccio evolutivo bio-psico-socio-ambientale che caratterizza ciascun individuo in maniera unica e irripetibile, e richiede procedure di intervento personalizzato, di cui si lamenta oggi gravemente la mancanza:

Si assiste alla diffusione della nozione psicosomatica che prende in considerazione non solo l’effetto mentale delle malattie del corpo, ma l’effetto corporeo dei disturbi mentali. Si assiste anche alla diffusione della psicoterapia familiare o di gruppo. Ma non siamo ancora giunti a considerare i nostri mali metodicamente, nelle loro caratteristiche bio-psico-sociali[15].

La Commissione Europea per la Ricerca e l’Innovazione rivolge particolare attenzione a progetti su salute e malattia che disegnino approcci di cura integrati, sostenibili e incentrati sul cittadino. L’Italia, per parte sua, è stata per decenni protagonista sul piano sanitario in Europa. Frutto di un lungo processo che accompagnò le trasformazioni fondamentali del nostro Paese nel secondo Dopoguerra, l’elaborazione del Servizio Sanitario Nazionale, istituito nel dicembre 1978, d’impostazione riconosciuta a livello internazionale come assai avanzata, intercettò le domande di modernizzazione derivanti dallo sviluppo della medicina e della psichiatria, al pari di quelle di democratizzazione informanti i conflitti sociali degli anni Sessanta e Settanta. Oggetto di ulteriori riforme, specie a livello regionale, nel segno di una sistematica privatizzazione e di una riduzione dei finanziamenti pubblici e della medicina territoriale, le strutture dell’attuale Servizio Sanitario Nazionale e il diritto alla salute sono stati gravemente messi alla prova dalla Covid-19.

La pandemia ha drammaticamente rivelato ovunque che viviamo in un mondo di estrema complessità e fragilità. La catastrofe sanitaria che si è abbattuta sul Pianeta, afferma Morin in un’intervista pubblicata su «Le Monde» in pieno lockdown (aprile 2020), mostra che «abbiamo bisogno di un umanesimo rigenerato», un umanesimo planetario capace di interpretare le profonde trasformazioni del nostro tempo e di aprirsi alla straordinaria complessità dei processi naturali e sociali:

Noi continuiamo a prevedere il 2025 e il 2050 quando non siamo in grado di comprendere il 2020. L’esperienza delle impreviste eruzioni nella storia non ha quasi penetrato la coscienza. Tuttavia, l’arrivo di un imprevedibile era prevedibile, ma non la sua natura. Da qui la mia massima permanente: “Aspettati l’inaspettato”. Abbiamo bisogno di un umanesimo rigenerato, che attinga alle sorgenti dell’etica: la solidarietà e la responsabilità, presenti in ogni società umana. Essenzialmente un umanesimo planetario.

«Non possiamo sapere – continuava Morin – se, dopo la quarantena, il comportamento e le idee innovative decolleranno, o addirittura rivoluzioneranno la politica e l’economia, o se l’ordine scosso verrà ripristinato. Possiamo temere fortemente la regressione generale che stava già avvenendo nei primi venti anni di questo secolo: crisi della democrazia, corruzione e demagogia trionfali, regimi neo-autoritari, spinte nazionaliste, xenofobe, razziste».

La promozione della transdisciplinarità anche nell’area delle Scienze della Salute appare oggi quanto mai urgente per il superamento dei sistemi di pensiero «disgiuntivi e riduttivi» dominanti, di un’iperspecializzazione che porta inevitabilmente alla chiusura e al regresso, incapace di dialogo intergenerativo con altri saperi nell’affrontare le grandi odierne sfide della complessità.

  1. E. Morin, Il metodo VII. Il Metodo del Metodo, a cura di A. Anselmo, G. Gembillo e F. Russo, Messina, Armando Siciliano Editore, 2021, presso cui è stato contemporaneamente pubblicato anche il testo francese (E. Morin, La Méthode VII. La Méthode de la Méthode, édité par A. Anselmo, G. Gembillo e F. Russo, Messina, Armando Siciliano Editore, 2021). I primi sei volumi de La Méthode, raccolti in cofanetto nel 2008 (Paris, Seuil Opus), recano i seguenti titoli: 1) La Nature de la Nature, 1977; 2) La Vie de la Vie, 1980; 3) La Connaissance de la Connaissance, 1986; 4) Les Idées. Leur habitat, leur vie, leurs mœurs, leur organisation, 1991; 5) L’Humanité de l’Humanité. L’identité humaine, 2001; 6) Éthique, 2004.

  2. Cento Edgar Morin. 100 firme italiane per i cento anni dell’umanista planetario, a cura di M. Ceruti, Milano, Mimesis, 2021.

  3. G. Gembillo, Il posto di Edgar Morin nella storia del pensiero, in Cento Edgar Morin, op. cit., p. 42.

  4. Per un’efficace sintesi delle posizioni epistemiche sviluppate da Morin a partire dagli anni ’70 dello scorso secolo cfr. E. Morin, Le vie della complessità, in G. Bocchi, M. Ceruti, La sfida della complessità, Milano, Feltrinelli, 1985, pp. 49-60.

  5. E. Morin, La Méthode. III. La Connaissance de la Connaissance, Paris, Seuil, 1986, trad. it. La conoscenza della conoscenza, Milano, Feltrinelli, 1989, p. 16.

  6. Ivi, pp. 17-18.

  7. J. Wojciechowski, Knowledge as a source of problems: can man survive the development of Knowledge?, in «Man-Environment Systems», 1978, 8, pp. 317-24.

  8. Ivi, p. 18.

  9. Ibidem.

  10. Per un profilo autobiografico cfr. da ultimo E. Morin, Lezioni da un secolo di vita, Milano, Mimesis, 2021.

  11. Cfr. E. Morin, Mon chemin. Entretiens avec Djénane Kareh Tager, Paris, Fayard, 2008, pp. 206-207. Nel 1983 il CETSAS diviene Centre d’études transdisciplinaires. Sociologie, anthropologie, politique (CETSAP), co-diretto da Edgar Morin e Claude Lefort, e a partire dal 1990 da Nicole Lapierre e da Pierre Rosanvallon. Sotto la direzione di Nicole Lapierre e Georges Vigarello il Centro nel 1992 viene ridenominato Centre d’études transdisciplinares. Sociologie, anthropologie, histoire, e dal 2008 porta il nome di Centre Edgar Morin.

  12. E. Morin, La sfida della complessità, Firenze, Le Lettere, 2011, p. 27.

  13. Ivi, p. 37.

  14. Ivi, p. 53.

  15. Ivi, p. 31.

(fasc. 42, 31 dicembre 2021)