Una tragedia secentesca riscoperta da Croce: l'”Aristodemo” di Carlo De’Dottori

Author di Maria Panetta

L’Aristodemo[1] venne pubblicato, nel 1948, nella collezione «IN VENTIQUATTRESIMO» diretta da Pietro Pancrazi, per la Casa editrice Le Monnier di Firenze: il curatore, un ottantaduenne Benedetto Croce, corredò la tragedia di una significativa introduzione[2].

L’edizione originale era del 1657; in seguito l’opera venne ristampata a Roma nel 1717 (e ivi rappresentata), e poi a Venezia, nel 1725 e nel 1746, nel Teatro italiano, in tre volumi, a cura di Scipione Maffei[3]: in seguito, se ne persero le tracce.

«Ora, io che più volte ho curato stampe o ristampe di opere che tenevo in pregio o poco accessibili – annunciava orgogliosamente Croce nel 1948 –, mi risolvo a dare, dopo duecento anni, una nuova edizione di questo Aristodemo»[4]: l’intento del curatore era, dunque, quello di porre rimedio all’indifferenza di ben due secoli di critica.

Nel corso del ’600 e del ’700 si usavano sottolineare, in quest’opera, la prevalenza del lirico sul tragico e l’irregolare versificazione in endecasillabi con intercalati settenari e quinari; ma – puntualizzava Croce – «lirico e tragico non formano alternativa, perché l’uno è sempre in qualche modo nell’altro e […] la contaminazione metrica può non essere contaminazione, ma spontaneità e armonia, com’è in effetto nel caso del Dottori»[5]. Nell’Ottocento, invece, l’Aristodemo venne considerata una mera imitazione della tragedia greca (l’autore stesso confessava di aver tratto ispirazione da Euripide, Sofocle, Lucano, Corneille, e, soprattutto, Seneca) o paragonata agli altri Aristodemi italiani, in particolare a quello di Vincenzo Monti[6], a giudizio di Croce tragedia «vuota e banale»[7] in confronto a quella del Dottori, «originale e piena»; a suo favore si diceva, invece, che avesse fornito spunti allo stile di Alfieri. La prefazione crociana si concludeva con la considerazione che «il poeta, filosofo inconsapevole, sa ciò che l’uomo religioso non sa e non vuol sapere […]: sa che l’eterno e l’universale è nel transeunte e nel particolare, e questo in quello, indissolubili e coincidenti, e tale è la vita, la vita che è tragedia»[8].

Nell’Aristodemo si combinano, dunque, armoniosamente la persistente suggestione della tradizione classica e l’originalità del gusto secentesco[9], ma il precipuo valore della tragedia è rinvenibile, a giudizio di chi scrive, nella sua modernità: nella concezione di un senso del tragico che non consiste più nell’improvviso rivolgimento della sorte che, da benigna, diviene, per un capriccio del caso, avversa e porta rovinosamente alla catastrofe tramite una serie di luttuosi eventi, bensì nella sofferta ma ormai conquistata consapevolezza della tragicità intrinseca all’esistenza calata irrimediabilmente nella Storia e non più avvolta nella rassicurante ciclicità del Mito. Il senso della fine, infatti, permea di sé tutto lo svolgersi della vicenda, a partire dal verso 44 della Scena prima: il tragico consiste, dunque, nella desolante e sconfortante certezza della precarietà dell’esistenza, della sua continua messa in forse, e della sostanziale inutilità degli appelli al divino, nonostante l’esteriore prodigarsi in riti propiziatori e vani sacrifici. La tragedia di Aristodemo è quella di un uomo che sacrifica i propri affetti e la stessa vita a un effimero sogno di gloria che troppo tardi gli si svela, ormai, svuotato di significato. Il vero, grave assassinio è, pertanto, quello della Speranza che, ultima Dea illusoria, non può che cadere vittima dell’inevitabile, titanico impatto con la tragicità della Storia.

Come ha osservato Karl Jaspers, la coscienza tragica

non è necessariamente il prodotto di un’alta civiltà, e può anzi essere primitiva: eppure solo quando un uomo conquista una tale coscienza ci sembra che apra gli occhi sul mondo. Ora, infatti, avendo coscienza di essere al limite del mistero, nasce in lui quell’inquietudine che lo spingerà innanzi. Nessuna situazione, per lui, può più essere stabile, perché niente lo appaga. Con la coscienza tragica ha inizio il movimento della storia, che non si manifesta solo in avvenimenti esteriori, ma si svolge nelle profondità stesse dell’animo umano[10].

La coscienza tragica, dunque, a differenza di quella pretragica (che è sostanzialmente coscienza della fugacità, estranea alla storia), richiede la storicità: l’eterno avvicendarsi delle cose non è che il suo sfondo, ma per essa l’«essenziale è irripetibile e in moto incessante. Impegna a una decisione e non ritorna mai più»[11]. Essa segue sempre a una lancinante perdita: la perdita della sicurezza priva di tragicità, di una «sublime umanità naturale»[12] e della «gioia di sentirsi a casa propria nel mondo»[13], cioè la perdita irrimediabile di una concezione armonica del vivere. Perché si abbia davvero tragedia, però, occorre che l’uomo cominci ad agire: infatti, è proprio con l’azione che l’essere umano «provoca prima il nodo tragico e poi, per inevitabile necessità, la catastrofe. Non è solo la distruzione della vita come pura esistenza, ma il fallire di ogni possibile attuazione»[14].

L’atmosfera tragica nasce, dunque, per Jaspers, dalla percezione di una minaccia[15]. Nella tragedia greca, essa non rappresenta una concezione generale del mondo e consiste in una misteriosa inquietudine che, prima ancora che accada qualcosa, permea tutto di sé e preannuncia una sventura ancora indeterminata.

L’Aristodemo di Carlo De’ Dottori si apre, in verità, all’insegna del sollievo[16]: dopo tante preghiere rivolte agli dei per implorarne la pietà e forse in seguito alle copiose lacrime versate dalla consorte Amfia, Aristodemo può finalmente annunciare alla regina che la loro figlia Merope è salva e che, al suo posto, verrà sacrificata «l’infelice Arena» (v. 4)[17], unica altra fanciulla vergine della dinastia degli Epitidi, creduta figlia di Licisco.

La gioia di Amfia, viene, però, subito turbata dalla solidarietà per il dolore del padre di Arena e poi da un improvviso interrogativo, che le erompe dal cuore trepido di madre già ai versi 34-35: «Ma che fia, s’egli niega / d’esser padre d’Arena?». Alla domanda Aristodemo obietta che proprio la negazione di essere il padre della fanciulla renderebbe manifesta la paternità di Licisco ma, all’incalzare delle richieste di rassicurazione di Amfia («Pur se frode non fosse?»: v. 44), Aristodemo cambia improvvisamente tono, arroccandosi in un duro ed epigrafico: «Aristodemo / daria la propria» (vv. 44-45).

Dunque, al quarantaquattresimo verso dell’Atto primo (di cinque), si ribalta, già alla seconda pagina della tragedia, la situazione di riacquistata speranza iniziale; per non riassestarsi più su posizioni di assoluta fiducia per tutto il restante corso del dramma, nonostante anche l’ulteriore tentativo di rassicurazione che Aristodemo mette in atto nei confronti della moglie («E tu non creder più ch’altri ch’Arena / sia la vittima eletta»: vv. 56-57). In risposta a questa esortazione – che ha dell’imperativo quasi minaccioso –, Amfia giustifica la propria trepidazione e l’ansietà per la sorte della figlia adducendo in propria difesa l’innata fragilità di donna e l’attaccamento di madre a Merope, a giudizio del consorte inopportuni e disdicevoli «in donna illustre, e moglie / d’Aristodemo» (vv. 59-60). Poi la madre di Merope condensa in pochi versi tutto il senso della tragedia del Dottori (vv. 60-69):

È così fiero il moto
del passato dolor, ch’io sento ancora
tremarmi in sen la mal sicura speme.
Non così tosto cessa
tempesta impetuosa ove flagella
le terga a Lilibeo Noto o Volturno;
ma, benché taccia il vento,
serba l’onda i tumulti,
né l’agitato mar si fida ancora
di rimettersi in calma.

Il senso del tragico dell’Aristodemo si può condensare proprio in questa difficoltà – che poi diviene impossibilità – di abbandonarsi alla fiducia nel cessare del «vento» (v. 66), in tale senso di attesa degli eventi e di trepidazione presaga di sventure, persino nel momento dell’annuncio della fine del pericolo.

Nella Seconda scena del primo atto, dopo che Aristodemo ha scorto l’arrivo di Policare, promesso sposo di Merope, e si è allontanato, lasciando alla moglie e al giovane «i pensier più dolci» (v. 72) e assumendo su di sé «le cure della patria e della guerra» (v. 73), si ripete la situazione precedente, ma il ruolo di “perturbatrice” della gioia altrui, come in un contagio, è impersonato proprio da Amfia. Policare, infatti, si profonde in una ventina di versi di entusiastica contentezza per lo scampato pericolo dell’amata Merope, cui Amfia risponde prima – con una sorta d’inconsapevole sadismo – confermando la lieta novella («diverso / è questo giorno dal passato. Uscita / è Merope di rischio, io di spavento»: vv. 95- 97), ma in seguito insinuando l’incertezza anche nell’animo traboccante di felicità del giovane, come in un’ideale consegna della fiaccola del turbamento e del Dramma proprio all’inerme fragilità di una mente appena liberata dalla cupa oppressione del timore: «Necessaria altrettanto / quanto degna prudenza. A tempo giungi: / poiché se nel tuo petto / è soverchio il piacer, pel mio non sorge / con tanta piena» (vv. 122-126). E, laddove in precedenza la prudenza era stata evocata quale scelta (più dignitosa e preferibile), per il beneficiato dagli dei, di non mostrare al volgo invidioso «pubblico segno / d’allegrezza importuna» (vv. 22- 24), o di mantenersi mesto – pur nella contentezza – dinanzi alla sofferenza altrui, qui viene intesa proprio come necessità di confrontarsi a viso aperto con la realtà e con un futuro che ancora cela in sé possibili rivolgimenti negativi.

La reazione di Policare è perfettamente parallela a quella avuta in precedenza da Amfia stessa, configurandosi essenzialmente come ennesima richiesta di rassicurazione («Qual reliquia di tèma / restar può in te, da che la sorte elesse / Arena al sacrificio?»: vv. 130-132), alla quale Amfia risponderà ancora una volta ribadendo lo stato di incertezza in cui versa e che ormai la accompagnerà fino alla fine della tragedia (vv. 132-145):

O che sien queste
reliquie del timore,
o d’animo presago
(il che tolgan gli dèi) segni infelici,
non è tutta tranquilla
l’anima mia, né riconosce ancora
per legittimo nume
il raggio del piacer, che scorre e fugge
come fugge il balen per nube estiva
e quante volte nasce,
splendido e cerca nutrimento e regno,
tante muore sepolto
in questa mia caliginosa nebbia
di cure sospettose. […]

In questi versi si cela ancora una volta il senso della tragicità dell’Aristodemo: nello scorrere e nel fuggire del «raggio del piacer» (v. 139) e nell’alterno nascere e morire della speranza, nella sua accorata richiesta di «nutrimento» (v. 142), di essere alimentata e coltivata, e nel suo successivo soffocare e soccombere, sepolta dalla caligine opprimente del timore.

Policare, però, non si fa abbattere dalle preoccupazioni di Amfia, che interpreta semplicemente come una sorta di retroguardia del dolore che ha pervaso a lungo l’animo della donna e che stenta a lasciare il campo alla gioia inattesa («O generosa Amfia, non osa ancora / occuparti il contento, / che forastiero sopraggiunge e ignoto / all’anima abbattuta dal dolore […]»: vv. 149-152); almeno, questo è quanto emerge dal colloquio con Amfia stessa, ma un’ombra lieve si evidenzia nella Scena terza, quando avviene l’incontro fra i due giovani promessi. La metafora del raggio – con una sfumatura di significato diversa – si ritrova anche nelle parole di un Policare rassicurato, ormai, dalla visione dell’amata e grato agli dei che l’hanno risparmiata (vv. 252-259):

Merope mia, tu vivi adunque? Appena
lo crederei, così fu grande il rischio,
così crudele il mio timor. Ma sento,
sento ben io che nel mio cor discende
quel raggio che balena
nelle tue vivacissime pupille,
che m’assicura di tua vita, e il seno
d’una fiamma dolcissima m’ingombra.

Il testo dell’Aristodemo è, però, caratterizzato da un elevatissimo tasso di ambiguità: spesso i personaggi pronunciano frasi il cui significato intendono a lor modo, ma che il Destino interpreterà in maniera differente, ma pur sempre beffardamente coerente e veritiera: già il «tranne Licisco, / io più d’ogn’altro forse / accompagno dolente / il sangue degli Epitidi all’altare» (vv. 30-33) anticipa il dramma di Aristodemo, che scoprirà troppo tardi di aver generato entrambe le fanciulle che rischiano la vita per salvare la Messenia. E anche nell’incontro tra Policare e Merope, al momento del reciproco rassicurarsi riguardo ai sentimenti che ognuno dei due continua a provare per l’altro, i due giovani sembrano involontariamente profetizzare il loro triste destino (vv. 273-276):

MEROPE: […] Dunque la fiamma è pari.

POLICARE: Dunque la nutra un sempre fido amore.

MEROPE: E con quella del rogo alfin s’unisca.

POLICARE: E il cener nostro una sol’urna accolga.

È proprio una profetica avversativa («Ma donde solo viene, / e taciturno il venerabil Tisi?»: vv. 277-278) a introdurre l’ingresso foriero di sventure del vecchio Tisi, del quale Policare, rimasto solo in scena, indovina lo stato d’animo, turbato, dalla fronte «severa» (v. 286), e dal quale ascolta il dettagliato racconto – necessaria digressione esplicativa sull’antefatto, con funzione di prologo ritardato – relativo alla causa dello «sdegno» dei Dioscuri Castore e Polluce (la «scelerata frode» dei due giovani Panormo e Gonippo ai danni degli Spartani, rimasta impunita), per placare il quale si rende necessario il sacrificio di una «fanciulla epitida, matura» (vv. 340-476).

Nella prosecuzione del dialogo, Policare si conferma nuovamente doppio di Amfia, sia nella sua interrogazione ansiosa riguardo all’eventualità che Licisco riesca davvero a dimostrare di non essere il padre di Arena («E se trovasse il genitor?»: vv. 515-516) sia nella sua invocazione disperata agli dei («O santi / numi del ciel, nol consentite!»: vv. 522-523), in risposta a Tisi, che ipotizza ancora non scongiurata la possibilità che Merope venga sacrificata, in assenza di altre fanciulle idonee.

La conferma del dubbio arriva immediata, con l’irrompere in scena di un messo sconvolto da «insoliti accidenti» (v. 539), che annuncia la fuga di Licisco e Arena, insinuando in Policare nuove e più fondate paure: «I’ temo / qualche sciagura orribile» (vv. 547-548); «O crudo / ingegno di Fortuna, / che mediti di grande e di funesto / per la Messenia e per le dolci mie / lusingate speranze?» (vv. 562-566).

Contrapposto al timore della madre e del promesso sposo per la sorte di Merope è l’atteggiamento dignitoso e orgoglioso della fanciulla, che si dice – quale degna figlia di Aristodemo nel suo altero amor di gloria – sensibile ai mali della patria, e non ai propri (vv. 593-595), nel colloquio con la nutrice, sollevata e serena perché ancora ignara della nuova minaccia che incombe. L’insistenza di Merope sulla sua volontà di onorare gli dei e la propria virtù con una «morte liberatrice» (v. 611) della Messenia provoca la reazione della nutrice stessa che, preoccupata per la hybris della fanciulla, pronuncia ancora una volta parole dal tono sinistro (vv. 637-642):

Par che tu abusi
il favor degli dèi, che ti sia grave
la vita, o figlia. A che pugnar con questo
rigor con la natura,
e scacciar ostinata il dolce nome
e ’l piacer della vita?

La risposta di Merope condensa in sé l’atteggiamento psicologico di chi è stato messo a dura prova dalla vita e, pur avendo superato il momento acuto della crisi, sembra aver ormai elevato questa “crisi” a emblema della vita stessa, avendo perduto irrimediabilmente – per dirla con Jaspers – la sicurezza priva di tragicità, ossia una concezione armonica del vivere. Merope sembra, infatti, giunta a un punto di non ritorno:

Io non ricuso
la sorte mia. Ma non so già se porti
qualche men grata impressïon la vita,
che bella non m’appar com’io sperai,
e men lieta, e men avida, l’incontro.

E a questo proposito credo fosse sostanzialmente nel giusto Croce che, nella già ricordata prefazione alla tragedia del 1948, protestava, riguardo alla complessa figura di Merope, a suo giudizio il vero fulcro del dramma (perché racchiude in sé, composti, i «diversi e cozzanti affetti»[18] di coloro che le stanno intorno): «Come si è osato parlare di pedantesca osservanza stoica innanzi a questa creatura che si sente fremere tutta di amore della vita, alla quale deve rinunziare e rinunzia?»[19]. Probabilmente, nella Merope che dialoga con Policare e poi con la nutrice, l’amore della vita è, ormai, come attutito dall’esperienza di preparazione alla morte e al sacrificio da cui la fanciulla è appena stata segnata, ma se ne sentono ancora l’eco e la vibrazione nelle malinconiche parole di consapevole autoanalisi testé citate («e men lieta, e men avida, l’incontro»: v. 647) e soprattutto nell’accorata confessione finale alla nutrice: «Sol Policare mio, / perdita grave e certa, / mi destava un pensiero / in cui tutta apparìa, quant’è, la morte» (vv. 661-664). A questo “cedimento” corrisponde, quasi specularmente, il vacillare di Aristodemo nella scena settima e il suo dibattersi tra le ragioni dell’affetto paterno e della natura, e quelle della fedeltà all’onore patrio e al ruolo di sovrano appena eletto.

L’Atto secondo si apre, invece, con la lapidaria sentenza di Amfia – «Nulla più di speranza / lasciano al mio timor gl’infausti augurii» (vv. 1-2) –, alla quale ribatte la nutrice, che rappresenta ancora una volta le ragioni della fiducia nella sorte e negli dei. «Di che temi, o gran donna?» (v. 15), chiede alla sovrana, che conclude amaramente: «La tèma / nel dubbio è un infelice augure muto» (vv. 17-18). Certi «segni orrendi» (v. 32), osservati durante i sacrifici, confermano ad Amfia infausti presagi: ad esempio, una fiamma «incerta, ottusa e fiacca» (v. 38) si è levata dagli altari durante i riti propiziatori. Il racconto del soldato sulla riuscita fuga di Licisco e Arena, ricoveratisi presso l’accampamento spartano, non fa che dare conferma ai sospetti dolorosi della madre di Merope, successivamente ribaditi dallo straziante monologo di Aristodemo che decide: «Oggi mi svelgo / il cor dal sen: Merope dono a Dite» (vv. 192-193).

Le ragioni della fama e del regno sono, per il novello re, molto più pressanti di quelle dell’affetto («Amo, qual deve uom forte, / più che la figlia mia la patria e ’l nome»: vv. 296- 297); di ciò l’accusa con disprezzo la consorte che, sbigottita, lo rimprovera di riuscire, «senza orror» (v. 256), a tollerare l’idea di poter uccidere la figlia e di non impegnarsi per evitarne il sacrificio: «così permette il padre, e con tal prezzo / compra l’applauso delle genti e ’l trono» (v. 290).

Dopo la conferma luttuosa di Tisi sul da farsi, Amfia preannuncia la propria morte («[…] Non fia mai ver ch’io viva / dopo Merope mia […]»: vv. 341-348), rivendicando il proprio diritto alla «libertà del pianto» (v. 375), in un moto di ribellione ai dettami tirannici di Aristodemo: «Del morir quando io voglia / l’arbitrio è mio. Mi si può tor la vita, / ma non la morte» (vv. 380-382); «È lieve il duolo / capace di consiglio» (vv. 383-384). Alla pietosa obiezione di Tisi, che tenta di ribadire l’imperscrutabilità del destino, Amfia replica, ormai, pervasa da una cruda certezza (vv. 391-393; 396-400)[20]:

Ov’è Fortuna?
Aristodemo è la Fortuna e il Fato:
ei condanna la figlia. […]
Ah, moribonde
scintille di speranza! Ah, di pietoso
consolator dolci lusinghe, e vane!
Disposto il padre ha della figlia, ed io
della madre ho disposto.

Il coro dell’Atto secondo sottolinea l’incostanza della Fortuna e l’incertezza cui sono esposte le vicende umane, in contrapposizione alla sicurezza e alla serenità dell’Età dell’oro, che apparteneva appunto al Mito, e non ancora alla Storia, alla sospensione e non ancora alla caduta nel Tempo (vv. 420-434):

Quaggiù tutto disordina o confonde
il caso cieco, e con occulto inganno
la prudenza delude,
defrauda le speranze,
e con diverso fin dal prevenuto
termina gli atti nostri, e l’opre chiude.
Nascon guerre da pace,
quïete da tumulto, amor dall’odio,
dal possesso desio, tèma dal certo,
perigli dal sicuro, error dal lume:
tutto confuso al fin, mobile incerto
più che mar, più che vento,
più che libica arena,
e in cento dubbi e cento
pur v’è chi trovi ombra di vero appena.

Nella Scena seconda dell’Atto terzo si ripete il passaggio di testimone tra Amfia e Policare: il dolore per la quasi certezza del sacrificio dell’amata pervade anche il suo cuore d’innamorato, che giunge a dubitare di tutto ciò che lo circonda («Tutti sono sospetti, / genitor, patria e déi. / Che più? di lei diffido»: vv. 59-61). La triste conferma avuta dal coro innesca anche nel disperato Policare lo stesso desiderio di sacrificio estremo che ha pervaso la madre di Merope e conduce pure il giovane a preannunciare la propria morte (vv. 105-112):

Prima quel colpo
scenderà sul mio capo, e pria di mano
trarrolla al sacerdote:
vïolerò la pompa;
smorzerò con l’altrui, col sangue mio,
l’indegno foco: abbatterò gli altari;
sacrilego, profano, disperato,
contro gli uomini e i dèi, contro me stesso.

Al discorso razionale e composto che pronuncia Merope, pregandolo di trattenere le lacrime e di consolare la madre afflitta, Policare risponde sempre in modo parallelo ad Amfia («Ch’io viva? io ti dia tomba?»: v. 162) e annuncia anche all’amata la propria morte («Testificar saprò ben io la fede / e l’amor mio. […] Scompagnata da me tu non vedrai, / Merope, Averno»: vv. 167-168; 174- 175), ribadendo il proprio amore terreno e vivo per Merope («piango le cose umanamente amate. / Se tu resti col corpo, io seco resto; / se l’abbandoni, io l’abbandono»: vv. 275-277), che gli impedisce di separarsi da lei e lo obbliga a condividerne la sorte.

Le vicende hanno subìto, ormai, un’accelerazione vertiginosa; dopo lo stallo iniziale e la sospensione del dubbio, una volta assodata la necessità del sacrificio di Merope, si assiste a un esplodere di proclamazioni di intenzioni di suicidio, che preludono a una serie di eventi tragici a catena: per dirla con Jaspers, si tratta del passaggio dal nodo tragico alla catastrofe.

La Scena quinta dell’Atto terzo vede ancora una volta la nutrice confortare con parole d’incoraggiamento Policare e spronarlo all’azione («S’opri, il rischio è di morte; / se cessi, è morte certa»: vv. 360-361), a ribellarsi all’ambizione di Aristodemo e alla fiera virtù di Merope, ma Ofioneo e il coro giungono subito dopo a far da controcanto, ribadendo l’ineluttabilità della fine per i mortali e la necessità di sottostare agli imperscrutabili voleri divini. «Virtù che sprezza morte / dopo morte è sicura» (vv. 452-453), canta il coro, e incita la fanciulla a non temere la morte stessa, che la sottrae anche all’inesorabile, progressivo sfiorire della bellezza giovanile.

Lo scontro tra Aristodemo e Policare, nella Scena prima dell’Atto quarto, si risolve in un duello verbale di emistichi sferzanti e incalzanti: Policare ammonisce il re a non macchiarsi di un’empia colpa in qualità di padre e di sovrano, e gli profetizza che il suo gesto condannerà la patria alla rovina. Ma la menzogna con la quale impetra dal padre di risparmiare la figlia – dichiarandola non più vergine – scatena l’ira cieca di Aristodemo, che, però, dissimula le proprie reali intenzioni e proclama di non riconoscere più Merope come sua figlia, lasciandola in vita come «indegna moglie» (v. 135) di Policare. La speranza del giovane nella riuscita dell’inganno viene da lui comunicata e trasmessa anche ad Amfia, che si presta alla frode, pur di salvare la figlia, e conferma le menzogne ad Aristodemo, credendo di riconoscere, nella reazione dello sposo, la commozione e la tenerezza del padre che perdona la colpa della figlia, felice di poterle salvare la vita proprio in virtù di quella colpa; ma la «prima / arte de’ re» (vv. 431-432) – insegna Aristodemo stesso – è quella di dissimulare le offese per vendicarle. E il sovrano non tollera che la presunta colpa di Merope gli sottragga lo scettro e l’onore, in nome del quale si appresta a compiere un delitto violento e feroce («Sì, lo farò. Sia pena o sia misfatto»: v. 490): il coro sottolinea il montare in furore di Aristodemo con una lunga “tirata” contro l’Età del ferro, che portò al genere umano le armi, la guerra, i confini, la superbia dei re e gli odi alimentati da Marte, ossia segnò l’ingresso nella Storia e la scoperta della tragicità dell’esistenza.

L’Atto quinto della tragedia coincide con l’attuarsi della Catastrofe, che si concretizza in una serie efferata di delitti: l’uccisione di Merope da parte di Aristodemo e il suo vano tentativo di togliersi la vita, dopo la scoperta della falsità delle dichiarazioni di Policare; il suicidio di Amfia; la morte ingloriosa del giovane promesso sposo, fermato da un «improvviso turbine di sassi» (v. 131) dopo che Aristodemo ne aveva denunciato pubblicamente l’inganno.

L’apparizione improvvisa di Licisco rinfocola l’ira di Aristodemo, per il quale l’uomo è foriero di altre terribili notizie: Arena, ferita durante l’inseguimento dei fuggitivi fino all’accampamento spartano, è ivi spirata e la sacerdotessa Erasitea, madre della fanciulla, rivela ad Aristodemo che anche Arena era sua figlia. Nel frattempo, Ofioneo ha saputo che le morti delle due vergini, avvenute senza rispettare i riti prescritti, non valgono a placare l’ira degli dei: Aristodemo, in preda alla disperazione più nera e all’odio feroce di se stesso, si getta sulla stessa spada che ha trafitto Merope e muore, facendo piombare la Messenia nella sofferenza e nello sconforto più atroci.

Il 15 febbraio 1948, un critico fine come Pietro Pancrazi, commentando per lettera la sua prefazione all’Aristodemo appena letta in bozze, si complimentava vivamente con Croce specie per il rilievo dato dal curatore alla figura di Merope: «[…] adesso questa Merope disincantata della vita e in vita già col colore delle ombre, è figura poetica e suggestiva quanto Euridice»[21]. Egli sottolineava implicitamente, anche tramite tale accostamento, quanto Merope sia emblema della tragicità dell’esistenza umana e della caducità dei sogni e delle speranze; ma, allo stesso tempo, di certo inconsapevolmente, forse suggeriva anche un possibile parallelo fra la figura tragica di Orfeo e quella di Policare, specie nel suo sublime e accorato grido inascoltato: «e fin tanto ch’io sono uomo e non ombra – piango le cose umanamente amate»[22].

  1. Nell’ambito della bibliografia sulla tragedia si vedano almeno: V. Trombatore, La concezione tragica dell’Aristodemo di Carlo Dottori. Studio critico comparato, Palermo, Stab. Tip. Lao, 1903; F. Croce, L’Aristodemo del Dottori e il Barocco, Firenze, Le Monnier, 1958; G. Getto, L’Aristodemo capolavoro del Barocco [1959], in Id., Il barocco letterario in Italia, a cura di M. Guglielminetti, Milano, Mondadori, 2000, pp. 396-409; M. Ariani, Note sullo stile tragico dell’Aristodemo di Carlo Dottori, Firenze, Olschki, 1973; La tragedia classica: dalle origini al Maffei, a cura di G. Gasparini, Torino, U.T.E.T., 1976; A. Marin, Sul testo dell’“Aristodemo” di Carlo De’Dottori, Firenze, Olschki, 1978; M. Cottino Jones, Il dramma di un personaggio: Aristodemo, in «Canadian Journal of Italian studies», V (1981), 1-2, pp. 1-8; L. Sanguineti White, Aristodemo, tragedia della libertà, in «Studi secenteschi», XXIX (1988), pp. 95-121; Aristodemo di Carlo De’Dottori: incontro di studio, 9 aprile 1990, a cura di C. Argenti, S. Maifredi, Genova, Graphotecnica, 1992.

  2. Rist. in B. Croce, Letture di poeti e riflessioni sulla teoria e la critica della poesia, Bari, Laterza, 1950, pp. 63-76. Sull’autore si veda anche B. Croce, Storia dell’età barocca in Italia, Bari, Laterza, 1929, pp. 348-59, 381-85.

  3. Cfr. Scelta di tragedie per uso della scena, Verona, presso Jacopo Vallarsi, 1725.

  4. Cfr. C. De’ Dottori, Aristodemo. Tragedia, a cura e con introduzione di B. Croce, Firenze, Le Monnier, 1948, p. 9. Al riguardo mi permetto di rimandare a M. Panetta, Croce editore, Edizione Nazionale delle Opere di B. Croce, Napoli, Bibliopolis, 2006, to. II, pp. 660-64.

  5. Ivi, pp. 10-11.

  6. Nel 1998 per Guanda ne è uscita un’edizione a cura di Arnaldo Bruni. Cfr. anche M. G. Accorsi, L’elaborazione dell’“Aristodemo” montiano e le ultime correzioni autografe: verso la tragedia, Modena, Mucchi, 1988.

  7. C. De’ Dottori, Aristodemo. Tragedia, a cura e con introduzione di B. Croce, op. cit., p. 14. Anche la citazione seguente è tratta dalla stessa pagina.

  8. Ivi, p. 21.

  9. Per un utile quadro d’insieme cfr. N. Mangini, La tragedia e la commedia, in Storia della cultura veneta, dir. da G. Arnaldi e M. Pastore Stocchi, Il Seicento, vol. 4/1, Vicenza, Neri Pozza, 1983, pp. 297-326.

  10. Cfr. K. Jaspers, Über das Tragische, München, R. Piper & Co., 1952; trad. it. a cura di I. Alighiero Chiusano, Del tragico, Milano, SE, 2000, pp. 18-19.

  11. Ivi, p. 19.

  12. Ivi, p. 20.

  13. Ibidem.

  14. Cfr. K. Jaspers, Del tragico, op. cit., pp. 26-27.

  15. «L’atmosfera tragica nasce dalla percezione della sinistra e terrificante realtà in cui siamo coinvolti. È una forza estranea che ci minaccia senza scampo. Dovunque andiamo, qualunque cosa veda il nostro occhio, odano i nostri orecchi, c’è pur sempre nell’aria un quid che inesorabilmente ci distruggerà»: ivi, pp. 29-30.

  16. «Con una visione riappacificata del rapporto uomo-Dio», secondo Carla Bella («Le Dieu caché»: l’Aristodemo di Carlo de’ Dottori, in Ead., Eros e censura nella tragedia dal ’500 al ’700, Firenze, Vallecchi, 1981, pp. 239-80: cit. a p. 243).

  17. L’edizione di riferimento utilizzata per le citazioni tratte dalla tragedia è quella curata da Luigi Fassò (Torino, Einaudi, 1976).

  18. Cfr. C. De’Dottori, Aristodemo. Tragedia, a cura e con introduzione di B. Croce, op. cit., p. 27.

  19. Ivi, p. 24. A questo proposito, Marcello De Grandi ha evidenziato una componente di «psicologismo» nell’analisi crociana. Cfr. M. De Grandi, Benedetto Croce e il Seicento, Milano, Marzorati, 1962, p. 162.

  20. A giudizio di Carla Bella («Le Dieu caché»: l’Aristodemo di Carlo de’ Dottori cit., p. 258), l’esclamazione di Amfia rappresenterebbe «veramente l’urlo negante l’esistenza di Dio».

  21. B. Croce-P. Pancrazi, Caro Senatore. Epistolario 1913-52, prefazione di E. Croce, Firenze, Passigli, 1989, p. 185, lettera di Pancrazi a Croce datata Camucia (Arezzo), 15 febbraio 1948.

  22. Una prima versione di questo saggio è apparsa col titolo La «mal sicura speme». Il senso del tragico nell’Aristodemo di Carlo De’Dottori, in Temi e letture, n. 18 di «Studi (e testi) italiani», a cura di C. Spila, 2006, pp. 131-41. Se ne propone in questa sede una versione ampliata e aggiornata nella bibliografia.

(fasc. 42, 31 dicembre 2021)