Alla fine di luglio 1883 la famiglia di Benedetto Croce si trovava in villeggiatura a Casamicciola, sull’isola di Ischia[1]. La madre, Luisa Sipari, soffriva di dolori alle articolazioni e già in precedenza aveva tratto giovamento dai fanghi e dalle acque dell’isola. Così i familiari avevano deciso di accompagnarla per un nuovo soggiorno, e con lei c’erano il marito Pasquale Croce, all’epoca quarantaseienne, e la figlia Maria, di tredici anni, oltre appunto a Benedetto, all’epoca diciassettenne. L’altro figlio, Alfonso, di un anno più giovane, era invece rimasto in collegio. Avevano preso alloggio in un albergo nella parte alta del paese, la Villa Verde.
Ischia era già allora un centro turistico e termale molto rinomato, frequentato da villeggianti provenienti da mezza Europa. L’isola era incantevole, con i suoi pittoreschi centri abitati che dalla marina risalivano sulle alture retrostanti: Ischia porto, Forio, Lacco Ameno, Sant’Angelo. Le vigne si alternavano agli orti, in una campagna resa feracissima dalla natura dei terreni e dal clima particolarmente mite. La vegetazione spontanea era lussureggiante, piena di fiori e di piante odorose. Le sorgenti termali, le fumarole, i fanghi costituivano un richiamo di grande attrattiva e se da tempo le loro virtù curative erano note, con l’Ottocento avevano dato vita a un movimento turistico sempre più consistente.
Situata sulla costa settentrionale, quasi a mezza strada tra Ischia porto e Lacco Ameno, Casamicciola era allora forse la località più rinomata dell’isola. Dalla marina, dove arrivavano i battelli a vapore che assicuravano il collegamento con la terraferma, si saliva per la ripida via Margherita, a piedi o a dorso di asino. Lì c’erano la caserma dei carabinieri e l’ufficio del telegrafo. Si arrivava a un trivio, familiarmente detto il Calvario, dal quale a sinistra si poteva proseguire verso gli stabilimenti dei bagni; a destra una stradicciola portava all’albergo Piccola Sentinella e al Grand Hotel des Étrangers. Andando dritto si arrivava alla zona delle ville più belle e degli alberghi più eleganti: la Villa Verde, la villa Pisani, villa Sauvet, la Grande Sentinella, e la Villa Zavota, che già traguardava verso Lacco Ameno, dove soleva soggiornare il grande storico francese del Cristianesimo, Ernest Renan. Una zona era nota come Paradisiello, ma il nome poteva parere adatto a tutta la località.
Il 4 marzo di due anni prima, 1881, Casamicciola era stata colpita da un terremoto, e non si era trattato di cosa lieve. Gli effetti erano stati notevoli soprattutto nella parte alta del paese, ma gli alberghi erano stati in gran parte risparmiati. Crollarono due-trecento abitazioni. C’erano stati 121 morti, 140 feriti e parecchie persone erano rimaste senza tetto[2]. Si era trattato di un evento sismico con alcune singolarità; la zona colpita era notevolmente circoscritta: la parte bassa del paese, verso il mare, praticamente non aveva riportato danni, e così le altre località, anche limitrofe, dell’isola. I danni si erano concentrati nella parte alta, ma anche qui avevano riguardato per lo più abitazioni private di cattiva qualità edilizia. Evidentemente l’epicentro dovette essere molto superficiale, e questo rese e rende tuttora difficile stimare esattamente la magnitudo di quel terremoto.
La cosa singolare, comunque, è che quell’evento sismico, che tra l’altro era solo l’ultimo di una lunga catena, che aveva visto l’isola colpita da terremoti gravi, nel 1301, nel 1796, nel 1828, non sembrò incidere negli anni seguenti sulle scelte dei villeggianti. Molte case furono ricostruite in fretta; i non gravi danni alle strutture alberghiere riparati altrettanto rapidamente. Il sindaco di Casamicciola, timoroso di riflessi negativi sul turismo, aveva chiesto un parere a un geologo, il prof. De Rossi, e questo lo aveva ampiamente rassicurato: «forse neppure una volta sopra diecimila un terremoto rovinoso è ritornato dopo poco tempo sul teatro medesimo […] l’esperienza insegna che il luogo il quale provò una recente catastrofe è per lungo tempo il più sicuro contro una simile impresa»[3].
Questa previsione era destinata ad essere smentita prestissimo, e nel modo più doloroso. Alle 21.30 del 28 luglio 1883 un terremoto rovinoso si abbatté sull’isola, con epicentro proprio nelle vicinanze di Casamicciola. La scossa principale, durata 13 secondi e di intensità 5.8 gradi Richter (dieci della scala Mercalli), produsse danni enormi a Casamicciola, e gravissimi a Lacco Ameno e a Forio. Fu avvertita distintamente anche a Napoli. Proprio la parte alta del paese, dal lato verso Lacco Ameno, fu quella maggiormente devastata.
Sono le nove e mezza della sera. Casamicciola risplende di mille lumi: alberga in essa la gioia e la vita. Quando in un baleno la coprono le tenebre: in essa regna il dolore e la morte. S’ode d’improvviso un rombo cupo e profondo; un boato orribile e tremendo […] in soli tredici secondi ebbe termine l’opera di distruzione, d’inaudito terrore e di generale desolazione […] Precipitavano confusi insieme uomini, donne, fanciulli, fino a raggiungere abbracciati e ammonticchiati i pianoterra o le sottostanti cantine restando ivi sepolti e coperti dalle macerie, che ricadendo dall’alto formarono mucchi di rovine che furono la pietra sepolcrale di tanti infelici[4].
Moltissimi edifici crollarono; le fondazioni cedettero; le strade smottarono o si riempirono di detriti. I danni, meno imponenti verso la marina, furono catastrofici nelle altre parti del paese. Gli alberghi furono duramente colpiti: la Piccola Sentinella come risucchiata in una voragine, la Grande devastata. Villa Verde, dove alloggiavano i Croce, appare in una fotografia scattata dopo il terremoto completamente scoperchiata e squarciata. Su 4600 abitanti, le vittime si stimarono a quasi 1800, e in tutta l’isola furono più di 2500, di cui tra sei e settecento turisti. «Casamicciola distrutta»; «Casamicciola non esiste più» titolarono i quotidiani nei giorni successivi. E non si trattava di esagerazioni, come documentano le molte foto scattate tra le macerie. Non per nulla per lungo tempo il nome di Casamicciola, in Italia, è stato sinonimo di disastro e di sconquasso: «è successo Casamicciola»; «è stata una Casamicciola», uno spostamento per antonomasia che non si è verificato nemmeno per tragedie di maggiori dimensioni.
Il crollo di gran parte dell’albergo dove alloggiavano travolse tutta la famiglia Croce. La madre e la sorella morirono probabilmente sul colpo. Il padre e il figlio finirono sepolti dalle macerie, ma ancora in vita. Il padre, però, spirò qualche ora dopo e solo Benedetto sopravvisse. Nel Contributo alla critica di me stesso, l’autobiografia intellettuale scritta da Croce nel 1915, la tragedia è ricordata con commozione, ma in poche righe:
Una brusca interruzione e un profondo sconvolgimento sofferse la mia vita familiare per il terremoto di Casamicciola del 1883, nel quale perdetti i miei genitori e la mia unica sorella, e rimasi io stesso sepolto per parecchie ore sotto le macerie e fracassato in più parti del corpo[5].
Molto più dettagliato è il racconto che si trova in un precedente scritto autobiografico di Croce, il Curriculum vitae datato al 10 aprile 1902:
Nel luglio 1883 mi trovavo da pochi giorni, con mio padre, mia madre e mia sorella Maria, a Casamicciola, in una pensione chiamata Villa Verde nell’alto della città, quando la sera del 29 [sic] accadde il terribile tremuoto. Ricordo che si era finito di pranzare, e stavamo raccolti tutti in una stanza che dava su una terrazza: mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui, mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo l’una accanto all’altra, quando un rombo si udì cupo e prolungato, e nell’attimo stesso l’edifizio si sgretolò su di noi. Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi poco dopo e restai calmo, come accade nelle grandi disgrazie. Chiamai al soccorso per me stesso e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii a districarmi. Verso mattina fui cavato fuori, se ben ricordo, da due soldati e steso su una barella all’aperto. Mio padre, mia madre e mia sorella furono rinvenuti solo nei giorni seguenti, morti sotto le macerie: mia madre e mia sorella abbracciate[6].
La macchina dei soccorsi, infatti, si mise in moto abbastanza rapidamente sull’isola; molto più lentamente, e non senza strascichi di polemiche, quelli assai più numerosi che dovevano arrivare dalla terraferma. Ischia porto, fortunatamente, non ebbe che danni molto limitati, e i militari presenti nello stabilimento balneare dell’esercito, unitamente alla compagnia del 20° fanteria di stanza sull’isola, poterono accorrere nella notte. L’allarme a terra fu dato per telegramma, nelle primissime ore del 29 luglio. Il piroscafo Tifeo, che si trovava alla fonda nel porticciolo, quando si comprese l’entità della tragedia, salpò alla volta di Napoli per comunicare l’accaduto e imbarcare soccorsi. Il prefetto di Napoli giunse il mattino del 29 attorno alle ore 7, con una trentina di guardie municipali, mentre nella tarda mattinata dello stesso giorno arrivarono un centinaio di soldati. Nel pomeriggio, finalmente, duecento uomini del 16° fanteria di stanza a Bagnoli, e nei giorni seguenti continuarono ad affluire uomini e aiuti: tende, medicinai, viveri. Francesco Genala, ministro dei lavori pubblici del quinto governo Depretis, è a Casamicciola dalla tarda serata del giorno successivo alla scossa distruttiva. Le scosse si susseguono, e la sera arriva anche la pioggia. Le operazioni di recupero dei superstiti e delle salme andranno avanti per giorni.
L’eco sulla stampa è enorme, e non solo sui giornali italiani. Come abbiamo detto, Ischia era una stazione turistica internazionale, molte vittime erano straniere e gran parte dei turisti appartenevano all’alta società dell’epoca: banchieri, grossi commercianti, nobili, magistrati, possidenti. I lettori di giornali, all’epoca una minoranza più colta e abbiente, formano un pubblico che vuole conoscere la loro sorte, è avido di notizie. Le leggende e gli aneddoti fioriscono, per colorire una cronaca che altrimenti sarebbe solo triste. Così si dice che nel teatro allestito all’aperto l’attore Enrico Petito, con la maschera di Pulcinella, quando sopraggiunse l’evento sismico stesse recitando la prima scena di una farsa in cui si mettevano alla berlina i timori del terremoto. Alla Piccola Sentinella un pianista inglese stava suonando, prima dei Lieder di Schumann, poi, addirittura, la Marcia Funebre di Chopin. L’estensore della cronaca non resiste alla suggestione simbolica, e sorvola sulla scarsa plausibilità di una simile scelta musicale in una serata di divertimento[7].
Non metterebbe conto soffermarsi su questi aneddoti, se uno di essi riguardante proprio Croce non fosse stato ripreso di recente da Roberto Saviano, dando vita ad una polemica finita nelle aule di tribunale. La diceria riguarderebbe il padre di Croce, che avrebbe detto al figlio di promettere una grossa somma a chi si offrisse di salvarlo, e la sua origine è in un articolo di giornale, precisamente il «Corriere del mattino» del 31 luglio 1883. Il giornale riporta un racconto abbastanza vicino a quello che abbiamo letto nel Curriculum vitae:
Il giovinetto superstite di questa ricchissima famiglia foggiana, stabilita da lunghi anni a Napoli, conserva una memoria precisa dell’accaduto. La madre e la sorella sparirono nel vortice del crollamento, né si udì di loro alcuna voce. Egli che era seduto a un tavolino insieme con il padre, precipitò. Il padre fu tutto coperto dalle macerie, ma parlò dalle nove e mezza del sabato fino alle undici antimeridiane della domenica successiva. Benedetto era sepolto fino al collo dalle pietre, aveva però il capo fuori di esse. Il giovinetto fu estratto dalle rovine verso mezzogiorno, poco prima che il padre avesse cessato di parlare.
A parte l’errore finale e quello iniziale (le famiglie del padre e della madre di Croce erano entrambe abruzzesi, non pugliesi, anche se nel Tavoliere avevano grosse proprietà terriere), si tratta molto probabilmente di una testimonianza basata sul racconto del superstite. L’insinuazione che segue, invece, è, appunto, un’insinuazione, ma almeno viene correttamente attribuita a una voce terza, e non all’interessato, l’unico che potesse averne cognizione: «si racconta che con gran senso pratico dicesse al figlio ‘offri centomila lire a chi ti salva’», e dunque è già posta su di un piano di attendibilità molto diverso. La paradossalità dell’offerta formulata in quella situazione, nella quale ovviamente l’eventuale soccorritore non avrebbe potuto sapere chi la pronunciava, e l’enormità della cifra (equivalente a poco meno di mezzo milione di euro attuali) rende palesemente inventata l’aggiunta, che tutto lascia pensare creata dal giornalista per fare colore. E a nulla valgono le successive riprese della diceria, che sono evidentemente dipendenti da questa prima. La troviamo ripetuta nel volume del Del Balzo, che esordisce proprio riprendendo l’errore sull’origine della famiglia che abbiamo appena visto (e in filologia si direbbe che siamo di fronte ad un errore congiuntivo, ossia tale da dimostrare la dipendenza del secondo testo dal primo): «Era anche a Villa Verde tutta la ricca famiglia Croce di Foggia. Erano nella loro camera …», prosegue ricalcando il racconto del giornale, e conclude «Al contrario il sig. Croce, sebbene del tutto sepolto, parla di sotto alle pietre. Il suo figliolo gli è daccanto, coperto fino al collo dalle pietre e dai calcinacci. E il povero padre gli dice: “offri centomila lire a chi ti salva”, e parla col figlio, che non può far nulla per sé, nulla per il babbo, tutta la notte!»[8].
I giornalisti, almeno quelli dell’Ottocento, avevano una certa licenza nell’inventare aneddoti coloriti. Il biografo, che è comunque uno storico, ha il dovere di segnalarli come tali e di stare ai fatti. E i fatti sono quelli che abbiamo visto: il giovane Benedetto venne salvato al mattino del 29, «fracassato in più parti del corpo». Le note biografiche del 1902 sono più dettagliate anche sui danni riportati:
Io m’ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro; ma risentivo poca o nessuna sofferenza, anzi come una certa consolazione di avere, in quel disastro, anche io ricevuto qualche danno: provavo come un rimorso di essermi salvato solo tra i miei, e l’idea di restare storpio o altrimenti offeso mi riusciva indifferente[9].
La convalescenza non fu breve, in effetti. Alla notizia del disastro era accorso a Ischia un cugino di Croce, Paolo Petroni, figlio della zia per parte paterna Marianna, andata in sposa a Francesco Petroni. Il cugino lo aveva fatto trasportare nella propria casa di Napoli, dove il ragazzo venne curato. Dalle lettere che Silvio Spaventa, cugino del padre e destinato a fare da tutore al minore e a ospitarlo a Roma nei due anni successivi, gli indirizzò nei mesi che seguirono la tragedia, apprendiamo che entrambe le fratture, ancora a due mesi di distanza, gli creavano problemi («non mi basta sapere che la gamba vada meglio, tanto da arrischiarti di camminare ora con le sole grucce; del braccio avrei voluto intendere qualcosa di più consolante»[10]). In particolare un nuovo incidente alla gamba («bisogna che tu non ti lasci sopraffare dalla mala ventura della tua gamba, ma ti faccia animo e confidi in una perfetta guarigione»[11]) rese impossibile un perfetto recupero di funzionalità e causò un lieve ma permanente difetto nella deambulazione[12].
Le ferite fisiche, tuttavia, erano destinate in qualche modo a rimarginarsi. Quelle psicologiche, invece, si può dire non si rimarginarono mai, e sarebbero destinate a riaffiorare in Croce nei momenti di crisi. Il terremoto, forse ancora più di altre catastrofi, proprio per la sua immediatezza e imprevedibilità, provoca in tutti coloro che lo hanno vissuto in modo grave un trauma profondo. Croce non fa eccezione. Lungo tutto l’arco della sua vita, Croce rimase sempre molto sensibile alla notizia di eventi sismici simili, purtroppo non rari nel nostro Paese.
In particolare il terribile terremoto di Messina e Reggio Calabria lo gettò nell’agitazione e nello sconforto, anche per i numerosi amici che Croce aveva nella città dello Stretto. I Taccuini di Lavoro, una sorta di diario giornaliero che Croce tenne a partire dal 27 maggio 1906 fino al settembre del 1949, per registrarvi non già «sentimenti e pensieri» ma «il resoconto delle sue giornate», alla data del 29 dicembre del 1908 riportano: «Angosciato alla notizia del terremoto di Messina e dall’incertezza sulla sorte di parecchi amici che ho colà […] Mi è stato impossibile far nulla nella giornata. Ho passato alcune ore a letto». E il giorno dopo: «Continua l’angoscia. Non ricevo notizie»[13]. Nei giorni successivi Croce apprende la scomparsa del giovane storico della letteratura Antonio Fusco, al quale era legato da particolare affetto, e ne scrive al linguista tedesco Karl Vossler:
Il disastro di Messina ci ha gettati nell’angoscia e nel lutto. Avevo tanti amici colà! Qualcuno si è salvato, come il Lombardo-Radice [Giuseppe Lombardo Radice, docente di Pedagogia]; altri, come il Salvemini vi ha perduto tutta la famiglia e fa temere per la sua ragione [Gaetano Salvemini, professore di Storia, perse nel terremoto la moglie e i cinque figli]; il povero Fusco, di cui tu hai recensito il libro su Castelvetro, sembra sia rimasto sotto le macerie: tutte le ricerche, che ne sono state fatte fare da me, sono riuscite vane. E per me la perdita del Fusco è come quella di un figlio[14].
Il dolore per la sorte altrui è il riflesso e il portato di un dolore personale che richiese tempo per venire elaborato e che non fu mai del tutto superato, come testimonia del resto il passo del Curriculum vitae, nella sua forma assai più estesa, dettagliata e intima rispetto alla notizia riportata nel Contributo alla critica di me stesso[15]. Croce vi accenna al «rimorso» per essere stato il solo tra i familiari presenti ad aver salva la vita, e questa è una reazione ben comprensibile e comune a molti sopravvissuti a una catastrofe; accenna al fatto che i danni fisici potevano in quella circostanza apparirgli una sorta di «consolazione», nota una certa «indifferenza» per le proprie condizioni, segno sicuro di una condizione depressa. Questi stati d’animo, vedremo, si prolungheranno nel biennio successivo, 1884-1885, quello che Croce trascorrerà a Roma a casa di Silvio Spaventa.
Gli interpreti più fini hanno spesso notato come proprio nell’esperienza del terremoto affondi quell’angoscia più volte confessata da Croce in vari momenti della sua vita, e che lo rende così lontano da quello stereotipo di pensatore olimpico, tutto conciliato e ottimista, che tanto ha contribuito, a torto, a renderlo inviso a molti. Maria Panetta ha visto nel terremoto una sorta di Apocalissi personale, lentamente e faticosamente addomesticata[16]; Gennaro Sasso ha parlato di «cellula generatrice delle sofferenze complicate, insidiose, e tutte iscritte nella profondità dell’anima, che di lì in seguito, e per vari anni, il giovane Croce sofferse»[17]. Ma forse si può andare ancora oltre, e vedere nel terremoto, nella perdita dei genitori e nella faticosa riconquista di un equilibrio, l’evento generatore non solo di una disposizione di spirito a lungo conservata, ma addirittura della vocazione filosofica.
La tragedia di Casamicciola fu, per molti versi, per Croce, una seconda nascita. Lo tolse alla famiglia di origine, un ambiente tradizionale, e lo mise a contatto con un ambiente del tutto diverso, frequentato da uomini politici e intellettuali. Costrinse un giovane di diciassette anni a cambiare città, a vivere lontano dagli amici e quasi senza contatti con i coetanei. Al tempo stesso, rese il giovane Croce interamente padrone della propria vita, libero, grazie ai beni di famiglia, di dedicarsi a ciò che lo interessava senza problemi pratici. Il rimorso per essersi salvato, lui solo, si tramutò in un fortissimo impulso al dovere, in una morale severa di autocontrollo e di rifiuto di ogni tipo di dissipazione. Il bisogno di orientamento, di trovare un senso alla propria vita lo spinse, lentamente, non subito, verso la ricerca filosofica.
È quasi sempre ozioso, un trastullo per momenti in cui non abbiamo di meglio da fare, fermarsi a fantasticare cosa sarebbe stata una vita, la nostra o quella di un altro, senza un evento che ci pare retrospettivamente determinante, un amore, un’amicizia, un incontro. Ma certo non è fantasticare dire che la vita di Croce, se non ci fosse stata Casamicciola, sarebbe stata diversa, molto diversa. Raffaele Colapietra apre il suo libro Benedetto Croce e la politica italiana con queste parole: «Benedetto Croce è nato alla vita politica la tragica sera del terremoto di Casamicciola, il 28 luglio 1883». Forse non solo alla politica, ma alla filosofia[18].
- Per gentile concessione dell’editore Il Mulino di Bologna, che si ringrazia, si anticipa il capitolo iniziale del volume di Paolo D’Angelo, in corso di pubblicazione, dal titolo Benedetto Croce. La biografia. ↑
- Il terremoto del 28 luglio 1883 a Casamicciola nell’isola d’Ischia, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1998, pp. 52-57. ↑
- C. Del Balzo, Cronaca del tremuoto di Casamicciola, Napoli, Carluccio & De Blasio, 1883, pp. 132-37. ↑
- F. De Andreis, I terremoti e l’isola d’Ischia nel luglio 1883, Genova, Pellas, 1883, p. 3. ↑
- B. Croce, Contributo alla critica di me stesso, Milano, Adelphi, 1989, p. 22. ↑
- B. Croce, Curriculum vitae, in Id., Memorie della mia vita. Appunti che sono stati adoprati e sostituiti dal “Contributo alla critica di me stesso”, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, 1966. La data del 29 è evidentemente un lapsus calami o, più probabilmente, un lapsus memoriae: si tenga presente che lo scritto non era destinato alla pubblicazione e venne stampato solo dopo la morte dell’autore. ↑
- C. Del Balzo, Il tremuoto cit., p. 6. ↑
- C. Del Balzo, Cronaca del tremuoto cit., pp. 15-16. La diceria fu ripresa, oltre che da alcuni altri resoconti scritti a ridosso dell’avvenimento, in un articolo di U. Pirro su «Oggi» del 13 aprile 1950, che fa un calco delle espressioni usate nell’articolo del «Corriere del mattino», confermando così che si tratta della fonte unica di tutte le narrazioni successive. ↑
- B. Croce, Curriculum vitae cit., p. 11. ↑
- Elena e Alda Croce, Lettere di Silvio Spaventa a Benedetto Croce, in Un augurio a Raffaele Mattioli, Firenze, Sansoni, 1970, p. 245. ↑
- Ivi, p. 247. ↑
- R. Franchini, Note biografiche di Benedetto Croce, Sorrento, Il sorriso di Erasmo, 1983, p. 14 (I ed. Torino, ERI, 1953). Si tratta di un testo ricavato da Franchini rielaborando lunghe conversazioni avute con il filosofo poco prima della sua morte per la trasmissione radiofonica Le mie memorie. ↑
- B. Croce, Taccuini di Lavoro, Napoli, Arte Tipografica, 1987, vol. I (1906-1916), pp. 139-40. ↑
- B. Croce, lettera a K. Vossler del 5 gennaio 1909, in Carteggio Croce-Vossler, 1899-1949, a cura di E. Cutinelli-Rendina, Napoli, Bibliopolis, 1991, pp. 119-20. Toni altrettanto accorati nelle lettere di Croce a Gentile del 2 e del 4 gennaio 1909, in B. Croce, Lettere a Giovanni Gentile, a cura di A. Croce, Milano, Mondadori, 1981, pp. 339-40. Su A. Fusco si veda il commosso ricordo di Croce in Pagine sparse, vol. II, Napoli, Ricciardi, 1943, pp. 48-58. ↑
- Si veda G. Sasso, Per invigilare me stesso. I Taccuini di lavoro di Benedetto Croce, Bologna, Il Mulino, 1989, pp. 15-17. ↑
- M. Panetta, Croce e la catastrofe. Gli scenari apocalittici dei terremoti di Casamicciola e Reggio, in «Studi (e testi) italiani», 2005, 15, pp. 155-71; poi ripubblicato con aggiornamenti bibliografici in «Diacritica», n. 25, 25 febbraio 2019.↑
- G. Sasso, Per invigilare me stesso, op. cit., p. 17. Si veda anche A. Musci, La ricerca del sé. Indagini su Benedetto Croce, che insiste sul trauma come innesco dell’autobiografia, ed E. Giammattei, La biblioteca e il dragone. Croce, Gentile e la letteratura, Napoli, ESI, 2001, p. 52. ↑
- R. Colapietra, Benedetto Croce e la politica italiana, Bari/Santo Spirito, Edizioni del Centro librario, 1969, vol. I, p. 9. ↑
(fasc. 43, 25 febbraio 2022)