Se si volesse trovare una parola per descrivere il mondo dell’editoria curda in Turchia si potrebbe scegliere, intendendola in senso positivo, “ostinazione”[1]. Con questo termine non si vuole soltanto mettere in evidenza l’impegno dei singoli editori nella promozione di una lingua – il curdo nelle sue varianti kurmanji e zazaki[2] – e una cultura “ferite” da decenni di repressione e assimilazione, ma anche rendere conto del travagliato percorso che ha preceduto e preparato la nascita di un campo editoriale curdo nel paese. Com’è prevedibile, infatti, la storia particolare dell’editoria curda in Turchia si trova all’intersezione di diversi macroprocessi storici e politici che per anni ne hanno impedito la nascita e che oggi continuano a influenzarne lo sviluppo. In primo luogo, si fa riferimento alla complicata e sofferta “questione curda”, per cui i confini orientali e sud-orientali della Turchia non sono altro che una delle tante frontiere politiche che hanno determinato la frammentazione del mondo curdo in seguito alla Prima guerra mondiale[3].
Fin dai primi anni di vita della Repubblica turca, la componente curda – circa un quarto della popolazione totale – è stata vista come una minaccia per l’unità nazionale. Puntando sull’omogeneità etnica, culturale e linguistica secondo le linee ideologiche del kemalismo, i governanti della Turchia hanno a più riprese negato la stessa esistenza di diversità culturali all’interno del paese e, in particolare, di un’identità curda. Termini come “curdi” e “Kurdistan” sono stati a lungo considerati parole tabù da sostituire con circonlocuzioni quali, rispettivamente, “turchi delle montagne” e “Est”[4]. Questo atteggiamento, accompagnato da decenni di politiche volte all’assimilazione e leggi appositamente pensate in chiave anti-curda – tra cui il divieto dell’uso della lingua curda, delle pubblicazioni e dell’insegnamento[5] –, ha avuto effetti deleteri sulla lingua e sulla cultura curda al punto che, ormai, diversi studiosi descrivono il fenomeno con termini quali “linguicidio” e “etnocidio”[6].
Quindi, anche se sul finire dell’epoca ottomana erano apparsi i primi libri curdi a stampa[7] e sembrava che potesse nascere un campo editoriale autonomo, le politiche anti-curde messe in piedi dalla neonata Repubblica turca hanno bruscamente interrotto questo processo. Dal 1924 al 1991 la lingua curda è stata bandita dalla legge e qualsiasi pubblicazione in curdo in quegli anni era semplicemente illegale. Secondo i dati raccolti da Malmisanij, dalla nascita della Repubblica all’abrogazione del divieto sulla lingua sono stati pubblicati in Turchia soltanto venti libri curdi[8]. Usciti per la maggior parte tra gli anni ’60 e ’70, questi testi anticipano la successiva nascita dell’editoria curda e sono una testimonianza della necessità “ostinata”, e il più delle volte difesa a caro prezzo, di far sopravvivere una cultura e una lingua altrimenti destinate all’oblio.
In secondo luogo, la storia delle pubblicazioni curde in Turchia ha attraversato diverse fasi, subendo l’influenza del generale contesto politico e sociale del paese. I continui stravolgimenti e colpi di stato che hanno caratterizzato la storia della Turchia dalla seconda metà del secolo scorso hanno determinato l’alternarsi di fasi di timida apertura democratica con fasi repressive e autoritarie. Come vedremo più avanti, si potrebbe convenzionalmente scegliere il 1991 come anno di nascita di un campo editoriale curdo in Turchia. Lasciando momentaneamente da parte gli anni ’90, si può dire che l’editoria curda ha dovuto, per gran parte della sua esistenza, fare i conti con un paese guidato dal Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP, Adalet ve Kalkınma Partisi) e in particolare dalla figura politica di Recep Tayyip Erdoğan (n. 1954). È evidente che, oltre all’evoluzione dell’atteggiamento del governo nei confronti della “questione curda”, la situazione politica generale del paese, spesso poco propenso alla libertà di stampa e di parola, continua ad avere una forte influenza sulla sorte degli editori e dei libri curdi.
Infine, un altro fattore da tenere in considerazione è lo sviluppo del movimento di liberazione nazionale curdo e in particolare il ruolo giocato dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK, Partîya Karkerén Kurdîstan). Il conflitto armato fra i militanti del PKK e lo stato turco iniziato a metà degli anni ’80 continua con fasi alterne e su linee parzialmente diverse ancora oggi. Negli anni ’90 – mentre si stavano formando le prime case editrici curde in Turchia –, l’estremo livello di tensione raggiunto negli scontri fra le due parti ha avuto come effetto quello d’intensificare la repressione dello stato contro i curdi. Anche l’editoria curda ne ha risentito, rimanendo, per circa dieci anni, in una sorta di fase di stallo. Al contrario, il diminuire dell’intensità degli scontri a inizio anni 2000 e un tentativo, sebbene poi rivelatosi fallimentare, di risolvere pacificamente il conflitto tra il 2013 e il 2015 (“Processo di pace”) hanno avuto effetti visibilmente positivi sulle pubblicazioni curde in quegli anni.
Alla luce di tutto ciò, appare evidente come pubblicare libri curdi in Turchia non sia mai stata un’attività facile né tantomeno sicura. Il caso relativamente recente di un’editoria curda in Turchia è unico nel suo genere e di estremo interesse, anche solo per il fatto di trovarsi al crocevia delle tante traiettorie e percorsi che compongono la “questione curda”; tuttavia, come accade per molti altri aspetti del mondo culturale curdo, esistono pochi studi al riguardo[9]. Il presente contributo, nel tentare di descrivere la storia, le problematiche e le innovazioni proprie dell’editoria curda in Turchia, si propone di offrire un quadro complessivo del fenomeno partendo dalle domande: che cosa si intende per editoria curda? Quando e come si è sviluppata in Turchia?
Cos’è l’“editoria curda”?
Una delle difficoltà proprie dei cosiddetti Kurdish studies consiste nell’avere a che fare con un mondo – quello curdo – pieno di sfumature e frammentazioni: i diversi stati in cui è diviso, le diverse varianti linguistiche, i diversi alfabeti, le diverse religioni etc. Il termine “editoria curda” sembrerebbe non dare problemi di per sé, ma richiede comunque che si facciano alcune considerazioni.
Innanzitutto, l’aggettivo “curdo/a” racchiude dentro di sé un groviglio infinito di sottocategorie semantiche nel quale non è sempre facile addentrarsi. Per esempio, può capitare che chi in Turchia parli lo zazaki (kırmancki) si definisca innanzitutto come zaza (kırmanj) e solamente in seguito come curdo. Inoltre, recentemente alcuni linguisti hanno avanzato l’ipotesi che lo zazaki non faccia nemmeno parte della lingua curda[10]. In questo caso, le case editrici che pubblicano libri in zazaki vanno considerate facenti parte dell’“editoria curda” o meno? L’approccio del presente articolo sarà quello di richiamarsi al concetto di Kurdayêti (‘curdità’) e tenere insieme le differenze nell’unico termine “curdo/a”, tranne nel caso in cui si ritenga necessario fare delle specificazioni.
Inoltre, quando si parla di “editoria curda”, si parla in realtà di una somma di diverse editorie curde più o meno indipendenti le une dalle altre. L’editoria curda in Turchia è una di queste. Pur essendo il fenomeno più recente, è diventato, ormai, quello numericamente più rilevante e produce soprattutto libri scritti in kurmanji e in zazaki, utilizzando il cosiddetto “alfabeto Hawar” basato sui caratteri latini. Un altro importante esempio di editoria curda è quello che si è sviluppato in Iraq a partire dal secondo dopoguerra[11]: in questo caso, i libri pubblicati sono quasi sempre scritti nella variante sorani, utilizzando l’“alfabeto sorani” basato sui caratteri arabi. Alcune case editrici curde, poi, sono state fondate anche in Siria[12] e in Iran[13], anche se il numero di libri ivi pubblicati è piuttosto esiguo. Inoltre, centinaia di libri curdi scritti in kurmanji sono stati pubblicati in Armenia – principalmente nel periodo sovietico –, utilizzando prima l’alfabeto latino e poi l’alfabeto cirillico[14].
La cosa più stupefacente, tuttavia, è stata la nascita, con il successivo sviluppo, di un vero e proprio fenomeno editoriale curdo in Svezia tra gli anni ’80 e la fine degli anni 2000[15]. Questa realtà, promossa in gran parte da curdi fuggiti dalla repressione e dall’arresto che li attendeva in Turchia, in seguito ai colpi di stato del 1971 e del 1980, ebbe una grande influenza sulla futura editoria curda in Turchia e può essere considerata come una sorta di anticipazione. Per la prima volta i curdi “settentrionali”[16] ebbero modo di pubblicare liberamente e con continuità libri scritti nella propria lingua[17].
Si può, quindi, dire che il caso dell’editoria curda in Turchia s’inserisce in una rete editoriale più ampia anche se spesso, per via della situazione politica e delle differenze linguistiche e geografiche, le varie parti sono solo parzialmente in contatto tra loro. Il caso turco dell’editoria curda può essere studiato come un fenomeno a sé stante che possiede proprie dinamiche specifiche anche se, come si è detto, si dovrà tenere conto, soprattutto nella prima fase, dell’influenza giocata dall’editoria “sorella” in Svezia. Vediamo, dunque, in che contesto e con quali modalità è potuta nascere un’editoria curda in Turchia.
La nascita delle prime case editrici curde in Turchia: gli anni ’90 come fase “embrionale”
Nel 1991 venne abolita la legge che vietava la lingua e le pubblicazioni curde. Come si è accennato, si può convenzionalmente scegliere questa data come anno di nascita dell’editoria curda in Turchia, ed effettivamente il venir meno del divieto rappresentò un vero spartiacque nella storia della pubblicazione di libri curdi in Turchia. Questa svolta si verificò in seguito all’elezione a Presidente della Repubblica dell’allora primo ministro Turgut Özal (1927-1993), un esponente politico che aveva origini curde da parte materna e che riformò profondamente il paese, liberalizzando la politica e l’economia. Da primo ministro aveva perseguito le tradizionali politiche di assimilazione nei confronti dei curdi e aveva istituito il sistema delle “Guardie del villaggio” (Köy Korucuları) – milizie curde filogovernative –, con lo scopo di contrastare la guerriglia del PKK e dividere i curdi dall’interno. La stessa creazione nel 1987 del Governatorato della regione in stato d’emergenza (OHAL: Olağanüstü Hâl Bölge Valiliği), che aveva posto gran parte delle province curde sotto lo stato d’emergenza, era stata voluta da Özal. Una volta eletto Presidente, tuttavia, cercò di risolvere la questione curda in modo democratico, attraverso una politica di riconoscimento e l’apertura al dialogo con il PKK. Abdullah Öcalan (n. 1948), guida del partito, sembrò accogliere i segnali positivi e il 17 marzo 1993 dichiarò il cessate il fuoco, spiegando in conferenza stampa che i curdi in Turchia «vogliono la pace, il dialogo e la libertà politica nel quadro di uno stato democratico» (Hürriyet 1993)[18]. Questa storica opportunità nella direzione di una soluzione democratica della questione curda in Turchia, tuttavia, fallì in brevissimo tempo in seguito alla morte – da alcuni ritenuta sospetta[19] – dello stesso Turgut Özal il 17 aprile 1993. Il fallimento della tregua e la ripresa di politiche ostili nei confronti dei curdi determinarono una recrudescenza del conflitto, che negli anni ’90 raggiunse i massimi storici per intensità e violenza, causando la morte di circa quarantamila persone e la distruzione di più di tremila villaggi curdi[20].
È, dunque, nelle contraddizioni di un contesto del genere che si crearono le condizioni storiche per la nascita delle prime case editrici curde nel paese. La comparsa di un’editoria curda in Turchia è segnata fin dalle origini dall’ambiguità di uno stato che, da un lato, apre alla possibilità dell’uso della lingua e delle pubblicazioni e, dall’altro, mantiene molti dei provvedimenti anti-curdi degli anni passati, perseverando in atteggiamenti discriminatori e repressivi nei confronti di qualsiasi espressione cultura curda. Ciononostante, nell’arco di pochi anni fecero la loro comparsa alcune prime storiche case editrici curde quali Deng (1989), Doz (1990)[21], Nûbihar (1992), Avesta (1995), Pêrî (1997) e Aram (1998)[22], che iniziarono a pubblicare libri curdi, nonostante l’ambiguità dello stato e i rischi di tale scelta. Come ricorda Abdullah Keskin, proprietario di Avesta, la scelta di pubblicare libri in curdo fu presa senza alcuna garanzia su quali sarebbero state le conseguenze:
Francamente mi aspettavo di venir ucciso […]. Naturalmente eravamo spaventati ma, poiché tutto era già così negativo in quel periodo, avevamo poco da perdere. Solo anni dopo, a Berlino, ho potuto guardare indietro e rendermi conto di quanta paura avessi avuto in realtà […][23].
Tutte le case editrici curde di quegli anni pubblicavano libri sia in curdo sia in turco. Questo bilinguismo era in gran parte dovuto al fatto che non esisteva ancora né un mercato definito né una letteratura facilmente accessibile in lingua curda a cui riferirsi. D’altronde, dal momento che restava il divieto sull’insegnamento in qualsiasi lingua diversa dal turco, saper scrivere o anche solo leggere in curdo non era un’abilità affatto scontata. Mancava, insomma, un pubblico di lettori facilmente raggiungibile. Bisogna tener conto del fatto che fino ad allora l’unica fonte di lettura in curdo era stata determinata da quei pochi testi curdi che circolavano clandestinamente:
In realtà all’epoca non avevamo nulla [tra le mani]. Prima degli anni ’80 alcune riviste e libri erano stati pubblicati […] ma non era possibile reperirli. Anche se alcuni dei libri pubblicati giungevano dall’estero – in particolare dalla Svezia – arrivavano per posta con grandi difficoltà oppure portati da qualcuno a proprio rischio e pericolo ed era un gran privilegio se riuscivi ad averne una copia. Le copie venivano poi duplicate e distribuite tra la gente[24].
Le mancanze da affrontare, anche solo da un punto di vista professionale ed economico, erano enormi; tuttavia, vi erano anche grande entusiasmo e voglia di colmare quel vuoto, che lunghi decenni di divieto della lingua avevano lasciato. Fu in quel periodo che vennero inaugurate a Istanbul due importanti organizzazioni di studio, promozione e diffusione della lingua e della cultura curda: il Centro culturale della Mesopotamia (NÇM, Navenda Çanda Mezopotamya, 1991-2016) e l’Istituto curdo di Istanbul (EKS, Enstîtuya Kurdî ya Stembol, 1992-2016)[25]. Il lavoro svolto negli anni da queste organizzazioni sarebbe stato fondamentale per la rinascita culturale curda.
Nel 1992 il giornalista, intellettuale e scrittore Musa Anter (1920-1992), tra i fondatori sia del NÇM che dell’EKS dove era da poco stato eletto presidente, venne assassinato a colpi di pistola da un uomo del JİTEM[26]. L’omicidio dell’amato “Apê” Musa, una delle personalità che più si erano spese per la lingua e la cultura curda[27], è emblematico della violenza e delle contraddizioni del periodo. Nel momento in cui viene tolto il divieto sulla lingua e nasce l’editoria curda in un contesto di apertura, essere attivi nella promozione culturale curda rimane un’occupazione rischiosa e fortemente ostacolata dallo stato.
Effettivamente la Turchia non ha mai concesso una piena libertà di stampa in senso democratico e ancora oggi questa questione può essere considerata di grande attualità[28]. Nel caso specifico dei libri e dell’editoria curda degli anni ’90, la situazione era la seguente: i libri scritti in curdo non venivano – di per sé – particolarmente presi di mira, mentre le pubblicazioni in turco su tematiche curde erano spesso soggette a confisca e divieto. Questa cosa a prima vista può sorprendere, ma bisogna tener conto di alcune considerazioni: i libri curdi pubblicati negli anni ’90 non sono tanti – Malmisanij calcola la pubblicazione di poco più di duecento libri curdi lungo il decennio[29] – e per la maggior parte si tratta di opere letterarie, religiose o dizionari. Più che la lingua, le autorità vietavano certe tematiche considerate tabù quali appunto la questione curda, ma anche la storia della sinistra turca, il genocidio degli armeni, la sessualità e la satira; l’accanimento contro le case editrici e gli editori curdi era comunque presente sulla base delle loro pubblicazioni in turco. Infine, come argomenta Abdullah Keskin, il curdo non era parlato da chi doveva emanare sentenze e il divieto di libri scritti in curdo rischiava, per certi versi, di metterli in risalto e diventare controproducente:
In quel periodo quando un libro in curdo veniva vietato, quel libro doveva essere esaminato. I giudici e i procuratori non parlavano curdo, era necessario un traduttore giurato e [il libro] doveva essere tradotto in turco. […] In sostanza l’abitudine dello stato era quello di ignorarlo perché quando vieti un libro in curdo gli dai legittimità a livello internazionale. Per questo motivo [il divieto] non venne applicato poi tanto[30].
Di fatto, un buon numero di editori, autori e traduttori curdi finirono in prigione per le loro attività letterarie. Nel caso degli editori, essi venivano ritenuti responsabili delle loro pubblicazioni al pari degli autori, sulla base dell’articolo 16 della Legge sulla stampa (Basın Kanunu, n. 5680, abrogata nel 2004), un articolo che era stato introdotto dalla giunta militare nel 1983[31]. Se fino al 1994 gli editori venivano “solamente” costretti a pagare salatissime multe, a partire da quell’anno iniziarono anche ad essere condannati a periodi più o meno lunghi di reclusione[32]. L’accusa tipica per questo tipo di provvedimenti e per il divieto di libri curdi (per lingua o per tematica) era quella di “separatismo”, “propaganda in favore di organizzazioni illegali” o “propaganda contro l’unità della nazione”. Gli editori e le loro pubblicazioni venivano accusati in merito ad alcuni articoli del Codice penale turco (TCK, Türk Ceza Kanunu)[33] e agli articoli n. 7 e n. 8 di una Legge contro il terrorismo (TMK, Terörle Mücadele Kanunu)[34], emanata proprio nel 1991. È chiaro che queste norme attuate contro i piccoli/medio-piccoli editori curdi ebbero effetti pesantissimi e furono una delle principali cause di freno nell’affermazione dell’editoria curda in Turchia. Tra multe, incarcerazioni, confische di libri, mancanza di supporto, ridotto numero di lettori e mille altri problemi, gli editori curdi risultavano fortemente svantaggiati e dovettero lottare ogni giorno per tenere in piedi le proprie attività.
Nonostante tutte queste difficoltà e impedimenti, si può guardare agli anni ’90 come all’inizio di una nuova era per la cultura curda. Visto che buona parte delle province a maggioranza curda rimasero sotto lo stato d’emergenza (OHAL) fino al 2002 e che in quelle zone – martoriate dalla guerra tra PKK e stato turco – libertà e diritti erano possibilmente ancor meno rispettati che altrove, tuttavia, la stragrande maggioranza delle pubblicazioni e delle attività culturali curde in questo periodo si localizzarono soprattutto in metropoli a Ovest quali Istanbul e Ankara. Qui, la pubblicazione di libri e riviste curde in quantità mai sperimentate prima d’allora diede nuovo impulso e vitalità al mondo culturale curdo. Diversi tra quelli che potremmo chiamare “attivisti culturali” parteciparono a questo processo con l’obiettivo di riprendere conoscenza di sé e della propria storia, ma anche con la volontà di percorrere nuove strade e sviluppare realtà fin lì rimaste nell’ombra. Il ruolo delle organizzazioni culturali curde, come si è già accennato, fu importantissimo in questo. Vennero promossi attività letterarie, studi accademici, compagnie teatrali, compagnie di danza, gruppi musicali, corsi d’arte e perfino illegalissime lezioni di lingua curda[35].
Nel 1992, sotto il patrocinio del NÇM, uscirono i primi numeri della rivista artistico-letteraria «Rewşen» (‘Luminosità’, 1992-1995 – poi «Jiyana Rewşen», ‘Vita luminosa’ 1996-2001, e infine «Rewşen-Name», ‘Lettera luminosa’, 2002)[36]. Sulle pagine di «Rewşen» si formò una nuova generazione di scrittori e intellettuali curdi – noti come “generazione Rewşen”[37] – che, oltre a innovare la lingua e la letteratura curde, avrebbe avuto un ruolo da protagonista nella nascita di alcune case editrici nel decennio successivo.
Uno dei maggiori meriti della rivista fu quello di voler espandere gli orizzonti della letteratura curda. Al di là della riscoperta delle opere poetiche del periodo classico, questa nuova generazione seppe confrontarsi con la letteratura mondiale, prendendo spunto e traducendo poesie e racconti di autori stranieri. In tutt’altra direzione ma altrettanto interessante è, invece, l’inedito ingresso dei curdi nel mondo dei fumetti. Nel 1992 venne pubblicata «Tewlo!» (1992)[38], una rivista bilingue che ebbe vita breve (soltanto tredici numeri), ma che è da considerare il primo storico esempio di pubblicazione curda a fumetti. Nel 1999 uscì «Pîne» (‘Spillo’, 1999-2001)[39], una seconda rivista di fumetti, questa volta interamente in curdo. Come ha ricordato İmam Cici, uno dei fondatori:
Nel 1999, insieme ad alcuni amici cominciammo a pubblicare la rivista umoristica/satirica «Pîne». Questa rivista ebbe un grande impatto. Destando preoccupazioni per via dell’influenza che aveva, fu sottoposta a pressioni e ostruzioni da parte dello stato turco. Quando ne fu vietata la distribuzione nelle province curde, gli ultimi numeri vennero pubblicati con nomi diversi[40].
Gli esempi originali di «Rewşen» e «Pîne» ci mostrano come le riviste siano state il primo e il principale luogo dove sperimentare linguaggi e concezioni innovative. La sensazione di doversi mettere al passo con i tempi, comunque, era sentita anche dagli editori curdi. Le primissime pubblicazioni della casa editrice Avesta, per esempio, consistettero in libri di scrittori curdi contemporanei consapevolmente scelti per presentare la letteratura curda «come una forza viva e non solamente un insieme di pochi polverosi classici di un’epoca lontana»[41]. Tuttavia, non deve sorprendere se la maggior parte degli autori contemporanei pubblicati dalle case editrici curde risulta essere attiva al di fuori della Turchia e in particolare in Svezia dove, come si è detto, era nata un’editoria curda con dieci anni di anticipo.
Facciamo alcune considerazioni: Stoccolma in quegli anni svolgeva ancora il ruolo di principale polo della letteratura kurmanji. Anche quantitativamente bisogna constatare che, pur essendo nata un’editoria curda in Turchia, per tutto il decennio il numero di pubblicazioni curde nel paese rimase mediamente inferiore a quelle in Svezia[42]. Sebbene si stesse formando una nuova generazione letteraria, in Turchia erano ancora pochi quelli che scrivevano effettivamente libri. Infatti, anche nel caso degli autori attivi sulle pagine di «Rewşen», essi iniziarono a scrivere libri soltanto sul finire del decennio.
Mehmed Uzun è, di fatto, lo scrittore maggiormente pubblicato dalle case editrici curde in Turchia negli anni ’90. Oltre alle sue opere, vengono pubblicati anche i testi di altri scrittori della diaspora svedese. La cosa interessante da notare è che nella maggior parte dei casi si tratta di riedizioni di titoli precedentemente editi dalle case editrici curde svedesi. Da sola la pratica di rieditare libri già pubblicati in Svezia costituì qualcosa come il 20-25% delle pubblicazioni totali negli anni ’90[43].
Per quanto riguarda i generi, la poesia è il genere più diffuso, e questo nonostante il romanzo sia in crescita e i primi esempi di romanzi curdi scritti e pubblicati in Turchia appaiano proprio in questi anni[44].
La pubblicazione di libri di poesia è segno di continuità con il passato, dal momento che questo genere è sempre stato il prediletto della letteratura curda. La novità, semmai, si nota in un’operazione come quella della casa editrice Deng, che tra il 1992 e il 2000 ha pubblicato in quattro volumi tutti gli otto diwan[45] del poeta Cigerxwîn[46].
Il lavoro di sistemazione e patrimonializzazione della tradizione letteraria curda è un’altra caratteristica portante dell’editoria curda di quegli anni. Il Mem û Zin di Ehmedê Xanî[47] traslitterato da M. E. Bozarslan, uno dei pochi libri che erano stati pubblicati negli anni ’60, è stato ripubblicato da Deng e nuovamente vietato dalle autorità turche[48]. La casa editrice Nûbihar ha pubblicato a più riprese libri di poeti dell’epoca classica. Sempre Deng ha ripubblicato alcuni romanzi di Ereb Şemo, tra cui Şivanê Kurmanca, il primo romanzo curdo della storia, edito in Unione Sovietica nel 1935. Le opere dei fratelli Bedirxan[49], essendo molto richieste, sono state pubblicate da varie case editrici. Avesta ha reso omaggio a Musa Anter, ripubblicando Bîrina Reş, il primo libro curdo uscito in Turchia (nel 1965) dopo la fondazione della Repubblica, e altri testi dell’autore. Insomma, dai poeti dell’epoca classica ai maggiori autori del XX secolo, si cercò di valorizzare un po’ tutto il passato letterario curdo.
Un’altra tipologia di libri pubblicati in gran numero furono quelli sulla lingua curda: grammatiche, dizionari, alfabeti. Ogni casa editrice si premurò di far uscire libri di questo tipo. Ciò può essere indicativo della volontà di riscoprire la propria lingua, un’esigenza evidentemente sentita da molti. In numero minore troviamo, infine, libri sul folklore curdo, libri di storia, libri legati alla religione (un genere tipico della casa editrice Nûbihar), libri di politica (pochi) e traduzioni. Queste ultime, sebbene in numero ridotto, presentano alcune caratteristiche interessanti: troviamo la traduzione di autori turchi[50], la traduzione di autori curdi che scrivono in turco[51], la traduzione di autori curdi che scrivono in sorani[52] e infine anche la traduzione di autori stranieri[53].
Considerando quanto analizzato fin qui, emerge l’immagine di un’editoria che non manca di vitalità, nonostante tutti gli impedimenti e le difficoltà del caso. Si tratta di una realtà ancora piccola – mediamente vennero pubblicati venti/trenta libri l’anno e questo numero rimase costante lungo tutto il decennio –, per molti versi amatoriale, che non riceve alcun supporto economico e anzi è ostacolata in ogni modo. In linea di massima, si può dire che la pubblicazione di libri in curdo e in generale la sopravvivenza di queste case editrici è possibile solo grazie alla parallela pubblicazione di libri in turco. Come sottolinea Mülayim:
Mentre i libri in curdo sono stati esclusi dalle principali reti di distribuzione e vendita in modo quasi categorico, i libri in turco si sono fatti strada nel mercato con relativa facilità […]. Dato che la portata di quel pubblico è molto più grande di quella dei libri curdi, essi offrono generalmente dei ritorni economici considerevoli e permettono quindi agli editori curdi di finanziare il ciclo economico in perdita della loro produzione culturale in curdo[54].
Il mancato “decollo” dell’editoria curda nel suo primo decennio di vita è strettamente legato a diversi fattori tra cui: decenni di politiche di assimilazione/“turchizzazione”; la discriminazione e il sospetto verso qualsiasi operazione culturale curda, nonostante la revoca del divieto; gli effetti negativi legati al conflitto tra lo stato turco e il PKK; le restrizioni sulla libertà di stampa ed espressione, l’arresto degli editori e la confisca dei libri; l’assenza sia di scrittori affermati che di un pubblico di lettori, ossia la necessità di creare un mercato da zero. Questa prima fase può essere definita come “fase embrionale”, una fase cioè in cui l’editoria curda è ancora un fenomeno piuttosto marginale e solo poche case editrici riescono a formarsi e sopravvivere tra le tante difficoltà.
Dal Processo di armonizzazione al Processo di pace: un periodo di possibilità e di sviluppo per l’editoria curda
Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, l’atteggiamento repressivo iniziò a essere rimpiazzato da alcune timide politiche nella direzione di un maggior riconoscimento dei curdi. Questo positivo – sebbene sempre parziale – cambio di paradigma si realizzò sulla scia di due eventi che ebbero luogo nel 1999. A febbraio Abdullah Öcalan venne catturato in Kenya dagli agenti segreti turchi con l’aiuto della CIA[55]. Qualche mese più tardi, a dicembre, il summit europeo di Helsinki elesse la Turchia a paese candidato per entrare nell’Unione Europea. Sul primo punto c’è da dire che, ancor prima della cattura di Öcalan, il PKK aveva dichiarato un cessate il fuoco (1999-2004) e in seguito ordinò il ritiro dei propri militanti in Iraq. Erano anni in cui il partito provava a ripensare se stesso in riferimento ad alcune riflessioni scritte da Öcalan in testi facenti parte della sua difesa legale. L’organizzazione annunciò che il suo obbiettivo non è più la creazione di un Kurdistan indipendente ma l’autonomia e l’autogoverno, secondo un modello di “Confederalismo democratico”[56]. Si trattava di un cambiamento notevole, che poneva le basi per una possibile risoluzione pacifica della questione curda in Turchia. Contemporaneamente, la candidatura della Turchia a un possibile ingresso del paese nell’Unione Europea diede il via a tutta una serie di riforme necessarie per rientrare nei parametri europei.
Nel 2002 la vittoria del neonato AKP guidato da Erdoğan inaugurò una fase di difficili riforme per l’allineamento della Turchia ai criteri dell’Unione Europea. In particolare, alla Turchia veniva richiesto di migliorare la situazione dei diritti umani nel paese, incrementando la libertà d’espressione e di associazione e rimuovendo le numerose restrizioni sui curdi. Tra i cambiamenti che in questa fase favorirono i curdi, troviamo l’abolizione dello stato d’emergenza, la possibilità – in realtà limitata – di insegnare il curdo in corsi privati[57], quella di registrare i propri figli con nomi curdi purché non fossero “sovversivi” o contenessero lettere non appartenenti all’alfabeto turco (Q, W e X, lettere invece usate nell’alfabeto curdo)[58], e infine la trasmissione di alcuni programmi televisivi in curdo, sebbene soltanto in modo parziale e limitato[59].
Come era già stato il caso per le politiche di apertura degli anni ’90, si nota anche in questo caso la tendenza a compiere passi “a metà”, lasciando in ogni campo diverse limitazioni alle libertà che venivano concesse ai curdi. Al livello di libertà di stampa, il meccanismo fu lo stesso e, diversamente da quello che si potrebbe credere, la situazione legale degli editori non migliorò poi così tanto rispetto agli anni Novanta. Per esempio, alcuni miglioramenti quali l’abolizione dell’articolo 8 del TMK nel 2003 o l’emanazione di una nuova Legge sulla stampa nel 2004 (n. 5187)[60] vennero controbilanciati dall’approvazione di nuovo codice penale (TCK, 2004)[61] che di fatto incluse nuovi mezzi per l’incriminazione di autori ed editori. In particolare, continua ancora oggi a far scalpore l’applicazione dell’articolo n. 301 che, spesso interpretato in senso ampio, criminalizza chiunque insulti pubblicamente la “turchicità”, parola che nel 2008 è stata sostituita da “nazione turca”. Nella pratica, come testimoniano i report annuali dell’Associazione degli editori turchi (TÜRKYAYBİR, Türkie Yayincilar Birliği)[62] compilati in quel periodo, numerosi libri continuarono a essere censurati e confiscati. Nonostante la nuova Legge sulla stampa del 2004 migliorasse la posizione degli editori, essi continuarono in determinati casi a essere arrestati e incarcerati in base ad articoli restrittivi presenti in altre leggi. Da questo punto di vista, la casa editrice Aram fu la maggiormente colpita e in quegli anni i suoi libri finirono costantemente sotto accusa, così come i suoi editori[63]. Un report dell’KHRP che nel 2008 seguì da vicino il processo a Ahmet Önal, editore di Pêrî, non poteva che constatare: «la situazione in Turchia per chiunque sia coinvolto nei media o nella stampa è repressiva nel caso in cui vengano approfonditi certi argomenti. Gli individui spesso affrontano processi con numerose accuse semplicemente per aver svolto il proprio mestiere ed esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione»[64]. La condanna di un editore di Tevn per aver usato le lettere “q”, “w” e “x” in due libri pubblicati dalla casa editrice mostra fino a che punto questo fosse vero[65].
Dopo poco tempo, i passi “a metà” e per molti versi ipocriti fatti fino ad allora nel riconoscimento dei diritti ebbero l’effetto di riattivare la guerriglia del PKK nel 2004. Contestualmente anche l’entusiasmo per una possibile adesione all’Unione Europea sembrò perdere di forza[66]. Ciononostante, nel 2009 vennero inaugurati un canale televisivo e una stazione radio interamente in curdo e, lo stesso anno, il governo lanciò il progetto chiamato “Processo di apertura democratica” (Demokratik açılım süreci) con l’obiettivo di migliorare gli standard democratici del paese. Parte di quest’iniziativa era rivolta ai curdi e auspicava la risoluzione della questione curda. Anche se l’AKP non incluse le centrali questioni dell’autonomia regionale e dell’educazione in curdo, vennero abbandonate alcune norme anti-curde, tra cui il divieto di parlare curdo in prigione e quello di usare il curdo nei discorsi politici e nelle campagne elettorali. Nel 2010 l’Università di Mardin inaugurò un Dipartimento in lingua e letteratura curda che, su pressione del governo, venne intitolato “Istituto di lingue vive” e non “Dipartimento di curdologia”, come sarebbe stato più ovvio. In seguito, nel 2012, il governo ha consentito l’insegnamento del curdo nelle scuole superiori, ma unicamente come corso a scelta[67]. Oltre a questi passi nella direzione di un riconoscimento culturale e politico dei curdi, l’AKP inaugurò una fase di dialogo con Öcalan e i rappresentanti europei del PKK, tant’è che il capo dei servizi segreti turchi Hakan Fidan incontrò gli ufficiali del PKK a Oslo. I cosiddetti “Incontri di Oslo” furono senz’altro un segnale importante della volontà di cercare una soluzione pacifica alla questione curda, ma si risolsero in un nulla di fatto. Lo stesso “Processo di apertura democratica” fallì nei propri intenti di apertura alla cultura curda, dimostrando di avere basi poco concrete e finendo per riaccendere per l’ennesima volta le tensioni e il conflitto armato nel 2011.
Nonostante tutto ciò, è comunque innegabile che l’avvio della fase di democratizzazione e di apertura nei confronti dei curdi nel corso degli anni 2000 ebbe effetti positivi sulla cultura curda in ogni ambito. Un effetto interessante da notare è il graduale spostamento e sviluppo della produzione culturale curda da Istanbul e Ankara alle città delle province curde quali Diyarbakır, Mardin, Batman, Van e Dersim. Nel 2003 la città di Diyarbakır organizzò una serie di conferenze sulla letteratura e la lingua curda. Per la prima volta nella storia della Turchia i curdi poterono discutere pubblicamente della propria letteratura[68]. Nacquero diverse associazioni e organizzazioni attive nella promozione culturale e vennero organizzati eventi di ogni genere. Il giornale «Azadiya Welat» (1996-2016)[69] iniziò a uscire su base giornaliera nel 2006, diventando così il primo quotidiano curdo pubblicato in Turchia. Anche l’editoria beneficiò di questa fase e ciò appare evidente dalla nascita, nell’arco di pochi anni, di nuove case editrici curde quali Elma (2002-2006?), Bajar (2003-2005), Belkî (2003-presente), Vate (2003-presente), Lîs (2004-presente), Bîr (2005-2008?), Berçem (2005-2008?), Hîvda (2005-presente), Tevn (2005-ultime pubblicazioni nel 2017), Do (2006-ultime pubblicazioni nel 2017), Ronahî (2009-ultime pubblicazioni nel 2014), Ava (2009-presente), Zanîngeh (2010-ultime pubblicazioni nel 2017), Ar (2011-presente), J&J (2011-presente), Na (2011-presente). Libri in curdo vennero pubblicati anche dalle associazioni e dagli istituti curdi e da alcune case editrici turche quali Evrensel (1988-2017) e Belge (1977-presente).
Guardando il grafico che segue, salta all’occhio come nel 2002 le pubblicazioni curde quasi raddoppino rispetto all’anno precedente. Se negli anni ’90 venivano mediamente pubblicati venti-trenta libri curdi all’anno, nella seconda metà degli anni 2000 verrà superata la soglia simbolica di cento libri pubblicati in un anno. Si tratta ancora di numeri piccoli e sicuramente insufficienti, se rapportati alla popolazione curda totale, ma sono comunque il segno di uno sviluppo positivo.
In quegli anni, due eventi si rivelarono particolarmente significativi nel dare maggiore visibilità alla letteratura e all’editoria curda in Turchia, ma anche nel resto del mondo. Nel 2008 la Turchia venne scelta come “invitato d’onore” della fiera del libro di Francoforte (Frankfurter Buchmesse), com’è noto una delle maggiori fiere del libro al mondo. All’evento parteciparono anche editori curdi e per la prima volta la letteratura curda venne rappresentata al livello internazionale[70]. Nel 2010 nacque, organizzata dal TÜYAP[71] , la Fiera del libro di Diyarbakır. Questa fiera avrebbe rappresentato negli anni la più importante espressione dell’editoria curda in Turchia.
In generale si può dire che allora l’editoria curda parve finalmente uscire da quella fase embrionale che l’aveva caratterizzata fin lì. Se fino ad allora l’imperativo era stato quello della “sopravvivenza”, oramai alcuni editori con alle spalle anni di esperienza potevano vantare maggiore stabilità e professionalità.

A partire dagli anni 2000, inoltre, gli editori curdi in Turchia iniziarono a rendersi definitivamente autonomi dall’influenza dell’editoria “sorella” svedese. Ormai la pratica di rieditare libri precedentemente usciti in Svezia venne largamente abbandonata. D’altronde, alcuni degli autori curdi rimasti attivi durante la diaspora pubblicavano i propri libri direttamente a Istanbul, mentre altri lasciarono l’Europa e tornarono a vivere in Turchia. Così, mentre aumentavano in Turchia, le pubblicazioni degli editori curdi diminuirono in Svezia[72].
In quegli anni la città di Diyarbakır diventò uno dei poli editoriali curdi più importanti e ciò sembrava andare nella direzione di una maggiore autonomia della produzione editoriale curda. In questo senso è significativo il fatto che alcune case editrici fondate in questi anni si sforzassero di pubblicare unicamente libri in curdo. Rênas Jiyan (n. 1974), poeta e scrittore curdo, ha fondato la casa editrice Belkî nel 2003 e da allora pubblica unicamente libri curdi. Ecco come argomenta questa scelta:
I curdi sono una nazione e ogni nazione pubblica nella propria lingua. Non siamo turchi perciò non pubblichiamo in turco. Abbiamo scelto di pubblicare soltanto libri in curdo perché vogliamo far vivere questa lingua[73].
Pubblicando principalmente testi letterari (romanzi, racconti, poesia), Belkî fa parte di quelle case editrici fondate da autori e intellettuali che avevano iniziato la propria attività letteraria sulle riviste degli anni ’90 (“generazione Rewşen”) e che ora cominciano a scrivere libri e ad aprire case editrici.
Un altro esempio è Bajar, una casa editrice fondata nel 2003 da Kawa Nemir, direttore di «Jiyana Rewşen» e «Rewşen-Name», con l’idea di pubblicare traduzioni curde della letteratura mondiale. Dopo due anni la casa editrice è stata costretta a chiudere per motivi economici, ma lo spirito di Bajar è stato ripreso dalla casa editrice Lîs, dove lo stesso Nemir ha lavorato per diversi anni come editore. La collana «Wêjeya Cîhanê» (‘Letteratura mondiale’) di questa casa editrice comprende opere di T. S. Eliot, Shakespeare, William Blake, Emily Dickinson, Herman Melville, Sara Teasdale, Kafka, Cervantes e molti altri che per la prima volta vengono tradotti in kurmanji.
Diversamente da chi sceglie di pubblicare solo in curdo o da chi è costretto a pubblicare libri in turco per poter finanziare quelli curdi, Lal Laleş (n. 1975) – poeta e drammaturgo proprietario di Lîs – difende il valore simbolico di pubblicare libri non solo in due lingue (curdo e turco), ma anche in due alfabeti (latino e arabo):
Certamente si tratta di gesti simbolici, una preoccupazione espressiva di carattere estetico… […] [tuttavia] l’obiettivo è quello di mostrare che la lingua turca e quella curda possono vivere insieme e oltrepassare i confini[74].
L’approccio linguistico è un elemento che permette di differenziare le case editrici curde, le une dalle altre. In questo senso, la casa editrice Vate, fondata nel 2003, si distingue per essere la prima casa editrice dedicata alla pubblicazione di libri in zazaki.
Per quanto riguarda i generi letterari e il tipo di libri pubblicati, oltre al caso già citato delle traduzioni della letteratura mondiale, una novità è determinata dalla pubblicazione di libri per bambini. Nel 2009 Avesta ha inaugurato la collana «Hêlîn» (‘Miele’) dedicata ai libri per bambini. Sebbene uno dei primi libri curdi pubblicati in Turchia – Alfabe di E. M. Bozarslan – fosse rivolto ai bambini e benché questo genere di libri fosse stato pubblicato in gran numero dalle case editrici in Svezia, essi avevano faticato a trovare spazio all’interno dell’editoria curda in Turchia.
La poesia invece, com’era stato negli anni ’90, resta il genere di maggior successo, anche se romanzi e racconti sono in costante aumento. La letteratura curda in questi anni cerca di ritagliarsi uno spazio suo e, come fa notare Scalbert-Yücel, la nuova generazione di scrittori curdi che emerge è più globalizzata di quelle passate e in alcuni casi mostra «disaffezione perfino per le tematiche “curde” o “sociali”, oltre che l’assenza di un ancoraggio geografico»[75]. Le riviste non rivestono più un ruolo paragonabile a quello di «Rewşen» negli anni ’90, anche se non mancano esempi di nuove pubblicazioni di carattere culturale-letterario quali «Kevan» (2002-?), «W» (2004-?), «Çirusk» (2007-presente), «Nûpelda» (2009-2019?), «Pêngav» (2010-?) e «Şewçila» (2011-presente), quest’ultima nata con l’obiettivo di promuovere e sviluppare la letteratura in zazaki.
Anche la pubblicazione dei classici della tradizione letteraria curda prosegue quanto iniziato negli anni ’90. Quasi tutte le case editrici curde pubblicano libri di poeti dell’epoca classica. Nell’arco di pochi anni, Mem û Zin di Ehmedê Xanî viene pubblicato in cinque diverse edizioni da Avesta, Lîs e Nûbihar[76], mentre la casa editrice Ava ne pubblica una versione romanzata[77] nel 2011. Ma la cosa più sorprendente è la pubblicazione nel 2010 di questo libro, il classico per eccellenza della letteratura curda, da parte del Ministero della cultura e del turismo turco (Kültür ve Turizm Bakanlığı).
Il Processo di pace
La pubblicazione di Mem û Zin da parte di un’istituzione turca rappresentò senz’altro un gesto di pace nella direzione di una de-stigmatizzazione della lingua e della cultura curde in Turchia. Effettivamente, qualche anno dopo il fallimento degli “incontri di Oslo”, la parola “pace” tornò a essere un termine di primo piano nel dibattito pubblico. A gennaio del 2013 l’AKP, ormai al potere da più di dieci anni, diede ufficialmente il via al cosiddetto “Processo di pace” (o “processo risolutivo”: Çözüm Süreci), con l’obiettivo di trovare un accordo con il PKK e risolvere pacificamente la questione curda. Il PKK dichiarò il cessate il fuoco e cominciò le operazioni di ritiro dei propri militanti al di là del confine turco. Le negoziazioni, tuttavia, rimasero tese e nel 2014 esplosero manifestazioni che, nel contesto dell’assedio a Kobanê, accusavano lo stato turco di sostenere l’ISIS e non consentire il passaggio attraverso la frontiera di rifornimenti e volontari. Quarantanove persone rimasero uccise negli scontri e in varie città curde fu imposto il coprifuoco. Ciononostante, le trattative continuarono fino a metà del 2015, quando furono bruscamente interrotte dal governo.
Nel biennio 2013-2015, l’ipotesi di una soluzione pacifica del conflitto turco-curdo, nonostante i continui segnali di un atteggiamento autoritario e anti-democratico da parte del governo[78], diede speranza a milioni di persone e pose la questione curda al centro del dibattito pubblico. Com’è prevedibile, il processo ebbe un’influenza positiva sul mondo culturale curdo, aumentando peraltro la visibilità della lingua curda nella sfera pubblica. La pubblicazione di libri in curdo subì un’impennata, superando per la prima volta la soglia dei duecento libri pubblicati in un anno: mentre nel 2012 erano stati pubblicati 156 libri curdi, nel 2013 il numero salì a 224 e nel 2014 essi furono 250. La diminuzione delle pubblicazioni nel 2015 è, invece, indicativa del definitivo deterioramento delle trattative in quell’anno.
Gli anni del Processo di pace si rivelarono una grande opportunità per gli editori curdi e le vendite di libri curdi aumentarono, coinvolgendo anche editori turchi. Nei primi due anni emersero nuove case editrici curde quali Berbang (2013-presente), Pewend (2013-2020?), Roşna (2013-presente), Sîtav (2013-presente) e Hîva (2014-presente). Nel 2013 il PEN club curdo, che era stato fondato nel 1990 in Germania e da allora era stato sempre attivo dalla diaspora, tenne la sua ottava assemblea generale a Diyarbakır, riconoscendo la città come nuovo quartier generale[79]. A Siirt venne inaugurata la biblioteca municipale “Celadet Ali Bedirxan”. Fiere ed eventi furono organizzati in diverse città delle province curde. Perfino case editrici vicine al movimento curdo e costantemente prese di mira negli anni precedenti quali Aram riuscirono a pubblicare i propri libri in un clima di maggior serenità, anche se alcuni libri su Öcalan o sulla guerriglia vennero comunque censurati.
Difficoltà e sfide dell’editoria in tempi recenti
Dopo due anni di dialogo, il 28 febbraio 2015 le parti coinvolte nel Processo di pace annunciarono di aver trovato un compromesso e presentarono il cosiddetto “Accordo di Dolmabahçe” in dieci punti. Tuttavia, gli auspici dell’Accordo di Dolmabahçe vennero presto delusi e quello che avvenne nei mesi successivi pose inaspettatamente fine alle trattative. A marzo il presidente Erdoğan annunciò di essere contrario all’accordo dichiarando: «In Turchia non esiste una questione curda. In Turchia, i nostri fratelli curdi hanno problemi [proprio] come altre sezioni della società»[80]. Il mese successivo aggiunse: «dire: “esiste una questione curda” significa, d’ora in poi, essere separatisti. La questione curda nasce precisamente da chi sostiene che ci sia una questione curda. Non esiste più una questione curda in questo paese. C’è lo Stato in questo paese»[81]. Queste dichiarazioni furono il segnale del cambio di strategia di Erdoğan e a fine luglio il conflitto riprese su larga scala, esplodendo in tutta la propria violenza[82]. Il capitolare degli eventi mostrò quanto il Processo di pace fosse stato, fin dall’inizio, più che altro una pace “strategica” usata in modo strumentale dall’AKP e presto abbandonata al mutare degli eventi. Come fa notare Özpek:
Una così drammatica “inversione a U” per quanto riguarda il Processo di pace attirò la simpatia degli elettori nazionalisti consegnando una chiara vittoria dell’AKP nelle elezioni anticipate. In ultima analisi, l’AKP perse l’ultima opportunità di presentarsi come un partito riformista e abbandonò il Processo di pace, grazie al quale aveva mascherato con successo le sue pratiche autoritarie fin dal gennaio 2013. Pertanto, l’allontanamento dell’AKP dai valori democratici divenne definitivamente evidente[83].
Le conseguenze dell’improvviso fallimento del Processo di pace furono devastanti e il conflitto armato riprese con una violenza che non si vedeva dagli anni ’90. Ankara, intimorita dalla possibilità di un autogoverno curdo lungo i confini della Turchia con la Siria e l’Iraq, impose il coprifuoco per mesi in tutta la regione, schierando carri armati e artiglieria pesante contro i militanti armati e distruggendo intere città o quartieri. La situazione in Turchia peggiorò ulteriormente l’anno successivo quando, il 15 luglio 2016, una parte delle forze armate turche mise in atto un tentativo di colpo di stato con l’obiettivo di rovesciare il governo. Nell’arco di qualche ora, morirono più di trecento persone e migliaia vennero ferite, ma il golpe venne sventato e la situazione tornò sotto controllo. Erdoğan dichiarò lo stato d’emergenza e accusò Fetullah Gülen (n. 1941), storico rivale in esilio negli Stati Uniti dal 1999, di aver progettato il colpo di stato. Le misure post-golpe possono essere interpretate come una sorta di ulteriore colpo di stato. Per Erdoğan fu il pretesto per liberarsi degli oppositori e delle voci di dissenso. Nel 2017, durante lo stato d’emergenza, fece approvare delle modifiche alla Costituzione, che di fatto trasformarono la Turchia da un sistema parlamentare a uno presidenziale. Le purghe coinvolsero migliaia di militari, poliziotti, giornalisti, giudici, procuratori, insegnanti, dottori etc., che vennero arrestati o persero il lavoro. Allo stesso modo, università, dormitori, scuole, radio, giornali, canali TV, riviste, case editrici e organizzazioni di vario genere vennero fatte chiudere. Com’è prevedibile, Erdoğan sfruttò l’occasione anche per reprimere i curdi e Il partito democratico dei popoli (HDP, Halkarın Demokratik Partisi), un partito filo-curdo che stava ottenendo largo consenso. Un totale di 13 deputati dell’HDP vennero arrestati e quasi la totalità degli amministratori dell’HDP nelle città curde vennero sostituiti da uomini fidati del governo[84].
È in questo contesto che lo stato fece chiudere storiche istituzioni curde quali l’Istituto curdo di Istanbul (EKS) o il Centro culturale della Mesopotamia (NÇM) che, come abbiamo visto, erano state le prime organizzazioni culturali curde create negli anni ’90. La stessa fine subirono tante altre iniziative e istituzioni fino ad allora attive nelle città curde. Lo storico quotidiano curdo «Azadiya Welat» venne fatto chiudere per decreto assieme a più di cinquanta altre testate giornalistiche. La repressione colpì anche simboli culturali e linguistici curdi.
Com’è ovvio, anche l’editoria curda subì un duro contraccolpo. Le case editrici curde, già in difficoltà in seguito al fallimento del “Processo di pace”, entrarono ancora più in crisi nel contesto ormai dichiaratamente anti-democratico ed emergenziale degli anni successivi al fallito golpe. E il numero di libri pubblicati scese nuovamente ai livelli degli anni precedenti al “Processo di pace”, passando dai 250 del 2014 ai 171 del 2017. Sebbene nella lista delle case editrici chiuse per decreto subito dopo il colpo di stato non compaia nessuna casa curda[85], gli effetti negativi di questa fase portarono alla chiusura o a una momentanea pausa dalle pubblicazioni di alcune di esse quali Do, Tevn e Zanîngeh[86]. Altre case editrici subirono attacchi alle proprie attività. Nel 2015 un furgone della casa editrice Aram con libri destinati alla fiera del libro di Izmir venne fermato per controlli e 74 titoli, per un totale di 3200 libri, finiscono confiscati dalle autorità turche. Nello stesso anno lo stand della casa editrice alla Fiera del libro di Diyarbakır venne assaltato da un gran numero di poliziotti con mitra. Come riporta il TÜRKYAYBIR: «la polizia voleva confiscare lo striscione dello stand che conteneva le immagini di alcuni libri, l’incursione della polizia ha causato tensione nell’area della fiera»[87]. Nel 2016 il deposito della casa editrice Avesta venne dato alle fiamme da anonimi, causando la distruzione di migliaia di libri[88].
In quegli anni gli editori faticavano a partecipare alle fiere del libro oppure non venivano invitati o decidevano di non andare, perché esse venivano organizzate dai fiduciari. La Fiera del libro di Diyarbakır, che si era svolta con successo per cinque edizioni tra il 2010 e il 2014, non venne più organizzata tra il 2015 e il 2017, ufficialmente per motivi di budget. Alcune librerie rimandavano indietro i libri agli editori per paura delle conseguenze[89]. In generale i libri curdi, qualsiasi fosse il loro argomento, tornarono a essere guardati con sospetto e diffidenza.
A partire dal 2018, quando lo stato d’emergenza ha smesso di essere rinnovato, la situazione è leggermente migliorata e le case editrici curde hanno potuto riprendere fiato. Ciononostante, pubblicare libri in curdo rimane un mestiere pieno di difficoltà.
Da quando l’editoria curda nacque, negli anni ’90, fino a oggi, la violazione dei diritti e la repressione non hanno mai smesso di agire negativamente sulla pubblicazione di libri curdi. In un contesto in cui l’educazione in lingua curda non è permessa nelle scuole, l’assimilazione della cultura curda e il linguicidio continuano ad avere effetti drammatici. A questo proposito Qahir Bateyî (n. 1974), editore di Sîtav, commenta: «Oggi gli avamposti turchi sono stati costruiti nel cervello di ogni curdo, fino a quando queste “stazioni di polizia” non saranno distrutte, non cambierà nulla per i curdi»[90].
Come mostra un sondaggio del centro di ricerca Rawest di Diyarbakır condotto nel 2018 in quattro città curde, intervistando giovani curdi tra i 18 e i 30 anni[91], soltanto il 18% degli intervistati dice di saper effettivamente scrivere e leggere in curdo. Quindi, pur rappresentando grossomodo un quinto della popolazione totale in Turchia, i curdi che sanno leggere e scrivere nella propria lingua sono una minoranza. La questione linguistica è il primo freno alla pubblicazione di libri curdi in Turchia. In questo contesto, ogni editore che pubblica libri curdi è accomunato dal fatto di essere una sorta di “missionario della lingua”. Questa lotta/resistenza, come si è visto nei precedenti capitoli, ha caratterizzato la pubblicazione di libri e testi curdi fin dalle origini della letteratura curda.
Oggi gli editori continuano a confrontarsi con numerose forze contrarie. Come segnalato da un report del Kurdish Studies Center (2020)[92], tra gli elementi che maggiormente penalizzano gli editori curdi vi sono: la discriminazione e l’emarginazione per cui le compagnie di distribuzione e le librerie tendono a dare minor spazio agli editori curdi; la mancanza di aiuti statali; la censura e la confisca dei libri (dal 2009 al 2020 sono stati vietati 117 libri pubblicati dalle case editrici curde, di cui 12 in curdo); le cause aperte in modo arbitrario contro gli editori con l’accusa di “terrorismo”; le politiche anti-curde dei fiduciari posti dal governo nelle città curde; il frequente divieto alle case editrici curde di poter partecipare alle fiere del libro; la mancata consegna di libri curdi ai detenuti.
Nonostante questi presupposti negativi e i tanti problemi appena descritti, il numero di pubblicazioni curde è tornato a salire nel 2018, segno che c’è stata una risposta delle case editrici alla crisi iniziata nel 2015. D’altronde, anche di fronte alla chiusura per decreto di diverse organizzazioni culturali nel 2016, i curdi non sono rimasti immobili, ma hanno ripreso il lavoro, fondando associazioni analoghe. La Komeleya Lêkolînên Kurdî (KLK, ‘Associazione di ricerca curda’, 2017-presente), per esempio, conserva lo stesso logo dell’EKS e ne condivide gli obiettivi e i principi. Allo stesso modo la Komeleya Wêjekarên Kurd (KWK, ‘Associazione degli scrittori curdi’, 2020-presente) è stata rifondata nel 2020.
Negli ultimi anni sono apparse nuove case editrici curde quali Morî (2016), Aryen (2017), Dara (2017), Wardoz (2017), Sor (2018), Name (2018), Lorya (2019), Semsûr (2019), Payîz (2020). Ogni casa editrice cerca di trovare un proprio spazio d’interesse e oggi si può dire che, rispetto agli anni ’90, l’editoria curda presenta una settorializzazione ben più evidente. Già in precedenza si è accennato a come la scelta linguistica (solo curdo? / curdo e turco? / zazaki, kurmanji o sorani?…) tenda a differenziare le case editrici. Oggi, per esempio, le case editrici Vate e Roşna sono facilmente riconoscibili per il fatto di essere le uniche specializzate nella pubblicazione di libri in zazaki. Ma, al di là della lingua prediletta, sempre più case si specializzano nella pubblicazione di un tipo specifico di libri: Berbang e Wardoz pubblicano principalmente libri sul folklore e le tradizioni curde; Aryen ha scelto di concentrarsi sulla pubblicazione di libri scritti in carcere; Lîs, Belkî, Ava (e altre) sono attive soprattutto in ambito letterario e poetico; Nûbihar svolge un ruolo di primo piano nella pubblicazione di classici della letteratura curda e si distingue per l’attenzione all’aspetto islamico; Hîva e Morî pubblicano libri per l’infanzia. La pubblicazione di libri rivolti ai bambini – oltre a Hîva e Morî, altri editori hanno avviato collane di libri per bambini – è un passo importante nello sviluppo e nella maturazione dell’editoria curda. Dal momento che i bambini non possono imparare a leggere in curdo a scuola, il fatto che alcune case editrici pubblichino libri rivolti a loro permette alle famiglie di insegnare ai propri figli a leggere in curdo a casa.
Anche per quanto riguarda le riviste, si nota la volontà di specializzarsi su argomenti ancora poco affrontati: «Psychology Kurdî» (2016) è la prima rivista curda di psicologia; «Ziryab» (2018) è interamente dedicata alla musica curda; «Kubar» (2020), pubblicata in versione digitale, è dedicata al mondo della moda; «PopKurd» (2018), anch’essa in versione digitale, tratta di cinema, musica, teatro, letteratura. Infine «Zrîng» (2019-2020)[93] e «GOG» (2021, versione digitale)[94] provano a sviluppare e diffondere il fumetto, proseguendo la tradizione inaugurata da «Pîne» negli anni ’90[95].
E adesso?
La drammatica situazione degli ultimi anni ha messo in enorme difficoltà le case editrici curde. La non-risoluzione della questione curda e il perdurare del conflitto continuano ad avere un’influenza negativa sullo sviluppo della letteratura curda e sulla posizione degli editori. Come si è più volte ripetuto, pubblicare libri curdi in Turchia rimane un’attività rischiosa e incerta. Ciononostante, nel 2018 la cessazione dello stato d’emergenza ha ridotto parzialmente la tensione e quello stesso anno è stata cautamente riproposta la Fiera del libro a Diyarbakır (VI edizione). Tuttavia, proprio nel giorno d’apertura della fiera, tre libri di Avesta sono stati vietati.
È, semmai, nel 2019 che si è capito che la letteratura e l’editoria curda non stavano morendo. Quell’anno ha rappresentato una svolta positiva per molti editori che sono riusciti a pubblicare e vendere un numero maggiore di libri. Sono tornati a essere organizzati vari eventi e la VII edizione della Fiera del libro a Diyarbakır è stata un vero e proprio momento di rottura che ha dimostrato il persistere di un interesse della società per i libri curdi, nonostante la paura e le avversità.
Negli ultimi tempi, l’emergere della pandemia di Covid-19 a partire dalla fine del 2019 ha influenzato negativamente anche l’editoria curda, interrompendo quello che sembrava essere l’inizio di un ciclo positivo. In linea con le misure di prevenzione contro la Covid-19, le librerie sono rimaste chiuse per alcuni periodi e numerosi eventi e fiere sono stati annullati.
Oggi le case editrici stanno cercando di concentrarsi maggiormente sulla vendita di libri online e in questo sono aiutate dalla presenza di alcuni siti di distribuzione di libri curdi in Turchia quali Pirtukakurdi (2009-presente)[96] o Kitabakurdi[97] (2015-presente), ma anche all’estero quali SARA (1987-presente) e Ktêbhên (2019-presente)[98]. L’accesso a internet, tuttavia, non è sempre scontato e le vendite online non sono altissime. Inoltre, alcuni editori, pur essendo attivi sui social, non hanno un proprio sito internet dove vendere i libri. Infine, recentemente le difficoltà economiche per gli editori si sono accentuate in seguito al preoccupante aumento del prezzo della carta, legato alla svalutazione della lira turca. Secondo i dati dell’Istituto statistico turco (TUİK), i prezzi della carta sono aumentati del 45% nel 2021, facendo diventare la materia prima uno dei tre prodotti con l’aumento più elevato su base annua[99]. È evidente che a condizioni del genere le case editrici curde, che hanno tanti altri problemi oltre quelli economici, rischiano di subire un brutto colpo.
Ciò detto, è anche vero che gli editori curdi hanno dimostrato in più occasioni di saper resistere alle avversità, e che l’esperienza quasi trentennale di case editrici come Avesta e Nûbihar rimane d’ispirazione per le altre case. In effetti, se qualcosa ha caratterizzato la storia delle pubblicazioni curde, è stata l’instancabilità assieme all’ostinazione di questi editori di fronte alle tante forze contrarie.
- Si pubblica un estratto della tesi di Laurea magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Libri osteggiati, libri ostinati: lo sviluppo di un’editoria curda in Turchia: Sapienza Università di Roma, Anno acc. 2020/2021, relatrice la Prof.ssa Maria Panetta e correlatore il Prof. Giulio Perrone. ↑
- Si tratta delle due varianti curde maggiormente parlate in Turchia e usate nelle pubblicazioni. Il kurmanji vanta un’antica tradizione letteraria scritta risalente alla fine del XVI secolo ed è la variante più parlata in Turchia. Lo zazaki è stato promosso a lingua letteraria da parte di alcuni intellettuali a partire dagli anni ’70 del secolo scorso ed è meno diffuso del kurmanji. In generale, la lingua curda, mancando un centro amministrativo comune a tutto il Kurdistan, non si è normalizzata nel tempo in un’unica lingua standard, ma è rimasta divisa in più dialetti. Questo continuum di varianti viene generalmente suddiviso in tre gruppi. Il curdo settentrionale (o kurmanji) è il più diffuso e viene parlato dai curdi in Turchia, in Siria, in zone dell’Iraq e dell’Iran lungo il confine con la Turchia e nelle comunità curde che vivono in Armenia. Il curdo centrale (o sorani) è la lingua ufficiale adottata dalla Regione autonoma del Kurdistan iracheno, viene parlata in Iraq nelle zone corrispondenti ai governatorati di Erbil, Sulaimaniya e Kirkuk, e in parti dell’Iran occidentale vicine al confine con l’Iraq. Il curdo meridionale è parlato nelle zone vicine alla città di Kermanshah in Iran e in Iraq vicino al confine. A questa suddivisione vanno aggiunti altri due gruppi dialettali, lo zazaki (o kırmancki, o dimili) e il gorani (o hawrami), parlati rispettivamente in Turchia e in piccole comunità in Iran e in Iraq. Vedi D. N. MacKenzie, Kurdish dialect studies, vol. 1, London, Oxford University Press, 1961; A. Hassanpour, Natitonalism and language in Kurdistan 1918-1985, San Francisco, Mellen Research University Press, 1992; E. Öpengin, The History and the Development of Literary Kurmanji, in The Cambridge History of the Kurds, a cura di H. Bozarslan, G. Gunes e V. Yadirgi, Cambridge, Cambridge University Press, 2021, pp. 603-32. Sul caso dello zazaki vedi M. Malmisanij, The Kırmancki (Zazaki) Dialect of Kurdish Language and the Issues It Faces, in The Cambridge History of the Kurds, a cura di H. Bozarslan, G. Gunes e V. Yadirgi, Cambridge, Cambridge University Press, 2021, pp. 663-84. ↑
- Durante la guerra, nel 1916, i rappresentanti di Francia e Gran Bretagna conclusero un accordo segreto (accordo di “Sykes-Picot”) per definire le rispettive sfere d’influenza in vista di un futuro smembramento dell’Impero ottomano: la zona britannica sarebbe stata composta da Mesopotamia, Palestina e Giordania, quella francese da Siria e Libano. Questo accordo pose le basi diplomatiche per la futura divisione del Kurdistan (‘terra dei curdi’), ossia dei territori storicamente abitati dai curdi. Una volta finita la guerra, l’accordo di Sèvres (1920) sancì le condizioni di pace tra le potenze alleate e l’Impero ottomano. L’accordo prevedeva la spartizione dei territori ottomani e la creazione di stati sotto la diretta o indiretta influenza di Francia e Inghilterra, secondo le linee tracciate nell’accordo di Sykes-Picot. In questo trattato la questione curda fu per la prima volta posta al livello internazionale negli articoli 62, 63 e 64, che riconoscevano il diritto del popolo curdo ad ambire all’indipendenza e delimitavano un’area che si sarebbe dovuta trasformare in uno stato curdo. Tuttavia, in seguito alla Guerra d’indipendenza turca e all’abolizione del sultanato, a Losanna venne redatto un nuovo trattato (1923) che riconobbe i confini rivendicati dalla neonata Repubblica turca ed escluse definitivamente l’ipotesi di uno stato curdo. Da allora il Kurdistan risulta diviso tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. ↑
- Le regioni storicamente a maggioranza curda si trovano a est e a sud-est della Turchia. ↑
- Il divieto sulla lingua e sulle pubblicazioni venne sancito per la prima volta da un decreto approvato dall’Assemblea nazionale nel 1924. In seguito al colpo di stato del 1980, il divieto venne riproposto nella Legge sulle pubblicazioni e le trasmissioni in lingue diverse dal turco (n. 2932) del 1983. ↑
- Tra cui A. Hassanpour, Natitonalism and language in Kurdistan 1918-1985, San Francisco, Mellen Research University Press, 1992; T. Skutnabb-Kangas, R. Phillipson, Linguicide and Linguicism, in Papers in European Language Policy. ROLIG-papir 53, Roskilde, Roskilde Universitetscenter: Lingvistgruppen, 1995, pp. 83-91; T. Skutnabb-Kangas, B. Sertaç, Killing a Mother Tongue – How the Kurds Are Deprived of Linguistic Human Rights, in Linguistic Human Rights: Overcoming Linguistic Discrimination, a cura di T. Skutnabb-Kangas e R. Phillipson, Berlin, Mouton de Gruyter, 1995; A. Hassanpour, Introduction. Kurdish: linguicide, resistance and hope, in «International Journal of the Sociology of Language», vol. 2012, n. 217, 2012, pp. 1-18; D. Fernandes, Modernity and the linguistic genocide of Kurds in Turkey, in «International Journal of the Sociology of Language», vol. 2012, n. 217, 2012, pp. 75-98; U. Ü. Üngör, Untying the tongue-tied: Ethnocide and language politics, in «International Journal of the Sociology of Language», vol. 2012, n. 217, 2012, pp. 127-50; W. Zeydanlioğlu, Turkey’s Kurdish language policy, in «International Journal of the Sociology of Language», vol. 2012, n. 217, 2012, pp. 99-125. ↑
- Il primo libro stampato contenente testi in curdo di cui si ha notizia è il Diwan di Mawlana Khâlid (1777-1826) del 1844. Tra questa data e l’anno di nascita della Repubblica turca, si calcola la pubblicazione di circa trenta libri curdi. A. Hassanpour, Nationalism and language…, op. cit., 1992, p. 185; M. Malmisanij, The Past and the Present of Book Publishing in Kurdish Language in Turkey, Sofia, Next Page Foundation, 2006, pp. 17-18. ↑
- Cfr. M. Malmisanij, The Past and the Present of Book Publishing in Kurdish Language in Turkey, op. cit. ↑
- Sull’editoria curda in generale si rimanda ai capitoli dedicati all’argomento presenti in A. Hassanpour, Nationalism and language…, op. cit., 1992. Sul caso specifico dell’editoria curda in Turchia hanno scritto M. Malmisanij, The Past and the Present…, op. cit.; G. Mülayim, Publishing the “Unpublishable”. The Making of Kurdish Publishing in Turkey, Tesi di laurea magistrale dell’Università del Bosforo (Boğaziçi Üniversitesi), 2018; T. Sünbül, The Impact of the Peace Process on Four Kurdish Publishing Houses in Istanbul, in «Kürd Araştırmaları Dergisi», N. 2, febbraio 2020, pp. 189-208. Cfr. l’URL: www.kurdarastirmalari.com/uploads/2_dosya/tufan_sunbul.pdf (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). Infine è stato recentemente pubblicato, in inglese (versione ridotta) e in turco, un report sulle problematiche dell’editoria curda in Turchia: Kurdish Studies Center, Two Steps Forward, One Step Back. The Report on Monitoring the Rights Violations that Kurdish Cultural Publishing were Exposed To, 2020 (URL: https://kurdish-studies.org/wp-content/uploads/2021/05/English-Kurdish-Publication.pdf; ultima consultazione: 27 dicembre 2021) e İki ileri bir geri. Kürt kültürel yayıncılığının maruz kaldığı hak ihlallerinin izlenmesi raporu, 2020 (URL: https://kurdish-studies.org/wp-content/uploads/2021/05/iki-ileri-bir-geri-Kurt-Kulturel-Yayinciligi-Raporu.pdf; ultima consultazione 27 dicembre 2021). ↑
- Su questo punto cfr. E. Öpengin, The History of Kurdish…, op. cit. ↑
- Per approfondire cfr. il capitoletto Book publishing in Iraq, in A. Hassanpour, Nationalism and language…, op. cit., pp. 186-209. ↑
- Per approfondire cfr. M. Malmisanij, The Past and the Present of Book Publishing in Kurdish Language in Syria, Sofia, Next Page Foundation, 2006. ↑
- Per approfondire cfr. il capitoletto Book publishing in Iran, in A. Hassanpour, Nationalism and language…, op. cit., pp. 209-11. ↑
- In particolare tra gli anni ’20 e ’30. Per approfondire vedi il capitoletto Book publishing in URSS, in A. Hassanpour, Nationalism and language…, op. cit., 1992, pp. 212-17. ↑
- Oggi esistono ancora alcune case editrici curde in Svezia, sebbene la maggior parte di esse abbia cessato le attività in seguito allo sviluppo di un’editoria curda in Turchia. Per approfondire vedi C. Scalbert-Yücel, La diaspora kurde en Suède. Conservation, production et diffusion d’un savoir linguistique, in «European Journal of Turkish Studies» (versione online), n. 5, 2006 (DOI: https://doi.org/10.4000/ejts.771; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Provenienti dalla Turchia. La parte del Kurdistan presente in Turchia si trova a nord della regione e viene indicata in curdo semplicemente come Bakur (‘nord’). ↑
- In questo caso, si trattò principalmente di libri scritti in kurmanji, anche se proprio in Svezia è nato nel 1997 il Grûba Xebate ya Vateyî (‘Gruppo di ricerca Vate’) che da allora lavora per la standardizzazione, la rinascita letteraria e la conservazione dello zazaki. Si calcola che tra il 1971 e il 1997 sono stati pubblicati in Svezia 402 libri in curdo. Cfr. B. Baser, P. Levin, Migration from Turkey to Sweden: Integration, Belonging and Transnational Community [versione ebook], London, I. B. Tauris, 2017. Vedi anche C. Scalbert-Yücel, La diaspora kurde en Suède…, op. cit., 2006, §46. ↑
- Citato in inglese in M. M. Gunter, Turgut Özal and the Kurdish Question, in Nationalisms and Politics in Turkey, a cura di M. Casier e J. Jongerden, Abingdon, Routledge, 2011, p. 94. Tutte le citazioni, ove non diversamente specificato, sono state tradotte in italiano da chi scrive. ↑
- Ufficialmente morto in seguito a un arresto cardiaco. Nel 2012, per volere della famiglia, venne riesumato il corpo e fu fatta un’autopsia che sollevò dubbi su un possibile avvelenamento come causa della sua morte, senza riuscire tuttavia a dare una risposta definitiva. Anche se probabilmente non lo sapremo mai, il fatto che Özal avesse seri problemi di salute e pesasse più di 130 kg sembrerebbe, d’altra parte, poter avvalorare l’ipotesi di morte naturale. Vedi. M. M. Gunter, Turgut Özal…, op. cit., pp. 95-96 e D. Butler, No evidence Turkish ex-president was poisoned: autopsy, in «Reuters», 14 dicembre 2012 (URL: https://www.reuters.com/article/us-turkey-president-autopsy-idUSBRE8BD08R20121214; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- H. Bozarslan, Kurds and the Turkish State, op. cit., 2008, pp. 352-53 e N. Peach, International Law and the Kurdish Struggle for Freedom, in The Kurdish Conflict in Turkey. Obstacles and Chances for Peace and Democracy, a cura di F. Ibrahim e G. Gürbey, New York, St. Martin, 2000, p. 167. ↑
- Deng e Doz vennero fondate in anticipo rispetto all’abolizione del divieto sulla lingua, anche se inizialmente pubblicarono soltanto libri scritti in turco. Il primo libro curdo pubblicato dalla casa editrice Deng è del 1990, come mi ha riferito l’editore stesso. ↑
- Accanto a queste storiche case editrici curde altre vennero fondate ma ebbero vita breve o pubblicarono soltanto pochi libri curdi. Purtroppo, trovare informazioni su case editrici che hanno, ormai, cessato l’attività è molto complicato. Ecco alcuni nomi di case editrici che pubblicarono libri curdi negli anni ’90: Aso, Fırat, Berfîn/Kora/Ayaşafak (1992-presente; ancora attiva, pubblica principalmente in turco), Berhem, Doguş, Melsa, Sîpan. ↑
- «Frankly I expected to be killed […]. We were afraid, of course, but because everything was already so bad at that time, we had little to lose. It was only years later in Berlin that I was able to look back and realise how afraid I had really been», in T. Stevenson, M. Bayram, Devoted readers save the burned Kurdish books of Diyarbakir in «Middle East Eye», 19 luglio 2016 (URL: https://www.middleeasteye.net/features/devoted-readers-save-burned-kurdish-books-diyarbakir; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- «Actually we had nothing then. Before 80’s, few journals and books were published […] But it was not even possible to find them. Although some of the books published were brought from abroad, especially from Sweden were able to come, it came with mail with great difficulties or it was a great privilege if somebody brought them by risking themselves and if you could reach a copy. The copies were then duplicated and distributed among people»: intervista ad Abdullah Keskin, 25th Year of Publishing in Mother Tongue with Bans and Awards: Avesta Publications, in «Sivil Sayfalar», 6 aprile 2020 (URL: https://www.sivilsayfalar.org/2020/04/06/25th-year-of-publishing-in-mother-tongue-with-bans-and-awards-avesta-publications/; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Inaugurato il 18 aprile 1992. Il giorno stesso le forze di sicurezza turche tirarono giù l’insegna dell’Istituto e fu perfino intentato un processo contro l’associazione. Per una storia dell’Istituto vedi l’URL: https://web.archive.org/web/20061002114548/http://www.enstituyakurdi.org/dokuman/shorthistory.pdf (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Jandarma İstihbarat ve Terörle Mücadele (‘Organizzazione di intelligence e anti-terrorismo della gendarmeria’), una sezione non ufficiale e a lungo segreta della gendarmeria turca – espressione dello “stato profondo” turco – che negli anni ’90 condusse varie operazioni di “guerra sporca” contro il movimento curdo, alimentando la tensione nel paese. ↑
- Il primo libro pubblicato in Turchia in seguito all’introduzione del divieto sulla lingua è un’opera teatrale scritta da Musa Anter intitolata Birîna Reş (‘Piaga nera’, 1965) e scritta mentre l’autore si trovava in carcere nel contesto del “Processo dei 49”, sorto in seguito alla pubblicazione, da parte dello stesso Anter, di una poesia popolare curda (Qimil, ‘cimice’) sul giornale «İleri Yurt» nel 1959. ↑
- Cfr. i report annuali della Türkiye Yayincilar Birliği (‘Associazione degli editori turchi’) che dal 1994 monitorano la libertà di stampa in Turchia (URL: https://turkyaybir.org.tr/en/documents/freedom-to-publish-reports/; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- In tutto 212 libri. Cfr. M. Malmisanij, The Past and the Present…, op. cit., p. 21. ↑
- «When you ban a book in Kurdish at that time, that book needed to be judged. The judges and the prosecutors did not speak Kurdish. A sworn translator was required, it had to be translated into Turkish. There were a few such examples. […] In other words, the habit of the state was about ignoring it. Because when you ban the book in Kurdish, you give it an international legitimacy. Therefor they did not do that much»: intervista ad Abdullah Keskin, 25th Year of Publishing…, 6 aprile 2020. ↑
- «[per quanto riguarda i libri] la responsabilità legale appartiene all’editore insieme allo scrittore, traduttore o artista. Tuttavia, indipendentemente dalla durata, tutte le sentenze che danno la penalità di reclusione per l’editore possono essere convertite in multe» (art. 16 § 4): citata in inglese in Human Rights Watch, Violations of Free Expression in Turkey, 1999, pp. 119-20 (URL: https://www.refworld.org/docid/3ae6a8560.html; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Türkİye Yayincilar Bİrlİğİ, 20 Years of Struggle for Freedom to Publish in Turkey. Freedom of Thought and Expression Awards and Freedom to Publish Reports 1994-2014, Istanbul 2014, p. 21: https://turkyaybir.org.tr/wp-content/uploads/2021/03/20-Years-of-Struggle-for-Freedom-to-Publish-in-Turkey-1994-2014.pdf (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Approvato nel 1926 e modellato sull’italiano Codice penale Rocco, di epoca fascista. In particolare: articoli n. 158, 159 (divieto di offendere le istituzioni, la “turchicità” e l’unità della nazione), 312 (divieto di incitare ostilità e divisioni sociali), 426, 427 (divieto sulle pubblicazioni immorali). Si può leggere il testo integrale in turco all’URL: https://wipolex.wipo.int/en/legislation/details/3872 (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). Nel 2004 è stato abrogato in favore di un nuovo codice penale non meno controverso. ↑
- Disponibile online all’URL: www.legislationline.org/documents/action/popup/id/6975 (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Sia dal NÇM che dal EKS. Cfr. C. Scalbert-Yücel, The PKK, the Kurdish Movement, and the Emergence of Kurdish Cultural Policies in Turkey, in The Kurdish Question Revisited, a cura di G. Stansfield e M. Shareef, New York, Oxford University Press, 2017, p. 263. ↑
- Inizialmente bilingue, dopo alcuni numeri venne pubblicata interamente in curdo. «Rewşen»: 23 numeri; «Jiyana Rewşen»: 52 numeri interamente in curdo; «Rewşen-Name»: 3 numeri. Il giornalista Cemil Oğuz ha girato un documentario sulla rivista intitolato Rewşen (2011). Cfr. anche N. Uçarlar, Between Majority Power and…, op. cit., pp. 230-32; D. Yeşîlmen, Kurdish Journals and Magazines, in «Kurdîlit»: www.kurdilit.net/?page_id=2501&lang=en; Intervista a Cemil Oğuz, Rewşen Dergisi bir yazarlar kuşağı yetiştirdi (‘La rivista Rewşen ha cresciuto una generazione di scrittori’), in «Mezopotamya Ajansi», 19 febbraio 2019 (URL: www.mezopotamyaajansi35.com/KULTUR-SANAT/content/view/46747); C. Scalbert-Yücel, The PKK, the Kurdish Movement…, op. cit., p. 263; B. Ata Aktaş, “Lanetlêhatiyên li Ser Rûyê Erdê Mecbûr in Polîtîk Bin”. Hevpeyvin bi Serday Ay re, in «Kürd Araştımaları», n. 5, primavera 2021 (URL: www.kurdarastirmalari.com/yazi-detay-oku-117; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Kawa Nemir, Osman Mehmed, Cemîl Denlî, Rodî Zerya, Îrfan Amida, Rênas Jiyan e altri. ↑
- Dieci dei tredici numeri della rivista sono consultabili sul sito Arşîva Kurd: https://arsivakurd.org (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- «Pîne è, prima di tutto, il paese dei curdi che è come uno spillo attaccato alla mappa del mondo» («Pîne, berî her tistî welatê kurdan e, ku wekî-pîneyekê bi xerîteya, cîhanê ve hatiye zeliqandin»): M. Doğan, Pînika Pîneyê, in «Pîne», n. 1, ottobre 1999, p. 2. Tutti i 32 numeri sono consultabili sul sito Arşîva Kurd: cfr. l’URL https://arsivakurd.org (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- «In 1999, a few friends, including myself, published the humor magazine Pînê. This magazine made a huge impact. Concerned about this effect, it was exposed to pressures and obstructions by the Turkish state. When it was banned from entering Kurdish provinces, it’s last issues were released under other names»: İmam Cici ha gentilmente risposto in inglese per messaggio ad alcune mie domande sul mondo dei fumetti curdi (5 dicembre 2021). ↑
- I libri in questione: M. Uzun, Bîra Qederê: Roman (‘Memoria del destino: un romanzo’), Istanbul, Avesta, 1995; R. Kurd, Ez (‘Io’), Istanbul, Avesta, 1995; Ş. Bêkes, Ji Nav Şiîrên Min (‘Dai miei poemi’), Istanbul, Avesta, 1995. Cfr. T. Stevenson, M. Bayram, Devoted readers …, cit., 19 luglio 2016. Nell’articolo si parla anche dell’edizione di uno dei Diwan di Cigerxwin; tuttavia, non ho trovato notizie di questa edizione. ↑
- Cfr. il grafico Nombre de titres publiés en kurmandji en Suède et en Turquie (1978-2004) in C. Scalbert-Yücel, La diaspora kurde en Suède…, op. cit., § 29. ↑
- Si tratta di una stima approssimativa fatta a partire dal grafico Nombre de titres publiés en kurmandji en Turquie et part des rééditions d’ouvrages parus en Suède (1991-2004), in C. Scalbert-Yücel, La diaspora kurde en Suède…, op. cit., § 40. ↑
- Nel 1992 Îhsan Colemergî scrisse il romanzo Cembelî Kurê Mîrê Hekaryan (‘Cembelî, figlio del Mir di Hakkari’), ma riuscì a pubblicarlo soltanto tre anni dopo in Svezia. Il primo romanzo curdo scritto e pubblicato in Turchia è apparso nel 1999 ed è Reş û Spî (‘Nero e bianco’) di Îbrahîm Seydo Aydogan. Vedi Î. Colemergî, Cembelî Kurê Mîrê Hekaryan, Spånga (Stockholm), Apec, 1995; Î. S. Aydoğan, Reş û Spî, Istanbul, Doz, 1999. ↑
- Raccolta di poesia, canzoniere. ↑
- Cigerxwîn, Diwana Yekan – Sewra Azadi, Istanbul, Deng, 1992; Cigerxwîn, Kime Ez – Ronak, Istanbul, Deng, 1993; Cigerxwîn, Zend-Avista – Şefaq, Istanbul, Deng, 1997; Cigerxwîn, Hêvi – Aşiti, Istanbul, Deng, 2000. ↑
- Scritto nel 1965 usando l’alfabeto arabo: è considerato il capolavoro della letteratura curda del periodo classico. Non è mai stato tradotto in italiano. ↑
- Türkİye Yayincilar Bİrlİğİ, 20 Years of Struggle for Freedom to Publish in Turkey…, op. cit., p. 95. ↑
- Celadet Alî e Kamuran Alî Bedirxan, due intellettuali e nazionalisti curdi che negli anni ’30 e ’40, dopo essere fuggiti dalla Turchia, diedero vita a importanti esperienze culturali e letterarie curde nell’allora mandato francese in Siria, pubblicando riviste e anche alcuni libri. Sulla rivista «Hawar» (1932-1933, 1934-1935 e 1941-1943) si formò una generazione di poeti e scrittori curdi e venne adoperato per la prima volta l’alfabeto curdo in caratteri latini (alfabeto “Hawar”), ideato dallo stesso Celadet Alî Bedirxan. ↑
- Per esempio Fîl Hemdî, traduzione del libro Fil Hamdi (1956) di Aziz Nesîn, pubblicato dalla casa editrice Doz nel 1999. ↑
- Per esempio Bajarê Mirinê, traduzione del libro Reçine Kokuyordu Helin (1993) di Suzan Samancı, pubblicato da Avesta nel 1996. ↑
- Per esempio Veger – Birakujî, traduzione di poesie di Abdulla Peşêw, pubblicato da Avesta nel 1996. ↑
- Per esempio Zimane Çiya, traduzione di Mountain Language (1988) di Harold Pinter, pubblicato da Doz nel 1991. ↑
- «Whereas the books in Kurdish have almost categorically been excluded from […] the established networks of distribution and sale, the books in Turkish have made their ways in the market relatively easily […]. Since the scope of that audience is way larger than the audience of the Kurdish books, they generally offer considerable economic returns and accordingly enable the Kurdish publishers to finance the economic-loss-generating cycle of their cultural production in Kurdish»: G. Mülayİm, Publishing the “Unpublishable”. The Making of Kurdish Publishing in Turkey, Tesi di Laurea magistrale discussa all’Università del Bosforo (Boğaziçi Üniversitesi) nel 2018, p. 99. ↑
- Forzato a lasciare la Siria nel 1998, Öcalan si rifugiò inizialmente in Russia dove, tuttavia, la sua richiesta di l’asilo non fu accettata. Da Mosca prese la via per l’Italia, giungendo a Roma il 12 novembre 1998 e rimanendovi per 65 giorni. Il 16 gennaio Öcalan fu invitato dal Governo D’Alema, sotto le pressioni di Turchia e Stati Uniti, a lasciare il paese e convinto a partire per Nairobi, in Kenya. Meno di un mese dopo fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi, durante un trasferimento dalla sede della rappresentanza diplomatica greca in Kenya all’aeroporto di Nairobi. Da allora è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza dell’isola di İmralı. ↑
- Vedi A. Öcalan, Confederalismo Democratico, Cologne, Mesopotamien – International Initiative Edition, 2011 (URL: https://www.freeocalan.org/books/downloads/it-confederalismo-democratico.pdf; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Legge sull’insegnamento in lingue e dialetti diversi da quelli tradizionalmente usati dai cittadini turchi nella loro vita quotidiana (n. 25307) del 2003. Consultabile in inglese all’URL: http://miris.eurac.edu/mugs2/do/blob.html?type=html&serial=1101221976390 (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- W. Zeydanlıoğlu, Turkey’s Kurdish Language Policy, op. cit., p. 115. ↑
- Solo due ore a settimana e con i sottotitoli in turco. Inoltre, erano vietati i programmi per bambini in curdo. Ivi, p. 116. ↑
- Consultabile in inglese online all’URL: http://www.lawsturkey.com/law/press-law-5187 (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Approvato dopo un lungo dibattito iniziato nel 2002. Alcuni articoli che vengono usati per limitare la libertà di stampa ed espressione: 125 (offesa contro l’onore), 215 (elogio di un reato o il colpevole), 220 (§ 8, propaganda o elogio di gruppi criminali), 226 (indecenze), 301 (insulto alla nazione turca o alle istituzioni), 304 (incitazione alla guerra contro lo stato), 318 (scoraggiare le persone dal fare il servizio militare), 323 (disseminazione di informazioni false in tempi di guerra), 327, 329, 334, 336 (rivelare informazioni segrete che possano danneggiare lo stato), 340, 341, 342 (offesa ai rappresentanti o alla bandiera di un paese straniero). Cfr. l’URL: https://www.legislationline.org/download/id/6453/file/Turkey_CC_2004_am2016_en.pdf (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Türkİye Yayincilar Bİrlİğİ, 20 Years of Struggle for Freedom to Publish in Turkey…, op. cit. ↑
- Nel 2008, per esempio, ben diciassette libri di questa casa editrice (tutti scritti in turco) finirono sotto accusa e vennero censurati. Cfr. Türkİye Yayincilar Bİrlİğİ, 20 Years of Struggle for Freedom to Publish in Turkey…, op. cit., pp. 148-49. Nel 2011 il TÜRKYAYBİR ha assegnato il “Premio per la libertà di pensiero ed espressione” a Bedri Adanır, caporedattore di Aram finito in prigione per le sue attività letterarie. ↑
- «The mission found that the situation in Turkey for anyone involved in the media or press was repressive when delving into certain subjects. Individuals often face trial on numerous charges simply for doing their job and exercising their right to freedom of expression»: Kurdish Human Rights Project, Presecuting Publishers, Stifling Debate: Freedom of Expression in Turkey, London, KHRP, 2008, p. 12. ↑
- Per questo tipo di accuse si faceva riferimento all’articolo 222 (abolito nel 2014) del TCK: «It is quite a controversial situation that certain Latin characters in the Kurdish alphabet that do not exist in the Turkish alphabet are considered an object of legal prosecution. There is hardly any doubt that this makes the country look rather ridiculous»; cfr. Türkİye Yayincilar Bİrlİğİ, 20 Years of Struggle for Freedom to Publish in Turkey…, op. cit., p. 146. ↑
- Per approfondire rimando a T. Bahcheli e S. Noel, The Justice and Development Party, op. cit., pp. 110-11. ↑
- Cfr. M. Ş. Derince, A Break or Continuity? Turkey’s Politics of Kurdish Language in the New Millennium, in «Dialectical Anthropology», vol. 37, n. 1, March 2013, pp. 145-52. ↑
- Cfr. R. Kurpiewska-Korbut, The Socio-Political Role of Modern Kurdish Cultural Institutions, in Rediscovering Kurdistan’s Cultures and Identities: The Call of the Cricket, a cura di J. Bocheńska, London, Palgrave Macmillan, 2018, pp. 107-49, p. 126. ↑
- Erede di «Welat» (1992-1994) e «Welatê Me» (1994-1995). ↑
- Le case editrici curde (attive in Turchia) che parteciparono furono Lîs, la casa editrice del NÇM, Avesta e Aram. ↑
- Tüm Yapım Fuarcılık Grubu, società che organizza fiere in Turchia. ↑
- Vedi C. Scalbert-Yücel, La diaspora kurde en Suède…, op. cit., § 40. ↑
- Rênas Jiyan ha gentilmente risposto per messaggio ad alcune domande che gli ho posto sulla sua casa editrice (5 dicembre 2021). ↑
- «Surely, these are all symbolic acts; this is an aesthetic concern of expression… For example, the aim was to indicate that the Turkish and Kurdish languages can live together and to violate the borders»: intervista citata in N. Ucarlar, Between Majority Power and…, op. cit., p. 225. ↑
- «Another tendency shows a progressive disaffection even for “Kurdish” and “social” themes, together with the development of the absence of geographical anchorage»: C. Scalbert-Yücel, Emergence and Equivocal Autonomization of a Kurdish Literary Field in Turkey, in «Nationalities Papers», vol. 40, n. 3, 2012, p. 365. ↑
- E. Xanî, Mem û Zin (trad. di M. M. Bazîdî), Diyarbakır, Lîs, 2007; E. Xanî, Mem û Zin (trad. di K. Yıldırım), Istanbul, Avesta, 2010 [curdo e turco]; E. Xanî, Mem û Zin (trad. e commento di J. Dost), Istanbul, Avesta, 2010; E. Xanî, Mem û Zin (trad. e commento di F. Cîhanî), Istanbul, Nûbihar, 2010; E. Xanî, Mem û Zin (trad. di H. Şemrexî), Istanbul, Nûbihar, 2010. ↑
- R. War, Mem û Zin, Diyarbakır, Ava, 2011. ↑
- Proprio nel 2013 le “Proteste di Gezi park” vennero brutalmente represse dalla polizia turca, destando l’indignazione internazionale. ↑
- Per approfondire la storia del PEN curdo cfr. l’URL: https://pen-kurd.org/despek/ [in kurmanji] (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Dichiarazione del 15 marzo 2015. Citato in B. B. Özpek, The Peace Process Between Turkey and the Kurds. Anatomy of a Failure, Abingdon, Routledge, 2018, p. 73. ↑
- Dichiarazione del 28 aprile 2015: ivi, p. 76. ↑
- Tra gli eventi scatenanti, un attentato suicida a Suruç (20 luglio 2015) rivendicato dall’ISIS. L’esplosione uccise trentatré persone e ne ferì più di cento, per la maggior parte giovani attivisti curdi di sinistra che si apprestavano a inviare aiuti per la ricostruzione di Kobane. Il movimento curdo accusò la polizia e i servizi segreti turchi di essere coinvolti nell’attentato. Si ricorda, ancora, l’uccisione di due ufficiali di polizia turchi accusati di essere coinvolti nell’attentato di Suruç (22 luglio 2015). Lo stato turco accusò il PKK (che inizialmente rivendicò la responsabilità ma poi ritrattò), avviando operazioni di polizia e dell’esercito su larga scala contro il PKK (24 luglio 2015). Stranamente le persone arrestate per gli omicidi vennero poi assolte. Cfr. A. Savran, The Peace Process Between Turkey and the Kurdistan Workers’ Party, 2009-2015, in «Journal of Balkan and Near Eastern Studies», vol. 22, n. 6, 2020, pp. 777-92 (URL: https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/19448953.2020.1801243?needAccess=true; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- «Such a dramatic U-turn on the “peace process” attracted the sympathy of the nationalist voters and brought a clear victory for the AKP in the snap elections. In the final analysis, the AKP missed the last opportunity to present itself as a reformist party and became deprived of the “peace process”, which had successfully masked its authoritarian practices since January 2013. Therefore, the AKP’s departure from the democratic values was clearly revealed»: ivi, p. 38. ↑
- Novantatré su centodue, per l’esattezza. Cfr. J. Jongerden, Conquering the State, Subordinating Society. A Kurdish perspective on the development of AKP authoritarianism in Turkey, in Erdoğan’s “New” Turkey, a cura di N. Christofis, Abingdon, Routledge, 2020, pp. 200-15, cit. a p. 210. ↑
- Una delle case editrici chiuse fu la Evrensel, una casa editrice turca che negli anni aveva pubblicato alcuni libri in curdo. Anche la rivista bilingue turco-curdo della casa editrice, «Tiroj» (2003-2016), venne fatta chiudere. ↑
- Non ho la certezza che siano effettivamente chiuse, ma non ci sono più testimonianze di loro pubblicazioni dal 2016 o dal 2017. ↑
- Türkİye Yayincilar Bİrlİğİ, 2016 Freedom to Publish Report & Freedom of Thought and Expression Awards, Istanbul, TÜRKİYE YAYINCILAR VE YAYIN DAĞITIMCILARI BİRLİĞİ DERNEĞİ, giugno 2016, pp. 15-16. ↑
- «In risposta all’attacco i lettori sono scesi sui social media non solo per condannare l’aggressione, ma anche per avviare una campagna per comprare i libri bruciati come gesto di solidarietà. I lettori erano anche disposti a pagare più del prezzo del biglietto per le copie bruciate, ma Keskin [proprietario di Avesta] ha pensato che sarebbe stato uno sfruttamento della situazione. Invece, ha creato un indirizzo email dove i lettori potevano ordinare i libri bruciati che sarebbero poi stati consegnati a casa loro al solo prezzo della spedizione. La risposta è stata travolgente e in pochi giorni tutti i 2640 libri bruciati e danneggiati sono stati spediti in diverse parti della Turchia»: T. Stevenson, M. Bayram, Devoted readers save the burned…, op. cit. ↑
- «Con la fine del Processo di pace e il riavvio dei conflitti, i libri ci sono stati rispediti indietro. Per esempio la libreria Remzi che aveva comprato da noi cinquanta Mem û Zin, ce ne ha restituiti ventotto e ne ha venduti ventidue. Non ne hanno tenuto nemmeno uno in magazzino»: intervista a Abdullah Keskin, riportata in inglese in T. Sünbül, The Impact of the Peace Process…, op. cit., p. 198. ↑
- «Bugün her Kürdün beyninde Türkçe karakollar inşa edilmiş. Bu karakollar yıkılmadan Kürtler için değişen bir şey olmayacak»: intervista a Qahir Bateyî. Cfr. L. Akdeniz, Kürt yayıncılığının en büyük sorunu Kürtçe okur azlığı (‘Il problema più grande dell’editoria curda è l’analfabetismo in curdo’), in «Mezopotamya Ajansi», 4 ottobre 2019 (URL: http://www.mezopotamyaajansi35.com/KULTUR-SANAT/content/view/71125; ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Questa ricerca, condotta tra ottobre e novembre 2018 a Diyarbakır, Mersin, Van e Urfa, è stata la fonte della campagna #DilYuvadır (‘La lingua è casa’) dell’associazione HAK (Hak İnisiyatif Derneği). Cfr. l’URL: www.rawest.com.tr/wp-content/uploads/2019/09/DilYuvadir_infografik.pdf (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Kurdish Studies Center, Two Steps Forward, One Step Back. The Report on Monitoring the Rights Violations that Kurdish Cultural Publishing were Exposed To, 2020. Cfr. l’URL dell’abstract in inglese: https://kurdish-studies.org/wp-content/uploads/2021/05/English-Kurdish-Publication.pdf; e l’URL della versione originale in turco: https://kurdish-studies.org/wp-content/uploads/2021/05/iki-ileri-bir-geri-Kurt-Kulturel-Yayinciligi-Raporu.pdf (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Dopo nove numeri la rivista ha dovuto chiudere, come mi ha riferito İmam Cici: «gli adulti curdi non erano pronti per una rivista di fumetti e stavamo avendo problemi di distribuzione». ↑
- Oltre alla pubblicazione della traduzione di famosi fumetti europei quali Lucky Luke, Thorgal, Yakari, Le monde de Milo, vengono pubblicate anche opere originali di İmam Cici, Ender Özkahraman e Doğan Güzel. La rivista ha pubblicato soltanto quattro numeri «per via della mancanza di una cultura di lettura digitale […], un limitato accesso a internet e altre ragioni di tipo economico» (İmam Cici). ↑
- Ad oggi, l’unico fumetto in curdo uscito in volume è un fumetto sul Capitale di Marx pubblicato da una casa editrice turca: Kapîtal Manga (2011). ↑
- Bawer Berşev, fondatore del sito, ha fondato nel 2017 la casa editrice Dara. Cfr. l’URL: www.pirtukakurdi.com (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Nato unicamente come sito di distribuzione, ha dato vita alla casa editrice Lorya nel 2019. Cfr. l’URL: www.kitabakurdi.com (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- Cfr. l’URL: www.ktebhen.com (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
- A. Özgür, K24 ÖZEL – Kurdaki artış Kürt yayıncılığını vurdu (‘L’aumento del cambio ha colpito le case editrici curde’), in «Kurdistan24», 4 dicembre 2021. Cfr. l’URL: https://www.kurdistan24.net (ultima consultazione: 27 dicembre 2021). ↑
(fasc. 42, 31 dicembre 2021)