Gli anni Duemila sono segnati dal fenomeno dilagante di Internet diventato, in poco tempo, il liquido amniotico dell’uomo del Terzo millennio. I progressi della tecnologia informatica e lo sviluppo esorbitante dei social media hanno avuto forti ripercussioni anche in ambito letterario, offrendo a tutti, letterati di professione e dilettanti allo sbaraglio, l’opportunità di far circolare i loro testi all’interno della rete e raggiungere un vasto pubblico di lettori-followers. Il villaggio globale, l’uso smodato dei tecnicismi e degli anglismi, il trionfo dell’artificiale sono tutti fattori che sembrano condurre l’umanità verso una civiltà post-umana, verso un abisso incolmabile tra le parole e le cose, tra i segni e la realtà. Benché la poesia occupi uno spazio residuale nello scenario culturale e sugli scaffali delle librerie; sebbene esistano più poeti (compresi non poeti e antipoeti[1]) che lettori di poesie e si verifichino una serie di sconfinamenti del genere poetico, rispetto a come la tradizione ce lo ha consegnato, la poesia non smette di far parlare di sé in un gran fermento di discussioni teoriche e concreti atti di scrittura. «Se ne scrivono ancora», per riattualizzare lo stupore di Vittorio Sereni negli anni Sessanta del Novecento.
Se nel 1953 Roland Barthes si interrogava, in Grado zero della scrittura, su cosa fosse la «littérature», diversi critici, francesi e americani in primis, si interessano oggigiorno a ogni evoluzione che la poesia compie, registrando tendenze e discutendo intorno alle nuove forme di poesia e post-poesia (Jean-Marie Gleize, Christophe Hanna, K. Silem Mohammad, Emanuel Hocquard)[2]. I confini della poesia sono sempre meno definiti, ma sempre più dilatati: la poesia lirica, la poesia di ricerca, la poesia in prosa, la poesia dentro la Rete o la Rete dentro la poesia, il neo-metricismo, solo per citare alcune delle esperienze più recenti[3]. Gli stimoli e i punti di riferimento sono davvero eterogenei. Si è passati dalla tirannia dell’io lirico a un io complesso e “in relazione”, che fatica a trovare la propria voce sulla pagina bianca, ma si lascia contaminare attraverso procedimenti stilistici quali il cut up, l’eavesdropping o il googlism. Assistiamo all’utilizzo di forme espressive ibridate con il paradigma narrativo; a inedite configurazioni del rapporto tra voce, corpo e contesto[4]; a forme di straniamento spesso rivolte alla demistificazione, alla parodia o al riuso citazionistico dei linguaggi dei nuovi media. Per questo, risulta ancora più sfidante oggi l’interrogativo che Jean-Marie Gleize ci rivolgeva nel volume A noir. Poésie et littérarité: «Existe-t-il une poésie après la poésie?»[5]. Alla domanda posta dal poeta e critico francese, il Realismo Terminale replica affermativamente, in un clima critico tanto vivace quanto disorientato, concentrato a ragionare sull’“ossimorico” lessema “poesia in prosa” e spiazzato dalla pubblicazione della raccolta Prosa in prosa, volume che aveva l’intento di squadernare le categorie con le quali il pubblico era abituato a leggere la testualità lirica, per superare il confine fra letterario e letterale. La risposta della poetica realistico-terminale è un pieno ritorno a investire sulla poesia, sulla funzione e sulla forma del genere “poetico”, e a credere nella sua possibilità di interpretare e rappresentare il tempo presente. Nell’era delle technicalities, la poesia giunge a riportare in superficie l’anima che abbiamo, consapevolezza che, troppo spesso, trascuriamo. È da essa che apprendiamo come distinguere tra la corteccia e la linfa, tra ciò che è profondo e ciò che è banale, tra l’equanime e il tendenzioso.
Il Realismo Terminale, movimento poetico che fin dagli esordi ha richiamato l’attenzione, oltre che degli addetti, di matematici, geografi, urbanisti, antropologi, ha avviato una discussione trasversale e interdisciplinare e con ambizioni planetarie che ci riconduce al senso ultimo e più profondo della funzione della poesia[6].
Fondato nel 2010 da Guido Oldani (Melegnano, 1947) e presentato al Salone del libro di Torino nel 2014, il Realismo Terminale è una delle voci più autentiche e interessanti del panorama poetico ultra-contemporaneo[7]. Una curiosa avanguardia, a dire il vero: non si tratta di un movimento giovanile o giovanilistico; non si presenta come il “genio guastatori”, come accadde un secolo fa, con i futuristi. Non tutte le avanguardie, d’altronde, si sono caratterizzate per lo sconvolgimento totale, per la rottura definitiva degli schemi (si pensi ai crepuscolari). Avanguardia o retroguardia? ‒ per citare Marco Pellegrini, uno dei poeti realisti terminali, antologizzato in Luci di posizione. Poesie per il nuovo millennio[8]. Il realismo terminale rifugge lo sperimentalismo fine a se stesso e l’utilizzo di un lessico innaturalmente ricercato; non parla «poetese» (Sanguineti); non si vanta con abilità di giocoliere della parola. Quante volte (troppe ultimamente) il lettore si chiede se e in quale modo quella poesia (o, in generale, quel testo) possa essere considerato testimonianza dell’epoca in cui vive. Il Realismo Terminale recupera, sì, alcune forme classiche, ma le rende moderne all’interno di una ricerca di senso profondamente interrogante del tempo presente. La poetica realista terminale è eticamente edificata; intrisa di impegno civile, essa richiama lo sguardo del lettore alla sua umanità, gli sbatte addosso il fatto di cronaca per capire il peso umano e sociale di ciò che accade[9].
Si tratta di una nuova modalità espressiva, che conduce la poesia (e le arti tutte) a superare il lirismo individualistico e il ripiegamento sul proprio vissuto per una più ampia riflessione sui comuni destini dell’umanità, inevitabilmente intrecciati in un mondo costantemente connesso e interconnesso. Come spiega Langella nell’introduzione dell’antologia Luci di posizione (come a dire, già nel titolo, la poesia c’è, ha già acceso i fari per orientare la luce su ciò che non deve più restare in ombra), il mondo in cui viviamo è ben diverso da quello che appariva a Leopardi. La natura è messa ai margini, non è più termine di paragone (nemmeno nel parlare quotidiano ‒ si vedrà più avanti a proposito della cosiddetta “similitudine rovesciata”); e a nasconderci «tanta parte dell’ultimo orizzonte» è una «fila inamena di casermoni», in cui «i popoli si ammassano in agglomerati sempre più tentacolari» e i milioni di oggetti che vengono sfornati dalle fabbriche sono ormai «le nostre segretarie, i nostri passatempi, i nostri contabili, i nostri specialisti […] Si può far finta di niente? ‒ scrive ancora Langella ‒ Noi crediamo di no. Il Novecento è passato, non possiamo più scrivere come scrivevamo nel Novecento. Non possiamo, dico, se vogliamo render conto di quello che sta accadendo e che chiede a noi di trovare, secondo il proprium dell’arte, un linguaggio corrispondente»[10]. Ce lo ricorda il monito di Qoelet: «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo […] C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qo 3,1–11). Da qui la necessità di misurarsi col proprio tempo alzando il tiro fino a «diventare gli specchi ustorii del mondo in cui viviamo». «Il realismo terminale ‒ conclude Langella ‒ nasce dall’osservazione di questi fatti planetari e delle trasformazioni antropologiche che stanno generando. Vuol essere un rispecchiamento ironico della civiltà ipertecnologica, babelica e globalizzata degli anni Duemila»[11]. Un’altra curiosità concerne l’età dei poeti appartenenti al movimento; i padri fondatori hanno vissuto le rapide trasformazioni della nostra società e del paesaggio da un mondo rurale e artigiano a un paese moderno (è il passaggio dalla Milanin alla Milanon, per semplificare e rendere l’idea). Nel tempo, si è venuto aprendo alle più varie forme espressive (arti visive e plastiche, musica, teatro, danza) e si sono aggiunti altri poeti di valore[12].
Ciò che rende perfettamente attuale il Realismo Terminale è questo suo essere voce interrogante del tempo presente: come circa vent’anni fa, con una poetica che riconduceva l’uomo alla scoperta della natura, il new nature writing combinava la classica narrativa di ricerca con un nuovo modo di scrivere sul mondo naturale (penso su tutti a Waterblog di Roger Deakin[13]), così a partire dal 2010 il Realismo Terminale ha iniziato a delineare un versus sempre più evidente tra natura e città; a rappresentare la bulimia degli oggetti che affollano, ingombrano e appesantiscono la quotidianità (gli hyperobjects di Timothy Morton, 2013); a mettere in guardia dal progressivo avvicinarsi della natura ai prodotti e non viceversa; a non lasciare inascoltate le speranze infrante di un’ecologia perduta[14]. Temi e motivi che la pandemia da Covid-19 ha accentuato e portato sotto gli occhi di tutti. Preme ricordare come una delle parole-chiave del Realismo Terminale, sulle quali si tornerà tra un attimo, sia “pandemia”. Il termine, utilizzato in tempi non sospetti ‒ diremmo oggi ‒, è posto in apertura del Manifesto e richiama l’attenzione del lettore sulla concentrazione della popolazione nelle metropoli e sulla dipendenza dell’uomo dagli oggetti e non più dalla natura.
Il Realismo Terminale si allontana dall’“io” lirico novecentesco (troppo referenziale, introspettivo, poco engagé) per percorrere i binari dell’impegno civile e sociale; non dimentica la tradizione, tornando al gioco delle rime, delle consonanze e delle assonanze; all’importanza della sonorità e alla misura del verso. La poesia non può rinunciare al proprio ruolo civile e universale; non può autoescludersi. Il poeta ha il compito di tirar fuori l’uomo da se stesso, compiendo un passo in avanti rispetto a quanto accaduto fino al primo decennio del nuovo millennio: il Nuovo Umanesimo ‒ il Realismo Terminale lo sa bene ‒ può nascere dentro il Post-Umano, al confine ultimo di esso, un attimo prima dell’estinzione dell’Umano[15]. Ma si lasci la parola ai firmatari del Manifesto del Realismo Terminale (qui riproposto nella versione breve[16]):
A TESTA IN GIÙ
Manifesto breve del Realismo terminaleLa Terra è in piena pandemia abitativa: il genere umano si sta ammassando in immense megalopoli, le “città continue” di calviniana memoria, contenitori post-umani, senza storia e senza volto.
La natura è stata messa ai margini, inghiottita o addomesticata. Nessuna azione ne prevede più l’esistenza. Non sappiamo più accendere un fuoco, zappare l’orto, mungere una mucca. I cibi sono in scatola, il latte in polvere, i contatti virtuali, il mondo racchiuso in un piccolo schermo. È il trionfo della vita artificiale.
Gli oggetti occupano tutto lo spazio abitabile, ci avvolgono come una camicia di forza. Essi ci sono diventati indispensabili. Senza di loro ci sentiremmo persi, non sapremmo più compiere il minimo atto. Perciò, affetti da una parossistica bulimia degli oggetti, ne facciamo incetta in maniera compulsiva. Da servi che erano, si sono trasformati nei nostri padroni; tanto che dominano anche il nostro immaginario.
L’invasione degli oggetti ha contribuito in maniera determinante a produrre l’estinzione dell’umanesimo. Ha generato dei mutamenti antropologici di portata epocale, alterando pesantemente le modalità di percezione del mondo, in quanto ogni nostra esperienza passa attraverso gli oggetti, è essenzialmente contatto con gli oggetti.
Di conseguenza, sono cambiati i nostri codici di riferimento, i parametri per la conoscenza del reale. In passato la pietra di paragone era, di norma, la natura, per cui si diceva: «ha gli occhi azzurri come il mare», «è forte come un toro», «corre come una lepre». Ora, invece, i modelli sono gli oggetti, onde «ha gli occhi di porcellana», «è forte come una ruspa scavatrice», «corre come una Ferrari». Il conio relativo è quello della “similitudine rovesciata”, mediante la quale il mondo può essere ridetto completamente daccapo.
La “similitudine rovesciata” è l’utensile per eccellenza del “realismo terminale”; il registro, la chiave di volta, è l’ironia. Ridiamo sull’orlo dell’abisso, non senza una residua speranza: che l’uomo, deriso, si ravveda. Vogliamo che, a forza di essere messo e tenuto a testa in giù, un po’ di sangue gli torni a irrorare il cervello. Perché la mente non sia solo una playstation.
Firmato
Guido Oldani
Giuseppe Langella
Elena Salibra
Punto di partenza del movimento è il manifesto pubblicato da Guido Oldani nel 2010, intitolato appunto Il Realismo Terminale. Un opuscolo verde di quasi cinquanta pagine che, costruito secondo le modalità retoriche del manifesto di poetica ma con dimensioni e formato da e-book kindle, ha il compito di professare, come vuole ogni manifesto poetico ufficiale, il proprio credo e i mezzi per attuare l’arte realistica terminale[17]. Alla stampa di quello scritto, tradotto negli Stati Uniti e circolato anche in altri paesi, è seguito un dibattito su giornali e riviste letterarie[18]. Gli atti di questi pubblici dibattiti sono stati raccolti, lungo tutto il decennio, in contributi oggi utili per inquadrare la genesi e la cronistoria della poetica realistica terminale e comprenderne le dinamiche e l’evoluzione: Faraona ripiena. Bulimia degli oggetti e Realismo Terminale[19], Dizionarietto delle similitudini rovesciate[20] e Il mondo globale e la poetica del Realismo Terminale. Ambiente, cultura, linguaggio[21]. Il Realismo Terminale vuole innanzitutto rappresentare criticamente la civiltà globalizzata degli anni Duemila, l’ambiente artificiale in cui viviamo, stipato di gente e di oggetti[22] in megalopoli sempre più vaste, e alcune delle più significative trasformazioni antropologiche che dal campo dell’esperienza quotidiana si riverberano sui paradigmi stessi della conoscenza di sé e del mondo. Le parole-chiave del manifesto sono già dichiarazione programmatica: pandemia, natura, oggetti, similitudine rovesciata. Fenomeno antropologico epocale, a partire dall’anno Duemila, è l’esodo verso la città, al quale si sono aggiunti negli anni a seguire gli spostamenti e le migrazioni dei popoli in fuga dalla fame e dalle guerre. Si tratta di una vera e propria pandemia abitativa: siamo tanti, forse troppi, e tutti concentrati nelle città. La poesia non può prescindere da questa dimensione comune dell’esperienza. Per forza di cose, deve fare riferimento anche lei a un luogo e a un tempo precisi ‒ ribadisce spesso Langella nei suoi interventi pubblici. «Siamo accatastati» ‒ rinforza argutamente Oldani senza mezzi termini: siamo accatastati, è proprio così; essere umani come oggetti. L’esodo dalle aree depresse e dalle periferie del mondo verso i luoghi della modernità e del benessere ha assunto, negli ultimi decenni, proporzioni bibliche. Al di là delle implicazioni vagamente apocalittiche[23], l’aggettivo “terminale” allude appunto a questo fenomeno di concentrazione cittadina delle masse umane, con tutto ciò che ne consegue in termini di integrazione, convivenze e conflittualità sociale. Occorre far ripartire le domande, ha ragione Gleize: «esiste una poesia dopo la poesia?». Per parafrasarla con il Realismo Terminale: «quale tipo di umanità può esistere dopo questa post umanità?». L’impegno civile gratta via, mina e corrode le impostazioni ideologiche e rilancia un moto di presa di coscienza, anche in campo letterario. Così Langella nella poesia inedita Pandemie dedicata al fondatore del movimento poetico[24]:
Pandemie
A Guido Oldani
La Terra è un otto volante, una giostra
che si contendono a spinte e sgambetti
i più ambiziosi per mettersi in mostra.
È anche un cesto di posti mai visti,
da offrire a pacchetti in pasto ai turisti.
Per la finanza, invece, è biancheria
da strizzare a oltranza, finché ne avanza.
Per tutti gli altri è un grande frullatore,
dove ogni cosa vortica e si ammucchia,
si urta e si miscela senza posa;
anche i virus: quello a forma di mina,
nato, Dio sa come, in pancia alla Cina,
sta facendo una strage d’innocenti,
seminato nei cinque continenti.
Sfocia ogni crisi in una pandemia:
questa è la legge del mondo globale,
il tempo del realismo terminale.
Nei diciassette versi, suddivisi in tre strofe e modulati su un intreccio di rime (a volte alternate, ma perlopiù baciate) e da un uso sapiente dell’enjambement, niente è più intimo: gli oggetti diventano prodotti; i termini “cesto” o “frullatore” perdono la loro dimensione domestica. Il lessico rimanda a un campo semantico apocalittico (“strage”, “crisi”, “pandemia”). La legge del mondo globale, tema caro al Realismo Terminale, ha violentato la natura e inghiottito l’uomo, completamente assorbito dal mondo artificiale ed escluso dal mondo naturale. Gli altri due elementi-chiave del nuovo habitat, motivi strettamente interconnessi tra loro nella poetica realistico-terminale, sono la natura, ormai snaturata perché “privata del” e “provata dal” rapporto sconvolto con l’uomo; e gli oggetti «servi padroni»[25]. Siamo sommersi dagli oggetti, accumulatori seriali, vittime del consumismo sfrenato, della moda low cost (non a caso, si sta iniziando a parlare sempre più prepotentemente di «moda circolare»). Il Realismo Terminale è l’avanguardia in grado di cogliere e di raccontare le sfumature di un mondo «accatastato», di un mondo civilizzato sulla base dei progressi tecnologici. C’è bisogno di un risveglio etico, di una sensibilità ambientale ed ecologica prima che l’uomo sia parificato, o forse già lo è ‒ secondo Langella ‒ a un pezzo di ricambio:
C-ottimisti
Ragionieri, stagiste, calciatori,
modelle, segretarie, tute blu,
lavoratori stagionali in nero,
siamo come padelle in mano a un cuoco,
che devono vedersela col fuoco,
congegni a molla cui dare la carica.
Pezzi di ricambio, o al massimo bijoux,
quando, pile esauste, non serviremo
più, ci smaltiranno in una discarica.
Il verbo “accatastare” è sinonimo di “accumulare”, anche sul fronte delle figure retoriche. Gli oggetti, che sovrastano l’uomo moderno e sui quali quest’ultimo ha smesso di esercitare qualsivoglia potere (l’esagerazione è il necessario estremismo tipico di ogni Manifesto), sono essenzialmente oggetti “morti”, eppure presenti e che sopravvivono oltre l’uomo[26]. L’accumulo compulsivo degli oggetti a ritmo esponenziale ha come conseguenza estrema il collasso del Pianeta; all’umanità addormentata va fornito uno strumento per evitare l’estinzione dell’Umanesimo.
Questa battaglia per l’autenticità, per la sincerità dei gesti e degli sguardi, per ciò che dovrebbe riempire la vita, e non svuotarla o renderla vacua, questa battaglia ha un’importanza capitale per la difesa degli esseri umani. Qui non si tratta di art pour l’art. Il Realismo Terminale scuote la coscienza dell’uomo non più moderno e lo incalza ad accendere gli occhi, non solo lo schermo. E sono sia i contenuti che la forma a dar concretezza a una poesia dal forte impegno civile. Democrazia, giustizia, equità, custodia del Creato, uguaglianza: è una posizione scomoda, quella del Realismo Terminale, a difesa dell’umano. Ma la funzione del poeta impegnato ‒ scriveva Franco Fortini ‒ è quella di «avvelenare i pozzi», di instillare segni all’interno degli organismi sociali e culturali, al fine ultimo di scardinarne gli equilibri costituiti. In pieno clima di appannamento delle coscienze e dei valori, la poetica realistico-terminale va ad inceppare il meccanismo dell’alienazione. La scrittura poetica va riconsacrata ad alta temperatura: deve essere incandescente e incisiva, perché non v’è più tempo da perdere. Ci vuole un ubi consistam per costruire qualcosa. Per questo, rivestono un’estrema importanza sia il momento della scrittura ‒ diremmo il “momento formale” ‒ sia quello del contenuto. Il Realismo Terminale fa i conti con l’interezza di questo intento: in un mondo che è deragliato, esso si erge a baluardo degli ultimi, assumendo e facendo proprio il linguaggio del mondo artificiale per farsi intendere, a gran voce, da chi quel mondo lo crea, lo alimenta e lo vive[27]. La Bibbia dei poeti realisti terminali, il libricino verde di Oldani, lo sostiene chiaramente: «il Realismo Terminale vuole esprimere una poetica che è anche lettura del mondo: una fase del cammino dell’Umanità». Continua Langella ‒ alla fine del prologo alla silloge Luci di posizione: «Nella palude stigia dell’accidia culturale, in cui ciascuno gorgoglia, rabbiosa, la propria insignificanza, i realisti terminali chiamano a raccolta tutti gli spiriti liberi; non per difendere una bandiera, perché non ci interessano le batracomiomachie, ma per restituire alla poesia un’incidenza civile. Urge che le intelligenze vive si mobilitino, se vogliono porre un argine a quella che da più parti si comincia a chiamare con una formula abbastanza inquietante, da naufragio senza spettatore, civiltà post-umana»[28]. In questo senso il Realismo Terminale si candida a estrema avanguardia. Il poeta è veggente: vede prima, vede oltre, vede attraverso. Siamo in un passaggio epocale e i Realisti Terminali sembrano avere le parole esatte per evidenziarlo. Ci siamo trovati a governare l’inatteso, a gestire l’imponderabile, a fare i conti con la nostra vulnerabilità. Per misurarsi con la dimensione storica del nuovo millennio, con i cambiamenti antropologici conseguenti a fenomeni quali l’inurbamento massiccio della popolazione e l’imperio di oggetti e di nuove tecnologie sugli esseri umani; con la ritirata della natura a vantaggio dell’artificiale. Facendo appello a «cifre formali» all’altezza di una «svolta millenaria che ha messo a soqquadro le categorie e le modalità stesse della conoscenza»[29]: il ferro del mestiere privilegiato dei poeti realisti-terminali è la “similitudine rovesciata”, dispositivo retorico che assume, come termine di paragone per comprendere ciò che esiste o che accade, non la natura ma il mondo artificiale. La “similitudine rovesciata” permette di riscrivere il mondo daccapo e, secondo la teorizzazione oldaniana, è destinata a diventare forma inarrestabile. La vita artificiale trionfa sull’uomo, azzera il suo intelletto, lo rende succube dandogli l’illusione di possedere il reale attraverso uno schermo, dal palmo di una mano[30]. La figura retorica inventata dal Realismo Terminale procede di pari passo con l’ironia:
La similitudine rovesciata è l’utensile per eccellenza del “realismo terminale”; il registro, la chiave di volta, l’ironia. Ridiamo sull’orlo dell’abisso, non senza una residua speranza: che l’uomo, deriso, si ravveda. Vogliamo che, a forza di essere messo a testa in giù, un po’ di sangue gli torni a irrorare il cervello. Perché la mente non sia solo una playstation[31].
Il Realismo Terminale è nuova enciclopedia del mondo; la “similitudine rovesciata” ha funzione adamitica: il nuovo Adamo è chiamato a catalogare, etichettare, classificare la valanga di oggetti della propria torre di Babele; la “similitudine rovesciata” apre gli occhi del lettore non con la meraviglia, ma con paragoni a volte stranianti, attriti, inciampi, che lo aiutano a comprendere meglio la dimensione artificiale in cui abita. “Realismo”, quindi, per il rapporto nuovo instaurato dall’uomo con gli oggetti; “Terminale” inteso, in chiave ironica, come allarme, ovvero un attimo prima che l’uomo smetta di essere umano. La “similitudine rovesciata” si nutre di altri concetti e stilemi orientati nella stessa direzione: l’esagerazione, il capovolgimento, l’enumerazione, l’inversione, a volte anche con tratti ‒ come vuole il manifesto breve A testa in giù ‒ dissonanti e surreali[32]. Osserva Verbaro:
Riprendendo e ribaltando il concetto baudelairiano di corrispondenza, ogni oggetto naturale trova un suo corrispettivo nella dimensione dell’artificialità. La koiné poetica dei realisti terminali tenta di catalogare la realtà mediante usi sintattici tradizionali, con prevalenza di moduli paratattici e copulativi e largo uso del topos della visività, quasi che gli oggetti per essere dominati e nominati debbano innanzitutto essere visti, ovvero apparire alla nostra distratta percezione[33].
Il Realismo Terminale è «guadagno di chiarezza» (Langella); la parola dei poeti realistico-terminali impone uno stop a tutto ciò che scorre, ma che tuttavia ci scivola accanto. Visioni allucinate di popoli migranti che evocano placche geologiche che si spostano e sensazioni di una sismologia antropica; i paesaggi sono deformati e feriti dalle miserie umane («ci smaltiranno in una discarica», si leggeva poc’anzi). Il movimento poetico descrive il momento di passaggio dal vecchio al nuovo millennio. Ciò che viene sottolineato è il crollo dell’Umanità, la perdita non solo della memoria e della Storia, ma l’indifferenza verso l’altro, l’assuefazione alla perdita di vite, la non reazione civile di fronte alle stragi contemporanee (si pensi, ad esempio, ai naufragi nel Mediterraneo, stipato, secondo Oldani, come una «bagnarola col bucato»).
La svolta del millennio ha prodotto mutamenti antropologici su scala planetaria. Le ultime poesie di Giuseppe Langella, in corso di pubblicazione per l’editore Mursia[34], ma già accolte su alcune riviste[35], invitano l’uomo a unirsi nuovamente nella «social catena» di leopardiana memoria, con la consapevolezza lucida di come la minaccia oggi venga dall’uomo e non da Madre Natura. In La Terra presa a calci, il poeta milanese d’adozione tocca i temi della crisi climatica e delle catastrofi naturali; la Terra (sempre personificata) è un oggetto della modernità ed è vittima dell’uomo capitalista. La lenta agonia in atto del mondo animale e vegetale è il tema della lirica Disastro ambientale, caratterizzata da colori scuri e da un’atmosfera cupa, sulla quale si profila e incombe la morte:
Risaliva smemorata il fiume,
ansimando, l’ultima balena,
coperta di morchia e di bitume
da far pena. Apriva invano l’ali
di pece un gabbiano per volare.
Immensa, in mare, una nube nera
si levava dalla petroliera.
La Terra è un pallone preso a calci.
Gongola madama la Nemica,
mentre affila la lama alle falci.
Lentamente muore l’uomo sotto le conseguenze nefaste delle sue stesse invenzioni. I danni arrecati al Creato sono resi con una liquidità e musicalità di eloquio che rimane impressa e invita a un collettivo esame di coscienza:
La pentola a pressione
È una pentola a pressione la terra
che sul fornello dell’effetto serra
si surriscalda, suda e soffia vento.
E siccome le pesa sulla scorza
e la opprime la camicia di forza,
fatta di ferro, catrame e cemento,
che le cuciamo addosso a poco a poco,
ogni tanto si scrolla e sputa fuoco.
Nella raccolta in uscita, analizzata in anteprima per la stesura del presente contributo, Langella attacca il consumismo e le speculazioni ambientali; deride il pop e il contraffatto (in La movida la femminilità da copertina è vuota, finta, assente); descrive l’uomo quale ingranaggio di un sistema (Pendolari e Underground) che dimentica perfino il nome (Nickname e Il Grande Fratello). I titoli delle poesie riusano in chiave antifrastica modi di dire o proverbi; o sono allusioni a fenomeni contemporanei ben riconoscibili. Non mancano rimandi alla sfera religiosa: le parabole del figliol prodigo e del buon samaritano; la ricorrenza del termine «esodo»; la chiosa funeraria della prima sezione (De profundis sul Bel Paese); l’allusione al vitello d’oro, «ai falsi profeti di ogni libertà», nell’explicit finale L’idolo di gesso. Attraverso un gioco di dissonanze che procede con elementi di sottrazione di realtà, il poeta si misura con un tragico quotidiano, con drammi consumati come flash di un notiziario[36]. Per ritornare alla realtà, Langella rovescia la situazione e, con versi ritmati quasi fossero filastrocche e un uso ironico della rima[37], affronta il tragico con una poesia che non può essere tragica. Il poeta stigmatizza gli eventi in atto con l’arma dell’ironia. Si legga Quando si dice il destino:
Il destino è un cecchino spietato:
dove punta il fucile alla cieca,
reca danni e il bersaglio è spacciato.
Sei al volante, in vacanza, sereno,
e dal monte si stacca una frana…
Cento metri più avanti, anche meno,
eri salvo e la notte lontana.
Il destino non prende la mira,
non ti vede nemmeno, ma tira.
Sul viadotto c’è gente in colonna,
la struttura collassa di botto.
Un minuto, una sosta da niente,
non finiva giù in fondo al torrente.
Il destino dà i numeri al lotto.
Lungomare, la musica, i fuochi…
Come tanti birilli ci abbatte
con un mezzo adibito a traslochi:
quante vite alla vita sottratte!
Gioca a bowling stasera il destino:
uno strike da vero assassino.
Si dormiva (era presto) sul treno.
Un fracasso tremendo: il convoglio
vola giù dal binario… poi il freno,
i lamenti, i soccorsi, il cordoglio.
Il destino s’ingrassa a ogni imbroglio.
Siamo in classe e ci crolla il soffitto;
nella metro, una vampa e un boato…
Tutti i giorni lo stesso tragitto,
tutti i giorni due conti e un dettato…
Da domani neanche uno scritto,
da domani a riposo forzato.
Il destino è sempre in agguato.
A chi tocca, fra mille, è un mistero
di pietà che ci lascia sgomenti,
ma chi arma il destino rammenti
che una vita val più di uno zero.
Il tema del tragico sposa le forme classiche del versificare; il ritmo è martellante in rima incrociata; alla gabbia rigida del decasillabo, dell’endecasillabo o dell’alessandrino si alterna un ritornello volutamente studiato, teso a ricordare al lettore come il destino pesi su ogni singola storia. A catastrofi avvenute, intime o planetarie, quotidiane o epocali, nulla rimane più da fare: c’è una quiete amara che spetta alla forza e alla coscienza della comune umanità. Così in Cose dell’altro mondo. Terzine ecologiche per Dante:
I.
L’inferno è un pozzo nero, una cloaca
dove il rovello dei motori in folle
fermi ai semafori mai non si placa;
è un’enorme marmitta che ribolle
di dannati, un delirio di consumi,
una pompa che intride aria e zolle
di veleni, di plastiche, di fumi.
II.
Sarà perché, fratelli, il purgatorio
è il tempo e il luogo dello smaltimento,
in questo regno tutto è provvisorio.
La pianta che vi cresce è il pentimento
per le ferite inflitte alla natura:
effetto serra, incendi, inquinamento.
Il monte è un grattacielo e fa paura.
III.
Il paradiso è proprio un altro mondo:
non ci si arriva, no, con l’ascensore.
C’è un grande sfavillio da cima a fondo,
che pare la città del buonumore,
e cantano gli spazi siderali
le lodi eterne dell’eterno Amore,
le stelle tanti fuochi artificiali.
Merita particolare attenzione, infine, l’ultima delle sezioni[38], divenuta sceneggiatura per un cortometraggio[39]. Usare il titolo di un’enciclica papale per titolare una propria silloge è di per sé una dichiarazione programmatica da parte di un poeta che da sempre scrive testi eticamente fondati. Fratelli tutti, gli ultimi i primi raccoglie dieci poesie che Langella ha scritto per non dimenticare e commentare altrettanti fatti di cronaca italiana e internazionale accaduti recentemente, perché la vera malattia o il rischio più grave che corriamo oggi ‒ afferma l’autore ‒ è l’indifferenza:
Al freddo e al gelo
Sembrava il cielo delle stelle fisse
la tua bandiera, Europa in guanti gialli,
mentre è solo una corona di spine.
Altro non hanno di equipaggiamento
i migranti che premono al confine,
abbandonati in mano agli sciacalli.
E l’inverno da tergo li sorprende,
perché da sempre ad ogni censimento
non c’è posto per loro nell’albergo
e muoiono di freddo nelle tende.
I versi rimbombano come un megafono perché toccano i grandi temi civili, come le discriminazioni razziali, la violenza, la negazione dei diritti umani, ma anche l’accoglienza dei senza tetto, le iniziative di pace e di solidarietà, che meritano l’attenzione di tutti e che possono costituire un vivace stimolo, specialmente per i più giovani, ai valori di cittadinanza. In Il letto di cartone, il poeta ricorda Michele Ubaldi, ventinovenne morto nel 2019 per le complicanze di una polmonite, che aveva perso il lavoro e viveva nel sottopassaggio della stazione di Melegnano («Per quasi tutte le persone sono un oggetto fuori posto»), avendo rinunciato al dormitorio per non doversi separare dal proprio cane. Il bambino coi libri in braccio è ispirata all’undicenne di origini marocchine che, nello sgombero di un ex-edificio scolastico occupato da famiglie di sfollati alla periferia di Roma, porta con sé gli oggetti più cari: «Sceglie a colpo sicuro, / Rayane, il giorno che deve sgombrare: / i libri di scuola, tutto il futuro». Slogan per Willy è nata pensando alla vicenda che ha visto coinvolto il giovane Willy Monteiro Duarte, italiano di colore ammazzato di botte il 6 settembre 2020 da una banda di picchiatori per aver cercato di sedare una lite («Volevi fare da cuscinetto / fra i litiganti, mettere pace, / spingere il mondo per il suo verso»). Ma il Realismo Terminale ‒ si è detto ‒ è internazionale; non potevano mancare, quindi, versi dedicati a George Floyd, brutalmente assassinato a Minneapolis il 25 maggio 2020, ennesima vittima del pregiudizio razziale:
I can’t breathe
Faceva Floyd anche lui, di cognome,
ma non suonava nella band famosa:
era soltanto un rapper di colore
e il muro, “The Wall”, gli è franato addosso
tra capo e collo, perché la sua pelle
somigliava all’asfalto sulle strade.
Lascia due figlie, Big Floyd il colosso,
security guard in un ristorante.
Non aveva, però, la faccia rosa,
si vedeva che era un poco di buono.
Per questo l’ha ammazzato, il giustiziere,
con un ginocchio sulla gola, neanche
fosse un pidocchio, e nessuno gli ha dato
da bere una spugna di Coca-Cola.
o sulla vicenda di Patrick Hutchinson, il personal trainer di colore che ha salvato la vita a un uomo bianco, estremista di destra, ferito durante una manifestazione contro le proteste di BLACK LIVES MATTER, caricandoselo sulle spalle come un Cireneo moderno (l’episodio è avvenuto a Londra, stazione di Waterloo, 13 giugno 2020):
Il bianco e il nero
(in onore di Patrick Hutchinson)
Portavi forse sulle spalle il vecchio
padre, un amico o qualcuno dei tuoi?
Un bianco, era; un hooligan, per giunta;
un razzista che, se avesse potuto,
vi avrebbe dato fuoco per vedere
come crepano i negri tra le fiamme.
Hai soccorso un fanatico punito.
Era solo un uomo inerme e ferito;
bianco, sì, bianco, ma come uno straccio.
Sanguinava, l’avevano colpito,
mi ha fatto una gran pena, poveraccio;
riverso a terra, immobile, stordito,
era in pericolo: l’ho preso in braccio.
Occorre cambiare ciò che non va: la mancanza di solidarietà per una redenzione dei rapporti sociali. I fatti di cronaca narrano di violenze e ingiustizie che rendono le nostre città delle «città infernali» ‒ secondo la definizione calviniana. Esistono, o meglio resistono, oasi di pace, sacche di generosità, di amicizia e di accoglienza. Tanti fermenti operano per i valori di equità, giustizia e benevolenza; sono vere e proprie luci che si accendono nella città infernale: bisogna cercare, saper riconoscere e dar voce a chi e a che cosa, in mezzo all’inferno, inferno non è (Calvino). Il Realismo Terminale vuole essere espressione estetica del Terzo millennio, il messaggio in bottiglia che Calvino ci ha consegnato alla fine delle Città invisibili e che oggi dobbiamo ascoltare per attuare il sentimento della prossimità. Serve anche un cambio di paradigma verbale; non dobbiamo essere sonnambuli, come avvertiva Sbarbaro; la poesia deve insegnare ad accorgersi ciò che accade, a cogliere le verità profonde, a riattivare lo stupore, a riaccendere una facoltà di attenzione. Il Realismo Terminale sente nel dna una profonda vocazione civile; mette al servizio una visione; non osserva alla finestra, non si guarda l’ombelico, ma descrive, con toni a tratti apocalittici, i pericoli della società tecnocratica e la sua implicita tendenza verso la dittatura. I poeti realisti terminali sono testimoni dell’inabissamento dell’uomo; leggono i lineamenti di un mondo in cui è stata cancellata l’impronta delle idee, dimentico anche del silenzio come pure della parola. Un mondo dunque, senza profondità e che difetta di presenza, di interezza, di durata, di pienezza[40]. Il richiamo all’umanità lanciato dal Realismo Terminale dialoga a distanza con le parole del capo indiano intervistato da Ennio Flaiano in Oceano Canada[41]:
Il tempo è il tuo padrone.
La velocità domina tutto.
e la tecnologia domina l’uomo
La Terra ha iniziato a marcire.
Non sono certo “gargarismi” i versi dei poeti realistico-terminali (per dirla con il gesuita e antropologo francese Marcel Jousse). Sono appelli che non esauriscono la speranza. La poesia è spina irritativa, è il luogo di battaglia dove si combatte la vita. Se il testo poetico si fa breve, meccanico come le istruzioni per l’assunzione di un farmaco secondo quanto teorizzato da Oldani[42], possiamo attestare che la medicina offerta dal Realismo Terminale è uno dei farmaci più efficaci per inghiottire le storture e le tante ingiustizie del nostro tempo. Naturalmente, un farmaco long-acting.
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«Il deragliamento dai binari della poesia ‒ sostiene Giuseppe Langella ‒ culmina idealmente in un’opera collettiva del 2009 intitolata Prosa in prosa, formula provocatoria mutuata da un saggio di Jean-Marie Gleize (A noir. Poésie et littérarité, 1992)». Cfr. G. Langella, La modernità letteraria, Milano, Pearson, 2021, p. 609. In questa antologia, vi sono i testi di Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Michele Zaffarano e Andrea Raos, i quali propongono una scrittura sperimentale, sincopata, mimetica, fluviale che sia simbolo di un atto comunicativo non più portatore di senso. Con gli antipoeti di Prosa in prosa ‒ conclude il poeta Langella, qui anche in veste di critico letterario e autore di manuali di letteratura italiana moderna e contemporanea ‒ «siamo all’epilogo, dello scetticismo novecentesco, che ha sfiduciato la letteratura» (ibidem). ↑
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Un legame stretto corre sull’asse Roma-Parigi. Non c’è dubbio che in Francia Jean-Marie Gleize sia una delle figure-chiave del fronte di ricerca appena tratteggiato. Non solo con i suoi testi, ma anche con una cospicua produzione critica e teorica, la realizzazione di collane e riviste (si rimanda a «Nioques», fondata nel 1990 e oggi pubblicata dalle edizioni La Fabrique), l’instancabile partecipazione a discussioni e dibattiti. In una nota a margine, ha chiarito Gleize lo scorso anno: «Nioques n’est pas une revue de poésie, comme son titre l’indique. C’est une revue de poésie après la poésie» (http://cipmarseille.fr/evenement_fiche.php?id=1399). Marco Giovenale e Michele Zaffarano si occupano, in casa nostra, di riannodare le ricerche sui due versanti delle Alpi, promuovendo sia il volume Prosa in Prosa (che segna l’epilogo di un processo di dissoluzione) sia iniziative come la rivista GAMMM e collane editoriali come i «Chapbooks» di Arcipelago, «Benway Series» e «Tielleci». Nel recente Qualche uscita. Postpoesia e dintorni di Gleize, curato da Zaffarano (Roma, Tic, 2021), i quindici interventi raccolti partono tutti dal presupposto che esista un “fuori” e un “dopo” la poesia. E che non ci sia solo “un” modo per uscirne, ma che si possa contare su una pluralità di gesti, di atteggiamenti e di disposizioni (alla fuga), secondo le diverse maniere con cui può essere pensata una rifondazione (una riconversione) dell’“industria logica” letteraria. ↑
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Non c’è “la” poesia; ci sono “le” poesie ‒ sintetizza Giovannetti, sottolineando l’importanza del lavoro del critico di dar conto della pluralità delle poesie. Cfr. P. Giovannetti, La poesia italiana degli anni Duemila. Un percorso di lettura, Roma, Carocci, 2017. ↑
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La poesia, divenuta sempre più performativa (si pensi ai readings, alle covers poetiche di Raul Montanari, Aldo Nove e Tiziano Scarpa; o al poetry slam o agli spoken words di Lello Voce), si appoggia su immagini e suoni, si affida al corpo e alla voce, predilige modi di esecuzione e canali di diffusione nuovi, trasformandosi in performance che hanno il sapore dell’evento che accade. ↑
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«La post-poesia esisteva anche prima di Gleize ‒ ha affermato in un evento pubblico Langella ‒, ma solo in questi anni è entrata a far parte del dibattito letterario». ↑
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La poesia della civiltà globalizzata e dell’omologazione trionfante parla a tutti, postula una geografia vasta, cancella i confini e le inflessioni locali. ↑
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Tra i primi contributi critici sulla poetica oldaniana, si segnala A. Anelli, Alla rovescia del mondo. Introduzione alla poesia di Guido Oldani, Faloppio, Lieto Colle, 2008. ↑
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Luci di posizione. Poesie per il nuovo millennio, a cura di G. Langella, Milano, Mursia, 2017. L’antologia di tendenza ospita testi di Guido Oldani e Giuseppe Langella, naturalmente, e di Giusy Càfari Panìco (Piacenza, 1968), Franco Dionesalvi (Cosenza, 1956), Valentina Neri (Cagliari, 1973), Marco Pellegrini (Milano, 1963). ↑
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Nel 2020 è stata pubblicata un’altra antologia di tendenza (L’occhio di vetro), all’interno della quale è stata data voce ai narratori. Essa contiene i racconti di Cristò (Bari, 1973), Matteo Fais (Cagliari, 1981), Stefanie Golish (Detmold, Germania, 1961), Stefano Guglielmin (Schio, 1961), Isabella Teresa Kostka (Poznań, Polonia, 1971), Eugenio Lucrezi (Lecce, 1952), Marilù Oliva (Bologna, 1975) e Salvatore Ritrovato (San Giovanni Rotondo, 1967). Cfr. L’occhio di vetro, a cura di D. M. Pegorari, Milano, Mursia, 2020. ↑
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Luci di posizione. Poesie per il nuovo millennio, a cura di G. Langella, op. cit., p. 9. ↑
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Ibidem. ↑
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Si tratta dei poeti Beppe Mariano (Savagliano, 1948), Tania Di Malta (Lampedusa, 1958) e Igor Costano (Desenzano Del Garda, 1980) e degli artisti Brunivo Buttarelli (Casalmaggiore, 1946), Pino Canta (Caltanissetta, 1952), Gaetano Grillo (Molfetta, 1952), Alessandro Mangiarotti (Milano, 1950) e Lorenzo Menguzzato (Trento, 1967). ↑
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Nel 2000, Roger Deakin ottiene un notevole successo con la pubblicazione di Waterlog: A Swimmer’s Journey Through Britain (Vintage editore; in italiano EDT, 2011). L’autore compie un viaggio attraverso l’elemento acquatico del Regno Unito, immergendosi in ogni stagno, lago, fiume o fossato del Paese, descrivendo le sensazioni e la carica emotiva provate e annotando tutto in un diario. Colpisce il sacrario naturale, il pantheon, il mosaico, la mitologia personale che Deakin va pian piano costruendo, attraverso una continua immersione negli elementi naturali. ↑
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Si rimanda a Robert L. Hass, già premio Pulizter per la silloge Time and Materials (2008), tra i massimi rappresentanti dell’ecopoetry, il quale sottolinea come anche Pascoli e Montale siano stati scrittori ecologici; ma emerge ‒ secondo lo studioso di Berkeley ‒ un forte senso di allarmismo, nei confronti della natura e dei cambiamenti climatici, che innerva la poesia contemporanea. ↑
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C. Verbaro, Al confine del post-umano. Visione e poesia nel Realismo Terminale, in «Oblio», nn. 38-39, 2020, pp. 100-109. Il movimento del Realismo Terminale ‒ sottolinea la studiosa ‒ «ha saputo realizzare in diversi contesti sociali un’opera di disseminazione che è già di per sé motivo di interesse in un panorama in cui la letteratura tende, piuttosto che a tradursi in discorso pubblico, a farsi da esso fagocitare e strumentalizzare […] Il marchio identitario militante è evidente nell’attenzione dedicata al nostro presente, letto come tempo posto al limite estremo tra umano e post-umano. Scrive a questo proposito Oldani: “Il millenarismo, tanto temuto e gridato al passaggio dal primo al secondo millennio, che avrebbe potuto mettere a rischio l’umanità intera, è stato letto con un millennio d’anticipo. È invece oggi che si appalesa. Il precipuo interesse per la posizione occupata dall’uomo nel quadro delle relazioni sociali e culturali qualifica il Realismo Terminale come estrema variante dell’umanesimo contemporaneo e avamposto di resistenza alla cultura del post-umanesimo”» (ivi, p. 101). ↑
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Il Manifesto breve del Realismo Terminale, intitolato A testa in giù, accanto alla firma del fondatore, ha quelle di Giuseppe Langella (Loreto, 1952) ed Elena Salibra (Siracusa, 1949-Pisa, 2014). ↑
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Il volume si divide in una sintesi iniziale, un abstract tradotto in inglese da John Anthony Robbins e il manifesto Il realismo terminale. Si conclude con una breve bibliografia. È datato 13 luglio 2010. ↑
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Dal convegno di Cagliari del 2012, momento culminante del festival dei Traghetti di poesia, è uscito un secondo libretto, La faraona ripiena, a cura di Giuseppe Langella ed Elena Salibra, che ha visto il concorso di medici, matematici, filosofi, antropologi e psicanalisti, oltre che di poeti e critici, impegnati a discutere, dai rispettivi punti di vista, le tesi del Realismo Terminale. Nel 2013, all’interno di BookCity, si è svolto un secondo convegno, a Milano, i cui Atti si possono leggere in coda al Dizionarietto delle similitudini rovesciate. Momento centrale nella storia e cronistoria del Realismo Terminale è stata la presentazione ufficiale del movimento al Salone del libro di Torino, il 10 maggio 2014, presso lo spazio dell’associazione Sant’Anselmo, con il lancio dell’appena riportato Manifesto breve. Dopo Torino gli appuntamenti si sono moltiplicati, in una crescente attenzione suscitata dalle proposte innovative dei Realisti Terminali. Un manifesto della pittura terminale, centrato sull’idea della “prospettiva rovesciata”, è stato presentato e discusso nel 2016 presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara. Il movimento ha preso parte anche a iniziative provocatorie, come il raduno sotto la statua di Carlo Porta, al Verziere, il 7 ottobre 2015; o l’happening del Realismo in fiore, il 21 marzo 2016, per la giornata mondiale della poesia, col gesto simbolico di deporre dei grandi e coloratissimi girasoli di carta nei cestini di Piazza Duomo a Milano. Nel 2011, l’impegno civile dei Realisti Terminali si è tradotto nell’istituzione del Tribunale della Poesia, che ha promosso annualmente Il giorno dell’impiccato, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni di vita nelle carceri. Nel 2014, il movimento ha inoltrato una petizione ai Presidenti del Parlamento e del Consiglio Europeo per un intervento concreto dell’Unione a tutela delle minoranze etniche e religiose nel mondo. Infine, ha stabilito fecondi rapporti col mondo della scuola, culminati nella Palestra poetica, i cui frutti più significativi sono stati raccolti nel già citato Dizionarietto. ↑
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Faraona ripiena. Bulimia degli oggetti e Realismo Terminale, a cura di G. Langella ed E. Salibra, Milano, Mursia, 2012. ↑
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Dizionarietto delle similitudini rovesciate, a cura di L. Cozzi, Milano, Mursia, 2014. ↑
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Il mondo globale e la poetica del Realismo Terminale. Ambiente, cultura, linguaggio, a cura di G. Langella e C.C. Canta, in «Oblio», nn. 38-39, 2020, pp. 59-125 (https://www.progettoblio.com/archivio/oblio-x-38-39). La sezione A fuoco, dedicata appunto al Realismo Terminale, ospita gli interventi del Convegno su Il mondo globale e la poetica del Realismo Terminale. Ambiente, cultura, linguaggio, svoltosi a Roma il 5 dicembre 2019. Questi i nomi degli autori e i titoli degli interventi: Giuseppe Langella (Prime notizie sul Realismo Terminale); Carmelina Chiara Canta (Cultura e società sotto la lente del Realismo Terminale); Gilberto Scaramuzzo (Il senso degli oggetti. La provocazione educativa del Realismo Terminale); Giuseppina Casella (A testa in giù… come il Baobab); Angelo Turco (Geografia e poesia: gli oggetti, i simboli e la territorialità del Realismo Terminale); Caterina Verbaro (Al confine del post-umano. Visione e poesia nel Realismo Terminale); Monica Venturini (Letteratura, realtà, impegno. Riflessioni sul Realismo Terminale); Guido Oldani (La poetica epocale del Realismo Terminale); Tania Di Malta (Gli assemblage di Pino Canta, artista realistico terminale). ↑
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Scrive Oldani: «quelli odierni, se li volessimo chiamare oggetti, andrebbero considerati oggetti-diluvio, anziché oggetti amicalmente semidomestici […] cioè non più un confortevole rifugio intimista, ma un campo di battaglia […] uno spazio-tempo, il quotidiano, quantitativamente imprecisabile e quasi attivamente sdifferenziato» (G. Oldani, Il Realismo Terminale, op. cit., pp. 11-12). ↑
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Non profetiche, ma sicuramente lungimiranti le affermazioni di Oldani: «non si equivochi; nulla a che vedere con profezie necessariamente apocalittiche; prognosi infauste per il mondo. Quello non è il mio mestiere. Semplicemente mai l’uomo, vivendo, è stato sepolto, come oggi, da altri vivi corpi umani e da una paragonabile congerie di prodotti […] La domanda è: quanto conta la roba, presa isolatamente dalle altre concause, nel determinare gli spostamenti del singolo uomo sulla crosta terrestre?» (ivi, pp. 18-19). ↑
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Si pubblica qui per la prima volta la poesia Pandemie, su gentile concessione dell’autore, à paraître nel volume Pandemie e altre poesie civili (Milano, Mursia, in corso di edizione). ↑
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Cfr. G. Langella, I servi padroni: la tirannia degli oggetti nella civiltà tecnologica, in «La Modernità Letteraria», n. 7, 2014, pp. 27-54. ↑
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Vengono in mente i versi di Dionesalvi: «Quando uno muore / si dovrebbe dar fuoco alla sua casa; […] E invece ora / diari portafoto calze a rete / macchine per cucire / poltrone scope elettriche pastori / abat-jour carillon portacolori / li vedi che si aggirano spauriti / soggetti ad ironie e frustrazioni» (F. Dionesalvi, Oggetti, in Luci di posizione…, a cura di G. Langella, op. cit., p. 51). ↑
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Essere poeti significa entrare nella sfera dell’estetica, in un circuito comunicazionale all’interno del quale l’espressione artistica viene caricata di una serie di valori scelti, di volta in volta, in base alle contingenze storiche e alla sensibilità degli autori rispetto ad esse. ↑
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Ivi, p. 19. ↑
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Ivi, p. 13. ↑
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Se nelle Sacre Scritture Dio era scomparso perché sostituito da idoli, nel nuovo millennio a scomparire è l’uomo perché invaso dagli oggetti. Riecheggia nella mente del lettore attento il monito di Paolo di Tarso ai Romani: «Hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e servito la creazione anziché il Creatore» (Romani 1, 23-25). ↑
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Luci di posizione. Poesie per il nuovo millennio, a cura di G. Langella, op. cit., p. 22. ↑
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In Luci di posizione, le balene sembrano astronavi, il mare è un sepolcro di marmo, la luna è una moneta, i pioppi sono candelabri; e ancora: le libellule come biciclette, il vento una ruspa scavatrice, il nuvolame un magazzino, gli occhi delle cerniere. ↑
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C. Verbaro, Al confine del post-umano. Visione e poesia nel Realismo Terminale, op. cit., p. 105. Osservazione ribadita anche da Lagazzi: «o gli oggetti non hanno già vinto così totalmente la loro guerra per dominare il mondo da renderci impossibile perfino vederli, da ridurci a essere ciechi, passivi e beati di fronte alla loro forza ottusa?» (P. Lagazzi, Gli oggetti e l’anima. In dialogo con Guido Oldani, in The Terminal Realism, in «Italian Poetry Review», XII, 2017, p. 405). ↑
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La silloge si compone di un prologo (Pandemie), cinquanta poesie, suddivise in cinque sezioni (Cronache della barbarie; L’uomo delle metropoli; Money, money, money; La Terra presa a calci; Fratelli tutti, gli ultimi i primi), e un epilogo (L’idolo di gesso). ↑
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Oltre all’inedito Pandemie, posto in apertura della presente lettura critica della poetica langelliana, si ricordano le collocazioni editoriali delle liriche qui riprodotte: C-ottimisti, in Luci di posizione. Poesie per il nuovo millennio (op. cit., p. 87); Disastro ambientale e La pentola a pressione, in «Poeti e Poesia», XXIV, 54, 2021, rispettivamente alle pp. 29 e 30-31; Quando si dice il destino, in «Noria», IV, 4, 2022, pp. 217-18; Cose dell’altro mondo. Terzine ecologiche per Dante, in «Studi medievali e moderni», a. XXV, n. 1-2, 2021, pp. 685-86; Al freddo e al gelo, I can’t breathe e Il bianco e il nero, in «Incroci», a. XXII, n. 43, giugno 2021, pp. 7-16. ↑
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Notiziario è la prima lirica della silloge. Le news sono paragonate alla «solita svendita al dettaglio» e il telegiornale è «un puro abbaglio / la ricetta dell’utile dulci». ↑
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Tratto stilistico tipico di Langella è la forte presenza di rime, eccedenti rispetto alla norma, e non solo nella posizione canonica a fine verso; le numerose assonanze interne, infatti, costruiscono una poetica estremamente ragionata e di spiccata impronta orale. ↑
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Cfr. G. Langella, Fratelli tutti, gli ultimi i primi, in «Incroci», op. cit., pp. 7-16 (in questa sede, le poesie sono state accompagnate da foto di repertorio opportunamente didascalizzate, con l’intento di sottolineare la necessità di calare ogni parola desunta dalla dimensione religiosa entro la carne della storia e della realtà più “reale” oltre che “terminale”). ↑
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Fratelli tutti, gli ultimi i primi è un cortometraggio realizzato dalla studentessa Margherita Merzagora come tesi di laurea e presentato per la prima volta il 7 dicembre 2021 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. La giovane videomaker ha corredato di commenti, interviste, immagini e riprese, in luoghi simbolo e idealmente riconducibili ai fatti di cronaca scelti dal poeta, le dieci liriche appartenenti all’omonima raccolta. L’opera vede il professor Langella in veste di poeta nell’atto di recitare i propri versi tratti dalla raccolta di poesie civili pubblicata. Ogni componimento è decantato sullo sfondo di un contesto in grado di ricordare per assonanza quelli che furono teatro delle tragedie raccontate. La narrazione è scandita da interviste in cui Langella racconta la genesi e la finalità del progetto. «Per trasmettere efficacemente i suoi messaggi, oggi la poesia necessita dei canali di comunicazione del terzo millennio, in grado di diffonderla, di avvicinarla alla gente e renderla più appetibile», ha ricordato Langella nel corso dell’evento. La poesia, come dimostra questo documentario, non siede sulla torre d’avorio, ma si mette in dialogo attraverso i nuovi canali di comunicazione e le più recenti forme delle arti visive (live in streaming, pagina Facebook, collaborazione con videomakers, performance articolate su ventiquattro ore), senza mai dimenticare o sminuire la propria natura, per parlare alle nuove generazioni e con la voce delle nuove generazioni. E per un’avanguardia non è aspetto di poco conto: il Realismo Terminale stabilisce un legame che fa dimenticare ogni gerarchia. ↑
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Si rimanda ai titoli delle liriche langelliane Disonorevoli, Pestaggio con spettatori, Western all’italiana, Brace, brace!, Il business dell’eolico, Pubblicità ingannevole (in Pandemie e altre poesie civili, in corso di pubblicazione). ↑
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Oceano Canada è il documentario realizzato da Ennio Flaiano e Andrea Andermann nel 1971 nel «grande oceano di grandi città e terre sperdute» che si estende da Vancouver a Montreal. In onda per la prima volta nel 1973, le cinque puntate rappresentano uno dei pochissimi lavori di Ennio Flaiano realizzati per la televisione. È possibile rivedere il documentario su RaiPlay (https://www.raiplay.it/programmi/oceanocanada). ↑
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G. Oldani, Il realismo terminale, op. cit., p. 6. ↑
(fasc. 44, 25 maggio 2022, vol. II)